Nella terra di Minosse

di Vittorio Cogitati Dezza
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 116, marzo 1990)
foto di Gian Luca Boetti e Daniele Castellino

Creta, un labirinto. Curve, dirupi, salite, scoscendimenti, brusche dorsali, canyon profondi. Poi, d’improvviso, squarci d’azzurro o pianori carsici isolati. L’idea ossessiva del labirinto non poteva che nascere qui. Il grande Minosse dovette risolvere un problema familiare. Sua moglie Persifae si innamorò di un toro (prima versione del mito “la bella e la bestia”?) e nacque il Minotauro, dal corpo umano e dalla testa di toro, che da buon mostro si nutriva di sangue umano. L’ingegnoso Dedalo, a cui Minosse affidò l’incarico di costruire la prigione per il Minotauro, si sarà guardato intorno per ispirarsi e avrà tradotto in forme geometriche l’orografia dell’isola. A noi comuni mortali, che non abbiamo nulla a che spartire con Teseo, è impedito per l’orientamento anche il filo d’Arianna…

Nel pullman polveroso si rincorrono immagini eroiche del passato e dubbi sul nostro presente. «Dove? A Creta? A camminare con questo caldo? Ma che siete cret…»: la battuta fin troppo ovvia e scontata che ha accompagnato la nostra partenza rimbalza ancora tra il peso degli zaini ricolmi e la calca della stazione degli autobus di Heraklion. Un’altra curva, sullo sfondo il Monte Ida, con la grotta dove Rea nascose il figlioletto Zeus, per salvarlo dalle giustificate gelosie del padre Cronos, che per non correre rischi di detronizzazione usava mangiare le proprie creature. Qui Zeus crebbe curato dalla naiade Amaltea e nutrito dall’omonima capra. Sulla localizzazione della grotta esistono forti dubbi (alcuni la vorrebbero sui fianchi del Monte Dikti), ma tutto il resto è certo. Lungo la strada una torre d’avvistamento veneziana, poco più avanti un ceppo a memoria della resistenza ai tedeschi. Qualche altro chilometro e compare un monumento a memoria della lunga guerra d’indipendenza dai Turchi. Dori, Macedoni, Romani, Bizantini, Arabi, Bizantini di nuovo, Veneziani, Turchi: la guerra a Creta sembra di casa. Eppure fu proprio Creta l’unico esempio della civiltà del bronzo – civiltà dominata dall’aggressività di Assiri, Egizi e Babilonesi – ad avere città e ricchezze non fortificate. Strano paradosso della storia. Sembra proprio che senza schiavi, armi ed eserciti, ricchezza e cultura non possano durare a lungo. Un altro mistero.

Nella zona dello Xiloskalo
Il Mar Libico nei pressi di Skafion

Tra mito e memoria
Da parecchio ormai il pullman viaggia in mezzo agli ulivi, un piccolo esemplare di quei 16 milioni che ricoprono l’isola. Lungo la strada il giallo bruciato e il verde intenso dei boschi sempreverdi si alternano ad improvvise piane carsiche coltivate, delimitate da gole scoscese; sullo sfondo, il contrasto tra il calcare bianco della costa e il mare azzurro. Un ricordo.

Un altro mistero. La grande civiltà minoica è scomparsa d’improvviso, senza invasioni di eserciti, dalla notte alla mattina. Cosa sarà stato? La gelosia del dio Marte oppure, come sostiene qualcuno privo di fantasia, l’eruzione del vulcano di Santorino che sconvolse tutta l’isola?

Ma i misteri sono per i tempi lontani. Man mano che ci avviciniamo ai giorni nostri, tutto si fa più prosaico. Nel XIII secolo non c’è più spazio per i miti e le leggende. Nel 1204 l’Europa è in subbuglio, tutto è pronto per la IV Crociata, mancano solo i soldi per pagare il pedaggio delie navi veneziane destinate a portare i crociati in Terrasanta. I dogi, con sviluppato senso degli affari, propongono un’onesta transazione: il trasporto gratuito in cambio di una piccola deviazione a Costantinopoli, che all’epoca era cristiana e non musulmana. Costantinopoli fu conquistata, nacque l’Impero Latino d’Oriente, i domini bizantini furono divisi tra i crociati, Venezia compresa. Creta toccò in sorte ad un onesto feudatario, Bonifacio di Monserrat, che dell’isola non sapeva proprio cosa farsene, e cosi decise di venderla per 10.000 marchi d’argento alla Repubblica di Venezia. Per mantenere “l’affare del secolo”, la “Gloriosa Repubblica” è ancora impegnata a costruire fortezze in giro per l’isola, in parte contro i pirati in parte contro i locali. È l’inizio di una lunga guerra partigiana, durata, a fasi alterne, fino al nostro secolo; cambieranno soltanto i nemici: Veneziani, Turchi, Tedeschi, e le montagne sempre lì a garantire la salvezza dei “banditi”.

Le Gole di Samaria, scendendo dallo Xiloskalo tra cipressi secolari.
Alla fine delle Gole di Samaria, un ponte sul torrente omonimo prima di arrivare al villaggio di Aghia Roumeli.

Contrasti e misteri
La strada ora si fa pianeggiante, una breve striscia tra montagna e mare, qualche coltivazione, orti, banani e viti. Dalla riva si affaccia una fortezza: è Frangocastello, costruito nel 1371 dai Veneziani contro i pirati e i Cretesi. Ogni anno – racconta la leggenda – all’alba del 18 maggio una lunga fila di uomini vestiti di nero esce dalle rovine della chiesetta di AgiosKharalambos e avanza verso la fortezza con spade e fucili, in silenzio, camminando sulla sabbia. Ai raggi del sole raggiunge il mare e sparisce. Sono i Dhrosoulites, i guerrieri di Dalianis, che con lui caddero la notte del 1828 nella difesa della fortezza contro i Turchi, facendo pagare a caro prezzo la loro vita: sul campo di battaglia, dopo poco più di un’ora di combattimento, giacevano più di mille Turchi e 338 Cretesi. Ma la cosa più straordinaria è che l’apparizione si ripete ogni anno, ed è così concreta e tangibile che – narra la leggenda – nel 1890 le sentinelle di un esercito turco accampato tra le rovine di un castello videro i fantasmi e suonarono l’allarme. Qualche anno dopo, un altro occupante fu tratto in inganno, e una pattuglia tedesca aprì il fuoco sui Dhrosoulites. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo dormito tra la spiaggia e il castello; per tutta la notte abbiamo sentito ossessivo il ronzio dei fantasmi che, all’alba, si sono materializzati… in nugoli di zanzare. Ma forse quella non era la notte del 17 maggio.

Lungo la strada una donna con le fascine sulla testa segue il mulo cavalcato dal marito; eppure qui, prima ancora dell’arrivo di Minosse, regnava il matriarcato. Misteri e contrasti – contrasti violenti – sono il filo conduttore non solo del paesaggio cretese ma anche della sua storia e del suo costume. È naturale quindi che tra tanti contrasti nulla stupisca più, Così può accadere che dopo chilometri di curve per esplorare un villaggio sperduto di pescatori, lo si trovi invaso da vocianti folle di greci domenicali. Oppure che lontano da paesi e porti si scopra una deliziosa insenatura rivestita da appiccicosi e giganteschi grumi di catrame, gentile regalo delle petroliere lavate in mare. Oppure che nel paesino turistico rinomato, sfuggendo alle agenzie pirata “rent a scooter”, ci si infili in un sentiero solitario e assolato, e si arrivi a scoprire calette deserte. O ancora che un moderno villaggio turistico come Matala sia passato agli onori della mitologia perché lì Zeus approdò, mascherato da toro, con la giovane Europa sulla groppa appena rapita da Fenicia, e il toro, la cui immagine tanto servizio aveva reso al re degli dei, in premio vide disegnata la propria figura per l’eternità tra le costellazioni dello Zodiaco. E da Europa e Zeus nacque Minosse e iniziò la storia di Creta…

Un’isola, le sue montagne
Come spesso accade nel mondo, anche a Creta la montagna è metafora ed emblema di contrasti millenari. E si può sentire la radice di quei contrasti, proprio tra le piaghe contorte dell’orografia. La drastica differenza tra il versante nord e sud della Montagna Bianca (Lefka Ori) ne è il simbolo per eccellenza, più evidente di ogni spiegazione ragionata. L’avvicinamento alle cime dal versante nord è lento, tortuoso, passa attraverso paesaggi verdi, variopinti, tra case abbarbicate e fazzoletti di pianura; oltre lo spartiacque tutto cambia: i versanti si fanno ripidi, scoscesi, brulli, la vegetazione con meno di 200 mm annui di pioggia ha poco da invidiare al Nord Africa; solo la lunga permanenza della neve sulle cime dei monti ci ricorda che siamo in terra cretese. Ma tra tanti contrasti l’impressione è che sia sempre possibile ritagliarsi uno spazio a propria misura e allontanarsi, cammin facendo, dai luoghi più frequentati, per inventarsi un proprio percorso, una propria esplorazione, perché, nonostante alcune punte di grave degrado, nel complesso la natura gode buona salute. Lo dimostrano i boschi di pini e cipressi, le moltissime specie endemiche – 132 in tutta l’isola – e i frequenti voli di rapaci.

I tre grandi gruppi montuosi che attraversano tutta l’isola- la Montagna Bianca (Lefka Ori 2453 m), il Monte Ida (Psiloritis 2456 m), il Monte Dikti 2148 m – costituiscono una grande area ancora non toccata dal turismo. L’abbondanza di olivi, l’assenza di veleni e trappole, il buon comportamento dei cacciatori cretesi, i forti venti, che spazzano le cime brulle e sfruttate dal pascolo, simili al nostro Appennino, ne fanno il regno dei rapaci. Valutazione fatte agli inizi degli anni ’80 parlano di 200 coppie di grifoni, 10 coppie di gipeti e 10 di aquile del Bonelli; rara invece l’aquila reale, mentre numerosi sono i falchi pellegrini, le poiane, le civette e i gufi. La neve qui rimane per lunghi mesi, ma quando scompare, come d’incanto non lascia traccia di sé. Il calcare grigio assorbe tutto, come una spugna.

Numerose le grotte, più di 3000 quelle finora registrate; tra di esse primeggiano per fama quelle di Zeus sui monti Ida e Dikti (il Dikteo Antro e l’Ideo Antro). Frequenti le doline e le pianure carsiche (c’è perfino un lago carsico, il Limni Kourna), mentre profonde gole segnano un po’ dovunque i fianchi delle montagne.

La zona verso cui ci muoviamo (perché più selvaggia e solitaria) è quella del Lefka Ori, la Montagna Bianca, il più occidentale dei massicci montuosi, di tre metri più basso del Monte Ida ma senza dubbio più interessante dal punto di vista alpinistico. Decine le cime sopra i 2000, la più alta delle quali, il Paknes 2453 m, è incisa dalla gola di Samaria, 18 km di canyon da quota 1300 al mare, incassati tra il Paknes e le verticali pareti rocciose del Volakias.

Qui sopra, il Guiguilos visto dallo Xiloskalo.

Cinque giorni di trek
Dalla Montagna Bianca (Lefka Ori) al mare. In quattro giorni, i quattro volti dell’isola, quelli giusti, quelli che ti legano alla terra cretese: le montagne oltre i 2000 metri, le gole, le coste solitarie, il mare e i villaggi di pescatori.

Da Cania dopo 41 km di curve si arriva ad Omalos, paesino al bordo settentrionale dell’omonimo piano carsico, a 1000 m di altitudine, poi in 15 minuti d’auto si arriva a Xiloskalo, all’estremità meridionale del pianoro.

Qui, presso la sella che si affaccia sulle gole di Samaria esiste un “Padiglione Turistico” con posti letto, ma è anche possibile e tollerato il campeggio. Le gole di Samaria, oggi parco, sono forse il “monumento naturale” più bello di Creta. Da qualche anno, però, la gola è anche sfruttata turisticamente: ci sono agenzie che, in autobus, portano le comitive all’ingresso delle gole e le vanno a riprendere a Hora Sfakion, dove le deposita il traghetto che si prende ad Agia Roumeli.

Il percorso che proponiamo permette di godersi le gole nel momento migliore. Il trek è diviso in cinque tappe, ma lo si può compiere in 4 giorni unificando la terza e la quarta tappa oppure eliminando la quinta.

Di fianco, la salita verso il Guiguilos.

1° giorno: Xiloskalo 1250 m – Guiguilos 2080 m
Dislivello: 830 m in salita
Tempo: 3.30 ore

Questa prima tappa consente di salire alla cima del Guiguilos, ultima dimora dei diavoli secondo una leggenda. La vetta sovrasta le gole di Samaria con pareti rocciose alte più di 1000 m a nord e nord-ovest. Su queste ultime sono state tracciate vie con uno sviluppo che va dai 600 ai 1400 metri (difficoltà TD). La zona è il regno dei rapaci e di una specie rara di capra selvatica, chiamata onomatopeicamente Krikri (capra aegagrus cretensis), in grave pericolo di estinzione a causa del feroce bracconaggio. Volendo dalla cima del Guiguilos, balcone panoramico che spazia dal mare a tutto il gruppo del Lefka Ori fin giù in fondo alle gole, l’escursione può essere allungata fino al Volakias 2116 m, superando un semplice vallone che separa le due cime. L’escursione può essere compiuta prendendo il pullman da Cania di prima mattina, perché il forte vento che caratterizza sempre la seconda parte della salita permette di non sentire il caldo.

Dallo Xiloskalo un comodo sentiero sale in direzione ovest tra qualche quercia, piegando poi verso sinistra per risalire il costone che separa lo Psilafi dal Guiguilos (45 minuti). Superato il costone, il sentiero entra nel vallone che in direzione sud-ovest conduce al colle di q,1750, tra il Guiguilos e lo Psilafi. Dopo un primo tratto in leggera discesa si giunge all’arco naturale, caratteristico portone nella roccia calcarea (1 ora). Si passa quindi sotto bei pilastri rocciosi su cui è tracciata qualche via di salita, e in un quarto d’ora si giunge alla sorgente Linoseli, punto di abbeveraggio per le capre del vallone e per I poveri escursionisti accaldati. Ora il sentiero si inerpica per il vallone sassoso segnalato da ometti di pietra e giunge al colle 1750 m (1.15 ore). Di solito, già nell’ultimo tratto un forte vento rende la salita meno faticosa. Ci si affaccia sull’altro versante e il mare è li sotto i piedi, alla fine di una gola selvaggia che scende a precipizio. Lo sbalzo di pressione rende il vento permanente. Dal colle il sentiero, sempre segnalato da ometti, piega a sinistra, in direzione sud-est, e per sfasciumi sale all’antecima (1 ora); di qui, per facili roccette, aggirando due profondi inghiottitoi, si arriva alla cima (20 minuti). La discesa è per la stessa strada della salita.

Uscendo dalle Gole di Samaria con le guide e i muli.
Qui sopra, oleandri e platani orientali nelle Gole di Samaria.

2° giorno: Xiloskalo 1250 m – AgiaRoumeli (sul mare)
Dislivello: 1250 m in discesa
Tempo: 5-6 ore

Le gole di Samaria sono le più lunghe d’Europa, sostengono con orgoglio i cretesi. Scendono dalla vegetazione brulla dei pascoli d’alta montagna fino alla fioritura degli oleandri rosa sul mare, incassate tra pareti di 300-600 m, ora di roccia nuda e friabile ora coperte di boschi. La vegetazione è quella caratteristica del versante meridionale di Creta: dominano il bosco di cipressi e pini, ma frequenti sono anche l’acero sempreverde, la quercia spinosa, il platano orientale e l’ulivo.

Abitate per secoli da pastori ed eremiti, oggi le gole sono soprattutto il regno di uccelli e rapaci, primi fra tutti gracchi, corvi imperiali, gipeti e grifoni. Lungo il comodo e lungo sentiero si incontrano bipedi attrezzati in tutte le fogge, ma il vero protagonista è il torrente. Sorge, scompare, risorge, di nuovo scompare nel sottosuolo, e alla fine torna alla luce per l’ultima volta, si scatena contro lo stretto ultimo passaggio, aggira un ormai inutile ponte, e arriva fresco e tranquillo al mare. La foce è nei pressi di Agia Roumeli, che fino a pochi anni fa era un povero paese di pescatori collegato solo via mare con “la civiltà “. Da quando le gole sono diventate un affare turistico, il nucleo abitato si è popola to di ristorantini, mentre scarse sono le pensioni perché le agenzie pensano a far prelevare i loro clienti dai traghetti direttamente in giornata.

Conviene iniziare di buon mattino, anticipando le torme di turisti vocianti e cogliere così le gole nel loro fascino sincero. La discesa inizia accanto al cartello del parco nazionale. Il sentiero è sempre ben tracciato e non presenta problemi particolari. Dopo dieci minuti, tra i platani orientali si incontra una prima sorgente: poi, mezz’ora più tardi, poco prima di arrivare al fondovalle. se ne incrocia un’altra. Quando appare l’acqua del torrente, la ripida discesa è finita (1.15 ore). Ora il sentiero si inoltra nella gola, zigzagando entro un bosco di pini e cipressi, mentre sulla sinistra compare la piccola chiesa di Agios Nikolaos (45 minuti). Poco più avanti il torrente sparisce e il sentiero sale sopra un terrazzo, costruito probabilmente dal deposito di un vallone che da sinistra confluisce nelle gole. A questo punto le gole si allargano, e incomincia una zona coltivata ad ulivi. Si giunge al villaggio ormai abbandonato di Samaria (1 ora), ulteriore testimonianza che nelle gole c’è anche la storia, quella degli eremiti e dei pastori- contadini che le hanno abitate per secoli. Qui è possibile trovare t’acqua (si tratta dell’ultimo approvvigionamento prima della parte più monumentale delle gole). Il sentiero si muove pianeggiante accanto a pareti altissime, sull’antico greto del fiume. Il caldo si fa sentire. All’improvviso l’acqua torna a far capolino (è l’ultima risorgenza: 1.15 ore). Le pareti della gola cominciano a stringersi, e raggiungono la larghezza minima di 3 metri là dove il torrente va guadato (30 minuti), il greto del torrente si allarga, riappaiono campi coltivati e greggi al pascolo: si è ormai fuori dalle gole. Stretto tra oleandri e rovi, il sentiero raggiunge il paese di Agia Roumeli (40 minuti). È possibile campeggiare accanto al torrente, in prossimità della spiaggia, sotto i pini e tra i cespugli di lentisco.

Durante la terza tappa del trek: lungo la linea della risorgenza sulla riva del mare la sorpresa di trovare dell’acqua dolce. Foto: Vittorio Cogliati Dezza.

3° giorno: Agia Roumeli – Agia Pavlos
Dislivello: scarso, ci si sposta lungo la costa
Tempo: 1.30 ore

Tappa breve, da intraprendersi dopo una giornata passata al mare, quando il sole comincia a scendere e le ombre si allungano sulla sabbia. La meta è la chiesetta di S. Paolo. Costruita sulla spiaggia, secondo le caratteristiche forme del culto ortodosso, tra ‘500 e ‘600, la chiesa ricorda lo sbarco segreto di S. Paolo a Creta nel 59 d.C. insieme al fedele Tiro, che diverrà primo vescovo dell’isola.

Al paese – ci hanno garantito – si trova l’acqua ma, giunti a S. Paolo, non c’è traccia di sorgenti. Si avvicina una barca: è un pescatore che porta un amico greco a visitare la chiesetta. Chiediamo a lui. L’uomo si china sul bagnasciuga, scava una pozza che lentamente si riempie, attende pochi minuti e beve: poi mi invita a fare altrettanto. L’acqua è freschissima e per niente salmastra. Scaviamo in altri punti lungo il bagnasciuga: il fenomeno si ripete. Lungo la costa esiste una linea di risorgenze che getta in mare l’acqua imprigionata dal calcare del Lefka Ori.

Ci si allontana da Agia Roumeli lungo il golfo omonimo verso est. Superato il torrente Samaria, si procede sulla spiaggia, dove di tanto in tanto compaiono tracce di sentiero. Quando la spiaggia si stringe e si fa più rocciosa, le tracce si trasformano in evidente tracciato che sale dallo zoccolo alla cresta. Il sentiero si fa più largo e passa tra i pini in leggera salita. Tra i saliscendi si continua sempre lungo la linea di costa fino alla chiesa di S. Paolo (Agia Pavlos).

4° giorno: Agia Pavlos – Loutro
Dislivello: l’escursione si svolge lungo la costa
Tempo: 4 ore

Conviene partire con l’oscurità, per arrivare a Loutro ancora con il fresco. La meta della tappa è un altro paesino privo di accesso se non dal mare. Dominato dalle rovine di un castello veneziano, Loutro è un caratteristico villaggio di pescatori dai tradizionali colori bianco e azzurro, rannicchiato in fondo a una profonda insenatura, abbarbicato su quella stretta striscia di terra che la montagna a precipizio sul mare gli ha lasciato. Turisticamente più attrezzato e curato di Agia Roumeli anche per la vicinanza ad Hora Sfakion, il centro turistico della zona. Loutro non consente il campeggio, ma offre alberghetti a poco prezzo e un ottimo ristorante (il Madares).

Lungo il percorso l’ambiente è completamente diverso. Tutto è più arido, più bruciato. La pendenza della cresta è molto più morbida, il bosco è arretrato di parecchio e il sentiero si muove nel classico ambiente della gariga, qui a Creta (e in tutta la Grecia) chiamata frigana. La frigana è una comunità seminaturale dovuta in gran parte all’incendio o al disboscamento e, soprattutto, al pascolo. Il terreno è sassoso e i cespugli bassi e generalmente spinosi: dominano lo spinaporci, il timo, l’origano e l’asfodelo, ma non mancano cespugli di lentisco, elicriso, salvia ed euforbia spinosae. Per arrivare a Loutro si possono seguire due strade diverse, che si separano poco dietro la chiesa di S. Paolo: una passa per l’interno e per la chiesa di Agia loannis, l’altra lungo la cresta. Descriviamo quest’ultima. Dietro la chiesetta di Agia Pavlos, parte un sentiero in salita verso sud-sud-est, in prosecuzione di quello della tappa precedente, contrassegnato da segni gialli e rossi. Il sentiero si fa subito ampio, trasformandosi in una vera mulattiera che, con qualche tornante, sale nel bosco di pini. Ben presto si supera il bivio per Agios loannis e si giunge in prossimità della punta che chiude il golfo di Agia Roumeli (1.10 ore). Si lascia la pineta, si scavalca il costone che determina il promontorio e ci si affaccia sulla gariga. Per circa un’ora si cammina su questo terreno tra splendidi squarci panoramici sul mare, finché di lontano non compaiono i primi segni di Loutro (1.10 ore). Ora il sentiero scende attraverso due gole (molto bella e profonda la seconda che, come s’indovina, si insinua per lungo tratto nell’entroterra e, sulla costa, termina in un’amena spiaggetta sassosa, ravvivata da un cipresso e chiusa in una cala azzurra). A questo punto il sentiero passa su una stretta cengia a precipizio sul mare, poi su un arco naturale, e infine scende nell’insenatura che precede Loutro, dominata dai ruderi del castello veneziano, dove alcune abitazioni di contadini-pastori cominciano a subire una trasformazione turistica (1 ora). Si sale ai ruderi del castello e, lungo una mulattiera chiusa tra muretti a secco e alberi di fichi, si scende in paese (40 minuti).

5° giorno: Loutro – Hora Sfakion
Dislivello: 150 m
Tempo: 2 ore

Se si vuole dedicare la giornata un po’ al mare e un po’ a Frangocastello, quest’ultimo tratto può essere percorso in traghetto. Da Hora Sfakion, per l’ora di pranzo, parte un pullman che raggiunge Frangocastello. Forse è possibile andare a piedi da Hora Sfakion a Frangocastello. Per quanto ci riguarda, però, noi non siamo riusciti a rintracciare sentieri segnalati né a raccogliere informazioni sufficienti. Dall’estremità orientale di Loutro parte un sentiero che in salita taglia la costa, via via sempre più ripida. Esistono due possibilità: ad un primo bivio si prende a destra e si va verso Anopoli, dove arriva la strada asfaltata (e di qui sono 12 km fino ad Hora Sfakion, con possibilità di autostop nella parte finale), oppure si prosegue su tracce lungo la costa, ad una certa altezza sul mare (intorno ai 50 m di quota), fino ad arrivare ad una grande spiaggia dov’è possibile campeggiare (1.30 ore). Di qui si sale all’ultimo tornante della strada asfaltata sulla costa (30 minuti). Infine, seguendo il tracciato stradale, si ritorna a Cania, punto di partenza del nostro trek.

Un antico forno a Samaria.

Altre idee
Dai percorsi brevi alla scoperta di calette suggestive, dalle lunghe camminate ai trek di più giorni, a Creta le possibilità escursionistiche attendono solo la creatività dei volenterosi.

Per un primo contatto con i contrasti di Creta, arrivati a Matala, piccolo villaggio di pescatori della Messara, a sud della confusionaria Heraklion, si può subito fuggire dalla giostra del turismo. Dietro la libreria del paese, in direzione sud, parte un sentiero che supera le ultime case dell’abitato, salendo poggia a destra, con due ripidi tornanti giunge sullo zoccolo calcareo della costa e con alcuni saliscendi in 20 minuti arriva ad una baia sassosa, incorniciata dal mare azzurro tra rade mimose. Per il ritorno, risaliti sullo zoccolo della costa, al primo bivio si prende a sinistra e si costeggia il bordo dell’alta scogliera. Si susseguono incantevoli squarci di mare: seguendo tracce di sentiero, sempre lungo la costa, si rientra al paese dalla parte del porto (30 minuti). Sempre da Matala. esiste una possibilità di trekking, ma la sua realizzazione si presenta molto impegnativa. Si tratta di arrivare lungo strade interne a Kali Limenes, una bellissima baia in parte sfigurata da serbatoi petroliferi, dove pare sia sbarcato l’apostolo Paolo nel 59 d.C., e da qui lungo il mare portarsi a Lendasn, minuscolo villaggio di pescatori con pochissime attrezzature turistiche, situato in una baia affascinante.

Di stampo più turistico, altre escursioni conducono a varie grotte. Sul Monte Ida, due sono le grotte famose: quella di Kamares (4 ore di marcia), di interesse archeologico, con partenza dal villaggio omonimo sul versante meridionale del monte, e l’Ideo Andro, raggiungibile da Anogia, sul versante settentrionale, con 4-5 ore di cammino. Sarebbe, quest’ultima, una delle due localizzazioni della grotta in cui fu salvato e nutrito Zeus (l’altra si trova sul Monte Dikti, a 20 minuti dal paese di Psyhrò). Altre possibilità interessanti sono offerte dalle due penisole di Rodopou e Gramvousa, che chiudono il golfo di Kastelli, all’estremità nord-occidentale dell’isola. Numerose ovviamente le escursioni nel circo della Lefka Ori, ma le informazioni vanno cercate sul posto o, con un po’ di fortuna, alla sede del Club Alpino Ellenico di Cania. Tra le più semplici, la salita al rifugio Callerghi, dal paese di Omalos, sul bordo settentrionale dell’omonimo pianoro carsico. Unico accorgimento l’approvvigionamento d’acqua ed eventualmente la scelta della stagione, meglio tra metà aprite e metà giugno.

Qualche informazione
I termini destra e sinistra si intendono nel senso della marcia.
Indirizzi utili: Club Alpino Ellenico (E.O.S.), sede di Cania: via Mikhelidaki 5, tel. 0821/24647: sede di Heraklion: via Dikaiossimis 53, tel. 081 /287110: sede di Rethymno: via Arcadionu 143. tel. 0831/22710. Autostazione di Cania, presso Platia 1866, via Kydonias 7. Pullman di linea giornalieri garantiscono il collegamento con Omalos; corse ogni ora, a partire dalle 6 circa, nelle prime ore della mattinata, 1.30 ore di tragitto. A Heraklion, esistono tre autostazioni; i pullman per Cania partono di fronte all’hotel Xenia.

E per finire, un’avvertenza: la grafia dei toponimi, tradotta in alfabeto romano, subisce delle variazioni a seconda delle guide o delle carte che si usano: per esempio, Hora Sfakion si trova anche sotto Kora Sfakion o Sfakia.

Bibliografia: George Sfikas, The mountains of Greece, ed, Efstathiadis, Atene 1979 (utile risulta la carta stradale 1:200.000 della stessa casa editrice); George Sfikas. Wild flo- wers of Greece, ed. Efstathiadis, Atene 1980; George Handrinos e A. Demetropoulos, Rapaces de la Grece, ed. Efstathiadis. Atene 1982; G. Gueca, Massif des Lefka Ori de Crete, edizione franco-greca del Club Alpino Ellenico.

La chiesetta di Loutro, caratteristico villaggio di pescatori adagiato sul fondo di una profonda insenatura, a picco sul mare. Nella zona è vietato il campeggio, ma è possibile trascorrere la notte in alberghetti dal prezzo più che modico.

La mappa del degrado
(ricordiamo che l’articolo è stato scritto 32 anni fa, NdR)

Lo sviluppo industriale di Creta negli ultimi 20 anni è stato quasi inesistente, limitato per lo più alle attività tradizionali delle concerie e degli oleifici. Se questo ha determinato l’assenza di gravi problemi ambientali diffusi in tutta la l’isola, in compenso un turismo anarchico e caotico ha creato problemi locali piuttosto seri, dovuti soprattutto alla speculazione edilizia.

Nel 1971, ad esempio, Rethymno era ancora un piccolo centro stretto intorno al porto veneziano e alla città vecchia; ora è sparsa lungo la costa con edifici di 5-6 piani. La stessa cosa è successa lungo la linea di costa vicino a Cania, a Heraklion, ad Agios Nikolaos, a Sitia, a lerapetra, i principali centri balneari dell’isola. Il risultato di questo sviluppo selvaggio è che i problemi ambientali più gravi di Creta sono causati dai rifiuti solidi e dagli scarichi fognari. Le città, infatti, sono servite da fogne costruite centinaia di anni fa e lo scarico in mare avviene senza alcun trattamento. È evidente quanto drammatica possa divenire la situazione in piena estate, tanto che alcuni hotel trattano le acque sporche preventivamente, ma tutto ciò avviene senza alcun controllo e garanzia. In alcune zone non esiste neppure una rete fognaria e gli alberghi scaricano in cisterne che vengono poi vuotate da autocarri, ma lo sbocco finale di questi “carichi” è del tutto incontrollato.

Della stessa gravità il problema dei rifiuti solidi. Spesso, durante la stagione turistica, città e municipalità non sono in grado di raccogliere tempestivamente i rifiuti, che rimangono sul suolo e finiscono per contaminare le falde acquifere, data la natura carsica del terreno. In alcuni casi sono le stesse discariche, per via del trattamento improprio dei rifiuti, a contaminare le falde, colpite spesso anche dal “trasudamento” delle fatiscenti reti fognarie.

I problemi principali possono però essere localizzati. Ad Agios Nikolaos è stato costruito un impianto di trattamento biologico, ma il sistema di trattamento di raccolta delle acque sporche deve essere ancora ultimato; in conseguenza di ciò il mare davanti alla città e le falde acquifere risultano contaminate,

A Rethymno lo scarico in mare delle fogne avviene nel porto senza alcun trattamento, ma nonostante ciò una piccola spiaggia nel porto è usata per i bagni. Inoltre è stata progettata la costruzione di un porto turistico per 400 barche, che peggiorerà la situazione. Un altro segnale è che un’estesa area nella prefettura di Rethymno ha le proprie falde contaminate.

A Vai il bosco di palme, sul mare, è minacciato dallo sviluppo turistico. Ma anche sul piano più strettamente naturalistico non mancano i problemi. Un importante biotopo, rifugio di rari uccelli acquatici, ad est della città di Agios Nikolaos, è minacciato dal traffico pesante, dalle costruzioni e dal turismo marino. La Kri-Kri, la famosa capra selvatica di Creta, è vicina all’estinzione soprattutto per il bracconaggio spietato Le gole di Samaria sono sottoposte ad un’eccessiva pressione turistica (nei momenti di punta si contano mille visitatori al giorno). Nonostante esista una legge del 1979, valida su tutto il territorio nazionale, che pone sotto protezione i rapaci, vietandone la caccia per i successivi 20 anni, il loro numero va di anno in anno assottigliandosi perché la stessa legge prevede numerose eccezioni in base a regolamenti del XIX secolo.

Il commento
di Carlo Crovella

Rileggere questo articolo ha consolidato un’idea che costituisce un punto fermo nella mia vita. Per noi europei occidentali il Mediterraneo è l’ombelico del mondo. Sul pianeta esistono altri mondi, altre civiltà, altri contesti ideologici. Ma l’utero storico-culturale da cui siamo nati è questo grande lago quasi chiuso (se non fosse per lo Stretto di Gibilterra e il Canale di Suez). Qui dobbiamo cercare le nostre radici. L’introduzione di questo articolo ci racconta molte cose del passato storico da cui veniamo, anche se (purtroppo) siamo immersi nella civiltà tecno-liquida dei tempi nostri. Riscoprire il nostro passato ci può dare nuove idee per l’evoluzione futura. Inoltre: camminare è la cosa più naturale per i bipedi, ancorché pensanti e iperconnessi. Allora perché non accomunare le due iniziative?

More from Alessandro Gogna
Sulla plastica
di Vittorio Giovanni Rossi (da Calme di luglio – 1973, sulla plastica)...
Read More
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *