Slovenia-2

di Lucia Dell’Aira, pubblicato su Ecochange in data 23 giugno 2020

La seconda parte del racconto, qui la prima.

La selvaggia valle dove ci troviamo un tempo appariva diversa da ora: al posto dei paesaggi brulli e rocciosi, si stendevano giardini rigogliosi dove Zlatorog, un camoscio dalle corna d’oro, amava scorrazzare in compagnia delle fate benevole. La leggenda vuole che sotto il monte Bogatin e protetto da un serpente da molte teste si trovasse l’oro di Zlatorog. Nella vicina valle del Soca, uno dei pretendenti della figlia di un locandiere si mise alla ricerca di questo tesoro, pur di avere la mano dell’innamorata. Tra i boschi del Triglav, l’uomo intravide Zlatorog, prese la mira e gli sparò. Il camoscio rimase ferito, il suo sangue cadde sulla neve e dalla goccia scura sul manto bianco spuntò una rosa guaritrice, che permise a Zlatorog di guarire e fuggire. Ad ogni passo sbocciava una rosa, la valle pareva un incanto, che durò però ben poco. Il camoscio, infuriato per l’accaduto, devastò tutto ciò che incontrava, riducendo la valle ad un ammasso di nuda pietra. Si narra che la valle fu abbandonata da Zlatorog e dalle fate e lasciata in mano agli uomini. Una leggenda che racchiude forti ideali romantici e nazionalisti, ma che sembra più una premonizione. A cosa porta la cupidigia degli uomini? Alla distruzione del giardino incantato, nella leggenda, ed alla distruzione del nostro pianeta, nella vita reale. Se la leggenda rimane tale scritta su un libro o tramandata via voce, non ci si può tappare gli occhi o le orecchie di fronte alla nuova era in cui ci troviamo. Siamo sicuri che un mondo “a misura d’uomo” – espressione in frequente (ab)uso – sia il metro di paragone corretto? Prima di ripartire alla volta del Triglav, ci godiamo gli ultimi istanti del giorno in riva ad un torrente, seduti sulle seggioline da campeggio e un libro; siamo soli, ma abbiamo la sensazione di avere tutto.

Torrente. Foto: Lucia Dell’Aira.

Passiamo la serata prima della grande avventura in un locale sloveno tipico e pianifichiamo il percorso da seguire davanti ad una birra Lasko. Forse è proprio sotto l’effetto di questa che siamo spinti a scegliere quello che si rivelerà l’itinerario più lungo e faticoso per la nostra ascesa del giorno successivo. A pancia piena, dopo esserci lavati i denti nel locale in un abile alternarsi al tavolo in attesa del conto, ci rimettiamo in moto per raggiungere Rudno Polje, località da cui partiremo per raggiungere la cima più alta della Slovenia. Ci infiliamo nei rispettivi sacchi a pelo, tiriamo giù i sedili e proviamo ad addormentarci. L’eccitazione è alle stelle, le stesse stelle che ci faranno da tetto per la notte. Sembrano gocce di rugiada incastonate in un telone di un blu intenso. Fantastichiamo sulla leggenda di Zlatorog, Paolo prova ad inventarne il seguito e io sto ad ascoltarlo incantata; lo guardo, è imbacuccato fino agli occhi, nonostante sia settembre l’aria è fresca, percepisco l’attesa della scoperta vibrare nell’abitacolo della macchina. Alle 6:00 di mattina, intorpiditi, ci svegliamo e ci prepariamo. Si parte. Entriamo nel primo tratto di bosco e da quel momento in avanti non smettiamo mai di camminare, camminare, camminare fino alla cima. Il paesaggio è incredibile, si alternano momenti di bosco fitto, a vallate ampie dove si incanala il vento.

Il Triglavski Dom visto dall’alto. Foto: Lucia Dell’Aira.

La giornata è stupenda, il sole risplende come un mango maturo in cielo e le sporadiche nuvole hanno vita breve. Non saprei dire quante tonalità di verde si rincorrono e si arrampicano sulle rocce di un grigio quasi argentato. Arriviamo al primo rifugio, il Vodnikov dom, che mette a disposizione dei letti per dormire e per dividere la salita in due giorni. Non si incontrano particolari difficoltà alpinistiche, per arrivare all’ultimo tratto che porta alla cima, circa 300 metri di dislivello di ferrata, basta solo la costanza. Arrivati alla base, ci prepariamo per raggiungere la cima del Tricorno, finora vista solo sullo stemma della Slovenia. L’arrivo è indescrivibile: dall’alto riusciamo ad intravedere il mare Adriatico e le Caravanche, una catena montuosa al confine tra Austria e Slovenia. Come in una panoramica, possiamo girare lo sguardo a trecentosessanta gradi intorno ad un perno immaginario sulla Aljaž Torre e lo sguardo troverebbe sempre un punto in cui posarsi.

Torre Aljaž, in cima al Triglav. Foto: Lucia Dell’Aira.

Il percorso di rientro ci suscita delle emozioni differenti rispetto all’andata: è pur sempre bellissimo, ma pare più lungo. Infinito, in alcuni tratti. Vediamo tutte le sfumature del sole alternarsi in un giorno, dall’alba al tramonto e oltre. La giornata è stata magica. Non abbiamo avuto bisogno di altro se non di noi stessi e di quello che poteva offrirci la natura, un dono che noi ci siamo meritati.

Trascorriamo l’ultima parte del nostro viaggio in un campeggio (Bovec camping) nella zona tra il lago di Bled e il lago di Bohinj, rimanendo sempre nel parco nazionale del Tricorno. Una mattina noleggiamo una canoa per arrivare fino alla piccola isola che pare appoggiata sulla superficie del lago di Bled, su cui sorge la Chiesa di Santa Maria Assunta, risalente al quindicesimo secolo. Nella torre della chiesa, alta una cinquantina di metri, si trova la campana dei desideri che, tradizione vuole, li avveri se suonata. Mentre la canoa fluttua leggera sull’acqua, penso che non salirei mai quei gradini per andare a suonarla. Un po’ per pigrizia, un po’ perché, in fondo, sono convinta che siamo noi gli unici artefici dei nostri desideri. Nella zona ci sono un paio di falesie molto belle, Bohinjska Bela e Kuplijenik, che a tratti ci ricordano le nostre falesie “di casa”, sia per la tipologia di roccia che per la conformità dei muri.

Lago di Bled. Foto: Lucia Dell’Aira.

Gli ultimi due giorni della vacanza migriamo verso sud e arriviamo a Lubiana. Capitale della Slovenia dal 1991, a seguito dell’indipendenza dalla Jugoslavia, è una città verde, pulita e moderna. Semplicemente, ha tutte le caratteristiche per essere un modello per il resto d’Europa per quanto riguarda lo sviluppo sostenibile. Nella seconda metà dello scorso decennio, il centro storico è stato pedonalizzato, sono stati introdotti autobus ecologici, le piste ciclabili sono state sviluppate e così molti parchi aperti. L’ambizione del progetto “piano Vision 2025” le ha fatto guadagnare il titolo di capitale verde europea per il 2016. Questo preambolo, che ad alcuni potrà sembrare noioso, vuole comunicare, tra le altre cose, che non servono sacrifici per condurre una vita sostenibile. Lubiana è una città viva, moderna, culturalmente attiva; ci sono mercati, piazze, locali con tavolini lungo il fiume. La gente ride, scherza, lavora: in una parola, vive. La differenza rispetto a tante altre città è che questa, unendo le forze di ciascun singolo abitante e del governo cittadino, fa il possibile per non gravare eccessivamente sulla Terra. Per riprendere la filosofia dei nomadi, una carovana pesa meno di un palazzo, ma non sarebbe bello se riuscissimo, tutti insieme, a far sì che palazzi e carovane potessero convivere?

 

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