Bardonecchia, Sportroccia 1985

Oggi, 7 luglio 2020, ricorre il trentacinquesimo anno dal giorno della conclusione delle prime gare di arrampicata sportiva nell’Europa Occidentale.

Sportroccia 85
(da Wikipedia, l’enciclopedia libera)

Sportroccia è stata la prima competizione internazionale di arrampicata sportiva e si è tenuta per quattro edizioni a Bardonecchia e Arco.
La prima edizione di Sportroccia è stata organizzata nel 1985 per iniziativa di Andrea Mellano, forte alpinista degli anni Sessanta e membro del Club Alpino Accademico Italiano, e del giornalista e scrittore Emanuele Cassarà. La giuria era composta da Riccardo Cassin, Oscar Soravito, Maurizio Zanolla e Heinz Mariacher. La gara si disputava sulla Parete dei Militi in Valle Stretta vicino a Bardonecchia. Il fatto che le gare si svolgessero sulla roccia e non su pareti artificiali poneva gli organizzatori di fronte a diverse problematiche:
– sulla roccia venivano incollate delle bande colorate per delimitare le vie di gara e quindi gli appigli validi;
– le vie non partivano sempre dal terreno ma anche da terrazzini sopraelevati raggiungibili con scale, per sfruttare una zona di roccia più adatta;
– per rinnovare le vie tra una edizione e l’altra si ricorreva a scalpello e cemento.

L’apertura dell’articolo su Sportroccia 85, Alp n, 4, agosto 1985.

Proprio per via di questi problemi le gare di arrampicata si spostarono progressivamente su pareti artificiali.
Nel 1986 l’evento venne diviso in due tappe: la prima ad Arco sulla parete del Colodri, la seconda a Bardonecchia.
Nel 1987 non è disputato Sportroccia. Ad Arco si è svolto invece per la prima volta il Rock Master, ancora su roccia e solo dall’anno successivo su parete artificiale.
Nel 1989 la competizione diviene una tappa della neo-nata Coppa del mondo di arrampicata 1989.
Nel 1985 e 1986 Sportroccia viene anche utilizzato per proclamare il Campione italiano, conferendo il titolo agli atleti italiani meglio piazzati.

Le competizioni sovietiche
di Renato Scagliola
(pubblicato su Alp n. 4, agosto 1985)

Le gare di arrampicata su roccia vengono organizzate regolarmente in Unione Sovietica dal 1976, a cura del Comitato per lo Sport e della Federazione Alpinismo dell’URSS. Fino all’anno scorso erano biennali, da quest’anno sono diventate annuali. «Ci sono due tipi di competizione — spiega Aleksandr Zybin, responsabile presso il Comitato per lo Sport di Mosca — il campionato sovietico di arrampicata e una competizione internazionale cui partecipano in genere 90 climber, metà uomini e metà donne: si svolge sempre a settembre presso il villaggio di Simeiz in Crimea, poco lontano da Yalta. C’è da dire che i due tipi di gara non sono separati e anche il campionato sovietico è stato aperto agli stranieri. All’ultima edizione vi hanno partecipato 40 scalatori sovietici, più concorrenti provenienti dalla Francia, dalla Repubblica Democratica Tedesca, dalla Germania Federale, dalla Cecoslovacchia, dalla Svizzera, dalla Bulgaria, dalla Romania, dall’Ungheria, dal Giappone. Nell’ultima edizione i sovietici si sono classificati primi e secondi, terzi i francesi».

La prima prova è l’arrampicata parallela. Due concorrenti su percorsi affiancati, più o meno uguali, salgono e scendono a cronometro, poi si scambiano la via e ripetono la salita; si sommano i tempi e vince chi ha il tempo complessivo migliore, anche se sul risultato influisce la tecnica di salita. La seconda manche consiste in un’arrampicata individuale a cronometro, su cento metri, con percorso obbligato. Ma ci sono anche altre gare derivate dall’arrampicata. Si chiamano in russo “Donbajskie svjazki” (traduzione letterale: le cordate di Donbaj); due scalatori devono completare un percorso su una via già chiodata, facendo esercizi obbligati (come il pendolo), e scambiandosi il posto di primo di cordata. Poi ci sono le “Krimskie sviazki” (le cordate di Crimea), su vie non chiodate: gli atleti devono tracciare il percorso, disegnare una mappa e dichiarare quali attrezzi saranno necessari. Hanno poi venti minuti per portare a termine l’ascensione. La valutazione della giuria tiene conto del dislivello e dello sviluppo di percorso portato a termine.

L’editoriale di Alp n. 4, agosto 1985.

Come sono nate le gare di arrampicata
di Andrea Giorda
(pubblicato su caitorino.it il 4 dicembre 2019)

Andrea Mellano è stato il primo promotore della scalata sportiva. Sua la prima palestra indoor aperta al grande pubblico al Palazzo a Vela di Torino. Primo organizzatore insieme a Emanuele Cassarà delle gare di arrampicata nel 1985. Fondatore della SASP e della FASI, un mito mondiale tutto italiano che ci racconta in questa intervista, alla soglia delle Olimpiadi di Tokyo, come la sua fosse pura visione ed eresia quarant’anni fa.

“Quell’uom di multiforme ingegno”, no non mi riferisco all’omerico Ulisse, ma ad Andrea Mellano classe 1934, 85 anni quest’anno. Solo il racconto delle sue scalate riempirebbe una serie su Netflix, di quelle che si vedono tutte di un fiato incollati alla poltrona.

Il soffio di Catherine Destivelle

Primo italiano insieme agli storici amici a salire la Nord dell’Eiger, quando ancora gli italiani non erano ritenuti in grado di scalarla. Lui e Romano Perego, Ragno di Lecco, furono i primi italiani ad aver scalato tutte e tre le grandi nord: Cervino, Eiger e Grandes Jorasses. Esploratore con spedizioni in Nepal dove salì cime inviolate e in Afghanistan dove conobbe il Re e fu ammesso al tempio dei grandi Buddha. Quelli che i talebani fecero poi saltare in aria. Amico di Guido Rossa, il sindacalista ucciso dalle Brigate Rosse, di cui ricorda l’aneddoto che gli toccò trasportarlo sul tetto della Fiat Seicento dopo che si era infortunato sul Becco di Valsoera: perché, in auto con la gamba puntellata, non ci stava!

Bardonecchia 1985, Luisa Iovane

Ma il Mellano Alpinista negli anni lascia il posto ad un Mellano visionario al quale il movimento dell’arrampicata mondiale attuale è grande debitore, in quanto lui ha teorizzato per primo l’arrampicata come sport, una vera e propria eresia per i suoi contemporanei. Contro tutto e tutti ci ha creduto e la recente ammissione dell’arrampicata ai Giochi Olimpici, grazie a Marco Scolaris, è anche una sua conquista che andrebbe sottolineata a dovere.

Nel 1980 sapevo che Andrea Mellano era quello che aveva scalato il formidabile spigolo ovest del Becco di Valsoera, io avevo ripetuto la sua via e ne ero affascinato ma non lo conoscevo, rimasi stupito che tra tantissimi pretendenti chiamò proprio me insieme a Gerard Sallette e Valeria Valli a istituire il corso di arrampicata indoor al Palazzo a Vela di Torino; fummo i primi in una struttura artificiale.

Bardonecchia 1985, sono riconoscibili: Tierry Renault (di spalle), Jacky Godoffe (dietro a lui, Marco Fanchini e Roberto Bassi), Catherine Destivelle, Lamberto Camurri (con una bottiglietta in mano).

Una delle prime persone che incontrai fu Patrick Berhault, giovanissimo, che mi chiese chi si iscriveva ai corsi… io non sapevo che dire perché era un mistero anche per me e dissi con una battuta poco felice, mah le casalinghe! Al chiuso era tutto da inventare. Con Marco Degani, che fece i disegni, scrissi il primo manuale per scalata indoor e piano piano capii l’enorme potenziale di quel nuovo giocattolone. Vidi arrivare Patrick Edlinger e Reinhold Messner curiosi e tanti altri nostrani come Roberto Perucca e un giovane e sconosciuto Andrea Gallo, campione di skateboard, che vedendomi tonico sui passaggi più difficili mi chiese quante trazioni facevo. Lo guardai e dissi boh (!), l’allenamento non è mai stato il mio forte, lui nella testa era già un professionista determinato e sportivo.

1982, inaugurazione del Palavela, Andrea Mellano e Reinhold Messner

Certo i giornalisti erano incuriositi da questa struttura, scrissero che eravamo le “scimmie metropolitane” e noi ci facemmo la foto da scimmie. Arrivava di tutto, un’umanità varia, tanta gente in scarponi Galibier o Supercervino ingrassati, camicia a scacchi alla Carlo Mauri e pantaloni alla zuava, una volta arrivò un gruppo così conciato in cordata già alla biglietteria come appena sbarcato sulla Punta Helbronner e non dall’autobus di via Ventimiglia dietro la Fiat Lingotto.

Emanuele Cassarà quando alla sera usciva dalla redazione di Tuttosport, spesso passava al Palavela a trovare Mellano per l’organizzazione della prima gara di Bardonecchia e voleva a tutti costi che mi iscrivessi, anche perché c’era il timore che le boicottassero e non ci fossero abbastanza partecipanti. Mi chiamava Neskeens, perché diceva che avevo un fisico torcio e massiccio da terzino olandese e un po’ di faccia assomigliavo al grandissimo giocatore dell’Olanda di Cruyff. Non ho mai avuto il coraggio di dire a Emanuele, una splendida ed energica persona, che io ero tra quelli poco convinti delle gare, io amavo la scalata libera clean cercando di usare solo i nut in valle dell’Orco, andavo alla scoperta del Diedro Atomico o di Sitting Bull, i miei eroi erano Royal Robbins e Chuck Pratt ed ero assai lontano da quel mondo che nasceva con protezioni fisse e regole sportive. Ma facciamoci raccontare da Mellano come è nato il movimento dell’arrampicata sportiva, a partire dalla prima palestra indoor del Palazzo a Vela di Torino.

1980, Palavela, Torino: Dimostrazione di roccia con scarponi.

Andrea, com’è che lo scalatore dell’Eiger si inventa una palestra di arrampicata indoor?
Il mio alpinismo era libero da retoriche ideologiche e con l’arrampicata indoor non esiste contraddizione. Si tratta di due attività che rientrano nel mio modo di puntare a traguardi di ogni genere, apparentemente irraggiungibili e un po’ utopistici e per questo molto stimolanti. L’Eiger e la palestra di arrampicata indoor del Palazzo a Vela sono esempi non in contraddizione.

Come è nata l’idea della palestra di arrampicata del Palazzo a Vela?
L’idea di costruire una struttura artificiale urbana di arrampicata è nata da una riflessione sull’influenza che l’arrampicata intesa anche come fine a se stessa, stava avendo tra i ragazzi delle nuove generazioni alla fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Sull’esempio di quanto già avveniva in Inghilterra nei Campus universitari, dove si stavano attrezzando muri per l’esercizio dell’arrampicata seguiti in Italia, a Bolzano, verso la fine degli anni’70, dove nel locale palazzetto dello sport avevano attrezzato un muro articolato per l’arrampicata, ho pensato che anche a Torino potesse nascere una struttura simile.

1982, inaugurazione del Palavela. Andrea Giorda scopre la targa a Guido Rossa.

Com’è stata finanziata?
L’occasione favorevole si verificò alla fine degli anni ‘70 grazie alla ristrutturazione da parte del Comune di Torino, del Palazzo a Vela, utilizzato da anni solo per il rimessaggio di vecchi aerei in disarmo. Come tecnico dell’assessorato allo Sport feci la proposta di costruire all’interno del Palazzo una struttura per l’arrampicata. L’Assessore Alfieri e il Sindaco Novelli, entrambi appassionati degli sport della montagna, pur non avendo ben chiaro di cosa si trattasse furono favorevoli, non così alcuni membri dell’allora opposizione. Le divergenze si appianarono e la realizzazione fu approvata e finanziata nell’ambito degli impianti sportivi di base previsti nel Palazzo a Vela: campi da tennis, pista di atletica, campi di calcetto, pallavolo, ecc…
Naturalmente la mia proposta e con il relativo progetto di massima, era stata presentata ufficialmente e supportata dal Gruppo Accademico Occidentale del CAAI e dai suoi esponenti più prestigiosi, tra cui Corradino Rabbi.

1980, Palavela. Dimostrazione di ghiaccio e roccia con scarponi e casco!

Che riferimenti avevi per il progetto? Ricordo che era assai diversa dai modelli e dai materiali attuali, le resine. Era fatta di cemento, pietra, legno e tartan (gomma per piste da atletica).
Per il progetto mi sono basato su una struttura originale, autonoma dagli altri impianti del Palazzo, che presentasse la maggior parte delle possibilità di arrampicata (placche diedri, fessure, strapiombi e anche un settore per la salita con ramponi).
Ne risultò un complesso di 50 m di sviluppo lineare per oltre 8/9 metri di altezza realizzato, in cemento armato ricoperto in parte di lastre di pietra di Luserna, e di “tartan” per il settore “ghiaccio”. La struttura venne realizzata in circa 50 giornate lavorative.

Sì, c’erano fessure di tutte le dimensioni, placche e Dülfer che nelle attuali palestre mancano! Era molto completa e avrebbe un senso ancora oggi, non vi è nulla di simile in giro. Ma torniamo a noi come si sono inseriti il CAI e il CAAI e come era organizzata la palestra?
La palestra fu ultimata nel 1980. L’attività iniziò con la gestione economica diretta del Comune di Torino. La conduzione tecnica fu assegnata a membri del CAAI mentre dell’assistenza diretta si occupò il Gruppo Guide Alpine del Piemonte.
Il successo fu subito travolgente e vennero organizzati i primi corsi per bambini delle scuole e ragazzi mentre gli adulti iniziarono e prendere confidenza con quella strana struttura, malgrado lo scetticismo e l’indifferenza del “nobilato” alpinistico, tra cui alcuni alpinisti di primo piano di allora, e anche alcuni di quei giovani arrampicatori protagonisti della rivoluzione del “Nuovo Mattino”.

1982, inaugurazione del Palavela, Torino. Massimo Mila e, seduto, il sindaco Diego Novelli.

L’inaugurazione fu un grande evento per la città, ricordo il sindaco di Torino Diego Novelli, Reinhold Messner scettico e fresco di Everest senza ossigeno, Wanda Rutkiewicz e Massimo Mila che disse che con Gervasutti, Chabod e Rivero, in mancanza d’altro scalavano sui pilastri dei palazzi di Corso Vittorio Emanuele a Torino e sognavano una struttura simile! Cosa ricordi di quei giorni?
L’inaugurazione ufficiale avvenne nel 1982 nell’ambito della mostra SportUomo ‘80 alla presenza delle autorità della Città, del CONI, del CAAI e con la partecipazione di Reinhold Messner e Wanda Rutkiewicz. L’impianto in quella occasione fu dedicato a Guido Rossa commemorato da Massimo Mila e un giovanissimo arrampicatore, Andrea Giorda, scoprì la targa celebrativa. Fu una giornata per me indimenticabile che vedeva la conclusione di quanto mi ero prefisso di realizzare.
Purtroppo per lo svolgimento a Torino delle Olimpiadi Invernali del 2006 la palestra di arrampicata, con una scelta incomprensibile del Comitato organizzatore non fu più prevista nell’ambito della nuova destinazione del Palavela e fu demolita. Così si perse la prima occasione di presentare la nuova disciplina dell’arrampicata nell’ambito di una manifestazione olimpica.
Ormai l’idea della arrampicata intesa come attività propedeutica all’alpinismo e anche fine a se stessa si era concretizzata e altre palestre erano sorte a Torino e in altre parti d’Italia. Il seme del Palavela aveva dato i suoi frutti e altre iniziative altrettanto “visionarie” si stavano realizzando come la prima gara internazionale di arrampicata sportiva nel 1985 a Bardonecchia.

Bardonecchia 1985, Jacques Perrier (detto Pschitt, con la barba), Thierry Renault e Catherine Destivelle, seduti.

Quando hai iniziato a pensare alle gare di arrampicata? Quali sono state le prime reazioni?
Con il giornalista sportivo Emanuele Cassarà, amico e compagno di escursioni in montagna, discutevamo molto sulla possibilità che l’arrampicata moderna, viste le caratteristiche sportive che si andavano delineando, potesse trasformarsi in una vera disciplina sportiva agonistica. Queste nostre idee trovarono subito un mare di critiche nell’ambito alpinistico per la sua dirompente intromissione nelle severe e classiche linee morali dell’alpinismo.
Noi continuammo nelle discussioni coinvolgendo arrampicatori e alpinisti in vari incontri. Trovammo molte opposizioni ma anche molte approvazioni che ci convinsero a proseguire nella nostra proposta, malgrado la ferma opposizione del CAI che riteneva inammissibile introdurre, nell’ambito alpinistico, una attività sportiva prettamente agonistica, non considerando che si trattava di una attività non alternativa all’alpinismo classico, ma di una disciplina che avrebbe arricchito le proposte del CAI ai giovani al passo con i tempi.

Andrea Mellano e Andrea Giorda, 2019

Cosa ricordi della organizzazione della prima edizione di Sportroccia del 1985?
Con Alberto Risso alpinista, e l’arrampicatore Marco Bernardi, giovane talento emergente dell’arrampicata tra i primi in Europa, formammo un gruppo di lavoro organizzativo e tecnico. La scelta del luogo dove svolgere la gara cadde sulla Parete dei Militi della Valle Stretta di Bardonecchia. Iniziammo subito la ricerca di risorse economiche interessando vari Enti e ditte nonché la ricerca di patrocini. Fu un lavoro durissimo, trovammo molte adesioni ma anche molti rifiuti.Il Comune di Bardonecchia mise a disposizione le sue strutture. Diedero il loro autorevole sostegno la Provincia di Torino, la Regione Piemonte il
Comune di Torino, il Museo della Montagna (non come CAI), il Club Alpino Accademico e le principali ditte di articoli per l’alpinismo e l’arrampicata.

Sportroccia 85, Riccardo Cassin alla premiazione.

Una frangia del mondo dell’arrampicata era contraria alle gare, Patrick Berhault in testa, molti firmarono un documento contro per poi ricredersi e diventare grandi protagonisti, Patrick Edlinger mi sembra fu uno di questi?
Sulle riviste specializzate e nei vari convegni si produssero documenti e manifesti, in opposizione dell’iniziativa, firmati anche da alpinisti prestigiosi quali i francesi Edlinger, Catherine Destivelle (che poi parteciparono, e vinsero) e molti italiani (che è meglio non ricordare per la loro successiva rapida inversione di posizione).
La gara venne fissata il 6-7 luglio 1985 e le iscrizioni, gratuite valide sino al 5 luglio. Nel periodo precedente si provvide al perfezionamento della complessa macchina organizzativa e ad attrezzare le pareti e la tendopoli per il soggiorno degli atleti.
La grande incognita era però la partecipazione degli arrampicatori alla gara. Cassarà tramite i giornali si mise in contatto con le associazioni alpinistiche straniere e giovanili varie, inviando centinaia di moduli di iscrizione. Non restava che attendere; Risso si assunse il compito per la gestione economica, Bernardi quella tecnica attrezzistica e i regolamenti di gara, io quella organizzativa generale.

Bardonecchia 1985, Giuliana Scaglioni

Il mondo dell’Alpinismo era chiuso e maschile, tu hai aperto subito le gare alle donne, anche questo ti deve il mondo dell’arrampicata. Vennero grandi protagoniste Catherine Destivelle, Lynn Hill e la nostra Luisa Iovane, simboli per le ragazze di tutto il mondo. Hai qualche ricordo in proposito?
Le iscrizioni stentavano ad arrivare e noi eravamo molto preoccupati, anche per la questione economica che avremmo dovuto sostenere personalmente, in caso di insuccesso. Si misero di mezzo anche l’instabilità delle condizioni metereologiche che all’inizio di luglio a causa di numerosi temporali allagò quasi tutta la valle Stretta. Fortunatamente un paio di giorni prima il tempo si mise al bello.
Alla vigilia della gara il numero delle adesioni era ancora sotto le nostre previsioni (30-40 partecipanti) ma alla sera si presentarono oltre 50 concorrenti di cui 7 ragazze, tra cui l’italiana Luisa Iovane e, a sorpresa la francese Catherine Destivelle.

C’era il modo intero, addirittura un entusiasta Riccardo Cassin!
A presiedere la manifestazione fu interpellato Riccardo Cassin, che accettò con entusiasmo come l’accademico Oscar Soravito, chiamato a far parte della giuria coadiuvato dagli arrampicatori, che non parteciparono alla gara, Heinz Mariacher e Manolo. La gara ebbe un grande successo sottolineato dai giornali e riviste specializzate, ma soprattutto da un grande pubblico che riempì tutta la valle Stretta per due giorni.
Una delle sorprese più interessanti fu la presenza delle ragazze tra i concorrenti: bravissime e determinate protagoniste anch’esse, non solo più da comprimarie, della nuova arrampicata che stava nascendo. La nostra “folle” idea aveva raggiunto il suo scopo. Indietro non si sarebbe più potuti tornare.

Wolfgang Güllich

E vero che sei andato dai carabinieri a tirar fuori dai pasticci Wolfang Güllich? Cosa era successo?
Un episodio curioso avvenuto nelle serate al campo, fu l’avventura occorsa a Wolfgang Güllich, fortunatamente finita bene. Wolfang con alcuni compagni a Bardonecchia aveva fatto bisboccia, alzando un po’ il “gomito” e in gruppo si portarono a ballare sui binari del treno, vicino alla stazione. Naturalmente i poliziotti li rincorsero e riuscirono a fermare il solo Güllich, forse il più brillo, portandolo in caserma.
Saputo l’accaduto mi precipitai in caserma a parlare con i dirigenti della polizia. L’azione dei ragazzi era molto grave e Güllich rischiava una denuncia e una forte ammenda. Con calma cercai di spiegare la situazione di euforia dovuta alla manifestazione e chiesi di soprassedere alla severa sanzione. Il responsabile della polizia fu molto comprensibile e dopo una dura reprimenda rilasciò Güllich. L’avventura era finita bene.

1980, Scimmie Metropolitane: Gerard Sallette, Andrea Giorda, Valeria Valli

Come nacque la prima società di arrampicatori indoor, la SASP?
Con il successo della gara di Bardonecchia e lo sviluppo che stava prendendo l’attività di arrampicata sportiva, si trattava di dare una organizzazione al movimento degli arrampicatori che stava crescendo in molte località. A Torino si pensò di costituire una società che riunisse gli appassionati dell’arrampicata. A tale scopo nel 1987, sorse la SASP – Società Arrampicata Sportiva Palavela. Sull’esempio di Torino in molte località italiane sorsero gruppi e società di arrampicatori

Andrea Mellano

E la FASI? Perché il CAI non colse l’occasione di cavalcare quel mondo? In fondo io i corsi al Palavela li facevo a nome del CAAI? Una decisione miope che ha aiutato a spezzare il legame tra arrampicatori e la tradizione alpinistica.
L’idea di una Federazione sportiva che rendesse omogenee le finalità delle varie associazioni venne di conseguenza all’evolversi e allo sviluppo dell’arrampicata intesa come attività libera anche agonistica, ma non alternativa ai vecchi canoni ideologici e morali dell’alpinismo tradizionale. Il CAI sarebbe stato un Ente importante di riferimento anche per le affinità che legavano l’attività alpinistica all’arrampicata sportiva, ma i dirigenti di allora non vollero recepire il nuovo messaggio che veniva dai giovani adducendo ragioni di incompatibilità con le tradizioni prettamente alpinistiche del CAI.
Ci rivolgemmo quindi, Cassarà ed io, alle strutture regionali e poi nazionali del CONI che risposero positivamente alla nostra richiesta. Nacque così lo stesso anno 1987 la FASI – Federazione Arrampicata Sportiva Italiana. Nel frattempo, dopo la seconda edizione di Sportroccia a Bardonecchia e ad Arco di Trento, nel 1986, sempre su terreno naturale, si ravvisò l’opportunità di allargare le possibilità di arrampicata presso strutture coperte urbane sull’esempio del Palavela. Questa scelta fu indispensabile per definire in modo univoco i campi di azione dell’attività stessa dandole così una vera caratteristica di disciplina sportiva ben definita.
In pochi anni gli iscritti alla Federazione divennero alcune migliaia, questo convinse il CONI ad accogliere, nel 1990, la FASI tra le discipline Associate nazionali. Per questo riconoscimento il CONI interpellò il CAI per un suo parere, e il CAI diede il suo consenso, malgrado alcuni suoi dirigenti fossero contrari.

Lezioni al Palavela con scarpe da ginnastica e gomma airlite.

Che impressione ti fa ora vedere che l’arrampicata è una disciplina olimpica? E’ anche il coronamento di un’intuizione tua e di Cassarà?
Di strada da allora se ne è fatta tanta, attraverso tappe importanti come l’ingresso della FASI nell’ambito dell’UIAA prima e poi nella organizzazione autonoma internazionale, fondata da Marco Scolaris, cofondatore e dirigente FASI. Ora la disciplina dell’arrampicata sportiva è diffusa in oltre 70 nazioni, in Italia i tesserati nell’anno corrente hanno raggiunto oltre 40.000 iscritti.
L’importanza dell’arrampicata sportiva agonistica e la perfetta efficienza dell’organizzazione internazionale e delle singole nazioni, ha fatto si che la disciplina fosse inserita nel programma dei Giochi Olimpici del 2020 di Tokyo. Per me è una delle più grandi soddisfazioni che si possano desiderare e lo sarebbe sicuramente per Emanuele Cassarà e Alberto Risso (entrambi non più tra noi), e per tutti coloro, in primis Marco Bernardi, che hanno vissuto l’inizio di questa bellissima e folle avventura sportiva.
Per quanto riguarda le divergenze di fondo che esistevano tra l’arrampicata sportiva agonistica e il CAI si possono considerare superate, per le molte affinità tecniche di base che uniscono l’alpinismo tradizionale e l’arrampicata sportiva, essendo ormai riconosciuto l’apporto laico e di sicurezza che la nuova disciplina sportiva ha introdotto nella pratica alpinistica: non più il rischio fa grado, come si intendeva un tempo in alpinismo, ma la sicurezza e la tecnica nella progressione devono essere la regola fondamentale a supporto dei risultati nell’alpinismo, come nell’arrampicata sportiva, amatoriale e agonistica.

Il cerchio si è chiuso: Eiger e arrampicata sportiva non sono più così lontani e inconciliabili. Grazie Andrea!

Stefan Glowacz

L’arrampicata sportiva: da Sportroccia 1985 a Tokyo 2020 (2021)
(a cura della Redazione di caiuget.it)
(pubblicato su caiuget.it il 16 maggio 2020)

Oggi, sabato 16 maggio 2020, nel nostro salone UGET avremmo dovuto celebrare l’ammissione dell’arrampicata sportiva tra le discipline olimpiche con un convegno e la partecipazione di tantissimi protagonisti di allora, tra i quali Andrea Mellano, Marco Bernardi e Marco Scolaris, presidente della federazione mondiale IFSC.
Purtroppo questa situazione emergenziale per la pandemia del corona virus non ce l’ha permesso: e così, come pure i Giochi Olimpici, anche noi abbiamo rinviato l’evento. Riteniamo importante ricordare ma soprattutto far conoscere ai giovani questa primogenitura torinese grazie alla lungimiranza dei suoi ideatori.
Volendo anche ricordare l’importante ruolo ricoperto dalla nostra sezione patrocinando la manifestazione pubblichiamo tre documenti tratti dalla nostra rivista annuale Liberi cieli del 1984.

Il Consiglio Direttivo dell’UGET nella riunione dell’11 febbraio 1985 ha ascoltato – su proposta del presidente Leo Ussello – una relazione di Andrea Mellano, accademico del CAI e di Emanuele Cassarà, entrambi consiglieri della Sezione, sull’organizzazione di Sportroccia 85 – l° meeting internazionale competitivo di arrampicata sportiva individuale.

Il Consiglio ha accettato di farsi primo patrocinatore della manifestazione, approvando poi definitivamente l’iniziativa a verbale nella riunione del 18 marzo 1985, all’unanimità. Ecco la lettera di annuncio ufficiale del meeting poi presentato alla stampa dinanzi alla presidenza dell’UGET il 18 aprile 1985 al Museo della Montagna.

Un’idea torinese
di Andrea Mellano
(pubblicato su caiuget.it il 16 maggio 2020)

L’iniziativa costituisce una novità assoluta e clamorosa per l’Italia e l’Europa.
Si tratta della prima competizione internazionale di arrampicata sportiva individuale: una vera gara sportiva sulla roccia aperta a tutti, italiani e stranieri.

Non si tratta di una gara a cronometro sul tipo di “Pronti, via!”, ma di una serie di prove di difficoltà, velocità e stile al termine delle quali l’arrampicatore che ha totalizzato meno penalità sarà proclamato vincitore.
L’arrampicata sportiva costituisce ormai una attività autonoma dall’alpinismo tradizionale. Arrampicare sulle strutture rocciose, ovunque si trovino, è un gioco e uno sport allettante spettacolare e severo, che richiede applicazione ed un intenso allenamento ginnico e tecnico.

Lo scopo principale degli arrampicatori non è, come nell’alpinismo tradizionale, raggiungere il culmine di un rilievo montuoso ma il superamento, con nuove tecniche e senza mezzi artificiali di progressione (i mezzi artificiali: chiodi, dadi, moschettoni etc. sono usati esclusivamente per l’assicurazione), delle pareti rocciose sfruttandone, con abilità e tecnica raffinata, tutte le minime asperità naturali. E’ la realizzazione massima di un gesto atletico e psichico: uno sport nuovo per i giovani stimolato dal desiderio antico dell’uomo di conquistare lo spazio verticale.

Il rischio, componente principale dell’alpinismo, è ridotto al minimo nell’arrampicata sportiva. Il superamento delle massime difficoltà (tra il 7° e il 9° grado UIAA, europeo) richiede numerosi tentativi e spesso cadute, che devono essere controllate e neutralizzate mediante l’assicurazione.

Il concetto di caduta o “volo”, introdotto nella arrampicata estremamente difficile come evento normale e controllabile, annulla la componente eroica e fatalistica che ha caratterizzato sinora la scalata su roccia, e l’arrampicata pura diventa quasi esclusivamente un fatto sportivo che richiede doti naturali, preparazione atletica e grande tecnica, come qualsiasi altro sport.

E trattandosi quindi di uno sport e non come in alpinismo di un tormento esistenziale – almeno nella sua impostazione generale – si ha come logica conseguenza la competizione e il confronto aperto, che riconducono immediatamente sul piano atletico sportivo i valori individuali, senza sofismi o alibi cervellotici.
La competizione è quindi un mezzo, certa­ mente non l’unico, per l’affermazione e il miglioramento dei limiti tecnici in precedenza stabiliti dagli arrampicatori.

L’iniziativa partita da Torino tiene dunque a battesimo un nuovo sport degno di entrare tra le varie discipline atletiche del mondo moderno. Non a caso il C.O.N.I. ha concesso il patrocinio a quella che potrebbe diventare, in un domani non lontano, una disciplina sportiva riconosciuta a livello internazionale e olimpico.

Torino, dove è nato il Club Alpino Italiano, fondato nel 1863 da un gruppo di uomini di cultura che volevano salire le montagne per puro diletto (suscitando allora molto più clamore tra i benpensanti di quanto forse ne susciterà oggi la gara di arrampicata), tenendo fede ad una tradizione di avanguardia intellettuale e sportiva (non dimentichiamo la “rivoluzionaria” palestra di arrampicata del palazzo a Vela, unica nel suo genere in Europa), lancia ufficialmente le nuove regole per lo sport della arrampicata e dà appuntamento a tutti gli sportivi della montagna, tradizionali e arrampicatori moderni, il 6 e 7 Luglio prossimo ai piedi della “storica” parete dei Militi di Bardonecchia, per una grande festa della montagna e dello sport.

A Bardonecchia nasce una disciplina sportiva “costola d’Adamo” del tradizionale alpinismo
di Emanuele Cassarà
(pubblicato su caiuget.it il 16 maggio 2020)

Agli amici della montagna: Sportroccia 85 è in programma in Piemonte ai primi di luglio (5, 6 e 7): si tratta di una vera e propria «gara di scalata» che vedrà impegnati giovani arrampicatori italiani, francesi, austriaci, tedeschi, svizzeri, inglesi, spagnoli e jugoslavi.

L’avvenimento, storico, primo e unico in Europa, è annunciato da un Comitato sorto a Torino nell’ambito di una sezione del CAI (la UGET} ideatori e organizzatori il giornalista Emanuele Cassarà e l’alpinista accademico Andrea Mellano. La direzione di gara è stata affidata alla guida alpina e istruttore Marco Bernardi.

La manifestazione è stata presentata al Museo Nazionale della Montagna «Duca degli Abruzzi» di Torino, città dove nacque nel 1863 il Club Alpino Italiano, a testimonianza di un ideale legame tra passato e futuro.

L’alpinismo sta vivendo un momento storico di rapida evoluzione. In Himalaya e sulle Alpi si salgono montagne e pareti considerate «impossibili» sino a pochi anni fa, in tempi sbalorditivi. Il polacco Wjelicki è salito e poi sceso dal Broad Peak, un «ottomila» in Karakorum, in 22 ore da solo e senza ossigeno. l giovani assi europei risalgono in poche ore sul Monte Bianco itinerari rocciosi e glaciali sui quali i grandi alpinisti avevano scritto pagine leggendarie in lunghi giorni di strenuo e rischioso impegno.

Dopo le straordinarie dimostrazioni di Reinhold Messner, ma soprattutto grazie all’approfondimento delle tecniche di allenamento e alle nuove conoscenze per l’alimentazione, l’abbigliamento e l’attrezzatura, i giovani stanno recuperando ritardi tecnici dovuti a vecchi tabù ormai abbattuti, ponendosi traguardi storicamente maturi.

Catherine Destivelle

L’arrampicata sportiva su roccia (o free-climbing} è attività moderna sorta a partire dagli anni settanta, quasi una costola d’Adamo dell’alpinismo classico, una sintesi di esso, praticata su strutture rocciose via via più difficili (siamo ormai al decimo grado della scala UIAA che pareva bloccata al sesto} e dunque alla ricerca di difficoltà, di tecniche e di stili raffinati.

Prime gare Bardonecchia 85 Alp 4-1985 Stefan Glowacz

Un vero e proprio sport, dunque, nella pratica del quale audacia e capacità marciano di pari passo con le regole della sicurezza. l giovani del’ 8°, 9° e 10° grado, infatti difficilmente sono vittime di incidenti gravi (e comunque al disotto delle misure di altri sport considerati «pacifici») Ma uno sport – e la gara può essere uno degli sbocchi naturali – che richiede sacrifici, lunghe ore di allenamento e merita riconoscimenti gratificanti e onorevoli.

Vi hanno aderito anche coraggiosamente (l’«idea» nuova è anche e subito popolare?} aziende note nel mondo dello sport, dell’alpinismo, dell’escursionismo e della montagna come Enervit, Ciessepiumini, Ferrino, lnvicta, Cassin e Asolo. Noi siamo grati a chi ci ha aiutati e anche ai giovani conosciuti e sconosciuti che hanno aderito.

Nella tendopoli della Valle Stretta, quota 1200, in un ambiente alpino tra i più suggestivi del Piemonte, alla base della Parete sulla quale si sono cimentati Gervasutti, Bonatti, Guido Rossa e grandi alpinisti occidentali, si svolgerà non soltanto una competizione sportiva e relativo «spettacolo», ma una Festa della Montagna.

Il meeting segna la nascita ufficiale in Italia e in Europa di una nuova disciplina sportiva.

 

Quando tutto ha avuto inizio
di Lorenzo Delladio
(pubblicato su anniversario.lasportiva.com)

In Italia nel luglio del 1985, a Bardonecchia, si svolge Sportroccia, la prima gara di arrampicata sportiva della storia. La Sportiva, c’è.

Il furgone Fiat 242 ha il serbatoio pieno ed è parcheggiato sul piazzale dello stabilimento di Tesero, pronto a partire. Bardonecchia è lontana, dalla parte opposta dell’arco alpino e a guardare con attenzione la carta stradale, cercando di capire dove passa lo spartiacque tra Italia e Francia, la Valle Stretta sembrerebbe già oltre la linea di confine. Ah, la Francia. I francesi sembra che l’arrampicata di alto livello l’abbiano inventata loro: hanno il Verdon, Buoux, Patrick Edlinger e Patrick Berhault, le scarpette EB e anche il Monte Bianco. Hanno la rivista Vertical. Le difficoltà sulle vie si cominciano anche da noi a misurare in gradi francesi e non c’è più il sesto, il settimo o l’ottavo grado, ci sono il 6c, il 7b, l’8a. Noi però abbiamo le Dolomiti. E Manolo.

 

E le Mariacher viola e gialle. È appena nata la rivista Alp, l’arrampicata sta esplodendo ad Arco, a Finale Ligure, a Sperlonga, ovunque in Italia. E poi a conti fatti anche metà del Monte Bianco, è nostro. Soffriamo soltanto un po’ di complesso di inferiorità, ma le prime gare di arrampicata del mondo occidentale, Sportroccia 1985, si disputeranno tra qualche giorno in Italia, mica in Francia. Le scarpe La Sportiva sono migliori delle EB.
Bardonecchia è quasi in Francia, però è pur sempre in Italia.

Il mio nome è Lorenzo Delladio, ho poco più di vent’anni ed ho appena finito il servizio militare presso il Centro di Addestramento Alpino della Polizia a Moena. Sono appassionato di rally e di competizioni in automobile. Mi piace molto arrampicare, sciare e fare alpinismo. Mio padre è Francesco,  titolare del Calzaturificio La Sportiva, rimango il più possibile vicino a lui, mi sta insegnando il mestiere. Produciamo scarponi da montagna, il nostro prodotto di punta in questo momento sono delle scarpette da arrampicata rivoluzionarie. Sul lavoro lo seguo come un’ombra restando sempre al suo fianco, mezzo passo indietro, come mi pare giusto che sia. Credo lui lo facesse a sua volta con mio nonno Narciso, il fondatore della azienda, nata nel 1928 in Val di Fiemme. Lo ascolto, soprattutto. Mi guardo in giro. Cerco di imparare velocemente e di capire quello che mi si dice e quando mio padre mi chiede qualcosa, cerco di farmi trovare pronto, attento. Cerco di darmi da fare. Cerco di essere efficiente, rapido, sveglio. Tra qualche giorno a Bardonecchia si disputerà Sportroccia, la prima gara di arrampicata sportiva della storia ed io ho proposto a mio padre di esserci, vorrei andarci a rappresentare la nostra azienda. Mi ha detto di sì. Va bene, vai. Ci sarò. Ci saremo, il Calzaturificio La Sportiva sarà presente. Faremo servizio gara agli atleti e li supporteremo al meglio con i nostri prodotti e le nostre scarpette. Il futuro dell’arrampicata e quello della nostra azienda passano da lì, dalla Valle Stretta, sulla Parete dei Militi e da Sportroccia. Non possiamo mancare.

Mi aggiro nel seminterrato della ditta trascinandomi dietro un borsone azzurro e fucsia con la scritta La Sportiva, cammino un po’ spaesato tra gli scaffali, non so esattamente cosa prendere con me. Nel furgone ho già messo delle scarpe nuovo modello e dei prototipi preparati per i nostri atleti di punta. Quando con mio padre ne abbiamo parlato sembrava tutto così facile e logico, ma ora? Abbiamo deciso di dare ai nostri atleti in gara un supporto simile a quello che ricevo quando gareggio nei rally: servizio corse, così lo abbiamo pensato. In realtà c’è poco supporto che io possa dare ai nostri atleti, me ne rendo conto adesso, qui nel magazzino. Cosa potrò mai portare con me, oltre alle scarpe? Infilo nella borsa un’infinità di stringhe – si potrà mai rompere la stringa di una scarpetta da arrampicata? Molto improbabile. Prendo anche delle suole di ricambio e le infilo nella borsa anche se so perfettamente che non mi serviranno mai. Sostituire una suola a una scarpa lontano dal nostro laboratorio è qualcosa che non abbiamo mai fatto per ora, ma magari, in futuro. Lì tra quegli scaffali in quel momento, tentando di riempire quel borsone, metto a fuoco il vero motivo per cui devo assolutamente essere a Bardonecchia a rappresentare la azienda di famiglia: per parlare con gli atleti, incontrarli, conoscerli e farci conoscere. Per farci vedere, dobbiamo esserci. Capiremo di cosa hanno bisogno gli atleti per poter arrampicare al meglio, su vie sempre più difficili e dovremo avvicinare i migliori campioni in circolazione.

Dobbiamo contattarli, fare amicizia, far conoscere e provare le nostre scarpe. Fare in modo che le usino e le promuovano. Dobbiamo capire come progettare le scarpette del futuro, il mio compito è fare quello che hanno sempre fatto mio padre e mio nonno prima di me: ascoltare i più esperti, i migliori e trasformare i loro consigli e le loro idee in nuovi prodotti, con nuove soluzioni. In fondo ha sempre funzionato così a La Sportiva, a cominciare dalle scarpe pensate per gli alpinisti ma derivate da quelle per i boscaioli che costruiva mio nonno Narciso, è per questo che la nostra azienda si chiama così: Calzaturificio La Sportiva, per distinguerla da tutte le altre che facevano scarpe da lavoro nei boschi. Noi produciamo scarpe da alpinismo e da arrampicata, per chi va in montagna.

Ora è chiaro cosa dovrò mettere nel borsone: prenderò delle lime, della carta vetrata di grane differenti e del solvente con cui pulirò, sgrasserò e scalderò le suole delle scarpette da arrampicata, in modo che gli atleti possano gareggiare al massimo dell’efficienza. Le suole in quel modo, avranno un’aderenza superiore Servizio agli atleti, raccolta di informazioni e farsi conoscere. Fare vedere che La Sportiva di Tesero, c’è e realizza delle scarpe innovative e performanti.

Stefan Glowacz aveva vinto la prima gara di arrampicata della storia usando le nostre scarpette. Era appena diventato una superstar dell’arrampicata ma non aveva abbastanza soldi contanti per tornare in Germania. Non c’erano i Bancomat, a quell’epoca. Allora ho guardato nel portafoglio e avevo centomila lire. Li ho dati a lui. Servizio agli atleti, era anche quello.

L’impatto sulla stampa
Sulle riviste italiane di montagna, Sportroccia 85 non ebbe alcun risalto. Solo Alp gli dedicò 14 pagine, un editoriale e la copertina.

 

In montagna a cronometro tra polemiche e petizioni
(pubblicato su La Repubblica del 5 luglio 1985)

ROMA (l.pu.) – Nulla hanno potuto le grida di sdegno di illustri alpinisti, né le raccolte di firme contro l’iniziativa, in verità assai bizzarra per l’Italia: tra qualche polemica si inaugura oggi a Bardonecchia “Sportroccia 85” ovvero il primo meeting internazionale competitivo di arrampicata sportiva individuale organizzata dal Cai-Uget di Torino. Sulla Parete dei Militi in Valle Stretta (quota 1350 m) si misureranno fino a domenica più di 120 (tanti gli iscritti) arrampicatori provenienti da otto paesi europei: Germania, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, Austria, Jugoslavia, Polonia e Italia. Oggi sono in programma le selezioni che ridurranno il numero dei concorrenti a sessanta. Le affronteranno tutti, le selezioni, tranne le cosiddette “teste di serie”: tra queste, gli italiani Marco Ballerini, Marco Preti, Stefano Finocchi, Roberto Bassi, Manolo, Luisa Iovane, l’austriaco Heinz Mariacher, lo svizzero Marco Pedrini, i tedeschi Wolfgang Güllich e Andreas Kubin, i francesi Jacky Godoffe, Serge Jaulin e Tierry Renault e, quello che da molti è considerato il più grande, l’inglese Jerry Moffatt (Errore: Mariacher e Manolo fecero parte della giuria, perciò non furono concorrenti, NdR). Certo, una gara di scalata non poteva far altro che dividere in due il mondo dell’alpinismo: da una parte i “puristi”, quelli che sostengono che la montagna va vissuta senza cronometro, dall’altra coloro che non stabiliscono regole di comportamento rispetto alla roccia, e gli atleti, quelli cioè che in montagna trascorrono molte ore della giornata: primi fra tutti Patrick Edlinger (che non sarà a Bardonecchia, ma che ha comunque inviato la sua adesione) e Reinhold Messner che si schiera tra coloro che “apprezzano, ma non condividono”.

Stampa Sera dell’8 luglio 1985 (numero 167, pagina 5)
La prima edizione di «Sport Roccia 85» organizzata a Bardonecchia ha avuto pieno successo – i nomi più rappresentativi di questa nuova specialità alpinistica sono però stati battuti da ragazzini emergenti. Massima raffinatezza: pulire con una spazzola l’appiglio prima di poggiarvi le mani. Un dibattito non ha sciolto il dubbio: pro o contro? Il tedesco Stefan Glowacz, vent’anni, che lavora agli Impianti di risalita di Garmlsch, è il vincitore di «Sport-roccia ’85», primo meeting internazionale d’arrampicata organizzato a Bardonecchia. Si è portato a casa 3 milioni in gettoni d’oro; secondo il fuoriclasse francese Jakye Godoffe; terzo e quarto ancora due francesi, Renault Thierry e Didier Raboutou; quinto un altro tedesco, Michael Schlotter. I primi italiani sono al settimo e ottavo posto: Roberto Bassi di Trento e il torinese Andrea Gallo. Tutti i nomi più noti del free-climbing, dal tedesco Güllich all’americano (l’unico) Russ Clune, allo svizzero Marco Pedrlni che pure si è piazzato nei primi cinque nelle gare di stile e difficoltà, si sono fatti bagnare il naso da ragazzini emergenti. Un’adunata cosi imponente di rocciatori non si era mai vista e ha richiamato non meno di 5000 spettatori al giorno, sparsi fra pini e larici in riva al torrente: sono rimasti accoccolati per ore — con binocoli e macchine fotografiche insieme alle camere professionali di dozzine di fotoreporter e cineoperatori di tv di mezza Europa — sui detriti alla base dell’imponente Parete dei Militi sottolineando con applausi le salite meglio riuscite sia nelle gare di stile e di difficoltà (tre vie di 30 metri con gradi diversi) sia in quelle di velocità pura, 40 metri di 5° e 5° superiore. Un’incredibile scalata a mani nude sulla Parete dei Mìliti: a terra, gli spettatori e gli appassionati sembrano formiche. Consuete, per gli addetti ai lavori, le cerimonie degli atleti: dal tappetino alla partenza per mantenere assolutamente pulite le scarpette e avere maggiore aderenza, fino alle raffinatezze di qualcuno che, appeso con due dita a niente, puliva gli appigli con uno spazzolino prima di metterci su le mani. Perfetta l’assistenza a terra (assicurazione con corde) da parte delle dieci guide alpine della Val di Susa. Perfetta l’organizzazione. La cucina da campo, gestita da un pool italo-francese del rifugio Re Magi, ha sfornato qualcosa come 2000 pasti al giorno: mattino, mezzogiorno e sera. I bus messi a disposizione dal Comune di Bardonecchia per raggiungere la Valle Stretta dal Melezet, hanno portato fino a 1500 spettatori al giorno avanti e indietro, mentre non meno di 50 persone (sempre del Comune) hanno assicurato i complicati servizi logistici: dai rifornimenti alimentari e bevande (camionate di lattine di bibite), al servizio d’ordine, alla sorveglianza. Affollato e polemico ma non troppo il dibattito organizzato sabato sera dalla rivista Alp su queste gare di alpinismo a cronometro. Il vicentino Franco Perlotto, venuto come osservatore e dichiaratosi apertamente contrarlo alle gare, se n’è andato prima dell’inizio delle discussioni. Hanno portato invece le loro testimonianze il tedesco Güllich, fortissimo climber, che ha spiegato che per lui è più importante il meeting, lo scambio di esperienze, lo stare insieme, piuttosto che la gara, la competizione, la vittoria. D’accordo il californiano Clune e l’inglese Moffatt. Parecchi hanno invece pettegolato sulle (presunte) infermità di alcuni superstar come l’austriaco Mariacher, l’italiano Manolo (Maurizio Zanolla), che facevano parte della giuria. Entrambi si sono mostrati infastiditi dai mormorii ma sono rimasti al loro posto. Insieme all’infaticabile presidente Riccardo Cassin, classe 1909, che ha seguito con puntigliosa attenzione tutta la gara. «Sport-roccia ’85» diventerà un film, poiché una troupe cinematografica del Museo della Montagna di Torino ha filmato tutte le fasi più salienti della manifestazione compreso il contorno di «colore». Tutto filato liscio, anche se parecchi rocciatori sono “volati”. Ma in questo tipo di arrampicata anche i voli sono in programma e se le assicurazioni sono fatte in modo corretto (e ieri lo erano) non si corrono rischi. Che le «prime donne» dell’arrampicata libera non abbiano gareggiato è stato giustificato da Emanuele Casserà in modo semplice: «E’ la prima volta che si organizza una cosa del genere e certamente abbiamo fatto alcuni errori; comunque non si è mai visto per esempio in Formula 1 gareggiare con i dilettanti». E infatti — essendo la specialità ancora tutta da regolamentare — si sono misurati atleti sconosciuti e con capacità medie insieme a climber straordinari che salivano con leggerezza e irritante disinvoltura vie su cui altri non riuscivano a fare tre metri.

Il Manifesto dei 19
di Alessandro Gogna

In quel tempo sembrava proprio che la mentalità agonistico-sportiva avesse preso il sopravvento su libertà e anarchia. Destò quindi particolare impressione che nel 1985 diciannove arrampicatori «di punta» francesi scrivessero una lettera aperta, il Manifesto dei 19, prendendo posizione contro le gare di arrampicata. Di questi diciannove, forse il solo Patrick Berhault è rimasto fedele allo spirito della lettera, senza mai partecipare a gare. A 35 anni di distanza… ognuno legga e valuti.

Stefan Glowacz è stato il vincitore indiscusso di tutta la competizione. Stile ed eleganza hanno contraddistinto le sue evoluzioni.

Il manifesto dei 19
1985, dieci anni che l’arrampicata libera si è sviluppata in Francia. Oggetto di irrisione all’inizio, attualmente costituisce la regola del gioco per la maggior parte degli arrampicatori.
1985, varie competizioni sono previste in Francia, alcune organizzate da associazioni, altre da società commerciali e quindi sponsorizzate. Alcuni si rallegrano di tale evoluzione.
Altri, no.
Noi facciamo parte di questa seconda categoria. Noi, cioè tutti gli arrampicatori che, dopo aver letto ed approvato, hanno firmato questa lettera. Persone che per tutto l’anno investono tempo, fatica e denaro allenandosi ed arrampicando in falesia. Lo scopo di questo testo non è di tentare di analizzare le cause della nascita delle competizioni (che non fu del tutto democratica…), né di denunciare un responsabile, ma di tratteggiare le conseguenze possibili e probabili di un’ulteriore evoluzione.
Innanzi tutto è falso credere che la maggior parte degli arrampicatori «forti» sia favorevole e pronta a partecipare alle future competizioni. Questa lettera ne è la prova.
Certi sport, come ad esempio il calcio o il tennis, traggono la loro ragione d’essere dalle competizioni. Ma l’essenza dell’arrampicata è un’altra. La sua finalità ultima è e deve restare la ricerca di una difficoltà tecnica e di un impegno (solitarie, chiodature lunghe) sempre crescente. E già qui compare una contraddizione con le gare. Siamo realisti. Ci si può immaginare una competizione basata sulla difficoltà pura, ma le necessità dei media sono altre. Per essere spettacolare e fruibile al grande pubblico, la gara deve fornire un parametro di misura facilmente comprensibile a tutti; è del resto il problema di altri sport visivamente troppo complessi, come la scherma ed il judo.
Il parametro più comprensibile è la velocità, il verdetto del cronometro. L’arrampicata come lo sci: un circuito professionistico con una monopolizzazione delle falesie.

Stefan Glowacz e, a destra, una spettatrice.


Ed anche se si facessero le gare di difficoltà pura, cosa ci darebbero di più? Ci mostrerebbero chi sono i migliori? Nemmeno quello, perché l’arrampicata moderna è troppo complessa (salite in libera, a vista, a tentativi, in solitaria) per dare giudizi netti. Attualmente esiste una competizione indotta (argomento di fondo dei sostenitori delle gare) e la ricerca di un certo riconoscimento da parte delle riviste specializzate. Ed allora? È proprio per queste cose che si sono avuti i fantastici progressi degli ultimi anni. Ma sarebbe più giusto parlare di emulazione. Certo, ci sono delle tensioni fra gli arrampicatori. Ma sono inevitabili e questa lettera, firmata dagli arrampicatori del Nord e del Sud, mostra che è possibile mettersi d’accordo sui temi di fondo.

Marco Preti (con in mano ALP) e Mario Perona, controllore di gara. Foto: A. Strigelli.

Forse questa visione delle cose è un po’ troppo individualista. Ma è quella di un’arrampicata vista come rifugio, di fronte a certi archetipi della nostra società, come opposizione a tutti questi sport giudicati, arbitrati, cronometrati, ufficializzati ed istituzionalizzati. Arrampicare a tempo pieno, o quasi, implica dei sacrifici ed anche una certa marginalità. Ma può essere un’avventura, una scoperta, un gioco in cui ciascuno può fissare le sue regole. Noi non vogliamo allenatori o selezionatori, perché arrampicare è innanzi tutto una ricerca personale. Se nessuno reagisce, la competizione concepita e realizzata da una minoranza può rapidamente e troppo facilmente diventare il riferimento assoluto. Domani, ci saranno gare e concorrenti con il pettorale numerato, di fronte alle telecamere della TV, forse. Ma ci saranno anche degli arrampicatori che continueranno a praticare il vero gioco dell’arrampicata. Degli arrampicatori che saranno i guardiani di un certo spirito e di una certa etica.
Seguono le firme di: Patrick Berhault, Patrick Bestagno, Eddy Boucher, Jean Pierre Bouvier, David Chambre, Catherine Destivelle, Jean-Claude Droyer, Christine Gambert, Denis Garnier, Alain Ghersen, Fabrice Guillot, Christian Guyomar, Laurent Jacob, Antoine e Marc Le Menestrel, Dominique Marchal, Jo Montchaussé, Françoise Quintin, Jean-Baptiste Tribout.

Catherine Destivelle è stata l’altra, grande, protagonista.
Heinz Mariacher
La giuria osserva in concorrente

Prime gare
di Renato Scagliola
(pubblicato su Alp n. 4, agosto 1985)

Per gli organizzatori, Emanuele Cassarà e Andrea Mellano in testa, è stata una fatica dannata, anche perché tutto è stato inventato e realizzato per l’occasione: dalla tendopoli al regolamento di gara. Ma alla fine, quando la Valle Stretta è ridiventata una terra silenziosa, ed è calato il sipario sul meeting, tutti si sono accorti che ne valeva la pena, che il lavoro enorme — prima, durante e dopo — è stato premiato dai risultati. Giusto quindi che questo “Sportroccia 85” di Bardonecchia passi alla storia, non solo come primo raduno libero e pacifico di centinaia di free-climber europei. Una cosa del genere non s’era mai vista.

Thierry Renault. Foto: A. Strigelli.

Sulla opportunità o meno di arrampicare a cronometro ci sarà ancora da dire, ma un primo dato è emerso dall’atmosfera di festa in Valle Stretta: chi vuole viene, chi non vuole sta a casa. Ognuno a suo modo in piena libertà. Spazio ce n’è per tutti. Facendo un po’ di cronaca, ricordiamo che gli iscritti sono stati 124, ma all’apertura delle selezioni, venerdì si sono presentati in 77; 35 “teste di serie” sono stati ammessi “d’ufficio”, altri 25 sono stati selezionati. In tutto 60 concorrenti come da regolamento. Non meno di cinquemila persone hanno assistito, ogni giorno, alle gare, insieme a dozzine di giornalisti, fotografi e operatori tv di mezza Europa. Perfetta l’assistenza tecnica delle dieci guide del Gruppo Valsusa, che hanno tracciato e attrezzato le vie, vegliando poi sulla sicurezza degli atleti. Infine la giuria, che per tre giorni è stata a cuocere al sole, tra le pietre bollenti ai piedi della bastionata della Parete dei Militi, con in testa l’indistruttibile Riccardo Cassin, classe 1909, socio onorario di tutti i club alpini del mondo, che non si è mosso un minuto dal suo posto, insieme ai colleghi giurati, la coreografo Carla Perotti, i medici Giuseppe Trucchi e Piero Astegiano dell’Isef, i climber Manolo e Mariacher, Lamberto Camurri, alpinista e scrittore, Yves Ballu della Federazione Francese della Montagna, in rappresentanza del Ministero dello Sport. Curioso, a proposito, che tutta la manifestazione si sia svolta in territorio francese (comune di Nevache) organizzata da italiani, con la partecipazione di atleti di otto nazioni.

A sinistra l’attenzione di un concorrente-spettatore e a destra Riccardo Cassin si congratula con Catherine Destivelle a giochi fatti.

Per chi non c’è mai stato, diciamo che la zona è un vasto pianoro a 1600 metri di quota, percorso dal torrente Melezet, luogo perfetto per un raduno del genere. La strada arriva sotto le pareti, che si sviluppano per un chilometro e mezzo, con un’altezza massima di 350 metri; c’è spazio per campeggiare, acqua, alberi e due rifugi a poca distanza, il 3° Alpini (del CAI) e il Re Magi (privato). Anche lo scenario è grandioso, con alla testata della valle il castello calcareo dei Serrù e la cupola innevata del Tabor.

Massiccia la presenza degli sponsor ufficiali, Enervit, Ciesse Piumini, Ferrino che ha montato il camping, Invicta, Cassin e Asolo: hanno investito un centinaio di milioni in promotion. Visto il successo del meeting, c’è da immaginare che molti si siano mangiati i pugni per essersi lasciati scappare l’occasione.

La gioia frizzante di Glowacz.

Il raduno è stato apprezzato da tutti: dalla folla eterogenea degli spettatori — anche i bambini si arrampicavano su tutte le pietre a portata di mano — da alpinisti “normali”, addetti ai lavori e osservatori; è stato un continuo salutarsi, in italiano, francese, inglese, tedesco, battersi manate sulle spalle. Tra i tanti presenti, citati un po’ a caso, Siegfried Messner che lavora per la Salewa (e che pochi giorni dopo sarebbe morto colpito da un fulmine sulle Torri del Vajolet, NdR), Bruno Cormier, direttore di Vertical, Giuseppe Dionisi, Franco Perlotto che è sparito già sabato sera dopo essersi dichiarato nettamente contrario alle gare, l’equipe al completo del Museo della Montagna di Torino — da Aldo Audisio a Giuseppe Garimoldi — che ha girato un film sulla manifestazione.

In confronto all’imponenza della folla presente, il livello di insudiciamento dell’ambiente è stato contenuto; c’era un’autobotte per l’acqua potabile, una cucina da campo che ha sfornato duemila pasti al giorno (mattino, mezzogiorno e sera), un centro radio collegato con l’Azienda di Soggiorno di Bardonecchia, una tenda infermeria che ha lavorato poco. L’unico a farsi male, alla fine, è stato Emanuele Cassarà, che si è preso una brutta storta l’ultimo giorno, e deve stare due settimane a riposo forzato.

La danza sul 7b
di Emanuele Cassarà
(pubblicato su Alp n. 4, agosto 1985)

Le prove e gli atleti erano tanti, tali da generare imbarazzo e incertezze negli spettatori. Le “vecchie volpi”, come ad esempio Massimo Demichela, si sono appostate alla base della fatidica prova di difficoltà, la temutissima “e”: circa 30 metri di difficoltà estreme, fino al 7b (IX grado UIAA), senza un attimo di respiro e con un tettino estremamente tecnico, in partenza. Lì si sono succeduti tutti i partecipanti, lì sono stati escogitati i trucchi più raffinati: i suggerimenti da parte di chi ormai, tra il pubblico e le guide, conosceva la via come le proprie tasche; gli oscillamenti del corpo oltre il limite del credibile, per scaricare un braccio tetanizzato dallo sforzo; e infine, non ultimo, lo spazzolino di Stefan Glowacz.

Si è presentato alla prova della verità con calma e noncuranza, anche se ormai — tra la folla più smaliziata — correvano parole come “fenomeno”, “giovane rivelazione”. E fin dalle prime battute Stefan si è imposto sugli avversari per la scioltezza con la quale si muoveva, come se arrampicasse su una via conosciuta. Quasi per nulla contratto, non di rado sorridente, con spostamenti di gambe continui e posizioni mai tentate prima di lui sul medesimo itinerario, ha raggiunto quello che per molti era stato il passaggio chiave, i due spit distanti un’eternità e uniti soltanto da un muro apparentemente insuperabile. Stefan ha alzato il braccio destro su quella ridicola tacchetta, distinta più dalle tracce di magnesio che dalla presenza di un reale appiglio. Non ne è rimasto soddisfatto. Dalla sua tasca è emerso un piccolo spazzolino, tra le facce esterrefatte dei presenti. E ripulito e superato il passaggio, sulla pancia di calcare sovrastante, l’esecuzione più magistrale: le gambe aperte a 180 gradi, a unire due appoggi lontanissimi, in completa spaccata. Il gioco è stato ripetuto pochi metri più in alto, in un rituale estetico elaboratissimo ma naturale al tempo stesso, con la spudorata perfezione di chi ha appena compiuto i vent’anni. L’applauso ha contagiato tutta la platea, come segno di ammirazione e di vittoria.

E la giornata di domenica è continuata tra sorprese e prodezze, nonostante la tanto vituperata assenza dei big, Moffatt, Mariacher e Manolo, narcisisticamente accampati al sole accanto agli amici e alla giuria. Si è assistito alla bellissima prova di Jacky Godoffe, simpatico quanto il figlioletto biondissimo che scalpitava alla base delle pareti, e al piccola dramma di Wolfgang Güllich, tesissimo, sconfitto sulla prova di media difficoltà. E Manolo che esclamava: «Proprio lui, con quello che ha fatto!». Più tardi, chi si è trasferito in tempo al percorso di velocità ha potuto seguire con gli occhi la prova eccezionale di Marco Preti, ancora più veloce di Roberto Bassi e probabilmente caricato dai relativi insuccessi sulle vie dure. Catherine Destivelle, assai poco conosciuta in Italia e contradditoriamente firmataria del famoso “Manifesto dei diciannove” contro le gare di arrampicata in Francia, ha fatto il resto. Una prova di velocità incredibile, quasi al livello dei ragazzi migliori, e un’arrampicata elegantissima sull’itinerario centrale che aveva già fatto alcune vittime illustri. Oltre al primo posto nella classifica femminile si è guadagnata, e bisogna notarlo, il quarto posto assoluto nella graduatoria di stile. Anche Luisa Iovane è stata giustamente applaudita sulle difficoltà, dimostrando — insieme a Catherine — che l’arrampicata è un universo femminile ancora tutto da esplorare.

Le prime battute a caldo
di Piero Spirito
(pubblicato su Alp n. 4, agosto 1985)

Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, la varietà di pareri e opinioni sulle gare d’arrampicata è diffusa anche tra gli stessi partecipanti. Stefan Glowacz ha venti anni, vive a Garmisch ed è arrivato primo assoluto nella combinata, nello stile e nella difficoltà, vincendo quasi tutto: «Sono stato contento di vedere molti amici — ci ha detto Glowacz — ma questa è la mia prima e ultima gara. Io arrampico solo per piacere personale e non per la gente. Sono venuto — continua Stefan — per curiosità, per vedere com’era, ma la competizione mi innervosisce e non me ne fregava niente di vincere».

Però ha vinto il premio in gettoni d’oro e altri riconoscimenti anche in denaro, non sembra ci sia da essere scontenti. «Infatti non mi dispiace — risponde — così potrò restituire i soldi che i miei genitori mi hanno prestato per andare in America». E la prova di velocità? «Una follia, va tutta a scapito dello stile».

Qualcosa sulla velocità l’ha detta anche Jacky Godoffe fuoriclasse francese, secondo classificato assoluto: «In Europa non è come in Unione Sovietica (Godoffe ha partecipato a una competizione in Russia nel 1984, NdR), qui badiamo più allo stile, e quindi piuttosto bisognava elevare i gradi di difficoltà. La competitivita? Sì, l’ho sentita molto». Come l’ha sentita Marco Preti, miglior tempo sulla velocità: «Per me è stato molto stressante, avevo paura di non vincere e quindi di non riuscire a esprimere tutte le mie possibilità. Comunque trovo giusto far le gare, anzi bisognerebbe organizzare un vero e proprio circuito». Sul piano della competitiva le ragazze sono un po’ più tranquille. Florance La Thoumetie, quinta classificata: «Non ho sentito molto questa sensazione di competitività, come vedi ci scambiamo anche gli indirizzi (c’è con lei Giuliana Scaglioni, piazzatasi al sesto posto)». «È stata una bella esperienza, però ero un po’ tesa — interviene Giuliana — la mia preoccupazione principale era di fare una brutta figura». «Una simpatica iniziativa — ci dice Catherine Destivelle, 24 anni, stupenda prima nella prova femminile e quarta assoluta nello stile — però non sono d’accordo con i criteri adottati, le prime concorrenti erano svantaggiate rispetto a quelle che arrampicavano dopo. Se è giusto fare le gare? Tanto prima o poi ci si doveva arrivare».

Il dibattito continuerà
di Piero Spirito
(pubblicato su Alp n. 4, agosto 1985)

Solo chi non ha mai assistito a un dibattito di argomentazione alpinistica, riesce ancora a stupirsi di fronte allo straordinario caos verbale e ideologico cui in tali occasioni puntualmente approdano gli interventi, le domande, le intromissioni. Era stata una felice eccezione la tavola rotonda organizzata dalla XXX Ottobre, sezione di Trieste del CAI, giovedì 27 giugno 1985 nel capoluogo giuliano. Complice uno sciopero del quotidiano cittadino e un temporale apocalittico poco prima dell’ora di inizio, il dibattito si è presto trasformato in un piacevole ed interessante scambio di battute tra pochi intimi. Il tema verteva su alpinismo tradizionale e arrampicata moderna con tutto quel che ne segue, con lunghi riferimenti alle gare di Bardonecchia, ospite d’onore Emanuele Cassarà.

Al termine della chiacchierata, conclusasi per sfinimento, i convenuti si sono salutati con la vaga sensazione di essere finalmente riusciti a confrontare in modo non banale idee ed opinioni. Ma si è trattato di un caso a sé.

Il dibattito organizzato dal nostro giornale in seno al meeting di Bardonecchia era atteso e temuto da più di qualcuno. Così sabato sera, scacciati gli ultimi commensali dalla tenda mensa, la variopinta fauna di rocciatori, alpinisti, giornalisti, ha pian piano riempito ogni spazio a disposizione, mentre Enrico Camanni, spalleggiato da Renato Scagliola, già invitava al microfono le rappresentanze estere, per conoscere il loro parere in merito all’angosciante domanda “Dove va l’arrampicata”, leitmotiv dell’incontro. E alle prime battute la cosa sembrava prendere la giusta direzione, nonostante il silenzio dei francesi. Alla legittima soddisfazione di Marco Bernardi si contrapponevano le accuse di ipocrisia alla competitività alpina da parte di Giovanni Bressano, inviato di Reporter, frainteso da tutti.

Ci si domanda e ci si risponde se la gara serva o non serva, un sedicente villeggiante propone di far arrivare le auto fino al luogo di gara, la discussione rischia di scantonare. Camanni tenta disperatamente, di riportarla nel canale giusto («facciamo una distinzione tra alpinismo e arrampicata») e Alfonso Bernardi rende vani i suoi sforzi («ma no amici, io che ho conosciuto Emilio Comici vi dico che non c’è differenza»). Ad un tratto viene chiamato a deporre Jerry Moffatt, il quale raggiunge il microfono seguito da gridolini di delirio dei teen-agers. Due orecchini, uno pendente a mezzaluna, lattina di birra in mano: «Yea, vi canterò una breve canzone». Risate e applausi di incoraggiamento. Poi continua più o meno così: «È un’ottima idea fare le gare (lui non ha partecipato, NdR), e soprattutto divertirsi insieme. È vero, arrampicare è una cosa seria (con gesto rapido strappa la linguetta alla lattina: fans in estasi), è importante ispirarsi gli uni con gli altri».

Il dibattito

Da questo momento la compagine oratoria germanico-anglosassone formata da Moffatt, Wolfgang Gùfflch e Russ Clune (Stati Uniti), terrà banco con una serie di interventi uno più uguale dell’altro, finché Moffatt dichiarerà, in crescente odore di falso, che i soldi non hanno importanza. Cassarà, tesissimo, interviene per inquadrare legittimamente tutta la manifestazione: «Questa è fondamentalmente una proposta — dice leggendo gli appunti scarabocchiati su un pacchetto di sigarette — non facciamo del moralismo; e ricordate — adesso quasi urla — la competizione disumana dell’alpinismo tradizionale è durata fin troppo!». Applausi. Dopodiché il tutto degenera. Spuntano strani individui in vena di confidenze personali alla folla, facce curiose sbucano dalle finestre di tela, le prime note dei cantambanchi sparate a quattromila watt si mischiano con chiacchiere private e voci microfonate. Il dibattito finisce, ma rimangono molte certezze e molti dubbi. Anzitutto l’evidente, ottusa e sterile ripetitività di Jerry Moffatt e di quelli come lui, maschere carnascialesche tenute su da convinzioni senza possibilità di verifica.

Da sinistra, Martine Rolland, Luisa Iovane e Anne_Lise Rochat.

Poi la netta sensazione che sia giunto il momento, lo si voglia o no, di parlare apertamente e senza altre scuse, di professionismo per chi voglia raggiungere determinati livelli. Un’ultima uscita in cattiva fede di Moffatt («non vi arrabbiate, sono tutte cazzate, l’importante è che ci divertiamo») e dove va l’arrampicata se lo chiedono ancora in molti, anche se forse si sta già delineando una traccia sulla via che non ammette disonestà.

Paola Mazzarelli e Jerry Moffatt.

Le classifiche di Bardonecchia 1985
Classifica finale combinata maschile:
1° – Stefan Glowacz (Germania Occ.)
2° – Jacky Godoffe (Francia)
3° – Thierry Renault (Francia)
4° – Didier Raboutou (Francia)
5° – Michael Schlotter (Germania Occ.)
6° – Alexandre Duboc (Francia)
7° – Roberto Bassi (Italia)
8° – Andrea Gallo (Italia)
9° – Marco Pedrini (Svizzera)
10° – Alain Michaut (Francia)

Bardonecchia 1985: Thierry Renault.

Classifica finale combinata femminile:
1a – Catherine Destivelle (Francia)
2a – Luisa Iovane (Italia)
3a – Manine Rolland (Francia)
4a – Corinne Stutz (Svizzera)
5a – Florance La Thoumetie (Francia)
6a – Emanuela Lanza (Italia)
7a – Giuliana Scaglioni (Italia)

Bardonecchia 1985. Stefan Glowacz e Marco Pedrini
Bardonecchia 1985. Stefan Glowacz (in canotta gialla), dietro di lui, Andrea Gallo rivolto verso Marco Pedrini; dietro di loro, Tono Cassin. Renato Da Pozzo (con fazzoletto sul capo), Jacky Godoffe (con gli occhi chiusi); Roberto Bassi, con gli occhiali rosa; Marco Preti (riconoscibile dal copricapo verde-azzurro); Marco Scolaris, in primissimo piano, accanto a Catherine Destivelle.

Prova di difficoltà maschile:
Primi a pari merito – Alexandre Duboc, Stefan Glowacz, Jacky Godoffe, Didier Raboutou, Thierry Renault, Michael Schlotter.

Prova di difficoltà femminile:
Prime a pari merito – Catherine Destivelle e Luisa Iovane
3a – Martine Rolland
4a – Corinne Stutz

Bardonecchia 1985: Jacky Godoffe e il figlio.
Bardonecchia 1985: Didier Raboutou
Bardonecchia 1985. Alberto Risso premia Stefan Glowacz. Riconoscibile Riccardo Cassin col maglione rosso.

Prova di velocità maschile:
1° – Marco Preti  min. 1.25.08
2° – Roberto Bassi       1.25.57
3° – Stefan Glowacz    1.29.91
4° – Rolando Larcher   1.32.74
5° •-Jacky Godoffe     1.33.05

Bardonecchia 1985. Stefan Glowacz.

Prova di velocità femminile:
1a – Catherine Destivelle min. 1.48.56
2a – Corinne Stutz               2.33,17
3a – Luisa Iovane                        2.33.66
4a – Florance La Thoumetie  2.39,03
5a – Martine Rolland             3.01.36

Bardonecchia 1985. Luisa Iovane e Heinz Mariacher.

Prova di stile mista:
1° – Stefan Glowacz
2° – Alexandre Duboc
3° – Didier Raboutou
4a – Catherine Destivelle e Luisa Iovane

Bardonecchia 1985. Thierry Renault con la felpa verde-azzurra in braccio.

La parete di Alessandro Gogna
(a cura di Lorenzo Merlo)
(pubblicato su Alp n. 4, agosto 1985)

Alessandro Gogna, 1985

Alessandro Gogna, in un panorama abbastanza uniforme dell’opinione pubblica e in un generico assenso, scarsamente argomentato, da parte di molti organismi ufficiali, rappresenta la più autorevole “opposizione” alle gare di arrampicata. Ci sembra corretto e doveroso riportare per esteso le opinioni di questo grande personaggio del mondo alpinistico italiano, forse attualmente il maggiore trait-d’union tra la generazione degli anni della contestazione e i giovani esponenti del free-climbing attuale. Ricordiamo che Alessandro, a differenza di altri autorevoli alpinisti degli anni Sessanta e Settanta, è sempre stato al centro del dibattito e dell’evoluzione che ha accompagnato l’alpinismo italiano; i suoi libri rappresentano importanti punti di riferimento, insostituibili spunti di discussione e di riflessione.

Come vedi l’alpinismo in questo preciso momento storico?
Non penso sia esagerato affermare che si stia livellando, per lo meno sulle Alpi.

Dov’è e com’è la radice di ciò?
Penso sia un processo ineluttabile, non per colpa né causa di nessuno. Fino a 15-20 anni fa, e non lo dico per dire ai miei tempi, vivevano in piena salute valori che oggi stanno scemando; vedi l’eroismo, l’aspetto dell’impossibile da vincere, le ultime grandi imprese di Cozzolino e Messner, tanto per fare qualche esempio nel ristretto ambito dolomitico. Oggi questo non esiste più. L’arrampicata, che è un’attività assai differente dall’alpinismo, si sta banalizzando. Oggi lo scopo dell’arrampicata è quello di salire una parete con mezzi sportivo-puliti, senza l’ausilio di artifici alieni alla struttura del corpo e della roccia. Ciò va benissimo, tuttavia è implicito anche un altro discorso: se prima una parete era quasi invincibile, ora dai già per scontato che si salirà, il problema consiste nel salirla bene, secondo i principi del free-climbing. Ciò nega per necessità quell’alone di leggenda e quell’incontrastabile richiamo che da sempre caratterizza l’alpinismo quando si esprime ai massimi livelli.

In ciò vedi un motivo dell’attuale non-cultura sull’alpinismo?
Certo, la sportivizzazione di una attività come l’alpinismo — senza minimamente dare un tono negativo a “sportivizzazione” — collabora a questa non-cultura, perché la priva di ciò che ne compone l’essenza: la leggenda, il sentimento. Penso che con l’avvento del free-climbing tanto si sia guadagnato, ma anche tanto sia andato perso. Anche per questo nuovo modo di interpretare la parete non ci si interessa più alla letteratura classica alpinistica, perché non serve alla pratica e tantomeno allo spirito della generazione attuale di arrampicatori. Tempo fa chi andava in montagna cercava realmente qualcosa che non esiste, ma altrettanto realmente trovava quanto, in contatto sereno con la natura, il suo spirito o il suo animo era capace di creare. Per lo stesso motivo, leggeva un libro o lo scriveva.

Bardonecchia 1985. Jerry Moffatt e Roberto “Red” Crotta

Secondo la tua “critica”, ora l’arrampicata è paragonabile a qualunque altra attività atletica?
Naturale. Attualmente il pericolo non esiste più. Ne riconosco indubbiamente i vantaggi, ma individuo in ciò anche una bellezza svanita. Questo risultato è, a mio parere, da addebitarsi all’avvento del free, che per altro, con tutte le sue regole e regoline, poi tanto free non è. E poi in questa attività non si può stabilire il migliore. La gara, tutt’al più, lo potrà fare su quel passaggio in quel momento, non potrà andare oltre. Gli alpinisti hanno sempre saputo chi erano i migliori nelle varie specialità dell’alpinismo indipendentemente da ogni tipo di competizione codificata in regole oggettive, anche se Cassarà, da quando lo conosco, e non sono pochi anni, insiste sempre su questa sua passione per le classifiche. Emanuele ha sempre cercato di individuare il primo o perlomeno il sistema che permettesse di stabilire chi fosse davanti a tutti. Noi lo abbiamo sempre saputo, momento per momento. Forse lui pensa sia questo il sistema. Con ciò non voglio affermare che nell’alpinismo non esista competizione, anzi. Voglio dire che, nella gara, l’aspetto psicologico tipico dell’impresa o dell’ascensione “in ambiente” scompare, muore. La psicologia non è misurabile e quindi non è misurabile l’uomo, che in alpinismo deve avere dalla sua, oltre che un gran fisico, una determinazione e una gioia di sentire la natura assai maggiore che nelle altre discipline. In sostanza credo che la competizione sia come il sale negli spaghetti, se manca non sono buoni. Ora si vuole mettere tutto sale.

Bardonecchia 1985: Jerry Moffatt e Wolfgang Guellich

Però in Rock Story hai inserito la gara.
Esatto. Credo comunque che quel testo non sia stato compreso. Ti ricordo infatti che Andrea ha vinto la gara non perché fosse il migliore, ma era il migliore perché viveva con la natura.

Non pensi che Gogna scrittore sia troppo simbolico per i tempi che corrono?
Può essere.

Bardonecchia 1985: Stefan Glowacz e Thierry Renault.

«Ma quale tesoro andate cercando lassù» è la frase finale del tuo Alpinismo di ricerca. Non ti sembra che i ‘semplici’ da te citati siano ora anche tra gli arrampicatori?
Certo, però non posso abbandonare l’idea nella quale ho sempre creduto, cioè che lassù si può intravedere con sempre maggior chiarezza quanto è profondo l’essere umano, noi stessi. Per questo penso che il Mistero e il Drago in montagna ci siano davvero, soltanto quando, però, con una scusa d’amore per un monte qualsiasi, dalla valle e dalle lucide macchine ci rechiamo verso il cielo. Così come stanno le cose, penso che cessi l’interesse extra-sportivo in questa attività. Per esempio le stesse guide alpinistiche, che una volta erano conservate con il massimo rispetto, oggi addirittura — per eccesso — non servono più. Bene che vada si fa una fotocopia.

Bardonecchia 1985: Stefan Glowacz

Credo comunque che ci sia qualcosa a monte di questo, qualcosa di ben più ampio del ristretto ambito della cultura alpinistica: una tendenza all’imitazione e dunque una scarsa coscienza del proprio corpo e delle proprie potenzialità creative. Il tutto sapientemente condito dall’abbondanza di cultura venduta per immagini, film, video, ecc.
Effettivamente le cause sono tante e quando le hai pensate tutte, ne mancano ancora.

Dall’avvento del free-climbing, cioè dagli anni ’70, non ti sembra uno sbocco “naturale” la competizione di Bardonecchia?
Certo, addirittura scontato e ben più che naturale. Mi spiace soltanto sia stata organizzata proprio in Italia.

Bardonecchia 1985: Jacky Godoffe

La prima in Europa…
Gli unici precedenti sono stati delle selezioni in Francia, per mandare qualche arrampicatore in Russia dove questo tipo di gara è realmente affermato. Pensa che ne ho incontrati in Verdon: non gli importava nulla di fare la via; si sistemavano con il cronometro, si allenavano a migliorare la loro velocità di salita.

Che precedenti ci sono in Russia, visto che con molta probabilità hanno meno contatti di noi con il mondo e la mentalità americana? Mi riferisco ovviamente al free-climbing.
Come tutti i paesi dell’Est ciò che è sport deve essere classificato e regolamentato, immagino per un fine e uno scopo sociale. Il loro modo di affermarsi fa parte di questo processo. Devono essere maestri dello sport e per divenirlo devono poterlo dimostrare. In questo modo ottengono le sovvenzioni statali, per esempio, per organizzare una spedizione. La quale è a sua volta sfruttata da un punto di vista sociale. Da noi invece chiunque può provvedere al proprio sponsor e partire per dove crede.

Bardonecchia 1985: Thierry Renault

Riprendiamo il discorso della gara. Pensi abbia un futuro, uno sbocco o ritieni rimanga un episodio a se stante e generi soltanto polemiche, disquisizioni e quisquiglie?
La mia risposta non è granché, me ne rendo conto, ma penso soltanto a un grande squallore. Tante belle speranze al vento.

Perché sei tanto legato a questa “retorica”? Sembri non ammettere il presente, anzi pare che ti scontri proprio con l’attuale evoluzione.
Effettivamente sono più legato a quell’alpinismo con la A maiuscola. Tuttavia in Cento nuovi mattini, pubblicato nel 1981, parlavo di questo presente. Mi premeva esporre il mio parere su quanto si sarebbe visto negli anni a venire. Affermavo la necessità di avvicinarsi alle strutture di fondovalle senza dimenticarsi dello spirito che ci accompagnava durante i lunghi avvicinamenti o nei rifugi. Temevo che gran parte degli alpinisti non solo avrebbe fatto fatica ad adattarsi alle nuove idee, ma pensavo anche che difficilmente si sarebbero ripuliti dai loro ghiaccioli, per riconoscere la forza e il vigore di una arrampicata a torso nudo. Oggi penso che avevo motivo di preoccuparmi, perché effettivamente questo contatto, questo scambio non c’è stato. E sottinteso che il primo passo l’avremmo dovuto fare noi alpinisti. Quindi vedi che, per quanto legato all’alpinismo, ho riconosciuto l’onda nuova, l’ho vissuta e mi è piaciuta. Dunque credo in questo e per questo non condivido la gara che trovo assolutamente staccata da tutto ciò.

Se la gara stacca non è un vantaggio per la radice?
Non saprei. Ne seguiranno venti all’anno o rimarrà l’unica ad essere derisa, proprio non lo so. Forse troverà il proprio punto di forza nel desiderio di tutti i concorrenti, in gran parte amici miei, che stimo e ammiro, di emergere dal grigiore, di trovare uno sponsor e di continuare a vivere di alpinismo. Di fatto questa gara non è molto sentita dal loro animo, semmai è sfruttata per cogliere l’occasione che da tempo cercavano.

Intervista ad Adam Ondra
(da Bardonecchia 1985 a Tokyo 2020)
di Simonetta Quirtano

Adam Ondra, classe 1993, è considerato il climber più forte di tutti i tempi.
Il 24enne fuoriclasse di Brno (Repubblica Ceca), ospite del  Trento Film Festival, ha condotto la serata speciale dedicata all’arrampicata sportiva “Climbing Games. Da Bardonecchia 1985 a Tokyo”.

Ricordiamo che le prime gare di arrampicata si svolsero il 5 luglio 1985 a Bardonecchia (TO), dove si diedero appuntamento i migliori climber di quegli anni, per decretare “chi fosse il più forte in parete, in un confronto che annullasse il rischio, per esaltare la difficoltà”. L’anno successivo ad Arco (TN) prendeva il via quello che, in breve tempo, sarebbe diventato un evento cult: il RockMaster. Oggi questa disciplina sportiva è pronta ad entrare nel circuito olimpico. L’esordio sarà in Giappone, ai Giochi di Tokyo 2020.

La nostra redazione ha incontrato Adam Ondra a Trento, poche ore prima del suo debutto come “conduttore” al 65° Film Festival.

Intervista di Andrea Bonetti (MountainBlog) del 4 maggio 2017
Montaggio di Andrea Monticelli