Il senso dei mongoli per i cavalli

di Andrea Colbacchini, pubblicato su Altitudini in data 25 gennaio 2020

«Nel 1924 sono entrati i sovietici, ci hanno liberato dai cinesi, hanno distrutto i monasteri e hanno ucciso trentamila monaci. Ma è stato necessario. E’ stato grazie a questo sacrificio che lo strapotere dei monaci ha avuto fine e, con esso, il nostro medioevo.»

«Scusa, vivete in tende, vi spostate ogni tre mesi, cacate in grosse buche nel terreno, allevate animali e passate la maggior parte del tempo a guardare le vostre bestie e a cercare di sopravvivere. Esattamente dove trovi finito il vostro medioevo?»
«Beh, adesso abbiamo le moto e le macchine; a Ulan Bator sono quasi tutte elettriche.»

In Mongolia mia moglie ed io abbiamo trascorso diciassette giorni muovendoci su un grosso fuoristrada guidato da Turù, ascoltando con interesse quello che Biambà ci raccontava rispetto gli usi e costumi del posto e insegnandoci la storia locale.
Abbiamo mangiato pecora e capra (non agnello e capretto) cinquantuno volte, abbiamo dormito in tende costruite in mezzo al mare d’erba, abbiamo guadato fiumi, siamo finiti fuori strada, abbiamo visto rettili, mammiferi e uccelli quanti mai prima in vita, abbiamo parlato coi lama dei monasteri, abbiamo girato attorno agli ovoo e abbiamo capito perché anche i cani là son coperti di kashmir.

Alla sera, con le nostre guide giocavamo ad “ossa”, un gioco tradizionale che si fa lanciando sul tavolo le ossa dei calcagni delle bestie macellate. Si fanno punti a seconda della posizione in cui cade l’osso. A “ossa” ci giocava pure Chinggis Khaan 800 anni fa. I mongoli ci giocano ogni sera con l’entusiasmo che credo ci mettesse il tipo che il gioco lo inventò per far qualcosa mentre fuori dalla sua ger la temperatura cadeva a meno quaranta gradi sottozero.

Cavalli nella vita di tutti i giorni in Mongolia. Foto: Andrea Colbacchini.

In Mongolia il nero non esiste, sono neri solo i fuoristrada
Uno dei colori più rappresentativi di quella terra è il bianco; simboleggia il latte, quindi il nutrimento, tanto per le persone che per gli animali. Quando entri in una ger ti offrono latte di cavalla fermentato, quando te ne vai da una ger la signora di casa sparge del latte dietro di te perché il viaggio vada bene. Le yurta stesse sono bianche, ma se chiedi loro se è perché è il colore del nutrimento e del legame familiare ti dicono: “No. É perché sono bianche”.
In Mongolia il nero non esiste, sono neri solo i fuoristrada, e nemmeno tutti. Gli altri colori indispensabili per i mongoli sono il verde dell’erba, la terra e quindi la madre; il blu del cielo, il padre; il giallo, il legame tra maestri e discepoli, e infine il rosso che rappresenta la forza e la lotta.

Lo sguardo del viaggiatore rimbalza di continuo tra l’assai vicino, il lontano e l’incredibilmente lontano. È strano guardare sotto i propri piedi e trovare un frammento di fluorite, alzare lo sguardo e trovarsi davanti una pecora, guardare dietro la pecora e vedere un deserto di terra rossa, aguzzare la vista e scorgere piccole tende in lontananza, andare poi ancora oltre e capire che il deserto arriva anche in fondo là e poi ancora.
«Ma è deserto anche quello là in fondo in fondo?»
«Eh, acqua non può essere, sicuro.»

Oggi come un tempo il cavallo rimane indispensabile
L’allevamento è la risorsa primaria della popolazione che vive fuori dagli agglomerati urbani del Paese. Le specie allevate sono cinque: cammelli, vacche (o yak), capre e pecore ma tra tutti sono i cavalli a rivestire l’importanza preminente.
Storicamente il cavallo era il sistema di locomozione primario, quello che permise all’impero mongolo di espandersi fino a lambire i confini d’Europa tra il XIII e il XIV secolo. Per i trasporti oggi viene adoperato meno, tanto che non capita raramente di vedere pastori che radunano le loro greggi girandoci attorno con le moto, se non addirittura con le automobili.
Oggi come allora il cavallo rimane indispensabile. Con le criniere, che vengono tagliate corte come fossero dei mullet, ad esempio, si fanno le corde che servono per fissare tra loro le strutture lignee delle ger.

Al mattino gli allevatori di cavalli prendono i puledri che hanno passato la notte rinchiusi nel recinto con le madri e li legano a terra. Le cavalle spontaneamente seguono il loro piccolo e vi si mettono a fianco dando la possibilità alla donna di casa di procedere con la mungitura. Facendo fermentare il latte di cavalla in grossi contenitori di plastica messi al sole si produce l’airag, una sostanza vagamente alcolica dal sapore molto acido che viene bevuta in gran quantità da tutti, bambini compresi, e offerta agli ospiti. L’airag è la principale bevanda della buona accoglienza in tutto il territorio. Va detto che gli unici in grado di ubriacarsi d’airag sono i mongoli stessi. Un occidentale supererebbe la dose letale molto prima di sentire qualche effetto di stordimento.
L’accoglienza per i mongoli è fondamentale. Nessuna ger è mai chiusa dall’interno, chiunque deve poter entrare nella tenda degli altri quando ne ha necessità perché, fuori dalla yurta, c’è il deserto e il gelo.

Cavalli in Mongolia. Foto: Andrea Colbacchini.

Un passaggio per vedere la corsa dei cavalli
I bambini imparano a cavalcare prima di imparare a camminare. Nel periodo estivo, quando lasciano i centri abitati dove vanno a scuola per tornare con in genitori in campagna, i ragazzini danno una mano in casa e custodiscono gli animali. Quelli che incontriamo sulla nostra strada non sappiamo da dove siano venuti, oltre a loro e alle loro pecore non abbiamo visto anima viva per chilometri. Salvo poi incontrare un mongolo che, arrivato chissà da dove, chiedeva un passaggio per andare a vedere una corsa di cavalli a Karakorum. Prima però l’autostoppista ha insistito perché passassimo alla ger del fratello che era per strada, per offrirci dell’airag in cambio del favore.

«Volete provare a mungere?» ci chiede la padrona di casa, cognata dell’autostoppista. «Certo!» rispondo entusiasta. «Bene!» fa lei prendendo mia moglie per mano e portandola fuori.
Guardo perplesso la nostra guida: «Qui in Mongolia sono le donne a mungere, quindi adesso la signora le insegnerà come fare.» L’autostoppista prende uno sgabello e lo mette fuori dal recinto delle bestie, poi si fa dare una mano dal nostro autista per trascinare fuori una vacca, le lega le zampe anteriori e fa segno a Noemi di sedersi. «Andrea… ma io non voglio!»

Spiderman è il vincitore
Risaliti sul fuoristrada e arrivati a Karakorum raggiungiamo la corse di cavalli che si svolge appena fuori città. Il nostro passeggero scende, ringrazia e scompare tra la folla fatta di giovani e adulti di ogni età. É sabato e pare che tutta la cittadina sia in mezzo a questo prato per vedere la gara. Le signore sono tutte imbellettate e camminano sui tacchi in mezzo al fango dando l’impressione d’averlo sempre fatto. Gruppi di persone si assiepano attorno ai camioncini per il trasporto dei cavalli e parlano col proprietario che indica il percorso. Ragazzini in divisa scolastica scoppiano mortaretti e mangiano dolci, anche se poi penso che in Mongolia dolce o salato non faccia differenza, quindi chissà cosa stavano mangiando.

Capiamo che in realtà la gara è già finita. Quello che vediamo non sono che le vestigia di un evento mondano dalla grande partecipazione. L’impressione è che tutti fossero lì per vedere correre il loro cavallo, quello su cui avevano scommesso tutto. Turù, il nostro autista, decide di portarci all’arrivo e tra una derapata e una slittata nel fango ci avviciniamo alle colline.
Io e Noemi restiamo increduli quando vediamo i concorrenti premiati da poco. Tutti bimbetti. La nostra guida abbassa il finestrino e si fa indicare chi avesse vinto. Raggiungiamo un gruppetto di ragazzini tra cui c’è uno Spiderman, il vincitore. Turù e Biambà parlano coi ragazzi facendosi prendere da un forte entusiasmo. Il vincitore ha cinque anni, il secondo classificato ne ha sette e la ragazza arrivata terza ne ha nove.

Spiderman, il vincitore. Foto: Andrea Colbacchini.

La Mongolia è strana
Non era una competizione per ragazzini. Quella era la competizione. La gara per cui il nostro autostoppista s’era fatto non saprei dire quanti chilometri in mezzo al niente.
«I cavalli vanno più veloci quando li cavalcano i ragazzini» ci dice Biambà.
Con il cavallo, senza sella, si corrono le gare, le si vincono e si acquista prestigio sociale. Peccato essersi persi la gara, chissà che foto sarebbero uscite a immortalare questo grumo di bimbetti che cavalcano all’impazzata, senza sella, sul mare d’erba.

La Mongolia è strana. Io, che di lavoro viaggio con le telecamere a far domande alla gente, non l’ho capita. E sì che di domande ne ho fatte parecchie. Non ho capito se siano terribilmente fragili o terribilmente forti. Non so se bastano quattro cinesi con dieci valige piene di soldi a comprarsela tutta o se i mongoli siano gli unici, nel mondo, ad avere qualche possibilità di sopravvivere alla fine imminente di questo mondo.

 

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