Alpinismo e CCCP – 1

Alpinismo e CCCP – 1 (1-2)
(Storia e musica di montagna in Unione Sovietica)
di Sara Fagherazzi

Dedicato alla mia famiglia, per avermi portato in montagna da bambina. A Francesco, che mi ha iniziato all’alpinismo e alla letteratura di montagna, ad Anna e Giorgio Bertone per i loro racconti davanti al caminetto in Val Veny e per avermi regalato i primi sci d’alpinismo. Ai miei amici, con i quali le gite finiscono sempre a salame e vino.
In onore di Chaširov Kilar, primo salitore dell’Elbrus durante la spedizione condotta dall’Accademia Russa delle Scienze sotto la supervisione del Generale Georgij Arsen’evič Emmanuel’.

Prefazione
Questo testo nasce dall’unione di due passioni: la cultura russa e l’alpinismo. Nel 2008 ascoltai l’intervista dell’alpinista italiano Simone Moro al Trento Film Festival il quale, in quell’occasione, disse una frase che mi colpì molto. Affermò che parlare di alpinismo russo è un’impresa al pari di una scalata di una parete inviolata essendo poco conosciuto persino dai russi stessi.[1] Incuriosita, iniziai a cercare materiale su internet ed effettivamente non trovai nulla. Molto strano visto che oggi su internet si trova tutto. Non mi arresi ed ecco che, sfruttando diverse lingue nei motori di ricerca e addentrandomi nei siti russi, saltò fuori un articolo su Alp Club, nella sezione storia, in cui veniva citato più volte il nome di Pavel Sergeevič Rototaev. Scoprii che Rototaev scrisse un paio di libri sull’alpinismo tra gli anni ’50 e ’70: Pokorenie gigantov, ovvero La conquista dei giganti, e K veršinam. Chronika sovetskogo al’pinizma, ovvero Verso le vette. Cronaca dell’alpinismo sovietico. Entrambi non sono più editi ma ne trovai un pdf in rete e iniziai a leggere.

La conquista dei giganti fu scritto nel 1958 e racconta le spedizioni alle più alte vette del mondo, gli 8000 dell’Himalaya e del Karakorum. Il secondo libro, più importante del primo per la mia ricerca, è K veršinam, una cronistoria dell’alpinismo russo dalle origini al 1977, anno in cui fu pubblicato. Qui Rototaev racconta in dettaglio avvenimenti storici e scalate in Unione sovietica. Il libro inizia tuttavia con una piccola parentesi sull’alpinismo pre URSS: viene citata un’impresa di Pietro il Grande nel 1600 e diverse nel 1800, per aprire la porta agli anni che seguono il 1917 e dare continuità temporale agli eventi. K veršinam è piuttosto pesante e poco scorrevole. Scritto in epoca sovietica, per essere pubblicato senza censura doveva infatti soddisfare certi requisiti, in primis glorificare l’URSS. I libri di Rototatev devono essere letti in chiave socialista, come una commemorazione delle glorie sovietiche.

L’idea di scrivere un testo sull’alpinismo sovietico è stato sia per un desiderio personale di conoscenza che per condividere con chi come me è appassionato di montagna e della sua storia, portando in Italia un mondo di cui si sa ancora poco o nulla. Questo testo inizia con cenni sull’alpinismo di epoca zarista, dal 1697 al 1917, per poi attraversare gli anni ’20 e ’30, in cui sono nate intorno all’alpinismo varie istituzioni con lo scopo di disciplinare e regolare questa attività sportiva in tutta l’Unione sovietica. L’Alpinismo venne utilizzato come strumento di propaganda del regime socialista, quindi doveva essere regolamentato e controllato come tutte le altre attività. Accanto alle istituzioni, sorte in gran numero, vennero istituiti premi e riconoscimenti sportivi molto ambiti, come il premio “Snow Leopard”. Il testo tratta poi l’alpinismo durante il periodo bellico e post bellico, del periodo della repressione e degli anni che giungono al 1991. Lo scenario alpinistico vede diverse catene montuose, in particolare il Caucaso, almeno fino agli anni ’50. Successivamente il panorama si sposta in Himalaya, con le imprese sulle montagne più alte del mondo, dove ancora oggi si misurano gli scalatori più forti.

L’alpinismo in Russia ebbe un’incredibile successo fin dagli arbori, creando e consolidando una forte presenza nella cultura russa. L’alpinismo non fu, quindi, un isolato fenomeno sportivo esaltato come nuovo culto dall’Unione Sovietica bensì entrò a 360 gradi nella cultura popolare. Ciò avvenne attraverso la musica di due artisti e cantautori: Jurij Iosifovič Vizbor (19341984) e Vladimir Semënovič Vysockij (1938-1980). L’eclettico Vizbor, regista, scrittore, cantante, poeta, giornalista, documentarista, drammaturgo e pittore, un uomo tutto d’un pezzo e incorruttibile, amante della montagna e dell’alpinismo, icona culturale per il pubblico di massa. Molto diverso Vysockij, rinomato poeta, cantante, chitarrista e attore ma anche donnaiolo e alcolista. Icona culturale e allo stesso tempo esempio di sregolatezza, opposizione e protesta. Le liriche di Vizbor sono “pulite”, quelle di Vysockij nascono dal disagio e dalla voglia di riscatto sociale, che egli troverà nella montagna.

Vizbor cresce in una famiglia di modeste origini, da madre medico e padre comandante. Trascorre un’infanzia piuttosto tranquilla, sebbene i suoi genitori fossero separati. Dopo gli studi in lingua e letteratura russa si arruola nell’esercito, per il quale presta servizio qualche anno. Torna a Mosca all’età di 23 anni e inizia a lavorare in radio e, anni dopo, in televisione. La sua vita adulta fu intensa e movimentata, tra tv, cinema, giornalismo, canzoni e le varie mogli (ne ebbe ben quattro) ma comunque nel complesso tranquilla e agiata.

Non si può dire lo stesso di Vysockij, soprannominato con simpatia “il teppista” dallo studioso Roberto Venchiarutti[2]. Figlio di un colonnello, Vysockij passa i primi anni dell’infanzia nella Germania dell’est da privilegiato vincitore in un paese di vinti. A undici anni rientra con la famiglia a Mosca e vive in una stanza d’appartamento condiviso in coabitazione all’interno di una stabile di cinque piani in vicolo Bol’šoj Karetnyj.

Mosca fu un luogo cruciale per la sua formazione. Venchiarutti ricorda che nei primi anni ‘50 ci fu lo smascheramento del “complotto dei medici”, accusati di aver attentato alla vita di diversi leader sovietici, vicenda che si chiuse bruscamente con la morte di Stalin nei primi giorni del marzo 1953. In questi anni viene alla luce un abisso di illegalità e vengono liberati circa quattro milioni di detenuti dei lager siberiani in seguito delle amnistie di massa. Una marea di criminali si riversa nelle grandi città russe e soprattutto nella capitale, le cui strade e i cui quartieri si popolano improvvisamente di cricche malavitose con codici comportamentali appresi nei Gulag. Cosi come in Inghilterra e negli Stati Uniti nascono le bande giovanili dei teddy boys, anche in Russia nascono bande di quartiere che fanno “blatnye pesni” ovvero canzoni della mala.

Vysockij è troppo giovane per far parte di queste aggregazioni ma è abbastanza grande per assimilare la cultura di strada. Il vicolo Bol’šoj Karetnyj, si trovava nella zona più antica di Mosca ovvero il quartiere Samotёka, zona di case basse e stradine anguste nelle quali c’è un gran brulichio di gente, tra cui bande e teppisti metropolitani. L’adolescenza di Vysockij è quindi influenzata in qualche modo dalla malavita e dal caos di Mosca. Inizia a studiare ingegneria, che poi lascia per rincorrere gli studi teatrali. La sua carriera non partì subito, face fatica a inserirsi nel mondo dello spettacolo così, nei giorni più neri, trovava rifugio nell’alcool. Questa sua dipendenza, insieme a quella per la morfina, lo porterà alla morte.

Due vite, quelle di Vizbor e Vysockij, ben diverse ma che si incrociano nella poesia cantata e, a un certo punto, nell’amore per la montagna. Vizbor scrisse le sue canzoni di montagna per amore delle vette, in quanto lui stesso era un alpinista e andava per monti per puro piacere personale. Al contrario, Vysockij inizia a scrivere di montagna per lavoro, ovvero per le esigenze cinematografiche del film Vertikal’ (1967) del regista Stanislav Govoruchin e che racconta di una scalata su una vetta ancora inviolata (Or-Tay, nome di fantasia) nel Caucaso. Data dell’inconsistenza del copione, Govoruchin pensò di rendere più accattivante la pellicola facendo interpretare da uno degli attori alcune canzoni legate al tema della montagna. Per questo ruolo il regista aveva in mente Jurij Vizbor, essendo già noto cantautore di un repertorio di montagna oltre che scalatore e maestro di sci. Dopo aver letto la sceneggiatura, però, Vizbor si rifiutò di prendere parte al film per non rovinarsi la reputazione dato che non aveva i presupposti per essere un capolavoro cinematografico. Il regista allora iniziò a cercare un valido sostituto che potesse recitare e scrivere canzoni di montagna. Fu così che la scelta ricadde su Vysockij, il quale accettò di buon grado, essendo peraltro in condizioni economiche disastrose a causa del suo alcolismo. Questo film fu decisivo per la sua notorietà.

Se le canzoni montane di Vysockij sono state scritte per scopi cinematografici, non si può dire lo stesso di quelle di Vizbor, che invece ha una produzione vastissima di canzoni e poesie di montagna, come si può vedere dalla raccolta del 1989: Ho lasciato il mio cuore sulle montagne blu[3].

Le tematiche nei testi di Vysockij e Vizbor sono temi montanari perenni come il richiamo alla montagna e la felicità che si prova solo in vetta, la necessità dell’uomo di mettersi in gioco sulle vette o la pericolosità della montagna, amicizia, amore, maltempo, guerra, eroismo, attesa e pericolo. Alcune canzoni sono celebrative e ricordano eventi storici e vittorie dell’Unione Sovietica.
[i]
Premessa
Perché andiamo in montagna? Perché l’attività sportiva compiuta soli con noi stessi, senza testimoni se non i compagni lungo il percorso, le stelle, il sole e le nuvole, ci è più dolce e cara del successo ottenuto in presenza di centomila spettatori? Gli sport amati, per quanto belli siano, non sono che una piattaforma su cui dimostrare forza fisica, rapidità di reazione, forza dei nervi… Mentre l’alpinista è parte della natura. Compete con le difficoltà senza conoscere una regola del gioco, senza possibilità di una ritirata, senza pietà. Queste difficoltà sono la neve, le rocce, il ghiaccio, la pendenza, il freddo, il vento, la mancanza di ossigeno. Ma la vittoria in montagna è così grande che nessuna gioia sportiva può eguagliarla (Jurij Iosifovič Vizbor, 1978)”.

Зачем мы ходим в горы? Почему спортивное действие, совершенное наедине с самим собой, без свидетелей, если не считать товарищей по маршруту, звезд, солнца и облаков, нам милее и дороже успеха, достигнутого в присутствии стотысячной толпы? Любимые спортивные игры, сколь прекрасными они бы ни были, всего лишь площадка, где демонстрируются сила, быстрота реакции, крепость нервов… Альпинист же — партнер природы. Он состязается с величинами, не знающими ни правил игры, ни отступления, ни пощады. Эти величины — снег, скалы, лед, отвесы, ветер, холод, гипоксия. И победа горах так щедра потому, что никакая спортивная радость не может сравниться с ней (Юрий Визбор, 1978 год)”.

La montagna è stata spesso associata a qualcosa da temere, di pauroso. Sede di draghi, di Dei malvagi, luogo impervio e pericoloso dal quale stare alla larga. Eppure l’uomo si è sempre spinto sulle temute montagne per passare “al di là”, da una valle all’altra, alla ricerca di nuove terre, per commercio, per conquistare nuovi popoli e territori. Finché qualcuno ha iniziato a scalare le montagne per pura curiosità, per testare i propri limiti, alla ricerca di stesso. O forse perché la montagna è semplicemente li e se qualcuno l’ha creata ci sarà un motivo e si sente il bisogno di misurarcisi. Come dice Vizbor nella Canzone degli alpinisti del 1967, l’amore per la montagna è inspiegabile, è un richiamo troppo forte al quale non si può dare una spiegazione logica e materiale. È così e basta, “si va sempre avanti” fino alla cima e non si può far altro che tornare ogni volta lassù, dove c’è la felicità.

È una cosa da uomini
Lo zaino e la piccozza
E non ci sono dei motivi
Per non mettersi in gioco
Ma c’è questa legge
Si va sempre avanti
E chi non la conosce
È dura che ci capisca


Ritornello:
Dite arrivederci, arrivederci
non promettete di scrivere
Ma promettete di ricordare
E di non spegnere il fuoco
A dopo la scalata!
Alla prossima montagna!


A dopo la scalata!
Alla prossima montagna!
E non c’è nulla
Né oro né minerali
Lassù c’è tutto e niente
la cresta è troppo ripida
e si sente il battito del cuore
ed è terribile la nevicata
molto caro è l’amico
e l’inferno troppo vicino

Ritornello

Ma lassù c’è quello
Ed è questo il bello delle scalate
C’è quello che in altri luoghi non si trova
Dal mattino, si sale, dal mattino
E fino alla vetta
è una battaglia
troverai in montagna
la vittoria su te stesso

Ritornello[4]

PARTE PRIMA
Cenni di alpinismo zarista
La prima scalata alpinistico-scientifica riconosciuta a livello mondiale come tale viene convenzionalmente datata l’8 agosto 1786, quando la vetta del Monte Bianco fu conquistata dal francese di Chamonix Jacques Balmat, giovane cercatore di cristalli, e da Michel Gabriel Paccard, medico condotto, entrambi sostenuti dallo scienziato Horace-Bénédict De Saussure[5]. Da quel giorno, inizia un’epoca di salite alpinistiche sempre più impegnative con protagoniste le Alpi. Essendo le vette ancora inviolate, spesso ci furono vere e proprie gare per la vetta, come nel caso della conquista del Cervino, disputata quasi un secolo dopo tra il valdostano Jean-Antoine Carrel e l’inglese Edward Whymper, e infine vinta da quest’ultimo il 14 luglio 1865[6].

L’alpinismo russo fu più tardivo rispetto a quello europeo. Sebbene ci furono alcune scalate di montagne dalla fine del 1600, non si può parlare ancora di alpinismo. Il più lento sviluppo dell’alpinismo in Russia è dovuto al fatto che le montagne si trovano in zone piuttosto periferiche, ai confini dell’Impero, in territori spesso contesi a causa delle rivalità espansionistiche, lontani dai principali centri culturali del paese e quasi totalmente privi di strade utili.

Tra le prime salite russe si ricorda nel 1697 la scalata del monte Brocken 1142 m, nella Germania meridionale (catena montuosa dell’Harz)[7], da parte dello Zar Pietro I, che, forte sostenitore del progresso scientifico, decise di salirla con i suoi boiardi per dimostrare il coraggio del popolo russo e combattere la superstizione[8]. La sua vetta infatti era considerata stregata e nessuno osava scalarla: Goethe la cita molto tempo dopo (1808) nel Faust (la Notte di Valpurga): “Traggono al Broken le Streghe in masnade / La stoppia è gialla ed è verde la biada / Sovra la cima è il solenne ridotto: / Là siede Uriano sul sasso dirotto. / Vassi per greppe, per bronchi e per stecchi. / Le Streghe scoreggiano, sputano i becchi”[9].

Le prime ascensioni russe documentate ufficialmente furono di interesse esplorativo e iniziarono nel XIX secolo. Rototaev ricorda nel 1811 la spedizione di un giovane chirurgo di Dorpat (attualmente Tartu), Friedrich Parrot, che fece tre tentativi di salita al monte Kazbek 5033 m, nel Caucaso, non raggiunto a causa del maltempo. Nel 1815 Rototaev ricorda l’esploratore e ufficiale della marina russa Otto Von Kotzebue, il quale scalò il Monte Makušin 2035 m in Alaska, all’epoca America russa[10], mentre nel 1817, un gruppo di ufficiali di Pjatigorskij tentò la salita all’ Elbrus 5642 m, nel Caucaso, ma a un’altitudine di circa 5000 metri una violenta bufera di neve li fermò. La vetta fu poi conquistata dai russi nel 1829 da una spedizione promossa dall’Accademia Russa delle Scienze sotto la supervisione del Generale Georgij Arsen’evič Emmanuel’ alla quale partecipò Chaširov Kilar, contadino nominato direttore della spedizione grazie alle sue conoscenze delle montagne georgiane, che fu ricompensato con un premio in denaro di 400 rubli[11].

Sempre nel 1829 si ricordano anche le prima salite al Grande 5165 m e al Piccolo 3923 m Ararat, che era allora nel territorio dell’Impero russo. I partecipanti viaggiarono a cavallo per raggiungere la meta e la spedizione durò più di un anno. Queste prime spedizioni ci mostrano i diversi ostacoli alla conquista delle montagne: la carenza di strade, la loro lontananza da ogni centro abitato e il mistero e le superstizioni nella quali erano avvolte.[12]

Le scalate che si susseguirono negli anni successivi, sempre a carattere esplorativo, videro protagoniste sia le montagne del Caucaso che le Alpi e le Ande. Nel 1835 l’esploratore Platon Čichačev viaggiò nel continente americano dal Canada alla Terra del Fuoco. Nel corso del viaggio raggiunse alcune vette delle Ande (da Santiago a Buenos Aires): Pichincha (vulcano in Equador), Pasco (Peru) e altre. Nel 1842, tornato in Europa, Čichačev salì il Picco d’Aneto 3404 m nei Pirenei.

Dagli anni cinquanta del 1800 furono portate a termine una serie di prime assolute su diverse montagne: nel 1850 venne effettuata la prima scalata da parte di un gruppo di topografi, guidato da S. Aleksandrov, del Bazardüzü 4466 m, la montagna più elevata dell’Azerbaijan e nel 1858 la prima ascensione alla vetta del Munku-Sardyk, montagna russo-mongola situata tra i Monti Sajany, dal membro della Società Geografica Russa G. Radde. É del 1860 la prima ascensione al monte Damāvand 5604 m, nella catena dell’Elburz in Iran, da parte di un gruppo guidato dal topografo russo P. Žarinov, e nel 1889 il topografo A. Pastuchov con la guida T. Carachov salì il monte Kazbek 5047 m attraverso il ghiacciaio Majli (catena di Khokh). A queste prime scalate parteciparono, quindi, topografi e cartografi ed è pertanto evidente, oltre a quello scientifico e naturalistico, il loro scopo di effettuare rilevi cartografici.

Se l’800 era stato il secolo delle prime esplorazioni sulle montagne “di casa” sia in Russia che in Europa, il ‘900 si caratterizza per le grandi esplorazioni. In particolare nei primi anni del secolo ci fu quella che fu una vera e propria corsa ai poli. Sebbene le esplorazioni russe non potessero svilupparsi regolarmente a causa delle diverse guerre e rivoluzioni succedutesi nell’Impero russo e in seguito in Unione Sovietica, ci furono compartecipazioni a spedizioni europee. Per esempio, durante la spedizione antartica Terranova, comandata dall’inglese Robert Falcon Scott e che si svolse tra il 1910 e il 1913 con obiettivo di raggiungere del Polo Sud e assicurare all’impero britannico l’onore di tale impresa, parteciparono alla spedizione inglese due russi, uno dei quali, Dmitrij Girev, salì il monte Erebus 3795 m. Scott e il suo equipaggio raggiunsero il Polo nel gennaio 1912, per scoprire però che il norvegese Amundsen lo aveva preceduto di un mese, perdendo così la corsa al polo.

Tra le ultime ascese ricordate in epoca pre sovietica, nel 1913 compare anche la figura di Lenin, con la sua ascesa al Rysy 2503 m nella catena degli Alti Tatra (Carpazi). Nel 1914, infine, viene compiuta l’ascesa al monte Belucha 4506 m in Altaj dei fratelli V. e M. Tronov.

Gli anni dal 1917 alla Seconda guerra mondiale
Nel 1917, in seguito alla Rivoluzione d’ottobre, l’Impero russo crolla per sempre e nasce l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Il neonato alpinismo fin dall’inizio non rimane fuori dalle dinamiche del nuovo regime politico: le esplorazioni alpine, che come visto erano a carattere conoscitivo ed esplorativo, lasciano spazio da subito a un alpinismo di stampo prettamente politico propagandistico. Da quel momento gli alpinisti, dapprima non organizzati e “indipendenti”, vanno sì in vetta per amore della montagna ma anche per piantarvi in cima la bandiera rossa. L’alpinismo diventa per il neo governo bolscevico uno strumento potentissimo di visibilità e propaganda dentro e fuori dall’Unione sovietica che, insieme ai paesi europei, concorre nella “gara” per le prime assolute sulle montagne europee e asiatiche.

Alla fine del 1917, gli operai russi, da poco presumibilmente liberi dall’oppressione borghese grazie alla Rivoluzione d’ottobre, erano in condizioni economiche terribili a causa del coinvolgimento nella grande guerra, che aveva impoverito le risorse economiche di una Russia già povera. L’economia precipitò nella recessione e la classe operaia, prendendo il potere nelle proprie mani, fece il possibile per migliorare le proprie condizioni e quelle del paese. Già negli anni della Guerra civile, l’economia cominciò a riprendersi, così come la cultura e l’educazione. In questo contesto, alcuni giovani risposero in maniera positiva alla chiamata di Lenin per l’alfabetizzazione, la presa di coscienza, la disciplina nel lavoro, la moralità comunista, lo sport come riscatto sociale, divertimento e patriottismo. Grande attenzione fu data all’educazione fisica dei giovani: il governo del paese iniziò a muovere i primi passi verso la creazione di una cultura fisica sovietica.

Già nei primi anni dell’Unione sovietica vennero create società sportive che, col tempo, divennero sempre più strutturate e organizzate. Gli alpinisti, in numero sempre crescente, furono inquadrati in comitati e nel contempo furono create, e poi unificate, le regole per meglio sfruttare questo sport a fini politici.

Nel 1923 fu creato il Comitato dell’Unione sovietica per la Cultura Fisica e lo Sport (Комитет по физической культуре и спорту). Il programma del Comitato specificava che la cultura fisica doveva essere parte integrante dell’istruzione politica e culturale generale e del rinnovamento di massa. La partecipazione dei giovani a programmi di educazione fisica aumentò considerevolmente: nel 1923, considerando le varie discipline, c’erano 125.000 atleti nel paese e l’anno dopo questa cifra triplicò. Sempre quell’anno furono istituiti anche il Consiglio dell’Unione sovietica per la Cultura Fisica e lo Sport e il programma “Pronto per lavoro e difesa” (ГТО – Готов к труду и обороне), rivolti a tutti i giovani uomini e donne dell’URSS e con lo scopo di coinvolgere le masse in attività sportive soggette al controllo dello Stato.

La crescente partecipazione del popolo a programmi di educazione fisica portò alla necessità di una leadership unificata per cultura fisica e sport e a tal fine viene istituito nel decennio successivo, più precisamente nel 1936, il Comitato Centrale dell’Unione sovietica per la Cultura Fisica (Всесоюзный комитет по делам физической культуры и спорта) dal Comitato Esecutivo Centrale dell’URSS (ЦИК), che si occuperà della regolamentazione di tutte le attività sportive tra cui anche l’alpinismo, ancora agli albori ma comunque in forte crescita.

Fin dall’inizio emerge quella che sarà la caratteristica principale dell’alpinismo sovietico e che lo distingue da quello del vecchio impero russo e da quello europeo ovvero il suo stampo prettamente militare e di carattere di massa. Ogni manifestazione e ascesa prevedeva la mobilitazione di decine, talvolta centinaia, di persone. L’alpinismo sovietico si distingueva anche per la più completa organizzazione degli scalatori che includeva una minuziosa preparazione preliminare sia teorica che pratica prima dell’ascesa. A poco a poco, si creò un sistema efficace di formazione di alpinisti, dai principianti agli atleti di alto livello, grazie a una forte rete di istruttori.

Insieme a questa scuola di alpinismo, nota in Europa ancora oggi come “scuola russa”, si sviluppa man mano anche una filosofia, un approccio nuovo, come spiegato decenni dopo, nel 1984, dall’alpinista Maro Tkavadze:

Il punto non è quanto metri abbiamo salito. Uno fa l’Everest, l’altro il Kazbek, il terzo una collina di poco conto. La cosa principale è che per ogni persona questo stato è l’ALTEZZA: il suo sogno, il suo obiettivo, la sua impresa. Non è importante solo la cima ma la strada per arrivarci… E nessuno percorrerà questa strada per noi, solo noi stessi possiamo percorrerla, e dopo questa ascensione ci si sentirà, anche nella vita, più fermi, più solidi… Io amo le montagne non solo per la bellezza. Lì non siamo solo oltre nuvole, ma anche oltre la sofferenza, l’impotenza, la debolezza. Ecco, in montagna si va anche per tendere una mano all’amico che è inciampato, per incoraggiare chi è in difficoltà e chi è stanco, per proteggere dalla pietra che cade. E fare affidamento sulla spalla di qualcuno[13]

L’alpinismo sovietico inizia sulle montagne della Georgia. Diverse montagne del Caucaso erano già state salite in prima assoluta dagli europei, in particolare dagli inglesi. I russi iniziano la conquista delle montagne di casa più tardi, come detto a causa delle vicissitudini politiche, dalle guerre e dalla generale arretratezza del paese. Tra i primi alpinisti troviamo degli studenti della neonata università di Tbilisi, fondata nel 1918. La montagna più ambita durante i primi anni di alpinismo fu la vetta del Kazbek, scalata per la prima volta dall’inglese Douglas Freshfield nel 1868 insieme al fotografo italiano Vittorio Sella salendo dal villaggio del Gergeti. Figura di spicco nei primi anni di Unione fu il giovane professore universitario e alpinista Gregorij Nikolaevič Nikoladze, che ingegnava presso l’università di Tbilisi e che proponeva ai propri studenti viaggi ed escursioni in montagna. Nikoladze è una figura chiave dell’alpinismo sovietico in quanto rappresenta l’anello di congiunzione tra l’alpinismo pre-sovietico e quello sovietico. Già scalatore prima del 1917, nei primi anni di Unione sovietica, Nikoladze contribuisce alla regolamentazione e alla strutturazione delle scalate. In primavera e a inizio estate organizza i campi universitari giovanili per addestrare e selezionare i candidati per il gruppo alpinistico. Sempre in questi anni, dedica molto tempo allo studio per il miglioramento delle attrezzature necessarie in particolar alle fondamentali calzature, che in quell’epoca erano pedule di pelle conciata, con suole di fettucce di cuoio grezzo, chiamate “banduli” e che non erano sufficienti per affrontare le condizioni estreme sulle gelide montagne del Caucaso.

La data della nascita dell’alpinismo sovietico è considerata il 27 agosto 1923, quando diciassette tra studenti e ricercatori (fra i quali cinque ragazze) di Tbilisi, guidati da Nikoladze, salirono la cima del Monte Kazbek 5033 m. Il 22 agosto in 27 persone arrivarono al villaggio di Kazbegi. Dopo il riposo e l’allenamento, inclusa l’ascesa ad alcune vette, il gruppo arrivò al ghiacciaio di Devdaraki, lungo il quale era prevista la strada per la vetta, il 26 agosto. La notte successiva la trascorsero in un bivacco a quota 3480 m costruito a fine ‘800, l’ormai cadente “Capanna Ermolovskaja”. Non essendo molto esperti, i partecipanti raggiunsero la cima con difficoltà. Soffiava un forte vento, la temperatura era di venti gradi sotto zero. Alcuni furono costretti a tornare, altri continuarono ostinatamente verso l’obiettivo. Alle 15.30 del 27 agosto arrivarono in vetta tutti i diciotto partecipanti alla spedizione.

Pochi giorni dopo, sulla scia del successo di questa spedizione, anche un altro gruppo di persone, guidato da un altro alpinista e professore universitario di Tbilisi, A. Didebulidze, salì in vetta. Nel gruppo c’era anche una donna d’origine nobile, Aleksandra Bičievna Džaparidze, una delle prime alpiniste sovietiche, alla quale nel 1945 fu conferito il titolo di Maestro dello sport, insignito dal 1935 dal Comitato esecutivo centrale dell’Unione Sovietica (ЦИК СССР) e consegnato a coloro che dimostravano grande valore in ambito sportivo. Aleksandra Džaparidze fu una delle rarissime alpiniste dell’epoca. A inizio novecento, infatti, era raro vedere donne in montagna, e questo non solo in Russia ma anche in Europa. Negli anni ’20-’30 l’alpinismo era un sport ancora agli albori e la maggioranza delle donne non erano sufficientemente emancipate per praticarlo. La Džaparidze in Russia è quindi un caso più unico che raro come in Italia lo era Ninì Pietrasanta (1909 – 2000), moglie del famoso scalatore Gabriele Boccalatte. Non stupisce che queste donne abbiano in comune l’essere figlie, sorelle o mogli di alpinisti e di famiglia alto borghese, quindi più emancipate della media e con i mezzi per potersi avvicinarsi all’alpinismo.

Nel 1923 ci fu un’altra impresa ovvero l’ascensione al vulcano Avačinskij 3456 m nell’isola di Kamčatka, da parte di un gruppo di naturalisti guidato da V. Arsen’ev, esploratore e tenente al servizio dello zar Nicola II, che compì alcune esplorazioni in estremo oriente e ne descrisse la flora, due commissari del governo della Kamchatka, il botanico P. Novograblenov e un naturalista della Kamchatka, discendente diretto dei pionieri dell’Alaska ai tempi dell’America russa, L. Kolmakov.

Le fortunate prime scalate alpinistiche degli anni Venti attirarono una cerchia sempre più vasta di giovani entusiasti: l’alpinismo si allarga a macchia d’olio così alle spedizioni alpinistiche ufficiali si affiancarono numerose ascensioni a livello amatoriale, come avveniva già da anni nell’alpinismo europeo. Tra le prime ascensioni amatoriali ci fu la spedizione organizzata da Boris Nikolaevič Delone, matematico e alpinista noto per i suoi studi sulla cristallografia, al Dente di Sufrudža 3781 m (Dombaj, Caucaso), al Bol’šaja Chatipara 3150 m (Teberda, Karačaj-Circassia) e al Klyčkarakaja 3677 m (Karačaj-Circassia). I gruppi amatoriali non erano tuttavia ancora organizzati al meglio: l’attrezzatura veniva presa in prestito da altri scalatori o fabbricata dagli alpinisti stessi con materiale di recupero, le razioni di cibo casalingo spesso erano insufficienti o inadatte, la pianificazione della spedizione era ancora troppo poco strutturata a causa della mancanza di informazioni scritte e condivise ma basata principalmente sui racconti di chi aveva già fatto la vetta in questione.

Elbrus

Tutto sommato, nonostante i grandi sforzi e investimenti, il primo decennio di sviluppo dell’alpinismo sovietico procedette con lentezza per ragioni di debolezza nell’organizzazione, di mancanza di materiale perché difficilmente reperibile, nonché per numero ancora limitato di alpinisti esperti che potessero trasmettere conoscenze.

Per sopperire alla già menzionata mancanza di organizzazione nella disciplina alpinistica, molti sforzi furono fatti negli anni ’20 per creare società e organizzazioni ad hoc. Le organizzazioni “turistiche” (o come diciamo oggi “escursionistiche”) nei primi anni del potere socialista praticamente non esistevano. Il Club Alpino russo aveva cessato di esistere all’inizio della prima guerra mondiale, mentre la Società Russa per il Turismo – ROT (Российское общество туристов – РОТ), fondata in epoca zarista e interrotta durante la guerra, riprese il suo lavoro nel 1923, ma non soddisfaceva le esigenze del movimento giovanile in rapido sviluppo e si dimostrò incapace di promuovere l’emergere e lo sviluppo di nuove forme di turismo nel paese. In quegli anni, insieme al ROT, esisteva un bureau per escursioni presso il Commissariato del popolo per l’istruzione (Narodnyj komissariat prosveščenija URSS, in breve Narkompros, in russo Наро́дный комиссариа́т просвеще́ния РСФСР)[14], presso il quale prestavano servizio principalmente gli insegnanti. Il bureau sarà poi convertito nel 1926 in una società per azioni chiamata “Turista sovietico”[15], a capo della quale c’era Vjačeslav Rudol’fovič Menžinskij, figlio di professori polacchi, rivoluzionario, uomo politico e dirigente del partito comunista. I suoi membri-azionisti erano commissariati, associazioni, imprese e altre organizzazioni. La compagnia organizzava viaggi con voucher a pagamento, creando una rete per una decina di rotte diverse, ma era un’organizzazione commerciale e non incoraggiò a un turismo amatoriale di massa. Questi istituti e organizzazioni non ebbero comunque grande esito e più che promuovere l’alpinismo, in realtà, cercarono di promuovere il turismo, tra cui anche quello montano.

Salendo al Picco Kommunizm

Dopo l’ascensione del Kazbek, nel 1923 fu fondata la Società Geografica Georgiana, sostenuta da G. Nikoladze e A. Didebulidze, e il cui statuto fu approvato il 18 gennaio 1924. La nascita di questa nuova società, che divenne organizzatrice di tutte le ascensioni sulle montagne georgiane, fu un ulteriore spinta alla strutturazione della disciplina alpinistica. Il primo presidente della sezione alpinismo-turismo della società fu Nikoladze stesso. Una delle prime spedizioni organizzate dalla Società Geografica Georgiana fu quella nel 1925 all’Elbrus, montagna conquistata dai russi nel 1829 con la spedizione del generale Emmanuel’ salendo lunga la parete nord e poi salita nel 1868 gli inglesi, guidati da Douglas Freshfield, dalla parete sud. Nel 1874 una seconda spedizione inglese guidata Florence Crawford Grove ne raggiunse la cima occidentale e nel 1890 il topografo militare Pastuhov tracciò la prima mappa geografica dell’Elbrus e le rocce a quota 4800 da cui passa la via normale e che portano ancora il suo nome.  La spedizione all’Elbrus del 1925 fu condotta da G. Nikoladze e due guide. La spedizione partì dalla città di Pjatigorsk, passando per la valle di Baksan, che rappresenta ancora oggi l’itinerario classico per salire l’Elbrus. In prossimità del monte Elbrus gli alpinisti pernottarono nella baita nota con il nome di “Rifugio degli Undici” (Приют Одиннадцати) perché nel 1909 un gruppo di undici studenti delle università di San Pietroburgo e di Char’kov aveva trascorso lì la notte, sotto alcune roccette sulla via dell’Elbrus. Questo nome fu dato poi alla piccola capanna in legno ricoperta di latta che nel 1929 era stata costruita sotto la guida dall’alpinista A. Rakovskij per ospitare otto persone. Questa costruzione ebbe vita breve. Ben presto smise di soddisfare le esigenze degli alpinisti, in rapido sviluppo e sempre più numerosi. Nel 1932 la capanna fu trasferita ancora più su, alla sella dell’Elbrus, e quota 4050 metri, sotto la guida dello stesso Rakovshij fu costruita una nuova struttura di legno che poteva contenere quaranta persone. All’epoca della spedizione di Nikoladze c’era ancora la capanna di legno e lui e i suoi studenti dormirono li.  Al mattino, il gruppo salì oltre le roccette del rifugio con l’intenzione di avviarsi verso la vetta ma fu ostacolato dal maltempo, non raro su questa montagna.

Come scrive Vizbor, la montagna non è sempre rose e fiori: non si rischia di morire soltanto per difficoltà tecniche, frane o valanghe, ma anche per il maltempo. Maltempo in montagna, scritta nel 1977, racconta proprio le condizioni difficili dovute al brutto tempo, è un pensiero dedicato a quegli alpinisti esposti alle intemperie che non possono rientrare. I compagni li aspettano nelle tiepide tende del campo base a fondo valle bevendo del tè caldo, in attesa che torni il sole. C’è ansia e preoccupazione in questa canzone, il dolore per non poter far null’altro che aspettare i compagni che magari stanno morendo di freddo sotto la cima.

La candela brucia fioca
La pioggerellina batte alla finestra
L’estate è totale inganno
Sui pini sta appesa la nebbia.

Ritornello:
il maltempo in montagna, è maltempo
a questa cordata col tempo è andata male
come se la natura piangesse per qualcuno
alla nostra base al “Uzunkol”
cosa fare? Siamo al caldo e al riparo
e tutta la sera a bere tè,
speriamo almeno che quelli ora in marcia
domani possano riscendere alla base.

mentono tutti gli amici miei,
che, dicono, arriva l’alba
che, dicono, esistano posti
dove c’è sempre bel tempo.

Ritornello

e non trapasserà quelle nubi
il sangue denso del sole
soltanto un raggio le disperderà
quel raggio, il tuo amore.

Ritornello[16]

Nel 1925 il reparto geofisico del dipartimento della Società Geografica Georgiana effettuò un’ascensione sul Kazbek. Sulla vetta salirono 11 persone, tra cui Alekasandra Didebulidze. L’anno successivo suo fratello, Simon Džaparidze, scalò il Kazbek due volte a settembre: una attraverso il ghiacciaio di Gergetskij (parete sud), l’altra lungo il ghiacciaio di Devdorakskij (parete nord).

Alla fine del 1926 G. Nikoladze, ormai affermato e stimato alpinista dell’Unione Sovietica, fu mandato dal Consiglio supremo dell’economia nazionale georgiano (ВСНХ – Высший совет народного хозяйства) in alcuni paesi esteri (Inghilterra, Francia, Belgio, Germania e Italia) per un anno a perfezionarsi negli studi matematici ed elettrochimici. Durante il soggiorno in Inghilterra, a Londra, fece un rapporto all’associazione Geografica Reale sull’attività dall’associazione Geografica della Georgia e sulle salite degli alpinisti dell’Unione sovietica al Kazbek e all’Elbrus. Il rapporto fu accolto con grande interesse e fu indetta una riunione con scienziati e geografi alla quale fu presente anche D.W. Freshfield, ormai anziano, che arrivò appositamente dalla campagna inglese all’età di 84 anni per presenziare. Congratulandosi per i successi alpinistici di Nikoladze, Freshfield previde un futuro glorioso per l’alpinismo georgiano dichiarando: “Non ci sono motivi per cui il Caucaso non possa diventare la seconda Svizzera anche dal punto di vista dell’attrazione turistica”.[17]

Nel 1926, un altro passo fu fatto per l’organizzazione della disciplina alpinistica. Il Comitato Centrale del Komsomol[18], cioè dell’organizzazione che riuniva i giovani attivi  nel supportare il Partito Comunista Sovietico, creò un ufficio del turismo con obiettivi quali l’organizzazione di viaggi collettivi amatoriali, la formazione di organizzazioni per il turismo di massa nelle imprese, e l’analisi della domanda di turismo con contenuti mirati, implementandolo nel quadro della Società Russa per il Turismo (ROT). In un solo mese, 5.000 membri del Komsomol si unirono alla nuova società turistica. Fu eletta una nuova leadership e redatto un nuovo statuto. Questi del 1926 furono i passi verso quella che sarà, nel 1928, la fondazione della Società per turismo ed escursioni proletarie o OPT (Общества пролетарского туризма – ОПТ), il cui statuto fu approvato nel giugno del 1929. Questa società diede un ulteriore aiuto per la regolamentazione della disciplina alpinistica.

Verso la fine degli anni ’20 e l’inizio dei ’30 l’alpinismo, sempre più strutturato grazie alle società di cui si è precedentemente parlato, diventa uno strumento celebrativo, nel senso che non sono rare le spedizioni per celebrare anniversari del regime o di prime scalate, il tutto sempre allo scopo di propagandare la grandezza dell’Unione sovietica. Nel 1928, per esempio, alcuni scalatori georgiani intenzionati a festeggiare il sessantesimo anniversario della conquista da parte di Douglas Freshfield del Kazbek, provarono a salirne la vetta, ma all’altezza di 4700 metri il gruppo si ritrovò in una furiosa bufera di neve che lo costrinse a indietreggiare. Qualche mese dopo ebbero la rivincita e sulla cima salì un gruppo di alpinisti numeroso, 41 persone. Numero piuttosto insolito per una scalata alpinistica che, nell’immaginario collettivo moderno è leggera, composta da pochi individui. Nell’immaginario russo, invece, non si poteva dire lo stesso perché tutte le spedizioni erano sempre composte da numerosi membri. Il regime socialista era fortemente improntato al collettivismo, e questo si rispecchiava in ogni attività del regime, comprese le attività sportive, che mobilitavano centinaia di persone alla volta per ogni singolo evento. Si può dire che durante il regime socialista non esistesse l’individualità e ciò si vede in ogni aspetto della vita quotidiana a partire dalla vita nelle “case comuni” e nei lavori in fabbrica e nei campi.

Pik Pobeda

Sempre verso la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 la “questione” sull’adeguatezza dell’equipaggiamento alpinistico fu motivo di numerosi studi: si investirono molte energie e mezzi per la produzione di massa di attrezzature sportive, soprattutto quelle alpinistiche. Fino alla fine degli anni ‘20 non sono note pubblicazioni in ambito alpinistico finché vengono poi pubblicati alcuni manuali, principalmente di tecnica e scalata in montagna, come quelli di Vasilij Loginovič Semenovskij, guida professionista dal 1912 che compì 400 scalate sulle Alpi, che scrisse Attrezzatura del turista (снаряжение туриста, Snarjaženie turista), Turismo montano (горный туризм, Gornyj turizm) e Alpinismo (альпинизм, Al’pinizm) [19], ricchi di foto e disegni per spiegare le tecniche di salita, come utilizzare l’attrezzatura quali i ramponi e la piccozza, o come posizionare le mani sulla roccia per assicurare una buona presa. Nonostante la diffusione di materiali e conoscenze, la teoria era ben diversa dalla pratica, così non era raro che gli alpinisti fossero ancora equipaggiati con sacchi a pelo fatti a mano, corde recuperate dai pompieri, al posto delle tute da sci indumenti imbevuti d’olio di lino cotto, e ramponi fatti a mano con i cardini smontati delle finestre.

Accanto alla pubblicazione di manuali, ci furono anche novità come la divulgazione di giornali di alpinismo: la stampa del Komsomol dal mese di gennaio del 1929 iniziò a pubblicare insieme al quotidiano Smena (смена, che in russo significa “cambiamento”) una rivista mensile di viaggio intitolata Na suše i na more (на суше и на море, che in russo significa “in terra e in mare”), in cui si parlava di mete turistiche, studio delle tradizioni locali, nonché delle scoperte, delle nuove attrezzature, di scienza e di tecnologia in ambito alpinistico. Questi primi anni di alpinismo sovietico portarono a ottimi risultati. Con la conquista delle vette del Caucaso si individuarono diversi aspetti che portarono a un sempre maggiore investimento nello sviluppo alpinistico del paese: l’entusiasmo montanaro della gioventù, il progresso scientifico e l’esplorazione di zone difficilmente raggiungibili e di interesse politico-geografico.

Tornando alla Georgia, una delle innovazioni della Società Geografica Georgiana, resasi conto che le conoscenze di base di montagna, nonostante i tanti sforzi fatti, erano ancora carenti, condusse nel 1929 una spedizione educativa per formare istruttori di alpinismo. Chiamata la “Facoltà di Lavoro su ghiaccio” (in russo рабочий факультет во льдах, in breve “Rabfak vo l’dach”) e guidata da Semenovskij, la spedizione e l’addestramento furono condotti nella gorgia di Gara-Auzsu, nel Caucaso.

Via classica alla vetta dell’Elbrus

Nel 1929 ci fu un tragico incidente sul Tetnyl’d 4869 m nella regione georgiana della Mingrelia-Alta Svanezia. Durante la scalata di questa vetta, in seguito a un crollo di roccia morì Simon Džaparidze insieme a tutti gli altri alpinisti della cordata. Si salvò solo G. Nikoladze. Quell’anno, inoltre, iniziarono ad apparire molti alpinisti dalle altre repubbliche e città dell’Unione sovietica: sull’Elbrus salirono ben 9 gruppi (7 dalla parte orientale e 2 da quella occidentale). Gli alpinisti sovietici guidati da N. Krylenko, alpinista e giurista, che fra il ’36 e il ’38 ricoprì la carica di Commissario del Popolo per la giustizia dell’URSS, tentarono di salire il Pik Lenin, oggi ambita meta scialpinistica oltre che alpinistica[20]. Nel primo assalto i partecipanti furono costretti a tornare indietro dall’altezza di 6000 metri per l’equipaggiamento inadeguato (la maggior parte dei partecipanti subì congelamenti ai piedi a causa delle scarpe inadatte). Nel secondo assalto furono usati gli stivali di feltro, i valenki (валенки), tradizionali calzature invernali russe il cui nome significa letteralmente “fatti di feltro”. Krylenko salì con dei geologi e un membro dell’Armata Rossa, Nagumanov. I geologi, non avendo preparazione e attrezzatura adeguata, presto si fermarono mentre Nagumanov e Krylenko raggiunsero la quota di 6600 metri. Da lì Krylenko proseguì verso la vetta da solo. Raggiunta la quota di 6850 metri verso le cinque del pomeriggio, ebbe ancora la forza di continuare per un po’, ma realizzò presto con chiarezza che se avesse continuato sarebbe stato costretto a scendere al buio. Così rinunciò a proseguire e con Nagumanov scese alla sella sotto la cresta dal versante nord. Da allora la sella fu chiamata “Passaggio di Krylenko”.

Un’altra meta interessante per l’alpinismo sovietico fu la catena del Pamir. Nel 1928 vi fu la prima spedizione sovietica, organizzata dall‘Accademia delle scienze dell’URSS, in collaborazione con scienziati e alpinisti tedeschi. La spedizione aveva come capo del gruppo alpinistico Оtto Šmidt, eminente scienziato sovietico e ricercatore scientifico esperto dell’Artico. L’obbiettivo principale fu quello di esplorare i ghiacci del Pamir. I russi conquistarono alcune vette alte 6000 metri mentre il gruppo più esperto, formato da tedeschi, riuscì a salire sul Pik Lenin dal versante Sud. In questa spedizione spicca la collaborazione, rarissima data la mancanza di apertura verso l’Europa, tra alpinisti dell’URSS e alpinisti europei.

Anche la catena del Tien Shan, collocata ai confini tra Asia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan, risvegliò l’interesse dell’alpinismo sovietico. La prima spedizione, tutta ucraina, fu guidata da М. Pogrebeckij nel 1929, con lo scopo di esplorare il ghiacciaio Engilchek e le vie d’accesso alla punta del Khan Tengri 7010 m, considerata all’epoca il picco più alto del Tien Shan. Furono raggiunti sullo stesso ghiacciaio dagli alpinisti moscoviti V. Gusev, N. Michajlov e I. Mysovskij.

Le montagne dell’Asia centrale, tra cui quelle del Kazakistan, furono anche tentate nel 1929, con la salita del Malo-Almatinskij (più tardi Pik Konsomol e oggi noto come Pik Nursultan, 4330 m) ma la mancanza d’esperienza e le condizioni difficili non permisero di ottenere il successo

La spedizione all’Elbrus del 1935

Infine, nel 1929, Rototaev ricorda diversi tentativi di conquista del Pik Lenin 7137 m e del Khan Tengri, e del successo di V. Semenovskij, che conquistò la vetta sud dell’Ušba 4710 m insieme a un gruppo di alpinisti tedeschi. Questa montagna si trova nella regione di Cobardino-Balcaria ed è nota come “il Cervino del Caucaso” per la forma di una delle due guglie della cima. Per il suo profilo ripido e l’instabilità meteorologica è considerata una delle montagne più difficili del Caucaso. Per sua forma unica a doppia punta come due corna di diavolo e le nubi che spesso avvolgono l’Ušba non sorprende che le sia stato dato questo nome che significa “Sabba delle streghe”.  La prima assoluta non è russa ma di John Garford Cockin e Ulrich Almer nel 1888. Un tentativo di discesa con gli sci dalla parete nord è stato tentato nel 2017 da Samuel Anthamatten, Markus Eder e Leo Slemett.

Il monte Ararat dalla Turchia

Probabilmente per la necessità sia di snellire che di rendere ancora più efficaci gli enti operanti in ambito alpinistico, nel 1930 la OPT e il “Turista sovietico” furono fuse dando vita a una nuova organizzazione nominata Società per il turismo e le escursioni proletarie – OPTE (ОПТЭ, obščestvo proletarskogo turizma i ekscursij). All’inizio della sua attività, la Società incontrò grandi difficoltà per operare in materia di sicurezza, servizi e strumenti in montagna. Erano state fatte ancora troppe poche ascensioni prima del 1929, a eccezione di quelle georgiane, ed erano state spesso condotte, come abbiamo detto, con attrezzatura elementare e senza bivacchi o rifugi. A quel tempo, la capanna al Bart-Kort (sulla via per il Kazbek) fu distrutta e così la capanna per l’Elbrus rimase l’unico bivacco usufruibile. La collaborazione tra OPT e “Turista sovietico” era stata inadeguata per la creazione e la manutenzione di rifugi e bivacchi. Ai fini di incoraggiare e aumentare il numero di alpinisti, la nuova società OPTE si prefiggeva di sopperire a questa mancanza. Per quanto riguarda la formazione degli alpinisti, era chiaro che l’alpinismo richiedesse uno studio più approfondito della natura delle montagne, specialmente per gli istruttori alpinisti, e che fosse necessaria una letteratura metodologica e di riferimento per la montagna. Tra le priorità più urgenti c’erano, quindi, la formazione degli istruttori, la divulgazione dell’alpinismo e di conseguenza la creazione di sezioni di montagna (sedi di organizzazioni montanare nei centri urbani).

Jurij Iosifovič Vizbor

Grande contributo all’alpinismo e per la formazione dei primi istruttori fu il già citato libro di V. Semenovskij, Turismo montano (Горный туризм, 1930) [21]. Otto Jul’evič Šmidt, leader della già menzionata spedizione al Pamir nel 1928, scrisse nella prefazione:

“Il turismo montano è un viaggio che si compie attraverso altopiani, ghiacciai, e salendo vette. Tempra il fisico come nessun altro sport riesce. Rafforza cuore e polmoni, sviluppa resistenza e perseveranza, abitua a sopportare qualsiasi tempo e allena perfettamente il corpo. Ancora più importante è la sua importanza per il carattere dell’uomo. Le montagne pongono compiti difficili e sviluppano perseveranza, audacia, volontà di vittoria, organizzazione e precisione. La necessità di un sostegno costante l’uno per l’altro, la responsabilità della vita di un compagno che può essere messa a rischio dalla propria imprudenza, le ascensioni in cordata, la vita in una tenda creano un legame forte e abituano alla collettività. E il viaggio, la bellezza, la diversità delle specie della natura, la grandezza dei deserti ghiacciati, l’ampiezza degli orizzonti dalle cime. Tutto questo non solo lascia un ricordo indelebile ma estende gli orizzonti interiori dell’uomo”.[22]

Semenovskij con questo libro, invitò i giovani ad andare in montagna, per godere della bellezza e della grandezza delle vette, per temperarsi fisicamente e moralmente. Dalle pagine di Semenovskij si evince un concetto fondamentale dell’andar in montagna ovvero di non esser soli. Lo scrive bene Vysockij nella canzone sull’amico del 1966 con chi andare in montagna: non uno chiunque che si lagna ma chi geme ma ti tiene se metti male il piede sul ghiaccio e stai per cadere. In russo ci sono due parole per dire amico: “prijatel’”, ovvero l’amico conoscente, e “drug”, l’amico amico, la persona di cui ci si può davvero fidare. Ebbene, in montagna si va con il “drug”.

Il rifugio degli Undici nel 1929

Se è saltato fuori che un amico
non è un amico, né un nemico ma un non so.
Se subito non capisci
Se sia buono o cattivo
Portalo in montagna, provaci!
Non lasciarlo solo
Che sia in cordata con te
e li capirai chi è.

Se il ragazzo in montagna è una frana
Se di colpo cede e torna giù
Appoggiato il piede sul ghiaccio e giù
Si è inciampato con un urlo
allora accanto a te hai un estraneo
Non lo rimproverare, caccialo
Per le scalate uno così non serve,
per loro non si fanno canzoni

Se non piagnucola, non si lagna
Lascia che sia cupo e arcigno,
ma che vada avanti.
Ma se quando cadesti dalle rocce
gemette ma ti tenne,
Se ti seguì, come in battaglia
in vetta come inebriato
allora puoi fare affidamento su di lui
come su te stesso
[23]

Un aspetto importante del lavoro della Sezione Montagna della Società per turismo ed escursioni proletarie fu lo sviluppo delle sezioni montane e delle squadre sportive all’interno delle grandi imprese, enti e istituti educativi. I primi anni furono molto attive nell’ambito alpinistico in particolare alcune fabbriche di Mosca come la Gorbunov e la Menžinskij, due fabbriche di aviazione, e la Frunz, che produceva artiglieria, la fabbrica metallurgica “Falce e martello” (Серп и молот) e le fabbriche a Leningrado come la Lenin (di locomotive), l’Ižorskij (petrolchimico-metallurgica) e la Krasnyj Putilovec (di macchine agricole e altri macchinari da lavoro). Ben presto l’organizzazione delle sezioni di montagna si sviluppò anche in Ucraina, nelle fabbriche di Char’kov, Dnepropetrovsk, Zaporož’, e a macchia d’olio in altre città dell’Unione sovietica.

Gregorij Nikolaevič Nikoladze

Nel 1930 ci fu una grande adesione al “Pronto per il lavoro e la difesa” (ГТО – Gotov k trudu i oboronie), anche da parte dei giovani alpinisti, che sostennero questa iniziativa, indirizzata alla valorizzazione dell’educazione fisica e dello sport. Il sistema “Pronto per il lavoro e la difesa” fu basato su idee patriottiche e socialiste per la formazione dei cittadini e soprattutto dei giovani. In questo contesto, iniziò la sua attività sportiva il fratello del deceduto Simon Džaparidze, Aleksej Džaparidze, che assieme alla sorella Аleksandra, conquistò il Tetnuldi 4858 m (regione di Svaneti, Caucaso) due volte.

Altre spedizioni furono organizzate dai militari. Nel 1930 alcuni di loro organizzarono una grande traversata sulle montagne della Russia e della Georgia, da Nal’čik a Kytaisi e con la salita al Koštan-Tau 5151 m. Tra i partecipanti della spedizione ci furono 57 persone tra accademici e cadetti dei vari istituti, molti dei quali non erano mai stati in montagna. Come detto, il sistema socialista prevedeva grandi mobilitazioni di uomini ed era facile che in queste mobilitazioni di massa in montagna ci fossero molte persone inesperte.

Friedrich Parrot, il primo salitore dell’Ararat

Tuttavia, la strutturazione delle funzioni organizzative delle sezioni di montagna si radicava e attirava sempre più giovani, che non guardavano più soltanto alle vette ma anche alle escursioni nelle forre, sui ghiacciai e sui varchi alpini. Il numero delle sezioni nelle imprese, nelle fabbriche e nelle strutture educative crebbe rapidamente. Nacque, inoltre, una forma nuova di educazione sportiva, ovvero la realizzazione dei campi alpini. A differenza dei campi odierni, altamente organizzati e spesso messi strategicamente in luoghi dove godono dell’appoggio di rifugi e della possibilità di un comodo rifornimento di viveri, quei campi erano solitamente realizzati con tende piantate in mezzo al nulla e rimanevano nella vallata per tutta la stagione.

Anche se molte spedizioni iniziarono a guardare alle montagne del Kazakistan, la palestra preferita degli alpinisti sovietici continuarono a essere i colossi del Caucaso ovvero l’Elbrus e il Kazbek. Soltanto sull’Elbrus dal 1930 al 1933 salirono 187 persone.

I risultati delle vittoriose stagioni spinsero la comunità alpinistica ad analizzare a fondo lo stato del proprio sport e a fissare obiettivi per il futuro che ne prevedevano una considerevole espansione. Presto nelle varie repubbliche e in moltissime città vennero organizzati seminari alpinistici. Contemporaneamente ai seminari teorici sull’organizzazione, ai metodi di preparazione e alla tecnica di progressione, si diffuse sempre più il lavoro di preparatore atletico. Inoltre, vennero istituiti dalla Stato riconoscimenti alpinistici ovvero le medaglie “alpinista della CCCP” di primo e secondo livello.  Per ottenere il livello I era necessario superare i test del “Pronto per il lavoro e la difesa” (ГТО) ovvero test di idoneità atletica e dare prova d’aver scalato l’Elbrus o una montagna di pari difficoltà. Era necessario, inoltre, dimostrare di possedere le conoscenze di base della tecnica di scalata, la conoscenza delle attrezzature, della cartografia, del primo soccorso in quota, dell’alimentazione in montagna e della meteorologia.

Il monte Kazbek nel 1923

Per ottenere il livello II era necessario comprovare una maggiore conoscenza alpinistica e aver scalato una montagna di di 7000 metri. Tra i primi a ottenere questo riconoscimento ci fu Vitalij Michajlovič Abalakov, uno degli alpinisti russi oggi più noti al mondo, perché considerato il padre dell’arrampicata sovietica. Fu portatore di innumerevoli invenzioni negli anni ’30, come la prima carrucola per sollevare i pesi, i primi nut tubolari di dimensioni variabili, i primi chiodi da roccia e ramponi in titanio, i primi autobloccanti metallici, i primi friend a camme e le prime vere viti da ghiaccio. Quello per cui è maggiormente noto a tutti gli alpinisti moderni è la nota calata su ghiaccio, su clessidra artificiale, che serve ad attrezzare una sosta o in caso di necessità per fare una discesa in corda doppia, e che ancora oggi porta il suo nome.

Aleksandra Bičievna Džaparidze

Tra le imprese alpinistiche del 1933 ebbe risalto la spedizione sulla vetta più alta del paese, il Picco Kommunizm 7495 m nel Pamir, oggi noto come Picco Ismail Samani. La spedizione fu composta da due gruppi con due obiettivi diversi. La prima a capo della quale ci fu N. Gorbunov, orientata alla conquista della vetta e alla quale partecipò Evgenij Michajlovič Abalakov, fratello del più noto Vitalij Abalakov, e una seconda squadra, guidata da N. Krylenko, che ebbe come obiettivo l’esplorazione dei pendii nord della cresta “Pietro Primo”. La prima squadra ebbe numerose difficoltà durante percorso e ci furono anche delle perdite, dovute sia a problemi di salute come bronchiti ed edemi polmonari, che cadute rovinose dalle rocce. Ci furono diversi momenti che minacciarono l’ascensione. Il primo di cordata Е. Abalakov finì sfortunatamente sulla traiettoria di un sasso che cadendo spezzò la corda con cui il suo secondo lo stava assicurando e che si frantumò le dita della mano destra. Ciò nonostante Abalakov, benché fosse rimasto senza corda, rimase miracolosamente in parete senza cadere. L’ascesa fu poi ostacolata da una bufera all’altezza di 7000 metri. In condizioni estreme, Abalakov proseguì da solo verso la vetta salendo da una cresta innevata e ripida. L’esploratore solitario salì metro dopo metro stringendo i denti e mettendo in ogni passo tutta la sua caparbietà: da lui soltanto dipendeva la riuscita della spedizione e la conquista della vetta. Con questa gloriosa vittoria, si sviluppo ulteriormente l’alpinismo di massa nel paese, si moltiplicarono i gruppi autogestiti e crebbero ancora le sezioni di montagna.

Gli anni ’30 furono quindi teatro di una serie di fortunate e prime conquiste di montagne difficili come la conquista tutta sovietica del Picco Lenin nel 1934 e nel 1938 la conquista del Pik Pobeda (Tien Shan) conquistato per la cresta del Kokshaal To e che venne all’inizio battezzato come “Picco del ventesimo anniversario del Komsomol” e nel 1944, dopo che i topografi ne misurano l’altezza 7439 m fu rinominato Pik Pobeda, Cima della vittoria, per celebrare le vittorie dell’Armata Rossa contro i nazisti durante la seconda guerra mondiale. I primi che tentarono la scalata al Pobeda furono tre scalatori guidati da L. Gutman nel 1938 tuttavia la loro salita è ancora messa in dubbio e la prima assoluta al Pik Pobeda è considerata la spedizione diretta da V. Abalakov del 1956. Il Pik Pobeda non va confuso con l’omonimo Pik Pobeda 3147 m, nei Monti Čerskij (Siberia), salito nell’inverno 2018 da Simone Moro e Tamara Lunger.


Note
[1] Simone Moro, intervistato da Kay Rush, Trento Film Festival, aprile, 2008 (URL: https://www.youtube.com/watch?v=FExGomcGDn0   minuto 1:59)

[2] R.F., Venchiarutti, Vladimir Vysockij, i canti del teppista, Olmis, Osoppo (UD), 2012

[3] J.I., Vizbor, Ja cerdce ostavil v sinich gorach, Fizkul’tura i sport, 1989.

[4] ПЕСНЯ АЛЬПИНИСТОВ, 1967. Вот это для мужчин – Рюкзак и ледоруб, И нет таких причин, Чтоб не вступать в игру. А есть такой закон – Движение вперед – И кто с ним не знаком, Hавряд ли нас поймет. Припев: Прощайте вы, прощайте, Писать не обещайте, Hо обещайте помнить. И не гасить костры. До после восхожденья!  До будущей горы! До после восхожденья! До будущей горы! И нет там ничего – Hи золота, ни руд, – Там только и всего, Что гребень слишком крут, И слышен сердца стук, И страшен снегопад, И очень дорог друг,И слишком близок ад. Припев. Hо есть такое там –
И этим путь хорош – Чего в других местах.Hе купишь, не найдешь: С утра подъем, с утра. И до вершины бой – Отыщешь ты в горах. Победу над собой. Припев.

[5] H.B. De Saussure, La scoperta del Monte Bianco, 1834, Torino, CDA&Vivalda, collana Licheni, 2012.

[6] E. Whymper, La salita del Cervino, 1880, Torino, CDA&Vivalda, collana Licheni, 2004.

[7] Rototaev, K veršinam, 1977, p. 50

[8] Pietro I fu un forte sostenitore del progresso scientifico quindi tutto ciò che era considerato “magia” poteva essere sfatato.

[9] (Traduzione Giovita Scalvini, e Giuseppe Gazzino, Progetto Iperteca, Napoli, 2005, p. 78)

[10] Con il termine America russa (in russo Русская Америка) si intende il territorio che attualmente costituisce lo stato dell’Alaska degli Stati Uniti d’America ma che nel periodo compreso tra il XVIII e il XIX secolo apparteneva alla Russia. L’annessione formale all’Impero russo fu avviata nel 1799 con la creazione della Compagnia russo-americana. A metà del XIX secolo il governo russo si era ormai disinteressato delle sorti dell’Alaska, che venne così venduta agli Stati Uniti d’America il 9 aprile 1867 a Sitka, per 7.200.000 dollari americani.

[11] Z. I. A Gorslavskij, S. A. Zjuzin, A. V. Chaširov, Pervovoschoždenija na El’brus: leto 1829 goda, zima 1934 goda, Nal’čiik izdatel’stvo M. i V. Kotljarovych, 2007.

[12] La montagna fino a fine ‘800 era ricca di leggende. Basti pensare alle moltissime storie di diavoli e maghi delle nostre Alpi (T.G Chanu, Leggende e racconti della Valle D’Aosta, Newton Compton Editori, Roma 1991) e del Caucaso, come la leggenda dell’Arca di Noè sul monte Ararat (5137m) testimoniata nella Bibbia.

[13] Дело не в том, какую высоту в метрах ты покорил. У одного это – Эверест, у другого – Казбек, у третьего – совсем небольшая горка. Главное, чтобы для самого человека это была ВЫСОТА. Своя мечта, цель, свое дело. Важна не только вершина – важен путь к ней… И никто не пройдет этот путь за нас – только мы сами, Вот после такого восхождения и можно почувствовать себя в жизни уверенно, прочно… Я люблю горы не только за красоту. В них ты не только выше облаков – выше страха, беспомощности, слабости. Ведь в горы ходят и для того, чтобы протянуть руку товарищу, который оступился, подбодрить тех, кому тяжело, помочь уставшему, уберечь от летящего камня. Да и самому опереться о чьё-то плечо…. Maro Tkavadze, su socialističeskaja industrija, 1984, citato in Rototaev, 1977, p. 88. Dalle parole di questo testo, sembra possibile che Tkavadze fosse stato influenzato dalle canzoni montanare dei cantautori Vizbor e Vysockij. 

[14]Il Narkompros era un organo governativo della Russia sovietica competente nell’ambito dell’educazione pubblica e della cultura, attivo dal 1917 al 1946.

[15] L’organizzazione operò dal 1926 al 1930, anno in cui si fuse con la OPT.

[16] НЕПОГОДА В ГОРАХ, 1977 Свечка темно горит, Дождик в окно стучит, Лето – сплошной обман, В соснах висит туман. Припев: Непогода в горах, непогода, В эту смену с погодой прокол, Будто плачет о ком-то природа. В нашем лагере “Узункол”. Нам-то что? Мы в тепле и в уюте. И весь вечер гоняем чаи, Лишь бы те, кто сейчас на маршруте, Завтра в лагерь спуститься б смогли. Врут все мои друзья, Что, мол, придет рассвет, Что,дескать, есть края, Где непогоды нет. Припев. И не пробьет тех туч. Солнца густая кровь, Их лишь разгонит луч, Луч тот – твоя любовь. Припев

[17] Freshfield, Lettera a Nikoladze, 15 gennaio 1827, citato in Rototaev, K Veršinam, pю 103

[18] Il Komsomol (in russo Всесоюзный ленинский коммунистический союз молодёжи – ВЛКСМ ovvero l’Unione sovietica della Gioventù Comunista Leninista) era l’organizzazione che riuniva i giovani a supporto attivo del Partito Comunista dell’Unione sovietica.

[19] V. L. Semenovskij, Snarjaženie turista, Moskva-Leningrad, Gosudarstvennoe izdatel’stvo, 1929.

V. L. Semenovskij, Gornij turizm, molodaja gvardija, Leningrad, 1930

V. L. Semenovskij, Al’pinizm, ogiz, Mosca, 1936

[20] La prima discesa dell’Elbrus con gli sci è di Valentin Suloev nel 1968.

[21] V. Semenovskij, Gornij turizm, Molodaja gvardija, Leningrad, 1930

[22] Da Rototeav, K veržinam, 1977, p. 97.

[23] ПЕСНЯ О ДРУГЕ, 1966. Если друг оказался вдруг. И не друг, и не враг, а – так, Если сразу не разберешь, Плох он или хорош,- Парня в горы тяни – рискни! Не бросай одного его, Пусть он в связке в одной с тобой. Там поймешь, кто такой. Если парень в горах – не ах, Если сразу раскис и – вниз, Шаг ступил на ледник и – сник, Оступился – и в крик,- Значит, рядом с тобой – чужой,Ты его не брани – гони: Вверх таких не берут, и тут Про таких не поют. Если ж он не скулил, не ныл, Пусть он хмур был и зол, но – шел, А когда ты упал со скал, Он стонал, но – держал, Если шел за тобой, как в бой, На вершине стоял хмельной,- Значит, как на себя самого, Положись на него.


[i]  La traduzione delle canzoni d’autore non ha pretese musicali, poetiche e stilistiche. Tradurre è un esercizio complesso per il quale è necessario fare delle scelte in base allo scopo finale. Quello da me perseguito era di far conoscere due cantautori molto famosi in Russia e quasi del tutto sconosciuti in Italia, e portare al lettore di montagna i loro testi cercando di rimanere il più possibile fedele al testo di partenza.

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