La Corsa alle Jorasses

Negli anni Trenta è la parete nord delle Grandes Jorasses ad attirare l’attenzione dei migliori alpi­nisti europei. Il primo vero tentativo è del 10 agosto 1928 sullo sperone Walker da parte di Leo Gasparotto, Alberto Rand Herron e Piero Zanetti con Armand Charlet ed Evariste Croux: raggiunsero la massima altezza raggiungibile senza chiodare, all’attacco delle prime fessure di difficoltà estrema. Nel 1931 arrivano i germanici. Il 1° luglio Anderl Heckmair e Gustl Kröner attaccano nella gola centrale tra gli Speroni Croz e Walker e si alzano per cento metri. L’8 agosto Hans Brehm e Leo Rittler attaccano nella gola centrale e salgono circa 500 metri. Purtroppo i loro corpi furono ritrovati nella crepaccia terminale. Nel 1932 vi furono altri tentativi di Lino Binel e Amilcare Crétier; di Gabriele Boccalatte e Renato Chabod; di Enzo Benedetti e Amilcare Crétier con Louis Carrel e Pierre Maquignaz, tutti nella gola centrale.

Nell’agosto deI 1933 Giusto Gervasutti e Piero Zanetti raggiungono la pri­ma torre dello sperone Croz; il maltempo li costringe a ritornare. Nel luglio del 1934 Armand Charlet e Robert Greloz riprendono l’itinerario di Gervasutti e Zanetti: superano la seconda torre, proseguono, e arrivano fino a 3600 metri. Ma Charlet dovette fermarsi, arrampicando con scarponi fer­rati e senza piantare chiodi, di fronte ad una parete verticale.

Il 30 luglio 1934 attacco generale condotto da Rudolf Peters e Peter Haringer; Charlet e Ferdinand Belin; Chabod e Gervasutti, più una cordata di tre austriaci. Soltanto i primi due proseguono, nonostante le cattive condizioni della parete, superano il passaggio chiave fra nevaio medio e nevaio superiore, risalgono il nevaio superiore, bivaccano sulle rocce sovrastanti. Il 31 la tormenta li costringe alla ritirata, Haringer cade e si uccide durante la discesa; ma il 2 agosto Peters ritorna incolume alla base della parete, dopo avervi passato cinque giorni ed essersi così meritato la vittoria che conseguirà il 28 e 29 giugno 1935 con Martin Meier. La grande parete nord delle Grandes Jorasses era stata vinta!! (A cura della Redazione di Sherpa).

Renato Chabod (Aosta, 1909 – Ivrea, 1990) è indubbiamente una delle figure di più spicco tra gli alpinisti che hanno operato sulle montagne val­dostane tra i due conflitti mondiali. Si trasferisce a Torino per completare gli studi liceali e frequentare la facoltà di giurispru­denza, ma nello stesso tempo fa amicizia con i valdostani Amilcare Crétier e Lino Binel. A Torino si inserisce nell’ambiente alpinistico facendo conoscenza con Giusto Gervasutti: i due porteranno a termine la prima ascensione della parete est del Mont Emilius, proprio in preparazione alla salita alla Nord delle Jorasses, il problema di quei tempi. La delusione della mancata prima ascensione alla Nord delle Jorasses (vedi in seguito il capitolo La corsa alle Jorasses) quasi gli fa maturare la decisione di abbandonare l’alpinismo atti­vo per dare alla sua passione per la montagna una versione più politica. Tra le sue prime ascensioni si ricordano: la Sud-est del Mont Maudit nel 1929 (qui raccontata), il Couloir du Diable al Mont Blanc du Tacul nel 1930, la Nord dell’Aiguille Blanche de Peutérey nel 1933, il Couloir Gervasutti al Mont Blanc du Tacul nel 1934. Nel 1934 effettua nelle Ande la prima ascensione al Cerro Cuerno e la settima salita, nonché prima italiana, all’Aconcagua. Nel Club Alpino Italiano ha rico­perto la carica di presidente generale dal 1965 al 1971, è stato presidente del CAAI ed è stato apprezzato metodico e competente compilatore delle guide della Collana Monti d’Italia per i volumi Monte Bianco e Gran Paradiso. È stato senatore, vi­cepresidente del Senato e sindaco di Courmayeur e autore di un apprezzato libro autobiografico, La Cima di Entrelor (A cura della Redazione di Sherpa).

Refuge du Couvercle e parete nord delle Grandes Jorasses

La Corsa alle Jorasses – prima parte
di Renato Chabod
(pubblicato su Rivista Mensile del CAI, 4-1935, pag. 173)

– Secondo me – dice il Fortissimo – cercano di arrivare alle roccette per ridiscendere – ma Fernand è di parere contrario – hanno la testa dura e sono capacissimi di andare ancora avanti; speriamo solo qu’ils ne devissent pas e non ci tocchi di andarli a raccogliere.

Senza dubbio quei due punti neri nel bel mezzo del gran canalone sono messi piuttosto male e non si sa bene se vadano avanti o indietro, talché ognuno di noi ha un’opinione diversa sulle loro probabili intenzioni.

Siamo tutti e quattro col naso per aria, sul balconcino del rifugio, il Fortissimo, io, Fernand Belin (guida e neo custode del nostro beneamato Rifugio Leschaux) e la Signorina Marie Louise, una gentile signorinetta di Chamonix che sa anche il tedesco e fa da interprete con quei due individui che l’altro ieri hanno compiuto una poderosa esplorazione in parete ed ora, grazie al cielo, stanno preparandosi per scendere a Chamonix.

È indiscutibile che non si sono mai visti tanti tedeschi come quest’anno, nel Gruppo del Bianco, e specialmente qui a Leschaux ce n’è una vera invasione: oltre ai due che ora sono alle prese con la Nord e ai due reduci, vi è una tenda misteriosa a poca distanza dal rifugio, dove albergano tre individui, pure assai sospetti per le loro aspirazioni Jorassiane, e a Chamonix, a quanto si dice, vi sono poi altre numerose cordate di rincalzo, pronte ad entrare in linea al momento opportuno. Noi due, poveretti, ci facciamo una meschina figura, così soli soli in mezzo a tanti forti rappresentanti dell’alpinismo tedesco-austriaco, fermamente decisi ad imporre sulla sconfitta parete il segno della croce uncinata. Ad esser sinceri, però, debbo dire che a noi questi biondi piantatori di chiodi non fanno poi tanta paura.

Dal Refuge du Couvercle verso la parete nord delle Grandes Jorasses.

Stamattina, quando abbiamo visto la pista sul ghiacciaio e i due punti neri nel canale, ci siamo sentiti parecchio inquieti, ma al rifugio le prime parole di Fernand – il-y-a les allemands dans la face! – ci hanno rialzato il morale: dunque non c’è “lui”, le grimpeur le plus rapide du monde, quello che ha già fatto tremare tutti il 5 luglio, quando è salito con Greloz fin sotto la gran macchia di neve ed è andato a un pelo dal chiudere la serie dei tentativi sulla terribile muraglia, Armand Charlet: “gli altri” lasciamoli pure fare, tanto più che hanno attaccato allo sbaraglio nel gran canalone e, anche se se ne levano a buon mercato, non andranno certamente molto lontano. Mangiamo quindi in santa pace, sbirciando ogni tanto dalla finestra per vedere a che punto sono, e poi andiamo a far conoscenza con le nuove cuccette elastiche, l’ultimo grido della tecnica edilizia d’alta montagna.

I miei dolci sonni vengono bruscamente interrotti dal Fortissimo, che mi urla in un orecchio – C’è qui Charlet!
– Come, Armand Charlet?
– Sì, Armand, proprio lui, era qui appena adesso.

Infatti Charlet sta seduto fuori a godersi il sole e ci salutiamo con grande effusione: – Ma guarda che bella combinazione, ma che piacere di vederla signor Charlet!

Il grande Armand mi guarda con aria paterna e poi si degna di interrogarmi: – Il suo compagno non è forse “Monsieur Gervasutti”, quello che l’anno scorso ha fatto un tentativo con Zanetti?

Lui même – risponde il Fortissimo – ma, vede, non siamo mica venuti qui per la parete: una passeggiata, sa, nient’altro che una piccola passeggiata, tanto per vedere il nuovo rifugio. – Già, capisco, e allora avete aspettato che ci fosse la luna piena per non aver bisogno della lanterna, non è vero?

Abbiamo chiacchierato a lungo con Charlet, prima di cena, ed abbiamo così appreso molte cose interessanti sul conto dell’ormai famoso tentativo del 5 luglio: Charlet ci dichiara che dove ha tentato allora non c’è niente da fare (ma allora perché ci ritorna?) e poi se la prende con quei due che sono in parete, e con i tedeschi in genere, che vogliono portargli via le “sue” Jorasses. Quanto a lui, domani, non farà che una piccola esplorazione – une toute petite reconnaissance – in compagnia di Fernand Belin (eccolo lì il compagno, e noi due scemi a sperare che aspettasse il cliente!). Resta inteso che anche noi faremo solo una esplorazione (se ci riesce di andare su, dice il Fortissimo, sta a vedere che razza di esplorazione andiamo a fare!) ed io affido solennemente alla Signorina Marie Louise una scatola piena di viveri di riserva ed altri ammenicoli, che “riprenderemo al ritorno”. Fernand è stupito.
– Come, volete tornare qui a Leschaux? – ma Armand, sarcastico, lo ammonisce: – E dove vuoi che vadano?

A mezzanotte siamo tutti e quattro in piedi per il caffè e gli ultimi preparativi: noi due ci sbrighiamo un po’ più in fretta e partiamo per primi, alle 1,05. Fuori c’è un chiaro di luna fantastico e le montagne sono tutte in piena luce, dal Col des Hirondelles all’Aiguille de Pierre Joseph, solo la parete è in ombra, tetra e ostile, e soprattutto fredda, terribilmente fredda. Ci domandiamo dove potranno essere quei due disperati di ieri e, francamente, non vorremmo essere al loro posto.

Charlet e Belin ci inseguono a passo di carica e dopo nemmeno mezz’ora li abbiamo addosso, procedendo assieme per un breve tratto.
Sapevamo per sentito dire che Charlet fila come un diretto (non per nulla i francesi lo chiamano le grimpeur le plus rapide du monde, ma la dimostrazione che ci offre ora delle sue doti podistiche è veramente superiore ad ogni legittima aspettativa, tanto è leggero e felino nel suo andare, che non ricorda menomamente il famoso “passo ritmico e cadenzato” così caro agli scrittori di cose alpine. Né il suo compare gli è da meno, di modo che, a nostro modesto avviso, quei due vanno troppo forte e reputiamo più saggio lasciarli passare avanti: anche ammettendo, a nostra parziale giustificazione, che siano meno carichi di noi (il che è vero, purtroppo), tengono un passo tale che a dover lottare con loro in velocità arriveremmo sicuramente scoppiati alla crepaccia.

– Lasciali andare – dico al Fortissimo – dovranno ben gradinare il pendio di ghiaccio e lì li riprenderemo con comodo. Del resto ci conviene star dietro a Charlet almeno per il primo tratto, ché lui conosce già la via e sarà tanto lavoro risparmiato per noi due. Ma Armand ha mangiato prontamente la foglia e ci darà una severa lezione di tattica alpina. Continuiamo dunque il cammino sulla neve gelata e scricchiolante, le due guide davanti e noi dietro, cercando solo di non farci staccare troppo. Quando siamo ormai vicini alla parete ed entriamo nella zona d’ombra li perdiamo di vista, perché è passabilmente buio e ci troviamo in mezzo a seracchi ed avvallamenti del ghiacciaio: siamo dunque costretti ad accelerare, per vedere dove attaccheranno, in modo da non perdere il beneficio dei gradini. Alla crepaccia li rivediamo in pieno pendio, 40-50 metri sopra di noi, ed udiamo distintamente il rumore che fa Charlet nel gradinare, nonché, ad intervalli, le loro voci. Mentre ci mettiamo i ramponi, i due guadagnano altri 10-15 metri di pendio, talché, quando a nostra volta passiamo la crepaccia, siamo ormai a una sessantina di metri dai nostri rivali.

Qui si rileva la finezza di Armand il pié veloce, perché, invece di salire obliquamente il pendio di ghiaccio, come era prevedibile, ha attaccato in linea retta: appena ho superato il bordo della crepaccia mi sento quindi arrivare in testa un considerevole blocco di ghiaccio, tosto seguito da altri di minori dimensioni, una vera pioggia di ghiaccioli che mi si precipita addosso con violenza inaudita, data la distanza a cui si trova quell’uomo diabolico che, intanto, sta gradinando a tutto spiano. Per questo mi devo spostare alquanto dalla traccia (niente di male per ora, il pendio è di neve e si va in ramponi), in modo da raggiungere una posizione meno bersagliata. Rapido consiglio di guerra all’arrivo del Fortissimo, e dolorosa constatazione che c’è poco da fare e bisogna tirare avanti sotto la pioggia, perché sopra c’è ghiaccio e non dobbiamo perdere i gradini. Ma indubbiamente la nostra andatura è assai ritardata e i due non perdono un millimetro di terreno.

Quando poi arriviamo ai gradini, dobbiamo riconoscere che ci tocca ingrandirli alquanto, per la ragione curiosissima che ora mi accingo a spiegare. Le due guide hanno ramponi a 10 punte, noi i Grivel a 12: questo dannato pendio è combinato in maniera tale, che vi è uno strato superficiale di ghiaccio duro, dello spessore di 4-5 cm, poi uno spazio vuoto di altri 4-5 cm ed infine il pendio vero e proprio di ghiaccio nero. Orbene, mentre coi 10 punte basta fare un piccolo buco nello strato superficiale per infilarvi la punta del piede, la quale, dato lo spazio vuoto, verrà a trovarsi in posizione abbastanza stabile, andando ad arrestarsi contro il pendio sottostante, coi 12 punte succede che le due punte anteriori toccano subito il fondo e non si ha quindi il beneficio dello spazio vuoto, in modo che ci si trova un po’ per aria (ho cercato di dimostrare la cosa nella figura schematica riportata in questa pagina).

È questa la sola conformazione glaciale, invero assai rara, in cui dovendo gradinare sì è in vantaggio coi 10 punte rispetto ai 12 punte (1). Una cosa simile l’abbiamo già notata nel canalone ovest della Tour Ronde, però solo per un tratto brevissimo. Lascio la spiegazione scientifica del fenomeno agli studiosi di glaciologia, io qui mi limito a considerarne le conseguenze alpinistiche, le quali si riassumono nella necessità di dover ampliare il gradino, quando si abbiano i 12 punte in modo da poter mettere il piede di traverso, mentre con i “10” lo si può mettere di punta e quindi è sufficiente un gradino (cioè un buco) assai più piccolo.

Qualcuno potrebbe forse pensare che io stia cercando delle scuse più o meno efficaci per giustificare il ritardo nei confronti della cordata delle due guide, ma così non è: ho già detto più sopra che in fatto di velocità di marcia noi eravamo nettamente battuti, ma che speravamo di poterci mantenere a ruota dei nostri rivali con l’astuzia, riguadagnando il terreno perduto coll’approfittare dei gradini già preparati sul pendio. Due circostanze da noi imprevedute, prevedibile la prima (caduta dei ghiaccioli) e imprevedibile la seconda (speciale conformazione del pendio, rarissima da trovarsi), mandarono a monte i nostri piani e quindi il nostro distacco non diminuì affatto. Non solo, ma poi, quando entrammo nel canale obliquo che porta in vetta alla 2a torre (2), dovemmo fare i conti con i sassi che ci piovevano dall’alto, fermandoci forzatamente in parecchi punti obbligati. Si potrebbe anche osservare che, per non dovere ingrandire i gradini, avremmo potuto levarci i ramponi e salire di punta anche noi: ma non credo si possano trovare facilmente due individui così eroici da fermarsi a togliersi i ramponi su un pendio di ghiaccio vivo a più di 50°, di notte (o quasi) e con le mani intorpidite dal freddo.

Quando siamo quasi al termine del pendio e sta albeggiando, udiamo delle voci salire “dal basso”: guardiamo in giù e cosa ci tocca vedere? Tre individui, dico tre, che hanno ormai superato la crepaccia e stanno salendo a tutta andatura sulle nostre piste, con la evidente intenzione di raggiungerci.

– Beh – dice Giusto – i due tedeschi di ieri, più Charlet e Belin, più noi due, più questi tre che stanno arrivando, fra tutti siamo in nove in parete e per una parete nord delle Jorasses mi pare che basti, no?

Condivido pienamente l’opinione del mio egregio amico, ma ormai sono così abituato ai colpi di scena che non mi stupirebbe affatto vedere spuntare un altro paio di cordate: tanto è destino che oggi si debba venire tutti a sbattere il naso contro le Jorasses, con tante montagne che ci sono in giro molto più comode ed invitanti di questa.

Meno male che non siamo proprio gli ultimi, siamo in terza posizione e giova sperare che miglioreremo ancora…

Quando entriamo nella gola tra la 1a torre e la parete, su rocce non difficili, ma con neve e vetrato, incomincia a fischiare qualche sasso, come è più che logico, poiché sopra di noi vi devono essere quattro uomini che stanno arrampicando e hai voglia di fare attenzione, ma qualche pietruzza bisogna pur farla ruzzolare a valle, a tutto scapito della incolumità personale di quelli che vengono dopo. Occhio dunque, mio caro Fortissimo, se non vogliamo esser lapidati (queste sono pietre perbacco, e non più ghiaccioli) e avanti sempre, che presto o tardi li piglieremo. Qualcuno potrebbe anche osservare che non è molto prudente mettersi così dietro a due cordate in un canale esposto ai sassi, ma è facile rispondere che, se la prudenza è virtù cardinale, vi sono dei momenti in cui entra in ballo il prestigio alpinistico della nazione cui si ha l’onore di appartenere ed allora la prudenza deve necessariamente andare a farsi benedire.

Siamo in vista di una cordata nemica (3): il primo si trova momentaneamente in una posizione piuttosto ariosa e si muove con cautela, mentre l’altro di sotto gli fila la corda. I due sono impegnati in un tratto assai delicato, a metà strada fra la 1a e la 2a torre, noi siamo nel canale a c. 50 metri dal colletto della 2a torre. È positivo che per raggiungere il colletto siamo in piena esposizione ed infatti, sul più bello, uno dei due rivali muove un sassolino, il quale a sua volta ne muove degli altri ed io che sono allo scoperto in mezzo al canale abbozzo qualche passo di danza, ma alla fine me ne piglio uno sul braccio destro con tanta forza che lì per lì sto per volare, poi mi faccio coraggio e tiro avanti in quarta velocità, sperando solo di non prenderne un altro. Però questo fatto mi ha profondamente disgustato e quando arrivo al colletto della 1a torre prego il Fortissimo di andare lui avanti, che io non ne voglio più sapere. Veramente eravamo già intesi così, che io avrei superato il pendio di ghiaccio e le rocce fino alla 1a torre e poi sarebbe passato lui, ma ora gli dichiaro bellamente che io ho il braccio rovinato e in testa non ci vado più, nemmeno a pagarmi.

Al colletto c’è un buon posto da bivacco, ed infatti troviamo la roba abbandonata dai due tedeschi, abiti impermeabili, sacco da bivacco, una lanterna e un paio di ramponi. Facciamo un piccolo spuntino, mentre aspettiamo che i nostri immediati predecessori si siano levati dal malpasso, poi ripartiamo, il Fortissimo baldanzoso ed io mogio mogio.

Appena sopra il colletto della 1a torre c’è un passo tutt’altro che facile, coperto di ghiaccio e vetrato: Giusto mette un chiodo, poi sale sul ghiaccio (che tiene) e passa oltre. Quando viene il mio turno, levo il chiodo, salgo sul ghiaccio e quello, rammollito dal caldo (ho dimenticato di dire che il nostro canale è esposto ad est e prende il sole prestissimo), parte in massa, onde io faccio un piccolo volo fuori programma, appeso alla corda che il Fortissimo regge dall’alto con ferma mano. Poi mi arrangio con la corda per salire e tutti e due constatiamo con gran piacere che ora di lì non si passa più e quindi i tre nostri successori sono tolti senz’altro di combattimento (conclusione affrettata perché, come osservammo poi al ritorno, c’è anche un altro passaggio sulla destra, che ha il vantaggio di essere sempre possibile e di non richiedere la presenza del ghiaccio, come quello da noi superato). Segue un breve tratto di rocce non difficili e poi eccoci al passo scabroso in cui era incatramato poc’anzi il capocordata nemico.

Il Fortissimo parte all’assalto e intanto io, guardando in basso, vedo spuntare una testa laggiù sotto il colletto della 1a torre: guardo in alto, per vedere se sia il caso di annunziare che i tre sono ormai in vista, e mi accorgo con terrore che una delle nostre due corde (siamo sempre stati legati a doppia corda, perché si manovra meglio e si porta meno nel sacco) si è impigliata in un sasso di cospicua mole e pare abbia intenzione di farlo partire. Cerco di toglierla dal punto critico, ma non c’è verso e non mi resta quindi che interpellare Giusto.

– Senti, come si dice, in tedesco, attenzione?
Achtung, borbotta l’altro che è nel ballo e forse pensa (beato lui che non sa cosa sta per accadere!) che non ci sarebbe alcun bisogno di fare domande sciocche e inopportune quando uno è sul passaggio. Allora (in questo momento il sasso sta per andarsene…), allora con quanta voce ho in gola «achtung, achtuuung»! Il sasso è partito e ne ha trascinati degli altri, che sbattono qua e là con gran fragore, ma la testa, laggiù, è già sparita e deve essere ben nascosta, se Dio vuole.

Il Fortissimo sta per uscire dal passaggio quando sì sentono delle voci vicinissime. sulla nostra destra: guardo e vedo una corda doppia che penzola, poi compare un paio di gambe ed infine una giacca a vento bianca; il pié veloce che sta scendendo, che se ne va, e noi diventiamo secondi e, se tutto va bene, passeremo presto in testa. Sono contento come una pasqua e quasi quasi non sento più tanto male al braccio….

Armand Charlet

— Buongiorno, signor Charlet, come mai già di ritorno?
Rien a faire, c’est tout en glace!
— E i tedeschi dove sono?
— Sono sopra la seconda torre e ce n’è uno (Charlet sogghigna) che si è messo in pedule e sta piantando chiodi. Charlet sogghigna ancora: – Non mi piacciono les courses collectives sulla Nord delle Jorasses: e voi che cosa fate?
— Noi – rispondo piuttosto sostenuto – noi andiamo ancora avanti un pezzo.
— Buona fortuna allora: ma – Charlet ora è addirittura esilarato – si vous croyes de redescendre, vi conviene scendere per il canale che guarda i Périades.

Grazie dell’avviso, dico fra me, ma se aspetti che noi si creda di ridiscendere, hai da aspettare per un bel pezzo (invece aveva proprio ragione lui, quel maligno d’un Armand!!).

Supero a mia volta il malpasso e informo Giusto della ritirata di Charlet, nuovo colpo di scena sensazionale in questo dramma giallo che stiamo vivendo.

– Se ci riesce di passare – osserva lui – sarà proprio una cosa memorabile e potremo ancora raccontarla ai nostri nipoti: guarda i tedeschi come sono vicini, se continuiamo di questo passo fra poco li prenderemo.

Sulla 2a torre ci fermiamo un momento a riposare, visto che fa caldo e c’è posto da star comodi: facciamo uno spuntino ed una deliziosa fumatina (la prima di quest’oggi) e intanto guardiamo lavorare i due, cinquanta metri sopra di noi, sullo spigolo (il primo è in pedule e sta chiodando un passaggio, che di qui sembra piuttosto malvagio, liscio e pieno di vetrato). La parete ha un aspetto micidiale: non si vede altro che roba liscia e ghiaccioli e vetrato, il tutto combinato con una tale pendenza da far venire la pelle d’oca. Per un piacevole effetto di prospettiva, sembra che la cresta finale sia lì a due passi e quasi quasi, se non sapessimo bene a che punto siamo, si potrebbe anche pensare che non più di 150-200 metri ci separino da quella linea ariosa che si profila nel cielo, irraggiungibile, mentre invece ci sono più di 500 metri, e di quelli buoni, che ognuno ti fa sputar l’anima per salire, e per giunta lì sopra c’è quel po’ po’ di ghiaccio sulle rocce, ad ammonire che per oggi non c’è niente da fare e sarà meglio tornare un’altra volta.

Dopo l’eccitamento momentaneo arrecatomi dalla dipartita del pié veloce e del suo amico, il mio morale è nuovamente bassissimo, perché il braccio mi fa male e anche (non ho vergogna a confessarlo) perché sto attraversando una crisi di fifa e non mi sento per nulla animato dall’eroico proposito di continuare ad ogni costo. Il Fortissimo se ne accorge e, per darmi un po’ di ossigeno, propone di riprendere subito a salire, invitandomi a passare in testa. (Allora lo mandai segretamente a quel paese, e, in un ultimo accesso di ignavia, fui lì lì per rifiutare l’invito, ma oggi debbo riconoscere che in quel momento Giusto capì il mio stato d’animo e generosamente volle mandarmi avanti, perché mi potessi rinfrancare).

Decidiamo di lasciare qui i ramponi, che ormai cominciamo a convincerci che per oggi non la spunteremo di certo, date le condizioni assolutamente proibitive (aveva ben ragione di ridere il grande Armand!) e di andare ancora avanti per un tratto, tanto per raggiungere i tedeschi e vedere un po’ da vicino la famosa fascia strapiombante che arrestò Charlet e Greloz il 5 luglio, la chiave della Nord delle Grandes Jorasses.

Le prime due lunghezze di corda non sono difficili, su rocce non troppo ripide e con ottimi appigli, rapidamente giungiamo al passaggio in cui abbiamo visto poco fa a mal partito il primo dei tedeschi. Adesso sta salendo il secondo e fa abbastanza in fretta, tenuto forte dall’alto, poi tocca a me, che da buon occidentalista tengo gli scarponi (ho ancora da capire che vantaggio ci fosse a mettersi in pedule!) e mi limito ad infilare la piccozza fra le cinghie del sacco, per avere le mani ben libere.

La faccenda non è poi così brutta come sembrava e con un simpatico chiodo di assicurazione tutto si risolve presto e bene: Giusto segue velocissimo ed eccoci alla base di un altro passo piuttosto secco. I nostri due rivali sono ormai a una lunghezza di corda, forza ragazzi che ora li prendiamo e chiediamo “pista” per passare al comando della grande corsa alle Jorasses.

Ora la fifa mi è passata e mi sento leone, tanto che supero il passaggio a tutta andatura e sbuco su un breve tratto di rocce facili, a non più di 6-7 metri dal secondo dei due tedeschi, il quale sta assicurando il suo primo, all’inizio del pendio di ghiaccio che precede la fascia rocciosa strapiombante. Quello mi guarda con una faccia non molto benigna (è biondo, senza cappello, i lineamenti tirati per la stanchezza) e sta zitto come un pesce: io decido di venirgli incontro e con il mio più bel sorriso, levandomi il mio cospicuo copricapo, gli dico allegramente “salve!”, ritenendo che sia in grado di capire il latino, vale a dire l’espressione dei sentimenti di amicizia che mi animano nei riguardi suoi e del suo valoroso compagno. Ma lui niente, più duro di prima.

Allora, chiamando a raccolta tutte le mie cognizioni sulla lingua tedesca, gli faccio in tono d’interrogazione, appuntando verso di lui un dito inquisitore: – Bayerland-München?

Nemmeno ora ritiene di dovermi dare una risposta, sia pure con un semplice grugnito, e allora vada a ramengo lui e chi gli ha insegnato l’educazione e mi metto ad arringare Giusto, che sta arrivando, per dimostrargli che è proprio inutile essere gentili con certa gente e che mai più rivolgerò la parola ad un tipo così poco socievole. Poi – dico – ora che li abbiamo raggiunti, quid facimus, o Fortissimo?

Tratto inferiore dello spigolo della Punta Walker. Sullo sfondo le Petites Jorasses. Foto: Giusto Gervasutti.

Il Fortissimo ritiene che si debba andare ancora avanti e parte deciso, mentre io mi fermo dove sono, visto che ci sto così bene e ritengo che tanto ci toccherà aspettare un pezzo. Infatti il Fortissimo è subito a ridosso del biondo e deve fermarsi, perché oltrepassarli qui è un affare serio, date le nostre rispettive posizioni, che sono le seguenti:

1) più avanti di tutti è il capocordata tedesco (anche lui senza cappello, ma altrettanto bruno quanto l’altro è biondo) che ha fatto quattro o cinque gradini in un bel ghiaccio verde, e ora è fermo contro una roccetta affiorante;
2) il biondo e Giusto, a mezzo metro l’uno dall’altro, all’inizio del pendio di ghiaccio;
3) infine il sottoscritto, 6-7 metri più in basso, che è il solo a star comodo e può farci su una bella pipata.

Il bruno (anche lui non ci ha detto una parola) si è deciso a far qualcosa e pianta un chiodo nella roccetta, passa moschettone e corda e ritorna al punto di partenza.

– Vedi Giusto – dico io – che vogliono tornare indietro e credo che sia meglio anche per noi due preparare un anello per la doppia corda.

Il Fortissimo ridiscende di qualche metro (fortuna che questo tratto è facile e ci si può muovere abbastanza liberamente): i due tirano fuori qualche provvista dal sacco e si mettono a mangiare.

Passa così un po’ di tempo e intanto il sole sta per raggiungere il nostro tratto di parete: qualche pezzo di ghiaccio incomincia a volare per aria e si può facilmente prevedere che fra poco non ci sarà da stare molto allegri, sotto la mitraglia dei ghiaccioli e dei sassi. S’impone dunque una decisione: a nostro avviso oggi non si può certamente pensare a superare la fascia strapiombante, con tutto quel vetrato, quindi pensiamo che sia opportuno battere in ritirata al più presto, perché ormai abbiamo raggiunto i tedeschi e l’onore è salvo. È ben vero che si potrebbe andare ancora avanti per 40-50 metri, attraversando il pendio di ghiaccio e cercando di raggiungere, nelle rocce superiori, il punto massimo del tentativo Charlet-Greloz del 5 luglio, ma non ne vale assolutamente la pena, perché si rischia solo di bivaccare in parete e non ci si guadagna un gran che nell’impostazione del problema. Ormai quale sia questo problema l’abbiamo già capito e non ci servirebbe andare più oltre: pertanto incominciamo a slegarci e ad unire le due corde per la discesa. Quei due facciano pure i loro comodi, tanto non saranno loro che vinceranno le Jorasses oggi, con queste condizioni.

Al termine della seconda doppia corda guardiamo in alto, per vedere se si decidono a seguire il nostro salutare esempio, e vediamo invece, con nostro vivo disappunto, che il primo ha ricominciato a picchiare sul pendio di ghiaccio, con la fermissima intenzione di proseguire, costi quel che costi. E pensare che devono essere già ben stanchi, mentre noi due siamo abbastanza freschi e ritorniamo indietro. Che siano un po’ pazzi? O non piuttosto pazzi noi due, io specialmente che ho stimato assolutamente inutile salire ancora, mentre il Fortissimo era dubbioso? Questione di punti di vista: per noi due (per me almeno, ma credo che anche Giusto sia del mio parere) sono pazzi loro ad andare avanti, già duramente provati da due bivacchi e con la parete in condizioni disastrose, per loro dobbiamo essere pazzi (o, peggio, fifoni) noi due che ce ne andiamo, stimando più saggio battere in ritirata e tornare un’altra volta, perché la cosa non è momentaneamente possibile, e, dopo tutto, anche la propria pelle non è cosa da buttar via e bisogna evitare di gettarla allo sbaraglio.

Dal Montenvers verso la Mer de Glace e le Grandes Jorasses

Alla seconda torre ci concediamo finalmente il lusso di una confortevole fermata gastronomico-contemplativa: Giusto fa alcune foto, poi sturiamo la preziosa bottiglietta del rhum e ci prepariamo deliziose bibite ghiacciate. Ma si fa tardi e bisogna purtroppo pensare a scendere, con un ultimo sguardo verso l’alto. Saranno pazzi, ecco, ma mentre mi accingo alla discesa, intorpidito per la lunga fermata, non so decidermi a staccare lo sguardo da quell’uomo che sta lavorando lassù a preparare il suo gradino sul pendio formidabile, e, quasi quasi, vorrei essere al suo posto e lottare ancora, anche se la ragione mi ammonisce che abbiamo fatto bene a ritornare e che quei due dovranno fra poco pagare il prezzo della loro disperata audacia.

Giusto si è portato sullo spigolo della torre per preparare la grande corda doppia e lo sento lanciare un allegro jodel: seguo rapidamente e scorgo tre individui fermi al colletto della 1a torre, evidentemente i tre di stamattina, che, scossi da tutto quel rovinio di sassi, avranno stimato più opportuno fermarsi in luogo sicuro. Ma perché non sono discesi? – Si vede, o Fortissimo, che questa è la pattuglia di rincalzo, e stanotte bivaccheranno lì per salire domani a prestare man forte ai due di lassù, se ve ne fosse bisogno.

La grande corda doppia, per la quale bastano appena le nostre due corde riunite, ci riserva una sgradita sorpresa, perché, dopo aver accennato benignamente a voler scorrere per esserci restituita, s’incanta e non c’è più verso di smuoverla. Tira e molla, sbatti di qua, sbatti di là, ma la corda non si muove e la situazione diventa poco allegra.

– Ora sì che stiamo freschi! – osserva Giusto, ma io, con l’aria di Colombo che fa star ritto l’uovo, rispondo: – Semplicissimo, ti metti le pedule e torni su a prenderla.

Ho già detto sopra come il Fortissimo possa degnamente rappresentare la parte dell’amico generoso, ma qui debbo riconoscere che egli rasentò i limiti dell’umanamente possibile in fatto di altruismo. Senza fare obiezioni alla mia proposta, lui si toglie le scarpe, calza le pedule e parte per il ricupero, faccenda delicatissima perché sulla corda c’è da fare poco affidamento e bisogna procedere quasi interamente in libera arrampicata; per di più senza alcuna assicurazione. Io, sotto, penso che se questo fosse un film sonoro l’accompagnamento più indicato per il simpatico episodio sarebbe quello di “Lodovico, sei dolce come un fico…”.

La parete nord delle Grandes Jorasses al tramonto

Scherzi a parte, il Fortissimo è in seri imbarazzi, 6 o 7 metri sopra la mia testa, e lo sento ansimare, lui di solito così olimpico e sereno in arrampicata. Un pensiero orribile mi assale, mio malgrado: e se Giusto volasse? Di scendere senza corda non è il caso di parlare, e allora come cavarmela? Di mettermi le pedule e di provarmi a salire dopo un fatto simile, non me la sentirei di certo: resta da vedere cosa potrei ricavare da un tentativo di discesa libera. Dieci o dodici metri potrei scenderli e arrivare fino a quello spuntone, sopra l’altro salto, e di lì chiamerei i tre in soccorso e quelli verrebbero a lanciarmi una corda. Già, ma se quelli sono tedeschi, come faccio a farmi capire, io che so solo dire achtung! Ecco cosa vuol dire sapere le lingue estere, e io che non ne ho mai voluta studiare nessuna e ora guarda un po’ in che pasticci mi trovo!…

Sono addirittura accasciato, distrutto dalla coscienza della mia ignoranza linguistica, quando una voce dall’alto mi scuote.

– Chiodo, martello e moschettone, presto!

Un chiodo? anche due gliene mando, e dei più belli, di quelli speciali che abbiamo fatto fare su misura, a quel caro Giusto che lassù sta lavorando per la comune salvezza, e un pezzo di cordino da anelli, perché non si sa mai di che cosa ci può essere bisogno. Passa un altro po’ di tempo ed ecco il Fortissimo che scende, sbuffante e felice: ritiriamo la corda mentre io, con aria disinvolta, osservo che non deve essere stato facile, ma in fondo in fondo, si sa, questi sono quei piccoli inconvenienti che succedono in ascensione e non bisogna poi sopravalutarne l’importanza. Ingrato!

Stiamo arrivando al colletto e quei tre finalmente si muovono e uno ci domanda, in un francese abbastanza comprensibile:
— Signori, dove andate?

Ma guarda che cretino: come se fossero domande da farsi, queste! Al rifugio andiamo, e d’urgenza, perché non ci garba di dormire qui: «Hütte, Leschaux hütte»!

Allora quello si fa coraggio e dice: – Signori, noi tre vorremmo scendere con voi.

Il Fortissimo, più Ludovico che mai, risponde subito di sì, risposta che mi riempie di indicibile disgusto, perché ora ci toccherà scendere il canalone in cinque, con quel po’ po’ di pietre che aspettano solo un soffio per partirsene in volata. Giusto mi fa osservare che non possiamo nemmeno lasciarli qui vita natural durante questi tre poveretti, che se hanno avuto la costanza di aspettare finora, vuol dire che di scendere da soli non se la sentivano proprio e quindi noi siamo moralmente obbligati ad intervenire in loro aiuto.

Quand’è così, non discuto più, però potevano anche pensarci prima e non venire a sbattersi quassù, senza essere sicuri di saper ritornare. Veniamo intanto a sapere che sono austriaci (indubbiamente ci volevano anche degli austriaci per contribuire allo spiccato carattere internazionale di questa corsa alle Jorasses), e che questa è la prima salita che compiono nel Gruppo del Bianco. La cosa mi riempie di gioia satanica – spero che ne conserverete un buon ricordo, no? -, ma quelli sono abbrutiti e pensano solo ad andarsene, per cui non gustano affatto l’opportunità della mia osservazione.

La discesa di quel canalone “face aux Périades” è una cosa veramente esilarante, ma ci riserva anche alcune sane emozioni. Noi due scendiamo per primi, prendendo tosto un considerevole vantaggio, quando si sente risuonare il terribile “achtung, achtung!” e facciamo appena in tempo ad appiattirci che passa una gragnuola di sassi e sia ringraziato il Signore che non ne abbiamo preso nemmeno uno, ma adesso ci fermiamo qui e li aspettiamo e li avvertiamo che se non mettono un po’ più di “achtung” ci ammazzano tutti e due e poi sono fregati anche loro, perché debbono scendere da soli. Poi la nostra corda si impiglia nuovamente (accidenti alle corde di canapa, quando si bagnano!), ma loro premurosamente ce la buttano giù (vedi – dice Giusto – che a qualcosa servono anche loro).

Intanto si fa tardi e sarà grazie se arriviamo ancora di giorno al ghiacciaio, perché dobbiamo ancora attraversare il canale laggiù in basso e poi scendere la crepaccia terminale, che deve essere alta come un quarto piano.

Il Fortissimo ed io siamo ormai sotto la crepaccia terminale, seduti sui nostri sacchi: è notte, la nostra corda (maledetta!) è di nuovo impigliata. I tre sono ancora lassù sulle ultime rocce e li sentiamo urlare nelle tenebre, imparando che uno si chiama Willy, l’altro Walter e l’altro Sepp o Hepp o qualcosa di simile (i cognomi abbiamo ancora da saperli adesso). Poi arrivano anche loro, dopo di averci buttato giù la nostra corda (oltre ad essere di canapa, la nostra corda non ha che 10 mm di diametro, mentre loro hanno un enorme cavo di manilla di 13-14 mm, che scorre a meraviglia), e quando l’ultimo sbuca dalla crepaccia, tutto bagnato e arruffato, con gli occhiali di traverso, ci dice con un respiro di sollievo “Merci, Messieurs!.

Fa stranamente caldo, la neve non è nemmeno gelata e qualche nuvola passa velocemente sulle Jorasses, ci sono tutti i sintomi di una bufera imminente; e quei due lassù, cosa faranno? Speriamo che se la levino a buon mercato, ma ormai è indiscutibile che noi due abbiamo avuto una santa ispirazione a tornare indietro.

– Però non credi – dice il Fortissimo – che lì a destra si possa passare? Questione di metterci parecchi chiodi e di avere la roccia pulita, per poter andare in pedule.

Sono anch’io del parere del Fortissimo, ed ora che siamo appena fuori dalle sgrinfie della nostra amatissima nemica già ci riprende la voglia di tornare un’altra volta, per vedere se “lì, a destra”, non sia il caso di passare…

Ritratto di Amilcare Crétier (1909-1933). Il grande alpinista valdostano di Verrès fu il primo a tentare la parete sud del Cervino (da solo), in seguito riuscì a compiere una parziale salita della parete ovest (con Leonardo Pession), tra il 24 e 25 agosto 1931, uscendo sulla cresta del Leone all’altezza della Gran Torre. Ma la sua più grande e ultima impresa sul Cervino è quella realizzata con Basilio Ollietti e Antoine Gaspard (7-8 luglio 1933): la prima integrale della cresta De Amicis, con uscita diretta sul Pic Tyndall. I tre purtroppo precipitano per cause sconosciute durante la discresa.

Nota tecnica
Senza fare qui la storia di tutti i tentativi vecchi e nuovi compiuti sulla Nord delle Jorasses (4), mi limiterò ad una esposizione dei tentativi effettuati nella scorsa estate 1934-XII ed a qualche considerazione sulla massima altezza finora raggiunta in parete.

Il 5 luglio Armand Charlet e Robert Greloz passano la crepaccia alle 4 a.m. e, seguendo la via tracciata sullo schizzo (5), raggiungono alle 10 la quota di c. 3700 metri, alla base di una fascia strapiombante, sullo spigolo che dalla sommità della 2a torre sale a raggiungere il gran nevaio superiore. Dopo molti sforzi, riescono ad innalzarsi di c. 25 metri ma alle 12.30 battono in ritirata, arrestati da strapiombi insormontabili, ripassando la crepaccia alle 19.30, con numerose corde doppie, seguendo in discesa il canale che guarda i Périades, anziché il pendio di salita.

È da ricordare che il primo tentativo per questo itinerario venne compiuto il 14 agosto 1933-XI, da Giusto Gervasutti e Piero Zanetti, i quali superarono di poco il colletto della 1a torre e quindi ritornarono per il maltempo.

Il 9-10 luglio un nuovo tentativo venne compiuto dai ginevrini Sig.na Loulou Boulaz e Raymond Lambert, che seguirono una via diversa, cercando di innalzarsi sulla sinistra orografica del gran canalone centrale per cenge inclinatissime, bivaccando nella discesa. Sulla rivista Alpinisme (terzo trimestre 1934, p. 506) si afferma che essi raggiunsero un’altezza approssimativamente eguale a celle des gendarmes de l’éperon, ma poiché i gendarms o torri sono parecchi (tre secondo Charlet, due secondo noi), non è facile determinare a quale altezza essi siano effettivamente saliti. Comunque, anche se avessero raggiunto l’altezza della 2a torre (la terza di Charlet), non avrebbero superato i 3600 metri.

Il 28 luglio i tedeschi Martin Meier e Ludwig Steinauer (sono i due da noi incontrati a Leschaux mentre stavano accingendosi a discendere a Chamonix – v. sopra) seguono l’itinerario Charlet e ritornano poco prima della seconda torre, per le condizioni troppo cattive, dopo aver provato le delizie della mitraglia Jorassiana. «Dopo una faticosa e pericolosa discesa (6) raggiungemmo alle 20 il rifugio Leschaux. Vi erano appunto arrivati i due giovani Haringer e Peters, ai quali consigliai di guardarsi bene dalla parete nord. Haringer sorrise e partì, come del resto avrei fatto anch’io. I due salirono la stessa sera alla crepaccia per bivaccarvi; la domenica 29 luglio vedemmo al mattino i due che salivano verso il gran couloir poi, forse a causa del pericolo delle pietre, traversarono verso le nostre tracce e si perdettero nelle rocce oscure».

Il 30 luglio vi erano già in parete Haringer e Peters, i quali (come ho detto più sopra) bivaccarono nella notte dal 29 al 30 al colletto della 1a torre. Alla 1 a.m. partono da Leschaux le cordate di Armand Charlet e Fernand Belin e la nostra, seguite da quella dei tre austriaci (Willy, Walter e Sepp, i cognomi non li so) accampati nei pressi del rifugio. Charlet e Belin abbandonarono verso le 8, dopo aver raggiunto e sorpassato Haringer e Peters. Noi raggiungemmo la vetta della 2a torre alle 8.30 e i tedeschi verso le 11, a c. 3650 metri, mentre questi stavano iniziando la traversata del piccolo nevaio, a metà cammino fra la 2a torre e il gran nevaio superiore, c. 50-60 metri sotto il punto massimo raggiunto da Charlet-Greloz il 5 luglio. Iniziammo la discesa alle 11.30, raggiungendo la 2a torre alle 12.30, dove ci fermammo fino alle 14. (A quell’ora, il primo dei tedeschi, Peters, aveva sì e no progredito di 10-12 m. sul pendio di ghiaccio). Verso le 16.30, dopo aver perso parecchio tempo per il ricupero della nostra corda, raggiungemmo i tre austriaci al colletto della 1a torre e compiemmo insieme la discesa, arrivando sul ghiacciaio verso le 20.30. Aspettammo gli austriaci fino alle 22.30 e quindi proseguimmo per Leschaux, dove arrivammo alle 24.

Intanto Haringer e Peters avevano proseguito verso l’alto: alle 17 Fernand Belin (che era già di ritorno al rifugio) li vide per l’ultima volta quasi al termine del piccolo nevaio. Secondo il racconto di Peters nella stessa sera (lunedì 30 luglio) avrebbero raggiunto le rocce e il martedì mattina, dopo un terzo bivacco, sarebbero riusciti a forzare la fascia strapiombante invano tentata da Charlet il 5 luglio ed a superare tutto il gran nevaio superiore (quasi sicuramente in ghiaccio vivo e richiedente il taglio di numerosi gradini, tanto più che uno dei due era senza ramponi e senza piccozza), raggiungendo l’altezza di c. 4000 metri, tre lunghezze di corda sopra il nevaio superiore. A questo punto, sorpresi dalla bufera (la quale si scatenò in pieno fra mezzogiorno e le due), avrebbero atteso 5 ore, per poi iniziare la discesa. «È strano ed ammirevole (osserva la cit. relazione di Meier e di Steinauer) che i due, giunti così vicino alla meta, abbiano preferito calarsi con la corda per mille metri, piuttosto che salire i rimanenti 150 metri, dove le rocce del culmine diventano meno ripide e difficili. Durante la discesa alla corda sul nevaio medio, purtroppo Haringer scivolò e precipitò nel fondo. Peters passò la notte sul nevaio; il mercoledì continuò a scendere con la corda fino alla forcella del torrione, dove bivaccò. Il giovedì gli venne in aiuto Franz Schmid e raggiunse finalmente il Ghiacciaio di Mont Mallet».

Giusto Gervasutti, il Fortissimo

Ma è ancora più strano, come osservò Charlet al redivivo Peters subito dopo il suo miracoloso ritorno (7), che i due tedeschi, dopo aver impiegato due giorni a superare il tratto che richiese a Charlet meno di 6 ore (ed a noi meno di 8, malgrado le fermatine dovute alla paura dei sassi), siano poi riusciti nella sola mattinata del martedì, già duramente provati da tre bivacchi, a superare il tratto di parete difficilissimo (se non lo vogliamo chiamare impossibile) che respinse Charlet il 5 luglio, nonché il grande nevaio superiore, mentre impiegarono tutto il pomeriggio del lunedì, quando cioè erano ancora logicamente più freschi, ad attraversare il piccolo nevaio medio.

Secondo Charlet, il Peters, pur essendo in perfetta buona fede, deve essersi lasciato trarre in inganno dalla ripidità della parete, sulla quale si ha l’impressione di essere a brevissima distanza dalla cresta sommitale quando ancora ne separano parecchie centinaia di metri.

Certo non è simpatico mettere in dubbio le affermazioni di un collega in alpinismo, perché in primo luogo si fa la figura del maligno e dell’invidioso e secondariamente si corre il rischio di essere clamorosamente smentito dalla realtà dei fatti: però io propendo a credere che i dubbi di Charlet siano giustificati e che l’altezza massima del tentativo Charlet-Greloz del 5 luglio rappresenti il punto estremo sicuramente raggiunto dall’uomo sulla parete nord delle Grandes Jorasses.

Che se poi il racconto di Peters è vero, per quanto inverosimile, allora ogni alpinista non ha che da rallegrarsene, perché in tal caso sarebbe lecito tenere ancora una speranziella di partecipare con successo alla grande corsa alle Jorasses, edizione 1935 (8).

Note
1 Ed è anche il solo caso in cui, dovendo gradinare, non occorre fare un vero e proprio gradino, ma è sufficiente un buco in cui infilare il piede. Debbo confessare che, nel momento in cui scrivevo l’articolo sull’uso della piccozza e dei ramponi, pubblicato in Rivista Mensile 1934-XII, pag. 583 e segg., non avevo mai incontrato una simile conformazione glaciale e non ero quindi in grado di trattarne. Questo è però un caso da considerarsi come veramente eccezionale, mentre quanto scrivevo nel citato articolo si riferiva, come è logico, ai casi normali, assunti come regola.

2 Vedere schizzo e nota tecnica.

3 Allora credemmo fosse quella di Charlet, ma si trattava invece dei due tedeschi, Haringer e Peters, già sorpassati da Charlet e Belin.

4 Vedi Alpinisme, IV trimestre 1934, p. 534, dove sono elencati ben 25 tentativi (taluno, bisogna riconoscerlo, di assai scarsa importanza) a cura di Lucien Devies.

5 Vedere schizzo. È da osservare che Charlet parla di tre torri, anziché di due, come ho fatto io nel corso della relazione. In realtà vi sono due sole torri e una spalla della 2a torre, che Charlet considera come torre autonoma. Quindi quando io parlo di 2a torre mi riferisco alla 3a torre di Charlet, mentre concordiamo nella prima torre. Nello schizzo è segnato l’itinerario di Charlet (che è poi anche il nostro e di tutte le altre comitive) fino al suo punto massimo, nonché la via di discesa nel canale face aux Périades. Sul tentativo Charlet-Greloz vedi relazione di Robert Greloz, pubblicata su Alpinisme, IV trimestre 1934, pag. 529 e segg.

6 Sono parole di Meier e Steinauer. Vedi La Stampa della Sera, 15 novembre 1934-XIII, che riporta una traduzione della relazione originale, pubblicata in Oesterreichische Alpenzeitung, 1934, pag. 327-29.

7 Contrariamente a quanto affermano Meier e Steinauer, Peters non venne aiutato da nessuno (né del resto sarebbe stato possibile salire ad aiutarlo, data la grande quantità di neve fresca, perché un conto è scendere a corda doppia e un conto salire dal basso): egli discese da solo con successive corde doppie, incontrando poi, alla crepaccia, Franz Schmid e gli altri che erano saliti in suo soccorso. Peters rimase dunque in parete dalla domenica mattina fino a tutto il giovedì, compiendo quattro bivacchi consecutivi!

8 Quando già avevo scritto questa Nota tecnica, è apparsa sulla rivista Bergsteiger, anno 1935, pag. 217-228) la relazione originale di Rudolf Peters. In essa l’arrampicatore bavarese conferma le affermazioni di Meier e Steinauer e pubblica una fotografia su cui è tracciato un itinerario che giunge a non più di 100 metri dalla cresta finale. Dichiara infine che tornerà un’altra volta sulla Nord per portare a termine la 1a ascensione della parete. Vuol dire che “se saran rose fioriranno…”.

La Corsa alle Jorasses – seconda parte
di Renato Chabod
(pubblicato su Rivista Mensile del CAI, 11-1935, pag. 561)
(da notare che questo secondo articolo è sì la continuazione del primo, ma non ne è la seconda puntata, nel senso che è stato scritto in tempi diversi, dopo la stagione estiva del 1935, NdR).

Col sette bello non si ragiona (Chitarrella)

Chi perde ha sempre torto, specialmente se, prima che la corsa fosse finita, ha avuto l’infelice idea di esprimere pubblicamente giudizi poco lusinghieri nei riguardi del futuro vincitore, dubitando delle sue affermazioni e delle sue probabilità di successo.

Poiché questo è precisamente il caso mio, dovrei ora starmene zitto zitto a meditare sulle nostre disavventure jorassiane e non più osare di scrivere alcunché sulla parete, nella vana ricerca di attenuanti alla nostra meritata sconfitta. Proprio così, stare zitto zitto e preparare, piuttosto, la rivincita: questo era il mio programma a Leschaux, quando il nostro vecchio amico Ludwig Steinauer ci diede la bella notizia che Meier e Peters erano in parete da due giorni e dovevano ormai esserne fuori. Ma ora sento di dover giustificare le mie imprudenti affermazioni passate e credo che non sia privo d’interesse per i lettori della Rivista conoscere la veridica e completa cronaca dell’emozionante finale della corsa alle Jorasses; ragion per cui non temo di farmi nuovamente vivo, anche se, a questo modo, mi espongo alla facile ironia delle solite anime caritatevoli che usano sputar sentenze basandosi sul senno del poi. Già, perché, io mi ero azzardato a dire che a noi faceva più paura Charlet di tutti i tedeschi messi insieme, e adesso invece sono i tedeschi che hanno vinto, e io ci faccio la figura del frescone. Conclusione d’una logica ineccepibile, che però non mi offende, perché rientra nella teoria generale del “chi perde ha sempre torto” e sarei sciocco ad offendermi, dal momento che io sono un sostenitore convinto di quella stessa teoria. Pazienza, stavolta è andata male, speriamo solo che non sia sempre così!

Non mi rincresce affatto di dover riconoscere di aver avuto torto dubitando dell’esattezza delle affermazioni di Peters, al suo ritorno dal memorabile tentativo del 1934. Quando scrissi la mia precedente relazione, non era ancora uscito il racconto originale sul Bergsteiger e io non avevo che le incomplete notizie riportate dai giornali, con il parere decisamente negativo di Charlet, e la breve relazione di Meier e Steinauer.

Quando finalmente mi capitò fra le mani il Bergsteiger, col racconto di Peters, io rimasi assai perplesso e incominciai a convincermi che egli potesse anche avere ragione. Ma ormai avevo già corretto le bozze della mia relazione e, un po’ anche per sviscerato amore dei miei “idoli”, lasciai lo scritto tale e quale, accennando solo in una noticina dell’ultima ora alla relazione di Peters.

Ho parlato di “idoli” e bisogna che mi spieghi. Gli “idoli” erano per me due, cioè la parete nord delle Jorasses e Armand Charlet.

Pur tentando la parete e ritenendola perfettamente arrampicabile, io nutrivo per essa una specie di timore reverenziale, la consideravo come qualcosa di diabolico, di diverso dalle altre pareti, quasi vi fosse sotto qualche stregoneria. Ricordate la risposta di Christian Almer a Whymper, che lo voleva con sé al Cervino? «Tutto quello che vorrete, eccetto il Cervino, cher monsieur, tutto quello che vorrete…». Ebbene, non che io pretenda di volermi raffrontare al grande Christian Almer, ma la mia posizione mentale nei riguardi della Nord delle Jorasses era un po’ la sua rispetto al Cervino, con questa sola differenza, che mentre Almer non aveva voluto nemmeno provare, io avevo già attaccato la parete: io ero, per essere più esatto (e con preghiera di perdonarmi il paragone, forse, un po’ sacrilego), come quel tale che crede di aver da fare con una ragazza impossibile e perde tempo in sterili scaramucce, senza mai decidersi all’attacco vero e proprio, mentre quella in realtà non aspetta altro e finisce col concedersi ad un pretendente più risoluto.

Il secondo idolo era Armand Charlet, col quale non temevo di entrare in gara, ma che però consideravo come una specie di padreterno, addirittura imbattibile sulla “sua” Nord delle Jorasses; orbene, Armand aveva negato decisamente le affermazioni di Peters e quindi io, malgrado la relazione del Bergsteiger, continuavo ad avere dei dubbi, sotto l’influsso del mio padreterno. Altro che Amicus Plato, sed magis amica veritas!: io credevo talmente nei miei idoli, che ero persino riuscito a far sentire la loro maligna influenza sul mio amico Gervasutti.

Però quest’anno noi eravamo, malgrado gli idoli, decisi a tutto. Avevamo combinato, il Fortissimo ed io, di essere liberi ai primi di giugno in modo da poter ultimare insieme il nostro allenamento e recarci poi a Leschaux verso la metà, al più tardi il 20 di giugno. Ma ai primi di giugno Gervasutti aveva altri impegni ed io mi recai solo soletto a Courmayeur, dove riuscii a combinare una gitarella con gli amici Bareux e Croux, dalle parti del Colle del Gigante, il 4 giugno. Vi era ancora tanta neve che dovemmo metterci gli sci al Pavillon ed io, dopo aver visto più in alto enormi ammassi di neve, ne conclusi che per almeno un mese, anche se il tempo fosse diventato splendido, non vi era assolutamente niente da fare sulla Nord. Conclusione, questa, a cui arrivai malgrado la mia predilezione per il mese di giugno, perché io ero convinto che l’epoca più propizia per una salita alla Nord delle Jorasses andasse dalla metà alla fine di giugno di un’annata favorevole. Del mio stesso parere era, del resto, anche Amilcare Crétier, il quale nel 1932 si era appunto recato a Leschaux verso la metà di giugno e non aveva attaccato a fondo solo per la mancanza di allenamento. Si era accontentato, in un primo tempo, di aprire una nuova via al Col des Hirondelles, con l’intenzione di effettuare subito dopo un energico tentativo, ma il tempo era poi diventato orribile, con frequenti ed abbondanti cadute di neve, come dovemmo purtroppo constatare Gabriele Boccalatte ed io, arrivando a Leschaux il 25 di giugno di quello stesso anno.

Gervasutti fu libero solo dopo la metà di giugno e andammo subito in Grigna, per metterci a posto con le dita (avevamo tutti e due già compiuto varie gite e stavamo bene come gambe, pur senza aver fatto nulla di veramente difficile), ma, mentre il mio amico poté svolgere in tre giorni un proficuo lavoro, io stavo poco bene e potei compiere solo una breve arrampicata, assolutamente insufficiente. Per questo si imponeva almeno una salita di una certa importanza e decidemmo di realizzare il nostro vecchio progetto della parete est dell’Emilius. Tanto – dicevamo – non c’è premura, ed è meglio curare una buona preparazione. Arrivammo dunque in Val d’Aosta il 25 giugno e, dopo una attenta osservazione della montagna, ancora molto carica di neve, risalimmo allegramente il Vallone di Laures, per l’Emilius. Avremmo ben potuto trasferirci subito a Leschaux, per maggior garanzia, ma non eravamo assolutamente preparati e non ci garbava molto buttarci allo sbaraglio: la Est dell’Emilius fu per noi una necessità e non un capriccio. È vero che se fossimo andati subito a Leschaux avremmo probabilmente compiuto la 1a ascensione della Nord, tirando magari la salita con i denti e mettendoci un sacco di tempo, ma facendoci poi applaudire per la nostra fortunata audacia… con tutto questo non mi sembra di dover rimpiangere la nostra sfortunata prudenza.

Il 27 sera eravamo a Courmayeur, il 28 dovemmo sostare per farci adattare i ramponi (avevamo tutti e due un paio di ramponi ultraleggeri, assai indicati per la Nord) e per riposarci un po’ della sfacchinata dell’Emilius (3000 metri di dislivello di discesa in un pomeriggio si fanno sentire, anche se mettono definitivamente a posto le gambe). Il 29 salimmo al Rifugio Torino ed il 30 mattina eravamo a Leschaux: avremmo potuto arrivare a Leschaux la sera stessa del 29 e attaccare il 30, ma, data la nostra teoria di partire dal rifugio a mezzanotte o all’una, temevamo di non essere poi abbastanza riposati, arrivando al rifugio verso le 19-20 dopo una lunga camminata sulla neve molle. Del resto saremmo ugualmente arrivati troppo tardi…

Cosa avevano combinato, infatti, Meier e Peters? Essi si erano recati a Chamonix ed a Leschaux, constatando che, malgrado la grande quantità di neve tuttora esistente in basso e sulle montagne facili, la Nord era pressoché asciutta, perché il mese di giugno scorso fu un mese eccezionalmente caldo, tanto che la neve non riusciva a gelare nemmeno di notte, e la parete, data la sua estrema ripidezza, si era rapidamente pulita. Mentre cioè le Jorasses dal versante italiano, a pendenze moderate, erano cariche di neve (e noi, vedendole così, eravamo tranquilli e beati), la parete Nord era in condizioni ideali, con le rocce completamente scoperte ed i pendii ridotti al minimo, in ghiaccio vivo.

I due, visto il momento più che propizio, effettuarono una ricognizione fino alla 2a torre e poi attaccarono a fondo il 28 giugno, bivaccando come al solito al colletto della 1a torre e di qui riuscendo a raggiungere, nella giornata del 29, la cresta sommitale della Punta Croz. Il 30 scesero al Rifugio delle Jorasses e poi ad Entrèves.

Del resto, a parte il dolore che provammo a Leschaux ed il rincrescimento che proviamo tuttora per essere stati battuti così scioccamente, riconosco senz’altro che Peters si è ben guadagnato la parete nord delle Jorasses: quando un uomo ha passato cinque giorni su una muraglia così formidabile, coperta di neve per l’improvvisa bufera, ed ha visto volare il suo compagno, rimanendo due giorni solo nella battaglia disperata, e poi ha il coraggio di ritornarvi ancora, vuol dire che bisogna fargli tanto di cappello, perché ha ben meritato di essere il primo!

Esaurita questa mia non richiesta autodifesa (avevo riconosciuto, in principio, di aver torto, ma poi mi sono messo ad arzigogolare sulle ragioni della nostra sconfitta…), racconterò ora fedelmente come si svolse la nostra seconda ascensione, nei suoi più minuti, ed insignificanti particolari – racconto lungo e noioso, probabilmente superfluo, per cui consiglio di saltarlo a pié pari e di andare senz’altro a leggere la nota tecnica, la quale invece può avere una certa importanza per chi desiderasse ripetere la salita.

Domenica 30 giugno
La notizia che Meier e Peters sono in parete da due giorni ha prodotto un effetto deleterio su noi due poveri tapini. Io sono letteralmente a terra, abbrutito, ma il Fortissimo reagisce prontamente e, dopo aver mormorato alcune frasi piuttosto rabbiose sul conto di certi individui che vogliono fare gli spiritosi sulla Rivista e poi ci fanno su la bella figura che sto facendo io adesso, conclude: pazienza, vuol dire che faremo la seconda! Ma nemmeno la seconda è poi tanto sicura, perché dal libro del rifugio e dalla moglie del custode (quest’anno non c’è più il nostro buon amico Fernand Belin, c’è invece un certo Couttet, che è qui con tanto di moglie e figlio), apprendiamo che, oltre a Meier e Peters, vi sono in parete altre due cordate, la prima formata dai due assi svizzeri Roch e Greloz e la seconda da due francesi dell’École Haute Montagne, partite da Leschaux stamane all’una. La nostra ascensione dovrà dunque diventare una quarta?

A questo punto si verifica un fatto nuovo, cioè vediamo quattro punti neri che scendono velocemente il ghiacciaio e la loro direzione di marcia dice che vengono dalla Nord. Momenti d’ansia, per quanto sia quasi certo che si debba trattare delle due cordate svizzera e francese: proviamo a sentire il parere di Steinauer, tracciando un grande punto interrogativo sulla parete del rifugio, ma Steinauer scuote la testa malinconicamente.

– Non è Peters, Peters deve essere in punta…

Povero Steinauer, anche lui non è molto allegro e continua a passeggiare su e giù per il balconcino, con aria funebre, poi si ferma e dice: – Voi farete la seconda e io la terza, quando il mio compagno sarà guarito.

Già, perché il compagno di Steinauer è ammalato a Chamonix, se no a quest’ora ci sarebbe un’altra cordata tedesca in parete, a rendere ancora più fulgido il trionfo germanico.

Sono proprio le due cordate svizzera e francese che ritornano, perché Greloz si è slogato una spalla sopra il colletto della 1a torre: interrogo uno dei francesi, per sapere se hanno raggiunto il colletto dal pendio del gran canalone o dal canale face aux Périades, ma quello non vuole sbottonarsi e si limita a rispondermi diplomaticamente: – Siamo saliti per il couloir.

– Sì, ma quale couloir?

Lui non me lo dice e noi dopo tutto ce ne freghiamo altamente, perché fin lì grazie a Dio ci sapremo arrivare anche senza le sue indicazioni.

Il pomeriggio lo passiamo dormendo, il Fortissimo ed io (Steinauer, che non ha nemmeno voluto sedersi a pranzo, tanto era di buon umore, ha continuato a passeggiare su e giù per un bel pezzo, poi è ripartito per Chamonix), svegliandoci giusto in tempo per assistere all’arrivo di una simpatica signorina, accompagnata da due alpinisti. Uno dei due nuovi arrivati porta una camicia a righe senza maniche ed ostenta un paio di bicipiti così formidabili, che ne rimaniamo assai impressionati ed io gli attacco subito un lungo bottone, desideroso di sapere come si chiami e cosa diavolo venga a fare qui: ho un vago timore che quell’uomo dalla forte muscolatura abbia delle mire segrete sulla Nord. Quello però si tiene sulla difensiva e mi dice solo di essere una guida, in arrivo dall’Aiguille Verte con i suoi due clienti. Poi mi interroga a sua volta e vuol sapere, così con aria indifferente, se noi due si pensi di andare alla Nord.

— Le dirò – rispondo – che non ne avrei nessuna voglia, perché non mi garba molto di arrischiare queste quattro vecchie ossa per una miserabile “seconda”, ma il mio amico – che il Signore lo stramaledica! – è deciso come un toro ed io debbo necessariamente fargli compagnia…

– Vittima dell’amicizia, allora?

Precisamente, vittima dell’amicizia e dello sciocco puntiglio di voler fare la prima ascensione: adesso che la prima è fatta, mi tocca fare la seconda, in modo da perdere almeno con l’onore delle armi…

– Ma – osserva lui a questo punto – crede proprio che si tratti di una seconda? Chi le assicura che i tedeschi siano passati? Sa, io ai tedeschi non do molto credito, si figuri che l’anno scorso uno di loro è rimasto cinque giorni in parete, senza concludere nulla…
— Caro signore, le posso assicurare che ha concluso anche troppo e che in questo momento sta scendendo su Courmayeur, perché è proprio quello dei cinque giorni che è ritornato. Ad ogni modo io debbo andare su lo stesso, anche se, come credo, non ci sia più che da fare la seconda.
– Allora – mi annuncia a questo punto – allora ci vedremo in parete: andrò su con la signorina.
– Con la signorina?!?
– Sì, è la signorina Loulou Boulaz, abbiamo già tentato insieme l’anno scorso.
– Ma allora lei è…
– Io sono Raymond Lambert, di Ginevra: quest’anno non sono più dilettante, ho ottenuto la patente e faccio la guida.

Loulou Boulaz e Raymond Lambert alla capanna Leschaux

Lunedì 1 luglio
Noi abbiamo detto al custode di svegliarci a mezzanotte, perché vogliamo partire all’una, ma alle undici la signorina Boulaz e Lambert sono già in piedi e fanno un tale baccano che ci svegliano subito: però il nostro programma è irremovibilmente fissato e fino a mezzanotte non ci muoviamo dalla cuccetta, mentre quei due continuano ad armeggiare con i loro sacchi. Tutto sommato, loro partono alle 0.45 e noi, in perfetto orario, all’una: a noi piacciono questi piccoli inseguimenti sul ghiacciaio, tanto più che oggi la neve è molle e non c’è che da guadagnare a star dietro. La neve è molle e bagnata, perché fa enormemente caldo: quasi quasi ci sarebbe da credere che il tempo debba cambiare, anche sapendo che questo caldo è una cosa normale (da oltre una settimana la neve non gela più), perché il cielo è nero come la pece, le stelle brillano eccessivamente e ogni tanto si vedono anche dei lampi in lontananza.

– Scherzi del gran caldo – osserva il Fortissimo, ottimista, e del resto non è il momento di dare molta importanza a questi insignificanti fenomeni, perché oggi il tempo rimarrà bello, per noi è assolutamente necessario che rimanga bello e quindi deve rimanere bello. Tiriamo dunque avanti al più presto, in modo da guadagnar terreno sulla lanterna che ci sta davanti e raggiungerla alla crepaccia, se non vogliamo ripetere l’errore dell’anno scorso ed esporci alla pioggia dei ghiaccioli.

Lambert ha appoggiato a destra, verso il canale face aux Périades, e noi seguiamo le sue piste, perché avremmo una mezza idea di salire di lì, se la crepaccia è in condizioni da poter essere passata al buio. Coroniamo il nostro inseguimento raggiungendo i due, che stanno mettendosi i ramponi sotto la crepaccia face aux Périades: ma la crepaccia, per quel poco che si può capire alla luce della lanterna, deve essere un osso molto duro, perciò decidiamo di ridiscendere e di andare a riprendere il nostro pendio dell’anno scorso, però un po’ più a destra, nel punto in cui diventa convesso e forma quasi uno spigolo, perché ieri abbiamo osservato che su quello spigolo ci deve essere ancora un po’ di neve e non solo ghiaccio vivo.

Noi due arriviamo per primi alla crepaccia sotto lo spigolo, ma dobbiamo ancora metterci i ramponi: si tratta di scegliere una posizione strategica che ci consenta di mantenere la prima posizione, impedendo agli altri di procedere oltre, ed andiamo quindi a piazzarci all’inizio dell’unico ponte praticabile, di modo che, se non altro, dovranno domandarci l’autorizzazione a passare, poi facciamo celermente zaino a terra e calziamo i ramponi. La signorina e Lambert sono fermi a qualche metro da noi e, posizione strategica a parte, non sembrano avere nessuna intenzione di assumere il comando: così, appena noi due siamo a posto, io passo senz’altro la crepaccia e incomincio il lavoro sul pendio sovrastante, che naturalmente è lucido come uno specchio e di andarci su con i soli ramponi non me la sento proprio. Quando ho finito la mia lunghezza di corda e mi fermo in attesa del Fortissimo, Lambert domanda: – Vi rincresce se vi andiamo dietro?

S’accomodi pure, non siamo mica i padroni delle Jorasses, noi… Ed ecco come il destino ha voluto che, anche quest’anno, noi due non si potesse andar da soli sulla Nord: meno male che stavolta siamo noi davanti ed i ghiaccioli sulla testa non ce li prendiamo più.

Finalmente arriviamo alle rocce, perché io incomincio ad averne abbastanza di tagliar gradini (c’è stato anche un tratto di buona neve, ma il finale era nuovamente di puro ghiaccio) e il Fortissimo passa in testa, a tutta andatura. Guadagniamo infatti 30-40 metri sui nostri improvvisati compagni, ma quando entriamo nel canale della 1a torre troviamo ancora neve e ghiaccio ed il nostro vantaggio se ne va a farsi benedire, perché, per quanti sforzi io faccia, non mi riesce di gradinare così in fretta da non lasciarci riprendere. Al colletto della 1a torre ripassa avanti il Fortissimo, il quale segue astutamente lo spigolo di roccia asciutta, anziché continuare nel canale come l’anno scorso, evitando così il primo passaggio duro: evitiamo anche il secondo, attraversando il canale e salendo per rocce non difficili sulla sua sponda destra orografica, in modo da entrare senza troppa fatica nella zona di rocce facili che precede il colletto della 2a torre. Siamo così nuovamente in vantaggio, arrivando alla 2a torre nettamente staccati e fieri del nostro orario, perché sono appena le 7.30 e dalla crepaccia non abbiamo impiegato che 3 ore e 45, pur avendo trovato il pendio iniziale quasi tutto di ghiaccio vivo. Possiamo quindi concederci il lusso di una confortevole fermata a scopo gastronomico e fotografico.

Alle 8 riprendiamo a salire lungo lo spigolo e torno in testa io, gentile concessione del Fortissimo, poiché in virtù delle nostre convenzioni jorassiane la roccia gli è riservata ed il mio compito di capocorda limitato ai pendii di ghiaccio: lui è un po’ l’operaio specializzato, che eseguisce i lavori di alta scuola, io faccio più modestamente il manovale, attuando però una razionale distribuzione di lavori che consente alla nostra cordata di essere particolarmente veloce. La signorina e Lambert riducono la loro fermata, per non perdere la nostra preziosa ruota, e ci seguono con pronta sollecitudine.

Alle 8.45 siamo alle nostre colonne d’Ercole, vale a dire all’inizio del nevaio medio, nel punto in cui l’anno scorso – con sospir mi rimembra! – battemmo in ritirata: qui s’annunzia un penoso lavoro per l’umile manovale ed io invito il Fortissimo a passare in testa un momento, per provare le delizie del ghiaccio nero. Lui non si fa pregare ed inizia la traversata, arrivando dopo una decina di metri ad un isolotto roccioso, dove trova un chiodo con anello, lucido e pulito, per cui non può essere quello piantato l’anno scorso da Peters, quando noi li raggiungemmo, ma lo debbono aver lasciato l’altro ieri.

All’inizio del nevaio medio. Sono circa le 9 del 1° luglio 1935, tempo ancora splendido. Osservare le magnifiche condizioni della parete (roccia perfettamente asciutta, ghiaccio scoperto) nonché il forte innevamento dei ghiacciai di Leschaux e di Pierre_Joseph. A sinistra, in basso, sono ben visibili i due componenti la seconda cordata, Raymond Lambert e Loulou Boulaz.

A questo chiodo si sta abbastanza bene ed il Fortissimo ne approfitta per picchiarci su la bella foto riprodotta qui sopra.
Poi arrivo io e lui compie una grande traversata di oltre 30 metri, al termine della quale ho la gradita sorpresa di sentirmi dire che farei bene a rispettare le nostre convenzioni, riprendendo un lavoro che è di mia esclusiva competenza. Nulla da eccepire da parte mia, se non che preferirei un ghiaccio un po’ meno duro per fare sfoggio della mia abilità di tagliatore di gradini: ad ogni modo mi arrangio come posso e tiro avanti. Tre lunghezze di corda, che sembrano eterne, anche se per qualche metro ho potuto usufruire di una costola rocciosa diabolicamente liscia, sulla quale i miei ramponi scricchiolano sinistramente, ed eccomi arrivato alla fine del nevaio, all’inizio di un diedro dall’apparenza assai ostile. Sotto il diedro c’è una buona piattaforma, ma è troppo piccola per due persone, tanto più che dobbiamo toglierci i ramponi, e per questo io mi sposto a sinistra, dove c’è un grande appoggio per il piede e piantando un chiodo posso assicurare perfettamente. Guardo l’ora e vedo che sono le 10.30, poi guardo il diedro e vi vedo dentro un filo d’acqua corrente, una piccola fessura e due, tre chiodi, che di qui sembrano vecchi e arrugginiti, per cui debbono essere stati lasciati da Haringer e Peters l’anno scorso: questa è la prova inconfutabile che erano realmente andati avanti e Charlet aveva torto ad affermare che ciò non era assolutamente possibile. Però Charlet non aveva visto il diedro, perché si era lasciato attirare da quella cengia invitante che porta verso sinistra, a metà del nevaio medio, ed era così andato a finire proprio sullo spigolo, dove non sembra che ci sia da stare molto allegri.

Continuando ad osservare il diedro con i chiodi, ed i suoi immediati dintorni, mi convinco che il diedro stesso deve essere molto faticoso e deve inoltre richiedere altri chiodi, mentre mi sembra che pochi metri a destra si possa salire per certe rocce fessurate, ripide sì, ma ricche di appigli. All’arrivo del Fortissimo gli comunico prontamente il risultato delle mie meditazioni, invitandolo a passare a destra, ma lui ha visto il diedro con i chiodi e si sente ribollire il sangue nelle vene, toglie ramponi e scarpe per calzare le pedule, poi parte come un razzo all’attacco. Fa così qualche metro, poi mette un chiodo (almeno ce li avessero lasciati tutti i chiodi, che allora converrebbe passare di lì, mentre invece si vede che ne hanno levati più che potevano!), ne mette un altro, poi gli sembra di averne troppo pochi e vorrebbe che gliene mandassi ancora ed a me che sono sempre sul mio modesto appoggio, con i ramponi ai piedi, mi tocca fare delle manovre diaboliche per levarmi il sacco, tirarne fuori tutti i chiodi presenti e spedirli a quel testardo d’un Fortissimo. Il quale intanto, mentre io stavo compiendo le operazioni suddescritte, ha guardato un po’ meglio il passaggio da me patrocinato e si è convinto che farebbe molto più in fretta a passare di lì, per cui si decide a portarsi a destra con una ardita traversata a corda. Proprio ora che gli avevo mandato un’infinità di chiodi, lui non ne ha più bisogno, e per giunta mi tocca anche prendere il suo sacco ed i suoi scarponi e metterli dentro il mio, col risultato che vengo ad avere un carico eccessivo e soffio come una foca quando viene il mio turno di superare il passaggio, il “mio” passaggio, che non è nemmeno difficile e se il Fortissimo ci fosse andato subito avremmo guadagnato una buona mezz’ora.

Loulou Boulaz

Grazie a tutto questo po’ po’ di lavoro abbiamo fatto aspettare la seconda cordata, che ci aveva ripresi sul pendio di ghiaccio, in posizione non molto comoda: adesso ci sono proprio a ruota e, mentre il Fortissimo prosegue lungo una fessura abbastanza benigna (non senza essersi ripreso il suo sacco, ma gli scarponi li ha lasciati a me…), io ho agio di ammirare la bravura della signorina Loulou, la quale è passata in testa lei e supera brillantemente il passaggio, raggiungendomi tutta felice e contenta. Ma io riparto subito e arrivo ad una specie di pulpito, che deve essere proprio quel pulpito sul quale, come si legge nella relazione di Peters, lui e Haringer passarono la notte dal 30 al 31 luglio 1934: di qui si scopre bene il trucco che permette di superare questo tratto di parete, perché mentre sopra le nostre teste c’è un formidabile strapiombo, assolutamente inaccessibile, si può però uscire a sinistra abbastanza comodamente e raggiungere una serie di placche arrampicabili. Infatti il Fortissimo è già sparito fuori a sinistra, mentre la signorina sta per raggiungermi nuovamente; ma gli ultimi metri della fessura sono un po’ troppo bruschi per una signorina, sia pure una autentica fuori classe come Loulou Boulaz, soprattutto c’è un passo in cui è necessario un notevole allungo di braccia e la signorina invece è piuttosto piccolina, per cui quando le offro una corda da attaccarsi non dice di no e anzi mi ringrazia, installandosi sul pulpito presso di me e incominciando a far su la corda di Lambert.

Mentre sto lì fermo a filare la corda (il Fortissimo va piuttosto adagio, segno che vi deve essere qualcosa di molto duro, malgrado il trucco), noto con vivo stupore come vi siano certe nubi di colore oscuro, spuntate improvvisamente nel cielo fin qui limpido e sereno, che incominciano a girare con eccessiva compiacenza dalle nostre parti; ma non do a questo fatto molta importanza, perché sono convinto che il tempo debba rimanere bello. Poi il Fortissimo mi grida di andare avanti.

– Posso continuare in scarponi?
– Sì, vieni pure in fretta, se mai ti attacchi alla corda.

Ed ecco che affronto a mia volta il passo, tutt’altro che semplice, specie per me che sono in scarponi su una roccia maledettamente liscia: ci sono però anche due bei chiodi provvidenziali, generoso lascito dei nostri predecessori, e soprattutto io ho una corda davanti a me, anzi due corde, e sopra in fin dei conti c’è il Fortissimo, pronto a darmi il più valido degli “aiuti morali”. Quando sono salito c’è Lambert che vuole sentire le mie impressioni sulla percorribilità del passo in scarponi.

– Si può fare, ma ad essere onesto le consiglierei di mettersi in pedule.
– Bisognerebbe avercele, le pedule – risponde lui dal basso – né io né la signorina le abbiamo portate.

L’affare si complica per i nostri egregi compagni, ma Lambert risolve prontamente la situazione: – Se lei è salito come secondo, io salirò come terzo, mi butti giù una corda e non se ne parli più.

Ed ecco come diventammo quattro in una sola cordata, cementando la nostra improvvisata amicizia con quella salda unione che nasce da una buona corda legata intorno ai fianchi.

Slegati tu, che poi mi slego io, manda giù la corda e fa salire il terzo, poi arriva anche il quarto (cioè, la quarta), e siccome il Fortissimo ed io abbiamo bisogno delle nostre due corde perché sopra c’è un altro passo ardito, loro due scoprono che hanno una corda di riserva nel sacco e bisogna srotolarla e poi legarsi ancora (e Lambert pensa bene di far legare la signorina subito dietro a me, come terza): tutto questo in un posto terribilmente scomodo, a due metri l’uno dall’altro e senza un terrazzino, unicamente sugli appoggi, in modo che nessuno si stupirà se dico che abbiamo perso un po’ di tempo. Finalmente il Fortissimo riparte, ma ha fatto appena 5-6 metri del nuovo passaggio, più duro del precedente, quando le nuvole, che hanno felicemente concluso la loro adunata generale con una scarica di tuoni uno più fragoroso dell’altro (anche questi, o Fortissimo, sono “scherzi del gran caldo”!), si decidono a far qualcosa nel nostro interesse e ti scatenano una di quelle grandinate, che se queste placche fossero coltivate a grano il raccolto sarebbe ormai irrimediabilmente perduto. Ma non basta, perché la parete si allea alle nuvole ed invece di tenere su quella grandine nelle sue più alte zone ce la rovescia tutta addosso, a guisa di slavina, e allora io penso che forse dovrò ritornarmene a casa via Chamonix-Modane, dentro una buona cassa di legno d’abete. La nostra situazione non è infatti delle più brillanti, e si può così riassumere: il Fortissimo è sul passaggio, 5-6 metri sopra di me, però ha un buon appoggio per il piede destro ed è inoltre assicurato ad un chiodo molto vicino; io sto abbastanza bene, con un piede incastrato in una fessura e l’altro su un robusto appoggio, inoltre ho un piccolo spuntone tondeggiante sul quale ho passata la corda, sia pure con scarsa efficacia; ma la signorina e Lambert stanno invece molto male, 3-4 metri sotto di me, perché, mentre noi due siamo su uno spigolo, loro sono in un canale, e ricevono quindi addosso una tal quantità di grandine che non so come facciano a star su, se noi due che ne prendiamo assai di meno siamo già abbastanza a mal partito.

Ora, prescindendo da qualsivoglia considerazione altruistica ed umanitaria, sta il fatto che io sono legato a loro e, se partissero, non saprei come fare a tenerli tutti e due (la corda scivola sullo spuntone rotondo e bagnato…), per cui credo che me ne andrei via anch’io e rimarrebbero a tenerci su tutti e tre un chiodo solo ed il Fortissimo, che, per quanto Fortissimo, se parte il chiodo parte anche lui e buona notte.

Passa così un po’ di tempo, senza che nessuno osi parlare, appiccicati lì come quattro sanguisughe, mentre la parete ci rovescia addosso torrenti di grandine e il tuono fa sentire la sua voce potente, in modo che ne risulta un fracasso infernale, poi odo la signorina che urla «Je ne peux plus lenir, je lâche tout!». Tiro sulla corda più che posso ed intanto urlo anch’io qualcosa, incoraggiandola a venire avanti un pezzo; lei fa uno sforzo disperato e riesce a salire un metro, guadagnando una posizione un po’ più favorevole, dove mi dice di poter resistere. Povera signorina, è vero che sta facendo la prima femminile della Nord delle Jorasses, ma in questo momento si trova anche lei in un bel pasticcio!

Disegno di Renato Chabod: la parete nord delle Grandes Jorasses con i tre speroni della Punta Walker, Whymper e Croz.

Chiuso l’incidente, anche la grandine incomincia a moderare la sua ira e possiamo finalmente tirare un po’ di respiro e scambiarci le nostre impressioni. La parete ha assunto un aspetto micidiale, ma ormai siamo nel ballo e bisogna tirare avanti, anche se il bivacco si annunzia inevitabile e punto allegro e se le rocce sono bianche di grandine: non possiamo assolutamente rinunziare, dobbiamo passare anche noi a qualunque costo. Così Giusto riprende a salire, con le pedule bagnate fradice (le sue scarpe le ho io nel sacco, e d’altronde non potrebbe certamente mettersele lì sul passaggio) e le mani mezze rovinate dal freddo e dalla grandine (né lui né io ci siamo messi i guanti): pianta qualche chiodo e riesce ugualmente a passare, bravo Fortissimo!

Io seguo rapido, ma a metà passaggio ricomincia a grandinare furiosamente e siamo di nuovo tutti fermi, se continua così non arriveremo mai ad uscir fuori da questa maledetta parete. Grandinata poderosa, ma meno tremenda della prima e soprattutto molto più breve: ritorna presto la calma e posso raggiungere il Fortissimo, al quale restituisco con gran piacere gli scarponi, poi mi metto a discutere con Lambert perché si leghi lui come terzo e finalmente ecco il nerboruto Raymond che si arrampica su per il passaggio, mentre il Fortissimo è pronto a ripartire, in scarponi.

Siamo all’altezza del nevaio superiore, da cui ci separa un breve tratto di placche levigatissime, e dobbiamo ora traversare verso sinistra su una specie di cengia, in modo da raggiungere un gran masso isolato sul nevaio, sotto il quale speriamo di trovare un buon punto di fermata: visto che ormai si va tutti in scarponi, io mi slego da Lambert, per non perdere troppo tempo andando in quattro. La traversata sarebbe semplicissima, ma la grandine si è ormai rigelata, formando vetrato, e dobbiamo chiodare anche qui e muoverci con grande attenzione. Lieta sorpresa arrivando al gran masso, perché sotto di esso vi è una nicchia scavata nel ghiaccio e propizia ad una comoda fermata, se non altro per ricordarsi di mangiare qualcosa e mettersi un po’ al riparo dalla bufera. Infatti il temporale è finito, ma il tempo è ormai decisamente brutto e siamo nella nebbia: a tratti il vento spazza via tutto, impetuosissimo, i nostri abiti sono diventati una crosta di ghiaccio.

Arrivano Lambert e la signorina, accovacciandosi nella nicchia vicino a noi: poiché siamo tutti riuniti, il Fortissimo crede opportuno di fare l’inventario del nostro materiale chiodistico (con la parete in simili condizioni ne avremo assoluto bisogno!) e incominciamo ad esigere i nostri chiodi, che avevamo sempre lasciati infissi con l’intesa che uno di loro due li avrebbe poi tolti. Ne mancano parecchi, che la signorina dice di non aver potuto levare, e il nostro bilancio è piuttosto magro, dieci chiodi e nove moschettoni.

– Spero che voi ne avrete, no?
– Perbacco! – risponde Lambert, e ci esibisce tre chiodi di dimensioni spropositate, mostruosi, che avranno forse rappresentato l’ultimo grido della tecnica nel 1885, ma oggi ci farebbero morir dal ridere, se non fosse che in questo momento non ne abbiamo molta voglia.
– E a moschettoni come state? – Lambert stavolta estrae dal suo sacco, emozionante contrasto, tre affarini piccoli piccoli e sottili, che sollevano la mia giusta indignazione e gli dico che di quella roba lì, noi due, al massimo potremmo servircene per attaccarci la catena dell’orologio: speriamo ad ogni modo che la nostra roba sia sufficiente, purché, e lei signorina faccia bene attenzione, purché non si lasci più indietro un solo chiodo, né tampoco un moschettone, che altrimenti siamo suonati e in vetta non ci arriviamo più.

La parete nord delle Grandes Jorasses in un dipinto di Renato Chabod

Intanto noi ci siamo messi i ramponi ed io esco fuori dalla nicchia ad iniziare il mio modesto lavoro di scalinatore, trovando subito, all’uscita, un chiodo arrugginito (altro che storie! erano proprio venuti fin qui Haringer e Peters, perché se quella carta di cioccolato infilata in una fessura, dentro la nicchia, può anche essere di quest’anno, c’è qui questo chiodo che è sicuramente dell’anno scorso…). Una lunghezza di corda ed arrivo a una roccia affiorante, dove il Fortissimo viene ad assicurarmi con un chiodo per la successiva, ma i due non escono ancora fuori dalla nicchia e sembra che abbiano intenzione di rimanere lì a bivaccare. Aspetteranno forse che noi si abbia superato il pendio, per non dover rimanere fermi sui gradini; ma quando arrivo alle rocce superiori e vedo che non sono ancora usciti, allora mi metto a urlare disperatamente che vengano fuori, perché se restano lì dentro faranno la fine del topo. Ed ecco che finalmente Lambert spunta sul pendio, mentre il Fortissimo è già passato avanti sulle rocce ed ora mi attende, perché dobbiamo riprendere il ghiaccio (pensare che si andava così bene, su queste rocce non troppo difficili, malgrado grandine e vetrato!).

Due lunghezze di corda sul pendio, così duro che bisogna battere come disperati ed io incomincio ad avere le braccia stanche, ché se dovessi tagliare ancora per un pezzo mi verrebbero certamente i crampi, ma finalmente ritorno in roccia e pianto un chiodo così così, su certe roccette che sembrano facili e invece non sai dove trovare un buon appiglio, in mezzo a tutto quel maledetto vetrato. Arriva Giusto, il quale è già senza ramponi, e passa avanti, cercando di andar fuori verso destra, sulle roccette pseudo-facili.

Ci troviamo infatti sulla sponda sinistra orografica del canale di ghiaccio con cui finisce il pendio, a una lunghezza di corda dall’inizio di un lungo camino che porta ad una forcella, sullo spigolo della Punta Croz: poiché abbiamo qualche dubbio sull’opportunità di ficcarci a testa bassa dentro quel camino, dall’aspetto fin troppo invitante, ma che ha l’inconveniente di portare sullo spigolo, vorremmo andare a vedere a destra se non ci convenga salire di lì, in parete libera. Il Fortissimo fa qualche metro sulle roccette, pianta un chiodo, ma poi con mia grande sorpresa non riesce a proseguire e deve voltare a sinistra, verso il camino. – Sai – dice – quelle roccette… nemmeno un appiglio, tutto vetrato, non si può passare… bisogna per forza entrare nel camino.

Eccolo dunque che traversa e arriva a un blocco staccato. Lo prova prima con le mani, poi ci mette su prudentemente un piede, poi tutti e due, e il blocco non si muove, lui allora si alza quanto è lungo, lascia andare le mani e si prepara a piantare un secondo chiodo, per aiutarsi nella traversata: il chiodo, maligno, gli scappa di mano e lui fa una mossa violenta per riprenderlo, allora il blocco gli parte sotto i piedi e lui parte a sua volta come un diretto, al suono di tutti i chiodi che gli pendono dalla cintura e tintinnano allegramente nella caduta.

La cosa è stata così imprevista, per lui e per me, che passa almeno un secondo (o una frazione di secondo, insomma un attimo di tempo) prima che io tiri a tutta forza sulla corda passata al primo chiodo, e intanto lui si è fatto buoni buoni i suoi 8-10 metri di volo: ma il Fortissimo è proprio fortissimo in tutto, anche nei voli, ed è caduto così bene che non deve essersi fatto un gran male. Infatti, mentre dal basso giungono domande angosciose (gli altri due non hanno potuto vedere il volo, ma hanno però visto passare il blocco e sentito tutto quel po’ po’ di rumore), lui si scuote e si rialza rapido (è andato a finire proprio in una specie di cunetta, utilizzando accortamente quella parte del corpo umano che è la meno sensibile agli urti violenti) ed io posso rispondere con aria annoiata che non è niente, assolutamente niente!

Poi il Fortissimo si arrampica per qualche metro, traversando ancora, fino a raggiungere un buon ripiano, all’inizio del gran camino: arrivo io e posso constatare che all’infuori di una ferita alla mano, che butta molto sangue ma non è affatto grave, non si è fatto niente altro che uno strappo nei pantaloni, quei famosi pantaloni di tessuto himalayano di cui andava così fiero e che ora – ahimè! – bisognerà mettere a riposo.

Mando giù una corda a Lambert e intanto teniamo il nostro consiglio di guerra. Sono ormai le sette di sera ed è positivo che in punta non ci arriviamo più; domando quindi a Giusto se crede, dato il volo compiuto, di bivaccare qui, dove ci si potrebbe arrangiare alla meno peggio anche in quattro, piantando qualche chiodo: non che ci si possa distendere, ma si potrebbe rimanere seduti abbastanza bene. Ma il Fortissimo risponde che preferisce continuare, perché vuole che gli passi subito l’impressione, e respinge sdegnosamente il mio tentativo di passare in testa, sempre per via dell’impressione. Così, non appena Lambert è arrivato e si slega dalla nostra corda, lui riparte a forte andatura ed io lo seguo a ruota, senza perdere tempo in assicurazioni, perché tanto non ci sono grandi difficoltà ed è anzi una delizia arrampicare in questo camino, dove si può andare in appoggio e si trovano anche ottimi appigli, dopo tutta quella roba liscia che abbiamo ultimamente salito, ghiaccio e placche vetrate. I nostri affari incominciano ad andare un po’ troppo bene, ma ecco che le nuvole nostre amiche intervengono in buon punto con una terza grandinata, meno energica delle altre due, ma pur sempre degna di considerazione, tanto più che siamo in un camino, nel cui fondo si forma tosto un impetuoso torrente di grandine. Nuova fermata obbligatoria, quindi, ma appena rallenta l’afflusso del torrente noi tiriamo di nuovo avanti, esasperati e spaventosamente decisi, perché ne abbiamo basta di tutte queste miserie e vogliamo andarcene via a tutti i costi.

A trenta metri dalla fine, il camino si trasforma in canale di ghiaccio ed io passo a gradinare; è quasi notte quando sbuco sulla aerea forcella, investito in pieno da un vento formidabile, per cui ridiscendo un paio di metri e concludo che qui non possiamo bivaccare né tampoco andare avanti, perché non ci si vede quasi più e lo spigolo è terribilmente ardito (altro che fuori! siamo sempre più nei pasticci e, se stanotte nevica, fuori non arriviamo più di certo: del resto anche solo così deve essere già un bell’affare…). Informo il Fortissimo della cosa e decidiamo di ridiscendere un pezzo, perché lì sotto ci pare di aver visto un posto discreto e, se non altro, saremo più vicini agli altri due, che avevamo seminato per strada in questa nostra poderosa volata finale. Metto un anello e scendo a corda doppia fino a Giusto, poi scendiamo un tratto insieme e facciamo una seconda corda doppia, arrivando all’altezza di Raymond e Loulou, che hanno già acceso la lanterna e stanno preparandosi al bivacco, in una piccola nicchia, sulla parete del camino. Noi siamo invece sul fondo, appollaiati su un blocco incastrato, in un posto tutt’altro che confortevole, ed io sono d’avviso che sotto si possa star meglio e il Fortissimo invece che si debba rimanere qui: allora io scendo a vedere, al buio, e vado giù come posso, rischiando ad ogni passo di volarmene via, e non trovo niente, all’infuori di un posto in cui posso stare con tutti e due i piedi su uno stesso ripiano, coperto di grandine gelata e terribilmente sdrucciolevole.

Pianto un chiodo, a cui mi lego, poi tiro fuori la lanterna dal sacco e dopo ripetuti sforzi riesco ad accenderla, per vedere se non vi sia proprio un posto per noi due, un posticino piccolo piccolo, ma non c’è proprio niente, e allora concludo che sia meglio tornarmene su vicino al Fortissimo, perché qui dove sono non posso certamente passare la notte. Ma il Fortissimo dice che lassù non c’è posto per due e ne segue una discussione animatissima; io faccio la vittima e lo supplico in nome della nostra amicizia di lasciarmi andar su, e lui allora – ne ero certo – si commuove e cede, generosamente.

Eccomi dunque vicino al caro Giusto, il quale è seduto sul blocco incastrato, dopo di essersi legato ad un paio di chiodi: posto a sedere per due non ce n’è e io mi rassegno a stare in piedi (ma almeno posso appoggiare la schiena sul fondo del camino, mentre là sotto ero in parete!), poi pianto qualche chiodo, attacco la lanterna ad uno, ad un altro appendo il sacco ed al terzo infine mi lego io, a scanso di equivoci. Quando ho ultimato la mia laboriosa installazione guardo l’ora e vedo con piacere che sono le 23 passate, per cui ci restano sì e no cinque ore di soggiorno in questo luogo inospitale: cinque ore non sono poi molte, ma il pensiero di doverle passare tutte in piedi non mi soddisfa punto, quindi ripasso all’offensiva e dimostro al Fortissimo, con validi argomenti, che ci si potrebbe benissimo alternare a star seduti sul blocco incastrato, mezz’ora ciascuno, per esempio, e lui anche stavolta cede e si alza in piedi, per il primo cambio. Dopo una manovra assai complicata sono finalmente seduto e sto per un momento divinamente bene, anche se quel blocco non è proprio piano, ma ha qualche spigolo un po’ troppo vivo, e se i miei abiti sono ridotti ad un crostone di ghiaccio. In realtà fa piuttosto freddo, anche se quel rivoletto che cola sul fondo del camino continua a colare con insistenza, evitando nella maniera più assoluta che noi due ci si possa asciugare un po’: certo i nostri compagni del piano di sopra stanno meglio di noi, almeno sono all’asciutto, ed infatti sono riusciti con molta pazienza a far funzionare il loro fornelletto ed a preparare un tè bollente, mandandone una borraccia piena anche a noi due. Pensiero gentile! Poi riescono a calarmi una sigaretta, che mi colma di giubilo, perché il mio tabacco è bagnato e la pipa non tira più: si vede proprio che sono due bravi figliuoli. È certo però che se invece di esserci portato questo stupido sacco da bivacco, che qui non serve proprio a niente, avessimo qualche robusto maglione ben asciutto da metterci addosso, si starebbe molto meglio. – Senti Giusto – dico – io ti pagherò due bottiglie invece di una, perché mi hai deciso a venire, ma tu me ne pagherai almeno una per questa notte da cani, te l’avevo detto io che il sacco da bivacco era meglio lasciarlo a casa e prendere roba di lana, tanta lana, un sacco pieno di lana… che freddo, porca miseria!

Una ripetizione moderna dello sperone Croz della parete nord delle Grandes Jorasses

Martedì 2 luglio
Verso le quattro incomincia a farsi chiaro, malgrado la nebbia, ma noi siamo duri come baccalà e prima delle cinque non riusciamo ad andarcene, in mezzo a una confusione indescrivibile di corde gelate. Ripercorriamo il camino, e ci affacciamo alla forcella: tre metri sotto di essa, a strapiombo sulla gran gola centrale, c’è un terrazzino, semicoperto di neve, ma ampio, sì che in due avremmo forse potuto rimanervi distesi e ficcarci nel sacco da bivacco, ma io ieri sera non l’ho visto, perché c’era poca luce e il vento mi ha cacciato via subito dall’aereo intaglio.

La gola centrale, la parete della Whymper e lo spigolo della Walker danno di qui un aspetto pauroso, roba da pazzi anche a prescindere dalle condizioni attuali. Sopra di noi s’innalza un affascinante e liscio spigolo, su su verso la Punta Croz: non si capisce bene come si possa uscire in alto, ma intanto andiamo avanti, incominciando ad aggirare il primo salto liscio sulla destra, per rocce che dovrebbero essere normalmente non difficili, ma oggi sono tutt’altro che semplici. Il tempo però sembra voglia diventar bello (Giusto ha potuto fare un paio di foto) e questo è già molto, almeno possiamo vedere bene dove si va a finire e non pesa più su di noi l’incubo della bufera imminente. Una, due, tre lunghezze di corda e siamo nuovamente sullo spigolo, che continua su diritto verso la punta e per almeno 80-90 metri si va ancora bene, ma il finale visto di qui sembra impossibile. Dove saranno passati i tedeschi? Dalla nicchia ghiacciata del nevaio superiore non abbiamo più trovato nulla di loro, né chiodi né tracce di fermata (sono passati al massimo da due giorni e qualcosa si dovrebbe pur trovare): riteniamo che siano forse usciti fuori a occidente della Punta Croz, tra essa e la Punta Elena, per una gola parallela al nostro spigolo che riusciamo a intravedere dietro una crestina secondaria. Decidiamo dunque di andare a vedere questa gola, il Fortissimo ed io, e abbandoniamo lo spigolo traversando verso destra, prima per ghiaccio e poi per roccette vetrate insidiosissime. Il Fortissimo gira oltre la crestina secondaria, poi mi dice che uscir di lì gli sembra impossibile, però sarebbe contento che andassi a vedere anch’io. Cambiamo rapidamente di posto e uno spettacolo poco edificante si presenta ai miei occhi: la gola che ritenevamo dovesse rappresentare una sicura via di uscita è un solo lastrone di vetrato, sul quale affiorano rare rocce levigate. Niente da fare dunque, bisogna ritornare e forzare il passaggio lungo lo spigolo della Punta Croz, direttamente. Urliamo a Lambert, fermatosi ad aspettare i risultati della nostra esplorazione, che riprenda pure a salire, mentre noi mogi mogi ritorniamo sui nostri passi.

Per guadagnare tempo decido di tagliare obliquamente un breve pendio di ghiaccio, gradinando in salita; ma a metà si scatena improvvisamente una nuova grandinata, in una posizione quanto mai precaria per me, che sono senza ramponi su un gradino non molto brillante, e nemmeno troppo rosea per il Fortissimo, che può assicurare mediocremente sulle sue roccette vetrate. Anche questa nuova avventura, però, è a lieto fine e riafferriamo il nostro spigolo, in un punto abbastanza comodo. Lambert e la signorina sono una lunghezza di corda sopra di noi, inseguiamo rapidamente e li raggiungiamo alla fine del tratto facile, dove lo spigolo si raddrizza improvvisamente nell’ultimo scatto verso la vetta e l’affare si annunzia come molto serio, perché se troviamo molto vetrato su quella roba lì vuol dire che siamo fritti.

Lambert è già impegnato in un primo passaggio e noi non possiamo quindi passare avanti: eccoci dunque fermi, in malinconica contemplazione di questi ultimi 80-90 metri di dislivello che sembra non ci vogliano proprio permettere di ritornare a casa. Dice il Fortissimo – l’hai ancora quel pezzo di candela?
– Quale pezzo di candela?
– Ma sì, quel pezzo di candela che ci è rimasto: l’hai ancora?
– Certamente, ma non capisco bene a cosa ci possa servire…
– Sai, si potrebbero fare delle segnalazioni, stanotte…
– Segnalazioni, stanotte?
– Già, se non si potesse uscire…
– Senti, Fortissimo, io sento che usciremo, ti garantisco che usciremo, perché ne abbiamo proprio bisogno e qui sopra ci deve essere una specie di cengia obliqua, mi ricordo che l’ho già osservata col binocolo e si vede anche nelle foto, di là passiamo sicuramente.
– L’ho vista anch’io, la tua cengia, ma se è in vetrato?
– Se è in vetrato passeremo lo stesso, e se non si può torniamo indietro, ma io non resto qui a fare segnalazioni con la candela!
– Vedremo – conclude il Fortissimo – ma mi piacerebbe vederti scendere con le corde gelate e senza i gradini sui pendii di ghiaccio, perché è positivo che la grandine ha riempito i gradini, ne sei convinto, no?…: vorrei vederti gradinare in discesa su quei pendii, con tutte le tue arie di ghiacciatore!
– Non parliamone più, caro Giusto, cerchiamo per ora di uscire, ma vorrei vederti con la tua candela a fare le segnalazioni, seduto su quello spuntone lì che è più aguzzo del campanile di Entrèves e se credi di poterci stare su una notte ti sbagli di grosso!

Intanto Lambert sta arrancando disperatamente sul passaggio e ad un certo punto ricorre anche ad un lancio, gettando abilmente la corda su uno spuntoncino e poi issandosi di peso: quell’uomo non avrà portato pedule, chiodi e moschettoni, ma indubbiamente il mio cuore di vecchio occidentalista palpita commosso quando vedo una simile manovra di puro stile classico e soprattutto quando sento i chiodi degli scarponi che grattano rabbiosamente il granito… bravo Lambert! Poi sparisce dietro lo spigolo, ma la corda si muove piano, con una lentezza esasperante, e noi dobbiamo continuare a rimanere qui in attesa, perché non c’è proprio posto da passare avanti. Effettivamente questo tratto non è dei più comodi, perché è tutto in vetrato e non c’è nemmeno quella straordinaria abbondanza di appigli che ognuno di noi si augura segretamente: bisogna pertanto chiodare senza misericordia e Lambert riesce anche a piantare uno dei suoi chiodi fenomeno, che poi malgrado i più violenti e reiterati sforzi, non riuscirò assolutamente a levare. Si sale così per una lunghezza di corda dentro una specie di conca, a destra dello spigolo, poi la conca diventa impraticabile e bisogna uscire a sinistra, per una cengia obliqua, con esposizione fantastica, perché siamo ormai entrati nella gran gola centrale della parete e sotto i nostri piedi, in fondo in fondo, appare tra nebbie vaganti il ghiaccio nero del gran canalone. Quando sbuco a mia volta dalla cengia, vedo che Lambert e la signorina sono fermi su un esiguo ripiano e che il Fortissimo è riuscito a passare avanti, spostandosi a sinistra, ed ora è fermo in attesa del mio arrivo. Siamo a non più di trenta metri dalla cresta sommitale, ma i trenta metri in questione, rappresentati da un diedro molto aperto, sembrano molto allegri. Meno male che non c’è vetrato, perché quest’ultimo tratto di parete è talmente ripido che con un po’ di buona volontà lo si potrebbe anche definire come “nettamente strapiombante”, se non fosse che ci siamo oggi talmente abituati a sentir parlare di strapiombi e di pareti strapiombanti per centinaia e centinaia di metri, che tale qualifica ha perso molto del suo valore e non vale assolutamente più la pena di servirsene.

Quest’ultimo passaggio rappresenta indubbiamente il tratto più delicato, come roccia, di tutta la parete, e il Fortissimo deve impegnarsi a fondo, sfoderando tutte le risorse della sua alta classe, tanto più che è in scarponi (avrebbe forse potuto mettersi le pedule, malgrado l’assenza di un posto adatto alla delicata operazione, ma il passaggio visto di sotto non sembrava così tremendo e lui ha perfino attaccato con il sacco, salvo poi piantare un chiodo ed abbandonarlo lì dopo nemmeno tre metri). “Un passaggio disperato”, mi dirà poi, al mio sbuffante arrivo in cresta, e gli do pienamente ragione, perché era diabolicamente duro anche con “l’aiuto morale” della corda ed io non vi ho fatto certamente una brillante figura. Infatti, dopo averlo attaccato con il sacco e le due piccozze, ho dovuto ridiscendere (e dire che lui mi aveva fissato la corda, ma hai voglia di arrampicarti lungo una corda piccola piccola e gelata, con le mani mezze rovinate!) e pregare il Fortissimo di fare la funicolare, per poi salire senza sacco e trovare ugualmente il passaggio degno della più alta reverenza (e dello stesso avviso sono anche Lambert e la signorina, a cui abbiamo buttato per l’ultima volta la nostra corda).

Dico: – Siamo fuori, e a casa ci arriviamo di sicuro, ma credevo che fosse diverso… Quando pensavo al momento in cui sarei arrivato in cima alla Nord delle Jorasses, io mi immaginavo un arrivo lirico, in un tramonto radioso, in cui ci saremmo affacciati, il Fortissimo ed io, a contemplare il gran solco della Valle d’Aosta, già immersa nell’ombra, e noi due soli, i vittoriosi, baciati in fronte dal sole morente, ci saremmo abbracciati commossi, senza parole per la gioia immensa della prima ascensione…

Invece è molto diverso: non siamo i primi, e quindi addio gioia e abbraccio, ecc., ecc., ma soprattutto non è il tramonto di una giornata radiosa, tutt’altro! È il pomeriggio di una giornata orribile, e non parliamo delle altre montagne e della Valle d’Aosta immersa nell’ombra, ma non vediamo nemmeno la Punta Whymper, avvolti come siamo dalla nebbia, mentre soffia un vento indiavolato: abbiamo le mani rovinate ed io debbo inoltre constatare con vivo rammarico che i miei piedi non sono affatto sgelati, come speravo ardentemente. C’è però una certa qual soddisfazione, ed è quella di esser riusciti ad uscir fuori, che ci fa passare sopra a tutte le nostre piccole e grandi delusioni, perché la pelle resta pur sempre una cosa importante per ognuno di noi e quando si ha la precisa sensazione di averla cavata da un brutto impiccio ci si sente piuttosto ringalluzziti, malgrado la nebbia, il vento e la fregatura della seconda ascensione.

Sulla cresta nevosa fino ai Rochers Whymper non c’è nemmeno una pista, e sì che si sprofonda fino a mezza gamba, e nemmeno quando arriviamo ai Rochers, ultracoperti di neve, troviamo tracce di precedente passaggio.

– Vedi Giusto… – ma il Fortissimo non mi sta a sentire, perché sta filando come un diretto verso il “sottostante burrone”, schiena alla roccia e gambe per aria, in perfetta posizione aerodinamica, ed io faccio appena in tempo a spiccare un salto a pesce su un gran blocco della cresta che sento uno strappo atrocissimo intorno ai fianchi ed ho l’impressione di dovermi spezzare in due, ma riesco a tenere e la cosa finisce così, con una bella risata e la constatazione che rompersi il collo sui Rochers Whymper, dopo aver salito la Nord, sarebbe stato “poco dignitoso”. Facciamo anche qualche altra constatazione, il Fortissimo ed io, che non bisogna mai fare lo spiritoso e saltellare sulle creste facili, perché talvolta succede di inciampare nella piccozza e di partire in volata, e che il metodo di assicurazione “aggrappati a quel blocco e tieni duro!” può dare ottimi risultati, anche nell’epoca della assicurazione a forbice e altre simili diavolerie.

Al rifugio, poche parole scritte a grandi caratteri su una pagina del libro: ed a noi non resta altro che scrivere, sotto le firme dei vincitori, i nostri riveriti nomi. Il morale è basso, ma non tanto da impedirci di brindare con una poderosa tazza di acqua calda e zucchero alla salute della valorosa signorina Loulou, per la prima femminile, trattenendo energicamente la mesta lacrima che vorremmo sciogliere sulla nostra seconda maschile.

Nota tecnica
Non è affatto vero, come molta gente crede, che le migliori condizioni per la Nord delle Jorasses siano rappresentate da un forte innevamento e che “la neve sulle placche” faciliti l’ascensione: se così fosse, non vi sarebbe nulla di più agevole che trovare la parete in condizioni propizie e non vi sarebbe stato bisogno di aspettare questo eccezionale mese di giugno 1935 per assistere al crollo clamoroso. Si tratta di una salita mista, e non di pura roccia, ma ciò non toglie che le difficoltà di roccia siano tali che con molta neve e vetrato non si va assolutamente avanti e bisogna quindi che la parete sia il più asciutta possibile. È vero che i pendii diventeranno di ghiaccio vivo e occorrerà gradinare parecchio, ma il vantaggio di avere le rocce in buone condizioni è tale da fare senz’altro accettare l’inconveniente dei pendii in ghiaccio vivo (del resto, proprio in neve non lo sono mai e anche nel 1934, in cui vi era neve e vetrato sulle rocce, erano prevalentemente di ghiaccio). Per questi motivi la parete era senz’altro in condizioni ideali alla fine giugno 1935, e passeranno magari degli anni prima che ritorni così: ma non è detto che siano proprio necessarie simili condizioni, dal momento che l’anno scorso Haringer e Peters riuscirono a raggiungere il nevaio superiore, in condizioni tutt’altro che ideali, e molto probabilmente, se non fossero stati sorpresi dalla bufera e soprattutto non fossero stati già così duramente provati da due bivacchi, avrebbero potuto compiere l’ascensione, perché il passaggio finale più difficile deve essere, a nostro avviso, quasi sempre pulito. Del resto, nella seconda ascensione, noi siamo stati sorpresi da temporali di una violenza straordinaria sotto il nevaio superiore e ciononostante abbiamo terminato la salita, in condizioni pressoché disastrose. Ciò vuol dire che le difficoltà di roccia non sono di per sé sole (considerando la roccia come assolutamente pulita) di ordine estremo e possono tollerare una piccola quantità di neve o vetrato: però, come è logico, le difficoltà dell’impresa aumenteranno sempre più col peggiorare delle condizioni, vale a dire che diventeranno enormemente difficili i tratti più semplici, perché su di essi maggiormente si possono accumulare neve e vetrato, ed i passi più difficili diventeranno estremamente difficili, se non impossibili (bisogna però notare che questi passi sono normalmente i più asciutti, essendo i più ripidi, di modo che la loro difficoltà non deve presentare sbalzi notevoli). Così l’anno scorso era già un affare serio arrivare al nevaio medio e noi dovemmo piantare quattro chiodi, eppure quest’anno, con la parete pulita, non abbiamo trovato fin lì un passo superiore al IV grado e non abbiamo dovuto servirci di chiodi.

Quanto ai passi più difficili sotto il nevaio superiore (due lunghezze di corda: 60 metri circa), essi si possono valutare, se in perfette condizioni, di V grado: il passo finale venne trovato estremamente difficile da Gervasutti, il quale era in scarponi, ma egli è d’avviso che, arrampicando in pedule, anche questo passo non debba superare il V grado. Non prendiamo in considerazione il diedro superato dai tedeschi a furia di chiodi, appena sopra il nevaio medio, dal momento che esso si può evitare ed inoltre non è assolutamente un passaggio di difficoltà classificabile, perché si può salire solo col tiro di corda ed usufruendo dei chiodi come appiglio.

Ho parlato, forse un po’ imprudentemente, di gradi, e qualcuno griderà al sacrilegio, perché ho osato valutare la difficoltà tecnica dei passaggi di roccia di una salita mista delle Alpi Occidentali, mentre altri proveranno una gioia maledetta nel leggere quella cifra modesta, V grado. Ai primi rispondo che non vi è nulla di male nel voler precisare entità precisabili (mi sono riferito a passaggi determinati, considerati in perfette condizioni) e che con questo non vengo menomamente ad influire sul “valore” della salita: quanto ai secondi, sono padronissimi di classificare la salita in V superiore o inferiore, o magari anche solo in IV superiore (con passaggi di V…), con un sorrisetto di compatimento per il bluff della Nord delle Jorasses, tanto strombazzata e su cui poi, stringi, stringi, non vi è nulla di estremamente difficile. Io non mi arrabbierò affatto, anzi penso che ciò potrà essere molto utile per i compilatori di una guida della zona, i quali se no non saprebbero come regolarsi ed esagererebbero certamente, come è antica ed inveterata consuetudine degli occidentalisti, il valore della salita, mettendo magari in evidenza quelle cose sciocche e senza importanza atletico-sportiva che sono i pendii di ghiaccio, le cadute di pietre, il vetrato e la neve sulle placche, ecc. ecc., a tutto scapito della difficoltà pura…

Ed ora arrivo finalmente (era tempo!) a descrivere l’itinerario seguito nella prima ascensione del 28-29 giugno 1935 da Martin Meier e Rudolf Peters, nonché nelle due ripetizioni finora compiute. (In un primo tempo avevamo creduto, Gervasutti ed io, di aver seguito una variante più diretta nell’ultimo tratto, ma, dopo di aver letto una breve nota tecnica inviata da Martin Meier all’amico Lucien Devies, mi sono convinto che noi abbiamo ripetuto pressoché esattamente la via dei tedeschi. La nostra errata opinione era dovuta ad un tracciato poco preciso disegnato da Peters ad Entrèves ed al fatto che, mentre sotto il nevaio superiore avevamo trovato, oltre ai vecchi chiodi del 1934, un paio di chiodi recenti, sopra non trovammo più nulla e per questo ritenevamo di essere in terreno vergine. Quanto ai terzi salitori, Toni Messner e Ludwig Steinauer, che salirono la parete nei giorni 7, 8, 9 luglio 1935, con due bivacchi, essi ci hanno detto di aver trovato i nostri chiodi nell’ultimo tratto).

«Attraversare la crepaccia sulla sinistra (or.) del gran canalone centrale e risalire il pendio, di neve dura o ghiaccio, in modo da raggiungere il canale compreso fra la parete propriamente detta e una cresta secondaria dello sperone della Punta Croz, su cui emergono due grandi torri rocciose.
Raggiunta, per il canale, la breccia a monte della 1a torre (rocce vetrate – neve e ghiaccio), salire per ca. 40 m. lungo lo spigolo di roccia asciutta (sinistra or. del canale), indi rientrare nel canale, che si segue poi fino alla sommità della 2a torre, senza grandi difficoltà, ad eccezione di un solo passo, generalmente in vetrato, 70 m. ca. sopra la breccia della 1a torre, evitabile però in parete sulla destra (or.) del canale, se la montagna è in buone condizioni (tutto questo canale che porta in vetta alla 2a torre è esposto alle cadute di pietre). Dalla 2a torre proseguire lungo lo spigolo dello sperone della Punta Croz, dapprima facile per ca. 60 m., poi abbastanza faticoso per altri 60 m. (due bei passaggi, uno in fessura e l’altro in placca). Traversare quindi decisamente verso destra (Ovest) sul nevaio medio, di neve dura o ghiaccio, inclinato a 50° ca., in modo da raggiungere il punto più alto del nevaio stesso, all’inizio di un canale-diedro. Non salire per il fondo del diedro, in cui vi sono alcuni chiodi, ma per rocce rotte sulla sua sinistra (or.), rientrando nel canale dopo ca. 20 m. con agevole traversata.
Segue una fessura di ca. 20 metri, che porta a un comodo pulpito. A questo punto il canale va a finire contro un enorme strapiombo e bisogna quindi uscire verso sinistra (salendo: si ritorna cioè verso lo spigolo della P. Croz) per qualche metro, indi su dritti per ca. 30 m. di placche molto ripide (pedule, qualche chiodo). Pochi metri di rocce agevoli, indi altri 20 metri ca. molto duri, in placca (c. s.).
Traversare poi verso sinistra (salendo), in modo da raggiungere una nicchia ghiacciata sotto un gran masso emergente dal nevaio superiore (tutto questo tratto, da quando si esce dalla protezione del gran strapiombo, è fortemente esposto alle cadute di pietre). Uscire dalla nicchia e risalire il pendio, di neve dura o ghiaccio, un po’ più ripido del nevaio medio, fino alle rocce superiori, non difficili, su cui si percorrono ca. 50 m., molto vicini al nevaio superiore, ritornando poi per ca. 60 m. sul nevaio stesso (in questo punto il pendio è estremamente ripido, ma non si può salire per roccia), che va trasformandosi in canale di ghiaccio e conduce appunto dentro il gran camino che scende dalla forcella dello spigolo della Punta Croz. Risalire il camino fino alla forcella (ultimi 30 metri in ghiaccio, il resto roccia non molto difficile), indi aggirare il primo salto dello spigolo verso destra (salendo), riprendendo però lo spigolo subito dopo e continuando per esso fino a 80-90 metri dalla Punta Croz. Qui lo spigolo si raddrizza improvvisamente, diventando impraticabile, però tra esso ed un altro spigolo secondario della Punta Croz, ad occidente del primo, resta compresa una piccola gola, in cui si sale per ca. 30 m., uscendo poi a sinistra (salendo) in piena parete, lungo una cengia obliqua, per altri 30 m. ca. Si giunge cosi alla base del diedro finale (pedule consigliabili, qualche chiodo), che porta sulla cresta di confine, 3-4 metri ad est della Punta Croz (in quest’ultimo tratto noi abbiamo forzatamente lasciato tre chiodi, avendone dovuti usare in quantità eccessiva per le pessime condizioni della montagna)».

Orario. – È nostra profonda convinzione che, se non fossimo stati sorpresi dalla bufera sotto il nevaio superiore, saremmo riusciti a raggiungere la vetta della Punta Croz nella sera stessa del 1° luglio, ad ogni modo trascrivo qui il nostro orario quale fu in realtà, non quale avrebbe dovuto essere:

1 luglio 1935: Leschaux part. ore 1. Crepaccia 3-3.45′ (raggiunta alle 3 la crepaccia del canale «Face aux Périades», dovemmo poi ridiscendere alquanto, attaccando solo alle 3.45″). 2a torre 7.30′-8. Inizio nevaio medio 8.45′. Fine nevaio medio 10.30′. All’inizio del secondo passo molto difficile, sotto il nevaio superiore, ore 13 ca. (fin qui orario buono, a questo punto incominciò la grandinata e quindi i nostri tempi non hanno più che un valore storico). Inizio camino sopra il nevaio superiore 18.45′. Forcella 21 ca. Bivacco 21.30′ ca.

2 luglio: Bivacco part. ore 5. Punta Croz 14.10′-15.45′. Rifugio delle Jorasses 19 ca. (raggiungendo i Rochers Whymper a ca. 30 m. dalla vetta della Punta Whymper, indi scendendo per la via normale, evitando però il Reposoir con una discesa diretta del canalone Whymper. Meyer e Peters discesero invece direttamente dalla P. Croz sul Reposoir; per questo noi non trovammo tracce sulla cresta tra la P. Croz e i Rochers Whymper).

Ho detto che noi avremmo potuto uscire in giornata, e basti a dimostrarlo il fatto che Meyer e Peters raggiunsero il nevaio superiore alle 14 (da un bivacco alla forcella della 1a torre) e cionondimeno riuscirono a porre il loro secondo bivacco sulla vetta: ora noi fummo sorpresi dalla bufera verso le 13, quando eravamo al massimo a 20′ dal nevaio superiore, il che vuol dire che per uscire ci sarebbe bastato uguagliare di lì in su il tempo dei tedeschi, su cui abbiamo tanto guadagnato fino a oltre metà parete, a condizioni pari. I terzi salitori, Messner e Steinauer, con la montagna in buone condizioni (non così buone, però, come per Meyer e Peters, perché vi erano ancora i residui della nostra bufera e di una piccola nevicata successiva), dovettero invece compiere due bivacchi in parete, impiegando complessivamente due giorni e mezzo, ma il loro fu un orario eccessivamente lento.

Ho detto che noi avremmo potuto uscire in giornata, e basti a dimostrarlo il fatto che Meier e Peters raggiunsero il nevaio superiore alle 14 (da un bivacco alla forcella della 1a torre) e cionondimeno riuscirono a porre il loro secondo bivacco sulla vetta: ora noi fummo sorpresi dalla bufera verso le 13, quando eravamo al massimo a 20 minuti dal nevaio superiore, il che vuol dire che per uscire ci sarebbe bastato uguagliare di lì in su il tempo dei tedeschi, su cui abbiamo tanto guadagnato fino a oltre metà parete, a condizioni pari. I terzi salitori, Messner e Steinauer, con la montagna in buone condizioni (non così buone, però, come per Meier e Peters, perché vi erano ancora i residui della nostra bufera e di una piccola nevicata successiva), dovettero invece compiere due bivacchi in parete, impiegando complessivamente due giorni e mezzo, ma il loro fu un orario eccessivamente lento.

Il tracciato della relazione originale della via Peters-Meier sullo Sperone Croz.

Appendice
di Renato Chabod
(tratto da La Cima di Entrelor, Zanichelli, 1969)

La parete nord delle Grandes Jorasses si stende fra il Col des Grandes Jorasses e il Col des Hirondelles per una larghezza di circa 1500 metri. La fiancata occidentale, compresa fra lo spigolo settentrionale della P. Young e lo sperone della P. Croz, è larga circa 500 m, con una altezza massima di 913 m fra la crepaccia — quota 3152 m IGM — e la vetta della P. Margherita. La vera e propria parete, compresa fra i due speroni gemelli della P. Walker e della P. Croz, è larga sui 350 m, con una altezza massima di 1196 m tra la P. Walker  4206 m e l’estremità inferiore del suo sperone, quota 3010 IGM. La crepaccia sotto lo sperone Croz è leggermente più bassa — m 3003 IGM — ma la Croz 4108 m è notevolmente più bassa della Walker, per cui l’altezza dello sperone Croz è di complessivi 1105 m. La gran gola centrale è ghiacciata nella sua parte inferiore, interamente roc­ciosa in alto: la rigola termina alla sella fra P. Walker e P. Whymper ed è quindi assai più vicina allo sperone della Walker. A circa metà distanza fra la rigola e lo sperone della Croz scende, nella parte alta rocciosa, la nervatura della P. Whymper. Sulla fiancata orientale, compresa fra lo sperone della Walker, la cresta des Hirondelles e lo sperone del Col des Hirondelles, scende il ripidissimo pendio di ghiaccio del cosiddetto Linceul. Architettonicamente, il motivo dominante è quello dei due speroni gemelli, da cui è derivato il plu­rale «Les Grandes Jorasses» e la lunga magia di una assoluta inaccessibilità:

«Vues du nord, elles apparaissent comme deux cimes jumelles. Leur sévérité de ligne est doublé. Elles donnent doublement l’impression d’une sublime supériorité sur leur entourage… quiconque les a jamais admirées du Tacul ou des Périades, sphinx jumeaux et plus grands métamorphosés en roc, avec leur crinière de neige rejetée en arrière contre les nuages de l’Italie, aura fait quelques pas de plus vers l’intelligence d’au moins une superstition vénérable… Whymper atteignit la première cime, Horace Walker la plus haute. Un nombre infini de noms fameux leur succédèrent. Et l’on peut observer que leurs ascensions furent toutes effectuées à revers, sur le versant où le sortilège du doublé aspect ne pouvait agir. Nul ne fut assez hardi pour braver les noires jumelles sur leur doublé face Nord. Il faut convenir que cette face est aussi de beaucoup la plus abrupte. Plus l’on s’approche de ses a pics, moins l’on se sent porte a les aimer. La plupart des montagnes semblent avoir été edifiées en vue de l’ascension que l’homme allait en faire dans l’avenir. Leurs défauts, leurs articulations et leurs fissures sont calculés a l’échelle d’un homme de taille normale. Mais le rocs jorassiques ont été conçus pour les fils d’Anak. Leurs vires se répètent a intervalles cyclopéens.
Qu’une faille verticale séduise l’oeil qui la considère de face, on consta­terà, a l’épreuve, qu’elle entaille un surplomb mégalithique tellement prononcé que la seule imagination se sent prise de vertige et de défail­lance a en poursuivre l’escalade… Je passai, pour ma part, plus d’une nuit et nombre de vaines journées sur l’amorce des nervures centrales de la face Nord. Les sortilèges du doublé sphinx nous accablaient tous; et de nous enfuir incontinent, cédant a l’invariable préférence qui nous poussait toujours a l’escalade d’un nouveau clocheton des Périades voisines. Au bout d’un certain nombre d’années infructueuses nous perdîmes, Joseph et moi, tout espoir: et “avec l’Occident sous les yeux” notre attention se porta sur l’arête ouest, celle qui monte du Col des Grandes Jorasses (Geoffry W. Young, Nouvelles Escalades dans les Alpes, pp. 99-102)».
«Ho parlato di “idoli” e bisogna che mi spieghi. Gli “idoli” erano per me due, cioè la parete nord delle Jorasses e Armand Charlet. Pur ten­tando la parete e ritenendola perfettamente arrampicabile, io nutrivo per essa una specie di timore reverenziale, la consideravo come qualcosa di dia­bolico, di diverso dalle altre pareti, quasi vi fosse sotto qualche stregoneria… Il secondo idolo era Armand Charlet, col quale non temevo di entrare in gara, ma che però consideravo come una specie di padreterno, addirittura imbattibile sulla “sua” Nord Jorasses… io credevo talmente nei miei idoli, che ero persine riuscito a far sentire la loro maligna influenza sul mio amico Gervasutti (Rivista Mensile, 1935, p. 561)».

Renato Chabod

«Sul ghiacciaio di Leschaux incontriamo Guido Tonella che ci conferma che Cassin, Esposito e Tizzoni hanno attaccato già ieri mattina e dopo un bivacco nel primo terzo della parete proseguono ora verso la vetta. Comprendo che anche stavolta la partita è perduta, come nel 1935 con i tedeschi.
Ma la colpa è mia o perlomeno dell’influenza dell’ambiente in cui io ho conosciuto le Grandes Jorasses. Troppi tentennamenti, troppe pretese di tempo ultrastabile e di condizioni perfette mi hanno fatto rimandare di anno in anno un attacco deciso. Logico quindi che una cordata senza pregiudizi ambientali come quella di Cassin, e naturalmente della sua forza, dovesse essersi decisa al primo incontro, perché effettivamente prima di allora i lecchesi non avevano mai visto il bacino di Leschaux. D’altronde gli stessi risultati avevo ottenuto io in Delfinato, su montagne a me prima ignote. Perciò ora è inutile recriminare… Il dispetto per la perdita di questa salita, che certamente costituisce la più grande impresa alpinistica di tutte le montagne d’Europa, è attenuato dal fatto che la vittoria sia stata conseguita da Riccardo Cassin… È l’uomo che una volta scelta la meta non torna indietro. Comici e i fratelli Dimai com­piono la parete nord della Cima Grande di Lavaredo a tratti, scen­dendo e risalendo. Cassin sarebbe rimasto in parete una settimana ma sarebbe passato. Sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, poco oltre la tremenda traversata, incomincia a piovere. Qualunque altro sarebbe ritornato ad attendere il bel tempo. Egli prosegue e vince dopo essere rimasto attaccato tre giorni e due notti alla parete. Sulla parte nord-est del Badile infuria la bufera. Avanza ugualmente, trascinandosi insieme alla sua cordata anche la cordata di due comaschi, Molteni e Valsecchi, aggregatisi per via e che, sfiniti, muoiono sulla vetta… Saluto quindi la vittoria del mio compagno con rincrescimento, ma senza malanimo (Giusto Gervasutti, Scalate nelle Alpi, pp. 207-210)».

«L’ignorance de la technique moderne d’escalade est sans doute la raison majeure de l’échec d’Armand Charlet. Il est possible aussi qu’il se laissa prendre a l’atmosphère de legende qui régnait a Chamonix autour de la grande face nord » (Edouard Frendo, La face nord des Grandes Jorasses, p. 13: prefazione di Lucien Devies).

Dopo queste premesse metafisiche è chiaro che la vittoria doveva toccare ad arrampicatori non soggetti ad alcun timore reverenziale: Meier e Peters sullo sperone della Croz, Cassin, Esposito e Tizzoni su quello della Walker. Con queste premesse va interpretata la se­guente succinta storia della parete, estesa a quelle vie della P. Mar­gherita e della P. Young che, pur svolgendosi fuori della zona ma­gica dei due speroni, sono pur sempre due vie da nord, a due distinte vette della cresta sommitale. I primi assaggi sono quelli di Geoffry W. Young e Joseph Knubel, che vengono comunemente riferiti al 1907 ma dovettero invece svolgersi anche in altre vicine annate, perché il riportato brano di Young parla di un «certain nombre d’années infructueuses». Poiché Knubel era certamente in grado di raggiungere, senza chiodi, e così a parità di condizioni con Charlet, i punti successivamente raggiunti da Charlet sugli speroni della Walker e della Croz, e Young parla invece di semplici assaggi («sur l’amorce des nervures centrales») ai due speroni, dobbiamo ritenere che Young e Knubel fossero completamente dominati dal «sortilegio» e non abbiano quindi mai effettuato un vero e proprio tentativo, spinto fino ad al­tezza apprezzabile. Il primo vero tentativo è dunque quello compiuto il 10 agosto 1928, sullo sperone Walker, da Leopoldo Gasparotto, Alberto Rand Herron e Piero Zanetti con Armand Charlet ed Evaristo Croux: raggiungendo la massima altezza raggiungibile senza chioda­re «vers les premières fissures de diffìculté extrème (Frendo, La face nord des Grandes Jorasses, p. 20)».

Nel 1931 arrivano i tedeschi. Il primo luglio Anderl Heckmair e Gustl Kröner attaccano nella gola centrale e vi si innalzano per un centinaio di metri sopra la più alta crepaccia. L’8 agosto Hans Brehm e Leo Rittler attac­cano anch’essi nella gola centrale ma giungono fino alle rocce e vi piantano il chiodo che sarà poi ritrovato da Michel Vaucher il 6 ago­sto 1964: «Sto gradinando su una lingua di ghiaccio attaccata alla parete quando scorgo improvvisamente un chiodo arrugginito: ” Walter, sei arrivato fin qui, tu?”. “No”. Allora è evidente: il chiodo è stato piantato nel 1931 durante il tragico tentativo di Brehm e Rittler, i cui corpi furono trovati alla crepaccia (Bernardi, Il Monte Bianco, vol. 2, p. 307)».

Rudolf Peters negli anni Sessanta

Nel 1932, annata eccezionalmente sfavorevole, assaggi italiani di Lino Binel e Amilcare Cretier; Gabriele Boccalatte e Renato Chabod (inizio sperone Walker, raggiunto dalla gola centrale); Enzo Bene­detti e Amilcare Crétier con Louis Carrel e Pierre Maquignaz (gola centrale). Il 14 agosto 1933 Giusto Gervasutti e Piero Zanetti attac­cano lo sperone Croz, raggiungendovi la base della prima torre: ma sono costretti dal maltempo a ripiegare:
«Mentre Piero propendeva per scegliere come linea di salita il costone della Walker — certamente il più bello e il più importante, che porta direttamente alla vetta principale, anche in omaggio al suo precedente tentativo — incominciavo a convincermi, come risultato delle mie osser­vazioni, che quello della Croz fosse più accessibile: e i fatti mi diedero poi ragione. Ma più che su una differenza di difficoltà, le mie considerazioni si basa­vano sul fatto che questo era più libero di neve e di ghiaccio, prendendo più sole nel pomeriggio, essendo meglio esposto a ponente… Mentre rag­giungevamo la base della prima torre e la contornavamo per entrare nel couloir che porta alla seconda, un colpo di tuono ci fece alzare repenti­namente la testa… sul momento sperammo che fosse una finta… ma dopo neppure un’ora le prime raffiche di grandine ci fecero comprendere che questa volta faceva proprio sul serio… (Gervasutti, Scalate nelle Alpi, pp. 88-91-92)».

Il 5 luglio 1934 Armand Charlet e Robert Greloz riprendono l’itine­rario di Gervasutti e Zanetti: superano la seconda torre e poi s’in­nalzano sul filo dello sperone Croz fin sui 3600 m, più in alto del­l’inizio della traversata del nevaio medio.

«Però Charlet non aveva visto il diedro, perché si era lasciato attirare da quella cengia invitante che porta verso sinistra, a metà del nevaio medio, ed era così andato a finire proprio sullo spigolo, dove non sembra che ci sia da stare molto allegri (Rivista Mensile, 1935, p. 567)» .

Questa volta Charlet non aveva ceduto ad alcun sortilegio: ma do­vette fermarsi, arrampicando in scarponi ferrati e senza piantar chio­di, di fronte ad «une paroi extrèmement abrupte, infranchissable sans procédés artificiels (Frendo, La face nord des Grandes Jorasses, p. 22)» . Il 30 luglio 1934 attacco generale condotto da: 1) Peter Haringer e Rudolf Peters (che avevano bivaccato alla prima torre la notte dal 29 al 30); 2) Armand Charlet e Fernand Belin (partiti prestissimo dal Rifugio Leschaux); 3) Renato Chabod e Giusto Gervasutti (partiti anche essi dal rifugio); 4) una cordata di tre austriaci, che però si fermerà alla prima torre. Il tempo è minaccioso, la parete in cattive condizioni: Charlet e Belin ridiscendono per primi, dalla seconda torre, tosto seguiti da Chabod e Gervasutti (Rivista Mensile, 1935, p. 173 e segg.). Haringer e Peters continuano imperterriti, superano il passaggio chiave fra nevaio medio e nevaio superiore, risalgono il nevaio superiore, bivaccano sulle rocce sovrastanti. Il 31 la tormenta li costringe alla ritirata. Haringer cade e si uccide durante la discesa; ma il 2 agosto Peters ritorna incolume alla base della parete, dopo di avervi passato cinque giorni e quattro notti ed essersi così meritato la vittoria che conseguirà il 28-29 giugno 1935, con Martin Meier:
«La victoire de 1935 sur l’éperon central de la face Nord des Grandes Jorasses parut clôturer la lutte qui, depuis de nombreuses années, avait passionné le monde alpin. Pourtant le vrai problème de la face Nord des Grandes Jorasses restait entier… L’itinéraire logique était celui de l’épe­ron central, parce que le plus facile, celui qui correspondait au principe de la voie la plus facile dans la muraille la plus difficile, mais le véritable itinéraire de la face Nord des Grandes Jorasses, et aussi le plus élégant, celui qui permettait l’accès du vrai sommet, était l’éperon de la Pointe Walker. Et cette idèe, peu a peu, se fit jour dans les esprits. Désireux de réparer mon échec involontaire de 1935, deux ans après, en compagnie de Pierre Allain, le vainqueur de la face Nord des Drus, je résolus de tenter l’escalade de ce fameux éperon, qui avait été depuis quelque temps délaissé. Le 23 juillet 1937 nous attaquons l’éperon a son extréme base et arrivons par la voie Charlet au pied de la première falaise si redoutable. Malheureusement le temps se gâte avant que nous puissions nous y engager et nous nous voyons contraints de battre en retraite… non sans avoir recueilli, en guise de consolation, une abondante collection de cristaux. Un hiver de plus se passe. Le ler août 1938, avec Jean Leininger, Pierre Allain repart a l’attaque et parvient, le premier, a forcer cette fameuse barrière de dalles qui défendait la base de l’éperon de la Pointe Walker et qui avait jusqu’à ce jour repoussé tous les assauts. Il put trouver une fissure de trente mètres, de difficulté extréme, qu’il surmonta au moyen de plusieurs pitons. Une fois arrivé au som­met de ce mur rébarbatif, il fallait traverser vers la droite des plaques de glace très inclinées pour rallier le fìl de l’éperon. Estimant, a tort — et il s’en repentit par la suite amèrement — que ce iour-là la face ne présentait pas toutes les conditions désirables, il préféra redescendre avec l’intention de remettre a quelques jours son assaut décisif… Il ne se doutait pas, en retirant ses rappels, que le même jour une cordée d’alpinistes italiens, presque inconnue dans nos Alpes Occidentales, descendait le versant français du Col du Géant avec l’intention de s’attaquer immédiatement et sans étude préalable a ce formidable éperon Nord de la Pointe Walker, dont la réputation avait franchi les frontières et était allé aiguiser les convoitises des grimpeurs jusque dans les Dolomites, ce royaume de l’escalade, d’où ils venaient. La cordée des Italiens était conduite par Cassin, un des plus extraordinaires grimpeurs modernes des Alpes Orientales. Il était accompagné de Esposito et Tizzoni, excellents alpinistes. Arrivés dans le massif du Mont Blanc qui leur était inconnu, ignorants et peu soucieux de savoir si la haute montagne était ou n’était pas en bonnes conditions, habitués a monter droit devant eux au moyen de leurs pitons, les Italiens attaquèrent le 4 août par la ligne de plus grande pente ed après trois jours d’une escalade inten­sive, qui necessita deux bivouacs, parvinrent a déboucher au sommet principal des Grandes Jorasses le 6 août au soir, ayant ainsi réalisé un des plus grands exploits de l’alpinisme moderne (Frendo, La face Nord des Grandes Jorasses, pp. 43-45)».

Rudolf Peters negli anni Settanta

Con la conquista dello sperone Walker la parete poteva considerarsi definitivamente vinta. Restavano, però, la nervatura della P. Mar­gherita e lo spigolo della Young, superati entrambi nel 1958: la prima da Jean Couzy e René Desmaison, il secondo da Enrico Cavalieri e Andrea Mellano. Restava, inoltre, quella nervatura della P. Whymper che costituiva secondo Bonatti «l’ultima grande prima sugge­rita dalla logica nel massiccio del M. Bianco (Bernardi, Il Monte Bianco, vol. 2, p. 310)»: e che venne per l’appunto domata da Walter Bonatti e Michel Vaucher, con tre bivacchi in parete, fra il 6 ed il 10 agosto 1964 (La Montagne 1964, 291-2; Bernardi 2, pp. 305-310). Va, altre­sì, ricordato che anche il Linceul è stato risalito. Fra il 13 ed il 26 gennaio 1968 vi si cimentarono, affrontando nove durissimi bivac­chi, René Desmaison e Robert Flematty, con l’intenzione di salire direttamente alla P. Walker dallo stesso Linceul; il maltempo li costrinse peraltro ad uscire sulla cresta des Hirondelles, sopra i 4000 m. Infine, l’8 luglio 1968, Alessandro Gogna risolveva, nel brillantissimo tempo di 14 ore 45′, fermate comprese, il problema della prima salita solitaria della via Cassin sullo sperone Walker: l’ultima grande parete nord occidentale non ancora vinta in solitaria, dopo che la Nord del Cervino era stata salita da Dieter Marchart e la Nord dell’Eiger da Michel Darbellay.
«C’è il sole, la giornata è calda e splendida: saprò poi quanto sia stato fortunato con il tempo di questa terribile estate, e particolarmente mi ricorderò questo cielo azzurro nella bufera che ha troncato in agosto l’ascensione che stavo tentando con Gianni Calcagno, al Cervino, per l’inviolato Naso di Zmutt. Acquisto quindi sempre più la sicurezza di farcela e di riuscire a dare una bella vittoria all’alpinismo italiano». Così ha scritto Gogna, al quale va il merito grande di avere chiuso il trentennale ciclo delle vittorie italiane sullo sperone Walker: nel 1938 la conquista di Cassin, Esposito e Tizzoni, nel 1963 la prima invernale di Bonatti e Zappelli, nel 1968 la prima solitaria di Gogna.

Ho fin qui richiamato quella succinta storia della parete che ho scritto nel 1968 per il secondo volume della guida del Bianco CAI-TCI. Ma il mio pensiero si affissa sulla mia personale partecipazione alla corsa per il primato, negli ormai lontani anni in cui nessuna via era ancora stata aperta.

Avremmo voluto iniziare, Gabriele Boccalatte ed io, nel 1931. Ma l’annata era sfavorevole e preferimmo quindi soffermarci sul versante meri­dionale delle Jorasses, per compiervi la prima ascensione di quella che noi chiamammo la Tour des Jorasses, benché sia invece un potente pilone, una specie di colossale arco rampante che sorregge da sud l’edificio sommitale delle Jorasses e ne convoglia il ghiacciaio sospeso superiore verso la gola del Couloir Whymper, mentre divide in basso i due rami occidentale e orientale del Ghiacciaio delle Grandes Jorasses.

Si innalza per soli 60-70 metri dal pianoro superiore del ghiacciaio, fronte ai Rochers Whymper di cui rappresenta grosso modo la con­tinuazione, ma a valle si inabissa per oltre 1000 m, immergendosi nel ghiacciaio a quota 2800. La vetta è costituita da una cresta pressoché orizzontale, affilata, la quale forma due punte, separate da un profondo intaglio.

Dal rifugio delle Jorasses la vetta è invisibile, mentre si profila arditamente la sua rocciosa Anticima Sud, dalla quale scende verso il ramo orientale del Ghiacciaio un potente crestone secondario, alto sui 600 m, separato dalla cresta principale che scende alla Quota 2800 m da un orrido e profondo canalone, parzialmente ripieno di ghiaccio, invisibile dal rifugio perché nascosto dalla cresta principale.
Quest’ultima si rialza, nella sua parte bassa, con un robusto spuntone, che si innalza a monte per qualche decina di metri e precipita a valle sulla Quota 2800 m. Naturalmente avremmo potuto, trattandosi di una prima assoluta, vincere la Tour da monte, portandoci con la via normale delle Jorasses sul pianoro superiore del ghiacciaio: ma una siffatta impresa non avrebbe significato quella nuova via alle Jorasses, per aprire la quale era necessario attaccare la torre dal basso, nei pressi della Quota 2800 m, risalirla per la sua cresta principale di roccia apparentemente splendida, scenderne sul pianoro superiore e continuare l’ascensione per i Rochers Whymper, fino alla Punta Whymper.

Rudolf Peters sulla Nord del Wiessbachhorn

In sintesi: mille metri di percorso roccioso inesplorato, seguiti dai 400 m finali dei Rochers Whymper, conosciutissimi ma rappresen­tanti comunque la naturale continuazione della allora vergine Tour.

Nel tardo pomeriggio del 22 luglio 1931 Gabriele Boccalatte, Piero Zanetti ed io saliamo al rifugio delle Jorasses, con l’intenzione di attaccare subito a fondo e compiere l’intera ascensione. Quando arri­viamo al Rifugio non c’è nessuno, ma troviamo ugualmente parte delle provviste e dell’equipaggiamento di una cordata e ne deduciamo che debbono essere dei tedeschi.

«Come mai non sono ancora tornati a quest’ora? Se sono saliti per la normale dovrebbero essere scesi da parecchio tempo: non saranno per caso andati alla nostra Tour?».

Esco dal rifugio, mi porto sul sovrastante promontorio, guardo e grido a lungo: ma non vedo nessuno e non sento nulla. Mentre sto continuando a scrutare verso l’alto provo una strana sensazione, la sensazione «che sia successo qualcosa».

Reagisco, mi dico che non bisogna correre dietro ai fantasmi: que­sto non è il momento di continuare una discesa perché sono le 20.30 e sta annottando, quindi staranno preparandosi ad un bivacco, chissà dove. Rientro al rifugio, ceniamo ed andiamo subito a dormire, perché vorremmo partire prestissimo.

Verso mezzanotte, mentre stiamo dormendo, la porta si apre e qual­cuno entra, pesantemente. Ci solleviamo, semiaddormentati, ci preoc­cupiamo di far posto e chiediamo: «Quanti siete?». «Soltanto in due: eravamo in tre ma uno è caduto e deve essere morto». «Do­ve?». «Dal Reposoir, alle 20.30». Mi sveglio davvero, impressionatissimo: perbacco, quella è l’ora in cui io ho «sentito»! Comun­que, niente partenza per la Tour alle 3, perché debbo accompagnare fin sotto i salti di roccia del rifugio i due superstiti, che debbono scendere d’urgenza a Courmayeur per organizzare subito la spedi­zione di soccorso.

Possiamo così partire soltanto verso le 5, dopo di avere abbandonato l’idea di un tentativo a fondo e deciso di accontentarci di una prima esplorazione: io sono particolarmente impressionato, ma anche i miei due compagni sono piuttosto nervosi. Attraversiamo al meglio la tormentata colata del ghiacciaio occidentale delle Jorasses e raggiun­giamo l’attacco prestabilito, un grande camino obliquo a blocchi inca­strati, che inizia circa 60-70 metri sopra la Quota 2800 m. Fra il ghiac­ciaio ed il camino si stende una gran placca liscia, però una oppor­tuna fessurina ci consente di piantare un buon chiodo e traversare alla Duelfer. I due primi blocchi incastrati sono piuttosto difficili, poi si continua per rocce non difficili fino ad una prima macchia di neve, in una conca poco inclinata immediatamente sotto e ad ovest del robusto spuntone inferiore della cresta principale della Tour. Questo spuntone ci sembra un naturale splendido punto di osser­vazione e pertanto ne raggiungiamo la vetta.

Martin Meier durante la prima ascensione dello Sperone Croz alle Grandes Jorasses. Foto: Rudolf Peters.

Di qui appar chiaro che non potremo continuare né per lo spigolo, né per il secondo grande camino obliquo (continuazione verso l’alto di quello inferiore fin qui percorso) che lo fiancheggia immediata­mente all’ovest, perché questo secondo camino obliquo si presenta come decisamente impraticabile. Però una cinquantina di metri ad ovest sale una fessura-diedro di aspetto più accogliente, alta sui 50-60 m e seguita da una serie di moderate placche che dovrebbero portarci ad una spalletta nevosa della cresta principale, sopra l’inac­cessibile fronteggiante salto.

Ci portiamo quindi all’attacco della accogliente fessura-diedro, che però presenta qualche tratto duro. Mentre ne sto affrontando il pri­mo, e sto chiedendomi se non sia il caso di piantare un buon chiodo di assicurazione, scorgo sul ghiacciaio le guide che già stanno trainan­do la salma del caduto, dopo di essere salite velocissime fino al Reposoir. Questa macabra vista, collegata alla sensazione della sera prima, mi fa passare ogni velleità di continuare: il chiodo lo pian­teremo un’altra volta, oggi abbiamo compiuto una sufficiente esplo­razione, è dunque meglio tornarcene subito a casa. Non bisogna certo essere superstiziosi, però non si sa mai… Quindi scendiamo con tutte le precauzioni possibili ed immaginabili e lasciamo una corda fissa nel punto più scabroso del gran camino obliquo iniziale, per facilitare la nostra successiva ascensione.

Il 5 agosto 1931, dopo giorni e giorni di tempo sfavorevole, possiamo final­mente sferrare l’attacco decisivo. Si è aggiunto a noi Guido Derege e pertanto ci dividiamo in due cordate: Zanetti con me, Derege con Boccalatte. Questa volta non succede nessuna disgrazia e possiamo partire pre­sto, alle 3.40.

Alle 5 siamo all’attacco, alle 6.30 alla prima macchia di neve. Quel tratto della accogliente fessura-diedro che mi aveva fatto abban­donare il 23 luglio non è poi nemmeno tanto difficile e non richiede nessun chiodo, perché oggi ho il morale alto e non penso più alle sensazioni telepatiche. Alle 8.30 siamo alla spalletta nevosa, che per un errore di prospettiva ci sembrava dal basso vicinissima allo spe­rone secondario dell’anticima, mentre ne è in realtà assai lontana, separata dall’orrido impraticabile canalone.

Dobbiamo pertanto ridiscendere per una cinquantina di metri e con­tinuare pressoché sullo spigolo della cresta principale, o meglio sul suo versante ovest, per un terzo difficile camino obliquo di una cin­quantina di metri, che porta ad un colletto. Di qui per placche lisce ed uno spigolo assai inclinato, lungo ed esposto, si arriva ad una spalletta, là dove la nostra cresta principale diminuisce la sua pen­denza, diventa assolutamente facile e si salda poco sopra alla massa della Tour con una spalla pianeggiante di una trentina di metri, dalla quale scende verso est l’orrido canalone ed inizia verso ovest una terza e più vasta macchia di neve, ben visibile dal basso. Ormai la Tour è morta, e ben morta!

Non ci resta infatti che traversare orizzontalmente sopra la macchia per rocce non difficili e poi salire direttamente verso l’alto, prima per rocce di agevole scalata, poi per roccia e neve ed infine per il ripido pendio nevoso che porta al colletto fra l’anticima e la vetta, alla base delle rocce terminali non difficili. Costruiamo un grande ometto sulla prima punta (occidentale), apparentemente la più alta, e constatiamo che incomincia ad essere un po’ tardi per la continua­zione fino alla Whymper.

Al mattino abbiamo filato, ma da quando ci siamo accorti di avere la vittoria in pugno abbiamo continuato un po’ troppo comodamente. Morale: sono le 15.20 e dobbiamo partire quasi subito, per­ché la discesa sul pianoro del ghiacciaio non sembra poi tanto sem­plice come ritenevamo. Raggiungiamo l’intaglio e di qui il pianoro con tre corde doppie di 25 m l’una: le prime due sulle rocce e l’ultima sulla neve, da un buon chiodo infisso nelle ultime rocce. Siamo in quattro e tutte queste manovre ci portano via parecchio tempo. Quando raggiungiamo finalmente i Rochers Whymper è così tardi, che ci resta giusto giusto il tempo di tornarcene al rifugio prima di notte, con tanti saluti alla Punta Whymper.

Martin Meier bivacca nella prima ascensione dello Sperone Croz alle Grandes Jorasses. Foto: Rudolf Peters.

La Tour ci aveva permesso di saldare i nostri conti con il versante meridionale delle Jorasses, aprendovi una logica, autonoma, splen­dida via di roccia. Una salita ancora di puro stile classico, con nessun passaggio di difficoltà superiore al 4° grado e così senza neces­sità di chiodi, senza pericoli oggettivi, con quella complessiva espo­sizione sud-ovest che ti consente di goderti beatamente il sole, sia pure con il conseguente rallentamento dell’andatura. Tutto sommato,          una bella grande salita. Ora dovevamo passare dal sud al nord, per affrontarvi ben altre difficoltà e ben altro clima. Fu così che la sera del 19 giugno 1932 Gabriele Boccalatte ed io ce ne partimmo da Torino Porta Nuova per Chamonix, via Modane, ritenendo che ci convenisse portarci senz’altro a pie d’opera, sul versante francese. Allora non c’erano le teleferiche ed il traforo del Bianco, bisognava dunque ricorrere al lungo giro in treno che alle 11.30 del 20 giugno ci depositò in quel di Chamonix, dove pren­demmo alloggio in un simpatico alberghetto per alpinisti, l’Hotel de l’Arve.

Un primo allenamento lo avremmo fatto sulle Aiguilles de Chamonix, poi ci saremmo installati al rifugio di Leschaux, fronte alla nostra parete nord.

Il 21 ed il 22 giugno piove senza sosta. Il 23 ce ne andiamo in cremagliera fino al Montenvers e di qui a piedi fino al Pian de l’Aiguille, con l’intenzione di salire domani all’Aiguille du Peigne: ma questa volta nevica, con sempre maggiore intensità, e quindi non ci resta che un pronto ritorno all’Hotel de l’Arve. Il 24 altra pioggia e conseguente cambiamento di programma. Tanto vale cominciare a salire al rifugio, dove potremo allenarci, an­che col tempo incerto, sulle sovrastanti guglie e pareti rocciose. Il 25, mentre stiamo salendo in sci ed abbiamo superato la confluen­za fra i ghiacciai di Leschaux e del Gigante, la nuvolaglia si squar­cia e la parete si stende davanti a noi, bianca di neve, altissima, impressionante. Sostiamo a lungo, ed incominciamo a capire perché i nostri vecchi non l’abbiano mai salita. Certo, noi abbiamo i nostri bravi chiodi e potremo quindi fare meglio, però però…! Dico: «Se fossimo sicuri che nessuno saprà mai della nostra even­tuale prima, perché noi non potremo mai parlarne con altri, attac­cheremmo ugualmente?». Nessuno dei due ha il coraggio di rispon­dere sì o no. A stretto rigore la nostra passione alpinistica dovrebbe considerarsi soddisfatta dalla salita in sé, anche se destinata a restare ignota. D’altro lato, il rischio sembra molto forte e la spinta deci­siva ad affrontarlo viene dal nostro amor proprio, dalla ambizione di precedere «gli altri», noi due rappresentanti dell’alpinismo occi­dentale italiano. Da me, in particolare, lo esige «la carità del natio loco»: come valdostano debbo partecipare alla corsa alle Jorasses, e poiché sono ormai nel ballo dovrò restarvi fino all’ultima danza. Nel rifugio, ancora circondato da abbondante neve, troviamo un gros­so pacco ed un biglietto, evidentemente scritto da Amilcare Crétier, che prega «de ne pas toucher». Diavolo di un Amilcare! È già stato qui con Lino Binel qualche giorno fa ed ha compiuto la prima salita dello sperone sponda sinistra orografica del gran canalone del Col des Hirondelles: se ha lasciato questo pacco vuoi dire che ritornerà presto, ma troverà anche noi a rappresentare la concorrenza. Domenica 26 giugno il tempo si mette al bello e noi andiamo ad arrampicare sui contrafforti meridionali dell’Aiguille de Pierre-Joseph. La parete vista di fronte, da altezza notevolmente superiore a quella del ghiacciaio, ci appare «più grande, più forte e più superba che pria!».

Lunedì 27 saliamo in sci al Mont Mallet, per studiare la parete di profilo. Molto in alto sullo sperone Croz notiamo un piccolo gendarme, con una selletta a monte ed un camino obliquo che ne scende verso il nevaio superiore. Ecco, se potessimo raggiungere la selletta del gendarmino, dovremmo poter continuare più o meno sullo spigolo della Croz: no, lo spigolo è troppo ripido, ma dovremmo poterlo girare sul suo fianco occidentale. Fra tre anni, il Fortissimo ed io saremo costretti a bivaccare in quel camino e salire per lo spigolo, perché le condizioni non ci consentiranno di girarlo. Ma allora tutte queste cose non potevamo ancora saperle e non ci fermammo nemmeno poi tanto a studiare il gendarmino, perché allora pensavamo anzi­tutto allo sperone Walker, dove si era svolto nel 1928 il tentativo guidato da Armand Charlet ed Evaristo Croux. Il 28 decidiamo di andare ad allenarci su roccia al Grépon Mer de Glace, perché se ci limitiamo ai contrafforti dell’Aiguille de Pierre-Joseph non possiamo fare una salita sufficientemente lunga, che ci serva da adeguata preparazione per l’ancor più lungo sperone Walker. Sempre ai fini di questa preparazione decidiamo che saliremo non soltanto la parete, ma compiremo la traversata sommitale del Grépon in senso inverso, con scalata libera del gran gendarme. Torniamo dunque a Chamonix, dove dobbiamo trattenerci il 29 per­ché il tempo è nuovamente brutto. Il 30 saliamo alla capanna della Tour Rouge, il 1° luglio ripetiamo la parete est del Grépon, che già avevamo salito nel 1930 con Piero Zanetti. C’è però ancora molta, moltissima neve, che ricopre tutte le cenge e rende difficili e pericolosi i tratti facili, meno ripidi e così maggiormente innevati. La spalla è ostruita da un enorme blocco di neve marcia ed il suo passaggio diventa un vero problema, perché bisogna demolire il bloc­co alla ricerca di qualcosa di più solido. Arriviamo dunque alla Brêche Balfour assai più tardi del previsto ed alquanto scoppiati, come possono esserlo due bravi giovanotti che salgono il Grépon Mer de Giace in condizioni quasi invernali come prima vera gita di al­lenamento.

Martin Meier sulla sommità dello Sperone Croz delle Grandes Jorasses dopo la prima ascensione della parete nord. Foto: Rudolf Peters.

Non si vede nessuna traccia recente, nessuno deve dunque averci preceduti in questo inizio di stagione, nemmeno per la via normale. Siamo così soli e soletti, con l’unica compagnia delle cornacchie che ci hanno seguiti durante la salita e ci svolazzano attorno, aspettando i resti della nostra colazione. La quale si prolunga anche troppo, perché la molta neve ed il tempo che sta volgendo al brutto ci con­vincono a rinunciare alla traversata inversa.

Ma giunge finalmente l’ora della Knubel, come digestivo. Gabriele ha reclamato l’onore del comando, perché è alla sua terza salita della parete ed io soltanto alla seconda. Da perfetto stilista quale è, vor­rebbe superare la fessura arrampicando interamente fuori, sulla sini­stra: ma abbiamo ormai le mani troppo stanche e deve quindi accon­tentarsi di salire alla antica maniera di Knubel, giovandosi della piccozza infilata fra le due pietre incastrate nell’ultimo tratto stra­piombante. Intanto si è messo a nevicare e dobbiamo affrettarci a scendere: ma la discesa per la via normale è assai meno comoda e veloce di quanto non pensassimo, perché il Rognon des Nantillons è fortemente innevato e non è facile mantenervi la via giusta. La conclusione è purtroppo questa, che arriviamo al Montenvers dopo la partenza dell’ultimo trenino e dobbiamo sorbirci la interminabile discesa a piedi fino a Chamonix. Anche questa sgambata finale ci ser­virà da allenamento per la Nord, ma ne avremmo fatto volentieri a meno.

Sabato 2 luglio arriva il Fortissimo e dovrebbe arrivare anche Piero Zanetti, che però non arriva nemmeno il giorno dopo. Il Fortissimo verrà quindi con noi alla Verte, con salita per il Couloir Mummery e discesa per il Whymper, ad uso allenamento su ghiaccio. Lunedì 4 luglio saliamo al rifugio della Charpoua, pestando molta neve vecchia e nuova. Il 5 partiamo presto, dopo di avere concordato che il Fortissimo dovrà legarsi in mezzo, quale gradito ospite della nostra abituale cordata. Lo sperato vantaggio del ghiacciaio ancora coperto e poco crepacciato si risolve in uno svantaggio, perché affon­diamo abbondantemente nella neve crostosa e così impieghiamo un tempo assai superiore al normale per raggiungere la più alta crepaccia, là dove il pendio si raddrizza e si presenta a mo’ di parete con rocce affioranti, sbarrato in alto da una fascia rocciosa sopra la quale incomincia il vero e proprio canalone. Questo tratto iniziale è il più ripido della intera salita, comunque lo superiamo abbastanza rapi­damente. Affrontiamo la fascia rocciosa nel suo mezzo, per una plac­ca ed un canalino che presentano qualche difficoltà per l’abbondante vetrato, poi continuiamo per le rocce della sponda destra orografica del canalone fino ad un pianerottolo, dove possiamo sostare. Fin qui ho tenuto io il comando ma ora debbo cederlo a Gabriele, che more solito reclama la sua parte. Rimettiamo i ramponi perché ormai sali­remo interamente per neve o ghiaccio. Nel tratto finale ci raggiunge il sole, che ci riscalda piacevolmente dopo tanta ombra ma riscalda anche la neve e ritarda la nostra marcia. Siamo così in vetta soltanto alle 11, mentre avremmo dovuto arrivare assai prima per trovare il Whymper ancora in buone condizioni. Poiché è già tardi, facciamo ancora più tardi attardandoci nella colazione: iniziamo la discesa del Whymper soltanto alle 12, quando la neve ormai molle forma zoccolo sotto i ramponi e ci costringe a levarli. Il tratto sommitale del canalone riusciamo a scenderlo direttamente e così abbastanza in fretta, ma poi incominciano le slavine e dob­biamo appoggiare verso e sulle rocce alla nostra sinistra per trovare una relativa sicurezza, anche a costo di impiegare parecchio tempo e raggiungere il rifugio del Couvercle soltanto per le 20. La prudenza ci ha fatto ritardare, non siamo forse stati troppo prudenti?

La risposta l’avremo qualche giorno dopo, quando una cordata fran­cese salita per la parete nord affronterà ad ora troppo tarda la discesa del canalone Whymper e vi sarà travolta da una grande slavina.

Il 6 scendiamo a Chamonix e vi troviamo Zanetti, che farà cordata con il Fortissimo. Il 7 e l’8 dobbiamo restare a Chamonix perché continua a piovere, il 9 Gabriele ed io saliamo con enormi sacchi al rifugio di Leschaux, dove contiamo di sistemarci definitivamente per l’ormai maturo nostro attacco alla Nord.

Il 10 dobbiamo restare tappati in rifugio per il tempo pessimo, l’11 decidiamo, malgrado il tempo incerto e l’abbondante neve, che do­mani compiremo almeno una prima esplorazione dello sperone Walker. Il 12 partiamo prestissimo, con la lanterna.

Dal refuge du Couvercle verso la parete nord delle Grandes Jorasses

Naturalmente siamo ben forniti di chiodi e moschettoni, perché vorremmo fare qualcosa di molto serio. Ma tutto si riduce al raggiun­gimento dello spigolo nevoso dello sperone, sotto il gran diedro che verrà vinto da Cassin nel 1938, all’inizio delle grandi difficoltà. Abbiamo attaccato nella gola centrale superandovi la crepaccia, e poi attraversato diagonalmente il pendio nevoso.

Quando siamo sullo spigolo incomincia a nevischiare e poi a dilu­viare, perché fa piuttosto caldo ed abbiamo quindi l’imprevedibile sorpresa della pioggia. Dobbiamo ritornare ed il ritorno non sarà molto allegro, perché il pendio è ripidissimo e la neve bagnata mi­naccia di partire in valanga. Tutto sommato, non abbiamo nemmeno compiuto un vero e proprio tentativo, perché ci siamo fermati pro­prio là dove avremmo dovuto incominciare a lavorare sulla roccia dello sperone. Eppure, tutta la nostra attività jorassiana del 1932 si ridurrà a questa trascurabile esplorazione dello zoccolo nevoso: per­ché il tempo continuerà a mantenersi al brutto, con frequenti nevi­cate, e noi ci sentiremo quindi irresistibilmente attratti da altre più «possibili» salite.

Anzitutto, come già era accaduto a Young e Knubel 25 anni prima, dalle vicinissime Périades, che aggiungono alle loro naturali attrattive il pretesto di poter compiere dalle loro allettanti punte un più appro­fondito studio del profilo della parete nord. Fu così che il 19 luglio compimmo la prima assoluta della allora inviolata Punta 3455 m e la battezzammo col nome di Pointe Ninì, in onore della nostra valorosa compagna Ninì Pietrasanta, la futura moglie di Gabriele.

Era infatti accaduto che un paio di giorni prima Gabriele compisse un pauroso volo e si ferisse al capo mentre stava allenandosi, col Fortissimo e Piero Zanetti, sulle rocce sopra il rifugio. Al rifugio non potemmo fare altro che una sommaria medicazione, seguita dal necessario consiglio di guerra. La ferita fa una certa impressione, e noi profani non siamo in grado di valutarne la gravita: sarebbe bene che Gabriele, il quale può camminare, scendesse fino a Chamonix alla ricerca di un medico. Il caso vuole che il Fortissimo, ormai disgustato dal tempo pessimo e deciso a trasferirsi nelle Dolomiti, possa accompagnare Gabriele, che non deve certo scendere da solo. Al Montenvers i due trovano Ninì Pietrasanta, che è infermiera di­plomata, provvede alla necessaria sapiente medicazione ed accerta la sostanziale lieve entità della ferita che ci aveva tanto preoccupati. Non occorre che Gabriele scenda a Chamonix, basterà un giorno di riposo al Montenvers e poi potrà ritornare al Rifugio. Naturalmente accompagnato dalla Ninì, la quale entra così a far parte della nostra équipe, che ormai comprende anche Piero Zanetti e Piero Ghiglione. Zanetti non ha voluto seguire il Fortissimo nelle Dolomiti perché preferisce le Occidentali: Ghiglione, che era giunto a Chamonix con la Pietrasanta, ha ritenuto anche lui di doversi aggregare alla nostra simpatica compagnia.

Grandes Jorasses all’alba dal refuge du Couvercle

Il 19 luglio siamo dunque in cinque, sotto la Pointe Ninì: la stessa Ninì, Gabriele, Ghiglione, Zanetti ed io, che non dovrò oggi nego­ziare alcun comando alterno perché Gabriele deve considerarsi an­cora convalescente e quindi la salita tocca a me. Scendo di qualche metro verso il lato nord-ovest, contorno l’aereo spigolo nord ed attraverso per 6-7 metri giovandomi di due fessurine orizzontali e parallele. Una successiva fessura-diedro verticale porta ad un blocco appuntito molto sporgente. «Terrà, non terrà?»: l’ap­parenza è infida ma c’è poco da scegliere, perché per continuare bi­sogna salire sul blocco, o farlo precipitare.

Il blocco si rivela, fortunatamente, di una solidità a tutta prova, la sovrastante paretina verticale richiede un chiodo ma è meno difficile di quanto non sembrasse. Una lunga spaccata a destra consente di raggiungere una cengia, all’inizio del più facile tratto sommitale. Il battesimo non costituisce un problema, vuoi perché la cavalleria non è un nome vano, vuoi perché un grazioso nome femminile si addice particolarmente ad una punta graziosa quale la nostra.

Il 20 arrivano due bavaresi, Hannes Kofler e Matthias Krinner, con un impressionante armamentario di chiodi, moschettoni ed altri consimili arnesi. Non lo dicono, ma sono anche loro qui per la Nord delle Jorasses. Se­guono, il 24, quattro austriaci di Graz: Hermann Bratschko, Karl Schreiner, Emil e Karl Rupilius. Infine, il 28, arriva Crétier, tutto solo ma nell’attesa di Binel, che è sceso a Chamonix per provviste e salirà al rifugio il 29 mattina.

Il rifugio è zeppo ed i pretendenti alla Nord sono ormai al gran completo: oltre a noi quattro italiani vi sono i due tedeschi, i quattro austriaci ed altri stranieri che sembrano anche loro male intenzionati. Il tempo incerto e la molta neve non consentono di attaccare il comune obiettivo massimo; però, mentre noi ci limitiamo a bighel­lonare sulle Périades, o le Aiguilles de l’Éboulement e de Pierre-Joseph, i quattro austriaci vincono brillantemente la Nord-ovest della Aiguille de Rochefort. Il 29 Ghiglione e Zanetti debbono partire per Torino e noi tre, la Ninì, Gabriele ed io decidiamo di andare ai Drus. Fra la Ninì e Gabriele vi è stato il classico «coup de foudre»; naturalmente me ne sono accorto subito ma faccio finta di niente, e loro due credono che io non abbia capito. Così li lascio al Montenvers, dove faranno colazione col papà Pietrasanta, e scendo a Chamonix per provviste. Al mio ritorno non li trovo, perché sono saliti all’attacco della Nord dei Drus per portare soccorso ai tedeschi Kofler e Krinner. Trovo invece Bratschko, il quale mi racconta tutto e chiede il mio aiuto. Stamane hanno attaccato in due cordate, com­posta l’una dai due tedeschi, l’altra da lui e Schreiner. Dopo circa 80 metri Kofler e Krinner sono volati. Poiché erano ancora tutti e due vivi Schreiner è rimasto ad assisterli e lui Bratschko è sceso al Montenvers in cerca di soccorso. Ha trovato la Ninì, Gabriele, Amilcare e Lino, che sono partiti subito, ma vorrebbe dei rinforzi. Gira e rigira, l’unico rinforzo possibile è costituito dalla guida Fernand Belin, da me e dallo stesso Bratschko, che decide di tornare su con noi due. Verso le 18.30 raggiungiamo il luogo della caduta, nella insenatura fra i Drus e la Verte. Kofler e Krinner sono ormai morti, avvolti nei loro sacchi da bivacco per il trasporto a valle. Krinner era venuto con Zanetti e con me all’Aiguille de l’Éboulement; benché rivali stavamo diventando ami­ci, la sua tragica fine mi ha dunque particolarmente commosso. Il morale è basso, bisogna bere qualcosa di forte per rialzarlo. Tornano a bere anche Amilcare, Lino, Gabriele e la Ninì, che già hanno bevuto parecchio con Schreiner, per rianimarlo dopo le lunghe ore trascorse coi due moribondi in un ambiente quanto mai selvaggio. Tutti insieme cantiamo per l’ultima volta la canzone di Kofler e Krinner, la canzone dello Zillertal, e poi partiamo. A me ed Amilcare è toccata la salma di Krinner: la trainiamo a tutta velocità lungo ripidi pendii nevosi per portarla prima di notte il più in basso possi­bile, al sicuro, fra i rododendri, dove verranno domattina i porta­tori a prenderla. Quando raggiungiamo i rododendri e la sistemiamo convenientemente è ormai notte. Dico: «Un così bravo ragazzo, mi spiace proprio!». Ma Amilcare mi oppone il suo abituale «non cadit qui non ascendit»: era un alpinista, ha dunque fatto la più degna fine che un vero alpinista possa augurarsi. «Sarà, ma mi dispiace!».

Un anno dopo si alzava sulla tomba di Amilcare, nel cimitero di Valtournenche, il canto di Montagnes Valdôtaines: ed io scopri­vo finalmente il vero animo di Amilcare leggendo quel suo «Ultimo Canto», che egli aveva dedicato al nostro fortunoso ricupero delle salme di Johann Hannes Kofler e Matthias Krinner.

Grandes Jorasses dal refuge du Couvercle

Così scrisse Amilcare in data 2 giugno 1933, poco più di un mese prima di cadere al Cervino:
«28 luglio 1932. Ghiacciaio di Leschaux. Fiumana bianco-grigia di ghiacci fluenti nella calma e sonnolenta Mer de Glace. Sponde cristalline. Linee moreniche. Schiuma di graniti e gneiss erranti nella fluida massa di gelo. Tenui ombre di guglie, di cime, di corni, rigano quell’immobile distesa. Profili energici di scogliere giganti nel cielo di lavagna al tramonto. Non un alito di vento. Non brandelli di nebbia vaganti nel ciclo. Nel caos di una natura orrida e primitiva; ossessione di calma. Alto su di una scogliera, avvinto al granito da corde di acciaio, si rag­gomitola un piccolo rifugio. Su una finestra una targa bianca risalta sul rosso scuro della parete di larice resinoso. Leggesi: “Ce réfuge a été édifié en souvenir de Ernest May membre fondateur du Club Alpin Francais”. È un rifugio costruito per gli uomini giovani. Sani di sangue, forti di muscoli e di volontà, testardi e tenaci devono essere i giovani che ripo­sano fra quelle pareti mentre la notte fuori dorme nelle tenebrose valli ghiacciate.
Giovani Tedeschi, Austriaci, Inglesi, Polacchi, Italiani, han lasciato le loro famiglie, i loro paesi e sono emigrati su questo suolo di Francia, attratti dalla selvaggia malia di una vasta ed alta parete, ancora vergine da orme umane. Anch’io, con un cugino, ho lasciato la mia valle spinto dalla stessa passione.
Quattro Tedeschi, sei Austriaci, quattro Italiani, due Anglo-Sassoni e due Polacchi. Diverse razze, diversi tipi, linguaggi diversi. Un solo amore: la Montagna. Un solo ideale: la vergine parete che si affaccia alla vasta finestra del rifugio.
Altri giovani compagni sono caduti. Smorfia orrenda di dolore abbiam letto sui loro volti resi freddi dalla morte. Altri giovani sono pronti a partire per la stessa meta con fresco e forte sorriso sulle labbra. Alcuni libri, portati quassù da Monaco di Baviera da Franz Schmid, ricordano il suo giovane fratello, assieme vincitori della parete nord del Cervino, ci parlano di Tony Schmid, caduto egli pure nella palestra del suo ideale.
Siamo tutti giovani; una stessa mistica religione ci unisce: la Montagna. Nessuno ha ancora raggiunto i trent’anni.
Con noi nessun Francese su questo estremo angolo delle Alpi, pur su terra di Francia. Da diverse settimane siamo in attesa del bel tempo. Dopo una settimana di neve la Montagna si è alfine scoperta. La vasta parete appare tutta inzuccherata. Grazioso cestello di stalattiti. Arabe­schi di neve e ghiacci su placche e creste. Miriadi di lagrime gelate so­spese sugli abissi.
Troppo precario sarebbe tentare l’ignoto in queste condizioni. Atten­diamo che l’azione del sole si faccia sentire sulla Montagna per tentare una sortita con qualche probabilità di riuscita.
La vita nel tranquillo rifugio è sempre la stessa. Si dorme. Si chiacchiera. Alcuni sono in faccende intorno alla stufa. Altri, nelle loro cuccette, rammendano alla meglio i fori dei calzoni. Chi seduto sul davanzale del rifugio coi gomiti sulle ginocchia e la fedele pipa fra i denti fuma beato, chi con un foglio tra le mani seduto al tavolo fa caricature di compagni o disegna montagne e progetta vie nuove. Si canta sempre. Due Tedeschi in specie sono canori. Da mattina a sera, con l’eterna pipa tra le mani, cantano. È tutto un repertorio di canzoni di montagna. Lente, nostalgiche; alcune melanconiche, svelte ed allegre altre. Krinner e Kofler, così si chiamano i due Tedeschi, a prima vista riescono simpatici.
Matthias Krinner, biondo, occhi azzurri, brizzolato, di statura alta, dal sorriso duro, angoloso di forme, ha ventitré anni. Quando non è alla deriva sull’Alpe, fa il decoratore. È un artista: nel fumare, nel cantare e nell’amore per la Montagna. Johann Kofler, di statura media, capelli lisci, castani, spalle possenti. Petto vasto e scuro risaltante nell’incorniciatura della camicia di lana bianca. Maniche sempre rivoltate sino al gomito lascianti apparire due braccia vigorose, abbronzate dal sole. Occhi a mandorla; azzurri come i piccoli laghi dei ghiacciai. Sempre sorridenti. Dentatura robusta, un po’ nera dal tabacco. Quando ha il tempo, aiuta il padre commerciante in dro­ghe. Non dimostra più di vent’anni. Ne ha ventiquattro. Da mane a sera, o sdraiati sul piazzale del rifugio, o nelle loro cuccette, o nudi, distesi al sole, sulla roccia, essi cantano: “Zillerthall do bist mein freud (jodel) doben die dub Sachristnei (jodel) Da gitt’es gamsel zum iägen (jodel) schöne distel zum espagen (jodel)“.
È la canzone della loro terra. Il canto del paese è la loro preghiera. La impariamo anche noi. Essi apprendono la nostra. Simile per concetto: dettate entrambe da uno stesso amore per la Mon­tagna. Lente, nostalgiche, ricordano a noi sperduti lassù il paese natio, le famiglie: “Montagnes Valdôtaines Vous étes mes amours, Cabanes fortunées Vous me plairez toujours…“.
E quando il livido tramonto si avvicina e le ombre escono dagli anfratti e dalle gole dei monti e la notte ha cancellato a poco a poco tutti i rilievi, ed ognuno di noi è già steso nella propria cuccetta, il canto no­stalgico di Krinner e Kofler si innalza ancora, incenso degli uomini alle stelle: “Zillerthall do bist mein freud…».

«29 luglio 1932. Sveglia alle tre. Tempo bello. Krinner e Kofler con due austriaci, Bratschko e Schreiner, partono con sacchi, corde, chiodi, piccozze.
S’ode il digrignio della porta. “Bergheil!” li saluto ancora. Poi scompaiono nella notte, diretti verso valle. Noi, più tardi, si scende giù all’Hotel du Montenvers per rifornirci di viveri. A sera ritorneremo al nostro rifugio. A tavola, all’albergo, tra noi italiani, si parla di montagna: – Dove saranno andati Krinner e Kofler coi due Austriaci?
– Non certo alle Jorasses perché sono scesi verso valle.
– Credo tentino la Nord dei Charmoz – dice uno.
– Forse saranno ai Drûs per la via solita.
– Mah, dubito, non sono tipi da ricalcare vie già fatte!
– Certo si è che colla neve caduta nei giorni addietro l’alta montagna è ancora chiusa a chiave.

Improvvisamente ecco entrare, colle sue gambe lunghe, l’austriaco Bratschko. Sul suo volto ben poco possiamo leggere. Si avvicina al nostro grup­po e dice: “Zwei Kamaraden, Krinner et Kofler, caput hin der Nord Wand Drûs. Unus bonus, alter ruptus”.

Bratschko era anche un nostro caro amico. Giovane magister scholae, come si definiva, parlava con noi una lingua mista di tedesco e di latino.
Non indugiamo un istante. In quattro, con viveri, bevande, medicamenti, partiamo immediatamente verso il luogo della disgrazia. Dopo tre ore di marcia, prima camminando tra tappeti soffici di viole mammole, poi in una natura selvaggia di ghiacciai sconvolti e gole di rossi graniti. Superato un ultimo gradino di ghiaccio arriviamo sul pianoro della crepaccia terminale, alla base della parete nord dei Drûs.
Due corpi distesi sul ghiaccio: avvolti nei loro sacchi-tenda, rossi di sangue. Vicino, in piedi, un uomo piccolo, brutto, occhi grigi stravolti e quasi fuori dalle orbite. Bianco per il pallore e più ancora per la pomata contro il sole. Riconosciamo dopo un po’, in quell’essere stravolto, l’austriaco Schreiner.

Krinner e Kofler sono già morti. Uno, quello che Bratschko ci definì come “ruptus”, dopo pochi istanti dalla caduta; l’altro, il “bonus”, mezz’ora appena prima del nostro arrivo.

Quest’ultimo, per sette lunghe ore di atroce agonia, non proferì che: “Kamarad, Kamarad!”: chiedeva ancora notizie del compagno di cordata, che esangue gli giaceva dietro le spalle.

A noi, partiti per un pronto sommario soccorso, non rimane più niente da fare. Aggiustiamo i corpi dei caduti nei loro sacchi-tenda. A circolo, intorno a Krinner e Kofler, ci sediamo sulle piccozze infisse nella neve. Siamo in una gola selvaggia. Alta su di noi, in un colore bleu-livido, quasi perpendicolare, s’innalza la parete Nord dei Drûs, che i compagni ardirono tentare.

Dal superstite apprendiamo che volevano violare la parete in due cordate di due. Una era caduta. Dell’altra cordata, Bratschko era sceso in cerca di soccorso. Schreiner era rimasto vicino ai caduti. Rimase così, solo, in quella bolgia infernale, per più di sette ore, vicino ai compagni che morivano tra atroci spasimi. Sul volto contratto portava scolpito tutto l’orrore e lo sgomento provato.

Istintivamente uno di noi trae dal sacco una scodella di legno, la riem­piamo di rhum. Porgiamo da bere a Schreiner e beviamo noi pure. Dopo il rhum un po’ di acquavite.

I sensi mortificati dal dolore si alleggeriscono sotto la scossa dell’alcool. Gli occhi sbarrati di Schreiner ritornano quasi normali. Lo choc nervoso gli si calma. E mentre la scodella di legno piena di liquido alcoolico, lentamente, passa da uno all’altro — calice in un servizio divino —, mentre solo le più alte vette sono imbevute degli ultimi raggi di sole, e giù nelle valli già avanzano lentamente le prime ombre, un canto lieve, sommesso e solenne, prima incerto, poi sempre più marcato, si innalza al cielo.

Cinque uomini, seduti malamente sulle piccozze — a circolo di due com­pagni caduti, in attesa che le guide salgano con le pertiche ed i sacchi per riportare gli alpinisti caduti, quei cinque uomini, tra la suprema armonia della natura, cantano. Cantano per l’ultima volta la canzone che i compagni caduti, sopra ogni altra, amavano: “Zillerthal do bist mein freud…” “O Valle dello Ziller tu sei il mio amore…” ».

Amilcare era dunque profondamente sentimentale, romantico: la sua concezione dell’alpinismo e della montagna era drammatica, il suo autore Eugen Guido Lammer.

Parete nord delle Grandes Jorasses dal Couvercle

Però aveva il pudore dei suoi sentimenti ed usava nasconderli sotto una apparente rudezza. Con me in particolare questa rudezza era an­cora più marcata, perché egli sapeva che il mio autore era invece Mummery, perché mi sapeva portato all’umorismo e quindi temeva che io potessi ironizzare sulla profondità dei suoi sentimenti. I quali erano naturalmente quelli di un uomo forte, animato da un profondo «patriottismo» valligiano. «Con noi nessun francese su questo estremo angolo delle Alpi, pur su terra di Francia»: in quel rimpianto di non vedere nessun francese a Leschaux, fra gli allora concorrenti alla Nord delle Jorasses, c’è tutto l’attaccamento di Amil­care per la sua valle, l’orgoglio di rappresentarla degnamente nella grande corsa alpina.

Ma poi vengono le due canzoni: «Lente, nostalgiche, ricordano a noi sperduti lassù il paese natio, le famiglie»: e qui si scopre il fondo sentimentale di Amilcare, quel fondo che non aveva mai voluto scoprirmi. Infine, la commozione per la lunga dolorosa fine di Matthias Krinner: «Quest’ultimo, per sette lunghe ore di atroce agonia, non proferì che: “Kamarad, Kamarad!”: chiedeva ancora notizie del compagno di cordata, che esangue gli giaceva dietro le spalle». Amilcare mi aveva dunque redarguito, quando gli esprimevo il mio rincrescimento per la morte di Krinner, per il timore di scoprire quella sua commozione che doveva fingere di non sentire, perché io non potessi scorgere alcuna incrinatura nella sua dura corazza di uomo forte.

Dopo la spedizione di soccorso del 29 luglio, la salita al Petit Dru del successivo 31, con la Ninì e Gabriele. Sono con noi anche Amil­care e Lino, ma quest’ultimo risente ancora della botta presa in giugno, nella discesa dal Col des Hirondelles, e quindi deve rinun­ciare poco prima della spalla. Con lui deve naturalmente ritornare anche Amilcare, arrabbiatissimo perché noi tre possiamo invece tran­quillamente continuare. Anche sul Dru c’è ancora molta neve, que­sta nostra è la prima salita della stagione. Siamo in vetta alle 11.30, malgrado il ritardo causato dalla neve.

Vorremmo continuare verso il Grand Dru ma il tempo volge al brutto e ci convince ad un prudente sollecito ritorno per la stessa via di salita, dopo di avere degnamente celebrato la «prima femmi­nile italiana» del Dru ad opera della nostra valorosa compagna. Nei giorni successivi il tempo continua incerto. Torniamo al rifugio di Leschaux, dove troviamo Armand Charlet che si dà con un cliente alle salite sciistiche, al Mont Mallet e al Col des Grandes Jorasses. Noi tre alterniamo gli allenamenti su roccia e ghiaccio nei pressi del rifugio con le riprese di un film alpinistico-sentimentale. Il commento, molto poetico, spiega che Gabriele ed io stiamo alle­nandoci intorno al rifugio di Leschaux: «Quando giunge sul più bel la Ninì con un rappel».

Ne consegue la necessità di filmare anzitutto le nostre ardite evoluzioni su roccia e ghiaccio, e poi una bella discesa a corda doppia della Ninì, presentata con sapiente regia. Dapprima compaiono sul video i soli scarponi, poi le gambe ed infine — sempre con la neces­saria suspense — tutta intera la nostra sorridente Ninì. Il film continua illustrando il nascente amore fra la Ninì e Gabriele ed esige la classica scena sentimentale, con il non meno classico bacio finale. I miei due attori recalcitrano, ma spiego che si tratta soltanto di esigenze cinematografiche e finiscono per arrendersi. Poi tocca a me la parte di attore nella scena conclusiva, del rude alpinista che scopre il suo compagno teneramente abbracciato con la Ninì e scuote mestamente il capo, a significare che con questa vicenda sen­timentale aggiunta alla troppa neve ed al tempo incerto, per quest’an­no bisogna dare l’addio alla parete nord delle Jorasses (le riprese di cui si parla qui sono la colonna portante del bel film del 2014 di Gigi Giustiniani, Ninì, NdR. L’addio lo demmo effettivamente addì 8 agosto, dopo di avere consta­tato ancora una volta, salendo al Col des Cristaux, che in alto c’era davvero troppa neve e che pertanto non era più il caso di parlare di un serio attacco alla Nord. Ma la vicenda sentimentale non impedì invece alla Ninì ed a Gabriele di ripetere la via Dibona del Requin, iniziando quella loro brillantissima serie di grandi salite che li vedrà negli anni successivi vittoriosi alla Ovest della Noire e della Blanche, alla Est della Aiguille de la Brenva, al Pilier Boccalatte del Mont Blanc du Tacul. Quanto a me, dovevo invece tornare in Valle d’Aosta perché avevo accettato di dirigere in Valgrisenche un corso di roccia e ghiaccio per alpinisti universitari.

Della Nord ritorneremo a parlare l’anno venturo o, meglio, per quanto mi riguarda personalmente, soltanto nel 1934, quando farò cordata fissa con Gervasutti. L’estate 1933 dovrò passarla «sotto la naja», senza la possibilità di tornare al Leschaux. Vi ritornerà dunque il solo Gervasutti, iniziando con Piero Zanetti quella via dello sperone Croz che doveva poi diventare la nostra via, perché si presentava come la più accessibile e quindi rientrava nella classica concezione della parete più difficile per l’itinerario più facile. Nel caso nostro questo itinerario «più facile» si presentava come piuttosto difficile e costituiva comunque l’obiettivo più ambito dagli alpinisti del tem­po, la carta più apprezzata del nobile giuoco degli ultimi grandi problemi alpini. Insomma, un autentico sette bello: e dovendo scriverne la relazione conclusiva la feci dunque precedere dall’aurea massima del vecchio Chitarrella: «Col sette bello non si ragiona!».