Tornare con le proprie gambe

di Francesco Filippone

Presunzione, stupidità o follia. Cos’è che spinge una persona supposta sana di mente a compiere ascensioni solitarie in montagna? Mah, difficile è per me rispondere soprattutto alla luce dei fatti che in seguito racconterò, lascio a voi il giudizio.

Venerdì 16 luglio 2004. Sono a Terme di Valdieri in Valle Gesso, ho parcheggiato la moto e mi avvio lungo il sentiero che in due orette mi condurrà al bivacco Varrone a 2200 m.
Sono le 16.30, è presto, il bivacco è deserto: leggo, sento un po’ di musica, preparo la cena. Le nuvole rumoreggiano sopra il gruppo dell’Asta e hanno ormai avvolto ogni cosa. Sono al cospetto della severa parete nord-est del Corno Stella, ma questa volta i miei occhi sono per il Canalone di Lourousa. Novecento metri, uno scivolo di neve stupendo anche se in fotografia rende molto meglio.

Canalone di Lourousa

Non so bene come sono arrivato qui, alcune circostanze però hanno fatto in modo che tentassi da solo questa salita. Stamani a casa ero svogliato, non avevo nemmeno preparato lo zaino ma per scrupolo ho fatto una telefonata in valle. Tempo bello e canale in condizioni: vado.
Questa salita l’avrei dovuta fare con il mio socio Alle, ma purtroppo come spesso accade impegni improrogabili lo hanno incatenato alla spiaggia.
E’ strano e molto curioso fare delle ascensioni in solitaria. A me sicuramente non piace. E’ un viaggio troppo introspettivo in cui la mente è messa a dura prova. Ieri distrattamente osservavo Piazza della Vittoria e mi ritornavano malinconicamente in mente le parole di Gervasutti prima della sua ascensione al Cervino. Egoismo, presunzione o solo un modo per farsi forza.
Fatto certo è che forse a certe cose non ci si riesce a sottrarre. Penso sarebbe stato più difficile rimanere a casa che salire sino a qui. Certo avrei potuto fare una lunga camminata su comodi sentieri, ma purtroppo uno strano sentimento, una recondita pazzia mi ha fatto scegliere questa salita. Sinceramente ho timore di questa ascensione anche se penso di essere sia fisicamente che tecnicamente all’altezza, ma la mente è costretta a sforzi enormi per poter accettare questa decisione. Quando sei lì dove volevi essere, sotto lo sguardo attento delle pareti che sogni, ciò che fa la differenza è il tuo pensiero, è una bella prova di forza ma a volte il gioco non vale la candela.

Salendo il Canalone di Lourousa

Sabato 17 luglio (esattamente sedici anni fa). Anche questa volta, purtroppo, l’orologio fa il suo dovere e suona puntualmente alle 04.15. Mi alzo, esco dal bivacco e mi trovo dinanzi una volta ricoperta di stelle: una stella cadente mi strappa un sorriso e mi regala un desiderio.
Mi preparo e per le 05.00 inizio a risalire la morena che adduce al meraviglioso scivolo. Calzo i ramponi. Progredisco bene, la neve è buona, dura anche se a tratti. L’alba sulla parete nord-est del Corno Stella è veramente stupenda. Giunto a due terzi di salita le pendenze aumentano un po’, tiro fuori dallo zaino il secondo attrezzo e continuo a salire con passo costante e sicuro. Sono un po’ stanco della monotonia dei movimenti, ma vedo l’uscita, il mio ritmo è regolare il pendio è splendido. Provo una sensazione di piacere nel vedere in mezzo alle mie gambe i pezzi di neve che rotolano giù ottocento metri più in basso sino alla morena. Il luogo è incantevole sono eccitato e contento. L’ultimo strappo lo salgo godendo ogni movimento. Ecco ancora qualche passo e sono fuori! Un urlo mi esce dalla bocca per scaricare la tensione, mi libero dell’attrezzatura, bevo, mangio qualcosa, mi rilasso e mi godo il panorama.

Il Corno Stella come appare all’alba salendo il Canalone di Lourousa

Provo dispiacere nell’essere solo a gioire, mi avrebbe fatto piacere se Alle fosse stato con me. Penso di scendere verso l’altopiano del Baus, ma la cima della Punta Stella mi attrae. La cresta che parte dal colletto Coolidge mi sembra facile, decido di salire.
Percorro la cresta scegliendo i passaggi più semplici sino a circa 10 metri dalla vetta. Mi trovo dinanzi un muretto di due metri solcato da una larga fessura sulla sinistra. La fessura è netta, priva di appigli, valuto e affronto il passaggio. Sfrutto buoni appigli per la mano destra, mentre con la sinistra afferro il bordo della fessura. Salgo con i piedi sino a poggiare il ginocchio sinistro nella fessura. Carico il peso su di esso per portare in alto il piede destro. Sono fuori penso, ma il ginocchio non esce. Provo a disincastrarlo ma invano. Nel momento in cui l’ho caricato la rotula si è incastrata nella fessura spingendosi all’interno di essa, non riesco a muovermi. La situazione è imbarazzante, provo ancora nulla. Mi rendo conto del problema, sono bloccato a circa 3250 m e senza l’aiuto di qualcuno dubito di uscire.
Quando ero al colletto Coolidge avevo notato tre alpinisti che salivano lungo la via normale alla cima nord dell’Argentera. Mi volto, li cerco con lo sguardo, richiamo la loro attenzione. Li vedo distintamente in vetta, comunichiamo. Gli spiego la situazione, loro mi dicono che sarebbero scesi al rifugio e da lì avrebbero allertato i soccorsi. Mi tranquillizzo un po’. Li vedo scendere, poi attraversare il Baus; quindi svaniscono alla mia vista.

Sono le 9.30, è già più di un’ora che sono attaccato alla roccia come un salame al fresco in una cantina. Le ore che seguono l’arrivo dei soccorsi sono lunghe, le trascorro tentando di liberarmi, dormicchiando, mangiando qualcosa, ma soprattutto osservando le nuvole. La paura più grossa è quella che un peggioramento delle condizioni meteorologiche possa pregiudicare l’arrivo dell’elicottero.

Salendo il Canalone di Lourousa

Alle 12.30 circa una crisi mi giunge all’improvviso, comincio a immaginare di dovermela cavare da solo. Prendo il coltellino che portavo con me e usandolo come punteruolo cerco di scalfire invano la roccia. Verso le 13.00 sento il rumore delle pale di un elicottero, è vicino ho un sussulto di gioia. Lo vedo salire, sembra una balena, è un Agusta 412, ma leggiadro come una piuma viene sopra di me e deposita al mio fianco un soccorritore.
Questi viene verso di me, osserva la situazione e comincia ad organizzare il soccorso. Si chiama Remo, avrà circa 45/50 anni, un bel sorriso. A breve si rende conto della situazione e si fa portare dell’attrezzatura, una mazzetta e una punta da muratore. Nel frattempo arriva anche un altro soccorritore del Soccorso Alpino, Marcello, più giovane di Remo, ma alquanto determinato. I due cominciano a rompere la roccia intorno alla mia gamba che nel frattempo si è ulteriormente incastrata in quanto ormai il peso del mio corpo gravava solo su di essa. Indomiti, picchiano come forsennati per circa due ore liberandomi parte del polpaccio, ma il lavoro è ancora duro. Cerco di aiutarli ogni tanto impugno mazzetta e scalpello, non è certo il mio lavoro ma l’adrenalina fa miracoli. L’atmosfera è comunque rilassata, scherziamo, la loro presenza mi ha tranquillizzato molto. Sono uomini a loro agio su questa cresta, avranno già effettuato molti soccorsi e non si tirano certo indietro nel demolire a mano questa fessura. Ma lo stallo della situazione è evidente. La centrale del soccorso alpino aveva allertato una squadra di disgaggiatori di Torino specializzati nel soccorso speleologico. Verso le 15.30 l’elicottero torna a farci visita: con una manovra incredibile Ivan, il pilota, buca le nubi, si posiziona sopra di noi, mentre Michele, il tecnico di bordo, scarica sulla cresta due ragazzi e una ragazza con molto materiale al seguito.
Sono Deborah Alterisio, Riccardo Dondana e Franco Cuccu, i volontari del soccorso speleo, strappati alle loro case e catapultati su una cresta di roccia a 3200 metri di altezza.
La loro comparsa è buffa, è inusuale vedere in montagna qualcuno che indossi un casco con una lampada ad acetilene. Noto subito che non è il loro ambiente, Deborah mi dirà poi che era la prima volta che saliva su un elicottero…
Giunto sul posto Fof (Franco Cuccu) valuta la situazione e decide rapidamente sul da farsi. Il suo modo di fare è deciso e sicuro, ciò mi infonde buone speranze. Con il trapano a batteria Fof fora la roccia e si prepara a sistemare due micro-cariche esplosive con l’intento di fratturare la roccia. Donda (Riccardo Dondana) sistema due cuscini “vetter”: questi, gonfiati con aria in pressione, saranno la protezione alla mia gamba contro un eventuale spostamento della roccia dovuto alla detonazione. Tutto è pronto, sono timoroso non poco, Fof si offre di starmi vicino durante lo scoppio, gradisco non poco la cosa. Protetto da uno scudo di sacchi e zaini stringo i denti. Fof comincia il conteggio al 3. Donda comanda la detonazione uno, due, tre, bum. E’ un lampo, sento il colpo, parte della roccia si è mossa millimetricamente verso di me, accuso il colpo, ma nulla di non sopportabile. L’esito dello scoppio è a dir poco sorprendente per me, non per chi è abituato a fare certi lavoretti…

Da sinistra, Monte Stella, Punta del Gelas di Lourousa e Corno Stella

La roccia si è ben fratturata, resta adesso il lavoro di scalpello per smuoverla. Fof chiede materiale, scalpelli, palanchini, Donda e Deborah si dannano per fornire in un lampo tutto ciò che chiede. Adesso Marcello, Remo e Fof insieme fratturano la roccia e per me comincia la parte più dolorosa del lavoro. Riescono a togliere un blocco di roccia delle dimensioni di un televisore a 15/16’’. Ma il polpaccio resta incastrato. E’ necessaria un’altra detonazione. Ormai abituato al gioco conto insieme a Fof e bum. L’esito non è stupendo, ma adesso Remo con il palanchino e Fof con lo scalpello riescono a far vibrare il pezzo. Ci siamo quasi ma c’è ancora da soffrire. Marcello sistema un fix sul blocco collegandolo a una braga, Donda e Deborah dall’alto pronti a tirare. La situazione è quella risolutiva. Chiedo in modo atipico uno stop per rifiatare un secondo, l’attimo dopo il blocco viene sollevato e sono libero!!! Sono le 18.00 circa. Dopo nove ore il legame che si stava consolidando tra me e lo gneiss del monte Stella è rotto.
I momenti che seguono sono indescrivibili, seguiti da incerte condizioni meteo che rallentano l’arrivo d’elicottero. Marcello nel frattempo si preoccupa di recuperare il mio materiale rimasto al Colletto Coolidge. Una schiarita e Ivan buca ancora le nebbie e giunge su di noi. In un attimo sono verricellato a bordo del velivolo insieme a Fof, poi Deborah e Donda.
Adesso è solo discesa… in pochi minuti, sorvolando cime conosciute, siamo a Terme di Valdieri. Un altro viaggio e la balena deposita a terra anche Remo e Marcello.


Stringo le mani a tutti, la mia gratitudine non può essere certo descritta. Le mie condizioni di salute sono ottime, anche se a un certo punto avevo pensato che almeno un ginocchio rotto sarebbe stato un prezzo equo. Il dottore e l’infermiera del 118, di cui purtroppo non conosco i nomi, mi visitano decretando: “deambula senza difficoltà e senza dolore. Trauma contusivo ginocchio sinistro, il paziente rifiuta il trattamento radiografico e il trasporto in ospedale“.
La balena riporta il suo equipaggio alla base, io rimango con Donda, Deborah e Fof. Ci dirigiamo verso le Terme e ho il piacere di offrire loro una meritata birra. Mi dicono che è una bella soddisfazione poter bere una birra con l’infortunato dopo l’intervento… Beh, per loro è una grande vittoria e anche la prima volta che operano in parete a 3200 m…
Oltre che ringraziare le persone che mi sono state accanto durante questa vicenda e i tre alpinisti che hanno allertato i soccorsi, posso solo dire che se passate dalle mie parti sarebbe un onore potervi offrire una buona dose di birra!
La conclusione della vicenda è che pur essendo stato nove ore bloccato in una situazione alquanto scomoda ho avuto la fortuna di trovare delle persone in gamba che mi hanno aiutato a tornare a casa con le mie gambe… Grazie.
A voi invece resta il compito di giudicare la storia secondo la vostra opinione, fatalità, incoscienza, sfortuna fate voi resta comunque una testimonianza positiva di un evento che senza la fortuna del caso sarebbe stata solo cronaca.

P.S. 2020: sono tornato sul Lourousa a luglio del 2014, sempre in solitaria e mi sono goduto la salita, che ha confermato le belle impressioni di dieci anni prima.

 

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