Climbomat

In questo racconto (che risale a venticinque anni fa, ma che sembra scritto ai giorni nostri) Carlo Crovella metteva già in guardia dal rischio che la tecnologia potesse costituire il Cavallo di Troia per uno stretto monitoraggio individuale, in montagna e non solo. Il progresso tecnologico ha perfino sopravanzato le valutazioni di allora: app, Big Data, social media hanno costruito una gabbia stile Grande Fratello che, anziché evolvere la nostra esistenza, ci imprigiona tutti quanti.

Climbomat
di Carlo Crovella
(pubblicato su caiuget.it il 7 maggio 2020)
(pubblicato su ALP agosto 1994 e poi confluito nel volume La Mangiatrice di uomini, Vivalda Editori, 2011)

Arrivarono alla base della parete proprio con il primo sole. Saltarono fuori dall’automobile e, guardando in alto, concentrarono l’attenzione sul lungo diedro che costituisce il passaggio chiave della salita.

“Speriamo che sia chiodato!” dichiarò Luciano.
“E ci mancherebbe!” gli rispose Rodolfo.

Era solo una battuta scaramantica, ma sapevano tutti e due che la via era ottimamente attrezzata. D’altra parte non poteva che essere così: uno sperone di roccia saldissima, che, partendo dal parcheggio, si impenna come la prua di un transatlantico, a fianco di un coreografico ghiacciaio. C’erano tutti gli ingredienti perché la via fosse molto frequentata, quindi perfettamente attrezzata.

Bivacco Craveri alle Dames Anglaises

“Hai prenotato?” chiese Luciano un po’ preoccupato per le molte automobili presenti alla base.
“Certamente: il nostro turno è alle nove.”
“Vai a controllare che non abbiano fatto i soliti casini…” incalzò Luciano.

L’amico si allontanò con passo saltellante e raggiunse proprio la base dello sperone. Sfilò allora dal taschino una tessera plastificata con banda magnetica, la tessera CLIMBOMAT, e si mise a cercare la fessura dove inserirla.

“Non capisco perché non hanno standardizzato anche le fessure di immissione. Ogni via ha la sua diversa e impiego delle ore a trovarla!” bofonchiò a denti stretti.
“Qualcosa non va?” chiese da lontano Luciano.
“Non trovavo la fessura, ma adesso l’ho vista.”

Rodolfo inserì la tessera e, come per incanto, un pannello di roccia si mosse, scorrendo verso l’alto, fino a scoprire uno schermo. Sul fondo blu cobalto del video apparve una scritta:

“Operazione in corso. Si prega di attendere.”

Rodolfo si grattò il naso preoccupato della lentezza del meccanismo:
“Speriamo che non faccia come al Pianarella. – pensò tra sé e sé – Quella volta mi sono fatto tutto l’avvicinamento e poi non ho potuto arrampicare, perché era caduta la linea: il terminale non funzionava!”

Ma adesso funzionava e sul video apparve il messaggio: “Digitare il codice personale, facendo attenzione a non essere osservati da altre persone.”

Rodolfo pigiò i tasti del suo codice CLIMBOMAT e il terminale iniziò ad elaborare, macinando le informazioni.

Apparve in linea l’autorizzazione per arrampicare, secondo la prenotazione effettuata addirittura nell’inverno precedente. Ma lo schermo avvertì che i due amici non potevano rimanere sulla via per più di tre ore, perché altre cordate avevano prenotato per quella stessa giornata.

Soddisfatto che non ci fossero casini nelle procedure informatiche, Rodolfo ritornò dall’amico, che nel frattempo stava preparando il materiale.

“Tutto OK?” si informò Luciano.
“Sì, per fortuna è tutto a posto, non come a Pianarella.”

“Quest’anno me ne hanno tirato un altro, di bidone. – continuò di rimando Luciano – Avevo prenotato l’integrale alla Peuterey, con pernottamento al bivacco Craveri. Allora arriviamo al bivacco, dopo il primo giorno di corsa, tu sai che bisogna correre per arrivare a quel bivacco in un solo giorno, e scopriamo che il terminale CLIMBOMAT per il freddo si è gelato e non legge le nostre tessere, per cui la porta di quella fottutissima scatola di metallo non si è aperta e abbiamo dovuto dormire fuori!”

“E poi com’è andata a finire?” ridacchiò sarcastico Rodolfo.
“E’ finita che nella notte si è scatenata la bufera. Una cosa mai vista, da non credere: tuoni, fulmini, le piccozze che friggevano, ziofà!”
“Come ve la siete cavata?” Rodolfo era sempre più divertito.
“Siamo sopravvissuti, in un modo o nell’altro. Ma quel terminale l’avrei distrutto a piccozzate!”

Mentre si agganciava l’imbragatura, Luciano riprese:
“E non è finita qui! Al mattino successivo ci siamo calati nel canale e siamo scesi sul ghiacciaio del Freney. Siccome non avevamo prenotato la risalita al Colle dell’Innominata, il terminale alla base non voleva lasciarci passare!”
“E allora?” sghignazzò Rodolfo infilando nei lunghi piedi ossuti delle scarpette d’arrampicata rosa fluò.
“Siamo saliti lo stesso, ma ci siamo beccati due week end di squalifica!”
“Non se ne può più di questo Paese! – concluse Rodolfo – Non funziona neppure il CLIMBOMAT!”

Ma adesso avevano il loro lasciapassare telematico ed attaccò ad arrampicare Rodolfo, come avevano dichiarato nella prenotazione. Salì veloce e leggero nel diedrino iniziale, volteggiò oltre uno spigoletto, si mosse plasticamente sulla placca liscia e, in poco tempo, raggiunse la sosta. Si assicurò e chiamò l’amico.

Luciano, non meno allenato nonostante la squalifica di due week end, raggiunse ben presto la sosta.

“Ne sai un’altra che mi ha combinato il CLIMBOMAT?” sbuffò autoassicurandosi.
“Che ti hanno fatto ancora, por ninin?” ghignò Rodolfo con gli occhi furbetti.
“Sul mio curriculum personale hanno registrato che ho impiegato sette ore per salire la Bettembourg, mentre io l’ho fatta in meno di tre ore, partendo in giornata da casa!”
“E allora?!? A me hanno scritto che su Rankxerox ho tirato su otto chiodi e invece io non ne ho toccato nemmeno uno!!!” protestò acidulo Rodolfo.
“Anzi, già che ci sono, dò una controllatina.” disse Luciano sfilando dalla tasca la tessera. La inserì nella solita fessura, tanto ogni sosta ne ha una, a fianco degli spit.

Si alzò il pannello e apparve lo schermo blu cobalto, con la solita scritta: “Operazione in corso. Si prega di attendere.”

Al nuovo comando, Luciano digitò il suo codice personale, premette il tasto per l’opzione “Curriculum” e, in seguito, quello dell’altro tasto “Stagione in corso”. Il terminale gracchiò come al solito e poi iniziò a snocciolare l’attività svolta nei mesi precedenti: data, salita, tempo impiegato, compagni di cordata, stato di forma alpinistica, peso dello zaino, stile d’arrampicata, varie ed eventuali.

“Bastardi!” esclamò Luciano.
“Che ti è successo?”
“Hanno scritto che alla cresta di Tronchey ho usato le scarpette!!!”
“E allora?”
“Ma io l’ho fatta in scarponi!”
“Bella ciulata! Se lo scoprono alla Direzione Didattica Centrale ti sospendono come istruttore per almeno due mesi!”

Luciano aveva una faccia proprio delusa e, per buttarsi le preoccupazioni dietro le spalle, iniziò ad arrampicare da primo.

Tre metri sopra la sosta si fermò ed esclamò:
“Bisognerebbe bruciarle, ‘ste tessere CLIMBOMAT!”

Arrivato a sua volta alla sosta superiore, Rodolfo si rivolse a Luciano:
“Potresti sempre fare come Duilio!”
“Chèèèèèèèèè?”
“Ma sì, quel pazzo che si è rintanato in una caverna di ghiaccio…”
“E che fa nella caverna?”
“Fa l’eremita e passa il tempo a leggere i classici latini in lingua originale.” Precisò Rodolfo.
“E io, ziofà, dovrei leggere i classici latini?!?” sbottò Luciano.
“Ma no, non intendevo questo. Duilio ha dichiarato guerra al CLIMBOMAT ed ha bruciato il suo curriculum. In più si aggira sulle vie e, se becca uno con la tessera, gli taglia la corda e lo fa precipitare!” sghignazzò Rodolfo.
“E dove sta, ‘sto pazzo?”
“Nessuno la sa bene: un po’ qua, un po’ là. Cambia spesso per non farsi trovare dagli uomini della sorveglianza.” concluse Rodolfo e partì per il suo turno di arrampicata da primo.

Era nel gran diedro che determina la linea principale della salita: bel fessurone sul fondo, facce laterali a novanta gradi, gambe in ampia spaccata. Non c’erano problemi per Rodolfo, che infatti saliva veloce, divorando i passaggi. Non esisteva neppure il problema della fessura di fondo, sempre ben asciutta. Vista la considerevole affluenza su quell’itinerario, il Comitato Centrale Supremo aveva autorizzato l’installazione di alcune resistenze elettriche, che asciugavano in breve tempo i bordi della fessura.

Il diedro è tappato da uno strapiombo, che occlude la vista in alto.

Quando Rodolfo raggiunse il tettino, Luciano, alla sosta sotto, pensava ancora ai suoi guai meccanografici. Rodolfo si soffiò sulle dita, per togliere la magnesite in eccesso, e lanciò le braccia oltre lo strapiombo. Si alzò, allargò le esili gambe e si assestò in spaccata. Infine sbucò con la testa oltre lo strapiombo.

Un urlo agghiacciante ruppe il silenzio della vallata. Sul terrazzino superiore uno strano individuo attendeva l’ignaro Rodolfo. Un tipo felino, con corti capelli neri ed occhi saettanti. Impugnava una piccozza vecchio tipo, quelle con il manico di legno e, quando la testa di Rodolfo apparve dal tettino, gli si avventò contro urlando forsennatamente. Iniziò a roteare il braccio in cui brandiva la piccozza, che si trasformava così in una temibile ascia di guerra.

Rodolfo ebbe appena il tempo di gridare: “Duiiiiliiiiooooooo!!!!”

La colluttazione fu breve ed intensa. Duilio, con la becca di acciaio temperato, tranciò la corda d’arrampicata. Rodolfo tentò di aggrapparsi ai minuti appigli dello strapiombo, ma la violenza dell’attacco ebbe il sopravvento.

Rodolfo precipitò e finì nella lingua terminale del ghiacciaio. Un crepaccio, aperto come un’immensa bocca di squalo, se lo inghiottì. Nell’impatto volarono qua e là i rimasugli di Rodolfo: l’imbragatura, qualche moschettone, il sacchetto di magnesite.

Luciano era bloccato alla sosta. Con i mozziconi di corda che gli erano rimasti, cercò di attrezzare in fretta e furia una doppia per scendere.

Ma Duilio fu più veloce: con la piccozza fra i denti, scese disarrampicando lungo il diedro. Quando fu pochi metri sopra Luciano, gli si avventò addosso con impeto.

Luciano si difese con una certa efficacia: un po’ perché non era stato colto di sorpresa, come invece Rodolfo, un po’ perché era davvero un osso duro. Afferrò un grosso nut eccentrico dalla sua imbragatura ed iniziò a pestarlo sulla testa di Duilio.

Scombussolato per l’inattesa resistenza, Duilio retrocedette e si arroccò su di un minuscolo terrazzino. Con la piccozza in una mano e gli occhi iniettati di sangue, ringhiava come una belva in agguato.

Luciano si costruì velocemente una specie di fionda, legando un cordino fra due nut e tenendo le estremità dei loro cavetti d’acciaio in mano. Prese un moschettone e, usando la rudimentale fionda, lo scagliò contro il nemico: “Prendi questo, bastardo!”

Duilio lo parò usando la piccozza come una mazza da baseball, ma Luciano iniziò un bombardamento a raffica e riuscì a scombussolare l’avversario. Nel frattempo tentava di attrezzare la doppia per calarsi.

Duilio si accorse che non poteva lasciarselo scappare e tornò alla carica. Urlando come un ossesso, assestò un paio di piccozzate sulla testa di Luciano.

Pur grondando sangue, Luciano rimase spavaldo: “Credi di farmi paura, vecchio pazzo??? Ne ho massacrati di molto peggio!!!”

In effetti si difendeva con coraggio ed efficacia: usando il gavanut riuscì a ferire ripetutamente l’altro. Tuttavia Duilio gli era addosso e i due si rotolarono sul terrazzino della sosta. Una delle tante piccozzate squarciò la corda che legava Luciano agli spit.

“Se becco quell’incosciente che, sulla tessera CAI, ha decantato la lotta con l’Alpe…” pensò Luciano impegnato a respingere i morsi dell’altro.

Nonostante tutto, Luciano resisteva, attaccato con le unghie alle asperità della roccia. Duilio, accovacciato sopra il suo avversario, gli bloccò la testa e per un attimo sembrò rinsavire: “Rinuncia al CLIMBOMAT e ti lascio andare!!!” urlava trafelato.

Luciano non rispose.

“Rinnega il tuo curriculum di salite e ti lascio vivere in pace!!!”

Luciano scosse la testa e digrignò i denti.

“Rimangiati le banfate e ti permetterò di arrampicare ancora, ma solo sul terzo grado!!!!!”

Un’altra risposta silenziosa e negativa.

“Allora l’hai voluto tu!!!” urlò Duilio a squarciagola e tentò di rovesciare l’altro verso l’abisso.

Ma Luciano aveva ancora un’arma segreta e, a quel punto, la giocò. Sfilò dal taschino la tessera CLIMBOMAT e con forza la introdusse nella bocca di Duilio. Questi si bloccò di colpo, poi i denti iniziarono a macinare la tessera magnetica.

Gli occhi si misero a girare vorticosamente, le pupille roteando si trasformarono in palle gialle e verdi. Del fumo uscì dalle orecchie di Duilio e il suo corpo rispondeva soltanto a scosse ritmiche, specie di convulsioni meccanografiche.

Mollò la presa e Luciano riuscì a liberarsi. Duilio era soltanto più un mucchio di ossa in cortocircuito. Il suo spirito ribelle era stato completamente annientato.

Con una semplice spinta, Luciano lo fece precipitare. Il corpo di Duilio finì nello stesso crepaccio, sempre famelico.

Mentre precipitava, la tessera CLIMBOMAT uscì dalla sua bocca e si mise a volteggiare nell’aria per conto suo. Simile ad una foglia morta, si depositò leggiadramente alla base della parete.

Poco dopo, dalle doppie scese Luciano. Raccolse la tessera e la inserì nell’apposita fessura. Apparve lo schermo blu cobalto. Al comando Luciano digitò il codice personale. Tra le opzioni scelte “Varie ed eventuali”.

Sullo schermo intonso scrisse: “Missione compiuta. Eliminato pericoloso terrorista. Persa anche vittima ignara.” Poi concluse il collegamento.

Apri il baule della sua auto. Alzò completamente lo sportello e guardò il lato interno.

Con un vecchio chiodo da ghiaccio, di quelli a cavatappo, aggiunse un’altra crocetta alla lunga file che già c’era.

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