Alla ricerca di Tomaž Humar

Tomaž Humar ha lasciato un’eredità di chiamate radio ravvicinate, successi e autopromozione che lo hanno reso famoso ma anche disprezzato: però, durante la sua ultima ascensione, ha voltato le spalle ai media ed è salito quasi in segreto.

Nel novembre 2009, lo sloveno Tomaž Humar giaceva ferito e solo su una montagna himalayana. L’uomo che Reinhold Messner aveva salutato come il più grande scalatore d’alta quota del mondo, aveva chiamato la sua ragazza sul cellulare. Piuttosto che richiedere un salvataggio, cercò un ultimo contatto umano e salutò. Non si potrà mai sapere se fosse alla ricerca di una redenzione o di un ritorno alla ribalta, ma quella montagna chiamata Langtang Lirung era il tipo di palcoscenico in cui poteva recitare pienamente i drammi della sua vita.

L’audace eredità di Tomaž Humar
di Jeff Jackson
(pubblicato su Rock&Ice.com il 4 febbraio 2010)

L’alpinista sloveno Tomaž Humar è stato trovato morto il 14 novembre 2009 dopo essere caduto mentre cercava di fare da solo la parete sud del Langtang Lirung 7227 m (Nepal).

Si era rotto una gamba e la spina dorsale in autunno a 6300 m, quindi chiamato per radio il suo campo base e chiesto di organizzare un soccorso. Dawa Sherpa ha organizzato un tentativo e ha poi ritrasmesso le ultime parole di Humar dette a un membro della spedizione fermo al campo base: «La conversazione è stata molto breve. Disse: “Jagat, questo è il mio ultimo”».

Ovviamente avevo sentito parlare di Humar. La sua via del 1995 sulla parete nord-ovest dell’Ama Dablam 6812 m gli era valso il Piolet d’Or: a quel successo erano seguiti molti altri: Bobaye 6808 m, Lobuche East 6119 m, Pumori 7161 m, Nuptse W2 7742 m.

Humar andava spesso da solo: scalò quasi tutta l’impossibile parete sud del Dhaulagiri nel 1999, guadagnando così gli elogi da Reinhold Messner, che lo definiva “il più grande scalatore d’alta quota del mondo”. Tutta la Slovenia aveva seguito con avida passione la scalata su internet. I drammatici aggiornamenti di Humar con chiamate ravvicinate e l’auto-chirurgia dentale a mezza salita eseguita con un coltellino svizzero avevano attirato fino a 2 milioni di hit al giorno suscitando parecchie critiche degli scalatori. Marko Prezelj, un altro famoso alpinista sloveno, ha commentato: “Non è alpinismo, è spettacolo”.

Viki Grošelj

Mentre lavorava a casa sua nel 2000, Humar è caduto da una scala, si è rotto il femore destro e frantumato il tallone sinistro. Dopo 10 interventi la diagnosi era desolante: non avrebbe dovuto camminare mai più. Tuttavia, impiegando terapie non convenzionali come il lavoro sulla bioenergia e il controllo del respiro, dimostrò che i dottori sbagliavano.

Nel 2005 Humar ha tentato la parete Rupal del Nanga Parbat 8125 m. Ha portato un astrologo al campo base per leggere il mondo magico della montagna e per aiutarlo a scegliere una data propizia per iniziare la sua ascensione. Ma i calcoli si dimostrarono sbagliati e fu bloccato da una tempesta, bivaccando in un luogo che sembrava una bara, appena fuori dalla portata delle valanghe che gli rimbombavano accanto. Trascorse una settimana infernale, congelato nel saccopiuma, e fu finalmente strappato alla montagna da un elicottero pakistano nel suo decimo giorno di parete.

Il dramma si era svolto in tempo reale su internet e aveva suscitato intense critiche da parte degli scalatori che denunciarono quel salvataggio come un “assassinio dell’impossibile”. Mark Twight ha riassunto i sentimenti di molti in una dichiarazione a nationalgeographic.com: “Dopo questo Nanga Parbat, sarà un attimo anche per la cima dell’Everest… e ora così ogni impreparato coglione, con capacità non certo all’altezza delle sue ambizioni himalayane, può chiamare per radio, chiedere aiuto e aspettare che la cavalleria gli salvi la giornata”.

Tomaž Humar (a sinistra) e Vanja Furla, il duo della via nuova sull’Ama Dablam

Per molti è stato ironico che Humar abbia nuovamente chiesto un salvataggio su Langtang Lirung. Uno scalatore ha scherzato: “Perché Humar non può stare zitto e morire come un vero alpinista?”.

Eppure è proprio difficile immaginare un alpinista più abile, impegnato o esperto di Tomaž Humar. Scalando da solo senza portatori né corde fisse, sceglieva costantemente gli obiettivi più impegnativi al mondo, spesso prime salite, con una forza di volontà e con un’ambizione illimitata, superando gli ostacoli degli scarsi mezzi economici a disposizione e accettando le sfide estreme per realizzare i suoi sogni. Pochi critici di Humar hanno avuto il coraggio di intraprendere salite nello stesso puro stile e io mi chiedo se questi scalatori si sarebbero davvero astenuti dal soccorso di fronte a un incidente a 6300 metri?

Ed Douglas, scrivendo un necrologio nel Guardian, descrisse Humar come “irrequieto, espansivo e carismatico, parlava di alpinismo in termini spirituali, persino mistici, e si vedeva impegnato in una sorta di ricerca guarigione psicologica”.

Ora questa ricerca è finita e i detrattori di Humar devono ora confrontarsi con l’eredità delle sue salite più audaci.

Tone Škarja

Alla ricerca di Tomaž Humar
di Ed Douglas
(pubblicato su Rock&Ice n. 186 del giugno 2010 e su Rock&Ice.com il 27 settembre 2012)

Ed Douglas è un viaggiatore, scrittore e alpinista. Il suo primo libro sull’Everest, Chomolungma Sings The Blues, è stato pubblicato nel 1997. Altri libri includono Regions of the heart (Regioni del cuore, CDA-Vivalda, 2004), una biografia dell’alpinista Alison Hargreaves, scomparsa su K2, e la prima biografia integrale di Tenzing Norgay, pubblicata dal National Geographic MagazineEx redattore dell’Alpine Journal, vive a Sheffield, in Inghilterra.

Ganesh, 1994, prima salita di Humar in Himalaya e la prima – ma non ultima – volta che ha ignorato le istruzioni del capospedizione di scendere. Foto: collezione Humar.

Tomaž Humar aveva avvertito che sarebbe stato difficile trovarlo. Anche così, appena 10 minuti dopo che la squadra di soccorso svizzera sorvolò l’enorme parete sud del Langtang Lirung, un colosso himalayano di 7227 metri, il leader Bruno Jelk individuò il corpo attraverso il finestrino dell’elicottero. Nuvole basse sedevano sulla cima del Langtang. Humar non era dove si aspettavano che fosse, né alla giusta altitudine. Eppure eccolo lì, nel bel mezzo della ripida parete sud-ovest a 5500 metri. Era la mattina di sabato 14 novembre 2009. Lo sloveno era lì da lunedì e Jelk vide subito che era morto.

Ancor prima di raggiungere la fama con la sua audace scalata solitaria sulla parete sud del Dhaulagiri, Tomaž Humar era una calamita per l’attenzione e per i problemi. Selvaggiamente carismatico, la gente lo trovava stimolante o esasperante. La sua fama si diffuse in tutto il mondo come una pennellata di fuoco, portandolo ben oltre il brillante ma oscuro mondo dell’alpinismo sloveno. Aveva consultato gli astrologi e diceva che le montagne gli parlavano. Era un genio o un pazzo?

Quindi, come Icaro, Humar si ritrovò a precipitare sulla terra. Milioni di persone lo hanno visto sopravvivere a un’epopea esposta al pubblico, abbandonato per giorni al Nanga Parbat, salvato solo dal coraggio altruistico di un pilota di elicotteri pakistano. Dopo ciò, Humar era quasi scomparso dalla scena, lasciando solo il ricordo del suo famoso sorriso. Da uomo-titolo, era diventato uomo-si dice. Si era avvicinato al Langtang Lirung da solo, senza dire a nessuno dove fosse. Dopo una chiamata inquietante, tuttavia, il mondo intero seppe che il temerario sloveno era di nuovo nei guai.

Tomo Česen

Con Humar localizzato, il capitano Sabin Basnyat fece scalo sull’Ecureuil AS 350 B-3 — chiamato A-Star negli Stati Uniti — e lo portò giù su una pista di atterraggio 10 km a sud-est della montagna. Qui è stato parcheggiato un secondo elicottero, anch’esso fatto volare quella mattina da Kathmandu con carburante e attrezzature extra, pilotato da Suman Pandey, CEO della compagnia di charter Fishtail Air.

La pista di atterraggio era stata ricavata da una piana di ghiaia poche centinaia di metri a est del Kyanjin Gompa, una misera raccolta di baracche costruite nell’ultimo decennio circa attorno a un vecchio monastero buddista per servire alle migliaia di escursionisti che si dirigono a questa valle ogni autunno. Kyanjin Gompa è anche l’ultimo abitato per chiunque vada al campo base del Langtang Lirung.

Non molti alpinisti vanno fin là. La montagna non è stata più scalata dal 1995 ed è facile capire perché. La sua enorme parete sud-est è minacciata da una brutta barriera di seracchi. La sua cresta est, via della prima salita, è lunga e pericolosa. La cresta ovest è lunga e tecnica. La dorsale sud, che divide la vasta parete meridionale della montagna, anche era stata scalata. Su entrambi i lati ci sono chilometri di ripidi ghiacciai e pareti più ripide. Un leader della spedizione britannica che tentò la parete sud-ovest nel 1980 mi disse: “È un affare serio, una via lunga, un’arrampicata mista tra ghiaccio ripido e roccia cattiva”.

Alla pista di atterraggio c’era Jagat Limbu, amico di Humar, cuoco ufficiale e aiutante al campo base in precedenti spedizioni. Con Limbu c’era un piccolo gruppetto di Sherpa. La maggior parte di loro era volata lì tre giorni prima con lo stesso elicottero per un precedente tentativo di salvataggio. Quel giorno il tempo era stato perfetto, ma nessuno di loro aveva visto Humar, soprattutto perché stavano guardando nel posto sbagliato. Anche se avessero individuato la star slovena, non avrebbero potuto fare nulla per raggiungerlo.

Humar alla base della parete sud del Dhaulagiri

La differenza questa volta la faceva una guida alpina svizzera di 26 anni, Simon Anthamatten. Tre giorni prima, era a casa a Zermatt, con gli attrezzi appena spacchettati dopo essere tornato dalla sua spedizione in Nepal. Anthamatten è lui stesso un forte alpinista, che ha vinto il Piolet d’Or nel 2009 per la nuova via che ha scalato con Ueli Steck sulla parete nord del Tengkanpoche nel Khumbu. Quella sera ricevette una telefonata dall’esperto di soccorso Gerold Biner, direttore delle operazioni di volo di Air Zermatt, che gli chiedeva se avesse voluto unirsi a loro per un salvataggio in Nepal. Il mattino dopo Simon era su un volo per il Golfo, sulla via per Kathmandu.

Anthamatten è una delle decine di guide che i servizi di soccorso di Zermatt possono richiedere per le emergenze. È abituato a essere calato sulle vie per agganciare gli scalatori in difficoltà. Nessuno in Nepal ha quel tipo di esperienza. Nessun salvataggio come quello che era in corso era mai stato eseguito in Nepal o in qualsiasi altra parte dell’Himalaya. L’elicottero stesso, il cavallo di battaglia delle squadre del soccorso alpino, era in quel paese da sole tre settimane.

Presto il B-3 tornò in aria, con a bordo solo Basnyat, il suo copilota svizzero Robi Andenmatten e Simon Anthamatten. Con la parte posteriore alleggerita potevano avvicinarsi al luogo dell’incidente per dar modo ad Anthamatten di scegliere il modo migliore per avvicinarsi. Humar era caduto cinque giorni prima, lunedì 9 novembre, e Anthamatten sapeva che il giudizio di Jelk era corretto. Nessuno si aspettava che fosse ancora vivo, ma la squadra di soccorso sentì che dovevano provare.

Di nuovo alla pista di atterraggio, l’equipaggio provvide l’elicottero di un cavo statico di 25 metri: Anthamatten si legò all’estremità. Basnyat non aveva esperienza in questo tipo di operazione, con un uomo sospeso sotto il suo velivolo, quindi cedette i comandi al suo copilota Robi Andenmatten. Solo così  Anthamatten poteva fidarsi. Bruno Jelk osservò l’elicottero e il suo carico risalire la valle verso il Langtang. Attraversò il colle sulla cresta sud della montagna e scomparve alla vista. Quasi subito, Anthamatten tornò con Humar appeso nel vuoto.

Tentativo di Humar alla parete est dello Jannu, ottobre 2004

Il corpo giaceva su una sporgenza coperta di neve relativamente piatta su uno sperone roccioso ripido. Il pilota era stato in grado di rimanere in hovering per il tempo necessario ad Anthamatten per toccare con i piedi la montagna, sganciarsi e comunicare per radio al pilota che si era sganciato. L’elicottero si allontanò un poco per farlo lavorare.

Humar era chiaramente morto, e secondo le stime di Anthamatten lo era da qualche tempo. “La sua prima telefonata è stata il lunedì”, mi ha detto. “Nella chiamata ha detto che sarebbe morto. È stato subito dopo, di sicuro”. A parte questo, le circostanze della sua morte erano un mistero. “A quanto pareva il corpo non poteva essere caduto per più di 50 metri. Ne abbiamo esperienza sulle nostre montagne. Quando qualcuno cade per 300 metri perde gli scarponi, tutto viene lacerato e strappato. Tomaž non assomiglia a questo”.

Due cose non tornano ad Anthamatten. Innanzitutto, c’era la posizione del corpo. Secondo Jagat, Humar l’aveva chiamato una settimana prima, l’8 novembre, da 6300 metri sulla cresta sud della montagna. Qui è dove il team Sherpa era andato a cercarlo. Ma Humar fu trovato molto più in basso, a 5500 metri, nel mezzo della parete sud-ovest. Nelle sue chiamate successive, dopo l’incidente, non aveva menzionato questo, aveva detto solo che sarebbe stato difficile da trovare. Cosa ci faceva lì?

“Il problema è che nessuno sa cosa stesse cercando di fare”, ha detto Anthamatten. “Forse si è calato dalla cresta sud sulla parete sud-ovest e attraversato. C’è un ghiacciaio lì”.

Dava ancora più confusione la mancanza di attrezzatura. Humar era vestito e indossava un piumino, ma quello era tutto l’equipaggiamento che aveva con sé. “Non sono riuscito a trovare alcuna corda”, ha detto Anthamatten. “Non sono riuscito a trovare il suo zaino. Non aveva ramponi. Non aveva imbragatura. Non c’era niente. Due giorni prima era nevicato una trentina di centimetri, ma questo non bastava a coprire tutta l’attrezzatura”. Anthamatten ebbe abbastanza tempo per guardare. Dopo aver imbragato il corpo, richiamò l’elicottero e agganciò Humar al cavo. Quindi aspettò per 10 minuti che Robi Andenmatten portasse il defunto sloveno sulla pista di atterraggio e tornasse. “Qualcosa è andato storto ma non sappiamo cosa”. Poi, dopo un istante per pensarci ancora: “Non ne ho idea”.

Stane Šrauf Belak

***

Che Tomaž Humar avrebbe lasciato la vita in un mulinare di mistero e titoloni non è stata una sorpresa per i suoi amici. La sua biografa, Bernadette McDonald, mi ha raccontato come, quando stava facendo ricerche per il suo libro, non potesse mai raccontare una storia in modo normale. “Mi parlava da diversi punti di vista”, ha detto. «Raccontava storie come se fossero parabole, con un significato nascosto. E quindi stavo lì seduta a chiedermi: “Che cosa voleva dire con questo?” È stato esasperante». Nonostante ciò, a McDonald piaceva chiaramente Humar. «Aveva un cuore grande come la parete sud del Dhaulagiri, ho sempre pensato. Grande, complesso e pericoloso».

La complessità e la contraddizione sono il nocciolo della storia avvincente di Humar. Era in parte showman e in parte mistico, desideroso di essere famoso ma riluttante a entrare nel sistema. Poteva parlare della spiritualità e del suo occhio interiore, e guidare un’auto sponsorizzata adorna della sua stessa immagine. Quando aveva un progetto da vendere, era il re del mondo, ma quando le cose andavano male poteva scomparire senza lasciare traccia. Dopo il salvataggio al Nanga Parbat, quando i giornalisti che aveva corteggiato erano alla sua disperata ricerca, ha semplicemente spento il telefono e portato i suoi bambini a pescare. Sembrava che l’immagine di se stesso che si era creato iniziasse a consumarlo.

Humar non era solo tra i migliori alpinisti ad avere un grande ego. Gli ego tornano utili a 8000 metri, quando l’unica cosa che ti rimane per farti andare avanti è il desiderio. E alla fine, è stato Humar e non i suoi critici a pagare il prezzo più alto. Ma l’arco della carriera di Humar come alpinista rivela più del desiderio di un uomo di essere famoso o di successo. È anche la storia di una giovane nazione che fa i conti con il cambiamento. Ed è la storia dell’alpinismo moderno e della sua piena relazione con i media di cui ha bisogno ma che spesso disprezza.

Tomaž Humar nel 2006 con la moglie Sergeya e il figlio Tomaž

***

In una giornata nevosa ai primi di febbraio, tre mesi dopo la morte di Humar, mi ritrovo nella pittoresca città di Kamnik, a breve distanza in auto dalle colline della capitale slovena, Lubiana. Kamnik è luogo natale di molti buoni scalatori, incluso Humar, e sono seduto al tavolo di un bar tranquillo, con di fronte un altro grande, Marko Prezelj. Per molti alpinisti hardcore, Prezelj è quello vero. Alcuni direbbero che è un destinatario più meritevole delle lodi accumulate da Humar. A giudicare dalle sue dichiarazioni sul tema della fama, tuttavia, non gli importa. “In Slovenia”, scrisse sulla rivista Alpinist, “la fama ha la stessa parola del nome di una donna, Slava. Gli anziani dicevano: “Slave je kurba! (la fama è una cagna)”. Un giorno dorme con uno e il giorno successivo con un altro…”.

Prezelj, che lavora come guida alpina, è in una forma formidabile per un uomo di 44 anni. È anche davvero diretto su Humar. “Tomaž era davvero abile con i media”, dice in un inglese stravagante ma fluente. “Prima di partire diceva ‘Se faccio questa salita sarà come atterrare sulla luna’. E poiché lo diceva, la gente gli credeva. Come personalità, siamo totalmente diversi. Credo che abbia fatto le cose perché gli piaceva il suo profilo pubblico e aveva bisogno di attenzione”.

Prezelj mi presenta una nuova frase in inglese di sua ideazione: “parlare a gusto”. “Parli bene così all’altra persona piacerai tu e quello che stai dicendo. Dici cazzate. Penso che voi diciate “zuccherose”. In genere agli americani piace parlare a gusto. Ma non penso che l’alpinismo e le chiacchiere a gusto vadano bene assieme. Le cazzate sono cazzate”.

Pavle Kozjek

Si potrebbe obiettare che ciò che Prezelj traduce con “parlare a gusto” sia solo la considerazione per gli altri, anche le buone maniere, e che il suo modo di parlare diretto sia spinto più dall’invidia che dall’onestà. Quando butto lì che magari lui invidia la fama di Humar, Prezelj annuisce e sorride.

“Forse a un certo momento della mia vita in montagna l’ho trovato frustrante. Ho sentito che ciò che stavo facendo non era riconosciuto. Le persone non capivano la differenza tra quello che stavo facendo io e quello di cui parlavano gli altri”.

Prezelj era stato parecchio con Humar. Quattro anni più grande, aveva visto Humar arrivare come un novellino, seguito i suoi progressi, conosciuto le sue debolezze e poi guardato da lontano mentre il suo carismatico rivale diveniva un eroe sportivo nazionale. “Era sempre molto energico”, dice Prezelj. “Ma ora, guardando indietro, posso vedere che sin dall’inizio cercava il riconoscimento. Ricordo che una volta, quando eravamo molto piccoli, passeggiavo per la città e lui mi veniva incontro in bicicletta, molto veloce. Mi vide e mi gridò: “Che tempo ho fatto, quanto ci ho messo?’ Voleva che lo vedessi, che capissi che stava correndo, spingendo al limite”.

Humar sull’Annapurna Central Summit nell’ottobre 2007, dopo il suo assolo sulla gigantesca parete sud. Questo è stato uno dei suoi successi più importanti ottenuto tra le raffiche di vento fino a 150 km/h sulla cresta sommitale. Foto: collezione Humar.

Se Humar è cresciuto nell’attenzione, allora il tempo del suo successo, proprio quando la Slovenia ha trovato base come giovane nazione, ha accelerato il suo essere famoso. È difficile apprezzare il significato di Humar senza capire come la Slovenia – e la sua cultura dell’arrampicata – siano cambiate durante la sua vita. Passeggia nel centro di Lubiana e la sua storia è davanti a te. Chiese barocche dell’era dell’Impero austriaco si affiancano a modeste ma utilitarie scatole di cemento della socialista Jugoslavia. Gli edifici più recenti sono più suggestivi, fortemente individuati e ovviamente più costosi dei loro vicini più grigi. L’economia slovena è cresciuta in seguito all’indipendenza dalla Jugoslavia e i redditi sono più vicini a quelli dell’Europa occidentale.

È un errore comune pensare che la Jugoslavia, un’ex federazione socialista di repubbliche autonome, fosse sotto l’influenza dell’Unione Sovietica e chiusa dietro la cortina di ferro. Infatti, come agli ex cittadini jugoslavi piace ricordare ai visitatori, gli jugoslavi erano in qualche modo più liberi degli americani, certamente quando si trattava di viaggiare. “Potevamo andare in qualsiasi parte del mondo”, afferma Viki Grošelj, uno dei sostenitori dei grandi dell’alpinismo sloveno negli anni ’70 e ’80. Nato a metà degli anni ’50, con un curato pizzetto bianco, Grošelj ha un aspetto da nonno, smentito però dalla sua energia irrequieta. Non può stare fermo.

“Scherzavamo quando dicevamo che il nostro passaporto al mercato nero era più costoso di un passaporto americano. Non avevamo molti soldi, ma questa è un’altra storia. Il vecchio sistema non era così male per tutti noi. Il nostro sistema sanitario era migliore perché era gratuito, chiunque tu fossi. Tutti sono stati trattati allo stesso modo, che tu venissi dalla strada o fossi un grande politico”.

Il tracciato della via di Tomaž Humar e Janez Jeglič sul Nuptse

È comprensibilmente orgoglioso dei primati della sua nazione nell’alpinismo himalayano. “In termini di nuove vie, possiamo competere con i polacchi, o con chiunque, ma siamo in pochi, una popolazione di solo due milioni. E’ questo il miracolo”. Grošelj ha scalato dieci degli Ottomila prima di abbandonare il progetto per dedicarsi alla famiglia. “Quel risultato”, dice con circospezione, “era piuttosto interessante negli anni ’80”. Ora lavora come allenatore di atletica al liceo e presentando una serie di 14 documentari sugli Ottomila per la televisione slovena. Il cameraman di Grošelj è Stipe Bozic, un suo vecchio amico manager del campo base di Humar al Dhaulagiri. Grošelj dice che Humar aveva chiesto a lui di farlo, ma aveva rifiutato. Quando gli chiedo perché, fa una pausa.

“Ho conosciuto Tomaž nel 1995 all’Annapurna”, afferma Grošelj. “Dopo di che siamo diventati abbastanza buoni amici. Ma aveva due caratteri. Poteva essere estremamente gentile e ancora gentile, ma anche estremamente possessivo nei confronti di coloro che gli erano più vicini. Voleva che lo adorassero. Quando mi ha chiesto di venire al Dhaulagiri ci ho pensato, ma non sarei stato a mio agio. Amava essere al centro dell’attenzione. Quell’attenzione pubblica lo ha aiutato a fare grandi salite, che è l’opposto della mia filosofia. Io voglio la pace totale. Non voglio nemmeno pensare alla mia famiglia. Gli piaceva che tutti sapessero tutto di lui. Questo non vuol dire che è cattivo. Se lo aiutava, perché no? Non è contro la legge. Ma ha reso le persone gelose”.

Come i nuovi pretenziosi edifici nel centro di Lubiana, la notorietà straordinaria di Humar in Slovenia ha spinto in secondo piano il passato più grigio della Jugoslavia, anche se questo riguardava solo il grande pubblico. La gente sapeva un po’ dei trionfi del passato alpinistico della Jugoslavia, ma quelle storie parlavano sempre di grandi squadre di uomini dall’aria seriosa che raramente avevano qualche legame con il pubblico. Avevano sposato le qualità di una struttura sociale ormai defunta. Qui c’era un alpinista per la nuova era – di ricchezza, libertà individuale e celebrità.

Nejc_Zaplotnik

***

Tomaž Humar non è stato il primo alpinista sloveno a brillare sulle sue tracce. Dieci anni prima del Dhaulagiri, Tomo Česen, uno scalatore di talento con un paio di spedizioni in stile assedio alle sue spalle, affermò di aver aperto una via nuova sulla parete nord dello Jannu, in solitaria. Fu una bomba nel mondo alpinistico internazionale. Nel 1990, annunciò un successo ancora maggiore, la prima salita (sempre in solitaria) della parete sud del Lhotse. Il mondo dell’alpinismo impazzì.

Sarebbe difficile pensare di aver sovrastimato l’impatto che ebbe quella salita. Quasi nulla nella storia dell’alpinismo è paragonabile. La crema dell’alpinismo mondiale aveva tentato quella parete. Il grande scalatore polacco Jerzy Kukuczka vi era morto. Nessuno l’aveva provata in stile alpino, figuriamoci da solo. Ed ecco che uno sloveno quasi sconosciuto ci era riuscito. I più grandi nomi dell’alpinismo hanno fatto la fila per incontrare il taciturno Česen nei festival di tutto il mondo. Reinhold Messner lo benedisse come suo erede apparente. Alcuni però erano a disagio per la mancanza di fotografie e la vaghezza della descrizione del suo percorso. Ma a casa in Slovenia, Cesen divenne una celebrità nazionale, improvvisamente più potente degli anonimi funzionari che fino ad allora avevano governato la direzione dell’alpinismo sloveno.

Il più influente di questi è stato Tone Škarja, che mi sta aspettando presso la sede dell’associazione nazionale alpinistica slovena (Planinska zveza Slovenije, o PZS) nel centro di Lubiana. Mi introduce in una sala riunioni. Škarja è stato un alpinista per più di 50 anni, iscritto allo stesso club di arrampicata Kamnik di Prezelj e Humar già dal 1956. È stato un motore trainante dell’alpinismo himalayano sloveno per decenni, guidando importanti spedizioni e aiutando a sviluppare diverse generazioni di alpinisti. Questa eminenza grigia scorre davanti a me un opuscolo giallo sul tavolo, descrivendo dettagliatamente ogni spedizione che ha coinvolto gli sloveni già dalla prima nel 1954. Tra le molte prime salite significative che vedo c’è una difficile variante sulla cresta ovest dell’Everest, scalata nel 1979. Il capo della spedizione era Tone Škarja.

Humar attende d’essere recuperato con l’elicottero dall’immensa Rupal Face del nanga Parbat.

Non sorprende per un uomo che ha guidato la sezione spedizioni del PZS per decenni: Škarja è un politico accorto e duro. È in pensione da 12 anni come ingegnere elettrico, ma sembra magro, bello in forma. Ha incontrato Humar per la prima volta nel loro club di arrampicata e, come tutti gli altri che lo hanno conosciuto, è stato colpito dall’energia e dal fascino di quel giovane. “Tutti quelli che lo hanno incontrato lo adoravano”, afferma. “Era un ragazzo allora, un grande oratore. Aveva un talento speciale per la comunicazione. Il direttore della mia compagnia elettrica mi disse che, quando Tomaž gli avesse chiesto un incontro per la sua prossima spedizione, aveva già deciso che Tomaž non avrebbe avuto soldi da lui. Ma quando poi si sono incontrati, ha cambiato idea”.

Škarja è giustamente orgoglioso dei decenni di servizio di volontariato che ha dato al PZS e parla con rispetto delle leggende del passato. Quando nomino Tomo Česen, tuttavia, sorride in un modo che dice: “Eh, questo è complicato”. Ma dopo un po’ dice: “Forse un giorno ci sederemo e parleremo e gli chiederò del Lhotse prima di morire. Ufficiosamente, la mia posizione, la mia opinione, è che non ha scalato Lhotse. E ufficialmente?”. Scorre il dito lungo l’elenco delle salite slovene. Il nome di Česen è ancora lì, con la data della sua spedizione al Lhotse. Per quanto riguarda l’establishment sloveno, Tomo Česen è ancora dentro.

“Sappiamo tutti cosa è successo su Lhotse”, afferma Viki Grošelj, “ma nessuno ne vuole più parlare. Sappiamo tutti che ha mentito. Aveva un piano intenzionale per ingannare il mondo. Questo mi rende molto triste. Perché il mio più grande desiderio è che gli sloveni facciano prima o poi questa parete”. Grošelj mi racconta qualcosa della sua spedizione del 1981 alla parete sud del Lhotse, dove si è fatto male alla schiena. “Hanno detto che ero geloso di lui, ma eravamo totalmente diversi, di generazioni diverse. Io ero un alpinista classico, lui faceva parte della nuova generazione di brillanti scalatori. Non potrei mai essere così forte per testa e fisico da fare la parete sud del Lhotse. Ma questa [storia di Česen] non è andata bene a nessuno di noi”.

Grozelj ha un legame intimo con la controversia di Česen. Česen aveva preso in prestito una fotografia di Grozelj, scattata in una spedizione precedente, e aveva permesso che fosse accreditata come sua. Poteva essere stata presa solo dai pressi della vetta del Lhotse e quindi era una prova a sostegno di coloro che contraddicevano le affermazioni dubbiose di Česen. Il quale quindi ha commesso un errore fatale. Di fronte a una telecamera, e con Grošelj a guardare, ha ritenuto di non pensare che l’obiettivo di Grošelj di scalare tutte le vette di 8000 metri fosse realistico. Grošelj oggi potrebbe essere d’accordo con lui, ma all’epoca il giudizio di Česen faceva male. In pochi giorni, Grošelj rivelò che la foto scattata in alto sul Lhotse era la sua, non di Česen, con ciò probabilmente sbriciolando il più grande risultato della storia dell’alpinismo d’alta quota.

Anche se Grošelj afferma che gli alpinisti sloveni non credono più a Česen, dipende davvero da quale generazione di alpinisti sloveni si parla. Una star slovena degli anni ’80, ormai cinquantenne, mi raccontò di come lui e i suoi compagni di arrampicata fossero stupiti che Česen potesse reclamare le sue vie senza apparentemente allenarsi per farle. Lo vedevano in disparte, mai come giocatore di squadra. Ma quelli della generazione dopo, incluso Tomaž Humar prima della sua morte, sono meno sicuri. Humar non ha mai messo in dubbio pubblicamente l’affermazione di Česen, dicendo semplicemente che non era lì e che Česen era “qualcosa di speciale”.

Marko Prezelj

Marko Prezelj prende una linea simile: “Non ci sono prove che l’abbia fatto e non ci sono prove che non l’abbia fatto. Quindi, per me, fintanto che dice di averlo fatto, gli credo. Quasi ogni alpinista nel mondo ha qualcosa che ha fatto senza prove. Quindi, se comincio a non credere a lui, dovrei iniziare a non credere agli altri. Inoltre, conosco Tomo e questo mi aiuta a credere, perché è una persona davvero speciale, che è in grado di fare queste cose. Alla fine, che lo abbia fatto o no, non è un mio problema”. Quindi Prezelj ride, prima di aggiungere: “Non l’ha fatto per me”.

Il Lhotse fu l’ultima vetta himalayana di Česen. Ora, a 50 anni, dirige l’associazione slovena di arrampicata sportiva e ha una buona reputazione come scalatore. I suoi figli, Aleš e Nejc, sono due dei giovani alpinisti più brillanti della Slovenia. Quando Česen sostenne l’arrampicata sportiva, la lotta politica per ristrutturare il PZS lo portò nuovamente in conflitto con Tone Škarja. “Abbiamo combattuto un po’ quando volevano cambiare tutto”, dice Škarja, “ma non sono riusciti a fare tutto. Ora collaboriamo ufficialmente. Non è amichevole, ma lavoriamo insieme. Risolviamo i nostri problemi, come abbiamo fatto con Tomaž”.

Come Česen, le audaci salite solitarie di Humar hanno fatto appello al pubblico. Qui c’era un giovane talento esuberante che s’opponeva a una struttura fuori dal mondo e polverosa. Guarda cosa puoi fare, sembrava dire, quando abbandoni i vecchi modi pre-indipendenza di condurre le cose. Il tuo destino è nelle tue mani. Era un atteggiamento in sintonia con i tempi. Ma fu Tomo Česen a colpire per primo, da solo, anche prima che la Jugoslavia crollasse. Marko Prezelj vede Česen come il primo uomo d’affari e alpinista della Slovenia che, nella sua frase colorita, era “un galletto che ha cantato troppo presto”. Česen, per molti un falso profeta, getta una lunga ombra in Slovenia. Ma ha mostrato che c’erano altri percorsi da seguire.

Humar con Maja Roš

***

Molti giovani scalatori in Occidente lottano per finanziare la loro attività. E ci riescono. Battono sul chiodo, cercano le occasioni o scendono giù da edifici con contratti di manutenzione, qualunque cosa serva. Finché hanno i soldi, possono scegliere da soli dove andare e cosa fare. Se falliscono in una spedizione, non è la fine del mondo. Si leccano le ferite, trovano un altro lavoro e ricominciano. La maggior parte invecchia e ottiene un lavoro stabile, mentre una piccola minoranza fa dello scalare la propria carriera.

È così che vanno le cose in Slovenia, ma non quando Tomaž Humar nasceva, in un ospedale di Lubiana il 18 febbraio 1969. Suo padre, Max, lavorava nelle costruzioni in una fabbrica vicina e per i vicini, essenzialmente sul mercato nero. Sua madre, Rosalija, lavorava in un negozio. Erano cattolici osservanti, che dicevano grazie sia prima che dopo cena. I fine settimana liberi erano trascorsi in una vecchia fattoria dei nonni, dove sabato sera amici e vicini si riunivano per condividere una bottiglia di grappa fatta in casa e cantare le vecchie canzoni.

Humar tra il Lt. Col. Rashid Ullah Baig, a sinistra, e il maggiore Khalid Amir Rana, i piloti dell’elicottero che lo hanno salvato sul Nanga Parbat.

Era uno stile di vita semplice, basato sul duro lavoro e sulla cooperazione. Sebbene potessero contare su salari regolari, scuole gratuite e assistenza sanitaria – e qualunque cosa potessero ottenere dallo Stato – gli Humar non erano materialmente ricchi. Humar disse a McDonald che, quando gli fosse dato il compito di dar da mangiare ai maiali, avrebbe avvolto i piedi in vecchie lenzuola prima di indossare gli stivali di gomma. I calzini erano infatti solo per la scuola e per la chiesa.

Humar disse che anche da giovane si sentiva diverso dai suoi genitori e fratelli. Poteva gestire un gran lavoro. Stava lavorando a progetti di costruzione con suo padre dall’età di 6 anni, recuperando legname e cemento. (“A cosa servono i bambini?” chiese suo padre, Max.) Quando era occupato, era un vortice di attività, con un’energia quasi contagiosa. Ma gli orizzonti vicini – e chiusi – della vita dei suoi genitori non potevano reggere al suo bisogno di libertà. Aveva bisogno di più spazio per respirare di quello che trovava a casa.

Quando il suo interesse per l’alpinismo è nato e subito divampato, i suoi genitori erano confusi. L’arrampicata era assolutamente inutile e di sicuro pericolosa. Perché, quando la vita era già abbastanza dura, voleva cacciare se stesso – e loro – in tutto quello stress e quell’ansia? Quando Humar raggiunse l’età adulta, la tensione con suo padre altrettanto testardo non fece che alzarsi. Discutevano dei soldi che aveva speso per scalare e di quando aveva distrutto l’auto di famiglia: ma, peggio ancora, per le esperienze traumatiche e degradanti di Tomaž durante il suo servizio obbligatorio nell’esercito jugoslavo.

Janez Jeglič

I mesi di Humar come coscritto nell’esercito jugoslavo (JNA) lo hanno cambiato. A pochi alpinisti piace prendere ordini in giro. Se i suoi genitori non erano riusciti a renderlo docilmente conforme, quale speranza c’era per i suoi superiori della JNA? Ma la brutalità e l’ingiustizia insensate gli erano intollerabili. La sua unità è stata inviata in Kosovo, il controverso territorio balcanico racchiuso tra Serbia e Albania. Mentre Milošević girava le viti dell’oppressione, gli etnici albanesi resistevano, spesso violentemente. Humar, che prestava servizio in un esercito corrotto e moralmente in bancarotta, odiava quello che stava facendo il leader jugoslavo.

Ancora peggio, completato il suo mandato, il suo ufficiale comandante gli ha ordinato di rimanere. Humar disertò due volte. Si nascose in una discarica, fu scoperto e mandato in un infernale centro di detenzione in Macedonia. Tentò di scappare di nuovo, saltando nel fiume Vardar. Ritornato nella sua unità in Kosovo, fu finalmente rilasciato, vestito di stracci, mezzo affamato, malato e con un AK-47 scarico per le strade di Podujevo, una città prevalentemente musulmana. La gente del posto fissava quel nordico dalla pelle chiara ma, lungi dal minacciarlo, un uomo albanese lo portò alla stazione ferroviaria, dove il venditore di biglietti ebbe pietà e gli diede un viaggio gratuito verso casa. “Prima dell’esercito” Humar in seguito disse “Ero un ragazzo strano. L’esercito mi ha reso ancora più strano”.

Humar allo Jannu, ottobre 2004

In quel contesto di guerra civile e collasso economico, mentre l’economia della Jugoslavia era andata nel caos, la nuova passione di Humar per l’alpinismo mise in crisi la sua famiglia. Molti genitori sono perplessi, perfino allarmati quando i loro figli iniziano ad arrampicare. Di certo quelli di Marko Prezelj lo erano. Prezelj ha cercato di bilanciare la necessità di pianificare il suo futuro con la sua ardente passione di andare in montagna a scalare. Ha studiato ingegneria chimica all’Università di Lubiana, riuscendo infine a terminare dopo nove anni di sforzi il suo corso che ne prevedeva solo quattro anni. Come Humar, è stato messo sotto pressione per rinunciare al suo libero stile di vita e piegarsi. “Il resto della società mi ha visto come un ribelle”, mi ha detto.

Entrambi hanno trovato rifugio dalla tensione nella loro vita tra i loro amici nel locale club di arrampicata Kamnik. Si riuniva ogni giovedì sera per pianificare le salite del fine settimana e per entrambi esserci a quegli incontri del giovedì era diventato un obbligo quasi religioso. “Il club era così importante”, dice Prezelj. “Quelle persone erano come la mia tribù.” Humar chiamava “i giovedì santi” quelle riunioni serali.

A metà degli anni ’80, prima del crollo del socialismo, i club sloveni erano la spina dorsale dell’arrampicata. Attrezzature e trasporti erano lussi che pochi potevano permettersi, quindi i club erano essenziali per condividere le risorse. Altri membri erano anche i custodi dell’Himalaya promessa. Se non riuscivi ad andare d’accordo con quelle persone, non avresti mai potuto legarti in cordata con i migliori. “Quando ho iniziato, non c’erano telefoni, figuriamoci i cellulari”, dice Prezelj. “Ci incontravamo al club, decidevamo cosa volevamo fare quel fine settimana e davamo luogo a quel programma”.

Humar scolpisce il nome di Janez Jeglič, spazzato via dalla vetta dopo la loro estenuante e audace salita in stile alpino (cinque giorni) della parete sud del Nuptse. Foto: collezione Humar.

L’attrezzatura poteva essere rudimentale e limitata dal denaro, ma Prezelj e i suoi amici erano motivati e sul pezzo. Nel suo primo anno intero di arrampicata, a 18 anni, è uscito per 40 weekend. Quando Humar iniziò ad arrampicare e si unì al club Kamnik, Prezelj c’era dentro da cinque anni e quindi a Humar sembrava il giovane campione affermato. Quell’anno – 1987 – Prezelj si unì alla sua prima spedizione himalayana, al Lhotse Shar, con alcuni dei più grandi nomi della generazione precedente.

Nel frattempo Humar stava attraversando il laborioso processo di un apprendistato alpino sloveno. Non c’erano scorciatoie. Dovevi imparare a camminare — letteralmente — prima di poter arrampicare, seguendo una prassi consolidata da generazioni. Era un altro mondo di regole. Humar era allievo di uno della vecchia guardia, Bojan Pollak, protagonista di alcuni dei più grandi successi della Jugoslavia negli anni ’70. Il giovane imparò ad arrampicare con pesanti scarponi da alpinismo, sopportò i bivacchi senza saccopiuma e fece salite senza cibo né acqua, tutto per volere del suo mentore.

Per Pollak, era un dovere restituire qualcosa allo sport. “Essere un alpinista a quei tempi era uno status”, dice Prezelj. “Era socialmente più accettabile, non meno come ora. Stavi facendo qualcosa per la nazione. Quelli che eccellevano avevano dei benefici, vacanze gratuite e così via. Ti sosteneva la società”. I beneficiari di tale sistema si sentivano in obbligo di ricambiare.

“Senza l’aiuto dello Stato nessuno sarebbe potuto andare da nessuna parte”, afferma Viki Grošelj. “I nostri salari a quel tempo erano di circa 150 dollari al mese. Un biglietto aereo per il Nepal costava circa 1.000 dollari”. Non sorprende che la competizione per i posti in spedizione fosse serrata. La commissione delle spedizioni sceglieva gli obiettivi e gli alpinisti chiedevano di essere ammessi, allegando i loro curriculum di attività. Prezelj dice che dovevi metterti alla prova, per mostrare ai tuoi colleghi le tue abilità in montagna, piuttosto che gonfiare la tua immagine sul tuo sito web. “Non puoi fingere”.

Humar, appena atterrato dall’elicottero che lo ha prelevato dalla Rupal Face del Nanga Parbat, bacia terra.

Con questo sistema, durante gli anni ’70 e ’80, gli alpinisti sloveni realizzarono una serie di prime salite incredibilmente impressionanti, sul Makalu nel 1975, sul Gasherbrum nel 1977, sull’Everest nel 1979 e sul Dhaulagiri nel 1981. Quell’anno un’altra spedizione slovena fece un serio tentativo alla parete sud del Lhotse. Tone Škarja aveva in programma di mettere uno sloveno sulla cima di ogni Ottomila. Ci sono voluti esattamente 20 anni per completare questo progetto e nel processo la Jugoslavia ha creato un grande gruppo di esperti alpinisti d’alta quota, quasi esclusivamente sloveni.

“Non è facile per i giovani scalatori sloveni”, afferma Grošelj. “Se vuoi essere il migliore qui, allora devi essere tra i migliori al mondo. Nel 1975 sono entrato in una spedizione nazionale alla parete sud del Makalu. Ciò avvenne dopo aver fatto 25 salite nel 1974, di cui solo 10 erano relativamente buone. E in quella spedizione ero uno dei migliori… Ora, se desiderassi attirare l’attenzione nazionale con 25 salite, la gente sorriderebbe e mi direbbe di tornare quando ne avrò fatte almeno cento, e difficili”.

Autoscatto di Humar al Dhaulagiri

La spedizione al Makalu, che fece la prima salita della parete sud, fu un assedio vecchio stile con gli scalatori più forti che la Slovenia potesse raccogliere: Stane Šrauf Belak, Tomaž Jamnik, Bojan Pollak (il mentore di Humar) e Nejc Zaplotnik tra gli altri. “Abbiamo cercato di fare il meglio che potevamo sulla montagna”, afferma Grošelj, “principalmente perché nessuno di noi sapeva quando avremmo avuto la possibilità di tornarci una seconda volta. È stata una grande spinta per tutti noi”. Ma, come dice Tone Škarja, si poneva maggiormente accento sul successo che sullo stile o sulle difficoltà. “Se ci fossero stati due percorsi disponibili, uno duro e sicuro, l’altro più facile ma un po’ più rischioso, i nostri ragazzi avrebbero preferito il più semplice ma più pericoloso, per questioni di velocità. Si sarebbero presi il rischio”.

Con una schiera così ampia di veterani dell’Himalaya brizzolati a disposizione dei club di arrampicata sloveni, non sorprende che le due generazioni dopo siano diventate così forti. Più di un decennio dopo il Makalu, Marko Prezelj si unì a Belak, a Grošelj e ad altre leggende per tentare una nuova via sullo Shisha Pangma. Prezelj aveva letto tutti i loro libri e si chiedeva come avrebbe tenuto il passo con loro. A quanto pare, avevano più problemi a stargli dietro, anche se a lui mancava la loro esperienza. Prezelj era in coppia con Belak, ma l’uomo più anziano era malato e Prezelj si muoveva due volte più veloce. Quando Šrauf si tolse lo zaino esausto, un Prezelj frustrato fu costretto a scendere. Il capo della spedizione – Tone Škarja – decise che con una nuova via in tasca e la montagna salita, era tempo di tornare a casa. Quello, dice Prezelj, è stato il momento in cui ha capito che far parte di un ingranaggio non faceva per lui.

Influenzato dagli alpinisti occidentali e consapevole del fatto che gli standard tecnici in Himalaya stavano avanzando, Prezelj era solo uno dei numerosi alpinisti sloveni a iniziare ad “allargarsi” da solo, con ciò abbandonando la protezione del PZS in favore del cosiddetto stile alpino. Česen era un altro. Slavko Svetičič ha ottenuto il supporto della PVZ, ma ha scalato da solo la sua pazzesca via nuova sulla parete occidentale dell’Annapurna. Janez Jeglič, Silvo Karo e Franček Knez sono passati allo stile alpino su nuove difficili vie in Patagonia, oltre che in Himalaya.

Ancora Humar alla base della parete sud del Dhaulagiri

Il fermento di questa nuova scena è emerso proprio mentre “la macchina” si fermava. All’inizio degli anni ’90, la Jugoslavia è esplosa nella violenza etnica. La Slovenia è uscita relativamente incolume dalla sua breve guerra con le forze serbe di Slobodan Milošević. Ma con il crollo del socialismo, la coperta di sicurezza dell’alpinismo era sparita. “Sempre meno soldi venivano dallo stato, ma abbiamo iniziato a trovare sponsor”, afferma Viki Grošelj. “Potevano vedere che stavamo andando bene”. Škarja afferma che il PZS è riuscito ancora a supportare alcune spedizioni organizzate, ma all’inizio degli anni ’90 sono stati costretti a cercare sponsor privati ​​proprio come tutti gli altri. Il numero di spedizioni partite dalla Slovenia si è più che dimezzato.

Quindi, come il cyborg di Arnold Schwarzenegger in The Terminator, la commissione spedizioni slovena è tornata in vita. Ed è così che Tomaž Humar ha avuto la sua grande occasione. Nessuno che lo conoscesse nei suoi primi anni afferma che Humar aveva un talento preternaturale come scalatore. Nel club Kamnik, il talento era Marko Prezelj. Ma la durezza e la vitalità di Humar facevano una forte impressione. Nella primavera del 1995, Tone Škarja stava organizzando una spedizione all’Annapurna, l’ultima delle vette di ottomila metri non ancora scalata da uno sloveno. Aveva bisogno di sangue fresco per costruire la sua squadra. Il “compagno d’armi” di lunga data di Škarja, Šrauf Belak, ormai un po’ invecchiato, stava organizzando un viaggio per “vecchi rincoglioniti” al Ganesh V 6986 m per il 1994 e Škarja gli chiese se poteva portare con sé un paio di giovani hot spot: Tomaž Humar e Gregor Kresal, pagandone ovviamente i costi. Sarebbe stata l’occasione per vedere se avevano quello che ci voleva per l’Annapurna. Humar finalmente ebbe ciò che aveva sognato: un biglietto per l’Himalaya.

Davo Karničar

Ma non era ancora facile. Tomaž aveva sposato la sua ragazza Sergeja nel 1991 e ora avevano una bambina, Urša. Faceva vari lavori, da elettricista, imbianchino e anche addetto alla sicurezza delle banche, per tenere assieme e poter continuare a scalare. Ora però proponeva di lasciare la sua famiglia per settimane per andare in Himalaya. In quella fase iniziale, Sergeja riuscì a gestire la passione di Humar per l’alpinismo e fece i sacrifici necessari.

Humar sul Ganesh V ebbe grande successo. La sensazione generale che la squadra avesse perso la sua occasione a causa del maltempo fu annullata dall’irrefrenabile determinazione di Humar di riuscire. Ignorò l’ordine del suo leader di scendere. Alla fine, furono il vecchio cavallo da guerra Šrauf, allora 54enne, e la giovane dinamo Humar a raggiungere la vetta. Škarja era felice. “Ci sono riusciti solo perché era lì Humar”, dice.

Se il vecchio ammirava la determinazione di Humar, lo spirito indipendente che aveva spinto Šrauf Belak a urlare di frustrazione causava anche a Škarja il suo mal di testa. Il programma della spedizione all’Annapurna era di mandare in cima i fratelli Davo e Drejc Karničar in modo che potessero fare la prima discesa con gli sci e anche fare prima un nuovo percorso sulla parete nord-ovest. L’Annapurna sarebbe stato l’ultimo Ottomila ad essere scalato da uno sloveno. Humar era pronto a far da gregario per realizzare queste ambizioni. Non era tra i più probabili candidati alla vetta.

I tempi, tuttavia, erano cambiati. Il PZS non offriva più ai giovani scalatori un assegno in bianco come prima dell’indipendenza. Ciò ha indebolito l’impegno individuale nei confronti della squadra. Qualunque sponsorizzazione trovata da Tomaž personalmente, gli disse Škarja, era considerata una necessità per la spedizione. Ma ciò non significava che le sue possibilità per la vetta sarebbero aumentate. Quindi Tomaž rifiutò di donare i suoi soldi. Ha accolto con favore la possibilità di scalare con alcune vecchie glorie come Viki Grošelj, ormai  veterano, imparando da loro preziose lezioni. Ma non aveva intenzione di seppellire le sue ambizioni personali per il bene della squadra, almeno non del tutto. Non era più come funzionava il mondo.

Bojan Pollak

I Karničar ne approfittarono e fecero la prima discesa sciistica dell’Annapurna. Humar trasportava carichi e apriva la via, ma gli fu ordinato di scendere dal Campo III per non ostacolarli. Non l’ha presa bene. Determinato a dare all’Annapurna un ultimo colpo, Humar è tornato su contro i desideri di Škarja di fronte al peggioramento del tempo: si trovarono, lui e il suo compagno di cordata, lo sherpa Arjun, a lottare con visibilità zero per trovare le tende del campo IV.

Ingenuamente, hanno scelto di riposare al Campo IV per un giorno. La mattina seguente, dopo che Humar e Arjun avevano trascorso due notti a 7500 metri, quelli al campo base erano in ansia. Quello che è successo non è chiaro. Quel mattino il tempo era brutto e Humar riferì che Škarja gli aveva detto di nuovo di scendere. Humar ignorò l’ordine, dicendo che sarebbe andato in vetta, anche se ormai era mezzogiorno e il tempo era ancora incerto. Ma questo non corrisponde al ricordo di Škarja.

“Gli ho detto che sarebbe stato meglio se fosse sceso”, dice Škarja. “Ma non avrei mai fermato un uomo che voleva salire. Mi sono arrabbiato, sì, ma perché in realtà mi ha detto che stava scendendo… Il percorso tra il Campo IV e il Campo II era molto pericoloso. Stavamo speculando su dove fosse, immaginando che dovesse essere al Campo III. Ma non abbiamo sentito nulla alla radio. Passano due ore. Tre ore. Niente. Poi alle 7 di sera abbiamo sentito che era in vetta. Per altre otto ore non ci furono parole da lui. Ci ha detto che stava lasciando il campo IV per scendere al campo base”.

Sulla base delle vicende dell’Annapurna, era chiaro che la personalità e l’ambizione di Humar non erano adatte al tipo di spedizione che Tone Škarja era abituato a condurre. Non che fosse da solo in questo. Marko Prezelj si era scontrato con Škarja e anche altri alpinisti sloveni stavano trovando le proprie strade. A Humar piaceva lamentarsi del fatto che l’establishment avesse ostacolato la sua carriera, ma Prezelj non è d’accordo.

Tomaž Humar e Bernadette McDonald sulle Alpi Giulie

“È stata una scelta personale”, afferma Prezelj. “Slavko Svetičič era un buon alpinista, e non si adattava a nessuna struttura ufficiale. Poteva però ancora andare in spedizione. Tomaž si sarebbe lamentato di essere stato contrastato dal sistema, ma non era vero. Affatto. Forse ai vecchi tempi lo sarebbe stato, sì. Ma quando stavamo andando noi in Himalaya, era finita”.

Infatti, nonostante le loro divergenze all’Annapurna, Tone Škarja e PZS sono rimasti legati a Humar. Le sue tre spedizioni himalayane successive ebbero tutte il sostegno ufficiale e per molti dei suoi compagni alpinisti sloveni furono quelli i suoi anni d’oro. Nel 1996, lui e il suo compagno Vanja Furlan hanno vinto il Piolet d’Or per la loro salita pre-monsonica alla parete nord-ovest dell’Ama Dablam in un’unica soluzione di cinque giorni in stile alpino, un’impresa di molto superiore a ciò che fino a quel momento Humar aveva fatto in Himalaya. La commissione spedizioni di Tone Škarja pagò tutti i loro costi.

Quell’autunno ha salito in solitaria e in prima assoluta una vetta nel Nepal occidentale chiamata Bobaye 6808 m come membro di un team all-star che comprendeva Marko Prezelj e un altro geniale campione dell’alpinismo sloveno, Andrej Štremfelj.  Un anno dopo è tornato in Nepal per la quinta volta in tre anni, percorrendo una nuova durissima via sulla parete sud del Nuptse assieme a Janez Johan Jeglič in salita continua di cinque giorni. Ripida, rischiosa ed elegante su una bella parete, l’impresa del Nuptse ha rivelato che livello Humar avesse raggiunto in così breve tempo.

Prove di bivacco prima del tentativo solitario alla Rupal Face del Nanga Parbat. Questa fu una delle avventure più contestate di Humar, a causa dello spettacolare soccorso in elicottero ad alta quota.

Quest’intensa ed esplosiva serie di imprese portò Humar all’attenzione internazionale. Prima del Piolet d’Or, pochi al di fuori del piccolo mondo dell’alpinismo sloveno avevano sentito parlare di lui. Dopo l’Ama Dablam e il Nuptse, la gente si chiedeva cosa avrebbe fatto ancora questo personaggio estroverso. Come Reinhold Messner, afferma Viki Grošelj, Humar ha sviluppato l’abilità di portare la sua attività a un livello tale da catturare l’immaginazione della gente. Ma mentre l’italiano poteva sembrare austero e arrogante, Humar sapeva connettersi anche con quei cittadini sloveni che nulla sapevano di montagna.

Con la faccia lunare e mani piccole e simili a zampe, Humar non era quell’atleta disciplinato che si tiene sempre in forma. Il suo peso era variabile e ogni tanto si strofinava la pancia in modo evidente, aggiungendo che proprio quello era ciò che lo faceva andare avanti quando il gioco si faceva duro. Parlava con calma e serietà, ma poi emergeva l’energia dentro di lui, e allora sorrideva e rideva, e i suoi occhi si illuminavano. Il suo ampio sorriso attirava le persone. “Prima di Tomaž”, dice Grošelj, “dovevo spiegare ai miei sponsor cosa fosse l’alpinismo. Dopo Tomaž, non è stato un problema. Ha fatto grandi scalate in Slovenia sia per i suoi nemici che per se stesso”.

Andrej Štremfelj

Ma mentre Humar trovava successo a metà degli anni ’90, creando gran brusio con la sua ascesa tipo meteora, anche i semi del suo futuro fallimento furono seminati, alcuni di sua mano, altri dal destino. In primo luogo, è arrivata la perdita di amici. Šrauf Belak, il suo mentore sul Ganesh V, morì insieme alla sua ragazza in una valanga nelle Alpi Giulie della Slovenia alla vigilia di Natale del 1995. Vanja Furlan, suo compagno all’Ama Dablam, morì in autunno dell’estate successiva, anche lui nelle Alpi Giulie. Sulla vetta del Nuptse, il suo compagno Johan Jeglič è stato spazzato via da una tempesta, lasciando Humar a fare una discesa straziante.

Il Nuptse era stata un’idea di Jeglič. Di ritorno dall’Everest anni prima, aveva individuato una linea sorprendente e sottile sull’imponente parete sud del Nuptse. Jeglič era senza dubbio uno scalatore tecnicamente più capace di Humar. Ha fatto di tutto: grandi pareti nello Yosemite e nuove vie in Patagonia, arrampicate sportive fino all’8b, gare di arrampicata su ghiaccio, vie moderne sulle Alpi, e persino una nuova variante sull’Everest. Il suo nuovo percorso sul Bhagirathi III (Garhwal Himal), fatto con Silvo Karo, fu davvero importante. Ma il maltempo che cadde sul Nuptse fu terribile. Con l’arrivo di ottobre, le squadre avevano iniziato a fare i bagagli e ad andarsene. Humar e Jeglič stavano rintanati al campo base. Ben acclimatati dopo aver scalato il Pumori, hanno aspettato una settimana e poi hanno iniziato a salire il 27 ottobre 1997. Portandosi dietro solo una corda statica in Kevlar da 5 mm, hanno fatto una corsa su un canale di ghiaccio fino a 80 gradi, minacciato da seracchi, fino a una cengia a 5900 metri, il loro primo bivacco. Al mattino il tempo era cupo. In una fitta nuvola e sotto minaccia di valanghe, Jeglič e Humar fecero solo altri 400 metri e si accamparono in un crepaccio, la loro tenda sbattuta da un forte vento.

Humar in azione

La visibilità è migliorata il 29 ottobre, ma hanno scalato solo altri 400 metri di terreno misto ripido, frenato da rocce rotte e ghiaccio. Alla fine scavarono un piccolo ripiano nel ghiaccio e fissarono la tenda con viti da ghiaccio: ma questa fu subito sepolta dalla neve. Humar si svegliò con un forte mal di testa mentre l’aria nella tenda diventava viziata. Era tempo di lasciare lì l’attrezzatura da bivacco e correre gli ultimi mille metri verso l’alto. Si mossero alle 4 del mattino e fecero buoni progressi, nonostante un vento minaccioso. Chiusi nella loro bolla individuale, i due scalavano senza dirsi gran che, fermandosi ogni tanto per condividere un po’ di liquido, scherzando sul fatto che questo fosse tenuto nella bottiglia che serviva anche per la pipì. “Lo risciacqueremo, Johan. Non può far male. Finché è liquido… ” A 7500 metri, Jeglič poteva vedere la cima dell’Everest, ricoperta da una spaventosa nuvola lenticolare. Un vento fortissimo ululò sopra la cresta sopra di loro. Hanno concordato di andare avanti fino alle 14.00.

Jeglič avanzò e, alle 13, Humar alzò lo sguardo e lo vide agitare le braccia, apparentemente in cima. Ma quando Humar arrivò 15 minuti dopo, non c’era traccia di lui. Jeglič era sparito, travolto da quel vento selvaggio. Humar era completamente solo, bloccato sulla cima di Nuptse. La sua discesa fu un incubo, tutta sull’orlo dello sfinimento. Raggiunse la tenda del bivacco a mezzanotte e inavvertitamente la distrusse: per un malfunzionamento del fornello il telo prese fuoco. La radio del campo base rimase accesa, esortavano Tomaž a concentrarsi, ma la sera successiva era in preda ad allucinazioni e a rischio congelamenti. Erano passati tre giorni da quando aveva bevuto l’ultimo sorso di liquido. Fu trovato alla base della parete a mezzanotte, sfinito e disteso in un crepaccio, e portato in salvo. Scendere dal Nuptse, disse Humar più tardi, fu la “situazione più difficile della mia vita. Una morsa di freddo infernale. Niente acqua, niente di niente”.

I danni fisici – ha sofferto di congelamento a quattro dita – hanno impiegato mesi per guarire. Ma le cicatrici psicologiche rimasero con lui per sempre. Jeglič era molto amato nella comunità alpina slovena, più tranquillo di Humar, meno affascinato dalla sua stessa storia. Per molti, tra cui Viki Grošelj, “Janez era l’arrampicatore migliore in quel momento. Tomaž era stato il secondo”. Humar fu d’accordo, affermando in un’intervista inedita del 2004 a Rock and Ice: “Jeglič era semplicemente il migliore. L’unico errore che ha fatto è stato il suo ultimo viaggio in Nepal”.

Nonostante anni di successi con compagni, dopo il Nuptse Humar ha preferito andare da solo. “Quando Janez è morto ha lasciato i bambini e questo non è facile”, ha detto nell’intervista a Rock and Ice. “Non volevo più tornare a casa con ciò che poteva rimanere el mio compagno, il passaporto e il portafogli”.

Il dolore per la perdita di Jeglič ha suscitato alcune violente accuse su ciò che è realmente accaduto sul Nuptse. Alcuni arrivarono a dire che da quella montagna era tornato l’uomo sbagliato. “Humar è stato un parafulmine per tutte le varie tensioni dell’alpinismo sloveno”, afferma Grošelj. “Era molto sicuro che di essere nel giusto, quindi non ascoltava. Gli era difficile avere una prospettiva diversa sulle cose”.

Humar in azione

I problemi per la guarigione significavano che non aveva altro da fare che rimuginare, rivelando così un aspetto più oscuro nella sua personalità, molto diverso dall’entusiasmo frizzante che mostrava ai suoi fan. Anche il suo matrimonio stava iniziando a cedere. Sergeja aveva dato alla luce il loro secondo figlio, anche lui Tomaž, mentre Tomaž senior era sull’Ama Dablam. I lunghi mesi di separazione e di ansia avevano messo a dura prova Sergeja che, dal momento delle partenze del marito, viveva con la paura che non potesse tornare. Ma quando lui tornava, la forza della sua personalità sembrava riprendere il controllo della vita di lei.

Sfogliando gli album fotografici della famiglia, la biografa Bernadette McDonald poteva vedere la tensione dell’ossessione di Humar impressa sul viso di Sergeja. “Nelle prime fotografie sembra felice, poi mentre giravo le pagine ho visto le linee della disperazione diventare più profonde”.

In un profilo per la rivista Outside, Peter Maass ha scritto che stare con Tomaž era fondamentalmente come stare con un bambino con ADD (disturbo da deficit di attenzione). Humar, disse Maass, non smetteva di parlare e saltava da un argomento all’altro, toccando suo padre, il suo club di arrampicata, George Bush, l’aborto, la scalata e il cibo in un monologo continuo.

Humar sale la via nuova sulla parete sud dell’Aconcagua

“Deve essere stato difficile convivere con lui”, afferma Viki Grošelj. “Andavamo da lui e ci si divertiva anche parecchio… ma poi noi potevamo tornare a casa e riposare…”.

Sergeja era sempre stata profondamente religiosa, ma la frustrazione nella convivenza con Tomaž la spinse ulteriormente nella sua fede. Disse a Maass che aveva scelto Tomaž come “Gesù aveva scelto la croce”. Ma era comunque ansiosa di sapere dove il loro matrimonio stesse andando e desiderava che lui non spingesse più sull’acceleratore.

Anche Humar parlava spesso della sua vita spirituale, che confondeva il cattolicesimo della sua infanzia con praticamente ogni cibo per l’anima reperibile sul mercato. “Sono nato cristiano”, ha detto a Rock and Ice, “ma se credi in Allah o Buddha, la cosa principale è l’amore. E’ tutto lo stesso”.

Il buddismo quasi lo cattura. Portava con sé una fotografia del leader spirituale indiano Sai Baba, che ha affrontato accuse di frode e abusi sessuali, ma il cui atteggiamento eclettico nei confronti della religione piaceva a Humar. Iniziò a parlare di avere una relazione spirituale con le montagne, come se le montagne fossero entità viventi.

“La parete di una montagna ha un’anima”, disse. “Le montagne non sono morte. Sono cose molto viventi”. Le allucinazioni provocate dallo sfinimento sul Nuptse furono un’esperienza spirituale che gli permise di sopravvivere. Cominciò a pensare a loro come a vedere con il suo terzo occhio interiore, o ciò che i buddisti chiamerebbero la nostra porta interiore per una coscienza superiore“. “”Quando si accetta il pericolo, è più facile gestirlo”, ha detto. “Devi capire quando senti la montagna. E’ il mio terzo occhio che mi guida. Anche quando sei su roccia marcia sai cosa terrà e cosa no”.

La Rupal Face del Nanga Parbat con il punto massimo raggiunto da Humar.

I suoi stessi amici erano scettici. “Tomaž ha raggiunto il limite che la sua  formazione ed esperienza potevano fargli raggiungere”, dice Grošelj. “Ha visto che non c’era nessuno spazio per migliorare ancora e forse ha pensato che il suo approccio al terzo occhio fosse un modo per essere il migliore, che se capisci queste cose puoi essere un alpinista migliore. Era un modo di vedere. Non era classicamente religioso, non quello che vale per le nostre chiese. E io ero diverso da lui in questo. Io ho pensato che fosse pericolosa questa ricerca spirituale. Ne abbiamo riso. Quando tornò dal Nanga Parbat gli chiesi: ‘Dov’è il tuo terzo occhio adesso?’. Lui rise: ‘Non lo so. Forse l’ho lasciato cadere?’. È fantastico. La gente lo amava per quella roba. Era un po’ mistico. Agitava le braccia e la gente lo guardava”.

Spinto dal suo stesso slancio, Humar si è trovato sempre più isolato dall’alpinismo sloveno. Quel processo raggiunse l’apice sul Dhaulagiri, la montagna che trasformò la sua vita. Nella sua autobiografia, No Impossible Ways, Humar suggerisce che la sua rottura con PZS avvenne durante le furiose discussioni che ebbe con Tone Škarja sull’Annapurna. Škarja non la vede così.

“E’ al Dhaulagiri, che ci siamo divisi”, dice. La ragione non era la spiritualità o la morte degli amici, dice, ma il denaro, puro e semplice. “È venuto da noi a giugno o luglio del 1999. Sapevo che era già stato dai nostri sponsor dell’Annapurna chiedendo loro perché stavano dando soldi a spedizioni così grandi [come la nostra] quando potevano farlo per lui da solo e per meno. Voleva 10.000 dollari, ma noi eravamo in rosso. Gli ho detto che era un grosso rischio”.

Parete sud del Dhaulagiri: la famosa operazione al dente di Humar, condotta da lui stesso con l’uso del coltellino svizzero.

L’espressione “grosso rischio” è un eufemismo. La parete sud del Dhaulagiri è enorme, alta quasi 4000 metri e irta di pericoli oggettivi. La salita in solitaria proposta da Humar era come trovarsi in vetta durante la prima guerra mondiale. Il suo mentore Bojan Pollak ha stabilito le probabilità della sopravvivenza di Humar sul Dhaulagiri a 50/50. Lo stesso Tomaž, dopo l’evento, ha suggerito con disinvoltura di avere una probabilità del 20% di sopravvivere. In seguito ha giustificato il rischio dicendo: “Nell’alpinismo hai bisogno di rischio. Senza rischi non hai l’alpinismo”.

Messner aveva tentato la salita e aveva fallito. Un grande team polacco aveva scalato una linea più facile sulla sinistra della parete. Una spedizione slovena si era avventurata a destra, per poi virare sulla cresta est. La vera linea, il centro della parete, era ancora inviolata, aspettando solo che arrivasse qualcuno con il giusto tipo di volontà estrema ed energia selvaggia per provare. Humar aveva esattamente quei numeri.

Quando Škarja vide la richiesta di denaro di Humar, s’infuriò. Humar allora si è dato un gran daffare, telefonando ai contatti e seguendo le indicazioni fino a quando non ha ottenuto 20 minuti con la società di telecomunicazioni slovena Mobitel. Questi accettarono di appoggiarlo e l’impresa poté ripartire. Collegandosi con un grande sponsor aziendale, Humar ha provocato la rottura degli schemi per l’alpinismo sloveno. È entrato in un nuovo gioco, basato sulla gestione di grandi aspettative finanziarie e pubbliche, che ha messo alla prova la sua forza mentale tanto quanto i seracchi e le frane di sassi. Erano molte le cose che cavalcavano i piani di Humar, in gran parte al di fuori del suo controllo. Stava consultando gli astrologi per scegliere la data migliore per iniziare a scalare mentre firmava accordi con aziende che stavano portando la Slovenia dal socialismo al libero mercato. Škarja poté solo farsi da parte e  ammirare il senso degli affari del suo ex protetto.

La gigantesca parete sud del Dhaulagiri vista dal campo base.

Humar avrebbe potuto anche essere del tutto solo, ma si portò con sé un gruppetto di amici e aiutanti per alleviare l’isolamento del campo base sotto il Dhaulagiri. Aveva anche la compagnia di migliaia di alpinisti in poltrona che accedevano alla rete per seguire ogni accadimento. Questo interesse per lui stimolava Humar come l’aria calda gonfia un pallone. Il tempo in Nepal, dopo il monsone, era terribile. Il giorno prima dell’inizio, l’alpinista britannica Ginette Harrison moriva sulla montagna. Proprio quando Humar partiva, un’enorme valanga spazzò il centro della parete.

Gravato da un carico pesantissimo, il primo giorno ha fatto progressi lenti, sotto una gragnola di ghiaccioli e zuppo di neve bagnata e acqua corrente. Nelle sezioni tecniche legava il suo sacco e faceva il tiro con un cordino in Kevlar da 5 mm, con il quale poi riscendeva per recuperare la sua attrezzatura. Aveva alcune camme, quattro viti da ghiaccio e una mezza dozzina di chiodi. Portava anche una scarpina di suo figlio come porta-fortuna. Ciò che provava per la montagna e ciò che la montagna provava per lui sembrava importante quanto la sua pianificazione. “Devi sentire e annusare come un cavallo, solo allora sei in accordo con la montagna”, ha detto. “Normalmente, non vado su una parete se non ho il permesso della parete stessa”.

Nonostante l’eloquio favolistico di Humar, Grošelj afferma che è un errore pensare che non abbia prestato attenzione ai dettagli. “Era impulsivo, sì, ma quando si trattava di arrampicare era accurato e preparato molto bene. Stipe mi ha detto quanto fosse incredibilmente sicuro. Era preciso sulle cose”.

Humar diceva che allenarsi ed essere preparati erano solo una parte di ciò di cui avevi bisogno per essere sicuro. “Devi essere come un orologio svizzero”, ha detto sulla sua filosofia di arrampicata, ma “anche benedetto da Dio e con molta fortuna. La fortuna è un dono, non è un assoluto. Dovresti essere preparato ad aver fortuna. Alla fortuna piace che siamo preparati”.

Jim Bridwell e Tomaž Humar

Con il passare dei giorni il piccolo involucro di sogni di Humar si alzò sempre più in alto in parete: e sempre più persone tornavano a casa e si buttavano in internet per sapere i suoi progressi. Questo era importante per lui, traeva forza dall’impatto che stava provocando. Scoprì anche di poter dissociare la mente dalle difficoltà che aveva il corpo. Sotto le scariche continue di ghiaccio, sfinito dopo giorni in parete con poco sonno e cibo, scopriva che la sua concentrazione spirituale lo faceva davvero andare avanti. A 6300 metri gli è venuto un mal di denti furioso, quindi si è tolto il dente con il temperino, scoprendo l’infezione sottostante ma allentando la pressione nella sua testa. Il pubblico a casa faceva smorfie di simpatia.

Ormai a più di due terzi della parete sud, Humar si rese conto che, se fosse rimasto ancorato alla sua linea diretta, non ce l’avrebbe fatta. Questo voleva dire morire. Non c’era altro modo di uscire da quella parete se non verso l’alto. Così decise di seguire una linea che obliquava verso la cresta est, quella salita da una spedizione giapponese del 1978, e di salire poi gli ultimi otto o novecento metri fino alla cima in quel modo. Giunto a 8000 metri, a quanto pare, il nono giorno Humar era uscito così stravolto dal suo ultimo bivacco che la partita si poteva dire chiusa. Guardò attentamente le foto dei suoi figli e si diresse verso il basso. “I miei figli si fidano di me”, avrebbe detto in seguito. “Il padre torna sempre”. Dhaulagiri, a quanto pare, gli ha permesso di superare la parete, ma non gli ha concesso la vetta.

È tornato a casa per un benvenuto agitato. Il suo sito web ricevette 1,7 milioni di visite al giorno quando la scalata era giunta al suo culmine, e la Slovenia intera è stata entusiasta di scoprire di più su questo “viaggiatore” ai margini della vita. Il suo sponsor Mobitel ha inviato il jet executive a Bruxelles per portare Reinhold Messner, allora membro del Parlamento europeo, agli arrivi in aeroporto per applaudire il successo di Humar. “Che cos’è?”, mi ha chiesto un alpinista sloveno, “Il papa degli alpinisti”?

Tomaž Humar su Reticent Wall di El Capitan (A5), da solo.

Messner aveva messo una condizione. Nessuno doveva menzionare il suo precedente riconoscimento a Tomo Česen. “Al momento”, ha affermato Messner, “Humar è il più grande scalatore d’alta quota del mondo. Quello che ha fatto è speciale. Conosco queste pareti e sono molto difficili, specialmente quella del Dhaulagiri”.

Ma tornato a casa, presto la bolla delle ovazioni si sgonfia attorno alle orecchie di Humar. I critici sloveni sottolineavano che non aveva raggiunto la cima. Né aveva scalato la vera linea che aveva programmato, prendendo tutta la parete, qualunque cosa la stampa stesse dicendo. Il percorso è stato sottoposto a un’eccessiva critica malevola. Humar era poco più che una sconsiderata scimmia acrobata pronta ad accettare le grandi probabilità di incidente fatale che la maggior parte degli scalatori consideravano pura follia.

Oggi, 10 anni dopo, il giudizio sulla più famosa avventura di Humar è più sfumato. Marko Prezelj mi ha detto: “Il Dhaulagiri è stata una grande epopea, una buona scalata, ma per me personalmente non è stata una pietra miliare nell’evoluzione dell’alpinismo. Confrontala con Slavko Svetičič in solitaria sulla parete ovest dell’Annapurna per via nuova, tecnicamente parlando più difficile, che si è unita alla via normale a 7900 metri. Nel 1991: nessuno ne ha mai sentito parlare”.

Viki Grošelj è più generoso. “Aveva le palle per iniziare nel mezzo di quella parete e aveva un piano”. Per questo, suggerisce Grošelj, Humar merita il suo posto nel pantheon. “Secondo me, la scalata del Dhaulagiri di Humar è stata la cosa più grande che un essere umano abbia fatto in Himalaya”.

Tomaž Humar su Reticent Wall di El Capitan (A5), da solo.

***

Un anno dopo la sua decisione di deviare dalla sua linea sulla parete sud del Dhaulagiri, Tomaž Humar giaceva in tanti pezzi, non al fondo di una parete di roccia ma in quella che sarebbe stata la cantina della nuova casa che stava costruendo per Sergeja e il loro bambini nelle Alpi di Kamnik. Quando riprese conoscenza, Humar sentì che qualcosa di strano lo appesantiva. Era la sua gamba destra, con il femore rotto. Il tallone sinistro era in frantumi. Humar ha perso tre litri di sangue e ha subito un’embolia polmonare, operato d’urgenza con un intervento di sei ore.

Crudele ironia. Partecipava a festival cinematografici e faceva conferenze in tutto il mondo, era stato decorato dal presidente della Slovenia, era salutato per strada da sconosciuti, per lui era anche un gran momento dal punto di vista dei suoi guadagni e sembrava che la scommessa che aveva fatto con il destino fosse stata ripagata. Ora era ridotto a una sedia a rotelle. Pareva che fosse andato incontro a una nemesi.

Ma non era così. Non ancora. Era infaticabilmente volitivo e questo rese possibile il suo recupero. Quando i dottori gli dissero di non aspettarsi troppo, lui rise e basta. Complicazioni e infezioni hanno rallentato i suoi progressi. Se non fosse andato in Germania per ulteriori cure, Humar sarebbe rimasto su quella sedia a rotelle che lui chiamava la “Ferrari rossa”. Humar in seguito disse di essersi ripreso “con l’aiuto di Dio e nessuna medicina”. In effetti si sottomise anche a cure non ortodosse. Meditava, portando il cuore fino a 200 battiti al minuto, poi si immergeva in acqua fredda per “temperare il corpo”. La ripresa è durata due anni.

Guardando indietro, molti di quelli che erano vicino a Humar concordano sul fatto che non aveva più la stessa energia dopo l’incidente. Ma quello che ha fatto subito dopo è stato abbastanza impressionante, considerando la gravità delle sue ferite in seguito al quale era rimasto (lo diceva lui) “per il 30,5 per cento paralizzato”. Ha scalato lo Shisha Pangma con una spedizione kazaka come parte della sua riabilitazione, e una nuova via sulla parete sud dell’Aconcagua con un giovane ragazzo del club Kamnik, Aleš Koželj, cosa che gli è valsa una terza nomination per il Piolet d’Or. La via di Humar sull’Aconcagua, ha detto, è stata la più difficile, “nemmeno una vite da ghiaccio o un chiodo per protezione”. Quella salita, disse, era sotto un grande seracco. “Un biglietto di sola andata. Mi piacciono i biglietti di sola andata”.

Tomaž Humar su Reticent Wall di El Capitan (A5), da solo. Qui mostra un copperhead prima di allocarlo.

Sembrava che fosse costantemente impegnato in una specie di mistica lotta interiore. Nel 2004, a cinque anni dal suo ultimo successo significativo, Humar disse che aveva bisogno di tornare alla dura scalata per “fronteggiare la mia debolezza”, aggiungendo che si era scoperto avere “buchi neri” nella sua essenza. “Devi seguire la strada”, ha detto, “e lei si prenderà cura di te”.

Nel 2005, è tornato in Nepal a scalare il Cholatse con Koželj e Janko Oprešnik, un vecchio compagno dell’Annapurna. Mentre erano sulla montagna, Ueli Steck, la star svizzera della generazione successiva, ancora ventenne, stava salendo da solo una nuova variante in 37 ore. E qui Humar deve aver sentito il suo futuro alle spalle.

Il Nanga Parbat, deve aver pensato Humar, gli avrebbe dato la sua seconda possibilità. Una nuova via, da solo, su per la Rupal Face avrebbe superato anche il suo successo sul Dhaulagiri. È arrivato in Pakistan nell’estate del 2005, ancora una volta con la sponsorizzazione di Mobitel e gli occhi del mondo su di lui. Sul suo sito web ha spiegato quanto e perché sarebbe stata impegnativa la sua scalata. “Se fosse stato facile essere salvati, qualcuno avrebbe già provato a scalare questa via. Tutti gli alpinisti che decidono di fare una simile impresa sanno che potrebbe non esserci modo di tornare indietro”. Quelle parole erano destinate a essere la sua persecuzione.

Tomaž Humar in Yosemite

Humar non era nel giusto stato d’animo per un’impresa così gigantesca. Il suo matrimonio con Sergeja era crollato e la testa non era esclusivamente sulla montagna. “Messner una volta ha detto che devi essere calmo, in equilibrio con te stesso, prima di fare una scalata estrema”, dice Viki Grošelj. “Ma Tomaž negli ultimi anni ha avuto un grosso problema con questo”.

Poco dopo aver iniziato la parete, Humar si è fermato, intrappolato in un piccolo buco nel ghiaccio a oltre 6000 metri, minacciato da tutte le parti da valanghe. Non poteva salire né scendere. La sua posizione disperata ha fatto il giro del mondo, mentre iniziavano i tentativi internazionali per salvarlo. Ci è voluto l’intervento personale del presidente pakistano, il generale Pervez Musharraf, per acconsentire a un salvataggio in elicottero senza precedenti, e la straordinaria abilità del pilota dell’aeronautica pakistana Rashid Ullah Baig per riuscirci. Humar era fermo da 10 giorni ed era vicino alla fine. La televisione slovena ha dedicato 20 minuti alla sua fortunata evacuazione. Fu fotografato al campo base, in ginocchio con la fronte premuta sulla terra in segno di gratitudine. Humar è tornato a casa per il sollievo dei suoi fan e il vetriolo dei suoi critici. Definiva il suo salvataggio una sua “seconda nascita”.

Dopo il Nanga Parbat, tutto è cambiato. Si ritirò, letteralmente e psicologicamente. La seconda vita di Tomaž Humar è stata vissuta lontano dall’attenzione dei media. Viki Grošelj gli aveva parlato tramite telefono satellitare durante il salvataggio ed era rimasto colpito dal cambiamento che il Nanga Parbat aveva operato in lui. “Era felice di essere vivo”, dice. “Ma essere salvato non è stato un bene per il suo ego. Messner ha detto lo stesso. L’ha incontrato in Pakistan giusto allora. Tomaž è sceso molto euforico ma non è tornato alla sua vita. In quel momento ha iniziato a chiudersi”.

 

Humar con i due piloti, Rashid Ullah Baig e Khalid Amir Rana, che lo hanno salvato sopra i 6000 metri sul Nanga Parbat nel 2005 quando è rimasto intrappolato dalle valanghe sulla Rupal Face. Il salvataggio in alta quota, ordinato dal presidente del Pakistan, gli determinò l’attenzione di tutto il mondo: la televisione slovena gli dedicò 20 minuti. Foto: collezione Humar.

Se il Dhaulagiri aveva consacrato Tomaž Humar a star, le aspettative per il suo tentativo sul Nanga Parbat erano colossali. Perciò quel fallimento fu drammatico e orribilmente pubblico. Le sue riflessioni filosofiche ora risuonavano vuote e stonate. Dopo un salvataggio come quello, sotto gli occhi di tutti, che comportava rischi per i soccorritori, avere il proprio bioterapista a portata di mano per leggere l’aura della montagna lo ha fatto sembrare un buffone e un imbroglione. Più dolorosi ancora furono le mattonate che si prese  da altri alpinisti. Mark Twight era sbalordito da ciò che si era trasformato in un circo: “Ora così ogni impreparato coglione, con capacità non certo all’altezza delle sue ambizioni himalayane, può chiamare per radio, chiedere aiuto e aspettare che la cavalleria gli salvi la giornata”, ha detto in un articolo sul National Geographic Adventure del dicembre 2005.

Quell’errore colpì duramente Humar. Quando riemerse – per scalare la parete sud dell’Annapurna (ottobre 2007, Annapurna Central Summit), o quando tentò un salvataggio all’ultimo momento per il connazionale Pavle Kozjek, disperso sulla Muztagh Tower – l’interesse per quella stella al tramonto si confuse con le beffe. Solo quelli più vicini a lui sapevano quanto fosse sensibile. Infatti era solo in pubblico, afferma Bernadette McDonald, che poteva sembrare insolentemente preoccupato solo delle sue stesse ambizioni. “La mia impressione, tuttavia, era che fosse una persona emotivamente fragile, e quelle cose gli facevano molto male, il tipo di cose che la gente diceva: cioè che avrebbe dovuto essere più “uomo” e morire lassù”.

Tomaž Humar su Reticent Wall di El Capitan (A5), da solo.

***

Lo scorso autunno (2011, NdR), l’alpinista italiano Simone Moro si è trovato inaspettatamente a Kathmandu. Si era acclimatato in Nepal, prima di recarsi al Cho Oyu dal Tibet, ma le autorità cinesi hanno improvvisamente revocato i visti e il permesso della sua spedizione per motivi politici. Era il 60° anniversario della Repubblica popolare e non volevano correre rischi di alcun tipo. Una mattina, Moro si imbatté in un vecchio amico che camminava per strada: Tomaž Humar. I due cenarono insieme e Humar mostrò a Moro una vecchia immagine fotocopiata della parete sud del Langtang Lirung.

“Tomaž ha detto che la parete era stata tentata due o tre volte prima e che tutti avevano fallito”, mi ha detto Moro, che diede a Humar alcune viti da ghiaccio, realizzate dal loro sponsor in comune, la CAMP. “La linea che mi ha mostrato sembrava essere l’unica possibile su quella parete, con meno rischi rispetto ad altre. Ma a me sembrava comunque abbastanza pericolosa. Tomaž mi disse anche che l’alpinismo era diventato per lui un hobby e non più il suo lavoro o la sua attività principale. Era diverso dalle altre volte che l’ho incontrato. Mi ha anche telefonato mentre stava andando in autobus verso l’ultimo villaggio, da dove intendeva iniziare il trekking”. Fu, come si è scoperto, un saluto finale.

A parte Moro, quasi nessuno sapeva che Humar fosse in Nepal. Certamente nessuno al PZS, e nemmeno Viki Grošelj che, ha detto, ha cercato di mantenere il suo rapporto con Humar in equilibrio. Separato e poi divorziato da Sergeja diversi anni prima, Humar aveva combattuto una lunga battaglia per mantenere i contatti con i suoi figli. Quando Humar è morto, Sergeja non ha partecipato al funerale, né ha permesso ai bambini di andare, e ha rifiutato di commentare questo articolo. Una lunga relazione di Humar con la giornalista slovena Maja Roš, iniziata al Nanga Parbat, si è interrotta nel 2008. La sua attività, gestendo una compagnia di accesso a mezzo fune, gli ha permesso di vivere abbastanza bene, grazie a un contratto governativo. Ma Grošelj aggiunge che non stava bene come una volta o come molti dei suoi critici credevano che stesse.

Tomaž Humar in una foto-posa su ghiaccio.

Cosa aveva in mente Tomaž Humar mentre lasciava il campo base per l’ultima volta? Alta 3300 metri, la parete sud del Langtang Lirung è una delle più grandi dell’Himalaya e la sua reputazione fa riflettere. Mike Searle, leader del tentativo britannico sulla parete sud-ovest del Langtang nel 1980, ricorda che le valanghe lungo la parete impiegavano circa quattro minuti per raggiungere il fondo. Quella spedizione era partita dal villaggio di Langtang, a valle di Kyanjin Gompa a 3500 metri. Ci vollero settimane di sforzi per salire lo zoccolo e la parte iniziale su una ripida parete per giungere a circa metà via, in corrispondenza di una grande incavatura al centro della parete. Lì decisero di interrompere.

Humar scelse un approccio alternativo che dava una possibilità reale al suo audace tentativo in solitaria. Alla fine della prima settimana di novembre, lasciò il campo base sul ghiacciaio del Langtang e salì al colle sotto la cresta sud. Qui, l’8 novembre 2009, chiamò Jagat, il suo amico cuoco e direttore del campo base. Cosa è successo dopo non è chiaro. O ha attraversato in parete oppure, più probabilmente, è sceso in doppia su terreno più facile ai piedi del colle e quindi ha raggiunto il cuore della parete sud-ovest.

Mike Searle ricorda: “Nessuno di noi poteva essere così bravo da schivare le valanghe che venivano dai pendii di ghiaccio sopra”. Il percorso era scalabile, dice, “ma i pericoli oggettivi erano troppo grandi”. E’ assolutamente ipotizzabile che Humar sia stato colpito da una scarica e che sia caduto il giorno successivo, il 9 novembre.

Nessuno con cui ho parlato si è dimostrato sorpreso che Tomaž Humar sia morto in quel modo. “Spero di avere una lunga vita”, aveva detto prima del Nanga Parbat. “Ma probabilmente non arriverò ai 50. Non penso molto alla pensione”. Morto a 40 anni, Humar non si avvicinò nemmeno alla sua pessimistica previsione.

Campo base Rupal. Tomaž Humar e il chapati.

Bernadette McDonald lo ha visto l’ultima volta un anno prima della morte, in un festival cinematografico in Scozia. “Non stava bene. Aveva una specie di intossicazione da piombo e stava vedendo un medico in Germania. Stava scherzando come faceva sempre in pubblico, ma in privato era preoccupato”. McDonald ipotizza che gli anni in cui da giovane lavorava con pitture e vernici, raccogliendo denaro per le spedizioni, possano essere tornati a presentargli il conto. La sua cattiva salute stava minando i suoi piani futuri. “Mi è sembrata una versione più minuscola della sua ex personalità”, aggiunge.

Aveva, tuttavia, avviato una nuova relazione. Fu la sua ragazza ad avvertire Grošelj della situazione di Humar. L’aveva chiamata lui stesso, e non Jagat, dopo essere stata gravemente ferito nella caduta sul Langtang Lirung, il 9 novembre. Chiese a Grošelj se poteva organizzare un salvataggio. Grošelj ha contattato Gerold Biner, che aveva supervisionato il salvataggio pakistano, ma poiché questi si stava riprendendo da un intervento chirurgico, ha affidato l’incarico a Bruno Jelk. Ha anche contattato l’agente nepalese di Humar, Ang Tshering.

Mercoledì 10 novembre Humar ha chiamato Jagat: “Mi sono rotto la schiena e la gamba”, ha detto. “Temo che sarà difficile per un elicottero localizzarmi. Il mio polso è debole e penso che morirò. Questo è il mio ultimo… ”

Tomaž Humar in posa sotto la Rupal Face del Nanga Parbat.

Ang Tshering stava già organizzando un volo a Langtang con la compagnia Fishtail per farvi arrivare una squadra di ricerca. La mattina dopo raggiunsero la cresta sud da dove Humar aveva chiamato Jagat l’8 novembre, ma non riuscirono a vedere alcun segno di lui. Il maltempo di giovedì e venerdì, quando gli svizzeri sono arrivati ​​a Kathmandu, ha impedito ulteriori ricerche.

Come Tomaž Humar abbia trascorso i suoi ultimi giorni è un mistero che potrebbe non essere mai spiegato. Ma tra le speculazioni ci sono alcuni indizi. Anthamatten si chiese quali fossero i piani di arrampicata di Humar. Perché attraversare la cresta sud e scendere? Humar aveva studiato la parete e i precedenti tentativi. Forse, arrivando dall’altra parte della cresta sud e scendendo sul ghiacciaio sopra questa sezione, Humar pensava di poter risparmiarsi oltre 1500 metri di dura scalata, una soluzione ingegnosa al problema che aveva impantanato gli inglesi nel 1980.

Tomaž Humar e il neonato Tomaž jr., 1996

Perché ha chiamato prima la sua ragazza, un giorno prima di chiamare il suo manager al campo base? Grošelj dice che Tomaž non le ha chiesto di chiedere aiuto. Completamente solo e in attesa di morire, voleva solo un contatto umano. Non voleva davvero che si montasse un altro imponente salvataggio? Sembra improbabile. Il proprietario di un lodge a Kyanjin Gompa disse ai trekker britannici che aveva il numero di telefono satellitare di Humar e lo chiamò. Humar, disse il proprietario del lodge, era alla disperata ricerca di aiuto. Voleva vivere. Si sarebbe potuto fare di più per salvarlo?

Gli amici intimi ritengono che se lo svizzero fosse stato chiamato prima, forse Humar avrebbe potuto sopravvivere. Ma Humar era stato vago sui suoi piani anche se si era impegnato come al solito in modo totale. Nessuno sapeva meglio le conseguenze di un incidente – e quanto sarebbe stato improbabile un salvataggio – dello stesso Humar. Infine, dov’era la sua attrezzatura? Il suo saccopiuma e il fornelletto? Viki Grošelj ipotizza che sia caduto dal posto dove stava bivaccando, quando perciò non aveva addosso l’attrezzatura.

Humar al Cholatse, 18 luglio 2005. Foto: Janko Pressnik.

Per la sua ultima salita, Tomaž Humar ha voltato le spalle ai media. Sembrava spinto solo da una coazione interiore a scalare ciò in cui eccelleva: una grande, seria parete himalayana. Sia che fosse alla ricerca di redenzione, sia che volesse tornare alla ribalta, a quel punto il Langtang Lirung era il tipo di palcoscenico in cui poteva recitare pienamente i drammi della sua vita. Eppure, anche nella morte, Humar divide ancora le opinioni come quasi nessun altro.

“È stato uno shock”, afferma Tone Škarja, senza apparire affatto scioccato. “Era un eroe nazionale. Per i non scalatori era il più grande scalatore in Slovenia. Ma il tempo passa. Il pubblico dimentica”.

Škarja sta già guardando alla prossima generazione di campioni sloveni. “La direzione di Marko Prezelj è il modo migliore – arrampicata sicura e tecnica”. Prezelj era al Garhwal Himal l’anno scorso, legato a due grandi promesse, Rok Blagus e Luka Lindič. “E’ così che si fa”, afferma Škarja.

I giornalisti spesso gli chiedono se Tomaž Humar sia stato lo scalatore più influente della Slovenia, ma lui risponde loro di no. Il nome che offre è quello di Nejc Zaplotnik, che raggiunse la vetta dell’Everest nel 1979 lungo la cresta ovest, scrisse un libro intitolato My Way, e poi morì in una valanga sul Manaslu nel 1983. “Zaplotnik aprì davvero nuovi orizzonti per i giovani scalatori. La vita di Tomaž era molto diversa da come lui raccontava. Tomaž è diventato ricco, molto più di qualsiasi altro scalatore. Tutto ciò che Zaplotnik ha fatto è stato per l’alpinismo”.

Bernadette McDonald è più indulgente. “Quando stavo scrivendo il mio libro, avevo la sensazione che Tomaž fosse una specie di personaggio tragico, non solo nel senso della vita e della morte, ma nella sua vita di tutti i giorni. Era così conflittuale su tutto che gli faceva quasi male. Quando ne ho parlato con lui, si è messo a ridere dicendo che non avrebbe mai pensato che io potessi essere così fuorviata dal suo personaggio. Ma penso che avevo ragione”.

Il ritorno di Humar dal nanga Parbat.

Tomaž Humar, l’irruzione di Internet e dei Live Media nell’Alpinismo estremo
di Federico Bernardi
(pubblicato su montagnamagica.com)

E’ all’inizio degli anni ’70, la cosiddetta “Età d’Oro Slovena”, che salgono alla ribalta, col loro stile puro, fuoriclasse sloveni che compiono nell’arco di tre lustri imprese memorabili in Himalaya, Pakistan e Patagonia.
E’ in questo “brodo di cultura” che negli anni ’80 Tomaž  Humar, nato nel 1969, trova la propria ragione di vita. Arrampicatore sin dall’infanzia Tomaž  si ritrova a 20 anni coscritto nell’allora esercito jugoslavo, assiste ad atrocità immonde in Kosovo contro i civili albanesi da parte delle Forze Serbe, inerme e impotente, oltre a vivere in un inferno di sporcizia, senza paga e in un crescendo di orrore che lo trasforma.
Il suo talento naturale lo porta a scalate sempre più spericolate, spesso in solitaria e senza protezioni, che prima suscitano meraviglia poi repulsione nella comunità alpinistica locale.

La parte sud del Dhaulagiri e le sue vie. Foto: da 8000 metri di vita, di Simone Moro.

Viene notato il suo talento e, portato nelle prime spedizioni extraeuropee, Tomaž  si rileva da subito un fuoriclasse, estremamente dotato.
Il rifiuto di ogni tipo di autorità, eredità del suo traumatico passato militare, lo porta a trasgredire le regole ed è così che sale in solitaria il suo primo Ottomila, l’Annapurna, nel 1995, nonostante l’esplicito divieto del suo capospedizione. L’anno successivo la sua scalata in coppia con Vanja Furlan, su una nuova via dell’Ama Dablam, vale ai due sloveni il prestigioso premio Piolet D’Or e la notorietà internazionale a soli 27 anni (l’intensa carriera alpinistica di Furlan era destinata a interrompersi presto, il 15 agosto 1997, sulla via Kovinarska alla parete nord della Velika Mojstrovka 2366 m, Alpi Giulie, intento a istruire degli aspiranti-guida, NdR).
Nel 1997, con Janez Jeglič, affronta il Nuptse, il quasi Ottomila dirimpettaio dell’Everest, scalano una tremenda via diretta sulla parete ovest, slegati e in parallelo. Janez lo precede sulla cresta che porta in vetta ma scompare, spazzato via da venti terribili. E’ l’inizio di un’ordalia: Tomaž, sfinito dalla scalata e solo, con la morte nel cuore, deve scendere senza corde e protezioni, che il compagno caduto portava. Guidato e incoraggiato via radio, tra bufere, ferite, rischi di cadute continue, riesce a salvarsi in un’epica discesa.
Quello che succede al suo rientro lo sconvolge, viene criticato, accusato in qualche modo della morte del suo fortissimo amico, si trova depresso e chiacchierato nella stretta comunità alpinistica locale. Perde sponsor.

Tomaž Humar su Reticent Wall di El Capitan (A5), da solo.

Così, esattamente un anno dopo, nell’ottobre del 1998, per ritrovare motivazione ed equilibrio, si reca in California, nella Yosemite Valley.
In mente ha un’idea pazzesca, come sempre: scalare Reticent Wall, forse la via in arrampicata artificiale più dura del mondo. E lui, in 15 giorni, completa i 1300 metri in solitaria, tra lo sbalordimento generale.
Tomaž aumenta la confidenza nelle sue capacità, e concepisce quella che rimane la sua più incredibile ed epica impresa in Himalaya: provare a salire in solitaria la parete sud del Dhaulagiri, più di quattro chilometri verticali, un imbuto concavo sottoposto a scariche di ghiaccio e valanghe e da cui lo stesso Messner, che volle fare una ricognizione per valutarla, si ritirò preoccupato dai pericoli evidenti.
Tomaž  e il suo team, sloveni, raccolgono quasi 100.000 dollari per questa lungimirante idea: il progetto di solitaria diventò il primo evento trasmesso via Internet, live, sul suo sito: al campo base, infatti, una squadra lo seguiva con teleobiettivi e radio. Erano gli ultimi giorni di ottobre 1999.
Il resoconto di questa impresa è leggenda: Tomaž  Humar sale tra valanghe, roccia marcia, poche protezioni, un dente dolente con granuloma che è costretto a estrarsi a 7000 metri di quota con un coltellino svizzero, il fornellino che si esaurisce come il cibo… la parete non ha ghiaccio stabile, il caldo rende tutto più difficoltoso e Tomaž, addirittura, ricorre al dry-tooling (cioè usare piccozza e ramponi su roccia, non su ghiaccio), a oltre 7600 metri.
Esce dalla parete sud dopo 9 giorni a circa 8000 metri, esausto, pensa al figlioletto a casa e decide di ritirarsi senza raggiungere la vetta. Tutto questo documentato in diretta. Un capolavoro alpinistico assoluto ma anche un successo mediatico. Al ritorno, in Slovenia, trova Reinhold Messner in persona che lo aspetta per congratularsi.

La sua carriera viene quasi stroncata da una caduta casalinga, da un tetto che stava riparando, nel 2000. Compie un recupero strabiliante, e torna a scalare vette come lo Shisha Pangma nel 2002.
Nel 2005 l’episodio più controverso della sua luminosa carriera alpinistica avviene in Pakistan: tenta in solitaria l’enorme parete Rupal del Nanga Parbat, che porta alla memoria il trionfo e la tragedia dei fratelli Messner.
Si ritrova intrappolato a circa 6000 metri, tra valanghe continue, in un buco nella roccia, impossibilitato a salire o scendere. Giorni e giorni, senza più acqua e cibo, sfinito, ma con le pile della radio ben cariche, fattore che gli consentirà quel “contatto umano” con migliaia di persone da tutto il mondo che mandano messaggi via mail e che il team gli legge nella lunghissima attesa. L’operazione di soccorso viene organizzata e il presidente pakistano ordina ai suoi piloti militari di tentare un improbabile salvataggio in elicottero.
E i piloti compiono il miracolo: Tomaž  viene agganciato e rapidamente viene depositato al sicuro 2000 metri più in basso.
Accade l’incredibile, oltre ai piloti che ovviamente diventano eroi nazionali pakistani, anche Tomaž  compie un lungo giro di conferenze sull’accaduto, e comincia una riflessione aperta e sincera sulla necessità di portare la sua vita e il suo alpinismo su un sentiero quasi spirituale, necessario per il suo Karma.

Nepal, Langtang Valley, la parete sud-est del Langtang Lirung, fine dicembre 1975.

Nel 2007 il suo ultimo capolavoro: una nuova via in solitaria, ovviamente in stile alpino e senza ossigeno, sull’estremità della parete sud dell’Annapurna, ripidissima e pericolosa, chiudendo un cerchio ideale perché vent’anni prima quella fu la sua prima scalata su un Ottomila, da ribelle.
E’ il 2009 quando Tomaž  decide di scalare in solitaria, e senza annunciarlo, la parete sud del Langtang Tirung, un 7000 nepalese difficile. E’ in spedizione col suo fedele amico e cuoco Jagat. Jagat riceve una chiamata da Tomaž  che lo avvisa di essere caduto a 6000 metri, di essersi rotto le gambe e probabilmente la schiena, e che “è finita”.
Parte una disperata operazione di soccorso, da tutto il mondo arrivano offerte di aiuto. Anche se discusso, da alcuni detestato, quello che succede dimostra che Tomaž  è amatissimo. Forse quello che ha sempre cercato dal pubblico e dalla comunità alpinistica: rispetto, amore e comprensione. il suo corpo viene recuperato da un team in elicottero, centinaia di metri più in basso del previsto. Forse, il suo ultimo ed estremo atto di ribellione è stato lasciarsi cadere.

La parete sud-ovest del Langtang Lirung, fatale a Humar.

Con le parole di Elizabeth Hawley, la Signora dell’alpinismo e autorità dell’Himalayan Database, vogliamo concludere questo breve riassunto di una grande vita, dedicato a un Uomo e Alpinista straordinario:
“Considero Humar – come molti degli sloveni – forse il più forte alpinista degli ultimi anni. Percorre vie estremamente difficili, grandi pareti himalayane in stile alpino, in solitaria, con poco impatto sull’ambiente. Basti ricordare la Sud del Dhaulagiri fino 7900 metri. Al tempo stesso è gentile nei modi, cordiale, sempre disponibile: un vero gentleman. Pensate, che si ricorda persino la data del mio compleanno, e mi manda gli auguri”.

2015, celebrazioni per il 150° del Cervino: Simon Anthamatten e d Hervé Barmasse.