Carlo Mauri

Oggi 31 maggio 2020 sono passati 38 anni da quando Carlo Bigio Mauri se n’è andato nel nosocomio della sua città. Legato alla sua Lecco, dove è nato e cresciuto, ha lasciato un segno indelebile in tutto l’universo della montagna, in quanto da tutto l’ambiente conosciuto e rispettato come figura che semplicemente ha dato il meglio che poteva. A soli 52 anni se l’è portato via un infarto, ma rimane uno dei principali alpinisti di Lecco, con un posto di rilievo nella gloriosa storia dei Ragni. Per Lecco si tratta di un illustre concittadino che ha contribuito all’affermazione della sua grande tradizione alpinistica.

Carlo Mauri in Antartide

Tutti coloro che sono tuttora in grado di ricordarlo hanno traccia di quel dolore che non passa, non è passato mai. Avendolo seguito e apprezzato, ricordare quest’uomo nell’anniversario della sua scomparsa per la sua notevole e brillante attività alpinistica di conquista e di ricerca, per i racconti e i libri che ha scritto, per le immagini che ha girato e ci ha mostrato, ci pare un atto doveroso e affettuoso.

Dimenticarlo sarebbe come perdere un riferimento assoluto, prezioso e importante, per gli appassionati di montagna, di alpinismo e di ogni forma di avventura e ricerca. E nei frammenti di vita vissuta del Bigio si possono individuare le cose e le vicende sulle quali riflettere. Bigio ha sperimentato l’avventura e l’esplorazione in tutte le sue declinazioni: dalla montagna alla navigazione, dalla natura all’uomo.

Al rifugio Pizzini, anni Cinquanta: da sinistra, Arnaldo Tizzoni, ww, Giulio Bartesaghi, Giuseppe Pepetto Spreafico, xx, yy,zz, Giovanni Ratti e Carlo Mauri. Da I 50 anni dei Ragni di Lecco.

Carlo Mauri per la sua poliedrica attività ha ottenuto ambiti riconoscimenti in campo internazionale e per tutti citiamo, per l’aspetto alpinistico e quando aveva vent’anni soltanto, l’accoglimento nel Club Alpino Accademico Italiano e poi il diritto di fregiarsi del distintivo del GHM, gruppo élitario fondato nel 1919 in Francia, al quale appartengono i migliori scalatori francesi, ma che non è riservato soltanto agli alpinisti di nazionalità transalpina.

Oltre alla forte esperienza maturata nel corso delle sue innumerevoli scalate e dei suoi emozionanti viaggi in ogni continente, Carlo Mauri, ha dato un’impronta inconfondibile e tutta particolare alle sue conferenze illustrate con proiezioni, ai suoi film ambientati fra ghiacci e pareti rocciose e a carattere etnografico e naturalistico (Renato Frigerio).

Anni Sessanta, Carlo Mauri (al centro) con alcuni amici, tra i quali Andrea Cattaneo (a destra).

Linea fotografica
di Achille Mauri

“Penso e scrivo la mia storia come se scrivessi e pensassi di un altro uomo. O meglio di altri uomini, di tanti quanti in ogni atto, avvenimento, caso o avventura si sono trasfigurati in me: diventando un alpinista delle Alpi, uno sherpa sull’Himalaya, un eschimese in Groenlandia, un discendente degli Incas sulle Ande, un masai sul Kilimangiaro, un uomo primitivo tra gli indiani d’Amazzonia e fra gli aborigeni del deserto australiano (Carlo Mauri, Quando il rischio è vita)”.

Quindi, Carlo, anch’io ti penso e ti scrivo rivolgendomi verso la tua eclettica figura…

Non avendoti mai conosciuto, faccio un po’ fatica rivolgermi a te con toni confidenziali, ma spero tu mi possa perdonare o addirittura prendere in giro, conoscendo i tuoi geni e l’immancabile voglia di scherzare che caratterizza la nostra famiglia.

Direttamente proporzionale all’evoluzione fotografica è la sua sperimentazione. In un certo senso la fotografia, come la conosciamo oggi, possiede due generi di seguaci: quelli che vogliono il più alto numero di pixel possibili per raggiungere un iper-realismo, sconvolgendo lo spettatore con l’utilizzo di colori accesissimi, texture e superfici estremamente nitide con quinte mozzafiato (alla Steve McCurry per intenderci). Altri invece la usano come mezzo sperimentale alla ricerca del proprio inconscio e come ricollocamento concettuale di oggetti comuni (surrealismo e/o simbolismo).

Ecco, questo era il mio pensiero prima di conoscere la tua fotografia: ora mi appare in un limbo tra i due mondi appena espressi.

In Australia

Sfogliando l’archivio fotografico ho constatato che il tuo “viaggio tra gli elementi” e tra i popoli aveva un valore estetico enorme, a mio avviso offuscato da troppa, ma inevitabile, testimonianza delle tue imprese. Immagino che un tempo, quando ti proponevi a un editore con una sfilza di materiale fotografico di chissà quale paese del mondo, egli probabilmente veniva attratto dalle foto significative in termini più di testimonianza che di valore estetico.

Così giustifico tutto quel tesoro fotografico inedito che sta passando sotto le mie mani. All’inizio pensavo che questo valore stilistico fosse esaltato dall’epoca passata, complici le apparecchiature analogiche, poi osservando bene tutto il percorso ho intravisto un secondo lato della tua linea fotografica. È proprio di questa scoperta che vorrei parlare, una sana critica fotografica a mio prozio Carlo, per celebrare i 38 anni dalla sua morte.

Chissà come avresti voluto che la tua vita continuasse? Chissà in quali altri straordinari progetti ti saresti lanciato? Domande che mi porto dentro dal giorno in cui ho notato che la mia vita stava seguendo le tue grandi orme attraverso l’esplorazione e la fotografia. Non voglio assolutamente paragonarmi alla tua celeste figura, e mai lo farò, perché io adesso non sono un alpinista, tu invece lo eri eccome! Parte della tua esistenza è stata dedicata a questa forgiante disciplina, attraverso le montagne di casa, Lecco, e non. Grazie ad esse sei cresciuto come uomo sensibile ai nuovi orizzonti, audace, ti sei rialzato nei momenti difficili attaccandoti a quelle tue irte pareti.

Mi chiedo perché sei diventato un esploratore con la macchina fotografica, Carlo? La ricerca di scampoli terrestri sui quali pochi e talvolta nessuno era ancora passato fa sicuramente parte di una personale attitudine. Talvolta questa è direttamente legata agli innumerevoli posti selvaggi di cui il proprio luogo di nascita dispone: le Grigne, playground perfetto per questa crescita estetica e sportiva, un vero e proprio castello della Walt Disney dove liberare la fantasia in tutte le sue forme, e il lago di Como, specchio d’acqua dal colore variabile incastonato tra la verde selva. Grazie a questa cornice si diventa inevitabilmente più sensibili al mondo naturale e ai suoi abitanti.

Ogni volta che osservo un tuo scatto percepisco quella nobile emozione che caratterizzava i viaggiatori del passato, la volontà di mostrare cosa c’è fuori, fuori da quelle montagne che tu amavi tanto, dalle quali a pochi era concesso di uscire. Lecco è dunque stato un generoso elastico per i tuoi innumerevoli viaggi, e attraverso una nuova forma di patrimonio culturale ti sei aperto a originali forme di comunicazione che tu hai saputo cavalcare con grande avanguardia.

 

PRIMA GALLERIA: RITRATTI DA LONTANO

La più evidente evoluzione stilistica che colgo nelle tue foto riguarda la ritrattistica e tutta la sfera di rappresentazione delle persone. Spesso i soggetti sono in posa davanti alla macchina fotografica e la sinergia con la loro mansione è perfettamente bilanciata con il resto della composizione. La tua particolare ricerca di ambientare il soggetto nel proprio luogo di lavoro è un grande tema della tua fotografia: porre l’attenzione fotografica sulla dignità del tempo passato a lavorare, poiché è questa che libera e garantisce il tempo libero. Durante la tua carriera hai sviluppato questo tema analizzando i soggetti mutati dal loro impiego.

Si può vedere un grande scambio tra fotografo e soggetto, una forte stima reciproca.

Allo stesso modo, durante i tuoi viaggi, il costante sforzo era quello di entrare a contatto con le popolazioni, non esserne straniero, diverso o estraneo ma lasciarsi dietro tutto il pesante fardello costituito dal bagaglio culturale occidentale.

SECONDA GALLERIA: IMMAGINI D’AZIONE

Un’altra nota evolutiva legata alla tua fotografia è il movimento. La montagna di solito è ferma e la sua salita si svolge con lentezza quasi statica, a meno che non si voglia cercare il dinamismo in atleti di arrampicata o in particolari fenomeni naturali che animano la scena. In questo ambiente sei cresciuto e ti sei formato, ma sei stato tu uno dei responsabili del radicale cambio di percezione della gravità attraverso l’immagine: tu, Carlo, hai portato grande innovazione.

Ad esempio, amo particolarmente i diversi punti di vista che hai scelto di utilizzare sulla barca in papiro, durante l’attraversata dell’Oceano Atlantico nel 1970. In questo caso c’è molta ricerca di dialogo tra il soggetto mare e l’oggetto barca. Immagino inoltre che, grazie alle tue capacità alpinistiche, tu ti sia divertito a fare le acrobazie di un marinaio per scattare da lassù. Proprio allora iniziava il dialogo sportivo tra oggetto e fotografo, il valore aggiunto di poter ottenere un punto di vista privilegiato grazie alla propria tecnica era determinante.

TERZA GALLERIA: SUPERFICI DEL MONDO

L’astrazione nella fotografia naturalistica disegna infinite possibilità. Nel tuo caso osservo il continuo cambiare degli elementi: ghiaccio, mare, roccia, deserto, fiume, neve, ecc. Questa cosciente tecnica di stringere il campo visivo, quindi scegliere l’obiettivo giusto, costringe l’osservatore a giocare con le forme che si creano. Un vero e proprio quadro impressionista, dove le texture dei paesaggi appaiono come pennellate di colore laboriosamente scelti. Il soggetto fotografico a questo punto riempie il campo, eliminando i pesi visivi e astraendone la forma: un trattamento direi attualissimo.

QUARTA GALLERIA: DIALOGO TRA COLORI

Infine analizzo le tinte, e ancor di più i costumi che contrastano e rendono contestuale un’immagine. La tua passione per i vestiti coordinati, le camicie (le ambitissime camicie Carlo Mauri) e le usanze dei popoli che hai visitato hanno lasciato un segno nella tua fotografia. Emergono scatti dove il costume del soggetto è parte determinate del fotogramma, dagli Eschimesi agli alpinisti, dove i volti sono piccoli e spesso coperti dal freddo, gli indumenti prendono il sopravvento nella foto, lasciando oltre che un segno nel tempo, una cromia perfetta con l’ambiente circostante.

La tua grande capacità di intuire la sensibilità del pubblico, selezionando specifici argomenti e filtrando contenuti, ha dato un’impronta inconfondibile alle tue conferenze illustrate con proiezioni, e ai film ambientati fra ghiacci e pareti rocciose di carattere etnografico e naturalistico, dove pochi hanno avuto l’opportunità e il coraggio di andare a esplorare.

Un viaggiatore/fotografo dilata a suo piacimento i motori di progetto, produzione e post-produzione di un reportage. Queste fasi cronologiche che dipendono l’una dall’altra possono allungarsi fino ad oggi. Io mi sento parte dell’ultima.

La percezione di sentirmi un uomo libero, viaggiatore e sicuro delle proprie origini rimane una delle mie più intime ricerche. Quando osservo quello che hai vissuto, riconosco alcuni “famigliari” dettagli che ti hanno contraddistinto da tanti altri esploratori.

Rimani per mia volontà un soggetto in continuo mutamento, ricco di narrazione e sassolini da raccogliere. Oggi ho avuto io il privilegio di farti da editore e di intuire una tua nuova linea fotografica, proprio come tu vedevi nuove linee nella roccia prima di scalarla.

Carlo Mauri
di Renato Frigerio

Renato Frigerio

Nato e cresciuto in un piccolo borgo posto proprio al limitare dell’ampia parete verticale del Medale, è comprensibile come Carlo Mauri fin da adolescente abbia interpretato senza perplessità che la sua vita avrebbe avuto un senso pieno e completo solo nell’assaporare l’ebbrezza e i brividi dell’arrampicata. Le montagne del resto dominavano la sua vita quotidiana, sia nell’ardita bellezza delle molteplici forme di incantevoli guglie su cui erano state aperte, con invitante varietà, le vie che portano alla vetta, come pure nelle maestose dimensioni di più severe pareti. Molti altri giovani, certo, nascono e vivono ai piedi di montagne altrettanto belle e allettanti: ma è soltanto a un ristretto numero che sembra venire offerto il privilegio di innamorarsi di esse fino al punto di giungere a quella follia dell’alpinismo che non ammette nessuna distrazione. Questa passione sviscerata è quella che alimenta nel cuore un’insaziabilità illimitata, incomprensibile per chi non la prova in modo quasi congenito, come un dono di natura, e in forza della quale l’alpinista eletto e predestinato si trova sempre a rincorrere nuove mete e più prestigiosi traguardi.

In Patagonia, 1958

E questo certamente con un animo ammirevolmente puro, che esclude da sé ogni vanto calcolato o l’ambizione di un riconoscimento plebiscitario in cui crogiolarsi.

La soddisfazione, prima, e il vuoto, che sorge subito dopo la conquista, sono state per lui sensazioni da vivere gelosamente all’interno di una personalissima comprensione, dove anche la passione alpinistica cresce come in simbiosi con l’impegno totalizzante con cui si intende realizzare la propria entità umana.

In questo irreversibile intreccio di conquiste alpinistiche e di volitivo superamento di se stessi, non si fa eccezione se anche per Carlo Mauri è consentito soltanto prendere visione della prima proposizione, in quanto per accedere alla seconda viene richiesto lo sforzo di riuscire a leggerla tra le pieghe dell’ “unica cartina che segna tutti i territori in cui lui ha vissuto”.

Spedizione al Gasherbrum IV, campo base, 1958. Da sinistra, Walter Bonatti, Riccardo Cassin e Carlo Mauri.

Ci accingiamo allora a considerare Carlo Mauri sotto il primo aspetto, che è limitato a una succinta rassegna dello sviluppo dei passaggi con cui si è trasferito dalle sue Grigne ai più imponenti massicci delle Alpi e delle Dolomiti, e da qui, in diverse successioni, ai colossi himalayani e soprattutto alle misteriose montagne del Sudamerica e alla Patagonia, dove miete sì inebrianti vittorie, ma anche subisce quelle mortificanti sconfitte che gli impongono di ritornare e di ritentare. Quella che segue è una semplice, lunga carrellata, perché tenteremo invano di cercare di seguirlo con poche battute in un cammino dove la meraviglia non è mai finita.

Naturalmente, per dire qualcosa delle montagne di Carlo Mauri, è necessario prendere il via dal punto dal quale lui stesso è partito, e da qui in ordine cronologico lo potremo seguire fin dove, non lui, ma i misteriosi eventi di cui l’uomo non può disporre, si sono presentati con il termine perentorio: “basta!”.

Le Grigne, dunque, che non sono state soltanto l’ambiente che lo ha ammaliato, ma pure quello che gli ha offerto il primo tumultuoso incontro con quel folto gruppo di giovani alpinisti locali, tutti pieni di vita e di chiassoso entusiasmo.

Le Grigne, che non sono state solo la sua palestra e il suo trampolino di lancio, ma che ci hanno chiaramente avvisati dell’arrivo di un nuovo grande campione, perché non poteva essere che così per quell’adolescente imberbe che appena sedicenne apriva con Duilio Berera una nuova via sul Torrione Magnaghi Meridionale.

Al campo base del Gasherbrum IV, 1958, dopo la vittoria. Da sin, Riccardo Cassin, cap. A.K. Dar, Giuseppe Oberto, Donato Zeni, Walter Bonatti, Fosco Maraini, Toni Gobbi. In prima fila Bepi Defrancesch e Carlo Mauri. Da Gasherbrum IV.

Certo, d’ora in poi dovremo compiere degli autentici salti mortali e accontentarci di accennare soltanto alle tappe più significative e qualificanti della sua brillante collezione. Perché dalle prime e assai promettenti arrampicate sulle frastagliate pareti delle montagne prealpine, sono poi trascorsi pochi anni, precisamente tre, e non sembra vero di incontrare il nostro Bigio (con questo nomignolo è ormai conosciuto ovunque si parli di montagna) alle prese con le terribili placche granitiche delle Alpi Centrali. Il conto è presto fatto: siamo nel 1949, e allora lui ha appena compiuto i 19 anni quando sulla Nord-est del Pizzo Badile, che insieme con Luigi Castagna supera in sole 19 ore per la seconda ripetizione, lascia un altro segno inequivocabile.

La grande marcia è iniziata a tempo di record, e così d’ora in poi non dovremo più meravigliarci del suo costante e crescente progredire. Nel 1950 è la Ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey, che sale in giornata in compagnia di Riccardo Cassin. Nel 1953, in Val Masino, con Claudio Corti e Giulio Fiorelli, si fa una nuova via alla parete sud dei Pizzi Gemelli, per proseguire poi con lo stesso Corti ad aprire un’altra via sul Pizzo Cengalo.

Ore 12.30 del 6 agosto 1958. Carlo Mauri in vetta al Gasherbrum IV. Da Gasherbrum IV.

Passa poi alle Dolomiti, e con Walter Bonatti coglie la prima invernale della via Cassin sulla Nord della Cima Ovest di Lavaredo, prima di ripetere a distanza di due giorni la Nord della Cima Grande sulla via Comici.

Il 1956 è l’anno storico del suo primo appuntamento con le montagne del Sudamerica, dove affronta una terribile lotta per la conquista del Sarmiento, nell’arcipelago della Terra del Fuoco, vinto insieme alla guida alpina Clemente Maffei.

Di ritorno in Europa, attratto dall’irresistibile magia del Pilastro del Dru, riesce a ripetere la salita che gli era sfuggita in precedenza, quando l’aveva tentata con Bonatti. Di nuovo in Patagonia nel 1958 per un’incredibile rincorsa su montagne mitiche: ricacciato, assieme a Bonatti, dall’inviolato Cerro Torre, i due si buttano alla caccia del Cerro Moreno, che viene conquistato in barba alla bufera di vento e alla furia accecante della tormenta. Solo una breve sosta per rilanciarsi verso la conquista del Cerro Adela Central e proseguire fino alla cima dell’inesplorato Cerro Adela Sur. È un vero concatenamento, che si conclude solo su un’altra vetta, quella del Cerro Nato. La raccolta di trofei non è comunque ancora finita: saliranno anche fino alla cima principale del Cerro Grande e, incredibilmente insoddisfatti, voleranno a conquistare l’altra vetta vergine del Cerro Grande, che in seguito verrà  battezzata Cerro Luca, in omaggio al neonato primogenito del Bigio.

1958, Trento, piazza Dante. Fiaccolata in onore dei conquistatori del Gasherbrum IV. Da sin, Riccardo Cassin (capo-spedizione), xx, Walter Bonatti, Carlo Mauri

Ma per essere l’anno simbolo della forza alpinistica di Carlo Mauri, il 1958 aveva in serbo l’opportunità di una conquista storica, che richiederebbe un intero capitolo per essere raccontata adeguatamente. Qui la liquideremo con due sole parole: si tratta della spedizione italiana guidata da Riccardo Cassin ai quasi ottomila metri del Gasherbrum IV, nel Karakorum. Chi per primo arriva quassù, fila dritto nelle pagine mitiche della storia: e su questa vetta Carlo Mauri e Walter Bonatti sono ancora una volta insieme a gioire per un trionfo che rimarrà indimenticabile per loro e per tutto l’alpinismo italiano.

I due alpinisti si ritrovano nel 1960 sulle Alpi Occidentali, per una strana sfida che li vede salire in contemporanea due solitarie parallele sulla parete sud-est del Monte Bianco, versante della Brenva: la Major e la Poire.

Ma il piatto forte del 1960 è il Monte Disgrazia dove, con Dino Piazza, Riccardo Aldè e Bruno Ferrario, traccia una nuova via direttissima sul versante nord.

È questo un anno di grandi viaggi, verso montagne di differente tipologia: sulla parete ovest del Ruwenzori fino alla Punta Alessandra, in Africa, e poi tra i fiordi e i monti della Groenlandia, dove con Piero Ghiglione e Giorgio Gualco scala importanti vette a quel tempo per lo più sconosciute.

Walter Bonatti e Carlo Mauri (a destra)

Il 1961 è l’anno della cesura, quello che interrompe la carriera alpinistica di un fuoriclasse e non ci consente di valutare quanto sarebbe stato grandioso il suo futuro. Ad impedircelo non sono i quattro anni in cui passa da un ospedale all’altro per il complicarsi di quel banale incidente in cui si è fratturato una gamba. Nel valutare il curriculum del Bigio, da questo momento occorre soprattutto tenere in considerazione una menomazione che ostacola senza limiti un campione che è giudicato per quello che riesce a fare arrampicando e dovendo in più compiere interminabili camminate in montagna. Come giudicare l’alpinista Carlo Mauri, adesso che ha a disposizione una sola gamba e mezza? Eppure quello che riesce ancora a farci vedere è incredibile, e sarebbe  ammirevole anche per chi va ad arrampicare con due gambe sane.

Uno spiraglio di speranza per una possibile ripresa del ritorno in montagna gli viene offerto dagli amici Walter Bonatti, Casimiro Ferrari e Aldo Anghileri, che lo invitano ad arrampicare con lui sulle lisce pareti della Corna di Medale. Con questo incoraggiamento, può ancora riprendere le vie a lui accessibili sulle sue Prealpi.

Il 1965 può essere l’anno della rinascita, se ne sono accorti i suoi amici, Pino Panzeri, Jafet Rescalli, Josve Aiazzi e più ancora Gigi Alippi che è convinto che, con loro, potrà farcela sulla Nord del Lyskamm, nel gruppo del Monte Rosa, e quasi non crede ai suoi occhi come vede il Bigio arrampicare con leggerezza e sicurezza, con quella gamba! Carlo Mauri giunge in vetta, a 4538 m, di una ripidissima muraglia di ghiaccio alla stessa stregua di compagni di cordata di non comune valore, ed ora è sicuro di potersi riprendere su altri traguardi. E così può correre nel regno della Tofana di Rozes, per salire con Cesare Giudici la tremenda Costantini-Apollonio sulla parete sud-est, una via di grande eleganza, dove si deve superare il VI superiore.

E presto, nel 1966, cede pure al richiamo della Patagonia: questa è la volta dell’inviolato Buckland che si china al Bigio e agli alpinisti della spedizione lecchese da lui guidata.

Copertina di Quando il rischio è vita, prima edizione

Nello stesso anno conquista, nella Cordillera Blanca del Perù, il Nevado Uruasharaju, una cima inviolata di 5735 m. In Indonesia e Oceania, montagne nuove e diverse va a cercarsele tra quelle a tutti nascoste del popolo di Papua, nell’isola di Nuova Guinea, e ne trova perfino una che sfiora quota cinquemila, quella del Mount Wilhelm (il Carstenz). È tanto soddisfatto, che può scrivere: “Ho ormai scalato cime tra le più importanti di tutti i continenti, e continuerò a scalare, perché questo è il mio destino”.

Nel 1968 lo troviamo addirittura tra la forte compagnia di alpinisti lecchesi che vogliono realizzare una nuova follia sul Grand Capucin: e tutti insieme non mancano un obiettivo che sembrava quasi impossibile, quella Direttissima dei Ragni di Lecco oggetto di molti sogni!

Un capitolo a parte meriterebbe quella spedizione che si è affidata a lui per un avventuroso tentativo al Cerro Torre per la parete ovest. Siamo nel 1970, ed è veramente singolare che dei giovanissimi, per quanto altrettanto forti, alpinisti lecchesi dimostrino una fiducia così illimitata verso una persona di un’altra generazione, senza avvertire il disagio della sua autorevole personalità e del suo enorme prestigio. Stare con il Bigio era tutt’altro che imbarazzante, e la sua presenza come guida risultò anche in questa occasione particolarmente stimolante. Purtroppo la severità del Cerro Torre non volse uno sguardo benigno ai questi giovani audaci ed entusiasti, e li fermò a soli 250 metri dalla vetta.

Copertina di Quando il rischio è vita

Un’altra delusione attendeva Carlo Mauri quando l’anno seguente prese parte a una spedizione, che comprendeva i migliori alpinisti di mezzo mondo, diretta alla vetta dell’Everest per la parete sud-ovest. Era un’ascensione ambita dal Bigio, e solo un intrigo burocratico non gli consentì di realizzare questo grande sogno, lasciandogli una cicatrice nel cuore che si portò dentro fino alla fine.

Nel frattempo si è gradualmente accentuata in lui la convinzione che non gli possono bastare le montagne di tutto il mondo per placare l’inesauribile sete che sente bruciare dentro, nella sua mente e nel suo cuore. Forse è anche per questo che non si sente amareggiato, come noi invece ci immaginiamo, per il disgraziato incidente che gli ha vietato all’improvviso di procedere nella sua gloriosa avventura di alpinista. Da tempo nuovi orizzonti sono entrati nei suoi sogni, quelli che spaziano oltre le montagne e i diversi continenti e che gli consentono di conoscere anzi di incontrare soprattutto, quelle popolazioni che ancora non godono del più elementare benessere cui noi siamo abituati.

Ci sembra allora che, a questo punto, maggiormente gli si addica l’abito del “viaggiatore dei sogni”, come è stato bene indicato nel titolo di una sua appassionata biografia, colui che affronta interminabili viaggi a piedi, a cavallo o cammello, in barca perfino.

Carlo Mauri non corre, non vuole battere record, non ha sponsor: viaggia per conoscere meglio gli uomini, e se stesso nel rapporto con loro. Non lasciano dubbi in questo le riflessioni che si intercalano nelle sue relazioni. Come questa, per esempio:

A poco a poco l’Oriente mi ha fatto perdere la bussola: la mia origine occidentale si è dissolta”. Ed anche: “Ho imparato presto ad amare gli afghani, uomini pieni di passione, che mettono paura tanto sono vitali. È straordinario sentirseli amici”.

Anche quando troviamo tracce originali e suggestive, dobbiamo cercare di non farci suggestionare da un’apparenza che induce talvolta a pensare in modo riduttivo all’avventurosa esplorazione, piuttosto che all’uomo che avvicina gente negletta e spesso affamata con il desiderio di offrire un incontro amicale e solidale. Anche se non mancano in queste alternative all’alpinismo alcune avventure spettacolari, nell’insieme di questo diverso percorso dobbiamo considerare il tentativo di Carlo Mauri di colmare il vuoto che nessuna montagna e nessuna strepitosa conquista è mai riuscita a riempire.

Carlo Mauri

Sotto questo diverso e più sconosciuto aspetto del Bigio, prende particolare rilievo il suo approccio con l’ambiente e la popolazione dell’Amazzonia, dove giunge la prima volta nel 1966 su invito del missionario, suo compaesano, padre Augusto Gianola, e dove ritornerà successivamente nel 1972. Di queste due esperienze scrive con parole commoventi e intrise di straordinaria passione umanitaria nei reportage che vengono pubblicati sulla Domenica del Corriere. Qui, come altrove, la simpatia, più ancora l’affetto del Bigio vanno incondizionatamente agli uomini, alle donne e ai bimbi che, nello loro primordiali capanne, popolano i recessi della selva, in condizioni da età della pietra, come quando ottengono il fuoco strofinando verghe di legno, cacciano il tapiro, pescano strani ed enormi pesci, catturano coccodrilli, combattono serpenti: insomma conducono un’esistenza che noi diremmo infelice, ma che loro ritengono invece felice.

Carlo Mauri al Cerro Torre, 1970

Con analoga disposizione d’animo, nel 1967 approda nel continente dei canguri, con l’interesse rivolto alle vere tribù di aborigeni, che osserva alla luce della loro purezza di razza umana, forse padri dei nostri padri, in un’oscura prospettiva di secoli.

Dall’Australia alle regioni artiche il passo non è breve: eppure a un solo anno di distanza, Carlo Mauri non bada a cambiare gli opposti passaggi, il clima totalmente diverso e le situazioni ambientali di tutt’altro genere: per lui la Groenlandia e il Mare Artico rappresenta l’appagamento di un sogno, l’accostamento ai più interessanti personaggi storici dell’esplorazione, quelli più vicini al suo modo di interpretare l’avventura. Di questa, come di altre, ci lascia un’ampia documentazione scritta e fotografica.

Come del resto è quella che ci rimane dell’altra sua esperienza agli antipodi, sui ghiacci antartici, effettuata tra il 1967 e il 1968. Anzi, qui ci ritorna addirittura a distanza di pochi mesi soltanto, a capo della prima spedizione italiana in Antartide nel 1968-1969. Con Ignazio Piussi e Alessio Ollier riesce a scalare dieci vette immacolate, proprio nelle condizioni – lui scrive – “dell’uomo di ottomila anni or sono”. Perché – è ancora lui ad affermarlo – “oggi in Antartide si vive come nell’Europa settentrionale e centrale allorché l’uomo di Neanderthal popolava, con la marmotta e l’orso delle caverne, le grotte prospicenti i nostri lidi”.

Sono tutte avventure affrontate senza tener conto di inimmaginabili disagi e rischi, con il solo scopo di ricercare e arricchirsi di nuove e sorprendenti esperienze, da comunicare poi a tutti.

All’epoca del Ra

Per questo motivo non esita un attimo a rispondere positivamente alla proposta di Thor Heyerdahl di far parte dell’equipaggio che tenterà nel 1969 la traversata dell’Atlantico per raggiungere l’America centrale, partendo dall’Africa, a bordo di una barca di papiro.

Non scoraggiato o deluso del fallimento del tentativo, accetterà lui pure di ripetere la sfida l’anno seguente, quando dopo quasi due mesi di navigazione faticosa e spesso drammatica, l’operazione si concluderà con un clamoroso successo.

Alla stessa stregua devono essere considerati i due suggestivi viaggi intrapresi come rievocazione e ripetizione di una storia di altri tempi. Il primo impostato per ripercorrere nel 1972 la Via della Seta, sulle tracce di Marco Polo. Si sta caricando del peso di diecimila chilometri in un paio d’anni, attraverso deserti e terreni montuosi, con incognite oltre ogni misura umana. Ma il Bigio ha sempre un’idea precisa che lo sostiene, anche quando sa che troverà di fronte l’improponibile. “Questa volta – dice – voglio vivere come viaggio. Se non c’è più nulla da esplorare sulla terra, c’è sempre da scoprire l’uomo”. E lui va, con le carte alla mano, per non deviare di un metro dall’orma seguita da Marco Polo. Ma quando già avverte l’aria della Cina e ha davanti le tappe conclusive verso Pechino, le autorità cinesi non consentono alla carovana il passaggio dalla loro frontiera. Ancora una feroce e ingiusta delusione viene ad aggiungersi a quelle che hanno già mortificato lo spirito di un uomo buono, generoso e aperto a tutti e a tutto.

Ra II

Devono passare ben otto anni per incontrare il Bigio nel suo secondo viaggio, che lui definisce un’esperienza faticosa ed entusiasmante, per ripercorrere a cavallo l’antica Via del Sale. Si tratta di coprire settecento chilometri con una trentina di tappe, da Ventimiglia a Ginevra, sui millenari sentieri delle alte valli delle Alpi occidentali, allo scopo di riscoprire i molteplici aspetti culturali e umani espressi nel tempo dalle diverse comunità di questa area alpina.

Questa volta niente viene a ostacolare il successo di una nuova grande impresa: grande non meno di quella che nel 1977 lo ha indotto ad accompagnare ancora una volta Thor Heyerdahl sulla Tigris, un’altra barca di papiro, alla ricerca dell’antica traccia dei Sumeri, navigando sulle acque dell’Oceano Indiano.

Con tutto ciò, comunque, forse non siamo ancora entrati nel punto cruciale del cuore di Carlo Mauri, ancora non ci è apparso quel centro profondo che lui ha raggiunto nella maturità delle sue esperienze esistenziali e che non risulta certamente lontano dalla pienezza cui l’uomo tende nei momenti più alti della sua riflessione.

In Antartide

Ne dice invece qualcosa la sua gratuita apertura umana come chiaramente si rende visibile nell’impegno con cui si è imposto di diffondere la terapia ortopedica del professor Ilizarov, la stessa che a lui, in Siberia, aveva donato un risultato miracoloso.

Il suo è un progetto ostacolato da enormi incomprensioni e diffidenze, ma a sostenere la sua coraggiosa iniziativa premono le situazioni dolorose e avvilenti di tanta gente che aveva visto trascinarsi per le corsie degli ospedali.

La sua è una battaglia combattuta con appassionato accanimento, nell’intensa campagna promozionale in cui si manifesta pienamente la sua sensibilità e la bontà sincera del suo cuore. Il risultato positivo si realizza con la massima soddisfazione a partire dalla struttura ospedaliera di Lecco, e prosegue analogamente e speditamente in molte città italiane, a conferma della potenza persuasiva del Bigio e del fascino innato con cui riesce a contagiare le persone che incontra sui suoi passi.

 

Carlo Mauri attraverso il tempo
(le date della sua vita e del suo ricordo)
a cura di Renato Frigerio

1930 Nasce a Lecco il 25 marzo nel rione di Rancio.

1946 Lo troviamo tra i fondatori del Gruppo Ragni della Grignetta.

1947 Via nuova in Grignetta sulla parete sud-ovest del Torrione Magnaghi Meridionale, con Duilio Berera; Via nuova in Grignetta sullo spigolo est-nord-est del Torrione Magnaghi, con Duilio Berera; Via nuova in Ticino, Prealpi Luganesi, Svizzera, ai Denti della Vecchia sul Sasso Palazzi, parete ovest, con Duilio Berera; Via nuova in Dolomiti ai Cadini di Misurina sulla Torre del Diavolo, spigolo sud-est, con Riccardo Cassin; Seconda ripetizione, in Dolomiti, alla Piccolissima di Lavaredo, parete est, via Cassin, con Duilio Berera.

1949 Via nuova sullo Zuccone Campelli, parete nord-ovest, difficoltà IV e V grado, con Luigi Castagna; Seconda ripetizione al Pizzo Badile sulla parete nord-est, via Cassin, in 19 ore, con Luigi Castagna.

1950 Seconda ripetizione al Pizzo Céngalo, spigolo nord-ovest, in 13 ore, con Riccardo Cassin, Arnaldo Tizzoni e Felice Pio Aldeghi; Terza ripetizione sull’Aiguille Noire de Peutèrey (Monte Bianco), parete ovest, via Ratti-Vitali, in giornata, con Riccardo Cassin; Ammissione al CAAI – Club Alpino Accademico Italiano.

1953 Via nuova alla Punta sud-est dei Pizzi Gemelli, con Claudio Corti e Guido Fiorelli; Via nuova al Pizzo Céngalo, parete est-sud-est, con Claudio Corti; Via nuova in Val Torrone sullo spigolo sud della Punta Chiara, quota 2951, con Giovanni Ratti; Prima invernale alla Cima Ovest di Lavaredo sulla parete nord, in 3 giorni, con Walter Bonatti; Seconda invernale alla Cima Grande di Lavaredo sulla parete nord, via Comici, con Walter Bonatti.

1955 Prima invernale al Breithorn occidentale sulla parete nord, con Enrico Peyronel; Via nuova alla Punta Torelli sullo spigolo sud-sud-est, via diretta, con Giulio Fiorelli.

1956 Spedizione al Monte Sarmiento nella Terra del Fuoco (Ande Patagoniche), guidata da Padre Alberto Maria De Agostini. Carlo Mauri in vetta con Clemente Guerét Maffei; Prima ripetizione sul Petit Dru (Monte Bianco), pilastro sud-ovest, via Bonatti, con Cesare Giudici, Dino Piazza e Giorgio Redaelli.

1957 Nozze con Ginetta Aldè; nascita di Luca.

Sulla Via della Seta

1958 Spedizione in Patagonia. Tentativo al Cerro Torre dal versante ovest, concluso a 350/400 m dalla vetta. Salita al Cerro Moreno. Traversata verso sud dal Cerro Adela Central al Cerro Adela Sur, Cerro Nato, Cerro Doblado, Cerro Grande, Cerro Luca: con Walter Bonatti; Spedizione nazionale del CAI in Karakorum al Gasherbrum IV 7925 m, dal versante sud-ovest e cresta nord-est. Capo spedizione: Riccardo Cassin. In vetta Carlo Mauri con Walter Bonatti.

1959 Prima invernale al sul Dente del Gigante (Monte Bianco), parete sud, con Andrea Oggioni e Roberto Gallieni; Prima solitaria sulla via della Poire, parete della Brenva che sale diretta alla cima del Monte Bianco di Courmayeur; ammissione al GHM, Groupe de Haute Montagne; nascita di Anna.

1960 Spedizione in Congo alla Punta Alessandra sul Ruwenzori, direttissima parete ovest, con Piero Ghiglione e Bruno Ferrario; Spedizione in Groenlandia con salita al Monte Perserajog e alla Cima Quilertinguit Tunuliat, con Piero Ghiglione e Giorgio Gualco; Via nuova al Monte Disgrazia, parete nord, direttissima, con Dino Piazza, Riccardo Aldè e Bruno Ferrario.

1961 Grave incidente sciistico a Courmayeur, sulle piste dello Chécrouit in Val Veny.

Con Giuseppe Oberto (a sinistra), suo compagno al Gasherbrum IV

1963 Nascita di Francesca.

1964 Nascita di Paolo; Riprende faticosamente l’attività al Monte Bianco sulla Sud del Dente del Gigante e all’Aiguille du Midi.

1965 Sale la parete nord del Lyskamm con Gigi Alippi, Pino Panzeri, Jafet Rescalli e Josve Aiazzi; Sale il la via Costantini-Apollonio alla Tofana di Ròzes, con Cesare Giudici; Nascita di Maria; Nomina a Cavaliere della Repubblica Italiana.

1966 Spedizione al Monte Buckland nella Terra del Fuoco con Casimiro Ferrari, Gigi Alippi, Cesare Giudici, Guido Machetto e Giuseppe Pirovano: tutti in vetta;  Spedizione al Nevado Uruasharaju sulle Ande Peruviane nella Cordillera Blanca. In vetta dal versante sud Carlo Mauri e Domingos Giobbi; Esplorazione in Amazzonia lungo il rio delle Amazzoni e il rio Namundà con Padre Augusto Gianola; Importante servizio per la TV Svizzera del Canton Ticino in 12 puntate.

1967 Esplorazione in Australia nel deserto tra gli aborigeni: ascensione dell’Ayers Rock con Adalberto Frigerio; Ascensione al Monte Wilhelm in Nuova Guinea con Adalberto Frigerio; Ascensione al Monte Ruapehu e al Monte Rolleston in Nuova Zelanda con Sir Edmund Percival Hillary.

1968 Spedizione alla Base Scott nell’Isola di Ross in Antartide con 5 alpinisti neozelandesi. Salita al Monte Erebus, seconda ascensione italiana. Prima assoluta al Monte Terra Nova; Via nuova in Grignetta sulla Mongolfiera, parete sud-est, via CAI Belledo, con Pino Negri, Casimiro Ferrari e Guerrino Cariboni; Via nuova al sul Grand Capucin (Monte Bianco), parete est, Direttissima dei Ragni, con Pino Negri, Aldo Anghileri, Casimiro Ferrari e Guerrino Cariboni; Spedizione biologica per censimento orsi bianchi in Artide, Polo Nord: capo spedizione Bruno Vailati; Pubblicazione del libro Antartide, edito da Zanichelli.

1969 Spedizione scientifico alpinistica nazionale del Club Alpino Italiano all’Antartide, con Mauri capo spedizione. Complessivamente vengono salite 10 vette vergini, di cui 4 da Carlo Mauri con Alessio Ollier; Tentativo di attraversamento dell’Oceano Atlantico sulla barca di papiro Ra I, con Thor Heyerdahl.

1970 Spedizione in Patagonia con tentativo al Cerro Torre per il versante ovest. Carlo Mauri capo spedizione. La cordata Casimiro Ferrari e Piero Ravà giunge a 200/250 m dalla vetta; Traversata dell’Oceano Atlantico con la Ra II.

1971 Esplorazione dell’Amazzonia; In Tanzania per salire il Kilimanjiaro con Franco Busnelli; Spedizione alpinistica internazionale all’Everest. Tentativo sulla parete sud-ovest. Capo spedizione: Norman Dyrenfurth. Carlo Mauri è il cameraman.

Con Walter Bonatti sulla via Ferrata Gamma (Lecco)

1972 Viaggio sulle orme di Marco Polo, nei territori dell’Asia centrale verso le terre del Catai.

1974 Regata velica da Sydney a Rio de Janiero attraverso Capo Horn: Comandante Doi Malingri; Primo attacco cardiaco con infarto nel mese di novembre.

1975 In Asia e negli USA per produrre un film RAI con Giorgio Bertone e Renzino Cosson; Pubblicazione del libro Quando il rischio è vita, edito da La Sorgente.

1976 Assegnazione del Premio Bancarella Sport al suo volume Quando il rischio è vita.

1977 Traversata dell’Oceano Indiano sulla traccia dei Sumeri con la barca di papiro Tigris; Vince il Premio “Genziana d’Oro” al Trento Filmfestival internazionale per l’opera sulle Montagne dei Navajos.

1979 Esplorazione nel gelo estremo della sterminata Siberia, dove si registrano le temperature minime del mondo abitato.

1980 A Kurgan, nella regione siberiana del Kurganskaya, con degenza di 3 mesi, per intervento operatorio sulla gamba menomata effettuato da Gabril Abramovic Ilizarov; Ripercorre a cavallo la Via del Sale, dal Mar Ligure a Ginevra, attraverso le Alpi occidentali.

1981 Sale il Trono di Zeus e la Punta Mitka al Monte Olimpo in Grecia con Aldo Anghileri; Convegno internazionale di ortopedia a Bellagio, con intervenuti 300 medici specialisti in ortopedia e traumatologia.

Locandina della mostra fotografica allestita a Malgrate in occasione del trentennale della scomparsa.

1982 Muore a Lecco il 31 maggio, dopo il ricovero, per l’infarto che lo aveva colpito sul tratto finale della ferrata Gamma 1 al Pizzo d’Erna; A Lecco viene fondata l’Associazione per lo studio e l’Applicazione del Metodo Ilizarov.

1983 Inaugurazione della via ferrata Gamma 2 al Resegone a lui dedicata. Posa medaglione in marmo delle Alpi Apuane. A Longone al Segrino è attivato un Centro di Medicina Riabilitativa del Metodo Ilizarov.

1996 Inizio Concorso nazionale di narrativa di montagna Premio Carlo Mauri, a cura del gruppo Gamma: si è svolto fino al 2012, per 16 anni consecutivi; Posa di un ponte in acciaio intitolato a Carlo Mauri sul tratto finale della via ferrata Gamma 1 al Pizzo d’Erna.

1997 Inaugurazione rifugio Carlo Mauri realizzato a cura di Casimiro Ferrari al Lago Viedma in Patagonia; Pubblicazione della sua biografia Carlo Mauri, il viaggiatore dei sogni, di Franco Rho e Francesca Mauri, edito da Ferrari editore.

2012 Realizzazione docu-film, biografico, durata 40’, Un viaggiatore ai confini del mondo di Sabrina Bonaiti e Marco Ongania, successivamente presentato al 62° Trento Film Festival, edizione 2014.

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