Jannu: una storia di resilienza russa

Jannu: una storia di resilienza russa
di Federico Bernardi
(articolo pubblicato su RockAndIce in inglese ma in forma ridotta il 10 aprile 2019. L’Autore ringrazia di cuore Victor Gorlov del Club Demchenko, Michael Levy, Manu Rivaud, Bob Aubertijn, Rodolphe Popier, Anna Piunova ed Eliza Kubarska)

Sul ghiacciaio himalayano chiamato Yamatari, il 2 aprile 2019  si è conclusa felicemente una delle più drammatiche epopee nella storia recente dell’alpinismo in alta quota : i due alpinisti russi Sergey Nilov e Dmitry Golovchenko, dopo 19 giorni sullo Jannu 7710 m,  esausti e al limite della resistenza umana, senza cibo ormai da 4 giorni, hanno finalmente abbracciato Eliza Kubarska, alpinista e regista polacca e il resto del team che ha supportato il duo durante questa incredibile impresa, e che li attendeva sul ghiacciaio al termine della discesa lungo la via dei Francesi.

                                                                                 

 

L’impresa ha avuto una larga risonanza e grande partecipazione emotiva, a livello internazionale, sui social e anche su media mainstream, per la prova di resistenza estrema e per la preoccupazione sull’esito finale, in un contesto di incertezza, pericoli e incognite e per le scarne comunicazioni con i due alpinisti.

I due fuoriclasse russi, seguaci dello “stile alpino” più essenziale,  hanno scalato l’inviolata e difficile parete est del colosso himalayano, in una lenta progressione, causata da condizioni di tempo orribile, nevicate abbondanti, vento forte in quota e valanghe.

Marcin Tomaszewski, fuoriclasse alpinista polacco e terzo componente del team, ha deciso di non partecipare al tentativo di scalata, ritenendo il suo acclimatamento insufficiente e troppo elevati i rischi oggettivi, per il maltempo e i pericoli di valanghe.

Va tenuto conto che il team aveva raggiunto il Campo Base dopo un estenuante avvicinamento di oltre 60 km, causa impraticabilità delle strade per le grandi precipitazioni nevose.

E’ evidente che la rinuncia di Marcin ha condizionato fortemente la strategia di scalata per i due russi, decisi comunque a provarci ma già consapevoli di dover effettuare una deviazione a quota 7000, rimanendo nel canale trasversale che taglia la parete verso la cresta sud-est, per evitare la tecnica e difficile headwall rocciosa che conduce direttamente in vetta.

                    Sergey Nilov, Marcin Tomaszewski , Dmitry Golovchenko

La scalata della parete est
I due russi  sono partiti il 15 marzo dai 4800 m del Campo Base e nei primi 3 giorni, con tempo discreto,  hanno compiuto una buona progressione superando il ghiacciaio sui 5300 metri e procedendo su nevaio e misto fino ai 6300 m, quasi all’imbocco della serie di canali di neve e ghiaccio che tagliano diagonalmente la parete. Il tempo si è poi deteriorato, condizioni invernali, neve e scarsa visibilità, costringendo i due alle prime lunghe attese in tenda e a lente progressioni, fino a giungere il 22 marzo sui 6900 metri di quota.

Va notato che a quel punto i due sapevano già dell’impossibilità di ridiscendere per la stessa via, causa valanghe cadute nella parte bassa e che avevano del tutto stravolto il percorso. Unica possibilità: continuare a scalare e scendere da un altro versante.

Sono occorsi 6 lunghi giorni, sotto continue nevicate, per raggiungere finalmente i 7400 metri sulla cresta sud, raggiunta il 28 marzo dopo 14 giorni complessivi in parete (!)  in prossimità della sella che porta al tratto sommitale. Il giorno precedente – casualmente compleanno di Golovchenko! – era cominciata una provvidenziale finestra di tempo discreto; l’ultima nottata sulla parete est è stata cruciale per la decisione di rinunciare a percorrere la cresta fino in vetta, per la stanchezza, le incognite della discesa e per i pericoli delle cornici sommitali esposte ai forti venti in quota.

La via dei Francesi
La scelta del percorso di discesa è stata decisamente problematica: dopo consultazioni radio col Campo Base e analizzate le poche opzioni a disposizione, i due hanno deciso di scendere per la via dei Francesi, aperta nel 1962 dai primi salitori guidati da Lionel Terray. Il team al Campo Base avrebbe quindi traslocato, in un duro percorso di avvicinamento, fino al ghiacciaio Yamatari che si affaccia sulla grande parete sud.

                           photo Marcin Tomaszewski/infografica Manu Rivaud (alpinemag.fr)

Questa via è lunga e  complessa, si sviluppa scendendo verso il grande Circo Glaciale del Trono, tra seracchi e crepacci che fendono il ghiacciaio superiore; continua in un lungo percorso su cime minori rocciose e selle, per poi scendere sul ghiacciaio della Providence a oltre 6000 metri; da qui un labirinto a zigzag che poi confluisce sulla lingua glaciale detta Des Jeunes, per poi finalmente terminare sulla morena dello Yamatari, Campo Base a 4900 m.

La discesa
Nel frattempo il team del Campo Base, coordinato da una straordinaria Eliza Kubarska, era riuscito a mantenere i contatti radio ogni giorno, fornendo le indicazioni ai due sulla via ricevute da francesi e polacchi, traslocando poi sul ghiacciaio Yamatari e stabilendo il Campo Base a 4900 metri.

Mentre gli alpinisti russi hanno cominciato la discesa, senza poter comunicare per un paio di giorni, Eliza Kubarska e il resto della squadra del campo base – ancora sul lato est della montagna – sono rimasti in costante contatto, riportando utili informazioni di discesa al duo, una volta ripristinati i contatti radio,  con gli esperti polacchi Grzegorz Głazek e David Kaszlikowski, e per le previsioni del tempo con il meteorologo Michał Pyka.

                        Eliza Kubarska, il resto del team polacco e gli Sherpa

Ulteriore supporto è stato offerto nei giorni successivi da Manu Rivaud, giornalista di AlpineMag.fr e Anna Piunova, capo redattrice del noto sito russo, specializzato in alpinismo,  Mountain.ru. Sasha Golovchenko, moglie di Dmitry, ha inviato le coordinate satellitari del GPS a Kubarska.

Kubarska e tutta la squadra del Campo Base si è poi trasferito sul ghiacciaio Yamatari sul lato sud, stabilendo un nuovo campo base a 4.900 m nel crocevia col ghiacciaio Des Jeunes, dove inizia la via dei Francesi.

I primi due giorni di discesa sono stati i più difficili e preoccupanti, per scarsi contatti; il duo è riuscito a scendere solo 100 metri il 28 marzo e 300 il 29 marzo, bivaccando nella crepaccia terminale dell’enorme ghiacciaio superiore dello Jannu, il “Circo del Trono”.

 

Il versante sud dello Jannu , con il grande Ghiacciaio del Trono (Throne Circus), la cui crepaccia terminale si delinea parallelamente alla cresta sud-est

Il tempo generalmente buono ha permesso agli alpinisti, molto stanchi e ormai senza viveri, di superare le difficoltà maggiori e rimediare alcuni errori di percorso in discesa. Poi nebbia per 2 giorni, i crepacci e canali di misto per le cime intermedie, altre discese labirintiche tra seracchi e crepacci insidiosi,  e finalmente i due sono giunti in salvo.

Il 2 aprile Sergey Nilov e Dmitry Golovchenko hanno finalmente abbracciato Eliza Kubarska dopo 19 giorni sulla montagna. Di cui 7 ad oltre 7000 metri in quota!

Dmitry e Sergey

I due fuoriclasse russi, non certo particolarmente conosciuti né sponsorizzati da grandi marchi, sono ben noti nella comunità alpinistica internazionale: hanno vinto ben due volte il Piolet D’Or, nel 2013 per una via sulla Muztagh Tower 7276 m, in Karakorum, che ha richiesto 17 giorni e nel 2017 per la linea diretta sulla parete nord del Thalay Sagar 6904 m, in Himalaya, che li ha tenuti impegnati 10 giorni.

Il Club Alpino Demchenko di Mosca

    La bandiera del Club Alpino Demchenko sul Bashkara

Questa capacità di resilienza e determinazione nel cercare nuove vie su pareti d’alta quota, tecnicamente difficili, inviolate e applicando uno stile alpino puro, il più leggero possibile, nasce da lontano, all’interno dell’ambiente del Club Alpino A. Demchenko di base a Mosca, la comunità di cui Sergey Nilov e Dmitry Golovchenko sono membri dall’inizio degli anni duemila.

Club fondato originariamente come Scuola Militare, nei primi anni ’70, dall’omonimo alpinista Alexander Demchenko, noto per il suo rigore e severità nell’allenare ed educare gli allievi a una filosofia di stile essenziale e veloce, coraggioso e determinato.

Il motto della Scuola era ed è rimasto “Fear Not”, ispirato da Demchenko che ripeteva: “Army climbs in any weather”.

Negli anni ’80 il Club di giovani alpinisti vinse molti campionati nazionali e realizzò importanti scalate nell’Unione Sovietica, spesso realizzate con uno stile ben più leggero di quello tradizionale, militare e pesante, usato sugli Ottomila.

L’attuale Club Alpino A. Demchenko, ristabilito nel 2000 da Victor Volodin, non ha più nulla a che fare con i militari, e come ci racconta Victor Gorlov (alpinista nel club dal 2005 e compagno di cordata dei due), è attualmente molto distante dalla disciplina dei tempi militari , “is the most loose climbing community in Moscow”, osserva scherzosamente il mio nuovo, cordiale e ironico amico moscovita, che mi ha generosamente aperto una finestra sulla filosofia di vita, ancor più che di alpinismo di per sé, di questo gruppo di circa 50 alpinisti attivi, che organizza 3 o 4 spedizioni annuali, nel Caucaso, in Crimea e quest’anno nel Tajikistan, sul Pamir.

La pressione per il risultato e le decisioni
Eliza Kubarska, come accennato, ha avuto un ruolo cruciale nella spedizione – stava già lavorando alla sua idea di film  The Wall of Shadows   da un paio d’anni , e ha proposto ai due russi di unirsi al fortissimo Marcin Tomaszewski e contribuire al film, offrendo loro il supporto finanziario per la spedizione e la logistica.

Victor mi dice che questa spedizione sul Jannu ha rappresentato un’occasione irripetibile per Sergey e Dmitry. “La pressione di raggiungere un risultato, nella difficile situazione economica, ha influenzato  le decisioni dei due e quando ho saputo che Marcin rinunciava mi sono preoccupato molto. Ecco perché ho seguito passo passo cosa succedeva. In genere sono tranquillo perché il team è sempre stato di tre o quattro persone. E’ quella la dimensione ideale per pareti di questo genere. Se ti capita qualcosa, in tre o in quattro puoi aiutare chi è in difficoltà a scendere, o se devi ritirarti in fretta. In due è tutto più dannatamente difficile e pericoloso. Hanno rischiato, e io sono profondamente grato e ammirato per l’incredibile supporto ricevuto da Eliza Kubarska e tutto il team, polacchi e sherpa. Si sono dannati l’anima per aiutare i ragazzi, tenendo contatti con il team internazionale [che si è creato spontaneamente quando la notizia è diventata virale sui social, e che ha inviato preziose indicazioni sulla via, NdA]”.

Successo o grande occasione mancata?
Mi ha molto impressionato notare la differenza di valutazione sul “successo” di questa impresa, vista dalla patria russa o dal resto dei media: oltre al sollievo e alla sincera gioia nel vedere tornare sani e salvi, senza congelamenti gravi, i due straordinari ragazzi russi, il riconoscimento del valore della loro “quasi traversata” senza vetta è arrivato immediato e unanime dalla stampa europea e americana. Messner ha celebrato con ammirazione i due, Rodolphe Popier dell’Himalayan Database e 8000ers.com certifica che la loro è la prima traversata, seppur imperfetta, di una montagna così imponente e difficile.

Ma per i russi più puristi, e per alcuni membri dello stesso Club Demchenko, è un’opportunità mancata, un’impresa da Mountain Tourists, come scherzosamente – ma nemmeno tanto, in fondo – vengono ora apostrofati gli alpinisti più duri e puri della Madre Russia, perchè…
L’ Alpinismo è raggiungere la vetta della montagna, no? E’ così semplice!“.