La chiusura del cerchio

Presentazione di La chiusura del cerchio, di Giorgio Daidola
di Alessandro Gogna

La chiusura del cerchio di Giorgio Daidola è un libro potente, un fiume in piena di ricordi recenti che s’intrecciano con un’intera vita di avventure vissute in giro per mari e per oceani, ma anche da quota zero a Ottomila. Sugli sci, Daidola si è formato in una scuola di avventura che, senza disconoscere gli obiettivi e quindi i risultati, si prefigge la perfezione del gesto, la chiusura della curva perfetta, l’agire dell’artista che sa che quando ha a disposizione elementi e materiale perfetti non può non ricercare la perfezione lui stesso. Ma quando si è in quella meravigliosa condizione si è schiavi consenzienti di un meccanismo assolutamente immutabile: quello che non ti fa mai ritenere di aver raggiunto la perfezione perché in fondo temi che, avendola afferrata e vissuta, mai ti sogneresti di ritrovarti a riseguire quegli impegnativi cammini, in perenne ricerca di quell’avventura così esteticamente piena e così totalizzante da ritenere che andare oltre sarebbe superfluo. Si ha paura di questo.

E allora ecco che, alla fine di ogni piccolo o grande exploit, ci si autoconvince che si può fare di meglio, come se il gesto della creazione artistica dovesse essere di continuo messo alla prova. Solo così quella paura rientra ai box, la si tacita e ci si rimette in cammino per un nuovo orizzonte.

Per mare è di certo uguale, Daidola non avrebbe mai ritenuto compiuta la sua parabola, il suo cerchio, se non fossero stati concomitanti due fatti enormi. La legittima gioia di una lunga traversata atlantica a vela, conclusa senza alcun incidente alla caraibica Blue Lagoon di Saint-Vincent, stava per rivelarsi la solita trappola per consenzienti: lui pensava già di portare verso nord la Zeffiraglia, verso New York, anzi verso terre ancora più fredde e più settentrionali, in Canada, dove magari concludere con la millesima escursione extra-alpina in sci, un modo per ancora una volta coniugare i suoi grandi amori, il mare e la montagna, cioè la vela e lo sci. Invece il destino gli riserva un imprevisto gigantesco: dopo la traversata atlantica si ritrova a decidere se rientrare immediatamente in Italia, perché in tutto il mondo sta dilagando la pandemia del 2020.

Questa situazione, del tutto inedita, un passaggio dall’assoluta libertà alla costrizione e alla prigionia di regole governative e responsabilità sociale, gli precipita addosso in modo tale da fargli scattare la scintilla che apparentemente sembra chiudere la sua eterna infanzia. Chiudere con le grandi avventure oceaniche, chiudere con il mare: mettere in vendita l’amata Zeffiraglia.

Daidola sa bene che la chiusura del cerchio è inevitabile, prima o poi. Si tratta di cogliere il momento giusto, e quello era il momento. Chiudere con un atto di volontà sofferto ma responsabile, quel genere di decisione che ingenera grande maturità. Walter Bonatti aveva chiuso il cerchio sulla Nord del Cervino, d’inverno e dopo una fantastica via nuova,  a soli 35 anni, quando la stampa sotto sotto per questo lo condannava. Secondo me un esempio meraviglioso di come l’amore per la vita e per la natura selvaggia abbia avuto alla fine la meglio sui desideri di gloria ulteriore e sulle banali aspettative di chi si è sempre tenuto ben lontano da quei limiti.

Dunque, questo di Daidola, impreziosito da altri ricordi di cui non aveva ancora scritto, con l’agilità richiesta a chi ha conosciuto figure umane stupende, ha amato donne meravigliose e viaggiato in luoghi così lontani da poterli confondere con i sogni, questo dicevo è il libro della maturità, quello che chiude la porta della sua trilogia marittima (erano già usciti e apprezzati Viaggio in Mediterraneo, 2013, e Dal Mediterraneo alle Azorre, 2018) ma allo stesso tempo apre la finestra su un’opera futura ancora più meravigliosa, quella in cui contemplerà e condividerà con noi la serenità raggiunta dopo tanta azione. In quel momento scoprirà di effettuare quella curva perfetta che lo riporterà all’inizio. Daidola ci ricorda  che Einstein diceva che s’invecchia quando non si hanno più sogni: vero, ma solo quando non si è riusciti a riconoscere che la nostra realtà, la vita di tutti i giorni, è un continuo sogno.

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