Changabang, the Shining Mountain

di Alessandro Gogna

Il libro
Due volte mi ritrovai io stesso ad arrampicare con Joe Tasker e Pete Boardman: la prima fu nella primavera del 1977, in Inghilterra, vicino a Sheffield, su una breve muraglia di conglomerato dove si saliva slegati. Loro erano di casa e andavano su e giù con una facilità pari solo alla grandiosità di ciò che nascondevano nel loro intimo. Era strano: sembrava non mi perdonassero di non essere bravo come loro, ma nello stesso tempo non mi sentivo a disagio e mi accorgevo di volergli bene. C’era qualcosa che mi colpiva, qualcosa che doveva continuare a colpirmi anche durante la traduzione che feci del libro di Bardman. La seconda volta fu a Trento, pochi mesi dopo: con loro due, ma anche Gian Piero Motti e Patrick Cordier, ci ritrovammo a scalare assieme sulla Paganella. Sembravano alla fine un po’ delusi della facilità della via che avevamo appena salito, forse erano solo delusi di un Festival così poco tecnico, con tante chiacchiere e molta retorica.

Ma nella mia mente erano sempre assieme, e dopo la loro tragica morte li ricordo solo assieme, e non sono l’unico. Uno dei più prestigiosi premi mondiali del mondo alpinistico è proprio il Boardman-Tasker Award, un riconoscimento annuale che l’Alpine Club dà ogni ottobre alla più bella opera letteraria nel campo dell’alpinismo.

E recentemente il giornalista Ken Wilson, uno dei più stimati storici dell’alpinismo, ha pubblicato The Boardman-Tasker Omnibus, la collezione dei 4 libri scritti dai due amici.

Ma veniamo alla loro impresa. Va detto subito che la salita al Changabang per la pare­te ovest, da parte di due uomini senza alcun aiuto esterno, è un fatto di storia e non di cronaca e che il libro che ne docu­menta l’origine, le fasi e la conclusione è un’opera su un fatto storico e non una relazione tecnica di una salita difficile.

Anche ammesso che i fatti non abbiano mai connotazioni così precise e immutabili da poter essere perciò schedati dura­mente in questa o quell‘altra casella nella graduatoria dei me­riti o nella classifica delle cose importanti, ogni tanto si produ­cono degli eventi che ad occhio esperto non lasciano dubbi sulla loro reale portata e sugli imprevedibili sviluppi dei quali sono gravidi.

Questo significa che la storia gioca in anticipo e che la fantasia non è da tutti. Spesso si legge o si sente la scoraggian­te conclusione di qualche cronista o di un osservatore superfi­ciale secondo la quale in alpinismo ci sarebbe ormai ancora ben poco da «fare», per mancanza di mete correttamente in­serite in una escalation dell’osabile. Per esempio, quando nel 1980 Reinhold Messner salì l’Everest da solo e senza ossigeno, cosa rimase? Non è domanda cui si possa da­re una risposta che lasci qualche speranza. Infatti l’Everest è stato sa­lito da un uomo solo e senza ossigeno e lascia freddini pensare che quella cima potrebbe essere ancora «vinta» da un uomo solo, senza ossigeno… e d’inverno. Questa ipotesi manca in­fatti di fantasia e offre solo un futuro desolante perché perfet­tamente prevedibile, quasi scontato. Ma quando Walter Bo­natti salì da solo sul Petit Dru, o quando Hermann Buhl ebbe la sua odissea a 8000 metri sul Nanga Parbat, o quando Georg Winkler accarezzò la cima della sua torre o quando ancora la parete sud dell’Annapurna fu salita come fu salita e l’Hidden Peak si concesse a Peter Habeler e Reinhold Messner, qualco­sa dentro di noi fu scosso alla radice, perché… tutto ciò non era prevedibile.

Ricordo come le notizie dilagarono fulmineamente, come alla giustificata piccola invidia di chi segretamente poteva aspirare a successi e realizzazioni simili si accostasse, trasparente, la genuina ammirazione che si prova di fronte ad un‘opera d’arte, che ti prende, ti scuote, ti fa vivere e dopo essersi insediata in casa tua non ti lascia più, gradita ospite e consigliera, ormai patrimonio comune. La parete ovest del Changabang non potrà mai essere dimenticata in un cassetto, non potrà mai essere uno dei tanti record in più che si «regi­strano» ogni anno. Il fenomeno è diverso e lo sapevano gli stessi protagonisti, quasi sospinti da una forza creativa che li «agiva» a dispetto di paure razionali e argonautiche illusioni.

La scalata del Changabang ci giunse nell’ottobre 1976, do­po ormai un‘estate abbastanza avara di successi della fanta­sia, se si esclude la Torre di Trango e soprattutto dopo un 1975 che aveva portato il successo dell’équipe di Chris Bonington sulla parete sud ovest dell’Everest. Ci giunse quindi in un caratteristico in­tervallo, in un momento d‘impasse, come se fosse stato studia­to apposta l’effetto teatrale da ottenere su uno spettatore, tale da farlo vibrare d’emozione e di partecipazione.

La Montagna di Luce, come tutti i libri, vuoI fare vive­re anche agli altri quell’esperienza, con la differenza però che a suo diretto sostegno v’è ormai il consenso di tutto il mondo alpinistico, cui emozionalmente capitò di vivere l’avventura ap­pena la conclusione di questa gli fu comunicata.

Fino ad allora il Changabang non era una montagna notissima, solo gli addetti sapevano delle sue linee granitiche ed eleganti, della sua selvaggia solitudine. La Montagna di Luce assolve an­che al compito di portare un lettore, meno tecnico e meno in­formato sugli attualissimi avvenimenti alpinistici, a diretto contatto con le montagne del Garhwal e con l’isolamento del Changabang. Perché Peter Boardman riesce a farci vivere quell’esperienza umana che in fondo tutti vorremmo vivere, indipendentemente dal risultato tecnico e dal successo che si presuppone di solito in un‘impresa.

Infatti il libro non ci racconta soltanto le vicissitudini, i tentativi e le gesta dei due protagonisti, ma ci introduce anche in quel rapporto a due che in teoria dovrebbe essere il più semplice, ma che in pratica si traduce spesso in ostile convi­venza forzosa. Lo stile tipicamente britannico che colora il rac­conto e l’avventura dà un tono a noi poco familiare, ma per nulla indigesto. Si passa dalla battuta fredda e acida, ma mai volgare, alle situazioni in cui entrambi i protagonisti sentono di non potersi concedere l’un l’altro, come se il rapporto tra loro, oltre che fondarsi sulla reciproca stima e fiducia, fosse strutturato anche su un persistente equivoco volontario che ar­tificiosamente lega i due personaggi, in maniera che l’uno sia mito per l’altro e il gioco delle proiezioni positive rinfocoli di continuo quella sana competizione che è alla base delle moti­vazioni alpinistiche. Tipico esempio è l’ostinata mancanza di riconoscimenti verbali reciproci, come se la parola pronuncia­ta a gratificazione dell’altro indebolisse il nostro potere.

La sua fine analisi psicologica induce spesso Boardman a riconoscersi debolezze che non ha, più che altro esaltando solo il timore di averle. La verità è lasciata all’interpretazione del lettore, che in questo gioco in parte si riconosce e in parte si diverte. Alla fine del libro la coppia vincente Boardman­-Tasker risulta simpatica, ma la regia di questa sensazione è da accreditare solo a quelle due personalità vere, che hanno saputo nella grande avventura-alpinismo trovare non solo una comune dimensione, ma anche indicare le nuove prospettive per il futuro. La salita alla parete ovest del Changabang, condotta in povertà e assoluta limitazione di mezzi e di spreco, è stata una pagina fondamentale nella storia dell’alpinismo, per quel­la freschezza, per quell’imprevedibilità e per quella tenacia che sono le sue caratteristiche peculiari: il libro che ne narra le vicende non poteva che assomigliare all’avventura-madre.

Per il racconto che Joe Tasker fece dell’impresa vedi https://www.gognablog.com/changabang-parete-ovest/.

Joseph (Joe) Tasker (1948-1982)
Joe Tasker aveva cominciato a far parlare di sé dopo una lunga campagna sulle Alpi con Dick Renshaw; assieme avevano salito un bel numero di pareti nord e tra questi successi brillava la prima ascensione britannica della parete nord dell’Eiger d’inverno. L’eco di questa impresa lo accompagnò subito e ne fece uno degli astri nascenti nella scena dell’alpinismo britannico. A questo seguì la salita innovatrice alla cresta sud est del Dunagiri, compiuta in stile alpino ancora con Renshaw.

Dopo la parete ovest del Changabang, fu la volta di due spedizioni al K2, della prima salita senza ossigeno della cresta nord del Kanchenjunga, la terza montagna del mondo; e poi ancora l’Everest d’inverno, e la prima ascensione al Kongur. Infine il tentativo alla cresta nord est dell’Everest.

Voleva raggiungere quell’obiettivo con grande forza. Al momento supremo sicuramente era assai vicino allo scopo, ma questo non poteva consolarlo perché era un genere di pensiero che non gli faceva piacere. Tasker infatti era un realista vero, come dimostra ad esempio un brano tratto dal suo libro Everest, the cruel way: «… Durante i molti anni in cui avevo provato ad essere prete cattolico, vivevo in un mondo di sogno, facendo piani fantastici per le vacanze, il solo momento in cui potevo davvero vivere, in fuga mentale dalle rigorose vesti di orari rigidi, regole costrittive e comportamenti forzati. Dopo quel lungo periodo di vita a regime, mi ritrovai ad avere antipatia verso qualunque tendenza a vivere in mondi di fantasia, preferendo invece pensare esclusivamente a ciò che davvero potevo realizzare, senza più vivere nella speranza solo per essere deluso in seguito o solo per accorgermi che la realtà mal si adattava ai miei sogni».

Joe Tasker

Questo non vuol suggerire che Tasker vivesse cinicamente come una macchina per arrampicare, spingendosi freddamente sulle montagne più alte e più difficili senza alcun sentimento. Era cresciuto in famiglia numerosa e questo, assieme al periodo trascorso in seminario, lo dotò di un’onestà interiore perfino devastante e della totale mancanza di riguardo verso qualunque pretenziosità. Questo si rapportava con la grande determinazione necessaria a risolvere i problemi di come organizzare la vita, sia sulle montagne, sia negli affari oppure scrivendo libri e, nell’ultimo periodo, facendo film. Aveva il dono di analizzare velocemente i problemi, perciò, una volta individuata la migliore soluzione, la perseguiva con grande efficienza senza esitare. A volte poteva apparire spietato ad un comune mortale. Ma di certo questo lo sapeva bene, ed era ben conscio dei sentimenti e dell’orgoglio altrui, così da nascondere i propri dietro un’apparente maschera d’indifferenza.

Alcuni amici vedevano il rapporto Tasker-Boardman come tortuoso ma, alla fine, saldo come quello di una vecchia coppia sposata, sempre piena di piccole ripicche e musi, ma sempre ben salda. Tasker aveva grande rispetto delle capacità di Boardman come scalatore e scrittore, ma era critico verso l’amico e verso tutti gli altri esattamente come lo era con se stesso.

Ci ha lasciato con qualcosa su cui meditare: un secondo libro (Savage Arena) che ci racconta dalle sue prime scalate al secondo viaggio al K2, poi i film che aveva girato sull’Everest e sul Kongur. Specialmente in quest’ultima impresa aveva dimostrato la grande tenacia di girare fino in vetta: e questo ci ricorda ancora una volta la perseveranza di cui era dotato.

Peter (Pete) Boardman (1950-1982)
Era nato il giorno di Natale del 1950 a Bramhall, nel Cheshire. Sua madre favorì le sua attitudini alle lettere, tanto che Boardman si laureò proprio in letteratura inglese. Dimostrava grande diplomazia, tanto da diventare in breve tempo segretario del British Mountaineering Council. La sua conoscenza del gallese gli permise di gettare ponti tra i vari gruppi di arrampicatori e fu grazie ai suoi sforzi se l’associazione britannica delle guide di montagna fu alla fine riconosciuta dall’UIAGM (Unione Internazionale Associazioni Guide di Montagna).

Pete Boardman

Il compagno Martin Wragg racconta di come, per partire presto di notte, gli facesse lo zaino la sera prima. Nel 1971, dopo la Nord del Cervino, tentarono lo sperone nord est di Les Droites, dove furono sorpresi a bivaccare uno sull’altro senza terrazzino: dopo una notte terribile iniziarono la ritirata assieme ad un’altra cordata incontrata lì per caso, quella di Joe Tasker e Dick Renshaw.

Assieme a Wragg andò nell’Hindu Kush: fu una spedizione da 12 vie nuove, di cui le più importanti furono due: la parete nord del Koh-i-Khaaik doveva essere di allenamento al Koh-i-Mondi, l’obiettivo principale, ma si rivelò la salita più difficile mai da loro affrontata che richiese tre volte il tempo ipotizzato. Impossibilitati alla ritirata, senza cibo e con equipaggiamento insufficiente, se la cavarono raggiungendo la vetta, a detta di Wragg, grazie alla fortuna e alle abilità di Pete.

Boardman in seguito andò in Alaska, nel Caucaso e nei Tatra polacchi d’inverno, prima d’essere invitato nel 1975 da Chris Bonington alla spedizione della Sud Ovest dell’Everest. Era il più giovane di tutti, ma durante l’assedio alla parete si guadagnò la possibilità di far parte della cordata d’appoggio a quella di Doug Scott e Dougal Haston. Assieme allo sherpa Pertemba, anche Boardman raggiunse la vetta. In discesa, fu l’ultimo ad incontrare Mick Burke, diretto alla cima e solo. Questi andava incontro al suo destino, ma anche Boardman e Pertemba furono vicini al limite fatale, quella notte. Quell’esperienza suprema lo lasciò curiosamente insoddisfatto.

Lo purificò soltanto l’impresa del Changabang, l’anno dopo. Subito dopo incontrò Hillary Collins e assieme a lei andò in Africa, al Kilimanjaro e sul Mount Kenya per il Diamond Couloir, e poi ancora in Nuova Guinea, sul Carstenz. Tra i suoi grandi successi, il Gauri Sankar, la cresta nord del Kanchenjunga senza ossigeno e la prima ascensione del Kongur, si trovò a fronteggiare anche le sconfitte, per esempio quella del K2. E in tutto questo ebbe anche il tempo di sposarsi con Hillary.

Ed arriviamo così alla tragedia sulla cresta nord est dell’Everest, per un alpinista britannico l’ultimo sogno, l’avventura degna della leggenda di Mallory ed Irvine.

Poco prima di partire per l’Everest, Boardman aveva completato il testo del suo secondo libro. Sacred Summits è dunque il suo testamento, un libro che già nel titolo annuncia l’atteggiamento che l’autore ha sempre avuto verso le montagne, di amore e mai di rapina, anche dopo i suoi più grandi successi. Poco prima di scomparire, aveva scritto alla moglie queste righe: «È abbastanza strano, ma non è tutto duro qui, all’inizio della nostra avventura. Ora non ho bisogno di farmi delle domande, o di leggere libri istruttivi o edificanti; ho bisogno solo di quella cresta, un buio tunnel in cui passare prima di una nuova e splendente luce del giorno».

Una cordata nella vita…
La spedizione del 1982 alla cresta nord est dell’Everest voleva salire la più lunga ed inviolata dorsale sulla montagna più alta del mondo, senza usare l’ossigeno. Membri della spedizione erano il collaudato gruppo di Pete Boardman, Joe Tasker, Dick Renshaw e Chris Bonington, il capo spedizione. Li aiutavano Charles Clarke e Adrian Gordon, che però non avevano intenzione di salire oltre il Campo Base Avanzato, a 6400 metri. Stabilito questo il 4 aprile, i quattro incominciarono le operazioni di ricognizione sulla cresta, con il minimo di corde fisse: ma l’idea potenzialmente vincente era quella di non usare tende, esposte alla furia dei venti della cresta, bensì di scavare dei buchi nella neve che davano anche il vantaggio di stare sempre tutti assieme.

Il 10 aprile scavarono il primo campo a 6850 m, poi il 12, a 7250 m, provarono a scavare il buco del Campo 2, incontrando però la roccia quasi subito. Questa era abbastanza rotta, ma ci vollero ugualmente 14 ore di lavoro suddivisi in alcuni giorni per ottenere una buca che potesse contenerli tutti.

Dopo un periodo di riposo, tornarono al Campo 2 e da lì superarono un primo gradino per un canale di neve e un secondo per rocce rotte: fu lì che sistemarono le prime corde fisse. Il 24 aprile scesero ai 5200 del Campo Base, per avere un vero riposo, visto che al Campo Base Avanzato non riuscivano a ristabilirsi completamente. Il 1° maggio erano ancora tutti e quattro al Campo 2. Il giorno dopo salirono alla spalla di neve dei 7884 m, e mentre Boardman e Renshaw si fermarono lassù a scavare il Campo 3, Bonington e Tasker scesero al Campo 2 per risalire il giorno dopo con altro equipaggiamento. Alcune centinaia di metri su neve abbastanza facile li condussero nei pressi della prima grande difficoltà, il primo dei tre pinnacoli che caratterizzano la cresta nord est dell’Everest. Lì, a 7900 m, la cresta di neve diventava sottile a lama di coltello, sbarrata dai pinnacoli di roccia. All’enorme lunghezza (circa 800 metri) di questa sezione si opponeva un misero guadagno di dislivello di neppure 400 metri prima di raggiungere la giunzione con la cresta nord e cioè con la via cinese, a 8290 m. Da lì in poi avrebbero proseguito per la vetta seguendo la via normale salita per la prima volta dai cinesi nel 1965, ben conosciuta e assai frequentata. Il 4 maggio Boardman e Bonington attaccarono il primo pinnacolo: Pete fu subito impegnato su un tratto misto di roccia e ghiaccio, a tal punto che Chris fu costretto a giuntare due corde assieme per permettergli di arrivare ad una sosta. Andava forte Pete, e Chris era ben contento di lasciarlo andare da primo per altri 100 metri. Il giorno dopo Dick e Joe proseguirono: Renshaw superò una lunghezza estrema, su neve ripida e inconsistente. Alla fine di questa, un fastidioso e incontrollato tremore lo costrinse a tornare alla buca di neve del Campo 3. Continuarono Joe e Pete, arrivando quel giorno sulla cima del primo pinnacolo, a 8170 m.

La preoccupazione per i sintomi di Renshaw e la stanchezza di quattro giorni sopra i 7900 m, li consigliarono di scendere al Campo Base, dove Clarke, il medico, diagnosticò a Dick un leggero infarto e lo costrinse ad abbandonare subito la spedizione. Anche Bonington si convinse di essere andato al limite e che avrebbe soltanto rallentato la progressione di Joe e Pete. Inoltre questi potevano aver bisogno, subito dopo l’attacco alla vetta, che qualcuno gli andasse incontro lungo la via cinese della cresta nord. Bonington e Gordon potevano farlo. Il 15 maggio Pete e Joe salirono dal Campo Base Avanzato direttamente al Campo 2 in sei ore (segno di quanto fossero in forma e ben acclimatati). Il giorno dopo, il 16, raggiunsero il Campo 3, con un buon assortimento di viveri, una discreta quantità di combustibile e circa 250 metri di corda da poter fissare. Nella stessa giornata Bonington e Gordon tentarono di raggiungere il Colle Nord (all’inizio della cresta nord, cioè della via normale dei cinesi), come programmato. Ma alle sei di sera erano ancora 100 metri sotto al colle, fermati dal muro di ghiaccio della crepaccia terminale. Fu lì che ebbero l’ultimo contatto radio con Joe e Pete: lo chiusero con l’accordo che il giorno dopo avrebbero avuto due contatti, il primo alle tre del pomeriggio e il secondo alle sei di sera. All’apparecchio era Pete: sembrava del tutto ottimista. Chris e Adrian scesero al Campo Base Avanzato, pensando di riposare il giorno dopo e di salire il 18 maggio al Colle Nord.

Il 17, Bonington riuscì a seguire con un potente cannocchiale i progressi della cordata sulla cresta. Alle nove di mattina erano già in cima al primo pinnacolo, poi però impiegarono tutto il giorno per superare quattro lunghezze di corda, quasi sempre sul versante nord ovest della cresta e quindi pienamente visibili dai compagni. Alla sera erano al piede del secondo pinnacolo, poi scomparvero dietro, sul versante sud orientale. Bonington pensò che avessero difficoltà a trovare un luogo per una tenda o per una buca di neve. Il fatto che non avessero effettuato il contatto radio non lo preoccupò più di tanto, era più probabile un’impossibilità momentanea a parlare che non un guasto alla ricetrasmittente.

Il mattino del 18 maggio Bonington e Gordon ripartirono per il Colle Nord e per tutto il giorno guardarono la cresta nord est, da lì visibile ancor meglio. Misero la tenda sul bordo della crepaccia terminale e raggiunsero il Colle Nord la mattina del 19. Per quel giorno e anche per tutto il 20 guardarono la cresta con i binocoli, sempre più preoccupati perché sapevano che non era possibile raggiungere la giunzione con la cresta nord senza entrare nel loro campo visivo. L’unica spiegazione poteva essere una caduta mortale sul versante sud est, verso il Kangshung Glacier.

Changabang, via Boardman-Tasker

Nel frattempo Clarke era tornato, dopo aver accompagnato Dick Renshaw fino a Chengdu. I tre scartarono la possibilità di salire la cresta per un improbabile soccorso e preferirono verificare cosa potesse vedersi dal Kangshung Glacier. Gordon rimase al Campo Base Avanzato, mentre gli altri due scendevano al Campo Base il 22 maggio; con un camion andarono al villaggio di Kharta e da lì camminarono per una sessantina di km attraverso il valico del Langma La fino al ghiacciaio del Kangshung, dove peraltro non videro alcun segno né di vita né di morte. Anche Adrian Gordon non vide nulla fino al 28 maggio, giorno in cui decise di scendere al Campo Base. In giugno ai tre, riuniti al Campo Base, non rimase che accettare che Joe e Pete erano morti. Charles Clarke incise una pietra a memoria dei due amici, che ancora oggi si può vedere al campo base dell’Everest, poi ricordò: «mentre incidevo la scritta, il mio unico desiderio era che gli ultimi momenti della loro vita potessero essere per sempre avvolti nel mistero».

In arrampicata sulla parete ovest del Changabang

… e oltre
Nel 1984 l’americano Donald Goodman si trovava molto in alto sulla cresta nord (via normale), quasi alla giunzione con la cresta nord est, a 8290 m e chiaramente riconobbe, guardando verso la cresta nord est, un oggetto rossastro nella neve tra le numerose torri di roccia. Gli ingrandimenti fotografici fecero pensare ad una persona seduta con lo zaino ed un materassino giallo. L’anno dopo, Rick Allen della spedizione Pilkington, raggiunse gli 8150 m in una stupefacente incursione solitaria sulla cresta. Non riuscì a raggiungere la vetta del primo pinnacolo ma trovò la cinepresa di Tasker (senza film esposti). In seguito, al piede del primo pinnacolo, la spedizione trovò due imbragature appese ad un chiodo e un paio di bastoncini. Il capo spedizione Mal Duff giudicò che quelli non erano oggetti da abbandonare se non nel disperato tentativo di risparmiare sul peso.

Nell’agosto 1988 i pinnacoli furono alla fine traversati per la prima volta dal neozelandese Russell Brice e dal britannico Harry Taylor che raggiunsero la Spalla nord est (la giunzione tra cresta nord e cresta nord est) a 8400 m dopo due giorni di dura scalata e un terribile bivacco poco prima del terzo pinnacolo. I due rinunciarono a proseguire per la vetta, causa il tempo non sicuro e le condizioni della neve, e discesero subito per la cresta nord. Riportarono che la cresta tra il primo e secondo pinnacolo, dove appunto Tasker e Boardman erano stati visti l’ultima volta, era veramente affilata con cornici su ambo i lati e rigonfiamenti e funghi di ghiaccio ovunque: data l’impressionante quantità di neve non videro nulla degli sfortunati predecessori.

Giochi di nuvole sul Changabang

Nel 1992 i quattro alpinisti kazaki Valeri Khrishchaty, Vladimir Suviga, Yuri Moseev e Viktor Dedi lavoravano assieme ai giapponesi Motomo Ohmiya, Manabu Hoshi, Yoichiro Taniguchi e Tsuyoshi Kokubo  per salire la cresta nord est, questa volta definitivamente. Dapprima scoprirono una buca di neve a 7250 m con materiale vario appartenuto a Boardman e Tasker, nonché un diario di Bonington, con data ultima del 1° maggio 1982. Poi, a circa 8200 m, poco oltre e sotto la vetta del secondo pinnacolo 8230 m, scoprirono una testa che fuoriusciva dalla neve. Nei loro vari tentativi, passarono quattro volte accanto al corpo e a fine maggio Vladimir Suviga poté fotografare quella salma seduta nella neve. Per la caduta mortale di Hoshi e per il successivo salvataggio di Ohmiya da parte dei kazaki, la spedizione non arrivò in vetta ma fu costretta a scendere per la cresta nord. In seguito la fotografia di Suviga dimostrò con certezza che il corpo era quello di Pete Boardman. Anche la giacca era la sua. Nessuna traccia di Tasker.

La parete nord del Changabang

La cresta nord est dell’Everest cedette nel 1995 ad un’organizzatissima spedizione giapponese che, cingendo letteralmente d’assedio la via, con gran dispendio di sherpa e di mezzi, ne ebbe finalmente ragione. Ma, come spesso succede, questo successo d’equipe non colpì alcuna fantasia, quasi le riviste lo ignorarono. Ingiusto? Forse, ma è certo che Pete Boardman e Joe Tasker non meritavano che la loro via avesse una conclusione così ingenerosamente diversa da quella che loro avevano sognato.

Anche i giapponesi incontrarono un corpo che un’ipotesi iniziale voleva di Tasker: in seguito però, anche con l’aiuto dei due capi spedizione Tadao Kanzaki e Kiyoshi Furuno, si stabilì che era lo stesso incontrato dai kazaki tre anni prima, quello di Boardman.

Fu allora che la foto di Goodman tornò ad interessare. Già nel 1992 Motomo Ohmiya, co-leader dei kazako-giapponesi, aveva osservato che l’oggetto rossastro era situato più in alto e ben oltre la posizione in cui fu trovato Boardman. Seguirono approfonditi studi, tra i quali si distinguono per precisione quelli di Jochen Hemmleb, per cercare di determinare l’esatta posizione dell’oggetto rossastro, senza peraltro giungere a conclusioni precise. In queste ricerche Hemmleb, coadiuvato dal neozelandese Russell Brice, investigò perfino sull’esatta geografia del luogo, cercando di districare la complicata matassa di pinnacoli e giungendo perfino a stabilire, assieme a Brice, l’esistenza di un quarto pinnacolo. Ma, nonostante l’accuratezza di queste disquisizioni, lo stesso Hemmleb non se la sente di difendere una versione definitiva. L’oggetto in questione potrebbe essere la loro tenda, oppure nient’altro che Joe Tasker, il quale, dopo aver visto morire di sfinimento l’amico, potrebbe aver proseguito da solo, nel disperato tentativo di raggiungere la cresta nord, e in seguito anche lui essersi seduto per sempre a guardare quella cresta, non così lontana e unica possibile via di salvezza.

Changabang da sud-est

Il Changabang prima e dopo Boardman e Tasker (fino al 2000)
Il Changabang, una delle più belle montagne dell’Himalaya del Garhwal (o Himalaya indiano), è alto 6864 m ed è situato a 30°29’59” di latitudine Nord e a 79°55’37” di longitudine Est. La sua storia alpinistica è assai recente, perché incomincia nel 1974, però da molto tempo il sogno di conquista della montagna più difficile dell’India aveva affascinato generazioni di alpinisti.

Tra le altre montagne del Nanda Devi Sanctuary, Frank Smythe la descrive nel 1937 come «un picco che precipita dalla vetta al ghiacciaio con una parete che sembra tranciata con un solo colpo di coltello». Anche l’accesso alla base è difficile e complicato, sia che si passi dal Dharansi Pass sia dalle selvagge gole del Rishi Ganga. L’inglese W. Murray sostenne d’averne salito la cima nel 1800, ma lo stesso Alpine Club pensò poco dopo a sconfessarlo.

Pete Boardman in arrampicata sul Changabang

Nel 1974, una forte spedizione di Chris Bonington, che comprendeva i britannici Dougal Haston, Doug Scott e Martin Boysen, assieme all’indiano Balwant Sandhu e al nepalese Tashi Sherpa, si avvicinò alla montagna con l’intenzione di scalarne la parete ovest. Boysen scrisse in seguito che «le rocce verticali e strapiombanti, chiazzate qua e là da macchie di ghiaccio ridicolmente ripide… rendevano tutto così ovviamente difficile da essere quasi una burla». Si rivolsero così all’altro lato della montagna e, scalato il versante nevoso sotto alla parete sud est del Kalanka 6931 m, salirono alla vetta del Changabang per la cresta nord est.

In arrampicata sulla cresta sud del Changabang

Nella primavera del 1976 i giapponesi Akira Kobayashi, Masahide Aida, Harumi Ohno, Yukio Asano e Teruyoshi Karino, guidati da Naoki Toda, dal Rhamani Glacier attaccò la cresta meridionale sul lato sinistro e riuscì in 33 giorni di lavoro a sistemare, senza l’aiuto di portatori, corde fisse fino a 6850 m, praticamente fino alla vetta, che raggiunsero tutti il 13 giugno 1976. In seguito questa via si chiamò per comodità «cresta sud ovest».

Andy Cave

Nella stagione postmonsonica ebbe luogo l’impresa di Boardman e Tasker, raccontata in questo libro, proprio su quella parete che solo due anni prima Martin Boysen aveva definito una burla, la parete ovest. Il 15 ottobre 1976 segnò una data storica nell’alpinismo moderno: Peter Boardman e Joe Tasker, dopo un mese di fatiche, avevano ragione di quei 1450 metri di dislivello, con un exploit che subito e giustamente Chris Bonington definì “l’impresa più difficile compiuta in Himalaya”, agli albori delle grandi spedizioni “a due” su pareti difficili. Quella vittoria fu di due uomini senza alcun aiuto esterno e balzò subito agli onori della storia, non soltanto della cronaca. Condotta in povertà e assoluta limitazione di mezzi e di spreco, anche se non in stile alpino, è stata una pagina così fondamentale da ispirare l’intera generazione di giovani alpinisti di quegli anni.

Nello stesso tempo, un’altra spedizione britannica, quella di Syd Clark, Jim Duff, Alan Roberts, Ted Rogers e Colin Read, dal Changabang Glacier attaccava l’evidente sperone sud, parallelo ma ben più verticale, alla cresta sud. Dopo 18 giorni rinunciavano, quasi a 6100 m, sotto alla difficilissima parete sommitale. Si rivolsero allora all’obiettivo di riserva, l’imponente parete sud est. Salendo in stile alpino raggiunsero la vetta dopo tre giorni, il 2 ottobre, e scesero sulla via di Bonington con qualche variante. Un’impresa che ha poco da invidiare a quella, più famosa, di Tasker e Boardman.

Brendan Murphy

Il 1978 vide quattro fortissimi alpinisti affrontare lo sperone sud che aveva respinto i britannici. Erano i polacchi Vojciech Kurtyka e Krzysztof Zurek, il britannico Alexander Mac-Intyre e l’americano John Porter. Dopo un avventuroso avvicinamento e dopo aver traversato il ghiacciaio, i quattro arrivarono alla base e bivaccarono. Il 15 settembre salirono sei lunghezze seguendo l’itinerario dei loro predecessori, poi scesero al campo base. Quando ritornarono in parete avevano zaini pesantissimi e impiegarono tre giorni per arrivare alla parete sommitale, che riuscirono a salire in altri cinque giorni, al ritmo di quattro lunghezze al giorno: una salita costellata di piccoli incidenti e voli potenzialmente assai pericolosi.

L’autunno 1980 vide i neozelandesi Andrew Rothfield, Peter Allen, Max Berry, Paul Anderson, Malcolm Noble, John Dunlop, Patrick Miller, Timothy Hughes e Michael Rheinberger nel tentativo di ripetere la via di Bonington. Il 28 settembre giunsero in vetta Rothfield, Anderson e Rheinberger. In seguito, nella marcia di ritorno, Hughes cadde e morì nelle gole del Rishi Ganga.

Nel 1981 è la volta degli italiani. Appena raggiunto il campo base sul Changabang Glacier, a 4050 m, il capo spedizione Renato Lingua fu costretto ad andarsene per malattia. Rimasero Ugo Manera, Lino Castiglia, Isidoro Meneghin, Alessandro Zuccon, Roberto Bonis, Pietro Crivellaro, Giuseppe Rocca e Claudio Sant’Unione. Intendevano affrontare la cresta meridionale sul lato destro, per una via che a 6000 metri si congiunge con la via giapponese e che, da allora in poi, fu chiamata «cresta sud». Piazzato il Campo 1 a 5250 m, impiegarono dal 6 al 10 ottobre per sistemare il Campo 2 a 6000 m, al cosiddetto Colle degli Italiani, arrampicando su difficoltà rocciose fino al IV+. In seguito attrezzarono  la cresta per 400 metri, fino al congiungimento con la via giapponese, superando rocce di V e V+, A1 e A2 e pendii di ghiaccio a 70° e 80°. Dal 16 al 18 ottobre Manera e Castiglia continuarono da soli fino alla vetta, bivaccando due volte in salita e un’altra in discesa.

Carlos Buhler

Nel 1982 gli australiani Mark Moorhead, Rod Mackenzie, Jon Muir e Craig Nottle dal Rhamani Glacier iniziarono la salita della cresta sud ovest (via giapponese) per poi molto presto attraversare sulla cresta sud (via degli italiani). Per quest’ultimo itinerario, tra varie vicissitudini, riuscirono a raggiungere la vetta scendendo poi per la cresta nord est e per il versante meridionale di questa fino al Changabang Glacier. Da qui, con un’odissea di altri quattro giorni lungo le gole del Rishi Ganga, riuscirono a tornare al loro campo base.

Per tredici anni la montagna fu chiusa dal governo indiano a qualunque visita e solo nel 1996 i britannici Andy Perkins, Brendan Murphy, Roger Payne e Julie-Ann Clyma riuscirono ad effettuare un tentativo sulla parete nord, dal Bagini Glacier. Giunsero a poco più di metà parete.

L’anno dopo, a 21 anni di distanza dalla splendida impresa di Boardman e Tasker sulla parete ovest, la parete nord fece ritornare all’attenzione mondiale degli alpinisti questa grande montagna di granito. Gli stessi Murphy, Payne e sua moglie Julie-Ann Clyma  tornarono in parete assieme a Mick Fowler, Andy Cave e Steve Sustad. Volevano salire la parete inviolata di 1600 m in perfetto stile alpino, tre cordate da due. Fowler scrisse: «Per noi “stile alpino” significa che ciascuna cordata sale indipendente, portando sulla schiena i carichi, e che mai si utilizza la tecnica di risalita a jumar, neppure il secondo di cordata».

Julie-Ann Clyma

In seguito all’arrivo al campo base il 10 maggio 1997, le condizioni atmosferiche (freddo e neve tutti i pomeriggi) non permisero il reale inizio della salita. Solo il 23 maggio fu possibile partire per la cordata Cave-Murphy. Li seguirono per lo stesso itinerario Fowler e Sustad il 25 maggio, appositamente due giorni dopo per non ostacolarsi a vicenda. La prima cordata raggiunse la vetta il 1° giugno e durante la discesa per la via normale sul versante  Cave pativa di un congelamento all’alluce destro. Lo stesso giorno in cui Cave e Murphy raggiungevano la vetta, Fowler e Sustad riuscivano a toccare la cresta sommitale, ma in quel momento un rampone mal fissato tradì Sustad: i due precipitarono per una settantina di metri sul versante meridionale, arrestando la caduta fortunosamente sull’unico ripiano di neve in un vasto pendio. Dopo un altro bivacco, Cave e Murphy (che nel frattempo erano scesi dalla vetta) aiutarono con le corde i compagni a risalire il ripido pendio fino in cresta. Rinunciando alla vetta, Sustad e Fowler decisero di scendere subito assieme agli altri. Ferito al torace, Sustad fu aiutato a scendere dagli altri tre. Ma la tragedia doveva anche questa volta colpire. Il 3 giugno nevicava forte e i quattro, impegnati nella discesa della via normale per raggiungere il Changabang Glacier, non riuscirono ad evitare una valanga che cadde a circa 6000 m dai fianchi del Kalanka: Murphy fu travolto e gli altri furono sfiorati da vicino. Il corpo non poté essere recuperato.

Nel frattempo Payne e sua moglie Julie-Ann Clyma, che avevano attaccato il 26 maggio una linea di salita un po’ a sinistra, erano intrappolati nella loro tenda nel nevaio superiore, sotto all’ultimo colatoio della parete. La neve fresca che scendeva ogni giorno li costringeva a star fermi. Rimasero lassù quattro giorni prima di decidersi a scendere, ormai sfiniti.

La prima ripetizione di questa via sarà dei francesi Sébastien Moatti, Sébastien Ratel e Léo Billon, in stile alpino e in soli tre giorni, dall’11 al 13 maggio 2018.

I francesi nella prima ripetizione della parete nord del Changabang

Nel 1998 quattro scalatori russi, Ivan Dusharin, Andrej Mariev, Pasha Shabalin e Andrej Volkov, assieme all’americano Carlos Buhler arrivarono al campo base sul Bagini Glacier (4400 m) il 26 aprile. Proseguirono fino a 5130 m, alla base della parete nord del Changabang. La via dell’anno precedente saliva una serie di canalini ghiacciati a sinistra del cuore della parete, uno scudo di granito assolutamente repulsivo, per sbucare sulla cresta sommitale a circa 6600 metri. I russi attaccarono invece ben più a destra e, al di sopra della crepaccia terminale (5250 m), passarono cinque giorni a fissare corde su dieci lunghezze, tornando sul ghiacciaio ogni sera.

Il 16 maggio ritornarono in parete e bivaccarono sulle loro portaledge (tende montabili anche su parete verticale) a 5700 m. Da lì impiegarono 13 giorni (scalando nel cosiddetto “stile a capsula” per giungere in vetta il 29 maggio. L’attore principale era Shabalin, quasi sempre in testa: la scalata, battezzata in seguito Lightning Route, 35 lunghezze in tutto, a parte tratti di ghiaccio a 80°, richiese un’artificiale durissima, con lunghezze di A4 sopra ai 6500 m. La discesa fu effettuata lungo la via stessa.

Termina così per il momento la storia alpinistica del Changabang, ben lungi dall’essere davvero finita. Nei prossimi anni assisteremo a nuovi exploit e forse ancora a quel tipo d’impresa che tanto aveva entusiasmato, un’impresa come quella di Tasker e Boardman, eccezionale non solo per le difficoltà e per il coraggio dimostrato, ma anche unica per quelle qualità di fantasia creativa che forse riusciranno a sfondare una routine periodicamente facile a consolidarsi.