Lassù sulle Dolomiti di Fassa

di Ugo Ranzi

Tutto iniziò con la Marmolada
La storia ci racconta che l’alpinismo ufficialmente iniziò nel 1786 con la salita del Monte Bianco da parte di Balmat e Paccard.

Io fin da bambino sono andato in montagna, a 5 anni sono arrivato sul monte Cornetto, la cima più alta del Monte Bondone sopra Trento, l’anno dopo sono arrivato da Molveno al rifugio Pedrotti, circa 1700 metri di dislivello (non c’era ancora la seggiovia di Pradel). Però il mio alpinismo lo considero iniziato nel 1960, quando avevo 17 anni, con la salita della via normale della Marmolada. Da allora non ci sono più tornato per molti anni, solo nel 1979 sono tornato in cima per la via ferrata.

Purtroppo mi rendo colpevolmente conto di non aver mai visto la sua famosa parete sud. Ovviamente non mi sarei mai cimentato sulle vie difficilissime, però alla Bettega-Tomasson avrei potuto aspirare.

Ero in vacanza con Paolo, mio compagno di liceo, in una casa vacanze per ragazzi a Pera di Fassa. Avevamo un ottimo allenamento alle camminate, grazie alle continue sfide Pera-rifugio Gardeccia contro gli altri ospiti della casa. Così quando altri ragazzi decisero di andare in Marmolada ci unimmo a loro.

A quel tempo non c’era nessun mezzo di risalita per cui la salita cominciò dal punto di arrivo della corriera. Dopo 60 anni i ricordi sono un po’ sbiaditi, in salita ricordo tanta neve dura e ghiaccio (che oggi è quasi sparito) e non molta roccia. Per la prima volta mi sono legato in cordata. Sulla cima rimasi molto meravigliato ci fosse una casetta, Capanna Penia, da cui inviai persino una cartolina ai miei genitori. La discesa si svolgeva per la stessa via di salita, solo che la neve era diventata molle, gli scarponi del tempo non erano impermeabili e i piedi fradici fino a casa me li ricordo ancora adesso.

In cima alla Marmolada
In cima alla Marmolada

La mia seconda salita alpinistica fu subito dopo due giorni. Era in costruzione la ferrata del Catinaccio d’Antermoia, usufruimmo della parte già realizzata e per il resto ci arrangiammo fino in cima. Spiacevolmente mi rovesciai addosso un masso mobile che mi immobilizzò una gamba sotto di esso. Niente di grave ma sarei ancora li se non mi avessero aiutato a liberarmi.

Sulla Ferrata della Marmolada
Sulla Ferrata della Marmolada

Torri del Vajolet e dintorni
Le vedi già uscendo dall’autostrada a Bolzano Nord, ma per godere la loro meravigliosa bellezza si deve salire alla conca del rifugio Re Alberto. Li la dirittura dello spigolo sud della torre Delago è un richiamo per chiunque arrampichi. Per molti anni ho frequentato la val di Fassa e la zona del Catinaccio, dove si trovano le Torri. Sono bellissime, le ho salite alcune volte. Le più note sono la Torre Winkler, la Torre Stabeler e la Torre Delago.

Torri del Vajolet

La prima volta con Cecco che era militare a Merano. L’anno prima in Brenta avevamo fatto 14 salite in 14 giorni tra cui per la prima volta il Campanil Basso e la via Mila alla cima Tosa, l’unica via nuova della mia vita. Poi lui era partito per il militare e io avevo combinato poco, per cui quando aveva ottenuto due giorni di licenza non vedevamo l’ora di tornare ad arrampicare insieme.

Eravamo carichissimi e appena arrivati al rifugio, ottenuti i letti e lasciate le nostre cose ce ne andammo all’attacco della normale della Stabeler che conquistammo in un batter d’occhio. Era il periodo in cui ci piacevano camini e fessure e, guardando la Delago dalla cima della Stabeler, una fessura attirò la nostra attenzione, era la fessura Pichl, e seguendola conquistammo anche alla Delago.

Il programma del giorno seguente prevedeva tutte e tre le torri, iniziando dallo Spigolo Piaz alla Delago e a seguire la via Fehrmann alla Stabeler e la normale alla Winkler.

Sveglia ore 5.30, gara per arrivare all’attacco prima di 5 tedeschi onde evitare intasamenti, vinta. Ore 6.00 attacco, arrivo alla prima sosta, sale Cecco che dopo 10 metri si blocca con una spalla fuori posto. Ero troppo carico per abbandonare, breve conciliabolo con Cecco che lascia il suo posto a uno dei tedeschi, visto che erano in numero dispari. Il tedesco non sa una parola di italiano ma dal suo atteggiamento capisco che vorrebbe salire in alternata. Io vado solo da primo, quindi fingo di non capire e parto subito appena arriva in sosta. Alle soste successive parto prima che lui arrivi, cosa stupida dal punto di vista della sicurezza che però mi permette di fare tutta la salita da capocordata. Questi stratagemmi non mi tolgono il piacere di questa salita elegante ed aerea. L’esposizione è assoluta, a sinistra la parete sprofonda per 5/600 metri, la roccia è eccezionale e a un certo punto ci si tiene con una mano alla lama verticale che altro non è che lo spigolo della torre. Non mi è mai più capitato di tenere in mano lo spigolo di una montagna.

Purtroppo il programma non poteva essere continuato e, molto arrabbiati, ripiegammo su un programma di riserva e andammo a trovare gli amici al rifugio Taramelli. Per dimenticare mi scolai una bottiglia di vino rosso, al Taramelli il vino non mancava, e, arrivato sul tetto dopo aver scalato il muro esterno, mi addormentai profondamente mettendo a rischio il rientro in caserma di Cecco.

Sono tornato anni dopo per finire il programma. La Torre Winkler l’ho salita con Giorgio che aveva sostituito Cecco causa matrimonio. Ci sono i pericoli dell’alpinismo e i pericoli per l’alpinismo. Per quest’ultimo il matrimonio è senz’altro al primo posto, al secondo penso si possa mettere la vecchiaia. Il primo l’ho superato, del secondo me ne sto occupando.

All’attacco abbiamo incontrato l’amico Claudio Zeni con cui ero stato sullo spigolo Piaz al Sass Pordoi e con cui avevo fatto tante sciate in Bondone. Il temuto passaggio chiave ci fece penare, sarebbe stato meglio affrontarlo sereni e non preoccupati per la sua fama. Superatolo, in sosta continuammo le disquisizioni sulla temerarietà delle salite solitarie senza assicurazione dei giovani tedeschi della fine ‘800 inizio ‘900. Ne avevamo già disquisito quando avevamo salito la parete Preuss al Campanil Basso. Effettivamente questa temerarietà aveva portato entrambi, Preuss e Winkler, a una fine prematura.
E molti anni dopo riuscii a concludere il programma primitivo con la via Fehrmann alla Stabeler.

Sulla via Fehrmann alla Torre Stabeler

L’ho salita con Massimo e Maurizio che avevano sostituito Giorgio ancora una volta causa matrimonio. La novità è che eravamo tutti e tre sposati, ma con mogli pazienti e comprensive. Questo ci ha permesso di continuare ad arrampicare assieme fino ai giorni nostri. Bella la via Fehrmann, tracciato logico, roccia ottima, chiodatura tranquilla. Unico fuori programma, ero alla sosta del terzo tiro e saliva Maurizio, stranamente recuperando la corda la sentivo molle, quando Maurizio arrivò in vista mi resi conto con spavento che era slegato. Anche lui non se ne era accorto, si era legato all’attacco pensando ad altro per cui il nodo era imperfetto e dopo un po’ si era sciolto. Per gli ultimi 10 metri trattenemmo tutti e due il respiro. Tutto è bene ciò che finisce bene.

Sulla Winkler ci sono poi tornato con Gino Battisti e abbiamo salito il vertiginoso spigolo est, quello che si vede stagliarsi contro il cielo mentre si sale dal rifugio Vajolet alle Torri.

Di fronte alle Torri si erge la parete ovest del Catinaccio con le famose vie di Solleder e Vinatzer. Sul Catinaccio ci sono salito due volte, una dalla via normale e un’altra dalla via Ampferer tracciata dai primi salitori del Campanil Basso. Del Catinaccio mi attiravano due vie classiche sulla estetica parete est, la difficile via Steger e la via della Cotoletta. Purtroppo non c’è stata mai l’occasione per salirle. Ho salito invece l’aerea e impegnativa via Steger sulla bella parete est della punta Emma.

Catinaccio parete est
Punta Emma parete est

Tin Tin Tin
Toc Toc Toc
Questi rumori alle nuove generazioni di arrampicatori, anzi di climber, non diranno nulla. Invece a noi attempati, che ancora usavamo chiodi e martello, ricordano sicurezza e sollievo nel caso di Tin e preoccupazione e timore nel caso di Toc.

Sì, perché un buon chiodo, un chiodo sicuro, un chiodo cui potevi appendere la tua vita e quella dei tuoi compagni di arrampicata, quando lo battevi col martello faceva un bel suono acuto, tintinnava e più il chiodo entrava nella fessura e più la frequenza del suono cresceva e ti diceva che avevi trovato la fessura giusta. Con Tin Tin tiravi un sospiro di sollievo soprattutto se dovevi usarlo per fare una doppia o se l’ultimo ancoraggio era distante.

Invece se faceva un rumore sordo, un suono basso ti diceva che era meglio cercare un’altra fessura e se non ne trovavi una migliore ti dovevi accontentare ma con tanta attenzione. Se sentivi Toc Toc non potevi stare tranquillo. Dall’inizio degli anni ’80 i Tin Tin e i Toc Toc sono diventati sempre più rari e al massimo sono sostituiti dal ronzio di un trapano. Dopo gli anni ’80 la maggior parte degli arrampicatori, con i loro silenziosi nut e friend, non hanno più il piacere di godere un Tin Tin liberatorio.

Al rifugio Taramelli
In una diramazione laterale della Val di Fassa che si diparte da Pozza, nel gruppo dei Monzoni  si trova il rifugio Taramelli affidato alla SUSAT, sezione universitaria della SAT. Torquato Taramelli era un geologo e questo rifugio credo sia nato come base per attività di studio relative alla geologia; il gruppo dei Monzoni ha rocce particolarmente interessanti per questa materia.

Non so come sia la situazione attuale, quando lo frequentavo io, negli anni ’60, al Taramelli ci si viveva goliardicamente, in linea con la spensierata tradizione universitaria: allegria, scherzi, grandi bevute, racconti di arrampicate fatte, progetti per salite future, gare su e giù per i muri del rifugio, lunghe disquisizioni su come andasse girato il mescolo della polenta: sempre nello stesso senso, due giri in un senso e due nell’altro e avanti con tutte le varianti; al di la del metodo adottato comunque la polenta veniva sempre bene. Sulla porta del gabinetto c’era la scritta Il Pensatoio.

Negli anni ’60, oggi non è più permesso, ci si poteva quasi arrivare in auto, occorreva una certa abilità di guida per arrivarci il più vicino possibile perché la strada sterrata terminava ad una malga e da lì si doveva procedere ancora per una decina di minuti. La mia 600 Fiat era meno potente delle altre auto ma spesso riuscivo a batterle. In particolare la sfida era tra me e Adolfo con il suo Maggiolino.

In quel periodo una gestione finanziaria un po’ spregiudicata stava creando grossi problemi. Divenne presidente Giorgio, studente di economia e commercio alla Bocconi, che trovò la soluzione vincente: l’organizzazione di un meeting, un meeting europeo. Oggi lo sanno tutti, ma a quel tempo nessuno di noi, Giorgio escluso, sapeva cosa fosse un meeting. Attingendo a fondi europei per l’interscambio tra universitari fu organizzato al Taramelli questo incontro tra studenti trentini, scandinavi, olandesi, tedeschi, inglesi. Venivano tutti da nazioni di forti bevitori, vino e grappa al Taramelli non mancavano mai, il meeting fu un grande successo e servì a ripianare completamente i conti.

Con le guide
Mi piace arrampicare da capocordata, per cui raramente mi sono rivolto a una guida. Di solito c’era una ragione specifica come ad esempio la mancanza di un compagno. La prima volta fu in Dolomiti di Brenta, avevo cominciato ad arrampicare su salite facili, per cui per fare il mio primo terzo grado mi rivolsi a Fortunato, figlio del gestore del rifugio Pedrotti Celestino Donini, appena diventato guida. Fu per me il primo terzo grado e io per lui il primo cliente. Sul Croz del rifugio salimmo, c’era anche mio cugino Carlo, la via Gasperi che poi ripetei quasi tutti gli anni che tornavo al Pedrotti.

Poi capitò che il mio amico Massimo con cui abitualmente passavo le vacanze in Val di Fassa si spostasse con la famiglia a fare vacanza a San Martino di Castrozza. Per poter arrampicare andai all’ufficio turistico di Vigo di Fassa per chiedere una guida. Fortuna volle che mi assegnarono Gino Battisti che non conoscevo e con cui restammo in contatto per molti anni, era simpatico, mi faceva fare qualche tiro da primo e mi faceva anche le foto con la mia macchina fotografica. Con lui ho salito la via Steger alla punta Emma, lo spigolo Est alla Winkler, la via Vinatzer alla Terza Torre di Sella e lo Spigolo delle Bregostane al Dociuril, da lui aperta poco tempo prima, di cui facemmo forse la terza ripetizione. Tutte vie bellissime che ricordo con grande piacere.

Sulla via Steger alla Punta Emma
Sulla Punta Emma con Gino Battisti (a destra)

Sempre per mancanza di compagno ho salito il primo spigolo della Tofana di Roces con Marcello Cominetti. Ero in buona forma per cui realizzammo un ottimo tempo. Bella salita, esposta, in un ambiente grandioso. Finita la salita mentre attraversavamo verso il rifugio Giussani ho assistito a un soccorso con elicottero, il malcapitato venne attaccato a una fune e portato in salvo appeso all’elicottero, per lui un’esperienza da cardiopalma. Col pulmino di Marcello eravamo saliti molto vicini all’attacco, quando si trattò di girarlo per scendere le ruote slittavano e non si riusciva a muoverlo. Con un complicato sistema di corde, moschettoni e trazione umana (Marcello) mentre io lavoravo di frizione e acceleratore, l’esperienza di Marcello diede i suoi risultati.

Anche la via Detassis al Torrione SAT l’ho salita con una guida, Gianfranco Rizzi di Madonna di Campiglio. Approccio comodissimo, dalla funivia del Grostè si scende all’intaglio tra Torre Lancieri e Torrione SAT e da qui si scende all’attacco in corda doppia come in Verdon, lo cito ma non ci sono mai stato. Salita di ottima roccia con difficoltà omogenee. Anche qui siamo stati veloci e già a fine mattinata eravamo di ritorno alla macchina.

Ero reduce dall’operazione di ernia, i medici mi avevano detto di stare tranquillo per quattro/cinque mesi ma dopo due mesi ero stufo di aspettare per cui, in mancanza momentanea dei miei compagni abituali, decisi di prendere una guida. Chiamai Ivo Mozzanica, nome famoso nel lecchese, per fare qualcosa in Grigna. Ivo invece mi propose una salita da lui aperta in val Gerola. Ottima scelta, non conoscevo la val Gerola, e così presi due piccioni con una fava, conoscere una zona nuova e una bella salita. Anche l’avvicinamento è bello in un ambiente solitario, in tutto il giorno non abbiamo incontrato nessuno. La via Mozzanica alla cima Ponteranica è una salita di circa 300 metri meriterebbe di essere molto più frequentata perché in un bell’ambiente e con dei bei tiri. Forse la parca chiodatura scoraggia un po’, ci sono un paio di placche senza un chiodo e senza fessure per protezioni veloci per 35/40 metri, sono abbastanza adagiate ma se scivoli o perdi l’appiglio arrivi fino alla sosta di partenza. Per regalare agli alpinisti una bella meta alternativa, non inorridiscano i puristi, si potrebbero piantare un paio di spit per placca in modo da ridurre il rischio. Si otterrebbe il doppio risultato di non far cadere nel dimenticatoio una bella via e di far ricordare anche in val Gerola Ivo Mozzanica purtroppo vittima, a fine 2020, del maledetto virus. Non li pianterò io, fermo all’uso del vecchio chiodo non saprei neanche farlo. Questa è stata, per ora, la mia ultima salita con guida, era il 2007.

Per il futuro non si sa, io e i miei compagni siamo in un’età in cui normalmente la cosa più impegnativa fisicamente dovrebbe essere la partita di bocce e, dopo, il tresette per tenere sveglio il cervello. Noi non siamo normali e quindi continuiamo a fare progetti arrampicatori che qualche rara volta realizziamo anche. Quando non sarò più in grado di andare da primo con sicurezza, forse, potrò rivolgermi a qualche guida comprensiva per continuare a curare questo mio “mal di montagna”.

Piz Ciavazes e la marmotta mendicante
I tornanti prima del passo Sella, salendo da Canazei, sono sovrastati dalla ampia parete sud del Piz Ciavazes. Guidare e cercare le linee di salita è complicato e anche un po’ dissennato ma come si può passare di lì e non sognare di essere in mezzo a quelle vie storiche. Anche se parecchie vie salgono fino in alto, conosco solo i tracciati della parte sottostante la grande cengia.

Ho sempre guardato con desiderio lo spigolo Abram per la sua forma ardita, sembra la prua di una nave gigantesca e la via Micheluzzi-Castiglioni convinto, immodestamente, che sarei stato in grado di superare il difficile traverso di 90 metri, sulle traversate sono stato sempre abbastanza bravo. Un paio di volte ho anche fermato l’auto e sono andato a toccarne l’attacco, e una volta ho salito slegato persino i primi 7/8 metri, appigli fantastici.

Piz Ciavazes parete sud

Su questa parete ci sono salito anch’io, alcune vie sono appetibili anche per l’arrampicatore medio. Ho salito le tre vie più facili, a destra la classica Del Torso che cerca “il facile tra il difficile” (famosa frase di Bruno Detassis), a sinistra la via Rossi l’ho percorsa in un estate veramente piovosa. Eravamo in gara con l’arrivo della pioggia e quindi salimmo rapidamente. Forse per la voglia di arrampicare repressa da giorni dal brutto tempo, l’abbiamo salita in grande spolvero. Massimo, fino a quel giorno secondo di cordata, fece per la prima volta un tiro da primo sul quarto grado e lo fece egregiamente. Appena arrivati sulla cengia il cielo aprì le sue cateratte, ma chi se ne fregava più!

Al centro ho salito con Maurizio la Piccola Micheluzzi, la più difficile delle tre, ma nulla a che vedere con la sua sorella maggiore. La salimmo molto bene tanto da ricevere i complimenti di una guida gardenese.

Sulla cengia facemmo la conoscenza con la sua inquilina, una marmotta che aveva scavato li la sua tana. Come abbia fatto ad arrivare fin li non l’ho capito, la via più facile per arrivare alla cengia è di primo forse secondo grado. Il perché invece l’abbiamo presto capito, la marmotta si avvicinava discretamente agli alpinisti che dopo la salita si sedevano a rifocillarsi, aspettava pazientemente un obolo e infatti non si poteva non tirarle qualche cibaria di cui si impossessava senza paura.

Avem rampegà
L’obiettivo della giornata era lo spigolo Piaz al Sass Pordoi negli anni ’60 ancora valutato di sesto grado, eravamo in quattro Paolo, Claudio, Marco ed io. Non ero abituato a quel livello di difficoltà ma l’esperienza dei miei compagni mi aveva convinto a partecipare. Marco e Paolo erano stati miei istruttori alla scuola di roccia Giorgio Graffer in Dolomiti di Brenta, eravamo poi diventati amici e avevamo arrampicato assieme. Claudio aveva anche aperto delle vie nuove in Paganella ed era stato in cordata con Cesare Maestri.

Spigolo Piaz al Sass Pordoi

Ci eravamo divisi in due cordate Marco e Claudio, io e Paolo. I primi tiri, i più difficili li aveva fatti da primo Paolo anche usando le staffe. Io ero poco avvezzo a quel tipo di arrampicata per cui principalmente mi tirai sui chiodi, quello che qualche anno dopo chiamarono AO. Molti anni dopo ho ripetuto la via con Maurizio e grazie alle scarpette che avevano sostituito gli scarponi rigidi e anche per la nuova mentalità che privilegiava l’arrampicata libera eravamo passati elegantemente usando i chiodi solo come protezione. Sui tiri successivi io e Paolo proseguimmo in alternata, in cima al pilastro la via confluiva nella frequentata via Maria e con quella arrivammo in cima.

Per la discesa andammo a prendere la funivia e qui restai meravigliato. All’addetto che controllava i biglietti Marco disse “avem rampegà” e passammo gratis. Era una tradizione carina, chi arrampicava su quelle vie era ben in vista ai turisti nella cabina della funivia e questo spettacolo era premiato con una discesa gratuita dalla società delle funivie.

E così andò avanti per molti anni. Qualche decina di anni dopo, reduce dalla salita della via Gross-Momoli, arrivato al cancelletto alla parola d’ordine “avem rampegà” la risposta “e allora?” dell’addetto rivelò la fine di una simpatica tradizione. Tutto ha un termine.

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