Genovesi in montagna – 01

(cronache di mezzo secolo di alpinismo)
di Gianni Pàstine
(pubblicato nel 2003 da Feguagiskia’ Studios)

Introduzione
Chi scrive non appartiene, né ha mai appartenuto, all’Olimpo dell’alpinismo. Si è avvicinato alla montagna, nella prima adolescenza, perché convalescente di una grave malattia polmonare. Ha quindi dovuto vincere debolezze fisiche e paura che lo hanno sempre accompagnato richiedendo una continua contesa con esse. Ha collezionato più montagne che gradi di difficoltà; ha iniziato facendosi condurre da guide alpine; è tornato con loro negli anni della maturità e della vecchiaia dovendo loro le sue più significative ascensioni. Ha peraltro condotto spesso la cordata, ma sempre in itinerari medio facili.

Lo scialpinismo, per lungo tempo, è stato un capitolo a parte. In tale specialità ha realizzato forse le sue imprese migliori giungendo anche a conseguire il titolo di istruttore nazionale del CAI. Fu un conseguimento distocico, faticoso: non fu uno scudetto da Juventus quanto una salvezza da Genoa; infatti, rimandato una prima volta per incompleta tecnica sciistica, passò alla seconda, come ultimo in graduatoria, causa scarsa tecnica di roccia. Oggi quel capitolo è praticamente chiuso.

Nella vita, il conflitto, spesso aperto, fra alpinismo e doveri, di studio prima come di lavoro poi, è stato difficile predominando i secondi, accettati senza amore almeno fino all’età matura; doveri che sono stati più imposti che fatti amare inquadrati nella sorda contesa con un sistema educativo e normativo che avrebbe potuto anche presentarsi meglio. L’amore per il lavoro è giunto da solo, con il tempo ed il frequente contatto umano.

Il rapporto con la montagna è stato ed è invece quello di un amore a prima vista che ha resistito ad ogni prova.

Quali sono stati i rapporti con gli alpinisti? Migliori, senza alcun dubbio, quelli con le guide; migliori pure quelli con i principianti ed i meno abili; ma non sempre perché ogni regola ha le sue eccezioni mentre le eccezioni hanno nomi verso i quali amicizia ed affetto non sono solo parole. I rapporti con il CAI sono invece progressivamente peggiorati; ottimi, ideali all’inizio, nella più completa e progressiva disillusione poi. Siamo ormai a livello di separati in casa…

Avete così davanti un uomo con le sue più o meno innocenti debolezze. Egli deve alla moglie, alpinista pure lei, tecnicamente e psicologicamente più dotata, parte dei successi. Infine, che può apparire ora reazionario, ora populista con idee precise ma non politicamente qualificate secondo il quadro dominante. Ama la musica militare anche se non ha prestato servizio causa i postumi della precitata malattia polmonare; come ama la ricerca storica specie nel periodo contemporaneo e moderno.

Gli piace il gioco del calcio e tifa per la sua squadra del cuore. Ha praticato marginalmente alcuni altri sports, ivi comprese competizioni sciistiche, con poca fortuna.

La bicicletta da corsa si affaccia oggi come una alternativa in ascesa, anche se le medie orarie sono ferme ai tempi di Girardengo. Nel testo lo capirete meglio o non lo capirete del tutto…

Il Quattromila più Orientale – Il Pizzo Bernina 4059 m
Le Alpi Centro Orientali sono una catena di tutto rispetto; proprio nel gruppo del Bernina i ghiaccia, soprattutto quelli del versante settentrionale, sono fra i più complessi e difficoltosi, specie nella pratica scilpinistica; ma la vetta più alta dell’intera catena, estesa fra il Passo del Sempione ed il Golfo del Carnaro, supera di ben poco la fatidica quota ed è anche l’unica a superarla. Soprattutto gli alpinisti di lingua e cultura tedesca si affannano a voler conferire la patente di nobiltà dei quattromila al Pizzo Centrale di Palù, all’Ortler, al Gross Glockner, cime rispettabilissime che, pur sempre, non raggiungono i quattromila metri di altezza.

Nella prima estate del 1967 avevamo scalato, in gruppo, la Cima Orientale del Monte Disgrazia, avendo per base l’accogliente rifugio Porro in Val Malenco. Ci trasferivamo quindi al Passo del Bernina per salire, in funivia, alla Chamanna Diavolezza. Dopo un percorso dal lungo sviluppo e dal notevole dislivello, gustavamo i piaceri dell’alpinismo più comodo che, ad essere sinceri, non ho mai rifiutato.

La notte fu movimentata dalla partenza antelucana di alcuni alpinisti inglesi, piuttosto inesperti per la verità, e dalla pungenti invettive che Marno si fece premura di indirizzare loro. Fu quindi il nostro turno e, senza troppa fatica, difficoltà e pericoli, salimmo, per la via normale, al Pizzo Orientale di Palù, ne attraversammo le cime centrale ed occidentale e, dalla Forcola Bellavista, puntammo sul rifugio Marco e Rosa, sito alla quota di tremila cinqucento metri, nel cuore della montagna. Silvano, Margherita, Giuseppe, Marno e Gianni avevano raggiunto la cima orientale per il suo elegante sperone nord che, nel 1962, avevo salito con Renato, Enrico e Giorgio: un’ascensione in roccia e ghiaccio davvero elegante.

Ora, ero in cordata con Vittorio, tranquillo ed incline a vedere tutti i lati positivi. Feci un pensiero alla elegante cresta della Bellavista; ma la pigrizia costrinse ad optare per la calda e ruvida ospitalità del rifugio. Vicine erano anche cime rispettabili come lo Zupò e l’Argient, che mancano di poco quota quattromila, oltre alla elegante Crastaguzza. Pochi alpinisti, attratti da celebri vette limitrofe, finiscono per visitarle. Figurerebbero forse meglio altrove; ma la natura è come è fatta. Salirò all’Argient in scialpinismo e non troverò il suo percorso affatto facile, come tutto lo scialpinismo del gruppo del Bernina.

Al Marco e Rosa, ci sistemammo nel vecchio rifugio. Ve n’era, vicino, già uno nuovo; ma, a detta del gestore, era più freddo, tanto da venire utilizzato solo in caso di soprannumero. Ancora una volta, il vecchio e solido legno, lavorato senza economia, dimostrava tutta la sua accogliente funzionalità. La vera attrattiva, se così la possiamo chiamare, era il gestore, un Folatti di Chiesa Val Malenco, meglio noto come “’l Fulatt”. Ci accolse come un vecchio sergente di fureria, rispettoso, in modo pignolesco, molto più di quanto non la rispettassimo noi, della nostra gerarchia; ma ci sistemò comodi, al caldo. A sera, ci meravigliò con le sue urla belluine, utilizzate come richiamo per alpinisti ritardatari che scendevano dal Bernina. Franco lo ribattezzò subito come un esemplare dello Yeti; altri dell’Uomo di Neanderthal.

Al mattino successivo il tempo era con noi e, con calma, salimmo la non del tutto banale via normale del Bernina. Ritornammo molto per tempo trascorrendo il pomeriggio in cori a quattro voci con i quali affascinammo soprattutto alpinisti tedeschi: una usanza ed una pratica, ma anche un’arte che, purtroppo, oggi, appare in via di estinzione. Le stesse corali indulgono, nell’evidente scopo di cercare successo soprattutto fra i giovani, in motivi moderni, ad effetto, ma privi di valore tradizionale se non di armonia.

Nella notte, Silvano, Giuseppe ed io fummo colti da evidenti sintomi di sofferenza gastro intestinale. Ricordo Silvano, perennemente affamato, che proponeva al fratello Giuseppe di “mangiarsi una camomilla”. Dopo una notte troppo ovviamente movimentata, Folatti ci rimise in piedi “con una camomilla di erbe di montagna che fa resuscitare anche i morti”: parole sue. Ci legammo così noi tre e, lungo le rocce dell’Isla Persa, tre noti autorevoli praticanti del terreno misto classico di alta montagna calarono con precauzioni da Inglesi principianti. Sostammo alla Boval dove anche il gestore svizzero andò entusiasta dei nostri cori e ci praticò uno sconto! Sul treno che ci riportava da Morteratsch a Bernina Suot, Silvano divertì tutti svelando, con foga ed enfasi, i futuri particolari del suo arrivo fra le mura domestiche, una volta fatto il bagno.

La lunga Valtellina, la riviera orientale del lago di Como, Lecco, tanto carica di storia alpinistica, furono le obbligate, lente tappe del nostro rientro.

Il Bernina possiede un tesoro naturale in quella che, forse, è la più estetica cresta nevosa delle Alpi. Gli alpinisti di lingua tedesca, sempre inclini al romanticismo, la chiamano “Himmelsleiter” o scala del cielo.

Raggiungemmo Pontresina senza troppa convinzione, con un cielo fatto apposta per non aiutarci perché, verso quel tipo di cielo, nessuna “scala” poteva essere invitante. Con un autentico tuffo nel passato, salimmo sul biroccio a cavalli che, con lentezza fuori dal tempo, ci trasportò alle meraviglie dell’Hotel Roseg dove una tavola era già imbandita con prelibatezze di ogni tipo, accuratamente confezionate e presentate. Non resistemmo alla tentazione di un triangolo di torta alla frutta e… tirammo oltre. Poche ore dopo, eravamo alla sempre accogliente Chamanna da Tschierva dove fummo obbligati a sostare un giorno causa tempo insicuro: Naso di Scerscen e parete nord del Roseg incombevano opprimenti. Ma il bel tempo mette le ali ai piedi e, ancora in ora notturna, ci avviammo in direzione della Fuorcla Privlousa, o forcella pericolosa, un nome che è tutto un programma! Ci accorgemmo anche di essere in numerosa compagnia; ma, ben presto, constatammo come una buona parte di tale compagnia avrebbe fatto bene a cambiare versante e scegliere la via normale, dove avrebbe, già, comunque, avuto il suo da fare. Invece, rischiavamo di averli letteralmente sulla testa. Due Tedeschi, padre e figlio, procedevano slegati. Poco dopo la crepaccia terminale, il figlio, assai maldestro sui ramponi, scivolò, passò, di misura, il ponte della crepaccia ed atterrò davanti a noi senza che il padre desse segni di essersene accorto. Margherita ed io ci guardammo in faccia senza parlare, riducemmo l’intervallo di corda al minimo e filammo assieme alla massima velocità consentita dalla nostre forze fisiche. Per giunta, altre due cordate di tre elementi, poco davanti a noi, davano segni inequivocabili di lentezza da inesperienza sia pure fatti salvi i capicordata. Le superammo e tirammo il fiato alla sospirata forcola. Ora, avevamo davanti a noi solo una guida con due clienti e due già anziani alpinisti che, però, avevano tutta l’aria di saperci fare da tempo: potevamo seguirli. Una tipica caratteristica teutonica, gallica, come albionica è quella di affrontare l’alpinismo classico con mentalità da escursionista. Noi Italiani affolliamo le vie normali più facili oltre ogni limite di decenza, ma riserviamo l’alpinismo classico a chi ci sappia fare: una questione di stile che ci vede, una volta tanto, maestri.

Superati alcuni facili passaggi rocciosi, posammo piede sulla scala del cielo: Era davvero entusiasmante, anche perché debitamente e comodamente gradinata. Continuammo assieme, a corda corta, e fummo sul Pizzo Bianco in buon orario. Qui, una nuvola ci avvolse; ma avevo già notato segni meteorologici non preoccupanti. Preoccupava invece quel che seguiva. La guida ed i clienti avevano già inserito il turbo mentre i due anziani tedeschi, con regolamentari sicurezze, superavano metodicamente, passaggio dopo passaggio, anche un arcigno torrione dove, però, si destreggiavano a velocità ridotta. Dopo una prima calata, preferii aggirare l’ostacolo. Discesi un ripido canale verso ovest fino ad una sosta su due chiodi in posto. Ne ripresi un altro che, agevolmente, mi ricondusse al di là del torrione. Ora era proprio tutto facile e, nonostante la nebbia, trovammo la vetta per discenderne lungo la via normale, sempre tutt’altro che elementare. Al piede delle rocce, seguimmo evidenti tracce come un articolo di fede; infatti, in breve, demmo di naso nel nuovo rifugio Marco e Rosa. Il vecchio era ormai un museo e, invano, cercai il “Fulatt”. “È ormai a valle” mi dissero con un mesto sorriso, i due gentili gestori. Mi dispiaceva. Intanto, i due anziani tedeschi continuavano in direzione della Forcola Bellavista e del Morteratsch. Erano già le quattro e mezza di pomeriggio; mi sentivo benissimo, ma poteva ben bastare. Anche la guida con i due clienti, Tedeschi pure loro, si erano fermati: Stavamo cenando in piacevole rilassatezza, perché la sosta in montagna, dopo l’ascensione, non è mai abbastanza lodata, specie se in vacanza, senza preoccupazioni orarie, quando ascoltai, divertito, le contumelie che i due giovani capicordata tedeschi, appartenenti a quelle due cordate da tre, da noi superate con tanta preveggenza sotto la Fuorcla Privlousa, si scambiavano senza riguardi. Evidentemente, uno dei due aveva piantato in asso l’altro, con due compagni di cordata più brocchi ancora; e San Bernardo pregava anche per i Tedeschi, magari luterani!

Alle prime luci del mattino ci rimettemmo in marcia risalendo lentamente alla Forcola Bellavista. Guida clienti non avevano fretta, intenti nella metodica consumazione di una colazione a base di pane, burro e salame: a quell’ora!

Raggiungemmo Pontresina all’ora canonica. Diedi un’occhiata ai franchi svizzeri residui, assegnatici, in quell’anno, in misura ristretta e razionata, da nostro governo progressista: neanche avessimo dovuto riconquistare l’Impero d ‘Etiopia! Così, inviato un poco reverente pensiero a chi di dovere, ci sedemmo a tavola per gustare un pranzo svizzero neppure tanto disprezzabile.

Stavo per decidere il rientro via Julier pass e Lugano, evitando i rallentamenti del lago di Como, quando mi cordai di un maglioncino dimenticato in una trattoria di Novate Mezzola. Rpresi la via del Maloja, ritrovai il maglioncino e mi avviai in direzione di Como. Poco prima di Dongo, dai ricordi storici recenti, un’auto tedesca effettuò una conversione improvvisa che mi obbligò ad un’altrettanto improvvisa frenata. Il camioncino che seguiva mi tamponò: niente di grave; anzi, il conducente mi invitò a casa sua per le formalità di rito.

Di ritorno dalla prima solitaria sulla parete nord est del Pizzo Badile, Hermann Buhl, vinto dal sonno, aveva urtato, con la bicicletta (!!!), un paracarro finendo a bagno nell’Inn. Aveva commentato così: “Cosa importano un telaio contorto, un bagno involontario e l ‘inevitabile raffreddore che ne seguì!” Già!Anche se non potevo confrontare la nostra modesta impresa con la sua.

Note tecniche
Luglio 1967, via normale. In cordata: Franco Staccione e Vittorio Stancari; Giancarlo Berninsone, Gianni Bissoccoli, Vincenzo Buzzone, Giuseppe e Silvano Grisoni, Gianni Migliorino, Marisa Prati, Stefano Revello, Margherita Solari, Tina Volpi.

Da Bernina Suot raggiungere la Chamanna Diavolezza in funivia. Salire al Pizzo Orientale di Palù per la via normale e traversare le Cime centrale e occidentale (PD). Attraversare al piede del versante nord del Monte Bellavista e della Piramide Crastaguzza pervenendo al rifugio Marco e Rosa.

Salire direttamente verso nord un pendio di moderata inclinazione. Un breve salto roccioso richiede una facile arrampicata su roccia sicura. Dopo un breve tratto nevoso, un successivo risalto roccioso è facilitato dalla presenza di una corda fissa. Seguono creste nevose, corniciate sul lato ovest, piuttosto aeree, che conducono nei pressi della cima, raggiungibile per rocce elementari. Ore 3. PD. Discesa per lo stesso itinerario fino al rifugio.

Dallo stesso, per riguadagnare il fondovalle dell’Engadina, risalire fin sotto il versante nord del Monte Bellavista. A seconda delle condizioni, scendere direttamente, verso nord, il ghiacciaio oppure le rocce che lo costeggiano sulla sinistra orografica: l’Isla Persa. Raggiungere il piano del ghiacciaio presso la capanna Boval alla quale si perviene risalendo brevemente la morena di sinistra. Un comodo sentiero conduce alla stazione Morteratsch.

Luglio 1980. Biancograt. In cordata: Margherita Solari.

Da Pontresina salire all’Hotel Roseg con mezzo di trasporto a trazione animale. Di qui alla Chamanna da Tschirva in ore 2. E.

Dal rifugio prendere la morena immediatamente ad est, raggiungendo il ghiacciaio e portandosi, verso sud, ai piedi del canale nevoso che sale alla Fuorcla Privlousa. Risalirlo. Seguira ora la cresta, rocciosa, ma non difficile, fin dove essa diventa interamente nevosa o ghiacciata, discretamente ripida. Salirla fino in vetta al Pizzo Bianco. Superare un primo avancorpo roccioso per discenderne a corda doppia dal alto opposto (15 metri circa). Il torrione successivo può essere aggirato sulla destra. Discendere per neve verso ovest fino ad incontrare una sosta chiodata nella roccia. Risalire allora, sempre prevalentemente per neve riportandosi in cresta dopo due lunghezze di corda. Rocce elementari conducono alla vetta. Ore 10 circa. AD. Discesa per la via normale.

Il Quattromila più Meridionale delle Alpi – La Barre des Écrins 4103 m
La montagna si trova in territorio francese, nel massiccio dell’Oisan, nella regione del Delfinato, ad occidente dello spartiacque delle Alpi Cozie.

Vi feci un primo approccio nella tarda primavera del 1962. Allora, la festività del 2 giugno, non ancora soppressa, offriva la possibilità di un “ponte”.

Giungemmo così ad Ailefroide in quattro, dopo un lungo viaggio sulla mia Volkswagen, che non aveva potuto neppure evitare l’attraversamento di Torino. La rotabile di Prè de Madame Carle era ancora, quasi subito, sbarrata da una valanga, e fu giocoforza iniziare il cammino caricando anche gli sci su già pesanti sacchi. Nei ripidi tornanti del sentiero per il rifugio, Giorgio che, al solito, era in testa, riuscì anche a sbagliare strada facendoci sorprendere dalle prime gocce di un immancabile temporale, mentre eravamo intenti in disagevoli equilibrismi a quattro zampe, su un liscio lastrone; fortunatamente, il comodo sentiero era lì, a pochi metri, e, in serata, giungemo al refuge du Glacier Blanc, a circa 2500 metri di quota, dove restammo bloccati per oltre ventiquattrore da una abbondante nevicata fuori programma.

Ci rimanevano solo due giorni, sui quattro previsti e strappati ad impegni di lavoro piuttosto severi, con grande fatica. Il terzo giorno si presentò con cielo terso. Sci ai piedi, raggiungemmo l’ampio Glacier Blanc che percorremmo fin quasi alla sua origine, spostandoci quindi sull’ampio pendio della Barre.

Salimmo in sci fin dove le voltate da fermo ce lo permisero, proseguendo quindi a piedi, in cordata, arrancando faticosamente nella neve fonda caduta nella giornata precedente; oramai era tardi e, sulla cresta, v’era davvero troppa neve. Ripiegammo così sul vicino Dome de Neige des Ecrins, meta più logica per sciatori alpinisti, come, in estate, per alpinisti alle prime armi.

La discesa sciistica non fu brillante. La neve era appesantita dal sole e noi, allora, non eravamo affatto abili sciatori. Ricordo inoltre i ben due cavetti degli attacchi rotti dal “vecchio” Pellegro, provvidenzialmente sostituiti, mentre Renato era finito a concatenare traversoni, con relative voltate da fermo, sotto un grande e minaccioso seracco pensile…

Potemmo permetterci di tornare a valle la mattina seguente. Rientrammo quindi per il Col di Vars e quello della Maddalena non senza un pensiero a Coppi e Bartali; ma come era bello il verde della primavera, sotto il sole, dopo tante neve!

Nell’anno successivo, vi tornai in luglio. Gli sci non erano più necessari. Per maggior sicurezza, sotto lo sguardo divertito e stupito del gestore, ci alzammo a mezzanotte per partire all’una, con le lampade che fendevano una notte nera come l’inchiostro. Giungemmo al gran pendio che albeggiava appena. Era possibile salire lenti, in ramponi, lungo una sicura traccia. Guadagnammo la cresta sommitale dopo una lunghezza di corda assai ripida, ma su ottima neve rassodata e c’involammo sul suo filo, mani su solida roccia e piedi, ben ramponati, su gradini ghiacciati, seguiti da due alpinisti francesi, partiti dal più elevato rifugio Caron, che, nel frattempo, avevano raggiunto Franco e me. Alle nove, toccavamo quella prestigiosa cima con cielo ancora terso. Giunsero anche due a lpinisti spagnoli dando così carattere davvero internazionale all’ascensione.

La discesa richiese qualche precauzione in più fino ad aver superato il ripido pendio di attacco alla cresta sommitale. Poi, calammo in tranquillità, lodando la nostra previdenza oraria e l’abbondanza di risorse idriche al seguito, ivi compresa una borraccia d’ordinanza della Wehrmacht che era stata preda bellica di Franco nel suo avventuroso passato resistenziale. Non lasciammo il rifugio in serata; il tempo a disposizione permetteva di godersi la sensazione del quattromila in tasca guardando il temporale che infuriava oltre i vetri del rifugio, quasi con sottile piacere: al Pelvoux, avremmo pensato il giorno dopo.

Note tecniche
Giugno 1962. Compagni: Renato Ansaldi, Giorgio Vassallo, Pellegro Villa

Luglio 1963: Compagno: Franco Staccione

Accesso: Torino – Ulzio – Montgenevre – Briançon – Vallouise – Ailefroide – Pré de Madame Carle

Avvicinamento. Per sentiero e nevai, al rifugio del Glacier Blanc e, successivamente, al rifugio Caron, gestiti in estate. Ore 2, 30/5.

Salita. Attraversare il Glacier Blanc e salire il ripido pendio della Barre finpoco sotto la più marcata depressione della cresta sommitale, generalmente su tracce abbondanti. Sulla destra, superata la crepaccia terminale, si raggiunge facilmente la tondeggiante e nevosa cima del Dome de Neige des Ecrins.

Volendo salire alla vetta principale, superare. secondo le condizioni, un ripido pendio di neve o ghiaccio, oppure un ripido camino roccioso alla sua destra (III). Per aerea cresta, in buon terreno misto che consente una sicura progressione, alla vetta. Ore ¾.

Difficoltà: F per il Dome de Neige, PD per la cima.

Discesa lungo lo stesso itinerario. Il tratto più delicato, da superare, eventualmente con una calata, è quello fra la cresta e la crepacci terminale sottostante.

In sci il periodo consigliato va da Aprile a Giugno. Il gran pendio richiede buona tecnica e soprattutto esperienza. OSA.

Il Quattromila tutto italiano – Il Gran Paradiso 4061 m
Quando Dino ha commemorato Renzo, ha ricordato come i suoi macroscopici ritardi fossero sopportabili solo trattandosi di lui: niente di più vero. Infatti, quando stavi per mandarlo al diavolo, ti si presentava davanti con il più disarmante sorriso e dimenticavi tutto. Così successe in quel pomeriggio di sabato del giugno 1960. Naturalmente, raggiungemmo il rifugio Vittorio Emanuele II° verso mezzanotte e dormimmo, per modo di dire, in una sorta di legnaia, ciò che non ci impedì, il giorno seguente, di salire, sci ai piedi, fino alla cresta sommitale, di toccarne facilmente la cima, di discenderne in sci fino al rifugio. La discesa a piedi, sci sul sacco, fino a Pont, ed il lungo rientro notturno, senza le attuali autostrade, erano lo scotto da pagare.

Vi tornai diverse volte. In una occasione, vi guidai mio suocero, già abbastanza anziano, in una giornata tormentosa. Vi salii anche per la difficile via Cretier, dietro ad un determinatissimo Benedetto, ma due sono le ascensioni che ricordo più volentieri.

La prima è del luglio 1960. Eravamo in sei divisi in tre cordate: Marno e Silvano, Piergiorgio e Gianni, Giorgio ed io. Giungemmo alla crepaccia terminale della parete nord ovest dopo che una scarica di seracchi aveva cancellato le piste delle nostre cordate ad eccezione della mia: avevo fatto un giro più largo… Marno e Silvano attaccarono decisi, ma, quando si profilò la presenza di ghiaccio vivo, deviarono al colle del Piccolo Paradiso. Non conoscevamo né ramponi rigidi, né viti da ghiaccio, né attrezzi da piolet traction. Infatti, quando, al colle, presi la testa, con in mano un vecchio martello piccozza Fulpmes, gradinai di buona lena nel ghiaccio per trenta metri fino a ritrovare l’amica neve dura. Poi fu una cavalcata trionfale sul filo aereo della cresta, spronati da un maltempo incombente che, togliendoci visibilità, ci fece saltare il torrione della Madonnina, per ritrovarci, con gioia e sollievo, sulle piste della via normale.

Oltre vent’anni dopo, con Silvano ed Andrea, arrancavo su per le male bolge che conducono al bivacco Carlo Pol: un percorso lungo e faticoso con qualche rischio oggettivo. Silvano ed io affrontammo il tratto superiore del lungo percorso in cordata, meravigliando il più giovane Andrea, buon arrampicatore, per il fatto che noi due, legati, procedessimo spediti almeno quanto lui, solo. Va detto che Silvano era ed è un autentico “signore” del Gran Paradiso del quale conosce tutti i segreti.

Quando trillò la classica sveglia ancora notturna, il cielo era solcato da nubi e schiarito da lampi lontani. Scartammo, a malincuore, l’elegante cresta Gastaldi e tirammo su diritti per il Roc con qualche bel passaggio su solido gneiss. Appena valicata la sua cima, fu grande la sorpresa di trovare il pistone della via normale appena oltre un breve ripido pendio che superammo in corda doppia. Raggiungemmo la cima come da rituale, quindi, il problema maggiore fu rappresentato da diversi sconsiderati individui, di varia nazionalità, che costituivano soprattutto il rischio di vederceli piombare addosso ed essere così infilzati dai loro ramponi che poco e male sapevano usare.

A Pont, Franca tardò a lungo: si trattava evidentemente, di un tipico malinteso fra docenti di materie umanistiche, quali lei e Silvano, preso con… filosofia. Solo a notte recuperai la mia auto a Valnontey per rientrare a Courmayeur.

Forse, ero il primo a non crederci. Tornai al Gran Paradiso nel giugno 1999 e vi salii ancora per la nord ovest, seguendo la elegante Bertolone – Cappa – Giorda, in una giornata freddissima che ci garantì discrete condizioni.

Lo Chabod ci aveva accolti pulito, elegante e funzionale. Ne eravamo ripartiti in piena notte, esperienza alla quale non ero più abituato da tempo. Registrai due piccoli inconvenienti: alla terminale, Gianni passò rapido per fermarsi cinquanta metri sopra, su un chiodo da ghiaccio; passò Margherita, ma, al mio turno, il ponte crollò: dovetti industriarmi a risalire da solo non essendovi altra scelta. Più in alto, una scaglia di neve gelata, frutto di un gradinamento in atto sopra, mi colpì in corrispondenza della mandibola destra lasciandovi un segno. Il freddo attutì le conseguenze del colpo. Gianni si fidò a percorrere lunghi tratti in progressione simultanea a corda tesa ed uscimmo abbastanza presto sulla cresta NNE accolti da un vento davvero violento. Avevo freddo ed ero affaticato. Solo più a valle, volgendo ancora una volta lo sguardo in alto, mi resi conto di aver avuto in dono un “giorno grande”.

Note tecniche
Compagni: giugno 1960, via normale scialpinistica: Renzo Conte, Pierino Savoldelli

luglio 1960: cresta NNE. Giorgio Vassallo

luglio 1974: parete NW via Cretier: Benedetto Ferrando Margherita Solari

agosto 1988: per spigolo NE del Roc: Silvano Grisono, Andrea Molinari

giugno 1999: parete NW via Bertolone Cappa Giorda. Gianni Carbone (guida) e Margherita Solari

Accesso a) Aosta Villneuve Pont Valsavarenche b) Aosta Aymavilles Cogne Valnontey

Avvicinamento
a) Pont – Rifugio Vittorio Emanuele II°, lungo, comodo sentiero in ore 2, 30.

b) Inizio piano di Pont (cartello indicatore) – Rifugio Federico Chabod, per comodo sentiero, in ore 3 circa. c) Da Valnontey al bivacco Pol, ora supportato da vicina altra costruzione appena più ampia e capiente. Salire prima per comoda mulattiera, quindi per sentiero subito problematico; infatti, l’attraversamento del torrente principale può presentare difficoltà e necessitare dell’uso della corda come assicurazione. Segue una morena più ripida, con un passo non facile. Da una caratteristica grotta, detta la Barma des Bouquetins, il terreno diventa roccioso e ripido anche se le difficoltà tecniche arrivano a sfiorare solo in qualche passo, il II grado; attenzione a cadute di sassi provocate da alpinisti o animali. Ore 6 circa.

Ascensioni
Via normale. Dal rifugio Vittorio Emanuele puntare quasi orizzontalmente ad una ben visibile cresta di morena, sulla sinistra, da seguire fino al suo termine. Prender piede sul ghiacciaio di Laveciau(crepacci) appoggiando tosto a destra per raggiungere una ampia spalla nevosa da percorrere fin dove un pendio più ripido, sulla sinistra, conduce in alto, alla cresta sommitale. Questa, in terreno misto, è aerea ma facile e provvista di attrezzature fisse. Ore 4/5 F.

Dal bivacco Pol. Seguire il ghiacciaio della Tribolazione fino al colle dell’Ape. Raggiunta la base del Roc, salirne lo spigolo NE su buona roccia, quasi verticalmente, per circa 40 metri (passo di IV). Dal Roc, poco a NW, calare a corda doppia per circa 20 metri, su ghiaccio, fin nei pressi della pista della via normale, per la quale alla vetta. Ore 4/5: AD inf.

Parete NW e cresta NNE. Dal rifugio Chabod, salire per morene e ghiacciaio, ai piedi della grande parete. Superare un ripido pendio fino a lasciarsi, sulla sinistra, la seraccata sottostante il colle del Piccolo Paradiso. Salire sul ripiano al di sopra della stessa, lasciando a destra la cordonata rocciosa ove si sviluppa la via Cretier. Raggiungere il colle del Piccolo Paradiso, proseguendo poi lungo il filo della cresta, superando direttamente un torrione di buona roccia (20 metri III). La cresta prosegue, ora corniciata, ora affilata e discretamente ripida, fino alla cima principale. Ore 7/9. AD sup.

Parete NW via Cretier. Seguire la cordonata rocciosa precitata su buona roccia favorevolmente stratificata. Ripida uscita in ghiaccio sulla cresta NNE: Ore 7/9. D inf.

Parete NW via Bertolone. Direttamente a destra della cordonata rocciosa della via Cretier, interamente in ghiaccio, ripida, con pendenza uniforme. Ore 7/9. D.

Scialpinismo. Il periodo consigliabile è quello fra aprile e giugno, con accesso più agevole utilizzando il rifugio Chabod al quale si può salire anche con innevamento continuo fino a fondovalle; infatti, l’accesso al rifugio Vittorio Emanuele richiede assenza di neve su tutta la prima metà del percorso. Specie in discesa, a volte, viene utilizzato un lungo giro sotto la Becca di Monciair ed il vallone che scende a Pont dal colle del Grand Etret.

Sia dal rifugio Chabod che dal Vittorio Emanuele, il percorso presenta tratti ripidi e tecnicamente impegnativi, sci ai piedi, nella prima metà. Salvo eccezioni, è però possibile salire in sci fin nei pressi della cresta sommitale.

Il tetto delle Alpi – Il Monte Bianco 4807 m
Riuscii a raggiungerne la cima al settimo tentativo. Non vi sto a raccontare la storia di progetti che si vanificarono spesso già a fondovalle: perché era chiaro, e la cronaca giallo nera dell’alpinismo lo sta a dimostrare, che, soprattutto, condizioni meteorologicamente avverse o, anche solo instabili, ne sconsigliano la ascensione.

Nel giugno 1970, giunsi a pernottare a Villneuve, in Val d’Aosta. Il cielo era coperto e le speranze poche; ma, superato il tunnel e raggiunta Chamonix, riapparve il sole ed il cielo sereno. Rincuorati, salimmo al Plan de l’Aiguille con la funivia e ci avviammo verso il rifugio dei Grands Mulets, mettendo presto gli sci: un percorso non facile, non esente da qualche rischio obiettivo, prima su pendii discretamente ripidi da attraversare orizzontalmente, poi, lungo un ghiacciaio crepacciato, più ripido in alto. In rifugio non trovammo altri alpinisti ed il gestore ci trattò con grande cortesia. Alle tre del mattino successivo ce lo lasciammo alle spalle e, con lenta e regolare andatura, salimmo fino al col du Dome dove abbandonammo gli sci per proseguire a piedi lungo l’arète des Bosses. Dopo nove ore toccavamo la sospirata vetta il cui versante italiano era fra le nuvole. Noi eravamo provvidenzialmente nel sereno. La discesa fu regolare quanto prudente e, nel primo pomeriggio, rientravamo al rifugio festeggiati dal custode che lodava la nostra regolarità. Avremmo potuto ancora scendere a valle; ma questi sono i momenti in cui godere la montagna, perché è troppo bello ammirare il tramonto, seduti sulla soglia del rifugio, con il Monte Bianco, finalmente… in tasca.

Luglio 1974. Lo sperone della Brenva aveva fatto parte di uno fra i tanti precedenti tentativi. La ripida discesa dal bivacco della Fourche, nel maltempo tipicamente ferragostano, era stata una prova da non sottovalutare.

Ora, salivamo al Ghiglione forse ripartiti su troppe cordate. L’ascensione iniziò in una notte nera come l’inchiostro dove, sul più bello, sbagliammo via finendo su rocce ripide ed instabili; proprio dove, in tempi recentissimi, si è verificata una frana di gigantesche proporzioni tale da mettere in dubbio la percorribilità dell’intero versante senza l’assunzione di davvero inaccettabili rischi.

L’alba ci colse sulle prime creste nevose che percorremmo finalmente a buona andatura; ma, sul gran pendio, il ghiaccio vivo frenò gli entusiasmi. Lino e Benedetto si incaricarono di traghettarci tutti al di sopra dei seracchi di uscita per salire, ansimando, l’interminabile pendio sommitale e raggiungere la davvero sospirata cima, dodici ore esatte dopo la nostra partenza dal rifugio. Anche in tale circostanza ripernottammo ai Grands Mulets.

Luglio 1977. Alessio e Attilio sono due grandi guide di Courmayeur. Proprio Attilio mi offre la sua corda per salire al rifugio Ghiglione dove giungo in un’ansia mista a sicurezza: ansia per quel che ho davanti, sicurezza per l’uomo che mi accompagna.

Il tempo incerto ci blocca in rifugio per una giornata; ma, a mezzanotte, Alessio ci caccia giù dalle cuccette. Scendiamo sul ghiacciaio della Brenva in un chiarore lunare; attraversiamo il col Moore e scendiamo ai piedi della famigerata parete della Brenva dove ci destreggiamo fra enormi blocchi di valanga, in silenzio. Èancora notte fonda: Più di un alpinista è lì sotto mai più ritrovato e, lassù, i seracchi del col Mayor e della Poire attendono forse il momento propizio… La vita è troppo bella per rischiarla sconsideratamente, specie quando è vissuta così; ma esistono situazioni nelle quali vale la pena di calcolare il rischio: questa e non molte altre.

Con le prime luci siamo già alti sulla parete nord dell’Aiguille Blanche che percorriamo a buona andatura, lungo la variante a destra del seracco principale, grazie a perfette condizioni di neve, tanto da toccarne la sommità già alle otto del mattino: sceglie la giornata, la stagione, il versante, l’ora ripeteva un maestro amico. Le nostre guide avevano scelto senza lasciare nulla al caso. Traversiamo le creste sommatali e caliamo sul Col Peuterey che raggiungiamo verso mezzogiorno. Sono affascinato dalla grandiosità del sito; lo sono ancor più per i ricordi, non sempre sereni per la verità, della storia dell’alpinismo, anche di quella spicciola, come la ascensione di Euro, accompagnato da un Silvano ignaro di troppe cose, scandita da tre fortunosi bivacchi. Euro aveva giocato a “rischia tutto”; ma era stato oggettivamente grande. Io salivo dietro una traccia sicura.

Abbiamo qualche esitazione sul da farsi perché il cammino appare ancora lungo e quanto superato potrebbe già bastare da solo; ma una discesa passa solo per le male bolge dei Rochers Gruber e del ghiacciaio del Fresnay: quindi, via verso l’alto.

Ci troviamo sul Pilier d’Angle in men che non si dica e qui ha inizio quella sinfonia trionfale così definita, proprio citando dove ci troviamo, da un personaggio storico indimenticabile quale Emilio Parato di Ivrea. Una cresta sinuosa sale al culmine nel gelo e nell’azzurro pomeridiano. Trovando forze insospettate, salgo dietro ad Attilio in progressione simultanea fin sotto la cornice sommitale che superiamo agevolmente, uno alla volta. Alle sette di sera siamo in vetta felici di non dover salire più. È cessato anche il vento gelido che ci aveva spronato durante l’ultima parte della salita. Caliamo nell’imbrunire per la cresta delle Bosses senza fermarci all’inospitale Vallot. Nella breve dolce risalita del Dome des Gouters arrivo a contare i passi per distrarmi dalla stanchezza ormai opprimente. Finalmente, con l’ultimo chiarore, mi abbandono, sia pure per un attimo, sulla soglia del rifugio del Gouter. Prontissimo, Attilio mi sfila i ramponi: il suggello gentile di un giorno indimenticabile e, senza troppi forse, il più bello di una vita intera. Ancor oggi, in inverno, passo al suo chalet, sulle piste di Checrouit, perché non potrò mai dimenticare cosa mi ha permesso.

Rientrati a Courmayeur nella tarda mattinata successiva, avevo riguadagnato casa. Dopo pranzo mi ero lasciato dolcemente vincere dal sonno. Ero convinto di essermi appena addormentato quando una voce amica mi sussurrò delicatamente: “è pronta la cena!”

Luglio 1979. Franco non aveva ancora salito il Bianco. Il suo severo ed altamente responsabile lavoro di chimico, nel porto petroli e nelle petroliere in rada, non gli lasciava troppo tempo. Fa una breve tappa a casa mia al Poussey, da dove ripartiamo per il col du Midi.

Visto che, con Franco, abbiamo parlato di porto, usufruiamo anche noi della notte corta; non però secondo i termini degli accordi sindacali perché, alle due. siamo già ai piedi del Tacul con le frontali accese. Albeggia quando giriamo la sommità del Maudit dove la vetta suprema ci appare tanto vicina. Sono persino in vena di fare dello spirito ravvisandone una somiglianza con la famigliare Antola dalla Bocchetta di Tonno: la mia irriverenza è punita perché il tempo cambia e va battuto… sul tempo.

Forziamo il Mur de la Cote dove Franco Garda, appena uscito dallo sperone della Brenva, sta scendendo verso il corridor e mi fa le ammonizioni di rito. Ma oggi sono scatenato. Franco si è allenato concatenando diversi Fasce da Quinto, con la tanica d’acqua sulla schiena, e l’ambiente cambia di colpo, non per i primi fiocchi di neve che turbinano, quanto per la moltitudine internazionale che ci accoglie, fa cui alcuni…samurai che ci gratificano del tradizionale inchino. C’è spazio per la commozione. Franco mi abbraccia piangendo: “sono qui per te!”. Sono solo le otto del mattino, ma il cielo, sempre più plumbeo, non ammette alternative; tuttavia, solo nel pomeriggio, l’orchestra filarmonica celeste attacca gli ultimi tempi della “Pastorale”, quando siamo al riparo di una non troppo disprezzabile funivia che ci riconduce fra mura amiche…

Monte Bianco, i Quattromila minori
AIGUILLE DE BIONASSAY 4052 m
Con Cosimo, vi feci un primo tentativo con l’intento di salire la parete nord ovest nella estate del 1980. La giornata si annunciava serena ma torrida perché, già alle tre del mattino, affondavamo nella neve marcia fino a tutta la caviglia. Non era davvero il caso di avventurarsi su un ripido pendio alto quasi mille metri. Rinunciammo di buon grado sia pure con pochi imitatori. Vi fu chi, fortunatamente e fortunosamente, raggiunse l’Aiguille du Midi a mezzanotte…

Vi tornammo tre anni dopo. Le condizioni della neve erano ottime e ne toccammo la cima già alle sette del mattino. Sull’aerea cresta che collega la vetta al Dome de Gouter, le mie prime piastre antizoccolo fecero cose mirabili. Camminavo come un equilibrista su un filo di materia instabile, seguito da Cosimo che, nonostante la sua grande esperienza, doveva staccare lo zoccolo di neve da sotto i ramponi battendo le scarpe con la piccozza ad ogni passo; vista la esposizione e la ristrettezza della traccia, la cosa non era affatto agevole.

MONT BLANC DU TACUL 4248 m
Vi salii diverse volte grazie alla sua comodità dovuta alla vicinanza della stazione superiore dell’Aiguille du Midi. Vi tornai sopratutto ultimamente, dopo che una crisi ipertensiva aveva messo in serio dubbio il risalire a quell’altezza. Giunto in vetta dopo un buon percorso della non facile facette NE, mi fermai a pregare. Ringraziavo Dio per un ritorno non sperato, al cospetto della vetta massima così vicina, così carica di significato morale se non trascendente. Tre alpinisti spagnoli, seduti poco sotto la cima, stavano discorrendo: vista la mia muta espressione di preghiera, tacquero e ripresero i loro discorsi solo quando, dopo il Segno di Croce, mi misi a sedere pure io.

MONT MAUDIT 4465 m
Nel lontano 1953, ne avevo salito la bella e non facile cresta Kuffner. La partenza notturna, nel chiarore lunare, l’aereo percorso al cospetto della imponente Brenva, la cornice di uscita sulla Spalla, la crepaccia del Tacul, da superare in corda doppia su un fungo di ghiaccio ne erano state le note caratteristiche. Ora ne toccavo la cima dopo quarantacinque anni, lungo la più modesta cresta nord est. Era presente anche Giorgio Bernardi che, quasi, avevo visto nascere e che saliva, accompagnato dal padre, il suo primo quattromila. Rientrammo alla Anguille du Midi per le sedici dopo esserne partiti alle sette. Potemmo scendere a valle solo alle ventuno. Era il 14 agosto.

DENTE DEL GIGANTE 4014 m
Vi salii già nel 1957 con Eugenio, cui si aggiunse Enrico, rimasto temporaneamente senza compagni. Gli lasciai di buon grado il comando della cordata che, però, mi cedette alla placca Burgener. A volte, le ascensioni in quota possono porre dei problemi di efficienza personale anche ai più preparati. Tirai fino in vetta, agevolmente, e, qui, Eugenio mi immortalò in una stampa che, a lungo, campeggiò nella vetrina del noto fotografo Preziosi, in Corso Buenos Aires.

Dopo una ascensione quasi senza storia, con Margherita e Benedetto, dove fui, soprattutto, rimproverato di essere troppo “gentleman” nei riguardi di meno scrupolosi alpinisti, vi tornai con Cosimo nel 1983, per la parete nord, ascensione “all’antica”, dall’approccio scorbutico, dall’ambiente quasi orrido, dalle ultime due lunghezze di corda vetrate ed incipriate di neve polverosa anche in un agosto apparentemente secco. Cosimo utilizzò tutto l’utilizzabile e passò d’autorità, facendoci capire come nella prima invernale sulla nord delle Jorasses e sulla nord del Pilier d’Angle, non avesse fatto solo da comparsa dietro a Bonatti. Mi servii provvidenzialmente di una maniglia Jumar su una delle due corde che ci legavano. Cosimo diede poi corda al figlio, che seguiva con Margherita, nonostante che quest’ultimo fosse un arrampicatore moderno e raffinato.

In discesa la ressa fu tale, ad opera di chi saliva ancora nel primo pomeriggio, per cui rimasi con le gambe imprigionate nelle corde di due cordate in modo da non potermi più muovere. Ero sgradevolmente simile a Pinocchio nella tagliola; finché quei ritardatari non tolsero il disturbo. Tutto ciò ad onta degli strepiti di Cosimo che non valsero, da soli, a togliermi dalla sgradevole immobilità.

AIGUILLE DE ROCHEFORT 4000 m
La sua cresta ovest è un vero nastro d’argento che percorsi tre volte, sempre in buon orario e con quella sicurezza che, in ascensioni del genere, deve essere più in noi che nei materiali. La prima volta fu nella bella estate del 1958, con Renato. Nostra unica compagnia fu quella di due più anziani Meranesi che ci gratificarono di un “bravi marinai!”

La ripetemmo nella estate del 1967, piuttosto ghiacciata. Fortunatamente, possedevamo già chiodi a vite e fissammo una corda al gran gendarme togliendola al ritorno. Al suo ritorno in città, Emma seppe di essere già incinta di Marcello…

Nel luglio 1977, dopo la fantastica Peuterey, la ripetemmo dopo un lungo periodo di maltempo. Le condizioni erano buone, ad onta dell’innevamento abbondante, tanto da permetterci di saltare il gran gendarme, sia pure a prezzo di una lunga ed esposta traversata. L’inconveniente maggiore fu rappresentato da alcuni alpinisti austriaci cui era certo consigliabile una più facile ascensione.

GRAN JORASSES 4206 m
Con Eugenio e Renato, nel 1957, ero giunto sullo sperone della Punta Whymper. dopo aver salito il canalone omonimo, in ottime condizioni; ma prendemmo le raccomandazioni orarie di Laurent come un ordine da eseguire. Tornammo anche se a malincuore.

Nel 1979 non guardammo l’orologio. Solo Roberto ed io ne raggiungemmo la vetta, dopo aver trovato la cengia giusta, unitamente a quattro giovani varesini, buoni allievi di Bisaccia, Bistoletti e Macchi “le rouge”. Riattraversammo il famigerato canale in pieno sole e San Bernardo pregò per noi ancora una volta. Ma, in fondo al Reposoir, la nostra, nonostante tutto, poca fede fu punita. Due maldestri Francesi fecero quel che la montagna non aveva avuto in animo di fare ed un sasso colpì un varesino ad un piede. Giangi, Mino e Carletto lo soccorsero come da manuale, facilitati dal suo impavido comportamento che gli permise di percorrere vari tratti saltellando su un piede solo. Giunti al Boccalatte, ci beccammo gli irati rabbuffi di un più anziano alpinista lombardo che ci accusava di lentezza: aveva ragione da vendere, che si tolse di mano con quella sua aria da professore arrogante che non mi andò affatto a genio. Ebbi comunque il buon gusto di tacere per non mandarlo al diavolo con pieno merito.

Nel mattino successivo, non prima, un elicottero militare riportò a valle il traumatizzato. Scendemmo senza fretta e le balze sotto il rifugio mi parvero formidabili. A valle, constatammo il cumulo di apprensioni destate e ripartii per il servizio senza rimpianti. Anche nelle cose più belle è possibile giungere, almeno temporaneamente, alla saturazione.

Provai in una occasione il Couturier alla VERTE, nientemeno che con Gianni Calcagno, dopo uno spartano bivacco nella stazione superiore delle funivia dei Grands Montets. Partimmo nella nebbia e nebbia fitta, con neve marcia, fu anche presso l’attacco che non riuscimmo a trovare. Decidemmo per il ritorno. Gianni era, non di rado, di una severità insopportabile; ma era prudente. Avrei scommesso sul suo naturale invecchiamento; invece…

La Verte è rimasta: Essa è bella, affascinante, pericolosa come una donna desiderabile, volubile, incostante, bizzosa. In tal caso, la velocità sarebbe di rigore, sempre come diceva il già citato maestro. Diciamo, in tutta franchezza, che, per prestazioni del genere, non ho più l’età.

Note tecniche
Monte Bianco, via normale scialpinistica.

Giugno 1970. Compagni: Margherita Solari; Antonio Cevasco, Riccardo Licciardello, Turi Minotti.

Dal Plan de l’Aiguille, salita in sci al rifugio dei Grands Mulets per la Jonction in ore 4.

Dal rifugio, in sci, al col du Dome per petit e gran plateau. A piedi, alla vetta, per la cresta delle Bosses. Ore 9. Discesa per lo stesso itinerario. BSA.

Per lo sperone della Brenva. Luglio 1974. Compagni: Margherita Solari; Lorenzo Bonacini, Lino Calcagno, Benedetto Ferrando, Roberto Peraldo, Emma Rivara, Sergio Tedeschi.

Dal rifugio Torino, salita al rifugio Ghiglione in ore 3. Discesa sul ghiacciaio della Brenva, superamento del col Moore e salita della parte prima rocciosa, poi nevosa, dello sperone poco a sinistra della variante Farrar (itinerario non più percorribile). Salita lungo lo sperone, in ghiaccio, con uscita dai seracchi superiori, prima a destra, poi direttamente. Per lungo e facile pendio nevoso, alla vetta. Ore 12. Discesa al rifugio dei Grands Mulets ed al Plan de l’Aiguille. D.

Per la parete nord ella Anguille Blanche de Peuterey, variante Julien, e la cresta di Peuterey. Luglio 1977. Compagni: Attilio Ollier, guida; Alessio Ollier e Pietro Ferraris, guide; Giorgio Codebò, Margherita Solari.

Discesa dal rifugio Ghiglione sul ghiacciaio della Brenva, attraversamento del col Moore, salita alla Anguille Blanche per la parete nord, discesa al col Peuterey, salita al Monte Bianco superando il Pilier d’Angle. Ore 18. D sup. Discesa al refuge de l’Aiguille de Gouter ed al Nid d’Aigle.

Dal Col du Midi. Luglio 1979. Compagni: Margherita Solari, Franco Staccione.

Dal col du Midi, salire aggirando a destra le sommità del Mont Blanc de Tacul e del Mont Maudit. Proseguire per il Col de la Brenva, il Mur de la Cote e dil pendio sommitale. Ore 6. PD sup. Discesa ai Grands Mulets ed al Plan de l’Aiguille.

Aiguille de Bionassay. Luglio 1983. Compagni: Cosimo Zappelli (guida); Margherita Solari e Marco Zappelli (aspirante guida).

Dal rifugio, discendere sul ghiacciaio a destra e salire l’ampia e ripida parete nord ovest che si addirizza e restringe verso l’alto. Altezza: mille metri circa. Pendenza da 45 a 55 gradi. Ore 4. Discesa per la cresta ENE al col de Bionassay e risalita al Dome de Gouter. Ore 3. Discesa al rifugio della Anguille de Gouter, a quello della Tete Rousse ed al Nide d’Aigle. D inf.

Mont Maudit cresta Kuffner. Agosto 1953. Compagni: Laurent Grivel (guida) e Giorgio Musso.

Dal colle del Gigante inoltrarsi nel Cinque Maudit fino salire l’ultimo ampio canalone nevoso di destra che conduce sulla cresta della Fourche. Seguire la cresta, che si impenna, fino ad un grande torrione, la Punta d’Androsace, aggirabile sul alto Brenva, per laborioso terreno misto, e riguadagnando la cresta a monte del torrione. Continuare, sempre su terreno misto, fin soto la grande cornice nevosa della Spalla del M: Maudit, superabile direttamente con qualche difficoltà. Ore 8. D inf. Discesa per la via normale.

Cresta NE. Agosto 1988. Compagno: Luciano Caprile.

Seguire la via normale del Bianco dal col du Midi. Abbandonare la traccia che aggira la cima del M. Maudit sulla destra. Prendere a sinistra, su pendio discretamente ripido, e raggiungere, appena possibile, la cresta nord est. Seguirla fino sotto le rocce sommatali, aggirabili appena a destra su ripido pendio. Dal col du Midi ore 4/5. AD inf. Discendere, per pendio discretamente ripido, sul colle della Brenva e rientrare al col du Midi lungo la via normale del M. Bianco.

Dente del Gigante, via normale. Luglio 1957, compagni: Enrico Cavalieri e Eugenio Damasio. Luglio 1971, compagni: Benedetto Ferrando e Margherita Solari.

Dal colle del Gigante, raggiunger la base di un ampio costone di terreno misto lungo il quale, tenendosi a destra, raggiungere la base del Dente. Attaccare sulla sinistra, un caratteristico passaggio che supera un grosso lastrone staccato e termina contro un grande strapiombo aggirabile a sinistra (IV). Per ampio e facile canale roccioso pervenire alla terrazza alla base della grande placca Burgener. Grosse corde fisse aiutano ora la salita ed indicano la via fino al termine di un ripido camino ove sono ancora infissi ferri da mina, rudimentali mezzi artificiali che risalgono alla prima ascensione. Un esposto passaggio senza corda (III) conduce nei pressi dell’anticima. Un breve ma difficile passaggio in discesa (e in risalita) conduce all’intaglio successivo dove la vetta è accessibile lungo una corda fissa. È opportuno lasciare una corda pendente dall’anticima per risalirvi più agevolmente. Ore 5. AD. In discesa, è utile una corda doppia, di circa 15 metri, al passaggio di attacco.

Parete nord. Agosto 1983. Compagni: Cosimo Zappelli, guida; Margherita Solari e Marco Zappelli, aspirante guida.

Dalla base della strapiombante parete est, scendere per terreno misto non facile per una settantina di metri. Un difficile camino conduce sullo spigolo nord est dal quale si passa in parete, lungo una successione di placche non verticali, ma sovente vetrate. Uscire all’intaglio fra la vetta e l’anticima. Ore 7. D sup.

Aiguille de Rochefort cresta ovest. Compagni. Agosto 1958: Renato Ansaldi.

Agosto 1967: Margherita Solari; Giuseppe e Silvano Grisoni, Emma Rivara, Gianni Bisio:

Luglio 1977: Margherita Solari.

Dalla base del Dente del Gigante, seguire il filo di cresta, spesso scorniciato, ora su un versante, ora sull’altro. Giunta in vetta ad una sorta di anticima, discenderne per ripido terreno ghiacciato, per circa 40 metri (utile lasciare una corda in posto, da recuperare al ritorno). Segue altro filo di cresta pianeggiante ed affilato fino alla base del torrione roccioso sommitale. La salita non è difficile ma insidiosa per la roccia piuttosto instabile. Rientro per lo stesso itinerario. Ore 5. AD

Gran Jorasses via normale. Luglio 1979. Compagni: Roberto Peraldo; Antonio Badano, Carlo Buzzone, Pino Caffaz, Gianfranco Fasciolo, Paolo Gardino, Mino Girelli.

Da Planpinceux, salire al rifugio Boccalatte per sentiero segnalato ed attrezzato dove diventa roccioso. Ore 3. EEA.

Dal rifugio, appoggiare a sinistra per nevai e ghiacciaio, fino alla base dello sperone roccioso che limita, sulla sinistra, il grande canalone centrale del versante meridionale della montagna (il canalone Whymper). Salire lungo lo sperone roccioso, detto il Reposoir, fino al suo termine (passi di II e III). Attraversare ora a destra tutto il grande canalone fino a prendere piede sullo sperone roccioso che scende dalla Punta Whymper. Seguirlo per breve tratto, fino dove è possibile spostarsi sul ghiacciaio pensile superiore. Attraversarlo fino alla sua estremità destra, facendo attenzione ad un seracco pensile sovrastante. Lasciato il ghiacciaio, seguire una cresta rocciosa piuttosto facile terminando con il pendio nevoso della calotta sommitale. In vetta, attenzione alla cornice aggettante sulla parete nord. Ore 8. Ad: Discesa lungo lo stesso itinerario, contando almeno 6 ore fino al rifugio. Rischi oggettivi, per caduta pietre o ghiaccio, da non sottovalutare.

Vallese, un sogno incompiuto
Il ferragosto della piovosa estate 1951 se ne era appena andato. Dopo l’acuto dello spigolo della Roccia Nera il tempo instabile non mi aveva permesso che qualcosa al limite dell’escursionismo. Un pomeriggio, mentre oziavo per Champoluc sicuro che, con tutta quella nebe in giro, non si sarebbe combinato nulla per un po’, Cirin mi ingiunse di prepararmi entro un’ora: presto detto. I miei erano via e la porta di casa era chiusa. Per fortuna, una finestra era aperta; così, aiutato con una scala, procurata dall’albergatore e padrone di casa, vi entrai, mi rivestii, preparai il sacco e tornai in strada, sempre con quel mezzo generando, fra i benpensanti del paese, la leggenda della fuga dalla finestra. Mi attendevano, oltre a Cirin, Ernesto, Pippo e Luisa, al volante della sua Lancia Aurelia. Luisa era una nobildonna milanese di illustre casata, dalla età ormai matura. Cliente fissa di Ernesto, sfogava una forsennata passione per la montagna che nascondeva sottili, non troppo palesati tormenti di un animo sensibile. La ricordo volentieri con quei suoi modi aristocratici contenuti e mascherati da una rude attività. Qualche anno dopo, ammalata, avrebbe aggiunto infelicità ad infelicità mal nascosta. Pippo era invece un milanese estroverso, buon alpinista di lunga esperienza e docente nel politecnico della capitale lombarda.

Raggiungemmo il Breuil per pernottarvi. L’indomani, salimmo al Plateau in funivia ed iniziammo la discesa su Zermatt, tracciando in buoni trenta centimetri di neve fresca. IL tempo si era rimesso al bello e, nel pomeriggio, ripartimmo da Zermatt per raggiungere, al tramonto, la Rothornhutte. Non avevo mai visto un rifugio svizzero e questo, per giunta, era nuovo. Lo gestiva un arzillo vecchietto dal passato celebre: Alexander Graven, quello della “Poire” al Bianco, che ci ragguagliò subito: la neve era molta; però, allo Zinalrothorn, potevamo andare. Notai anche gli unici alpinisti italiani. Ne avrei conosciuto più tardi l’identità: nientemeno che Gianni Ellena, Dante Livio Bianco e Anton Buscaglione!

Alle quattro del mattino, Graven spalancò la porta del dormitorio ed aprì la finestra con un perentorio: “Monsieurs, c’est l’heure!” Dopo preparativi in un’atmosfera da rito sacro, ci avviammo: un facile ghiacciaio, una breve, ben appigliata paretina, una comoda cresta di neve, un ripido canale, in terreno misto per approdare ad un’aerea forcella. Qui, le cose si complicavano. Neve e ghiaccio ricoprivano le rocce per un buon tratto e la cosa non fu facile. Prima della vetta, però, splendidi, aerei passaggi su ottimo gneiss, furono davvero entusiasmanti. In discesa, la cosa fu ancor meno semplice e rimediai anche un disattento scivolone, bloccato sul nascere da Cirin, con relative imprecazioni.

L’indomani, il brusco risveglio fu anticipato di mezz’ora. Capii subito che la faccenda era più seria. Innanzi tutto eravamo pochi. Salimmo, comunque, senza problemi, fino alla tondeggiante e nevosa vetta della Wellenkuppe; ma la vista di quel che seguiva mi gelò il sangue: bisognava andare. Scendemmo facilmente per un po’ e riprendemmo a salire su un ripido pendio. Un torrione, munito di grossa corda fissa, ma tutto corazzato di ghiaccio, ci sovrastava. Tre Inglesi facevano strane evoluzioni non volendo toccare la corda. Il capocordata, come ricordò, colorito, Ernesto, “aveva la barba ed i capelli lunghi: sembrava Cristo in Croce!” Ernesto si portò sotto brontolando nel suo dialetto. Quelli compresero l’aria minacciosa, presero la corda e se ne andarono: ci voleva tanto?Cirin fu di sopra in un baleno; ma io mi bloccai a metà, con i piedi patinanti sul vetrato. Troppo naturalmente, ero senza ramponi!Dopo tutta l’astinenza impostami da Cirin, diverrò un amico per la pelle di tale attrezzo. Dopo una minaccia di passare a vie di fatto, spesi le residue energie e, boccheggiando, mi coricai, esausto, sulla sommità del torrione. Il seguito non era facile, sotto forma di una lunga cresta di neve, interrotta da salti rocciosi ove era necessario pulire le fessure dalla neve fresca; ma giungemmo in vetta all’arcigno Obergabelhorn in buon orario.

Calammo per la non facile Arbengrat. La roccia era lo splendido gneiss del giorno prima, ma la neve ostacolava tutto. Procedevamo lenti. Gli Inglesi, in basso, erano fermi in cima ad un torrione. Cirin, credendo che fossero nuovamente incrodati, pensò bene di tagliare per la parete sud. Andammo davvero ad infognarci, traversando e scendendo canali di neve marcia, dove rimediai un’altra scivolata con relative imprecazioni; ma l’abilità di Cirin e la perizia di Ernesto ci tirarono fuori. Intanto, gli Inglesi, disceso a corda doppia il torrione, erano già bassi sul ghiacciaio: stavolta, ci avevano dato dei punti. Vi arrivammo alfine anche noi e, dopo una lunga cresta di morena, attraversammo la valle di Zmutt risalendo a Stafelalp per un ben meritato riposo: il bel tempo era finito. Risalimmo a Pleateau Rosà sotto una fine pioggia e nella nebbia: Il resto non ebbe storia. Pippo ci diede un saggio di guida alla milanese; mia madre apparve troppo felice per refilarmi i ceffoni già promessi da Cirin sulla corda fissa dell’Obergabelhorn, mentre un principio di congelamento alle dita delle mani mi bloccò per alcuni giorni. Avevo fatto una dura esperienza, ma anche un salto di qualità. Prima di rientrare fra i banchi del liceo Mazzini, scalai, da capocordata, la cresta nord della Testa Grigia ed il Castore dal Sella. Come mordevano bene quei ramponi!

Una sera d’autunno, entrai nell’aristocratica sede della sezione Ligure del CAI, a Villetta Serra. Ero in maglione e senza cravatta; mi sentivo ancora in montagna. Qualcuno mi disse: “ti vuole il presidente!” Sbiancai, arrossii, balbettai constatando il mio non consono abbigliamento; ma il volto aperto e sorridente di quell’uomo, incorniciato dai capelli bianchi, non potrò mai dimenticarlo. Si interessò alle mie ascensioni e mi disse parole che andavano diritte al cuore: quelle di un vero alpinista che parla ad un alpinista. Quel che in seguito capiterà ben più di rado…

L’anno dopo, salito il Cervino, eravamo nuovamente per Zermatt, diretti al Weisshorn. Andammo a Randa con il treno e, a buona andatura, risalimmo alla Weisshornhutte, piccola silenziosa, incustodita; ma in perfetto ordine. Con noi era anche Luigi, con un’altra Luisa, torinese, ed Ernesto con Giorgio. Quest’ultimo era un torinese taciturno. Studiava chimica a Zurigo, non mancando di informarci circa l’abissale differenza fra la metodicità e la praticità dell’insegnamento nelle Università svizzere contrapposte all’autoritaria anarchia delle nostre.

Macinava montagne con ritmo infaticabile, spesso da solo, non di rado con Ernesto in un aletranza di liti affettuose. Alla crepaccia terminale della Nord del Lyskamm gliene aveva combinata una grossa. Avevano rinunciato ed Ernesto, girando per Champoluc, chiedeva a tutti: “conosci Giorgio?! Dici che va!? Io ti dico che non va!” Poi, erano tornati insieme.

Quando, dopo la laurea, si sarebbe trasferito a Milano, il giro alpinistico lombardo gli avrebbe aperto nuovi orizzonti tecnici; ma l’alpinismo solitario sarebbe rimasto il suo tarlo tormentoso e, un giorno, sarebbe scomparso sulla Becca di Luseney.

Il Weisshorn si rivelò abbastanza mansueto. Ci pensò Cirin a complicare le cose: “Cribio! Ho lasciato giù i ramponi! Se parti, alzo la gamba e ahi! Andiamo giù come scemi!” Se la cavò lo stesso senza problemi. Con noi era Dinko, uno Sloveno allora a Milano ed amico dei nostri: soprattutto forte sciatore alpinista, macinatore di Hautes Routes, era molto solido. In discesa, Cirin, attardato dalla mancanza dei ramponi, pensò bene di abbandonare la cresta per scendere in parete e far prima: fu il bis dell’Obergabelhorn. Schivammo anche la caduta di alcune pietre e, giunti, finalmente, sul piano del ghiacciaio di Hochlicht, osservammo, nitidamente, che Ernesto e Luigi erano già al rifugio. Cirin attaccò un ritmo indiavolato ma, stavolta, Dinko perse la pazienza e sibilò, nel suo italo sloveno: “Cristo, Cirin! Vorrei sapere cosa c’è da correre adesso!” E, per meglio sottolineare il sibilo delle esse sulle vocali strette, piantò rabbiosamente a terra la piccozza. Confuso, Cirin rallentò; ma non evitò una tremenda ramanzina da parte di Ernesto, padre padrone di quella patriarcale famiglia in cui, mancanti ormai i genitori, il figlio maggiore era un autentico monarca assoluto.

Spesi gli ultimi franchi, rientrammo via Teodulo-Cime Bianche affamati come lupi. Quando ci eravamo presentati dal vecchio Joseph Gaspard, quello che aveva fatto l’altra guerra sulle Tofane con il conte di Vallepiana, fradici di grandine, eravamo stati, provvisoriamente, rivestiti di impresentabili stracci: avevo nei piedi un paio di scarpe nelle quali Ernesto ravvisava una strana somiglianza con quelle, già di Michel Croz, caduto durante la discesa dopo la prima ascensione del Cervino, ora esposte nel museo di Zermatt. Ci fu fatto credito di una minestra…

Ne ripartimmo, l’indomani, ormai asciutti, ma con lo stomaco sgradevolmente vuoto. A Plateau, prima di scendere il screpacciato Ventina, Ernesto finì per legarsi per penultimo fra i lazzi dei suoi colleghi del Breuil che posavano, vestiti da alpini, come comparse di un film bellico: “faccio il cliente!” proclamò Ernesto, quindi, rivolto a noi: “quelli di Valtournenche sono militaristi: ci piace il fucile!” Banalità che ricordiamo perché quegli straordinari personaggi vivono eternamente nei nostri cuori…

In una baita prima di Fiery, Luigi barattò sigarette di contrabbando con polenta e latte.

Che Enrico fosse inesauribile come Welzembach dovevo davvero constatarlo in quella occasione. Intanto, ce ne andammo da Champoluc al Sella per poi traversare il Naso. la Parrot e scendere alla Gnifetti. Qui, il mal di montagna mi immobilizzò e il nostro, con altro compagno, trovò subito modo di salire alla Vincent e nemmeno per la normale. Sceso ancora di buon mattino e constatato il mio miglioramento, ci avviammo alla volta del colle del Lys dove iniziammo la discesa del Grenz. Nel caldo opprimente, passammo più di un ponte con il primo che nuotava sulla pancia fino all’altra riva per poi ritirare il secondo come un pesce alla lenza. Guadagnammo la Monterosahutte dove sistemai un vistoso cerotto medicato sul mio naso cotto dal sole. Trascorsa confortevolmente la notte, scendemmo a Zermatt a piedi perché i franchi svizzeri hanno sempre avuto la prerogativa di volatilizzarsi troppo presto. Qui, però, presago di quanto ci attendesse prima di sera, convinsi, carta alla mano, Enrico a servirsi della seggiovia del Findelen. Riprendemmo il cammino attraverso pascoli lunari fino ad un costone ove constatammo, con orrore, di dover scendere laggiù, fino alla Taeschalp, per risalire lassù, fino alla Taeschhutte. Non ci vennero neppure in mente i franchi mal spesi. Alla Taeschalp, con le poche parole di Tedesco allora conosciute, mi feci dare del latte da un malgaro; salimmo quindi, come forzati alla catena, alla Taeschhutte dove una fragorosa risata teutonica all’unisono accolse il mio naso incerottato: ”suppe und schlafen!”

Correvamo, è la parola, all’inseguimento di un “Bergfuhrer” verso il Mischabeljoch. La cresta nord dell’Alphubel, innevata e vetrata, fu superata sempre di corsa, senza alcuna assicurazione finché, in discesa, sulla cresta sud, una placca di ghiaccio ci convinse a calzare i ramponi: la scuola di Cirin! Passai il pomeriggio a lenire, in branda, un feroce cerchio alla testa.

L’Allalinhorn fu mansueto e divertente. Le sane rocce della cresta sud si lasciarono domare senza, troppo ovviamente, alcuna sicura e, per il divertente Feekopf, riguadagnammo il rifugio per scendere tosto a fondovalle, pedonando da Taesch a Zermatt dove un rifugio per alpinisti ci accolse confortevolmente, senza troppe pretese, che ebbero invece due connazionali in vena di far dello spirito sulla punta delle nostre dita, consumate o meno. Quando, però, Enrico li informò della nostra campagna dolomitica della estate precedente, assunsero un atteggiamento più rispettoso. Al Teodulo, ci permettemmo un parco pranzo, conversando, sulle Apuane, con due alpinisti di Viareggio: Cosimo?Renzo? Eravate voi? Forse sì.

Divallate le Cime Bianche, rientrammo a Champoluc sul cassone del camion della frutta: una madre redarguiva il figlio discolo minacciando: “se non la smetti ti do a quello lì!” E mi additava. Dovevo aver proprio un bell’aspetto.

Il Vallese era anche meta scialpinistica. Nel 1958, in aprile, approfittando del “ponte” del 25, raggiungemmo Briga in serata via Milano. Il giorno successivo, via Visp-Stalden-Saas Fee, raggiungevamo la Langefluhhutte. Dopo un tentativo poco convinto all’Allalinhorn, presto frustrato dalla nebbia, raggiungevamo la Britanniahutte in numerosa compagnia: con il torinese Mildo Fecchio, Elio e Renato cantammo a lungo in buona armonia.

Con tempo splendido, puntammo allo Stralhorn dove era possibile salire in due modi: mentre i più preferivano un ripido pendio per lasciare gli sci a poca distanza dalla vetta, con Eugenio, Rosemary, Elio e Renato salii per cresta dall’Adlerpass. Avrei seguito lo stesso itinerario anche molti anni dopo. Mi sono sempre considerato più alpinista che sciatore, non ho mai amato lo sci ripido ed ho sempre preferito abbandonare i preziosi mezzi dove fosse più utile proseguire a piedi e, se necessario, in cordata, calzando i ramponi. Ho sempre dato più importanza al significato alpinistico dell’itinerario. Se voglio sciare, mi servo degli impianti. senza troppo scandalo, con più divertimento, con meno fatica e rischio.

Nostri compagni di gita vollero tentare, nello steso giorno, anche il Rimpfischhorn; per rendere la cosa più facile, abbandonarono anche i sacchi ma furono inesorabilmente fermati da un crepaccio: era necessaria almeno una corda: ma guarda un po’…

Nel giorno successivo, sotto un fine nevischio, tornammo a valle. Alla stazione centrale di Milano, Elio rischio di falciare alcuni viaggiatori mentre fendeva la calca della pensilina con la piccozza emergente dallo zaino: sul treno per Genova, affollatissimo, Enrico ed io trovammo posto “a vezo” sui passamani dei soffietti fra le vetture. Incastrati in qualche modo gli sci ed agganciati i sacchi, mangiammo tranquillamente mentre, sotto di noi erano più o meno stesi e dondolati altri viaggiatori. Anton aveva trovato la sistemazione più comoda, seduto sul cesso: mangiava pure lui. Pippo invece, sulla piattaforma, rimase ritto in piedi, per l’intera tratta, reggendo gli sci come lo svizzero di guardia a S. Pietro regge l’alabarda. Erano ancora gli anni di “poveri ma belli” (ma non troppo…).

Nell’estate 1964, avevo ripreso la via del Vallese. Dopo una splendida traversata del Portjengrat, su ottimo e non difficile granito, incontrai a Randa il gruppo di soci della mia sezione del CAI con cui trascorrere una settimana nel gruppo dei Mischabel. La salita alla Domhutte, sotto i pesanti carichi del necessario per più giorni, fu lenta e faticosa. Nei giorni successivi fummo perseguitati dal tempo incerto: quello che ti fa partire con il dubbio, ti minaccia seriamente e mette giudizio solo quando hai rinunciato. A quella quota, le minacce meteorologiche non sono da sottovalutare. Il bel tempo giunse solo negli ultimi giorni, quando con Rita, Silvano, Giuseppe, Carlo e Chicco, salimmo al Dom per la via normale. Rita era una mia vecchia conoscenza del liceo Mazzini di Sampierdarena e delle scappate sciatorie, ad ore antelucane, con il treno bianco, per Mondovì e Limone, le piste di quest’ultima località e quelle di Frabosa dove avevo iniziato un soffertissimo, autodidatta apprendistato sciatorio, reso più piacevole da una simpatica compagnia tenuta sotto la sua ala protettrice da papà Quaglia. Quando Rita scese a valle non sapevo che non mi sarei legato mai più con lei. Oggi è sofferente di vari malanni che non si toglierà più e che sopporta con lo spirito di un tempo. Così voglio immaginarla sulla terza vetta delle Alpi ed anche su qualche altra cima minore, sulla quale trovammo sempre buon accordo.

In un’altra esperienza collettiva, salimmo al Laquinhorn ed al Weissmiess. Vi accadde un fatto curioso. Poco sotto la vetta della seconda montagna, ero intento a scendere l’unico tratto scabroso, sotto forma di una placca di ghiaccio vivo, abbastanza esposta e dove assicuravo Romano su un chiodo da ghiaccio. Nel frattempo, Franco, che, da tempo occhieggiava verso valle ove era visibilissimo il lago artificiale di Mattmark, teatro di recente sciagura sul lavoro, distolse la mia attenzione accennando alla diga della tragedia. Non dovevo aver gradito troppo quell’accenno. La mia risposta piuttosto brusca aveva evidenziato la necessità di non provocare, anche con una semplice distrazione, un altro spiacevole fatto che ci riguardasse più direttamente. Al rifugio ci ridemmo sopra e quel mio “vediamo di non combinarne un’altra” passò alla storia.

Il Rimpfischhorn, dove andammo alcuni giorni dopo, si rivelò un osso più duro del previsto ed il mio sarcasmo mentale riandava a quei soloni scialpinistici che avrebbero voluto salirvi utilizzando solo i bastoncini da sci!

La Mischabelhutte è lassù, alta, sopra a Saas Fee. In cordata con Paola, simpatico rampollo anomalo di un’illustre casata genovese, scalai il Nadelhorn. Il terreno medio facile si lasciò dominare nonostante il tempo volgente al brutto; infatti, in vetta ci colse una nevicata. La nostra sicura progressione ci fece scambiare per Tedeschi da altri nostri compagni che ci osservavano dal ghiacciaio sottostante: chissà poi perché?Non ho sempre visto comportamenti da manuale da parte di alpinisti di quella lingua e cultura. Mancai invece la preda più ambita, cioè la traversata della Lenzspitze. Romano si ammalò di polmonite e fu necessario evacuarlo con l’elicottero. Dovetti scendere con lui per constatare le meraviglie dell’ospedale svizzero, tanto distante da più usuali conoscenze.

Tornai ancora alla Mischabel con Daniele, sempre per la Lenzspitze. Stavolta, l’abbaglio fu preso dal famoso servizio meteorologico svizzero. Partiti da Genova sulla scorta di solo “qualche rovescio verso sera”, ci trovammo alle prese con il lungo transito di una perturbazione estesa dall’Oberland alla pianura padana…

Il Bieshorn sembra celarsi, per modestia, in mezzo a tanta illustra compagnia di montagne più elevate e celebri. Così, bisogna trovare la nascosta valle di Turtmann e salire lungamente al rifugio omonimo: un gioiellino incustodito, al limite dei ghiacciai. Eravamo in cinque: Benedetto, Margherita, Andreina, Elisabetta ed io. Appena entrati, una poco femminile scialpinista, probabile membro di quel club alpino donne svizzere, evidente residuo delle follie puritane di Zwingli e Calvino, mi apostrofò così: “dove va lei, con tutte quelle donne?!”. Non riesco a capire perché la domanda fosse stata rivolta proprio a me…

Per salire al Bieshorn, seguii i consigli di Valeriano tirando su per la parete glaciale dello Stierberg. La scuola di ghiaccio di Varese, della quale Valeriano era autorevole membro, era famosa; la mia era invece più modesta. Con due soli “cavatappi”, gli sci sullo zaino, feci del mio meglio mentre Andreina, pur piena di silenziosa paura, seguiva fiduciosa assieme a Margherita che cercava, in qualche modo, di farle coraggio. Così, per far prima, ripiegammo sulla cabane de Tracuit e salimmo alla docile vetta il giorno dopo. Discesi per dove avremmo dovuto salire più facilmente, la traversata del Turtmangletscher ci riservò una sgradita sorpresa: un lontano temporale aveva esteso il suo campo magnetico fino a noi facendoci partecipi di quella inquietante sensazione di diffusa elettricità atmosferica. Non cadeva un fiocco di neve; la visibilità era ottima; il cielo non era totalmente coperto. Una volta di più avevamo dimostrazione delle necessità di eseguire certi conti per eccesso.

Rientrati a Genova, ci vedemmo recapitare un mazzo di fiori: era Andreina che esprimeva così la sua gratitudine.

Restava la Dent Blanche ed è rimasta.

Il ramo orientale della Valpelline è interminabile. Lo percorremmo nel luglio 1962, oppressi da sacchi troppo pesanti per un soggiorno troppo lungo. Ci accolse l’allora appena abitabile rifugio Aosta. Due giorni dopo, salivamo la cresta di Tiefematten alla Dent d’Herens in un ambiente davvero grandioso. L’ascensione non si rivelò particolarmente difficile. Fu impegnativa, come tante ascensioni di alta montagna; ma ne uscimmo bene ed in buon orario. Dopo il necessario riposo, ci trasferimmo alla Rossier per la Dent Blanche, ma un furioso temporale guastò tutto.

Sul finire dell’estate 1974, riprovammo; ma un altro maltempo ci respinse: la neve era scesa fino ai pascoli.

Dopo quasi vent’anni, di ritorno dalle Dolomiti, feci tappa a Sion per congiungermi con gli amici con i quali avevo progettato l’ascensione. La sosta in una pensioncina di media montagna, in gradevole ambiente pastorale, fugava, almeno temporaneamente, dubbi crescenti. Risalimmo le male bolge della Rossier: sentiero, morena, nevai, roccette, ghiacciaio e, finalmente, la sospirata capanna, per un totale di sei ore ormai troppe… Il tempo pareva reggere anche se qualche segnale da occidente non lasciava la dovuta tranquillità; infatti, il mattino successivo, il cielo era totalmente coperto e… partivano tutti! Una rapida ritirata avrebbe potuto rivelarsi quanto prima necessaria, cosa che, per diverse ragioni, non avrebbe potuto, soprattutto, essere rapida. Rinunciai. Trascorsi il resto della giornata a seguire le altrui ascensioni in un’atmosfera ora più cupa, ora più chiara, infine, verso sera, migliorata. Il prevedibile maltempo andò a scatenarsi altrove ed i rientri alla luce del tramonto furono benignamente graziati.

L’indomani, con tempo bello, non restò che ridiscendere dissimulando una profonda amarezza: quel cammino, in salita, non lo avrei ripetuto più.

Note tecniche
Agosto 1951: Zinalrothorn 4223 m, via normale.

Compagni: Oliviero Frachey guida; Ernesto Frachey, guida, Luisa Visconti e Pippo Grandori. Da Zermatt, salire, per evidente sentiero, alla Rothornhutte: Ore 4. E.

Dalla Rothornhutte, prendere il ghiacciaio sulla destra e salirlo fin quasi al suo termine. Superare a sn una paretina rocciosa ben appigliata: Seguire un’ampia cresta nevosa che conduce ai piedi della piramide sommitale. Salire un canale sulla sinistra, in terreno misto, che conduce ad una forcella sulla cresta SW. Aggirare un salto a sn per ripido pendio in neve e ghiaccio. Proseguire quindi in cresta, su ottima roccia, esposta, ma ben appigliata, fino alla vetta. Ore 5. Fiscesa per lo stesso itinerario. AD inf.

Ober Gabelhorn 4062 m
Compagni: gli stessi della precedente ascensione.

Dalla Rothornhutte uscire a sinistra ed attraversare, verso sud, l’ampio ghiacciaio ai piedi della parete est della Wellenkuppe. Salirvi da sud per facile terreno misto. Discenderne in direzione nord per risalire un ripido pendio ai piedi di un grande torrione all’inizio della cresta est. Salirlo direttamente utilizzando una grossa corda fissa in posto (molto faticoso). Proseguire sul filo della cresta, in terreno misto, incontrando ancora un salto di circa 10 metri, piuttosto impegnativo se vetrato. In vetta sempre per terreno misto non facile. Ore 6. AD sup.

La discesa lungo la cresta SW o Arbengrat, avviene quasi totalmente su ottima roccia, lungo il filo, fino alla sommità del torrione principale dal quale ci si cala con una corda doppia per circa 30 metri. Individuare quindi un canale obliquo verso sinistra che conduce in basso sul ghiacciaio. Guadagnare la morena, ove oggi si trova un bivacco fisso, e discendere nella valle di Zmutt in ad incrociare il sentiero della capanna Schonbul. Seguirlo in direzione di Zermatt fino alla diramazione per Stafelalp. Nel nostro caso, siamo quindi risaliti al Plateau per il ghiacciaio del Teodulo. Oggi, è possibile utilizzare, almeno in parte, impianti funiviari.

Weisshorn 4512 m, via normale.
Da Randa, salire alla Weisshornhutte per buon sentiero. E. Ore 4.

Dal rifugio, prendere tosto piede sul ghiacciaio sulla sua sinistra e risalirlo fino ad entrare nel canale roccioso che conduce all’inizio della cresta est. Seguirla abbastanza rigorosamente per il filo, incontrando un passo difficile solo i un salto dalla partenza strapiombante. I più lo superano con piramide umana per arrivare ad un franco appiglio alla portata solo di individui dalla statura vicina ai due metri. Terreno più facile immette sulla cresta nevosa, via via più ripida, rocciosa negli ultimi facili metri. Ore 7/8. PD sup. Discesa per la stesa via.

Compagni: Oliviero Frachey, guida, Dinko Podrajsek; Ernesto e Luigi Frachey, guide, Giorgio Vincenti, Luisa Peradotto. Agosto 1952.

Luglio 1956. Alphubel 4206 m, in traversata.

Da Taesch, salire, per sentiero alla omonima capanna. E. Ore 6.

Dal rifugio, prendere a sinistra verso i piedi della parete sud del Taeschhorn, per terreno morenico. Seguire il ghiacciaio che conduce al Mischabeljoch e la cresta nord dell’Alphubel per terreno misto abbastanza ripido. Sbucare sull’ampia sommità. Ore 6. PD. Discendere per la cresta sud inizialmente ripida. Dal suo piede, volgere ad ovest e rientrare al rifugio.

Allalinhorn 4027 m, cresta sud.

Raggiungere l’Allalin pass per facile ghiacciaio. Attaccare la cresta sulla sinistra, in neve, per salirne, poi, direttamente, l’ampio filo, in buona roccia. Sbucare sul tratto glaciale superiore della via normale. Attraversare la cresta sommitale del Feekopf incontrando divertenti e molto appigliati passaggi rocciosi. Dal Feejoch calare al rifugio: Salita alla vetta dall’Allalinpass in ore 5. PD.

Compagno: Enrico Cavalieri.

Stralhorn 4190 m, scialpinismo.
La Britanniahutte è ormai raggiungibile in breve dalla stazione superiore di un impianto funiviario. Discendere verso sud sul ghiacciaio perdendo buoni duecento metri di dislivello. Risalire quindi l’ampio ghiacciaio fino all’Adler Pass ove possono essere lasciati gli sci. La cresta ovest è dapprima ripida e più affilata, poi ampia e di poca pendenza per restringersi nuovamente in prossimità della cima. Ore 6. La discesa non presenta difficoltà mentre la risalita finale al rifugio va affrontata con pazienza… BSA.

Aprile 1958. In cordata: Eugenio Damasio e Rosemary Pertusio; Elio e Renato Montaldo, Sandro Cevasco, Sandro Girtanner, Ambrogio Negrone, Pippo Abbiati, Anton Buscaglione, Enrico Cavalieri, Emanuele Romanengo.

Rimpfischorn 4189 m, via normale.
Dalla Britanniahutte salire all’Allalinpass, superarlo e raggiungere la Rimpfischsattel. Salire direttamente alla cima per un ripido canale in terreno misto, quindi la cresta rocciosa alla sua sinistra. Ore 6. PD sup.

Come spesso accade, la discesa è più impegnativa della salita; soprattutto non è ben individuabile per cui può essere necessaria almeno una calata a corda doppia.

Luglio 1968. In cordata: Roberto Peraldo.

Dom des Mischabels 4554 m, via normale.

Da Randa, salire alla Domhutte prima per sentiero, quindi per balze rocciose attrezzate, in ore 6. EEA.

Dal rifugio, prendere il ghiacciaio a destra fin sotto il Festijoch, da attraversare salendo da sud per facili rocce non sempre sicure, discendendo poi da nord per un breve ripido pendio nevoso. Attraversare sotto una seraccata pensile e raggiungere il ghiacciaio che conduce al colle fra il Dom e la Lenzspitze. Il luogo è severo e grandioso. Volgere a destra e salire l’ampio pendio glaciale del Dom incontrando una crepaccia. La parte superiore si restringe e si fa più ripida. Ore 8. PD.

Luglio 1964. In cordata: Rita Corsi.

Lagginhorn 4010 m, via normale.
Da Saas Grnd, un impianto funiviario conduce al limite dei ghiacciai. Per raggiungere la Weissmieshutte occorre quindi ridiscendere qualche centinaio di metri ragion per cui, le ascensioni del gruppo, almeno per via normale, tendono ad essere effettuate pernottando a fondovalle ed utilizzando la prima funivia del mattino. Dal rifugio, prendere a sinistra per morena e ghiacciaio puntando alla origine dell’ampia e facile cresta nord ovest. Essa è facile, prevalentemente rocciosa, salvo un tratto nevoso presso la cima. Ore 5. PD inf.

Luglio 1968. In cordata: Giuliana Stegagnini.

Weissmies 4023 m, via normale.
Dall’omonimo rifugio salire al ghiacciaio seguendolo, con ampio giro, verso destra, fin dove un ripido pendio consente di raggiungere la cresta ovest. Questa si presenta ampia e facile; solo in prossimità della cima si fa più ripida ed esposta. Ore 5. PD inf.

Luglio 1968. In cordata: Romano Calvillo e Franco Staccione.

Nadelhorn 4327 m, via normale.
Da Saas Fee salire alla Mischabelhutte utilizzando dapprima un impianto funiviario dalla cui stazione superiore occorre però discendere diagonalmente verso ovest per raggiungere l’ampio sentiero che sale dal paese. Esso termina in nevai ai piedi di una parete rocciosa sottostante il rifugio. Attaccarla sulla sinistra e salirla, con facile arrampicata favorita da attrezzature metalliche fisse. EEA. Ore 4.

Dal rifugio, una ripida rampa morenica immette sull’alto circo glaciale posto ai piedi della parete nord della Lenzspitze. Attraversare il ghiacciaio verso nord e salire un ripido pendio nevoso che immette al colle con l’Ulrichshorn. Salire verso la vetta per ampia cresta nevosa, quindi rocciosa ma facile. Ore 5. PD.

Luglio 1969. In cordata: Paola Romanengo.

Bieshorn 4054 m, via normale, scialpinismo.
Salire alla Turtmannhutte dalle valle omonima, parte a piedi, parte in sci. Ore 5 circa.

Dal rifugio, salire sul Turtmann gletscher superando un ripido canale sulla sinistra.

Attraversarlo fin sotto la parete glaciale dello Stierberg e volgere a destra per risalire un ghiacciaio abbastanza ripido e complesso fino ad un colle, oltre il quale, sulla destra, si trova la Cabane de Tracuit. Ore 4. Salire un ampio ghiacciaio a pendenza moderata fino a circa 50 metri a sinistra della cima, raggiungibile per cresta più ripida. Ore 3. BSA.

Appare necessaria la disponibilità di almeno 4 giorni.

In cordata: Margherita Solari e Andreina Zuccotti. Aprile 1975.

Dent d’Herens 4171 m, cresta ovest.
Dalla diga di Place Moulin (Valpelline), salire a Prarayer ed al rifugio Aosta, oggi rimodernato e custodito. Ore 5. EE.

Dal rifugio, salire verso est per ripide morene e porre piede sul ghiacciaio di Tza de tzan. Superata un ripida screpacciata, appoggiare a sinistra ove un canalino nevoso o detritico conduce sulla cresta. Seguirla, dapprima rocciosa quindi confusa nel gran pendio che precipita, ad ovest, verso il ghiacciaio di Tiefenmatten. Al termine del pendio, non difficile terreno misto conduce sull’affilata cresta sommitale. Affacciandosi su di essa, lo sguardo cade sulla impressionante parete nord! Ore 8 circa. AD inf.

Non appare conveniente calare verso sud, lungo una indaginosa ed insicura via normale, verso il colle delle Gran Murailles. È invece consigliabile ridiscendere la via di salita (corda doppia utile al canalino d’origine).

Pippo Abbiati e Giovanni Guderzo sulla Punta Zanott, settembre 1948

E tu Rosa che sei il nostro Monte…
Monte Rosa: il massiccio alpino mediamente più elevato e dal maggior numero di vette che superano i quattromila metri.

Era una splendida giornata del Settembre 1944. Il momento era difficile perché la guerra ci aveva investito direttamente e una bella giornata voleva dire ottima visibilità per l’onnipresente ed incontrastata aviazione anglo americana. I nostri ex nemici, divenuti prossimi liberatori, continuavano, per il momento, a scaricarci addosso bombe e ad abbassarsi a poche decine di metri dal suolo per mitragliarci. Dovevano fare la guerra ai Tedeschi, già nostri alleati e divenuti nostri occupanti; ma ciò appariva come una scusa che, troppo spesso, non reggeva; perché la debolezza tedesca era tale per cui un avversario militarmente capace avrebbe dovuto e potuto averne ragione in breve termine. Invece i nostri prossimi liberatori non erano affatto militarmente capaci ed agivano come agisce chi non sa individuare l’obiettivo da colpire: tiravano nel mucchio. I Tedeschi, a loro volta, per quanto indeboliti, erano pur sempre maestri nell’arte della guerra e sfuggivano abilmente alle offese avversarie; così, chi ci rimetteva era l’inerme popolazione civile che pagò un tributo altissimo in vittime e danni. Tutte cose che, a guerra finita, con la vittoria alleata, saranno troppo ovviamente misconosciute. Avevo undici anni ed ero riparato a Frassinello di Valbrevenna, un villaggio dell’Appennino Ligure che, allora, poteva essere raggiunto solo a piedi o a dorso di mulo; perché, ammesso di aver trovato un mezzo di locomozione stradale, questo si sarebbe arrestato a fondovalle lasciandoci pur sempre un’ora di cammino su mulattiera. La località era quindi ben defilata da possibili obiettivi militari e, difficoltà alimentari a parte, eravamo relativamente al sicuro. Così, quella mattina, con un mio fratello ed un mio cugino, come se la guerra non ci riguardasse, salimmo alla vicina vetta del Monte Badriga dalla quale ammirammo, nitidissima, tutta la cerchia delle Alpi Occidentali che culminava, a nord, nell’imponente, glaciale massiccio del Monte Rosa. La sua mole mi colpì profondamente lasciandomi emozionato a tal punto da dovermi fermare quasi steso a terra.

Tornati in paese, ne parlammo con alcuni uomini equipaggiati da montagna: essi non esibivano armi, ma, come sapremo, erano partigiani e s’interessavano al nostro racconto: uno fra loro, che portava una barbetta a pizzo su un volto dallo sguardo chiaro e deciso, fu largo di particolari sulle cime visibili.

Passarono quattro anni. Finì la guerra. Ne ereditai una brutta malattia polmonare che mi costrinse, una volta guarito, a soggiorni in montagna per riossigenarmi e recuperare le forze di un organismo gracile e malaticcio. Nell’estate 1948 potei riprendere, in montagna, una attività fisica. Ma, nella forzata contemplazione dell’ambiente circostante, avevo imparato ad amarlo profondamente ed a desiderarlo come mio, come parte di me stesso. Ora, dietro al passo lento, continuo, cadenzato di Luigi, un passo con il quale avrei potuto camminare ore senza stancarmi, salivo, da Champoluc, al rifugio Quintino Sella al Felik. Una signora, amica dei miei genitori, aveva combinato la spinta decisiva. Era l’immagine della attività dinamica e mi rattrista il suo pensiero, mentre scrivo, sapendola, ormai incosciente, trascorrere i suoi ultimi lenti giorni in una casa di riposo per anziani dopo la tragica scomparsa, in tempi brevemente successivi, delle due figlie, quasi mie coetanee e studentesse nello stesso liceo, che, in quel 23 agosto 1948, salivano con noi.

La sera giunse limpida e serena, con un durevole tramonto. Alcuni alpinisti cantavano, in buona armonia, il canto valdostano che celebra l’arrivo della notte in montagna. L’indomani fu una festa di nevi eterne e di azzurro. Saliti al Castore per il Felik, ne discendemmo per il Passo di Verra: una esperienza fin troppo facile pur se indimenticabile. Per continuare dovetti invece fare i conti con un fisico non prestante, ma, soprattutto, con una paura che, nei confronti dei vari elementi caratterizzanti la montagna, rasentava il terrore. Solo l’ambiente mi stimolava e bastò; ma, strada facendo, pagai, e continuo a pagare uno scotto pesante: ero un negato e dovetti guadagnarmi esperienza e capacità “frusto a frusto”.

A fine agosto 1950, ero di nuovo al Sella. Vi ero giunto in numerosa ed allegra compagnia. Il tempo non era dei migliori e, ad attendere il sole, restai con Cirin, Arnold ed una sua meticolosa cliente inglese. Solo Camillo, il gestore, e Bruno, il suo aiutante, completavano il quadro.

Il bel tempo arrivò in una mattinata freddissima. Indossai tutti gli stracci postbellici possibili e mi incamminai, o meglio, iniziai a correre dietro a Cirin; ma ero ben allenato e mi entusiasmavo. Non avevo più paura e “divorammo”le rocce della cresta Perazzi. Quando sentii i ramponi mordere la neve gelata provai una sensazione di sicurezza sconosciuta. Toccammo la vetta del Lyskamm orientale e volgemmo veloci su esili creste di neve, librate su due abissi. Incontrammo Arnold che seppe dirmi, lui vecchia gloriosa guida, poche parole che fa bene ascoltare. Giunti sulla vetta occidentale, divallammo quasi di corsa perché i ramponi mordevano sempre in modo entusiasmante. Era ancora mattino quando rientrammo al Sella dove Bruno ci faceva segnali di grande ammirazione. La buona e sana minestrina di Camillo mi corroborò. Prima di scendere, conobbi due anziani alpinisti di Genova Rivarolo, appena saliti e diretti al Castore; portavano un enorme distintivo del CAI su abiti “storici”e mi chiesero, in genovese, dove fossi iscritto. Confessai di non appartenere ancora al CAI lasciandoli perplessi; in effetti temevo che il mio stato di servizio alpinistico non ne fosse ancora degno. Rientrato in città dopo quella ascensione avrei provveduto a colmare la lacuna; tuttavia, se, allora, quei due alpinisti storici erano rimasti perplessi per la mia assenza dalla file del CAI, oggi, sono sempre più perplesso circa la presenza di troppi individui che con l’alpinismo non hanno e non hanno mai avuto nulla da spartire.

Il 1951 iniziò alla grande. Ero arrivato a Champoluc da poco quando, istigato da Cirin, raggiungemmo quasi furtivamente il Mezzalama in serata. Ci portammo sotto la bastionata rocciosa della Roccia Nera dove andammo su diritti, fin sotto grandi strapiombi. Cirin aveva piantato diversi chiodi che avevo sempre pazientemente estratto. Ora ci attendeva un tratto piuttosto liscio che Cirin superò quasi al limiti delle sue notevoli possibilità. Io, dopo aver tentato di togliere l’ultimo chiodo, senza riuscirvi, pendolai fin dentro un canale ghiacciato dal quale venni fuori con due vistosi strappi negli abiti. Terreno misto più facile ci permise di raggiungere la cima. Avrebbe dovuto essere una prima; ma, allora, non sapevamo come comunicarlo. Quattro anni dopo, Carrel e Muzio vi trovarono terribilmente lungo e se ne attribuirono la prima ascensione anche se, poi, Carrel, parlando con Cirin, ammise la nostra precedenza; ma la cosa restò tale solo per noi. A dire il vero, non mi ero ancora reso conto di quello di cui ero stato protagonista: forse, nemmeno Cirin.

Nel mio sofferto apprendistato, la traversata dalla Roccia Nera al Breithorn occidentale rappresentava una sorta di macchia da cancellare: nel 1949, avevo dovuto interromperla per manifesta incapacità, colpa anche di un inadatto ed autarchico paio di ramponi.

Ora, Matteo, non più giovane alpinista torinese residente a Genova, dove faceva parte della direzione dell’Ansaldo, mi dava il destro di lavare l’onta. Aveva un passato illustre: con Boccalatte, Chabod, Ghiglione ed Antoldi aveva salito, in prima ascensione, il couloir du Diable al Mont Blanc du Tacul. Durante la salita al Mezzalama parlammo di quella ascensione e di quegli alpinisti che così mi descrisse: Boccalatte, bravo ma spericolato, Ghiglione un gran brontolone, Chabod un montanaro sicuro.

Tutto andò bene fino al Breithorn orientale anche se il tempo pareva preannunciare una nevicata. Qui, nel superare un breve muro liscio, Matteo scivolò per alcuni metri. Lo trattenni bene, a spalla, e mi offrii per passare avanti. Era il mio battesimo del fuoco. Passai bene e continuai, alternandomi, sulle rocce del Centrale. Tenni il comando sulle creste di ghiaccio conducendo fino all’Occidentale. Vi sarei tornato molti anni dopo, con Margherita, dopo aver pernottato al misterioso bivacco Rossi Volante e traversando quelle creste, in splendide condizioni, in modo entusiasmante: non gradi alti, ma vera montagna! Con Matteo, rientrai a S. Jacques per le Cime Bianche sotto una fine pioggia che parve lavare la vecchia onta. Con lui sarei tornato ancora nell’anno successivo. Salimmo al Sella, attraversammo il Naso del Lyskamm, la Zumstein per salire alla Dufour. Rientrati al colle del Lys, scendemmo alla Gnifetti, quindi fin quasi a Gressoney per risalire alla Bettaforca e calare, finalmente, a S. Jacques…

Il 1955 fu, per molti versi, una autentica consacrazione. Avevo affrontato bene diversi vuoti dolomitici; ma non potevo dimenticare il Rosa.

Il vecchio Sandro mi condusse a Champoluc, dove pernottavo in un fienile di Ernesto, due amici con i quali, ed altri, dopo gli esami della prima sessione, avevo percorso una autentica maratona appenninica, partendo da Piazza Manin come Questa e Figari. Ci eravamo spinti fino al Monte Buio ed alla Cappelletta di San Fermo per rientrare al trenino di Casella via Vobbia e Crocefieschi. Steso sul pavimento della piattaforma posteriore di un vagone, avevo dormito con la testa appoggiata sulla pancia del cane lupo di Rino.

Andammo al Polluce e, in vetta, un gigantesco scaricatore portuale mi abbracciò con le lacrime agli occhi.

Cirin mi vedeva maturo per qualcosa che stava a cuore a lui. Tornammo al Mezzalama con Ernesto che accompagnava due cugini torinesi: uno era Gian, gran signore nei modi e nell’andare in montagna. Scalammo la sud del Castore, allora temuta, senza problemi. Al passaggio di uscita, Cirin usò le cinghie di canapa dei ramponi come staffe; espediente cui era già ricorso due anni prima, con una temeraria cliente belga, sugli strapiombi del Furggen al Cervino.

Agosto stava per finire e si avvicinava il momento di tornare a sentire il profumo dei biscotti Saiwa, delizia dei viali di San Martino che, però, fino al trasferimento della omonima fabbrica, ha sempre richiamato alla mente affanni troppo usati… Il tempo, ormai prossimo all’autunno meteorologico, volle regalarci quello che, oggi, si chiamerebbe un piccolo cuneo anticiclonico. Risalimmo al Mezzalama con gli amici Bruno e Cicci, oltre a Cirin. Attraversammo la Porta Nera e risalimmo all’attacco della severa cresta Young al Breithorn orientale. Cirin era davanti con Bruno. Seguivamo Cicci ed io. Il tempo ci permise giusto di effettuare l’ascensione e le condizioni si rivelarono ottime. Cirin ci diede corda in alcuni punti: in un primo salto vetrato, nella traversata del gran gendarme, piuttosto impegnativa, dove discesi per ultimo, lungo una esile crestina di terreno misto con la prospettiva, in caso di scivolata, di un pendolo che, all’inizio poteva essere di trenta metri. Infine, nel traverso finale, in ghiaccio vivo, dove lo assicurammo tutti e tre con le nostre piccozze ben piantate nella precedente neve dura e dove intagliò una serie di davvero comode vasche. Sbucammo sulla cresta sommitale dopo neppure sei ore e rientrammo a Champoluc per cena. Aveva ripreso a piovere; ma, ormai, l’avevamo, come suol dirsi, in tasca. Quattro anni prima, con condizioni analoghe, quattro alpinisti torinesi fra cui tre accademici avevano bivaccato prima dell’uscita. Fu forse la mia migliore impresa perché, anche oggi, non è per nulla facilitata.

Nel 1956 tornai sulla sud del Castore con Drino ed Enrico; poteva essere una prima senza guide; ma, onestamente, Cirin ed Ernesto erano a pochi passi con i clienti. Quella di Ernesto volò su uno dei primi passaggi. Ernesto, che arrampicava simultaneamente, non se ne accorse neppure. Solo al nostro urlo la raddrizzò con una mano e proseguì commentando: “cosa fa signora?! Ha le mani fredde? Le sbatta contro la roccia!” Tutto qui. Altro che doppi paranchi…

Il giorno successivo traversai velocemente il Lyskamm con Enrico. Con lui non poteva essere diverso!

Nel 1957, mettemmo definitivamente le cose a posto con la prima senza guide della Sud del Castore. In ottima forma, mi alternai con Vanni, un chilometrico torinese che arrivava a tutti gli appigli. Enrico ed Andrea si erano presi in mezzo Mirella e si alternavano. Quasi all’uscita, ci colse una nevicata. La nostra ebbe un momento di smarrimento esclamando un patetico “sono nelle mani del Signore!” Fu proprio il piissimo Andrea a redarguirla ricordandole che, più terrenamente, si trovava nelle mani di Enrico. Tirai tutto il più facile tratto superiore fino in vetta. Il freddo invernale e l’assenza di elettricità mi tranquillizzavano; tuttavia, in discesa, fu arduo già il tenere il filo della cresta. Al piano del Felik avvertii che se avessimo incontrato creste più affilate saremmo già stati in prossimità del Lyskamm. Intanto la sera si avvicinava quando, come il Mar Rosso davanti a Mosè le nubi si aprirono mostrandoci la via per la mai abbastanza lodata minestrina, a doppia razione, di Camillo. Ci permettemmo anche una fetta di carne: sipario!

Maturata l’esperienza scialpinistica, presi a frequentare il Rosa con gli sci, salendo tutte le cime più facilmente raggiungibili con tale mezzo, anche più volte: alla Punta Gnifetti, al Balmenhorn, alla Parrot, al Castore dal Mezzalama, dove vi condussi gli allievi della scuola che avevo fondato e dirigevo. Purtroppo, sul modesto e famigliare Breithorn dovevo guardare in faccia una tragedia tanto banale quanto deprecabile: contammo due morti e, purtroppo, non fui il solo a chiamare in causa un clima di scarsa concentrazione che coinvolse sopratutto le due vittime. Non dirigevo più la scuola da un anno; ma quelle due morti rubate mi segnarono e segnarono almeno quanti vi assistettero impotenti: un insidioso crepaccio, rivelatosi profondo trenta metri, appena mascherato da uno strato di neve fresca, fu scambiato per un ripiano su cui sostare momentaneamente, previo relativo arresto; il più esperto, che precedeva i due, si era fermato poco prima… Così se ne andarono due persone dalla buona e sincera compagnia e due affetti furono strappati alle persone loro più vicine. Seguì una lunga pausa di riflessione non sempre improntata ad obiettività. Su tutti e tutto resta il coraggio di Franco Porcile che, affidatosi solo alle valide braccia di Turi, si calò in quel pozzo mortale per tentare l’impossibile.

In relazione a certi climi odierni, merita rilievo l’archiviazione del fatto, da parte della magistratura competente, quella svizzera di Visp, ad appena cinque ore dall’accaduto, con la seguente motivazione: “anche noi conosciamo i crepacci!”

Realizzai due grandi scialpinistiche, almeno per quel tempo. Nel giugno 1971, dalla Monterosahutte, salimmo al Castore per lo Zwillinggletscher. Nel tempo incerto, con nebbia e nevischio, il fiuto animale di Sandro, legato in cordata con me, scoprì un invisibile filo di Arianna fra seracchi e crepacci, per condurci su una vetta riconosciuta come un articolo di fede.. La discesa ci premiò con il sole, la neve polverosa e le nostre tracce sapienti, lungo le quali potemmo scendere slegati. Considero quel percorso come il nostro capolavoro, il suggello di un’esperienza più volte collaudata.

La Nordend, con i suoi 4612 metri di altezza, i suoi 1800 metri di dislivello, fu una festa di sole, di altezza, di neve stupenda, ancora farinosa su fondo duro, nei primi di luglio dell’anno successivo. Anche l’ultima cresta, a picco sul versante di Macugnaga, fu piacevole. Soprattutto fu entusiasmante la discesa; ma, giunti al rifugio, Renzo convinse i più ad optare per le comodità del fondovalle. Raggiunsi Roten Boden troppo affaticato e, a Randa, filai a letto senza cena, dopo aver ingollato un’aspirina pronta e rapida, scosso da brividi, sotto un accogliente piumone.

L’ascensione scialpinistica alla Dufour, nella tarda primavera del 1984, è rimasta famosa per una inverosimile dimenticanza, accaduta dopo il rientro a valle.

Il percorso non aveva avuto particolare storia. La sua lunghezza era nota, il nostro non ottimale allenamento resse, andammo in vetta bene anche se l’ultimo passaggio roccioso non fosse risultato facilissimo; la discesa, anche se non esaltante, era stata sicura. Era buona anche la compagnia: Luciano, legato con me e Margherita nel tratto sommitale; Enzo, Alvise e Teresa erano tre padani già compagni di Margherita e Luciano in fortunate spedizioni extraeuropee. Enzo era stato il mio valido capocordata nella traversata dello Schynstock, nel Winterberg; chiudevano Giuliana e Maurizio, noti “avventuristi mondiali”, forti camminatori e buoni sciatori. Ripernottammo alla Monterosa dove, per la stanchezza, non chiusi occhio. Scesi al parcheggio di Taesch, credemmo di aver svolto tutte le mansioni di rito e partimmo: o meglo, credetti di poter partire. Mia moglie si addormentò profondamente mentre mi stupiva il fatto che nessuno rispondesse al discorso che intavolavo per tenermi sveglio. Alla frontiera, feci per farmi passare i documenti e mi accorsiche Luciano non c’era: le porte erano chiuse e, dopo un comprensibile primo tempo di vera angoscia, decisi di tornare a Taesch dove non lo trovai. Ripartii allora per Briga dove, in stazione, lo ritrovai, con il biglietto per Milano già pronto, dopo aver avvertito la famiglia del… contrattempo. Dimostrò davvero una rara buona disposizione d’animo perché troppe altre persone mi avrebbero, come minimo, coperto di contumelie. L’abbastanza incredibile vicenda fu certo la conseguenza di un effetto quota che, a conti fatti, avrebbe potuto fornire manifestazioni anche più preoccupanti.

Alla Dufour ero già salito anche per la cresta Rey, ascensione estetica e divertente, ma dalla difficoltà assolutamente inferiore alla fama. Il suo primo percorso da me effettuato è datato alla fine di luglio del 1958. Mi ero appena laureato ed avevo raggiunto la compagnia alla Gnifetti, dove era giunta dopo aver salito chi la Signal, chi la Gugliermina alla Parrot. Mi ero legato con Aldo, forte guida di Scopello, ed Eugenio, già vecchia conoscenza, poi illustre primario medico a San Martino. Finii in un crepaccio trattenuto proprio da lui, ma risalii da solo, in barba al nodo bellunese! Al salto principale, mi trasformai in fachiro sopportando i ramponi di Aldo, sia pure superleggeri, sulle mie spalle: per far più presto. Era un’abitudine comune con Ernesto che commentava così: “quei ciabattini di… piantano sempre chiodi! Io, quando c’è un salto un po’ liscio, salgo sulle spalle del cliente e alè!” Aldo vi aggiunse anche i ramponi.

Rifeci quella cresta anni dopo, sfruttando solo sabato pomeriggio e domenica perché non potevo permettermi altrimenti Era tutta vetrata in una giornata fredda e nebbiosa. La filai tutta di conserva escluso il tratto centrale dove, però, aggirai quel salto: Margherita non avrebbe affatto gradito i miei ramponi sulle sue spalle. Amici che salivano con noi si meravigliavano della mia confidenza con l’ambiente piuttosto ostile. Non sapevano come, sul Rosa, una volta stabilito che non si trattava di temporale, giocassi in casa.

Così il Lyskamm parve essere divenuto la mia montagna. Lo riattraversai in quella felice estate del 1958 con Enrico Toletti e Renato Montaldo, tutti della Giovane Montagna, dalla Gnifetti al Sella, giungendovi in mattinata.

A fine luglio 1969, riprovai con Margherita. Reduci da una remunerativa ma faticosa avventura alle isole Svalbard, constatammo come la dura esperienza delle regioni polari artiche fosse valida anche per il nostro famigliare Rosa; ma mal ce ne incolse quando, raggiunto il Felik, dal Lys, prima di mezzogiorno, pretendemmo di rientrare alla Gnifetti via Naso, avendo lasciato l’auto ad Alagna per troppo evidenti ragioni di comodità di accesso. Sprofondammo prima, spesso fino al ginocchio nella neve marcia, quindi un lungo tratto in ghiaccio richiese la frequente utilizzazione dei nuovi chiodi a vite. Perdemmo l’ultima funivia e rientrammo al lunedì mattina con mia malcelata onta.

Nell’estate 1973, ci volgemmo alla cresta Sella. Sveglia all’una, si fa per dire, dalle seggiole a sdraio nella sala da pranzo di un’affollatissima Gnifetti, e partenza poco dopo. Trovammo la salita non difficile e divertente, ne ridiscendemmo e rientrammo in buon orario: l’onore era salvo, anche per il bene di chi necessitasse della mia opera.

Nel 1970 avevamo superato una Nord da favola, guidati da Marco e Pino, guide di S. Jacques, mentre Cirin accompagnava una brillante signora, consorte di un più celebre collega milanese. Al colle del Lys, ci raggiunsero, en amateur, i signori alagnesi della montagna: Berti Enzio e fratello, Emilio De Tomasi ed un meno noto aiuto gestore della Gnifetti. Berti era sceso dalla Capanna Margherita che custodiva. Alla loro vista, Cirin cedette furbescamente il passo e flammo su, comodamente, nelle loro tracce, in condizioni eccezionali. Ormai prossimo alla vetta, guardai l’orologio: le nove!? Marco confermò. Calammo rapidi per la cresta est e giungemmo alla Gnifetti prima di mezzogiorno. Partite le guide, ci fermammo sperando di concludere qualcosa noi due; ma, dalla sera, si scatenò una bufera che durò oltre due giorni. Fu costretto a scendere anche Berti dalla capanna Margherita. Ci facemmo buona compagnia con un curioso professore di matematica ungherese, già ufficiale di artiglieria nell’esercito del reggente Horty ed ora residente ad Arenzano. Apenna potemmo, ramponi ai piedi, causa il generale vetrato, riguadagnammo Punta Indren e, in funivia, il fondovalle.

Restava la Signal cui avevo dovuto rinunciare nel 1958, per un rinvio della tesi di laurea. Nella prima estate del 1985, avevamo salito la nord del Breithorn occidentale. Le condizioni, rivelatesi ostiche a metà parete, ci impedirono di fuggire verso il colle con il Centrale dove avevamo già ripiegato nel 1964 quando Vincenzo, utilizzando i primi tre chiodi a vite della nostra storia, ci aveva tratti fuori da un malpasso. Ora, chiusi da un enorme seracco, dovevamo salire diritti. Avevamo fatto conto su Andrea, nostro giovane asso nella manica che, però, reduce dall’esame di maturità, pativa il mal di montagna. Toccò a Margherita di superare davvero se stessa; arrivammo in vetta alle sette di sera ed al Teodulo con le ultimissime luci grazie a santa ora legale, salvatrice di tanti alpinisti ritardatari. Per la seconda volta rientrai al lunedì mattina: se penso a Giovanni Guderzo che superava prime ascensioni in serie, sia pure sulle Alpi Marittime, trasferendosi in treno, e che non sgarrò MAI un lunedì lavorativo…

Per la Signal facemmo le cose in grande. Partimmo già al venerdì pomeriggio e pernottammo all’idilliaco rifugio Pastore, poco oltre il fondovalle di Alagna. Ne ripartimmo alla mattina del sabato. Dopo una breve sosta al rifugio Barba Ferrero, ci inoltrammo in quel regno del mistero che è ancora il versante valsesiano del Rosa. Mi pareva di ascoltare ancora i racconti di Adolfo, di leggere il suo semplice e genuino “Tutta una vita”, dedicato a Vera “che ha saputo capirmi”: il fortunoso ritorno da un non riuscito tentativo al colle Sesia; la prima invernale della Signal con mezzi tanto semplici, in anni ancora tanto difficili… Entrammo lassù in quel rifugio simile ad un santuario, dedicato a quella Luigina Resegotti tanto bella quanto, sfortunatamente, ardita. Edoardo l’aveva profondamente amata e, morta lei, non si era più sposato. La guerra aveva toccato la sua Borgosesia nella sua versione più spietata. Si era allora dedicato a salvare il maggior numero di vite dal fuoco dei vari plotoni di esecuzione succedutisi. Quando, a guerra finita, nessuno volle ricordarsi di lui mentre vi fu chi cercò di metterlo in cattiva luce, forse per il fatto di avergli sottratto qualche vittima, fece finta di niente. Tornò alla sua professione ed alle sue api, a Canneto.

Partimmo alle primissime luci dell’alba. Daniele conduce bene un’ascensione che aveva già superato da esaminando, avendo, per maestri, quei signori alagnesi della montagna incontrai sulla Nord del Lyskamm. Un tratto affilatissimo in ghiaccio si lasciò superare solo a cavalcioni. Una lastra grigia, molto liscia, non menzionata in alcuna relazione precedente, dovuta, evidentemente, a modifiche recenti, richiese un supplemento di slancio. Poi, tutto andò secondo copione e secondo i racconti di Adolfo, con la capanna Margherita sempre così vicina e sempre così lontana. Quando sbucammo sul piano glaciale sommitale, era già primo pomeriggio e l’occhiata all’orologio fu eloquente stimolo. A Punta Indren, dopo averci scorti, ci attesero benignamente; ma, stavolta, a costo di dare fondo a tutto, sarei sceso anche a piedi. Invece, recuperata l’auto sotto il Pastore, cenammo tranquillamente dalla Mirella, prima di intraprendere la rotta di casa.

Trasognato, l’indomani mattina, attraversai il piazzale della Madonna dell’Orto, in Chiavari, appena sceso dal diretto in arrivo alle 7 e 43; feci colazione, come spesso, al bar della Posta, prima di prender servizio con la rituale timbrata prima delle otto. Nadia, la mia unica, un po’ pigra e lunatica assistente, partecipò alla mia soddisfazione con sincerità. Rita, la mia coetanea infermiera, troppo reduce da una vita dove le difficoltà erano state rappresentate da necessità elementari, scuoteva la testa mormorando divertenti battute in dialetto. Fu l’ultima gioia di quell’anno in cui la tragedia bussò alla porta della mia famiglia come non più dai tempi della guerra. Non era fatto violento; ma, a volte, nella lunga sofferenza senza speranza, ci si augurerebbe almeno una fine rapida.

Nel 1972 ero ancora tornato sulla Sud del Castore. Margherita voleva farla ed attendemmo Cirin che arrivò prima del previsto. Era partito dal Monzino, diretto al Bianco per la Peuterey con la stessa cliente della Nord del Lyskamm. La signora voleva essere evidentemente molto sicura perché aveva ingaggiato anche Garda e Giometto; ma, ancora sulla pietraia, aveva rimediato uanstorta ad una caviglia: ”dopo un’ora era già zoppa!” commentava Cirin in tono scherzoso. La nostra fu così un’ascensione in piena serenità. Legato con il figlio di Giorgio Colli, feci anche qualcosa da primo mentre Margherita, già avvezza forti arrampicatori, restò ammirata della classe sfoderata da Cirin; fu anche l’ultima volta che salii in montagna con lui…l’uomo che tanta parte ha avuto nella mia formazione alpinistica.

Lo scialpinismo continuò a tener banco. Andammo alla Ludwigshohe anche dopo un malessere passeggero di prima mattina, più noto come “mal di Gnifetti”. Però, quando l’incontentabile consorte propose anche la Parrot, risposi in modo non previsto dal galateo! A mezzogiorno eravamo già ad Alagna.

In una occasione, con Alvise, Teresa ed Enzo, tirammo la Vincent in giornata. Arrivai in vetta con un autentico sdoppiamento di persona: una esperienza da non ripetere.

Poi, in preparazione alle alte quote andine, salii alla Gnifetti con Roberto, Sergio e Nadia. Era il giugno 1987. La Valsesia ci accolse con la pioggia ed il tergicristallo dell’auto di Nadia andò in panne. Sergio, temendo chissà quale imbroglio, ne rifiutò la sostituzione. Continuammo traguardando attraverso l’acqua, stile quota periscopica, mentre Roberto, che seguiva dovendo rientrare prima, per solidarietà, non azionò il suo: cosa forse prevista dalla scinza psicologica nella quale è riconosciuto maestro.

In un freddissimo mattino, salii con Roberto allo Schwarhorn. Rimasto poi solo con Sergio e Nadia, partecipai ad un’inattesa, armonica cantata con alcuni Veneti. I due amici furono sorpresi dalla…novità: purtroppo, capita, ormai troppo raramente di trovare gente che conosca un canto di montagna e lo sappia cantare come va cantato. L’indomani, partimmo per la Zumstein, ma Sergio parve collassarsi subito. Ricorsi alla Farmacologia, non dimenticando che, nel corso di laurea, avessi dovuto ripetere ben tre volte l’esame che lo riguardava: lo rianimai istantaneamente. Giunti alla cresta sommitale, indicai il canalone Marinelli ai due compagni con il risultato di farli ammutolire di colpo; ma Sergio si riebbe ancora una volta sfoderando la sua scienza di ben rinomato fotografo. Alla sera, in una Gnifetti semideserta, il gestore fu di una premura e di una gentilezza commoventi

I primi acciacchi circolatori erano giunti puntuali ed eloquenti; tuttavia, spronato da Enrico, sempre effervescente, tornai al Sella. Con lui era il figlio Matteo con cui legava a puntino anche se più tranquillo e compassato. Con me era Giorgio cui mi ero affezionato come ad un figlio. All’ingresso del nuovo rifugio, mentre il vecchio, quello di Camillo, era lì ormai a far da museo, Tamiozzo mi squadrò meravigliato: “sei ancora qui!?” “Proprio, e fin che dura!” Andava alla traversata dei Lyskamm con clienti. Noi eravamo diretti alla Ravelli al Lyskamm occidentale, una via poco ripetuta, aperta nel lontano 1919 dal mitico Cichin di Orlongo, morto centenario dopo essere salito ancora al colle del Lys novantenne…

L’inizio non parve entusiasmante ma ci ricredemmo presto. Avrei voluto alternarmi al comando, ma, in quota, il motore non era più quello di un tempo. Giorgio pensò così di rimediare alcune assicurazioni figurate quando avrebbe avuto largo modo di far meglio. Mi limitai a qualche osservazione folkloristica perché, non sempre, su tale terreno, avrebbe condotto chi avesse necessità del solo ritiro della corda. La vetta si avvicinava. Là sopra, Enrico era sempre lui, affiatatissimo con il figlio. Giorgio salì bene e sbucamo proprio in vetta all’Occidentale: “quando prendiamo le creste, alè!” diceva Ernesto ormai giù, nel cimitero di Champoluc. Lo avrebbe presto raggiunto anche Luigi, da lui definito “un sasso in cima ad una montagna che si muove piano, piano, ma va, altroché se va!” E, come un fulmine, sarebbe poi giunta la notizia dell’improvvisa morte di Cirin, quando speravo di tornare ancora ad incontrarlo… Li sentivo presenti come su tutte le montagne, li sento vicini: sempre le mie invisibili guide! Per il momento, tornai d’incanto quello di un tempo. Iniziammo la discesa verso il Felik. Guardavo le montagne e le nominavo ad alta voce ad una ad una. Sapevo che si trattava di un ormai prossimo addio; ma, come può succedere in simili circostanze, ero stranamente sereno. Mi distolse Giorgio: ti rendi conto di essere l’unico a non aver bisogno di guardare dove metti i piedi?” Esagerava, ma io continuavo ad indicargli le montagne come a mostrargli una via che avrebbe percorso in futuro.

Sul finire dell’estate 1997 mi lasciai convincere a ritornare; ma, sotto il Naso, dovetti fermarmi: mi ero appena congratulato con me stesso per il modo moderno con cui avevo passato la crepaccia terminale quando mi accorsi di ansimare fuori misura nel piantare la piccozza a martellate per far salire i compagni: era il momento tanto temuto ed attendibile. Due settimane dopo un travaglio di facili affaticamenti, febbricciattole e dolori addominali che facevano pensare a non irrilevante patologia diversa da quella poi verificatasi, accade il fattaccio che non posso personalmente descrivere. Dopo oltre sessanta ore, mi risvegliai in un letto di San Martino, dalla misura standard piuttosto corta: nella semiincoscienza, il lenzuolo, tenuto su dalle gambe che non potevo completamente allungare, mi appariva come una dolce sommità nevosa da scendere in sci: sotto vi era sì un brutto salto, ma si arrivava in fondo anche subito… Nel muro di fronte raffiguravo un paesaggio collinare notturno e, nel riflesso dei rubinetti, una casa da contadini illuminata. Ascoltavo anche una musica dolcissima, tipo “le Quattro Stagioni” di Vivaldi. Al mattino, giunsero diversi colleghi curanti che mi fecero le più disparate domande. Le risposte scorrevano. Solo quando pretesero dei calcoli li avvertii di una mia congenita debolezza in matematica. Quando, a Dio, ai bravi medici ed ai solertissimi infermieri piacque, potei tornare a casa incolume. Pensò mia moglie a complicare le cose: al termine di un monotipo finalese, venne giù per venticinque metri abbondanti; ringraziò un provvidenziale arbusto e si fratturò solo (!!!) una spalla. Cambiammo ospedale e, in corsia, invertimmo le parti…

Incredibilmente, nella prima estate del ’98 ero ancora a Punta Indren. Tirai davanti fino in cima ai Bors per passare il comando a Giuliano sulle rocce della cresta del Soldato. Ricordavo quando, con Margherita in fase di preparazione alla spedizione in Hyndukush, eravamo partiti da Genova di primo mattino e, portata a termine quell’ascensione, vi eravamo rientrati alle cinque del pomeriggio. L’allenavo come quell’allenatore pugilistico che si imbottisce la testa per attutire i colpi. Da parte sua, Margherita aveva rinunciato a bere vino come il padre padrone della spedizione aveva imposto. Andò tutto in fumo. Anche se coronata da successi personali quasi scontati per i più qualificati partecipanti, quella spedizione non era stata affatto una pagina senza macchie e senza l’immancabile seguito di recriminazioni più o meno giustificate.

Ora si andava più piano. Anche il terreno, dopo le vicende glaciologiche recenti, metteva a nudo troppe instabilità; ma concludemmo onorevolmente. Gettai uno sguardo sul versante valsesiano indicando a Giuliano il tracciato della via “degli alpini” alla Parrot; volli quindi scendere per ultimo.

Da Alagna, ripercorrevo la Valsesia. Mi veniva in mente l’avventura dei Denti di Valmala, narrata a fosche tinte da mia madre e corsa in lontana gioventù con uno zio Angelo ancora forte e sicuro, oltre ad amici locali. Passando vicino al cimitero di Agnona ed a quello di Borgosesia, un pensiero struggente si fermava su affetti troppo cari e sinceri. Mi sovvenne pure un buffissimo episodio della prima adolescenza. Correva il settembre 1949 ed ero salito in bicicletta fino a Fobello. Ne tornavo tutto fiero pensando a Coppi e Bartali recenti trionfatori del Tour; anche se, a dire il vero, fra Cravagliana e Sabbia, alcune giovani contadine, di ritorno dal lavoro, mi avevano apostrofato in modo per me incomprensibile ma certo canzonatorio. A Quarona, una donna della prima mezza età, piuttosto rotonda, camminava in mezzo alla strada reggendo un secchiello da latte vuoto. Cercai di scansarla, ma quella fece una improvvisa conversione su di me e la brusca frenata, tale da porre la ruota anteriore di traverso, mi proiettò in avanti ad adagiarmi sulle sue morbidezze come su un materasso di pura lana valsesiana. La buona donna, incolume dopo aver attutito il colpo grazie a tutto quel ben di Dio che la difendeva, si prese tutte le colpe; ma non erano ancora i tempi in cui si cercano, ad ogni costo, responsabilità con due b. Gli avventori di un bar mi soccorsero facendomi vuotare, d’un fiato, un bicchiere di cognac simile ad un boccale da oktoberfest. Così, lungo la scorciatoia di Isolella, ero tornato a casa, ad Agnona, ubriaco, con la forcella storta ed i calzoni strappati. Non potevo neppur pensare a quelle morbide rotondità, stese involontariamente sotto di me. In quei tempi, come direbbe la Rita, nelle sue originalissime inflessioni dialettali liguri levantine, “era tutto peccato!”

Il pensiero torna ora alla vecchia Gnifetti. Vedo Viotti, Gazzo, Guala, Gabbio e Pino Moro cantare intorno ad un vecchio tavolo di legno. Ricordano il Ronco, caduto dalle roccette Casati vetrate, dopo aver chiuso il rifugio a fine stagione:

“E TU ROSA CHE SEI IL NOSTRO MONTE NON FAR PIANGERE LA MAMMA DI UNA GUIDA…”
La mia, che, ai piedi del Rosa, aveva vissuto i suoi anni migliori, non piange più.

Note tecniche
BREITHORN occidentale 4165 m

Parete nord Triftjegrat

Luglio 1964. Compagni: Vincenzo Bruzzone, Stefano Revello, Margherita Solari

Luglio 1985. Compagni: Andrea Molinari, Margherita Solari

Punti di partenza: il rifugio del Teodulo, quello delle Guide del Cervino al Plateau Rosà, la Gandegghutte., tutti raggiungibili con mezzi meccanici e breve avvicinamento.

Discendere sull’Unterteodulgletscher e seguirlo verso est fino alla base della Triftjegrat. Seguirla, senza particolari difficoltà, alternando ripidi pendii a comode terrazze fino ad una terrazza glaciale sospesa più evidente. In passato era possibile uscirne sulla sinistra, al colle fra la cima centrale ed occidentale, destreggiandosi brevemente fra seracchi e crepacci. Attualmente, un grande salto di seracchi sbarra la via. È quindi necessario seguire l’itinerario diretto. Superato un ripido pendio glaciale, salire in terreno misto difficile fino a sbucare sulla calotta sommitale. Ore 7/10. D. Discesa per la via normale.

Traversata ROCCIA NERA – BREITHORN OCCIDENTALE
Agosto 1952. Compagno: Matteo Gallo

Luglio 1976. Compagno: Margherita Solari

Punti di partenza: il rifugio Lambronecca, raggiungibile da S. Jacques. È utile noleggiare un mezzo fuori strada con conducente per salire all’Alpe di Verra superiore. Di qui, salire al rifugio Mezzalama; quindi, superato un breve tratto glaciale, salire un sentiero roccioso attrezzato e segnalato fino al rifugio. Ore 3/4 dall’Alpe di Verra superiore. Più scomodo, ma praticamente già sulla via è il bivacco Rossi – Volante, raggiungibile anche dal Plateau Rosà, per ghiacciaio, in ore 2.

Raggiunta la base del grande pendio della Roccia –Nera, salirlo, abbastanza ripido e più impegnativo se in ghiaccio. Raggiunta la prima sommità, proseguire per cresta facendo attenzione alle grandi cornici aggettanti sul versante nord. Attraversare la quota 4106 dove è utile una breve corda doppia. Scavalcare quindi, per il filo, la cima orientale incontrando un breve lastrone abbastanza liscio. Raggiungere così i tre salti rocciosi della cima centrale. Sgombri da neve, consentono una elegante e non difficile arrampicata. È consigliabile attaccare il primo salto sulla destra. Seguono creste nevose scorniciate a nord fino al colletto della cima occidentale che si raggiunge per cresta nevosa via via meno affilata. Ore 7/9. AD inf. Discesa per la via normale.

POLLUCE 4091 m via normale.
Compagno: Aldo Zinelli

Punto di partenza il rifugio Lambronecca. Attraversando il ghiacciaio di Verra si perviene alla base della cresta sud ovest. La si segue, rocciosa e facile, fino alla base del grande risalto sommitale, attualmente attrezzato con corde fisse metalliche (forse la più elevata ferrata d’alta quota) che ne facilitano sia la salita che la discesa. Una breve cresta nevosa conduce alla sommità. Ore 3. PD.

CASTORE 4220 m
Via normale per la cresta est con discesa per il versante ovest.

Agosto 1948. Compagni: Luigi Frachey, guida; Rosa Conte, Caterina e Marcella Giangrasso, Roberto Salassa.

Punto di partenza il rifugio Quintino Sella al Felik, oggi, così raggiungibile: da S. Jacques d’Ayas, o da Gressoney la Trinità, salire al colle della Bettaforca con impianti a fune o con mezzo fuori strada noleggiato. Seguire quindi sentiero segnalato ed attrezzato. Ore 3. EEA.

Dal rifugio salire al colle del Felik, dopo aver superato un ultimo ripido pendio. Segue una cresta nevosa che può presentare un breve tratto affilato. Ore 3. F.

La discesa lungo il versante occidentale è oggi più complicata. Seguire la cresta nord piuttosto affilata per breve tratto; quindi calare ad ovest per terreno dapprima ripido, poi più dolce, fino al Passo di Verra. Scendere quindi al rifugio Lambronecca, al Mezzalama ed a S. Jacques: PD.

Parete sud.
Agosto 1955. Compagni: Oliviero Frachey “Cirin”, guida.

Agosto 1956: Enrico Cavalieri, Sandro Dutto

Agosto 1957: Vanni Ricchetto

Agosto 1971: Luciano Colli, aspirante guida.

Il miglior punto di partenza odierno è il rifugio Quintino Sella al Felik, in quanto la seraccata del ghiacciaio del Castore, già seguita partendo dal rifugio Mezzalama, è oggi praticamente impercorribile.

Dal rifugio salire fino ad oriente della Punta Perazzi, calando poi per il ghiacciaio del Castore fin dove una evidente cengia rampa, verso sinistra, immette sulla parete rocciosa. La prima parte è facile. Dalla prima terrazza, salire un ampio canale diedro uscendone a sinistra. Una seria di gradoni, con brevi passi più ripidi, conducono ai risalti sommitali cui si perviene per un lungo camino. Segue una seria di brevi e difficili risalti(chiodi), fino alla sommità dello sperone su cui termina la parete (ometto). Una lunga cresta, prima rocciosa, poi nevosa, conduce alla vetta. D inf. Ore 6/8.

Per lo Zwillinggletscher (scialpinismo).

Giugno 1972. Compagni: Sandro Cevasco; Carlo Ronco, Renzo Conte, Margherita Solari, Pina Gaione, Turi Minotti.

Dalla Monterosahutte, attraversare il Gornergletscher ed imboccare lo Zwilling. Questo si presenta subito complicato per un dedalo di seracchi e crepacci nei quali districarsi. La parte superiore appare meno complessa ed immette sul grande piano del colle del Felik ove si abbandona gli sci. Alla vetta per la cresta est. Ore 7.

La discesa, facilitata dalle tracce di salita, è meno difficile di quanto non possa apparire; è invece problematica senza traccia, tale da richiedere l’uso della corda. OSA nella parte inferiore.

ROCCIA NERA 4097 m, spigolo SE.
Luglio 1951. Compagno: Oliviero Frachey, guida.

Oggi, il miglior punto di partenza è il rifugio Lambronecca. Attraversare il ghiacciaio di Verra e raggiungere il piede della parete sud, poco a sinistra della Porta Nera. Attaccare direttamente, appoggiando gradatamente a destra e superando una serie di gradini rocciosi(passi di IV). Giunti sotto grandi strapiombi, attraversare a destra lungo una placca verticale, solcata da sottili fessure. Con grande difficoltà, raggiungere un terrazzo sopra un canale vetrato (chiodi, VI). Spostarsi verso nord, in terreno misto, rientrando poi a sud lungo una cornice nevosa, uscendo presso la sommità per un canalino. Ore 4/5. TD inf.

BREITHORN ORIENTALE 4141 m
Kleintriftjegrat o Young, dal nome del primo salitore.

Il miglior punto di partenza è il rifugio Lambronecca se non il bivacco Rossi Volante. Valicata la Porta Nera, appoggiare a sinistra, destreggiandosi fra i seracchi, e raggiungere una evidente rampa ascendente a destra che conduce alla Kleintrftjesattel..

Attaccare la cresta inizialmente nevosa. Alcuni salti rocciosi la interrompono fino all’aerea sommità del gran gendarme che va attraversata. Segue un difficile, verticale, successivo risalto roccioso, quasi sempre vetrato, aggirabile, con difficoltà, sulla sinistra. Si esce su un’esposta, ripida e sinuosa cresta nevosa che va seguita fin sotto le rocce sommitali. Il loro superamento diretto è molto difficile. L’aggiramento, sulla destra, necessita di un’esposta traversata in ghiaccio fino in fondo ad un camino roccioso vetrato che conduce poco a destra della cima. Ore 7/10. TD.

Discesa verso sud, inizialmente su ripido pendio nevoso, quindi, l’ungo l’alto ghiacciaio di Verra per il quale è possibile raggiungere il rifugio Lambronecca o il Plateau Rosà, via colle del Breithorn.

Agosto 1955. Compagni: Oliviero Frachey, guida, Giancarlo Bussetti e Bruno Musso.

LYSKAMM 4527 m, traversata.
Compagni: Agosto 1950: Oliviero Frachey, guida

Agosto 1956: Enrico Cavalieri

Luglio 1958: Renato Montaldo, Enrico Toletti

Agosto 1969: Margherita Solari

Dal rifugio Quintino Sella al Felik, per la cresta Perazzi. Portarsi sotto il versante meridionale del Lyskamm orientale ed attaccare la cresta rocciosa sulla sinistra della sua parete. La roccia non è difficile, a gradoni. A metà cresta, segue un pendio nevoso sulla sua sinistra, piuttosto ripido, uscendo poco ad ovest della vetta. Per cresta affilata, scendere alla sella fra i due Lyskamm ove il filo è nuovamente aereo presentando qualche non difficile ma esposto tratto roccioso. Giunti sulla larga cima occidentale, scendere verso ovest un ripido pendio che termina in un salto di seracchi. Appoggiare quindi a sinistra, su creste ancora affilate, e raggiungere il colle del Felik. Discendere al rifugio. Ore 5/7. AD.

Dalla capanna Gnifetti, salire al colle del Lys. Attaccare la cresta est ripida, poi orizzontale ma affilata e corniciata. Un tratto ripido, spesso ghiacciato, conduce poi alla cima orientale. Quindi, come sopra. Ore 5/7. AD.

Volendo rientrare alla capanna Gnifetti occorre attraversare il ghiacciaio pianeggiante sotto in versante sud, quindi la spalla del Naso del Lyskamm, spesso in ghiaccio. Discesi sul ghiacciaio del Lys, raggiungere la pista che scende dal colle omonimo ed il rifugio.

Parete nord alla Cima Orientale.

Luglio 1970. Compagno: Marco Gaillard, guida.

Raggiunto il colle del Lys, scendere facilmente alla sua base. Attaccare a destra della verticale delle seraccate sottostanti la cresta est (pericolo di caduta di blocchi di ghiaccio). Per un ripido pendio, raggiungere la cordonata rocciosa centrale, seguendola fino al suo termine, senza gravi difficoltà. Uscire sul pendio sommitale meno ripido. Ore 3/6, dall’attacco. D.

Discesa per la cresta est. In caso di cattive condizioni di neve, è da preferirsi la discesa della cresta sud, più lunga, ma più sicura.

Cresta sud alla cima Orientale.

Giugno 1973. Compagno: Margherita Solari.

Dalla capanna Gnifetti, attraversare la sommità del Naso del Lyskamm pervenendone alla base. Salire lungo una larga cresta prevalentemente rocciosa, senza itinerario obbligato e su buona roccia non difficile. Ore 6. AD inf.

Cresta sud alla Cima Occidentale.

Agosto 1995: Compagni: Giorgio Primmer e Margherita Solari.

Dal rifugio Sella raggiungerne la base, immediatamente a sinistra di una seraccata che incombe per breve tratto. La salita si fa tosto interessante, su buona roccia non difficile. Poco oltre la metà, la cresta è meno evidente mentre la pendenza aumenta unitamente alla componente nevoso ghiacciata. Ripidi tratti in terreno misto conducono direttamente alla vetta raggiungibile superando una breve cornice nevosa. Ore 4/5. AD sup.

PUNTA GIORDANI 4045 m, Cresta del Soldato.
Giugno 1978. Compagno: Margherita Solari.

Giugno 1998. Compagni: Giuliano Menoni e Massimo Rustici.

Dalla stazione funiviaria di Punta Indren, spostarsi a destra sul ghiacciaio dei Bors fino a raggiungere la cresta alla sua destra. Salire un ripido pendio nevoso ed appoggiare sulle rocce della cresta seguendole al meglio lungo quella che appare come la linea di minor resistenza, con difficoltà massime di III in buone condizioni. La vetta viene raggiunta da sinistra. Ore 3/4. AD inf.

Discesa verso sud lungo la via normale, discretamente ripida, facendo attenzione ad alcune crepacce.

PIRAMIDE VINCENT 4215 m, scialpinismo.
Giugno 1984. Compagni: Teresa ed Alvise Gaiotto, Enzo Pola e Margherita Solari.

Dalla stazione di Punta Indren, salire alla capanna Gnifetti per il ghiacciaio dell’Indren, la base delle rocce Csati ed il ghiacciaio del Garstelet. Occorre, generalmente, togliere gli sci alla base delle rocce Casati per breve tratto. Dalla capanna, seguire il ghiacciaio del Lys fin dove è possibile, con digressione a destra, raggiungere il col Vincent e, da nord, la vetta che, non raramente, può essere raggiunta sci ai piedi. Ore 4. La discesa, esposta nel tratto sommitale, richiede attenzione fra i crepacci del ghiacciaio del Lys. BSA.

BALMENHORN 4167 m, scialpinismo
Maggio 1970. Compagni: Giancarlo Berninsone e Tina Volpi.

L’itinerario è, in gran parte, analogo al precedente. Poco prima del col Vincent, appoggiare a sinistra e raggiungere la cima superando un facile passaggio roccioso.

Con Euro Montagna

SCHWARZHORN 4321 m, scialpinismo.
Giugno 1987. Compagno: Roberto Peraldo.

Dalla capanna Gnifetti, salire come per il Balmenhorn, puntando quindi alla base nord ovest della montagna. Raggiungerne la cima superando, senza sci, un breve e ripido pendio nevoso glaciale. Ore 3. BSA.

LUDWIGSHOHE 4341 m, scialpinismo.
Giugno 1983. compagno: Margherita Solari.

Dalla capanna Gnifetti, risalire il ghiacciaio del Lys fin dove una sua diramazione sulla destra si insinua fra la cima e la vicina Punta Parrot. Raggiungerla da nord, dopo aver lasciato gli sci alla crepaccia terminale. Ore 4. BSA.

PUNTA PARROT 4436 m, scialpinismo.
Giugno 1969. Compagno: Renzo Manzoli

Giugno 1996. Compagni: Pino Caffaz, Giorgio Primmer, Margherita Solari.

L’itinerario è simile al precedente. Puntare alla base sud della montagna, raggiungendone l’affilata cresta sommitale dalla estremità sinistra del ripido pendio del versante sud. È pure possibile valicare il Colle del Lys, raggiungere il Colle Sesia e la cima per la cresta est. Ore 4/5. BSA.

PUNTA GNIFETTI 4559 m, scialpinismo.
Giugno 1967. Compagno: Franco Staccione (corso di scialpinismo)

Giugno 1986 Compagni: Margherita Solari, Andrea Molinari, Nadia Culotta e Sergio Leccioli.

Valicato il colle del Lys e giunti nei pressi del colle Sesia, salire fin nei pressi del colle Gnifetti con ampia conversione prima a sinistra, poi a destra. Giunti soto la cima, raggiungerla a piedi, per più ripido pendio. Ore 5. BSA.

PUNTA ZUMSTEIN 4571 m, scialpinismo.
Giugno 1987. Compagni: Nadia Culotta e Sergio Leccioli.

Come da itinerario precedente fin sul colle Gnifetti. Per cresta nevosa. alla vetta. Ore 5. BSA.

PUNTA DUFOUR 4633 m, scialpinismo.
Da Zermatt, salire in ferrovia a RotenBoden. Di qui, a piedi, per sentiero, quindi per ghiacciaio, alla Monterosahutte. Ore 3.

Dal rifugio, salire pendii discretamente ripidi fino a porre piede sul ghiacciaio che si segue abbastanza facilmente fino alla Dufoursattel ove si lasciano gli sci. Seguire la cresta ovest, nevosa, quindi, prevalentemente rocciosa, non facile, fino alla vetta. Ore 9/10. BSA – PD.

Giugno 1984. Compagni: Margherita Solari e Luciano Caprile.

PUNTA NORDEND 4612 m, scialpinismo.
Luglio 1972. Compagni di cordata: Pina Gaione e Emma Rivara.

Dalla Monterosahutte l’itinerario è simile al precedente fin nei pressi del Dufoursattel. Volgere a sinistra e pervenire al Silbersattel. Una grande crepaccia rende spesso problematico raggiungere tale colle con gli sci. Una cresta nevosa, corniciata sul lato est, conduce presso la piramide

sommitale che richiede una breve e facile arrampicata rocciosa. Ore 9. BSA.

PUNTA DUFOUR via normale italiana
Compagni. Agosto 1953: Matteo Gallo

Agosto 1955: Enrico Cavalieri, Dinko Podrajsek.

È possibile partire anche dalla capanna reg. Margherita; tuttavia, il pernottamento alla sua elevata quota può essere facilmente oggetto di mal di montagna. È quindi più consigliabile una partenza dalla capanna Gnifetti.

Salire al colle del Lys, quindi al colle Gnifetti. Salire alla Punta Zumstein per discendere, verso nord, lungo una ripida cresta nevosa. Attraversare verso sinistra per circa 40 metri e salire direttamente all’anticima est per non difficile terreno misto. Per raggiungere la vetta principale è necessario percorrere una cresta rocciosa orizzontale che, a metà, presenta un passaggio di maggior impegno(III). Ore 6. PD sup.

Cresta Rey.
Luglio 1958. Compagni: Aldo Viotti, guida, e Eugenio Damasio.

Agosto 1970 Compagno: Margherita Solari.

Raggiunto il colle del Lys, discendere sul Grenzgletscher per risalire fino alla base dell’evidente crestone sud. Attaccarlo sulla destra per raggiungere tosto il filo da seguire fin sotto il principale salto mediano, aggirabile sulla sinistra. Continuare direttamente fino in vetta per buone rocce gradinate e non difficili. Ore 7/8. PD sup.

PUNTA GNIFETTI cresta Signal.
Settembre 1985. Compagni: Daniele Demeneghi, aspirante guida, e Margherita Solari.

Da Alagna Valsesia seguire la rotabile di fondovalle fino al suo termine. Per comodo sentiero raggiungere il rifugio Pastore. Ore 0, 15.

Per buon sentiero, salire al rifugio Barba Ferrero. Ore 2. E. Prendere poco a sinistra incontrando tosto una ripida morena da seguire fino ad un ghiacciaio sottostante la cresta che collega la Punta Gnifetti alla Punta Grober, Al centro della cresta si trova il rifugio Resegotti, incustodito. Attraversare il ghiacciaio e salire la parete rocciosa sottostante il rifugio, attrezzata con catene metalliche. Ore 5/6. EEA.

Dal rifugio seguire il filo della cresta in direzione della Punta Gnifetti, orizzontale, nevoso e, a tratti, molto affilato. Al suo termine, superare una liscia placca grigiastra, quindi un evidente canale camino che conduce ad una terrazza sul versante NE. Salire sulla destra del ripido filo per rocce non sempre sicure e sovente vetrate. Raggiunta un’ampia terrazza, traversare a sinistra (esposto ma non difficile), per sbucare sul fianco meridionale in vista della capanna regina Margherita. Continuare direttamente, a sinistra del filo, lungo ripide placche, sovente innevate e vetrate, fino a salire un ripido camino, al di là del quale, superando, non di rado, una cornice nevosa, si esce presso il colle Gnifetti. Un tempo, era possibile salire direttamente alla cima, superando, come ultimo passaggio, la ringhiera, in legno, della terrazza del rifugio… La cosa non è oggi più possibile, dopo la costruzione dell’attuale megarifugio; ma per chi ha conosciuto il vecchio ne resta una profonda nostalgia. Ore 7/10. AD sup.

(continua)

More from Alessandro Gogna
L’intersezione mancante
(riflessioni a margine della pubblicazione di due recenti guide sull’arrampicata in Toscana)...
Read More
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *