(sorgerà uno stadio per lo sci su quest’area protetta?)
a cura di Mountain Wilderness
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 7 marzo 2024)
Le vicende del parco regionale abruzzese del Sirente-Velino non conoscono tregua. Dopo la legge regionale del 2021 che riperimetrava l’area protetta riducendola di circa 6400 ettari, oltre il 10% della superficie complessiva (legge poi bocciata dalla Corte Costituzionale nel 2022), torna alla ribalta la preoccupante progettualità che investe i Piani di Pezza, un altopiano glaciale e carsico-alluvionale che si estende per circa 5,5 km in lunghezza e 3 in larghezza ad una quota compresa tra i 1.400 e i 1.550 m all’interno del Parco.
L’area dei Piani si trova in posizione baricentrica rispetto alle circostanti stazioni sciistiche di Campo Felice e Monte Magnola, e dagli anni 80 in poi gli interventi sul territorio sono sempre stati sostanzialmente finalizzati al loro collegamento; l’asfaltatura da Rocca di Mezzo a Vado di Pezza ha consentito l’intensificarsi degli afflussi automobilistici ai Piani (senza regolamentazione), poi la costruzione del Rifugio del Lupo a cui sono seguite altre edificazioni adiacenti, anche i 5 km di strada sterrata che percorrono da est ad ovest i Piani di Pezza sono aperti al traffico privato senza alcun tipo di limitazione.
Nel 2016 l’approvazione della delibera regionale per l’ampliamento dei due bacini sciistici, compresi nel Parco, riteneva strategico il progetto di collegamento sci ai piedi tra le stazioni di Campo Felice, Rocca di Cambio e Ovindoli Monte Magnola per lo sviluppo e la valorizzazione turistica, attraversando i Piani di Pezza. A chiudere il cerchio il Comune di Rocca di Mezzo presentò un progetto per la realizzazione di uno Stadio del Fondo per lo sci nordico con strutture di servizio, parcheggi, impianto di innevamento artificiale e relativo invaso per accumulo dell’acqua necessaria, con infrastrutture amovibili per permettere anche lo svolgimento di gare mondiali; il tutto in un’area tutelata sia dal Parco regionale che dall’Ue trattandosi di zona ZPS (IT 7110130) e ZSC (IT 7110206).
Negli anni l’iter di approvazione del progetto per lo sci di fondo è andato avanti, con l’introduzione di alcune varianti sollecitate per mitigare gli impatti ambientali: ad esempio la non realizzazione dell’impianto di illuminazione e la riduzione della capacità del bacino idrico. I lavori, iniziati verso la metà di luglio del 2023, sono stati interrotti pochi giorni dopo in quanto avviati prima del completamento della procedura di Valutazione di incidenza ambientale (VIncA), impossibilitando di fatto enti, associazioni e comitati a presentare le proprie osservazioni in merito al progetto come previsto dalla legge.
I proponenti hanno liquidato con facilità alcune delle criticità presenti. Di fronte alla richiesta sulla conformità dei lavori eseguiti rispetto al progetto depositato, si parla di “variazioni solo migliorative”; il bacino idrico viene ricavato all’interno del perimetro di una piccola cava dismessa, definita come detrattore ambientale “seppur in fase di lenta ricolonizzazione con presenza molto sporadica di vegetazione pioniera autoctona”; anche se il sito si trova all’interno di un habitat prioritario di interesse comunitario (Natura 2000), “ciò non significa che automaticamente tutto ciò che è ricompreso in tale perimetrazione debba avere tale caratteristica”; sulla presenza di una specie floristica rara, presente in Italia solo in Abruzzo e in pochissime aree tra le quali i Piani di Pezza, “nel luogo del cantiere non si è travolta nessuna specie o habitat” per “osservazione diretta”; in definitiva si tratta di un intervento “i cui lavori sono stati avviati, è vero, prima della pubblicazione della VIncA, ma comunque privi di qualunque capacità di generare incidenza” e quindi “l’esito della procedura non sarebbe stato in alcun modo negativo”.
Quindi si è operato in un’area protetta senza gli obbligatori adempimenti di legge, intaccando un habitat prioritario in fase di rinaturalizzazione, per la realizzazione di strutture che nelle intenzioni potrebbero ospitare anche eventi sportivi (e non solo) di forte impatto antropico. In aggiunta a ciò, una recente comunicazione della locale Amministrazione separata dei beni ad uso civico (ASBUC) sottolinea che “esistono lavori di sbancamento di notevole estensione eseguiti su terreni gravati da uso civico nella non disponibilità dell’amministrazione comunale, senza preventiva sdemanializzazione, senza autorizzazione e pertanto a tutti gli effetti da ritenersi abusivi”.
Comunicato
di Fabio Borlenghi – Altura Abruzzo; Francesco Sulpizio – CAI Abruzzo; Mimì D’Aurora – Dalla parte dell’Orso; Alessandro Piazzi – FederTrek; Simona Ricotti – Forum Ambientalista; Augusto De Sanctis – Forum H2O; Giovanna Margadonna – Gr. d’Intervento Giuridico; Vincenzo Giusti – Italia Nostra Abruzzo; Stefano Allavena – LIPU Abruzzo; Laura Asti – Pro Natura; Stefano Orlandini – Salviamo l’Orso; Massimo Pellegrini – Staz..Ornit. Abruzzo
Mentre l’ennesima invernata avara di neve si incarica di dimostrare quanto poco fondate siano le speranze di rilanciare un settore, come quello dello sci, ormai condannato a sopravvivere solo grazie allo spreco di fondi pubblici, le Associazioni scriventi tornano a portare all’attenzione della stampa il caso del cosiddetto “stadio del fondo” ai Piani di Pezza. Non vorremmo, infatti, che il silenzio su questa vicenda possa preludere a una sorta di “condono”.
È bene che tutti sappiano che quando, intorno alla metà di luglio 2023, iniziarono i lavori di scavo nel cantiere, poi sospesi il 26 dello stesso mese, all’iter procedurale del progetto, e quindi alla sua legittimità formale, mancavano i seguenti adempimenti, per quello che è a nostra conoscenza:
– la titolarità dell’area da parte del Comune di Rocca di Mezzo, dato che la zona dei Piani interessata dai lavori è soggetta a uso civico e oltretutto nel patrimonio della frazione di Rovere;
– la variante al Programma di Fabbricazione richiesta dalla Provincia in sede di Conferenza dii Servizi e la conseguente Valutazione Ambientale Strategica;
– la verifica di assoggettabilità a VIA richiesta dalla legge, redatta a quanto sembra dai tecnici incaricati, ma non ufficializzata;
– la “validazione” del progetto ai sensi dell’art. 26 del D.lgs 50/2016 (Codice dei contratti pubblici) (documento richiesto con istanza di “accesso agli atti” dal Segretario nazionale di Italia Nostra in data 17 novembre 2023 e non fornito fino ad ora dal Comune, quindi presumibilmente assente);
– la delibera di approvazione da parte del Consiglio comunale del progetto esecutivo e, con tutta probabilità, anche la precedente delibera di approvazione del progetto preliminare (anch’esse assenti in atti);
– la delibera di approvazione della VIncA da parte del Comune di Rocca di Mezzo (e tantomeno la sua trasmissione al competente Ufficio Regionale);
– e… conseguentemente, la concessione ai portatori di interesse dei 30 giorni necessari per le osservazioni di rito sulla VIncA.
L’impegno maggiore del Comune di Rocca di Mezzo si è indirizzato in via prioritaria a cercare di risolvere le carenze della procedura VIncA, a motivo delle quali erano stati sospesi i lavori. Dopo una prima fase di gestione in proprio, comprensiva dei tempi per le osservazioni, il 12 ottobre 2023 il Comune, “vista la situazione dovuta all’incompleta procedura V.Inc.A.” e dando seguito ad un esplicito invito della Regione datato 3 agosto, decise di attivare apposita istanza presso quest’ultima, rinunciando alla subdelega “solo per la pratica in oggetto”. Ma sempre sulla base, aggiungiamo noi, di uno studio di incidenza solo ed esclusivamente compilatorio. Tale superficialità di analisi è quindi rimasta, nonostante le controdeduzioni di rito alle nostre osservazioni, tanto che il Comitato CCR-VIA della Regione, nel suo parere del primo febbraio, ha esplicitamente richiesto di integrare tale studio con i risultati dei citati, ma non pubblicati, monitoraggi floro-faunistici (se realmente effettuati).
Sul problema della titolarità dell’area il Comune di Rocca di Mezzo ha cercato una soluzione firmando una convenzione con la precedente dirigenza dell’ASBUC di Rovere in base alla quale, insieme alla parziale soluzione di altre pendenze in materia, il Comune avrebbe ottenuto in concessione l’area per trent’anni in cambio del pagamento di un canone annuale. Peccato, per il Comune, che la precedente Amministrazione di Rovere era in regime di “prorogatio” e non avrebbe quindi potuto approvare nulla che non fosse di ordinaria amministrazione. Pertanto la nuova dirigenza dell’ASBUC ha respinto tale accordo, riportando il problema ai suoi termini iniziali.
Sulla mancata redazione di una specifica variante al Programma di Fabbricazione, e della conseguente VAS, richiesta dalla Provincia, l’Area tecnica del Comune, basandosi forse su una onerosa consulenza giuridica da 35.000 euro da parte di uno studio legale romano (determina 794/2023), ne ha affermato la legittimità in applicazione dell’art. 19 del testo Unico sugli Espropri (D.P.R. 327/2001). Il quale articolo afferma che “L’approvazione del progetto preliminare o definitivo da parte del consiglio comunale, costituisce adozione della variante allo strumento urbanistico”.
Prima logica osservazione: è tutto da dimostrare che una norma finalizzata a facilitare opere pubbliche per le quali siano necessarie operazioni preliminari di esproprio, sia applicabile anche in un caso come questo, in cui sono addirittura coinvolti beni soggetti a uso civico.
Seconda osservazione: quando questo fosse possibile, si tratterebbe comunque della sola “adozione”, andrebbe quindi rispettato anche il comma 4 del richiamato art. 19, il quale stabilisce che la delibera di approvazione venga spedita insieme alla relativa documentazione all’Ente competente (nel nostro caso la Provincia) per il parere di rito entro 90 giorni. Dopo i quali la variante dovrebbe essere approvata dal Consiglio Comunale.
Inoltro alla Provincia e definitiva approvazione della “variante” che non ci sono mai stati. Tanto è vero che in data 18 luglio la Provincia, in sede di Conferenza di Servizi e dopo aver esaminato solo il progetto preliminare, richiedeva la redazione della variante al Programma di Fabbricazione. Cosa che non sarebbe certo avvenuta se si fosse applicata la procedura di cui alla normativa che ora viene strumentalmente citata. Senza contare che a tutt’oggi, come detto in premessa, non c’è traccia né dell’approvazione del progetto preliminare, né del progetto definitivo. Nulla è stato risolto, e molte delle carenze segnalate appaiono del tutto irrisolvibili. Per molto meno, lavori così caratterizzati si usa ordinariamente qualificarli come “abusivi”. Come si fa, pertanto, a voler ancora portare avanti un progetto così scoperto dal punto di vista procedurale e legale?



Tutto questo è inaccettabile. Dobbiamo opporci a uno scempio della natura che si va realizzando in totale spregio delle regole da parte di amministrazioni pubbliche.