Genovesi in montagna – 03

(cronache di mezzo secolo di alpinismo)
di Gianni Pàstine
(pubblicato nel 2003 da Feguagiskia’ Studios)

Partita a sei sullo Spigolo Giallo
È il titolo della relazione che Luci scrisse sulla Rivista della Sezione Ligure del CAI circa l’ascensione alla Cima Piccola di Lavaredo per il celebre Spigolo Giallo. Per inciso, la rivista sezionale, soprattutto quando fu diretta da Enrico Cavalieri prima e da lui dopo, fu una cosa seria e soprattutto leggibile per gli interessanti contenuti. Oggi ha preso il nome di quota zero per indicare il livello del mare..

Luci metteva insieme delle belle squadre. Aveva la stoffa del commissario tecnico della nazionale. Per l’occasione convocò Eugenio e Gianluigi, Alessandro, Gianni e Lino: tre cordate. Aprivano Eugenio e Alessandro, che si alternavano in testa; seguiva Gianluigi con Lui, nel mezzo(!!), mentre chiudevano Gianni e Lino giunti a Misurina ed al rifugio Auronzo, tutto di un fiato, da Genova, su una “microscopica macchinetta”. La notte di Luci non fu tranquilla. Quello spigolo incombeva. Si sarebbe augurato la pioggia; invece il sole splendeva in un cielo implacabilmente sereno. In breve furono all’attacco e il formidabile duo Alessandro Eugenio sparì verso l’alto. Tutto si svolse però regolarmente. Gianluigi è fatto a posta per infondere serenità; Luci trovava più appigli di quanto supposto, oltre a saperci fare pure lui. Subito dietro, nientemeno che Gianni era un’altra sicurezza. Anche Lino, ultimo, faceva la sua parte. La partita a sei fu vinta largamente. Bravo commissario tecnico!

Giò e Luci vanno in Dolomiti e scelgono le Pale di San Martino. Leggono la guida scritta da Ettore Castiglioni. Circa le guide scritte da questa non così limpida figura della storia dell’alpinismo vi sarebbe da dire delle cose molto serie. Riconosciamo che, nei tempi in cui esse furono edite, lo spirito di conquista prevaleva largamente sul fattore sicurezza. L’alpinismo era ed è attività rischiosa e come tale doveva essere accettata. Bisognava osare. Nello stesso periodo storico, furono combattute due guerre mondiali più altre meno famose guerricciole, tutte accettate più o meno come ineluttabili se non, almeno da alcuni, con entusiasmo. Oggi, possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che Castiglioni e tutta la genia dei “declassatori”, con le loro oltremodo severe valutazioni delle difficoltà, hanno letteralmente mandato alla “bella morte” dannunziana non poca gente: come quei generali che programmavano le battaglie dell’Isonzo… Ma, ancor oggi, nel compilare una guida, nello stendere una relazione tecnica, la preoccupazione di non provocare un autentico suicidio non è così diffusa: non ostante tutto il pacifismo parolaio imperante.

I nostri due hanno letto 3 grado per cinquecento metri, una vera via per alpinisti, non un “paracarro” per arrampicatori, e attaccano la parete nord della Pala di San Martino. Il tempo non è dei migliori; ma quando lo è, soprattutto nelle Pale di San Martino? Salgono bene, regolari. Sono capaci, affiatati; ma la salita si rivela assai meno facile del previsto. Le ore corrono, viene il pomeriggio e piove. Non è un uragano ma i nostri sono bagnati. Nondimeno debbono raddoppiare la prudenza anche perché, su vie del genere, il materiale in posto è ancora oggi terribilmente scarso. È sera e trovano una provvidenziale grotta. Luci si consola pensando al maglione asciutto che ha nello zaino. Lo apre e quale delusione! Il tappo di sughero che chiudeva la borraccia con dentro l’acqua di Vichy è saltato… Roba da mettersi a piangere. Finisce la notte e finisce la parete. Sono in vetta, sempre nella nebbia. La via normale sembra non finire mai. Su e giù per quelle torrette su passaggi classificati di 2 e 3 grado che tali non sono affatto. Il tempo vola e Luci si spazientisce. “Damme e corde e anemmo zu de chi” “Tée matto!Dove ti voe annaa” Giò è, nonostante tutto, sempre calmo e paziente. “Zu de chi!!” Urla Luci. Giò si rassegna. Le corde sibilano nel vuoto. Luci si cala nell’ignoto. Pare che le corde arrivino sulla neve: È vero? Non è vero? È vero e sono fuori. Scendono a San Martino di Castrozza. Si asciugano, si cambiano. “Giò! Anemmo in Xexa! L’è ben che sentimmo Messa!” Entrano. Si siedono e, poco dopo… si addormentano.

Lasciamo stare Luci, sul quale torneremo ancora, e passiamo ai pionieri bolzanetesi degli anni trenta: Mario e Gigetto detto il Cannibale per via della sua minacciosa dentatura, o più semplicemente “Canni”.

Mezzi primordiali e tecnica da autentici autodidatti. Vanno spesso al Reopasso dove decidono di ripetere lo strapiombo dello spigolo SSE della Biurca. Mario è in testa e lotta da gigante sul passaggio. Sotto, Canni ed altri meno noti assicurano avvolgendo e svolgendo corda su un ferro da mina piantato a forza nella roccia con una mazza: altro che il trapano di Michele! Di veri chiodi e moschettoni non conoscono l’esistenza e calzano scarpe chiodate! Finalmente, Mario esce in vetta: “ooa cose fasso!” Pensa fra sé. Si slega, e getta la corda ai compagni: “ooa, vegnii sciu vostri se sei bouin!”…

Un barista di Bolzaneto li ammoniva: “no anneghe pe i monti che v’ammassée!” “Te ghe portemmo niatri pe i monti “! Un sabato sera, raggiungono Isola del Cantone con l’ultimo treno utile. Salgono a Vobbietta ed al Castello della Pietra. Vi penetrano e decidono di andare a bivaccare nella torretta della sentinella, al di là del facile ma vertiginoso traverso sulla parete nord. Nel frattempo hanno bevuto del cognac, forse per scaldarsi ed il barista ha ecceduto: È allegro e coraggioso e si muove spavaldo alla luce della lanterna a candela: “dove metto o pe! In scio gianco o in scio neigro?!” “Mettilo in scio gianco che in scio neigro o l’è voeo!” Rispondono gli altri piuttosto preoccupati. Al mattino seguente, i fumi dell’alcool sono esauriti ed il vuoto è davanti al barista terrorizzato. Lo legano, gli bendano gli occhi e, passandoselo da uno all’altro lo riportano alla base…

Mario e Canni sono all’Argentea. Canni ha raggiunto la vetta della Rocca turchina ove posa fieramente con la corda arrotolata a tracolla. Un compagno lo fotografa quando un urlo sale dal basso. È Mario, in difficoltà su un passaggio, slegato: “Canni! Caccime a corda!” Canni si toglie il rotolo di corda e glielo tira addosso. Mario precipita ma un albero lo ferma. È salvo ma bisogna legarlo davvero e tirarlo su. Uno lo raggiunge e lo lega dicendo poi a Canni: “O l’è vivo! Tia!”…

Vanno nientemeno che al Cervino. In discesa, sul Pic Tyndall, Canni patisce il mal di montagna. Si slega e si sdraia: “Canni! Cose ti fèe!” “Me sento maa!” Risponde una voce cavernosa. “Lighite, Canni! Donca ti t’arrobatti! “ “Megio! Arivo ‘n fondo primma!”…

In occasione di una di tali straordinarie uscite avevano incontrato degli alpinisti francesi che, venuti a conoscenza del suo curioso soprannome, l’avevano tradotto in “monsieur le cannibal”…

Vanno anche alle Torri di Vajolet, ma la preoccupazione di Canni sembra essere quella di “trovaa on bacchetto pe ravattaa in ta pipa”. Mario attende sconsolato che setacci “tutto o Vajoletto”!

Sulla fine degli anni trenta, Aldo e Luciano erano alpinisti di Sampierdarena. Avevano sentito dire che Riccardo Cassin, in Grigna, aveva scalato una parete nel giorno della marcia su Roma e vi aveva messo nome 28 ottobre. Volevano fare altrettanto con l’inviolato spigolo orientale del Castello della Pietra. La sera del 27 ottobre 1939, furono a Vobbietta ed attaccarono nella mattina seguente, ma il passaggio di uscita, nonostante il fissaggio di due chiodi di assicurazione, si rivelò troppo arduo. Ridiscesero, con corde doppie dal fissaggio almeno dubbio. Il peggio fu però una cartolina rosa di richiamo alle armi che i due ricevettero poco dopo e che li portò lontano fino al 1946. Nel febbraio di quell’anno, Renato (Avanzini), loro amico ed allievo, oltre che molto ardimentoso, superò quel passaggio…

Negli anni sessanta Luci diresse corsi di alpinismo a Bolzaneto prima di diventare, alla Ligure, quel carismatico caposcuola che è stato per tanto tempo e che tale è, almeno nella memoria di quei tempi, ancor oggi.

Suoi indimenticabili allievi, tali per l’entusiasmo che li animava in una età non più giovanissima erano alcuni dipendenti dell’AMT. Fra loro era anche un vigile. Nell’uscita conclusiva del corso, scalarono la cresta nord della Rocca Castello. In vetta, il nostro tutore del traffico era serio, quasi triste. Luci: ”Cose ti gh’è! Allegro! gh’ è chi i amixi!” “Penso aa dixeisa!” Euro: “Figieu! Bisogna portalo zu sensa paracadute!”

Gli “allievi” vanno al rifugio Questa in una sorta di gita sociale. Dirige Dunni, gigantesco, forte, mangione e beone. Dunni va alla Cresta Savoia, il Vigile, con i più, al Malinvern. Di ritorno, il nostro è su di giri: ”Dunni! Ooa ti poe annaa a fate i fanghi… ” La rissa è evitata di poco.

Dopo un’ascensione al Monte Bianco, Dunni festeggia alla Maison de Philippe. A fine pasto vorrebbe che il tubo del gelato arrivasse direttamente sul suo tavolo…

Recentemente, prima di lasciarci e sapendo di lasciarci, invitò tutti gli amici ad un ultimo pranzo nella più assoluta serenità…

Giorgio, Andrea e Pierino stanno scalando la via Sabbadini sulla parete nord del Pizzo di Uccello. È una faccenda seria. Giorgio lotta duramente sopra, come sempre. Forse se lo sognerà anche di notte. Il terreno è friabile e qualche pietra sibila nell’aria mossa dalla corda. Andrea: “chi, ghe vorrièe l’elmo da trincea co o cioo!” Pierino, con aria sconsolata, : ”Andrea! Emmo sbaglioo hobby!”

Claudio, detto anche Goro, in genovese, era forse la figura più caratteristica dell’alpinismo sampierdarenese. Fisicamente forte, coraggioso ma non spericolato, ad onta di un fisico mingherlino, pareva non avvertire mai la fatica. Era anche estremamente sobrio e, nel suo sacco, mentre era sempre pronto qualcosa per aiutare gli altri, v’era men che meno per se stesso. Ma gli amici erano generosi con lui: ”Goro, ti no ghe n’eh boraccia?!” “Mi no beivo!” Rispondeva nella sua accentuata cadenza sampierdarenese. “Goro! Ti no gh’eh ninte da mangiaa?! “ “Mi no mangio!!” T’oriesci ‘n poo de ciccolata?” “Ehh!”

Un giorno, giunse ad Argentera, sotto il colle della Maddalena, per salire in sci alla cima delle Lose. Si accorse di aver dimenticato i bastoncini. Tagliò due rami d’albero e fece la gita con quelli…

Soprattutto negli anni precedenti la diffusa motorizzazione individuale, il gruppo al quale apparteneva, essendo numeroso, poteva utilizzare un mezzo di trasporto collettivo. A lui erano riservati poi i compiti più gravosi che si assumeva di buon grado senza far pesare nulla a nessuno. V’era da forzare un passaggio scorbutico: avanti lui! Da sondare un terreno a rischio di valanga. Si faceva legare con tutta la corda disponibile e faceva partire tutto. Accendeva la stufa, poi, alla fine, con le sue mani da capace operaio la spegneva direttamente. Pareva non patire nulla. Una sera, mentre bivaccavano in una baita, credette di giocare uno scherzo all’amico e parente Sergio. Quest’ultimo aveva portato l’alcool del fornelletto in una bottiglietta con l’etichetta del cognac. Goro ne bevve una sorsata, quindi, avvicinatosi alla stufa, fece uscire fiamme dalla sua bocca: tutto regolare e gli amici, in analogia con un film allora in circolazione, lo soprannominarono “Corea in fiamme”.

Renato era l’unico a possedere un’auto con la quale si erano recati in alta valle Stura. Nevicava, la strada era quasi impraticabile ed era quasi sera. Renato propendeva per partire il giorno dopo, ma Goro non sentiva ragioni: “se no arrivo a travaggiaa, me licensian!” Prese un badile e spalò la strada di allacciamento fra Pietraporzio e la statale. Un paesano gli chiese chi ce l’aveva mandato. Senza guardarlo in faccia, fra una badilata e l’altra, rispose: “il comune!” Quindi si presentò a Renato che lamentava come il tergicristallo faticasse a funzionare: “no te preoccopaa! Me stendo in scio teito e, co a man, te fasso coscì!” E mimò il movimento del tergicristallo…

Era quasi primavera e la neve era ancora abbondante. Si decise per una gita economica, lontana dalle località di grido, scegliendo, come base, Chianale, in Val Varaita. C’era Giorgio, Dino e altri. La giornata era incerta. Salirono su una vetta, avvolti ormai dalla nevicata. Discesero senza troppi pensieri. Caso mai, c’era sempre lui! Imboccarono un bel vallone con magnifica neve farinosa e giunsero a fondovalle. Non capivano dov’erano. Certo, non dove erano partiti. Avvistarono un cartello coperto di neve: “Goro! Vanni n’po a vedde cose gh’è scrito!”

Goro tolse la neve: “Gh’è scrito Douane!” Disse pronunciando la parola come era scritta.

Ora l’abbaglio era chiaro, anche se nessuno sapeva parlare il francese in maniera appena decente; infatti, non tardarono a comparire “deux jendarmes”, con il tradizionale chepì: “Voulez –Vous rentrer en Italie, ou aller à la Lejon étranjère?!” “Cose?! Emmo capio ben?! Legiun straniera? Italie! Italie!” Urlarono tutti in coro. In simili circostanze si diventa poliglotti senza sapere le lingue. L’ho imparato a mie spese con quei… di Turchi! Taxi fino a Guillestre; treno fino a Briançon; corriera per Montgenévre, Clavières, Cesana e Ulzio; treno per Torino, Savigliano e Saluzzo; taxi per Chianale: una gita economica…..

Goro ci ha lasciato poco tempo fa’, non solo per colpa degli anni, ma forse anche di un lavoro dove, manco a dirlo, non si era mai risparmiato. La gente come lui, cosa fossero assenteismo e malattia non lo trovavano neppure sul vocabolario. La Chiesa del Cristo Re, vicino all’Ospedale di Sampierdarena, era piena. Il parroco disse: ”nonostante il mese d’agosto, siete qui in tanti. Gli volevate davvero bene: è una cosa bellissima”. Gli volevamo davvero bene. Non poteva essere diverso. Ciao Goro! Non ti dimenticheremo mai.

Di Sergio, abbiamo già scritto anche a proposito della parete nord del Pizzo d’Uccello con Euro. Era forte come un toro e coraggioso come un leone; tuttavia il contesto sociale e socioeconomico in cui si muoveva lo limitavano. Troppo spesso era in giro con amici e compagni troppo inferiori a lui per qualità tecniche come per mentalità. Niente di male. Ognuno fa quello che può e che si sente di fare. Solo che, per supplire a quello che, evidentemente, gli mancava, faceva fare a loro cose che non avrebbero mai immaginato. Una volta ne condusse ben tre sulla cresta di Money, una lunga e scorbutica ascensione del gruppo del Gran Paradiso lato Cogne. In discesa, con la notte incombente, pensò bene di raggiungere direttamente il ghiacciaio lungo un ripido pendio disponendo di un solo chiodo da ghiaccio. Poi, ingiunse agli altri di non accendere pile per non allertare soccorsi. Giunsero al campeggio di Valnontey al mattino. Si buttarono tutti nelle tende sfiniti: tutti meno lui, che andò a disputare una partita di calcio. Si vocifera che un componente del gruppo si fosse poi svegliato dal sonno con i capelli bianchi…

In altra occasione convinse Andrea a seguirlo sull’Aiguille de Grepon. Sdegnò il pernottamento al Montenvers perché troppo basso e portò l’amico a bivaccare sotto un sasso, alla base del ghiacciaio dei Nantillons; naturalmente, senza attrezzatura da bivacco. Al momento di partire, l’amico non era nelle migliori condizioni, ma seguì con rassegnato coraggio. Giunsero così ai piedi della famosa e famigerata fessura Mummery che Sergio superò di slancio. Andrea, già provato, strisciò a più riprese nello scorbutico passaggio ad incastro senza riuscire. Sergio, inviperito, urlò: “ghe son passoo mi eh!? Perché no ti ghe passi! T’eh a corda!” Si slegò, gettò la corda all’amico esterrefatto e proseguì: aveva fatto male i suoi conti. Giunto in vetta al Gran Diable, non poteva certo calarsi, dalla parte opposta, senza corda. Dovette ridiscendere senza aver raggiunto la cima. L’aver superato in discesa, senza corda, il “rateau des chévres” e la “Mummery“ testimonia delle sue eccezionali qualità tecniche e fisiche oltre che del suo coraggio: un po’ meno di qualcos’altro. Peccato! Avrebbe potuto fare molto, molto di più. Pensate: un giorno, Sampierdarena e Cornigliano, dove risiedeva, furono trasformate in una sorta di laguna veneta. Sergio lavorava come disegnatore all’Ansaldo Meccanico, vicinissimo alla ferrovia per Savona. Dalla finestra del suo posto di lavoro lanciò una corda ai ferrovieri che la fissarono al ponte della ferrovia. Al momento di rientrare a casa, Sergio si affidò a quella corda, sopra la melma che ricopriva via Pacinotti, raggiunse la ferrovia fra gli applausi dei compagni di lavoro, e se ne andò a casa…

Le litigate di Luci
Il temperamento del nostro è sempre stato piuttosto bollente. Abbiamo già riferito di un pestaggio allo stadio Ferraris. Ne accadde un altro sulle scale del CAI in piazzetta Luccoli. Mentre uscivamo, un inquilino che, evidentemente, maltollerava il nostro viavai, ci fece osservare la mancata chiusura della porta piuttosto in malo modo. Luci non gradì e, in men che non si dica lo vidi risalire le scale all’inseguimento del malcapitato. Li incontrai su un pianerottolo mentre si erano affrontati con differenza di categoria, almeno per quanto riguarda la statura. Infatti, mentre quello agiva a testate nel ventre, il nostro lo prendeva dall’alto per le parti meno nobili. Al mio arrivo e a quello del nostro segretario, smisero. Quest’ultimo, toscano, smadonnava secondo noto costume. Luci mi telefonò il giorno dopo: “o saioo abelinoo! Me son anche stortoo ‘na caviggia. “ Rischiò invece di brutto con un famigerato vigile motociclista che lo aveva fermato per notificargli una contravvenzione. La cosa si fece subito spessa tanto che il nostro sbottò in un “ma aloa scia m’arreste!” Finì, fortunatamente, in una bolla di sapone.

Un giorno, nelle Dolomiti di Brenta, il rifugio Brentei era pieno come un uovo. Trovare un posto a tavola era già un’impresa e le astuzie del nostro che, offrendo sigarette, era, in un’occasione, riuscito a farsi dare persino una stanzetta al rifugio Vittorio Emanuele, al Gran Paradiso senza prenotazione, erano state vane. C’era un solo posto vicino ad un tedesco che, quasi difendesse una posizione in ossequio a ordini superiori, proruppe duro: “Qvi mio camerata!” “Cosa tuo camerata!” “Qvi mio camerata!” Insistè l’altro quasi dovesse anche alzare la canna del machine pistole ed abbassare la visiera dell’elmo d’acciaio. A questo punto partì la raffica di Luci, simile a quella di uno sten dal tiro ravvicinato. I nomi di tutti i campi di concentramento tedeschi furono elencati ad impressionante velocità. Il tedesco rimase letteralmente tramortito. Si alzò e ripiegò strategicamente…

Quella con Marno davanti al Vittorio Emanuele fu fra le più pittoresche. Luci aveva ragione. Le sue disposizioni di direttore della scuola erano state disattese. Anch’io, che pur ricoprivo un ‘ibrido ruolo fra il superiore e l’inferiore, le avevo disattese per farmi la salita che più mi interessava; ma l’avevo fatta; ero contento e non avevo nessun interesse a cercar grane: invece Marno era forse l’unico ad essersi attenuto alle disposizioni ricevute e non ci stette. Ben presto volarono parole grosse con rispettive risalite dell’albero genealogico. Un mese dopo, due giovani alpinisti genovesi raggiunsero il rifugio in serata dopo aver effettuato la prestigiosa traversata Herbetet – Gran Paradiso. Data l’ora tarda, tutto era tranquillo e, a cena, il gestore, saputa la loro provenienza genovese, domandò: “Hanno poi finito di litigare quei due?!”…

La cosa si ripetè al rifugio Genova. Qui erano in gioco le competenze di direttore della scuola, Luci, e direttore del corso, Sergio(non quello già menzionato) tipo generoso, dall’impegno serio, ma dall’incazzatura facile pure lui. Ero già in cuccetta, ma, come spesso succede, in rifugio, il sonno tardava. Anche la mia ormai incipiente sordità percepì urla provenire dal basso. Soprattutto Luci, con aria aggressiva, minacciava: “E no ti me fèe pouia anche se t’ée ‘n armaio!” Funzionarono, alla fine, i pacieri.

Anche al corso istruttori nazionali di alpinismo da lui frequentato, volle dire la sua. Fra gli istruttori era una nota guida alpina dai modi bruschi e dai programmi oltremodo severi. Finiva anche per canzonare gli allievi dilettanti, a differenza di altri professionisti che, invece, erano correttissime persone. L’esercitazione volgeva a termine, sotto la pioggia, in ora ormai serale, quando il nostro perse la pazienza: “siamo qui per imparare! Dovreste prima di tutto insegnarci! Che sistemi son questi!?” E giù di lì con sacrosanta ragione: silenzio! La sera, il segretario chiama il nostro: “Addio! Me scoran!” Invece no. Il direttore, un prestigioso accademico torinese, gli dava ragione. La guida in questione se ne andò… Al pranzo conclusivo, Luci ebbe anche la faccia di prendere la parola: ”Il tempo era brutto! Poi… se n’è andato ed è tornato il sereno!” Tutti avevano capito e risero. Il nostro ottenne il titolo a pieno merito.

Luci ha diretto la scuola di alpinismo della Ligure per almeno quindici anni lasciandovi un’autentica impronta carismatica. Anche il suo temperamento, spesso focoso ed intransigente, finì per farne un autentico personaggio. Decine e decine di istruttori, centinaia e centinaia di allievi sono passati sotto la sua dinamica e competente direzione ed istruzione. Ancor oggi gli capita di incontrare per strada chi lo saluta perché lo ricorda maestro. Magari, egli non lo riconosce, un po’ perché la buona memoria non è mai stata il suo forte, un po’ perché dovrebbe riconoscerne troppi. Tuttavia, le riunioni degli istruttori della scuola di alpinismo erano sempre molto animate, spesso agitate. Ne ricordo particolarmente una. S’incominciò con pratiche amministrative. Sandro, il segretario, insisteva pedantemente. Ad un certo punto, Gianpa si intromise dicendo: “no se pouiè vedde ‘sti conti!?” Come l’esplosione di una mina: ”E ti – rivolto a Sandro – con quello moddo de parlaa da fame gia o belin!!!” In atmosfera surriscaldata si passò all’argomento tecnico: l’introduzione dell’uso delle scarpette d’arrampicata nella pratica didattica. La maggioranza degli istruttori era manifestamente favorevole. Stefano se ne venne fuori con questa trovata: “se si adoperano i nuts (pronunciato come scritto), bisogna adoperare anche le scarpette!”

Forse una specie di codice etico. Fu invece la goccia che fece traboccare il vaso. Rosso in faccia, gli occhi che parevano uscire dalle orbite, la vena frontale gonfia ed emergente, Luci si alzò in piedi con le mani levate ed i pugni chiusi: ”con cose se ghe va in montagna? Co i scarpouin! Con cose se deve insegnaa? Co i scarpouin! E e scarpette ve i pouei mette scio pe o cuuuuu…!” Si abbandonò sulla seggiola esausto: “Figgieu basta! Me vegne ‘n’infarto! Basta”…

Brutta fu l’avventura passata una sera sull’Aiguille du Midi. Erano saliti in quattro per la via Rebuffat. La prima cordata, composta da più giovani, era andata via più veloce ed aveva raggiunto la terrazza e l’interno della stazione della funivia. Gli altri due, più anziani, fra cui Luci, proprio all’ultimo, si calarono troppo a corda doppia fino ad un ingannevole terrazzino dal quale era molto problematico proseguire. Giunse la sera, la notte e la neve: a tremilaottocentometri d’altezza. Luci se la vide proprio brutta: “devo fa testamento!” Invece, finalmente, arrivò una corda dall’alto. Erano gli amici che, finalmente, si erano preoccupati degli altri due. Quella volta andò bene, come in qualche altra circostanza che viene, poi, ricordata comicamente. Purtroppo fu indiretto attore di una tragedia e, in tale occasione, diede tutta la misura della sua statura di alpinista e di uomo; anche se la vicenda pose, praticamente fine alla sua carriera alpinistica.

Luci non era solo un buon commissario tecnico da nazionale. Come tale, per inciso, per poter vincere una sfida al calcio, non aveva esitato per tesserare con il CAI un ex giocatore del Genoa.

Amava condurre spesso con sé autentici amici, anche se tecnicamente inferiori. Con Gin salì al Corno Stella. Nelle intenzioni v’era la via DeCessole, ma sbagliò il “mauvais pas”: chi è senza peccato scagli la prima pietra! Risultato? Di passaggi della stessa difficoltà ne superò quattro prima di raggiungere il più facile terreno pre sommitale. Euro, che transitava sulle cenge erbose dopo aver traversato la Catena delle Guide, gli urlò: ”de lì no gh’è mai passoo nisciun! “ Luci non si scompose: “Gin son in forma!” Gridò all’amico che lo seguiva e che non appariva molto d’accordo con la piega che stavano prendendo gli avvenimenti. Provvidenzialmente, Luci raggiunse due francesi e, con il loro aiuto, issò Gin che, con un filo di voce e sguardo fra lo sfinimento ed il rimprovero, disse: “quello che te doviaè dii ti te o poe immaginaa!”

Sandro aveva una calma, una compostezza ed una serenità paraecclesiastica. Luci fece diverse ascensioni con lui, sulle Alpi Marittime. Sulla parete sud della Punta Ghigo, aveva sbagliato l’attacco e realizzato una prima… Uscito fuori da un passaggio sul quale aveva lottato il giusto, Luci chiese la sua opinione al compagno che, nel frattempo l’aveva raggiunto: “banale!” fece questo con quella voce nasale tipica per intonare i salmi del Vespro. Quale delusione…

Superata la via diagonale dell’Argentera, furono colti dal temporale lungo la via normale. Il momento non era dei migliori ma Sandro, serafico, salmodiava: “guarda come è bella la Cima di Nasta sotto i fulmini!” Così, come nel viaggio di ritorno, quando, al curvone dopo Beinette, andò via su due ruote salmodiando: “per poco non ci rovesciamo!”

In altra occasione, Luci condusse ben tre amici allo spigolo Vernet, proprio sulla Cima di Nasta: uno dei suoi pezzi forti dove sdegnava gli aggiramenti proposti su una tale guida Argentera Nasta, tirando invece diritto dopo aver attaccato la scorbutica fessura di base: “se no, che spigolo o l’è!” Ma quella volta, la fessura gli giocò un brutto scherzo. Calzava un paio di scarpe nuove, rigidissime, non al meglio sulla roccia levigata, ricoperta più spesso dalla neve. Sparì quasi subito nella crepa marginale fra neve e roccia e i compagni non avevano il coraggio di affacciarsi a vedere cose ne fosse successo. Nulla o quasi. Si riprese e fecero tutto lo spigolo, naturalmente senza facilitazioni: “M’eo portoo trei scemmi pe faghe vedde come son bravo! Doppo manco ‘n metro, eo za xioo!” I tre erano veri amici che canzonò soprattutto per canzonare sé stesso…

Luci fece cordata anche con Guido, grande alpinista affermatosi a Torino e trasferito a Genova per ragioni di lavoro e famiglia. Non era un individuo facile. Alla forte personalità alpinistica si univa una fede granitica nelle proprie convinzioni politiche piuttosto estreme, con le quali era assolutamente coerente. Per tale coerenza avrebbe finito con il sacrificare la vita per mano di chi, in fin dei conti, la pensava come lui, ma, nell’occasione, si era discostato dalla linea del partito; linea che invece il nostro seguiva in modo ferreo, costi quel che costi. Avevamo imparato ad apprezzarlo in molti, scoprendovi lati profondamente umani, anche se non tutti ne condividevamo le idee. Su Guido, dopo la sua morte tragica, furono scritte le solite cose non vere di tutte le propagande di regime che l’Italia ha dovuto subire. Fu scritto anche che l’ambiente alpinistico genovese l’avesse profondamente deluso: uno solo lo deluse, anche se, per la verità, poteva rappresentarne la figura di maggior spicco del momento. Guido si recò nel negozio dove lavorava per invitarlo a collaborare con lui organizzando i lavoratori del commercio. Fu letteralmente mandato a dar del c… olore. Aveva incontrato un uomo che aveva anch’egli una fede: in sé stesso e nel proprio successo personale, mentre il resto non gli interessava.

Con Luci, le opinioni divergevano spesso in maniera verbalmente accesa, soprattutto in politica e religione; ma poi, legati alla corda, tutto finiva sul semiserio come quando scalarono la nord del Monviso. Luci era in testa: ”queste son e mèe salite!” “Salite da vecchi!” canzonava Guido. “Che vecchi! Non vedi che soffi come una locomotiva?!” E, facendo tale constatazione, Luci provava, manco a dirlo, un sottile piacere: ”ho faeto o Coolidge coo o Guido aproevo!”

Recentemente è emerso un curioso fatto circa gli esordi dell’alpinismo bolzanetese del dopoguerra. Euro, Giò e Penna, ancora molto inesperti, si recarono in Val d’Aveto per salire l’innevato versante nord del Monte Aiona. Un villico di Amborzasco li ammonì subito: “no anéghe che l’è tutto zerao!” Un misto fra il ligure e l’ostrogoto del versante… svizzero dell’Appennino, come lo definiva spesso Euro. Non gli diedero retta e giunti sotto il pendio sommitale misero in opera una sorta di “piolet traction” ante litteram: Giò, con il manico di un cucchiaio da minestra, Euro, con la lama di un coltello a serramanico. Di ramponi neppure l’ombra; infatti, Penna, che non possedeva né cucchiaio né coltello prese subito la direttissima per il fondovalle atterrando, più o meno morbidamente nella faggeta sottostante. Era solido. Se la cavò con qualche ammaccatura; soprattutto, convinse i compagni a dar ragione al villico ostrogoto

Penna è tutt’ora famoso per un suo celebre detto: ”se l’é fassile, m’angoscio; se l’é diffissile, tribollo!”

Gino è tutt’oggi un uomo di multiforme ingegno, grande organizzatore dal dinamico spirito di iniziativa. Fece il suo apprendistato e la sua più significativa attività alpinistica all’ombra della Croce di Murta e d’o campanin da Madonna da Guardia; vale a dire a Bolzaneto, la Lecco genovese: senza lago! Quanto a o campanin da Madonna da Guardia permettetemi una digressione aviatoria. Euro non è solo un notissimo alpinista. È, o è stato, anche altre cose. Ad esempio, aveva fatto amicizia con un medico del genovesato nord appassionato aviatore. Una volta per aria, passò alla cloche: ”carteggiò” il. Campanin da Madonna da Guardia, quindi, simulò un mitragliamento sui piani di Praglia facendo fuggire, in ordine sparso, turisti vari.

Gino crebbe a tale singolare scuola. Fu Luci a lanciarlo. Sulla parete nord della Pania secca, in inverno salì da capocordata, ma rimediò un brutto volo e la frattura di un braccio. Era di pasta solida. Ripiegarono, Luci prese la testa e salirono in vetta per la non facile cresta nord: quando gli attributi sono una realtà!

In altra occasione traversarono il Cavallo, sempre in Inverno. Luci, in tal genere di ascensioni era un autentico maestro; ma quella volta non vide la forcella di Porta e continuò a scendere scalinando nella neve durissima, come Alexander Brurgener o Franz Lochmatter. Erano ormai inesorabilemente diretti su Resceto, lungo un pendio veramente severo. Giunse la notte: non restò che tagliare un gradino più ampio, sedervisi ed aspettare il giorno. Giunsero a valle e a casa dove Gino fu accolto dalle “coccole” dei famigliari, Luci dagli insulti! La più curiosa la scrisse un giornalista, forse per deformazione professionale: “bruciavano giornali per scaldarsi!” Quanti ne dovevano avere dietro?!

Poi, finì nelle grinfie di Euro che se lo portò dietro in una prima ascensione rocciosa, trattata con rispetto ancor oggi: la parete sud della Pania Secca. Li colse anche un temporale; ma il peggio lo fornì il terreno tipicamente apuanico. Euro fu costretto ad una sosta precaria dopo uno di quei passaggi “dove ti te senti aronsaa verso o basso”. E Gino dovette farlo con la sgradita prospettiva ammonita da Euro con drammatica solennità: “soprattutto ti proibisco di volare!” In Italiano, perché non pochi di noi, abituati al dialetto, quando sono nelle peste o sono incazzati parlano in italiano!

Euro non era certo nuovo a scherzi del genere. Un giorno d’estate, stavamo aprendo una via centrale sul Promontorio di Riva. Non aveva trovato di meglio che assicurarmi su un chiodo rotto e, su quello, dovetti fare anche sosta mentre proseguiva. Passò una barca di pescatori: “v’ané a sercaa o ma come i meghi!” Euro, alludendo alla mia laurea recente, quasi senza voltarsi, urlò serio serio: “o semmo meghi!”

In altra occasione reclutò due chiavaresi per la prima ascensione dello spigolo nord della Rocca del Prete, in Val d’Aveto. Era novembre, fra freddo e ghiaccio. Uno dei due rinunciò subito. L’altro, subito alle prese con terreno ed ambiente repulsivo, cominciò ad invocare: “tira!” Non andava bene! Guardò l’altro ormai distanziato dalla roccia: “dighe che se o dixe ancon ‘na votta tira, mollo tutto e o va finna ‘n fondo! Oeggio ch’o dixe recupera!” Non poteva capire che, quando si è all’estremo, tira ha due sillabe, recupera quattro…

Anche la prima della est del Pisanino fu avvolta dal pathos. Sempre con uno dei due chiavaresi reclutato si recò a Gorfigliano, ma una nube rossastra avvolgeva la parete: ”Anch’oe ninte! O Pisanin o ciamma sangue!” Rinunciarono. Finalmente si decisero, sulla fine dell’inverno: “ti, ti vaè da tutti i previ che gh’è a Ciavei e ti te confessi! Stavotta anemmo!” Fu reclutato anche Sergio; una scarica di pietre lesionò la corda, ma portarono a termine la prima. Euro era un autentico discepolo di Lammer e si manifestava come tale anche con i famigliari. Partendo per la Major al Bianco, disse alla moglie: ”spero che a Major a me risparmie!”

Proprio con lui e Luci, Gino si trovò a lottare sulla Fehrmann al Campanile Basso di Brenta in una giornata dal tempo orribile. Sotto scrosci d’acqua, Gino era stremato. Euro prese ad insultarlo. Gino, con le ultime forze, rispose per le rime non dimenticando le sue origini portuali. Luci, momentaneamente al riparo e sempre mantenuto in forze dagli alimenti che uscivano dalle tasche più impensate, commentava: “eppure, sono amici; si vogliono bene!” Finalmente al Brentei, Bruno DeTassis, signore del Brenta, scrollando la testa fra una pipata e l’altra, sentenziò: “con questo tempo, non si va in montagna!”.

I nostri antenati. Erano anni prebellici, quelli dell’alpinismo eroico, degli ultimi problemi delle Alpi. A Genova, tuttavia, per forza di cose, non potevamo essere della partita. Il fascio aveva monopolizzato il CAI. Pur conservandone la classica sigla, gli aveva anche italianizzato il nome: Centro Alpinistico Italiano; una traduzione meno maccheronica e grottesca di quella dei toponimi valdostani che, per la verità, un deputato di Lucca aveva già sollecitato addirittura nel 1861, quando l’unità aveva ancora la vernice fresca (e neppure della migliore qualità…). Quando sostengo che il fascismo fu figlio legittimo e primogenito del risorgimento, almeno della sua parte vincente, ecco una prova lampante! Ma non diciamo di più per evitare una scomunica laica. Non è che il fascismo avesse proprio combinato tutti questi disastri di cui è accusato; almeno fin quando la sua politica di potenza, diretta erede del risorgimento, non lo condusse in guerra. Il CAI fu modificato solo nella forma. Le cariche elettive furono abolite; tuttavia, per esempio, a Genova, il consiglio direttivo della Ligure, e anche quello dell’ULE, era composto da degnissime persone, tutte non estranee alla montagna, tanto per incominciare, ma, soprattutto, stimate in tutta la città. E tutto ciò non accadeva solo nel CAI. Nei primissimi mesi del conflitto, Mussolini in persona destituì ed espulse dal partito il federale di Genova, per frodi annonarie che, al confronto della recente corruzione, erano davvero peccatucci da tre ave marie alla Madonna. Anche i partigiani comunisti, più tardi non sarebbero stati da meno: avrebbero mandato al muro un loro militante, titolato, per aver rubato due stecche di cioccolato da un lancio americano! Diciamocelo francamente: c’era più onestà, più voglia di lavorare, più di tante altre cose. Tornando al CAI, non era cambiata la sostanza. L’alpinismo restava alpinismo senza ulteriori specificazioni e soprattutto quale principale se non unico movente associativo. Ma gli spiriti liberi restavano: pochi per la verità. Massimo Mila fu forse l’unico a patire il confino; ma quando fu liberato, pur restando vigilato speciale, ebbe una sola assoluta libertà: quella di praticare l’alpinismo. A Genova, quei pochi erano confluiti nella Giovane Montagna, un’associazione alpinistica cattolica sorta quando il CAI era massonico e anticlericale come tutta l’Italia ufficiale. Ora godeva di una certa libertà anche grazie, a Genova, alla grande personalità dell’arcivescovo Minoretti. Sandro e Umberto erano i principali esponenti di tale gruppo dove non tutti erano cattolici praticanti; vi si era unito anche un ebreo, dopo che il CAI lo aveva espulso in ossequio alle leggi razziali. Insomma, la montagna in libertà, come Parigi, valeva ben una Messa!

Frequentavano spesso quelle che allora erano chiamate le palestre di arrampicamento. L’arrampicata sportiva era di là da venire. Una fra queste si trovava presso i laghetti di Arenzano, nell’immediato entroterra di tale località. Una via abbastanza frequentata era denominata, precorrendo i tempi, “via della speranza”, speranza che Mussolini se ne andasse, cosa che si guardavano bene di far sapere pubblicamente. Non era una via difficile; tuttavia, in una occasione, ruzzolarono tutti e due senza danneggiarsi gran che. Il fatto curioso è che, ancora mentre stavano precipitando, già si accusavano a vicenda: “colpa tua! “, “colpa tua!”.

Arrivò la guerra. Sandro, cittadino svizzero era però visto con sospetto dalla polizia politica. Poteva recarsi in montagna, sulle Alpi occidentali, solo nel gruppo del Gran Paradiso, soggiornando a Cogne, in zona non vicina al confine… Come oppressione, permettetemi, non era poi gran che, oltretutto, con un conflitto mondiale in corso. Altri regimi contemporanei e postumi ebbero la mano decisamente più pesante. Le cose si complicarono notevolmente nell’estate del 1944 quando non restarono a disposizione che le palestre genovesi, Baiarda in testa, dove aprirono anche diverse vie. A loro si erano aggiunti “Picca” e Beppe. Un giorno, Picca e Sandro salirono fin sotto il gran diedro Gozzini. Volsero a destra e, Sandro in testa, attaccarono un’arcigna fessura. La cosa si fece subito spessa. I mezzi erano quelli che erano, la tecnica anche. Ad un certo punto, Sandro avvertì Picca: “non vado più su!” “Vegni in derée!” Minuti angosciosi: “non vengo più giù!” La faccenda si faceva terribilmente seria. Vi era il rischio di una caduta di Sandro che portasse via anche Picca. Le soste di allora, per tanti motivi, lasciavano parecchio a desiderare. Picca ebbe allora un’idea geniale dettata dalla disperazione: “Sandro! Passa! Fallo pe a toe patria! Fallo pe a Svissera!” “Siii! Per la Svizzera! Ce la devo fare! Viva la Svizzeraaaa!” Ginocchia, pancia, gomiti, mento, Sandro uscì con le ultime forze della disperazione… Ancor oggi, il passaggio è noto oltre che modernamente “protetto”. Esso è erroneamente conosciuto come “fessura degli svizzeri”; ma, come da racconto, lo svizzero era uno solo.

In altra occasione se la videro davvero brutta, ma per ragioni di tutt’altro genere. Stavano arrampicando a Punta del Corno quando il cielo si riempì di un rumore di motori. In quel tempo era cosa quasi normale. Stavolta, le sagome dei bombardieri americani apparvero terribilmente vicine. La batteria contraerea della guardia nazionale repubblicana, che aveva sostituito la milizia, situata sul Monte Pennello, dove oggi si trovano ancora i resti di una casermetta presso l’attuale bivacco fisso, aprì il fuoco; ma gli aerei se la presero proprio con lei, non molto distante dai nostri che fecero appena in tempo a guadagnare un anfratto ai piedi di un camino. Le bombe grandinavano vicine…

Finì la guerra e, nell’estate del 1945, la nostra compagnia raggiunse dopo lunghe peregrinazioni ferroviarie e pedestri, un piuttosto malconcio rifugio Vittorio Emanuele II al Gran Paradiso: quello vecchio s’intende. Andarono al Ciarforon per la cresta nord’ovest. Umberto prese il comando delle operazioni, forte della sua straordinaria esperienza. Non era alpinista da gradi alti (allora lo erano davvero in pochi!), ma non vi era quasi vetta alpina sulla quale non avesse messo piede. Nella parte superiore, un passaggio vetrato oppose più resistenza del previsto. Umberto prese le precauzioni del caso con tecnica ammirevole per quei tempi, quindi, prima di fare l’ultimo passo, con la sua immutabile calma, nella sua parlata dall’accento nordico, perché era di origine finlandese, avvertì Beppe: “scusa! ci metto un ginocchio!”

Con Beppe feci alcune memorabili ascensioni. Mi condusse una prima volta in Baiarda al diedro Gozzini che passò autorevolmente, servendosi di due soli chiodi e calzando le pedule alpina superga: lontanissime parenti di appena decenti scarpette, quelle che Luci avrebbe voluto infilare su per… (ma poi le utilizzò anche lui!). Mi magnificava le vecchie pedule in manchon, in uso in era pre vibram Era anche tempo di stravaganze. Un bello spirito aveva asportato dalle ferrovie un cartellino con su scritto “pericoloso sporgersi” e lo aveva appiccicato sulla prima “pancia” del Gozzini. Qualcosa di simile al mitico bulacco appeso da Euro sull’omonimo spigolo; tuttavia con un significato più aderente alla realtà.

Con Beppe salii per la prima volta il canalone di Lourousa e traversai la Catena delle Guide partendo dalla forcella del Corno. Non faceva pesare l’anzianità. Fu di gran lunga uno fra i miei migliori compagni; ma ne persi le tracce troppo presto

Le stravaganze di Sandro lo Svizzero non si contavano. Possedeva una sconcertante quanto semiincosciente flemma tutta britannica. Non per nulla era fervido ammiratore della “perfida Albione”. Assomigliava molto, per mentalità, a quegli alpinisti inglesi autori delle imprese più spericolate che, poi, avranno la faccia di accusare italiani e tedeschi di rischi comandati…

Le sue sicurezze erano piuttosto aleatorie. In una occasione, sulla Sud della Plent, teneva semplicemente la corda in mano. “Busca” venne giù sui chiodi che, fortunatamente piantava in abbondanza, e giunse sul terrazzino di partenza. Giuanin, più sopra con Pippo, dall’indignazione, prese una zolla d’erba e gliela scagliò in testa fra mille contumelie. In altra occasione, sulla parete est della Punta Jolanda, sulla cresta Savoia, Cino, piantato un chiodo, chiese corda. Ebbe comunque l’avvertenza di volgersi preventivamente verso il basso: Sandro stava tranquillamente orinando sulla cengia rivolto a valle… Lo vidi l’ultima volta in azione sullo spigolo Vernet alla Cima di Nasta. Era giunto all’attacco appoggiandosi ad un tronco d’albero secco, rinvenuto nel bosco sotto il Remondino, che, ogni volta che veniva appoggiato sulla dura neve del nevaio d’attacco, perdeva un pezzo. Ovviamente, Silvano ed io eravamo gli unici a calzare ramponi. Proprio all’ultimo, poco prima di rifare in velocità il nevaio su calzoni già malandati, chiese perentoriamente corda a Silvano che fu altrettanto perentorio nel dargliela. Indossava un vecchio maglione direttamente su una maglia da pelle infittita, mentre riparava il collo con uno straccio per levar la polvere. In testa portava la tradizionale papalina che lo contraddistingueva. Era in cordata con altro Sandro, notissimo, detto il nonno. Silvano ed io precedevamo. Non andammo diritti come Luci. Ce n’era comunque a sufficienza. Alla seconda lunghezza più seria, bisognava prendere un nascosto appiglio liberatore. Avevo già una corda pronta per Sandro che saliva esaltandosi quasi come aveva fatto in Baiarda per la sua patria. Rifiutò la mia corda e raggiunse l’appiglio liberatore giusto un decimo di secondo prima della scivolata delle scarpe. L’altro Sandro, sotto, era di quelli che, da incazzati, parlano italiano: “pesso di crettino! Ci hai una moglie e una figlia a casa!”

Dove Sandro era sensazionale, era nella sua proverbiale tirchieria. Oltre ai suoi abiti (possedeva una giacca a vento che si strappava se qualcuno non l’aiutava ad infilarla), il vero pezzo da museo era la sua auto, una vecchia Ford inglese, manco a dirlo. Davanti al cofano era inchiodata una sorta di grata da confessionale; i sedili erano semisfondati, le gomme erano perennemente lisce. Quando si afflosciavano per foratura, cosa che accadeva abbastanza spesso, da sotto i copertoni uscivano cartoline e giornali illustrati messi lì a protezione delle vetuste camere d’aria. Dopo la prima ascensione della parete nord del Becco Alto del Piz, condotta con Beppe, impiegò la bellezza di tredici ore per raggiungere Genova da Pietraporzio. Non esistevano autostrade, tuttavia… Pietosi gommisti lasciarono il letto in ore notturne per soccorrerlo. Cose possibili allora!

In altra occasione partì da Genova per Courmayeur con la moglie, Giuanin e Raffe. Si fermarono a Novi per un gelato. Davanti c’era un paracarro che, nonostante gli ammonimenti di Giuanin, Sandro investì partendo. Sul rettifilo per Alessandria, quello di Litta Parodi dove la polizia attendeva spesso gli incauti al varco presso un traditore limite di 50 chilometri orari, provò lo sterzo ma, sorpassando un camioncino finì in un mucchio di ghiaia dall’altra parte della strada. Giuanin e Raffe legarono asciugamani intorno alla testa: “Gh’ariviemo?!” mormorava Raffe. Arrivarono e scalarono la Preuss alla Savoye. Sandro, in cordata con Beppe, attaccò la fessura più difficile: urlo lacerante! Beppe pensò: “vien giù!” E pensò febbrilmente alle contromisure del caso. Si erano solo strappati i pantaloni di Sandro… A La Vachey, il conto dell’albergo apparve valdostanamente salato. Sandro tirò fuori il passaporto svizzero e minacciò di chiamare i carabinieri.

Non possiamo finire il suo argomento senza accennare alla sua tecnica sciistica. Amava la “ruade”, tecnica transalpina che aboliva lo spazzaneve; tuttavia la cosa, a volte, quando non finiva in una straccionata, finiva nella immancabile conversione all’alpina. “Scoea franseise!” Ironizzava l’inimitabile Luigi: “a Zena ghe dixan belinée pe tèra!” Un giorno, entrando al Triplex dopo la traversata del Fraitève, esclamò: “veramente alpinistica la traversata! Peccato, che mia moglie me l’abbiano rovinata i maestri della val Gardena!” Sottintendeva lo stemm cristiania della scuola austriaca di allora che aborriva. Picca: “Cose te gh’han faeto!” Affettando disapprovazione e sgomento…

Di Sandro, individuo comunque singolare e simpatico, non so più nulla. Mi ha mandato a salutare da un suo nipote. Tutto passa… Picca fece una fine romantica. Ormai ammalato, volle ancora salire al Monte Matto, ma un infarto lo stroncò poco prima della vetta. Le montagne lo vegliarono in una fantastica notte di luna. “Il est mort! N’est pas tombée”.

Ecco l’etica da insegnare. Invece si sofistica sulla corde fisse, i telefonini, gli spit, persino i nuts in articoli che sanno di delirio sistematizzato. E chi pontifica è, nella stragrande maggioranza dei casi, chi non va più in montagna o chi non v’è mai andato. Sa che non vi morirà perché, come ha scritto Tita Piaz, morirà piuttosto di peste bubbonica!

I nostri inizi
Le feste dei Santi del 1952, dal 1° al 4 novembre, si annunciavano all’insegna del bel tempo, anche se la temperatura era già piuttosto rigida. In montagna, la neve aveva già fatto la sua comparsa; ma aveva fatto in tempo a trasformarsi ed a sparire sui versanti al sole. Forti dei consigli dei nostri anziani decidemmo di partire per il rifugio Questa. “Cicci” ed io avremmo viaggiato su una isomoto 125, di proprietà dell’amico, Giorgio e Bruno, in treno + taxi da Borgo San Dalmazzo. Partimmo in mattinata. Indossavo tutti gli stracci possibili: due maglioni, due giacche a vento, mutande lunghe, pantaloni di lana, passamontagna. Lo zaino, con due piccozze, stava sulle mie spalle, l’altro, trattenuto da me, sul serbatoio della benzina. Riviera fino a Savona, Cadibona, Cosseria, Montezemolo, Ceva, Mondovì, Cuneo, Borgo, Valdieri, S. Anna, Terme. Imbruniva. Bruno e Giorgio, più signori, ci raggiunsero in taxi al Valasco, quando stavamo già camminando da quasi due ore. La strada era ancora percorribile. Ora, il parco appare come ottima scusa per lasciarla andare in malora… Quasi come in quello delle Dolomiti Ampezzane! Differenze storiche fra Regno di Sardegna e Impero Austro Ungarico…

Un’ottima luna piena ci accompagnò al rifugio facendo luccicare i lastroni di ghiaccio che occupavano, ogni tanto il sentiero e che bisognava evitare accuratamente. Al rifugio trovammo due consoci, giunti in moto pure loro, ma arrampicatisi con il mezzo fin quasi al lago di Valscura. Passammo una bella serata al chiarore delle candele e d al calore della stufa.

L’indomani mattina fummo prudenti nella meta. Raggiungemmo la Bassa del Druos con una lunga camminata, quindi attaccammo la cresta sud del Malinvern che percorremmo senza difficoltà di rilievo. Raggiunta la cima in buon orario, rientrammo al rifugio per tempo. Gli amici erano piuttosto delusi. Decidemmo così per la cresta sud est della Testa del Claus che invece apparve subito più arcigna. In vetta, trovammo neve durissima e, in discesa, senza piccozza né ramponi, i problemi aumentarono per farsi seri quando calammo sul lago di Valscura dalla Bassa della Lausa. Causa la presenza di ghiaccio, mi esibii in un lungo gradinamento con il martello. Giunti al rifugio, gli amici delle sere precedenti erano partiti e ci trovammo al freddo e al gelo come Gesù Bambino nella grotta. Andammo a letto senza cena come bambini cattivi in castigo fin quando la porta si aprì e, rumorosamente come sempre, comparve Giuanin che stava concludendo il giro di chiusura dei rifugi prima dell’inverno. Era partito dal Pagarì, era passato dal Genova, aveva fatto una puntata al Bozano e ora concludeva con il Questa. Lo accogliemmo come il salvatore perché aveva candele e fiammiferi. Illuminato il rifugio e accesa la stufa, la vita riprese. Cenammo con una broda, definita da Giuanin zuppa da cane, dove finì letteralmente di tutto. Bevemmo anche avidamente l’acqua elettrica, come la chiamava lui, mettendo le polveri Vichy nella borraccia. Nel giorno conclusivo andammo alla cresta Savoia. Con lui in testa, tutto andò velocissimo. Non avessi imparato a scuola il nome e l’ordine di nascita dei figli del re, non avrei proprio saputo dire quante punte avevamo attraversato: Partiti alle otto dal rifugio, vi rientravamo alle undici e trenta. Il fatto più buffo accadde sotto l’ultima punta, giunti al nevaio di base, durissimo, dove Giuanin stese una corda. Con modi sbrigativi mi incitò a scenderla a “garganella”. Così, giunto rapidamente in fondo alla corda, continuai, sull’ultima neve prima della pietraia, movendo le mani come se impugnassi una corda che, invece, avevo ormai lasciato. Con due salti fui sulla pietraia fra i lazzi generali. Messo in perfetto ordine il rifugio (in questo, Giuanin era giustamente inflessibile), filammo giù per scorciatoie a tutta velocità. Il nostro capo le chiamava autostrade. Anche le sue relazioni tecniche brillavano per semplicità: ”vai su a mani e piedi! Poi, c’è un passo dove fai un po’ così sotto una nicchia (e chinava una spalla); poi, tutto una strada”: quarto con un passaggio di quinto. Il bello erano poi i chiodi che fabbricava, che piantava con un martellaccio (non quello da noci come quello di Cassin o come un altro, con la punta, che, a detta sua, andava bene solo per grattare i c:…), che nessuno riusciva a togliere. Ma era abile, sicuro e prudente. Con lui si imparava, si arrivava in cima e si tornava casa incolumi. Già. Ma, quella volta, Giuanin, Giorgio e Bruno trovarono l’auto di Pippo che li riportava a casa comodi e caldi. Cicci ed io risalimmo in Isomoto. Erano le quattro e mezzo di pomeriggio, di novembre. Filammo per sfruttare l’ultima luce. A San Lorenzo di Valdieri un pollo ci attraversò la strada, sfiorò i raggi della ruota davanti, mi batté sul petto e volò via starnazzando. Io ero ancora terrorizzato non si sa bene se per il rischio di cadere o per causa del pollo: ero stato attaccato da un gallo a tre anni e, da allora ne ho sempre avuto un sacro terrore con scene anche grottesche, terrore che non riguarda affatto gli animali in genere, ma soprattutto, quasi esclusivamente, i pennuti. Cicci, sempre ironico, mi urlò: “potevi prenderlo!” Venne la notte. Fra Mondovì e Ceva il freddo raggiunse punte al limite della sopportabilità. Sostammo una buona mezz’ora in un bar, poi, su per Montezemolo, una tiepida aria di mare ci apparve gradevole. Sostammo anche ai passaggi a livello chiusi in Riviera; ma, per alcuni giorni, ebbi le mie buone difficoltà a sedermi.

Correzione: Lyskamm

I miei inizi non furono quasi mai facili in qualsiasi campo. Avevo conseguito la patente automobilistica nel 1952, dopo l’esame di maturità; naturalmente, avevo dovuto dare quell’esame due volte per via di una ruota su un marciapiede durante una manovra: il marciapiede è riservato ai pedoni! Aveva sentenziato l’esaminatore… Ma dovevo ancora sgrossarmi e, a tal scopo, mio padre mi concedeva, con il contagocce, una vecchia topolino. Partii da Sampierdarena, dove abitavo, per recuperare Cicci, Giorgio e Bruno. Alla fine della circonvallazione a mare, trovai modo di inserire la retromarcia al posto della seconda: per poco non tamponai quelli dietro. Scombussolato, ripartii e attraversai piazza della Vittoria a salti: Il vigile fischiò e mi fermò: “mi faccia vedere la patente!” Poi, con un tono bonario e scherzoso, aggiunse: “vada un po’ in Corso Italia a provare le partenze!” Il traffico era ancora ben scarso. Comunque, appena possibile, Cicci prese i comandi, forte anche delle sue collaudate esperienze motociclistiche. Caricammo sacchi, Giorgio e Bruno, seduti alti, sui sacchi, con la cappotta arrotolata dietro. Così, in quattro ore, raggiungemmo Terme di Valdieri, dove Italo e Drino, gestori dell’albergo Turismo e dei rifugi della zona, erano già nostri amici. Iniziammo la lunga camminata in direzione del rifugio Remondino. Sapevo, da una fotografia, che era ai piedi del versante ovest della Cima di Nasta. Per prima cosa, bisognava trovarlo e la faccenda si fece spessa quando la notte ci sorprese ancora bassi; ma il sentiero era evidente ed evidenti apparivano anche le segnalazioni rossastre: infatti, il rifugio era di costruzione recente. Il bello arrivò quando raggiungemmo un pianoro decisamente ai piedi della nostra cima che incombeva nel buio. Dalla foto, doveva essere da quelle parti, ma, nel frattempo, le segnalazioni si erano rarefatte, più semplicemente, le avevamo smarrite. Non era affatto tardi, circa le otto di sera, ma era settembre e senza ora legale. Eravamo nell’oscurità da almeno un’ora e pareva un’eternità: Più volte avvicinammo un masso scambiandolo per il rifugio; ma toccavamo pietra… Finalmente, avvistai il profilo di un masso strano, a mezza botte, con una sorta di protuberanza da una parte. Con il cuore in gola mi precipitai a toccarlo: era lamiera e la protuberanza il tubo della stufa. Entrammo con gioia: era tutto nostro. Accendemmo la stufa e ci demmo da fare per la ormai solita zuppa da cane.

Il nostro obiettivo era ambizioso. Stando alla guida Sabbadini, la cresta sud ovest non risultava ancora salita e noi tentavamo. Ci portammo al lago di Nasta e, in breve, alla base della cresta. La salita apparve subito divertente e presto raggiungemmo la cima di una torretta dove stava un vetusto anello per corda doppia. Era chiaro che eravamo stati preceduti. Ci calammo sull’intaglio successivo. Superammo una successiva lunghezza di corda più difficile, quindi, per terreno più facile, fummo sull’anticima dove la nostra delusione fu completa: in un contenitore stavano i nomi dei veri primi salitori, quattordici anni prima: Nomi che già conoscete: Pippo, Sandro lo Svizzero, Umberto il finlandese ed un tale che, allora, era federale fascista di Cuneo. Sabbadini aveva aggiornato la guida solo con il 1934! Terminammo la salita con spirito sportivo e ne scendemmo agevolmente, senza averne alcuna conoscenza preventiva. Avevamo i nostri limiti fisici, tecnici e di attrezzatura, neppure lontanamente paragonabile a quella odierna; ma conoscevamo già la montagna: i nostri maestri di Courmayeur e Champoluc, Giuanin, Pippo e lo “zio” Ettore (zio di Cicci, ma tale per tutti noi) ce l’avevano fatta conoscere nel modo giusto.

Al Remondino festeggiammo ugualmente con una zuppa da cane più variata ancora. Calammo a valle il giorno dopo: A Cuneo, ci fermammo per un gelato che Cicci rovesciò per terra manco a dirlo. Tornò a prenderne un altro con buffa andatura mentre mi accingevo a prendere in mano i comandi; ma l’ilarità mi giocò un brutto scherzo. Staccai bruscamente e la macchina cominciò a saltare. Carica com’era, doveva essere assai buffa. Le risa facevano il resto. Cicci contò ben diciassette salti in tutta piazza Galimberti prima che potessimo assumere una andatura normale. A Ceva ripassò al comando. Solo a Sestri attaccò a piovere. Giorgio e Bruno si abbassarono come poterono mentre afferravo a due mani la cappotta per un energico movimento di chiusura. Le portiere non si aprirono ma poco ci mancò…

I miei anni d’oro andarono dal 1955 al 1960. A gennaio di quell’anno, con Mino, Enrico e Anna (che poi si sarebbero sposati) aprimmo una nuova via in Baiarda: un breve passaggio di quarto grado scarso mentre il resto andava fra il secondo ed il terzo con inframezzato primo condito d’erba. Ma aveva il pregio di finire, con un bel passaggio, tale esteticamente, nel punto più alto della Baiarda: nemmeno calzassimo scarpe chiodate e fosse fine ottocento… Facevamo tutti parte della Giovane Montagna. Mino, sempre vestito di nero, aveva un’aria decisamente ecclesiastica. Lo chiamavamo sempre padre, con reverenza. Si incazzava perché non era ancora sposato e gli compromettevamo possibili approcci femminili. A primavera, la ripetei in solitaria, con la corda arrotolata sulle spalle. Un escursionista che incontrai in vetta disse che parlavo da solo mentre salivo! Poco dopo, mi ritrovai, sempre in Baiarda, con Renzo, Ottavio, Silvano e Gianni. Io e Renzo andammo al Gozzini che salii per la prima ed unica volta da capocordata piantando quattro chiodi. Ottavio, slegato, risparmiò a Renzo la fatica di toglierli: Silvano e Gianni risalirono la fessura di Sandro lo Svizzero: Silvano uscì lamentando rumorosamente dolori ai braccio destro: aveva piantato parecchi chiodi. Gianni era taciturno. Sarebbe diventato bravissimo ma sarebbe morto troppo presto, poco prima della laurea in ingegneria mineraria: il suo ricordo mi commuove ancor oggi.

Era tempo. Ottavio, Carlo, Euro, Renzo ed io ci stivammo nella millecento a metano di Renzo e partimmo per Terme. La mia tecnica automobilistica era migliorata. Cicci prima, ora Renzo erano stati degli ottimi maestri. Dopo il curvone di Lesegno, l’auto, sovraccarica, procedeva con lentezza solenne e Ottavio osservò: “sembra che piloti un trasporto munizioni!” A Terme ci separammo: I primi tre, diretti alla Ellena alla nord del Corno, dormirono in una stanzaccia rimediata da Italo. L’albergo era completo e Italo, serio serio, in alternativa, aveva proposto loro i tavolacci delle camere di sicurezza dei carabinieri! Renzo ed io ce ne andammo al Bozano dove arrivammo a buio. Attaccammo al mattino successivo sotto la prima cengia erbosa del Corno. Salutammo tre cuneesi, fra cui Elio e Giors, diretti alla De Cessole che avevano fallito per il bagnato precedentemente: ora era asciutta: Noi andammo allo spigolo nord ovest. Ero emozionato; ma quando vidi attrezzature nuove, fresche, almeno alle soste, mi rinfrancai. Ci pensò Renzo a movimentare le cose. Con la sua solita flemma, sotto gli ultimi tre tiri, si fermò per togliersi il maglione e tre cuneesi, guidati da Tommaso, fortissimo e atletico, ci sorpassarono in un baleno: Stavo per infilarmi dietro a loro quando una corda calò dall’alto e ne unì altri due: cinque in tutto: serviti! Superai il primo tiro, abbastanza dritto e mi fermai sotto uno strapiombetto: fu la nostra salvezza. Sibilò una prima… bomba, poi un’altra. Provavo a tirar fuori la testa e subito mi ricacciavo in… trincea. Finalmente, dopo più di un’ora suonò il cessato allarme perché le fortezze volanti avevano preso velocità di crociera verso altri obiettivi. Passai lo strapiombo con furia e poco stile; non vidi che dovevo andare verso sinistra, ma seguii due chiodi, uno dei quali mezzo rotto che mi cacciarono su per un diedro sghimbescio, a sinistra di uno strapiombo: Passai i due chiodi ed entrai nel diedro. Ora, già con i piedi sopra l’ultimo chiodo, quello mezzo rotto, non me la vedevo troppo bene. Mancava un passo, ma… : la Divina Provvidenza! Come avrei sentito predicare da don Cirillo a Courmayeur! Una corda doppia cadde fischiando poco sopra di me e, uno dopo l’altro, apparvero Elio, Giors e un altro compagno, di cui non ricordo il nome, che portava una corda arrotolata con la classica treccia valdostana: un modo elegantissimo e praticissimo di far su la corda, che nessuno fa più, che ho vergognosamente disimparato. Mi feci allungare quella treccia, la presi con una mano e, di un balzo, fui fuori. Feci l’ultimo tiro da furioso, senza metter nulla. Sulla vetta inferiore mi accorsi che le fortezze volanti stavano disponendosi per la rotta di rientro. Suonò il pre allarme. Mi affidai al vetusto, unico chiodo, piantato da Gianni Ellena negli anni venti e filai la prima doppia. Anche la seconda e la terza apparvero senza problemi; tuttavia, la bella roba in posto trovata in salita pareva scomparsa. Quando attaccammo il camino di sessanta metri, trovammo solo un anello di corda da stendere su un masso appoggiato per metà! Renzo mi disse allora che l’ultima…fortezza volante, quella che portava il maggior carico di bombe sganciato, era arrivato su come un albero di Natale: aveva razziato tutto il materiale in posto. Assaporai una sottile vendetta nel riattrezzare tutto. Piantai l’ultimo chiodo ad anello al termine della nostra corda da sessanta metri. Loro avevano corde da quaranta! Incredibile ma vero, con le più incoscienti acrobazie, perché, salvo Tommaso, andavano veramente male, scivolarono, è la parola, a razziarmi anche quello: naturalmente, per scendere poi sulle corde da stendere, intorno alle pietre mobili; ma la fortuna aiuta gli audaci!!!!!In compenso, quando eravamo già sui nevai ci salutarono con un ulteriore bombardamento senza esito. Evidentemente, degli americani avevano la stessa precisione. Non posso finire questa avventura a lieto fine se non con il racconto dell’incontro a distanza con i tre alle prese con la via Ellena sulla nord. Vidi solo Euro, ultimo perché, stavolta, non vi era carenza di capocordata. La domenica prima, Ottavio, davanti a me, sulla Decessole al Corno, aveva saltato tutti i chiodi del “mauvais pas”. Chiesi a Euro se “o metteiva o pe in scio gianco o in scio neigro”: risposta: “chi, l’è tutto neigro!” Né posso chiudere senza ricordare il sereno cameratismo di Giors quando ero in quel diedro malefico e dovetti dare una manata nella provvidenziale treccia: ”‘n ca mi l’ai trovame mal ‘n bele là!” Non voleva farmelo pesare. Anni dopo, morì in un crepaccio, a pochi metri dalla morena per incoraggiare e sostenere l’amico sfinito dalla lunga ascensione che stavano portando a termine…

A settembre, con Silvano, andai alla Catena delle Guide. Arrivammo al Bozano in buona compagnia: Ottavio con Giulia e Bruno con Renzo, diretti alla nostra stessa meta, Sandro il nonno e Sandro lo Svizzero, curiosa associazione, diretti alla Ellena alla Madre di Dio che lo svizzero avrebbe superato alla solita melodrammatica maniera salendo sulle spalle pazienti, ma non troppo, del nonno al passaggio chiave; infine, “sua peroidalità” Cicci ed Enrico, gran razziatore di prime, diretti alla prima del diedro grigio rosso, sulla estremità occidentale della nord del Corno (che poi, topograficamente non è esattamente così). Trovammo sei alpinisti piemontesi, dall’aria decisa, diretti alla sud della Plent. Alle sette del mattino, per primi, sgusciammo fuori dalla nostra tana in una di quelle splendide giornate settembrine, forse un tempo così tipiche, che già si annunciava. Chi ben comincia… Sollievo alle interiora a parte, per parafrasare i volgarotti, casermaioli romanzi di Sven Hassel, eravamo molto rapidi nei preparativi, quasi un incubo per altri nostri presenti e futuri compagni. Presi la testa e, su per il canale sotto la Forcella Plent, giusto prima di finire in Croce, trapanai, più che martellare, il primo chiodo. Senza problemi ci trovammo sul tagliente della falsa forcella dove le cose cominciavano a farsi interessanti! Lasciai Silvano ancorato ad un enorme masso e mi issai sul tagliente: un Simond a U entrò cantando e, con il corpo arcuato, alla Comici, fui presto di sopra, su un terrazzino dove mi affrettai a “trapanare” un altro chiodo. Feci salire Silvano. L’arcigno camino che seguiva doveva essere affar suo. Altra trapanata, stavolta più furiosa, possenti bracciate accompagnate da ruggenti “bestiale!” e altra violenta trapanata su un terrazzino ormai al sole. “La voie est ouverte vers le sommet! A la rencontre du soleil ». Altri due chiodi entrarono cantando; le mani incontrarono appigli sempre più franchi e, col cuore in tumulto per la gioia (credetemi! non scherzo!), mi issai presso la vetta, dove si trovavano gli anelli per la discesa in corda doppia nel percorso inverso. Silvano arrivò a svellere, più che estrarre il tutto e mi raggiunse. Poco più in basso, scorsi i piemontesi, intenti a chiodare pesantemente anch’essi. Intanto, sul Corno, Cicci ed Enrico avvertirono il frastuono delle martellate provenienti dalle nostre parti: ”Bestiale e Magister non riescono a passare; tentano di demolire la Plent dalla base!” Invece la cosa non ebbe più storia. Cavalcammo, è la parola, un’aerea lama orizzontale di quaranta metri prima della Punta Ghigo dove arrivammo per farci imboccare, come mettevamo fuori la testa, da Ottavio con prelibatezze appositamente preparate. Filammo verso le cenge del Corno dove incontrammo Giors e Gianni provenienti dalla nord. Ci conoscevamo tutti ed eravamo tutti amici. Gradinai con il martello un nevaio prima della pietraia e, al Bozano, oltre a preparare da bere per tutti, lavammo anche i piatti di tutti, compresi quelli di chi se ne era già andato senza lavarli…Oggi, in un rifugio incustodito, accadrebbe ben di peggio. Calammo a buio ed arrivammo a Genova nella notte.

Con Marno e Sandro il nonno avevo salito una seconda volta il canalone di Lourousa e traversato l’Argentera. L’avventura era stata movimentata da piccole contrarietà. Intanto, Italo ci disse che il bivacco doveva essere aperto perché doveva esserci gente. Quando vi giungemmo, fortunatamente ancora a chiaro, non trovammo nessuno e la porta sbarrata. Sandro, con fare da professionista, smontò accuratamente la finestrella ed io, il più magro, potei introdurmici per aprire la porta con una martellata nella serratura senza danneggiarla. Rimontammo accuratamente la finestrella, attraverso la quale, Marno intese sputare in mezza rovesciata, centrando invece un barattolo di medicinali a pochi decimetri dalla mia testa mentre ero già in branda. La salita, in ottima neve dura, non ebbe storia se non per la rottura del manico della piccozza da parte di Marno. Poco male. Invece la cosa avrebbe potuto essere più complessa poco prima della vetta dell’Argentera. Procedevo in testa arrampicando simultaneamente a corda lunga, quando questa smosse una pietra piatta e sottile che andò a rompersi (sic!), sulla testa di Marno che aveva appena tolto il passamontagna. Non usavamo ancora casco! Un rivoletto di sangue, da ferita superficiale lo impressionò; ma fu più la sua colorita reazione che altro: “Ah! Coglione! Quello cicciollo!” Che ero io. La cosa finì nel buffo. Però, andando insieme, avrei dovuto procedere almeno a corda corta. In discesa, poco prima del colle dei Detriti, riuscì invece ad avvolgersi nella corda, fra un turbine turpiloquiante. Era ancora un principiante: Avrebbe imparato presto.

Infatti, qualche anno dopo, quando ci recammo nelle Pale di San Martino, egli era il nostro uomo di punta. Avevamo piantato le tende poco sotto Passo Rolle e le collaudammo presto con un lungo temporale. L’entrata dell’acqua nella tenda dove si trovava aveva svegliato il suo solito turbine turpiloquiante. Sandro ed io, in una tendina simile ad un piccolo canile, eravamo miracolosamente all’asciutto, cosa che lo meravigliava: “Credeivo che fuisci a bagno come i gaitelli!” Col bel tempo, ci trasferimmo al rifugio Rosetta. Saremmo stati anche più al caldo e all’asciutto!

Salimmo così il Cimon della Pala e la Pala di San Martino, naturalmente per via normale e constatando, una volta di più, la nietzschiana volontà di potenza emergente dalla guida di Ettore Castiglioni, sotto forma di certi secondi e terzi gradi non proprio così medio facili. Sul passaggio chiave della Pala era infisso anche un chiodo, bontà loro, cioè di chi lo aveva lasciato infisso. Marno lo superò con la corda alla rovescia nel moschettone, che scorreva male, ed arrangiandosi con le ginocchia cercando di “abbriccarsi” a qualcosa. Passò facendoci trattenere il respiro. Sandro, in chiara disapprovazione, lo apostrofò in italiano…

Il bello venne al Sass Maor. Alla compagnia si era aggiunto, nel frattempo Silvano con cui feci cordata. Intanto, nell’andare all’attacco, traversammo una disagevole lastronata rossastra di scivoloso porfido, ove oggi sta tanto bene una corda fissa. Mentre pensavo al mitico barista di Bolzaneto, senza peraltro aver bevuto alcolici, e meditavo se mettere il piede sul bianco, cioè sul rosso, e non sul nero, il mio sguardo cadde sulla immancabile lapide commemorativa: “qui cadde sull’alpe che tanto amava… ”Non ho mai amato quanti trasformano le montagne in succursali di Staglieno o della Castagna. Meglio davvero qualche corda fissa in più! Ma i necrofili, oggi camuffati anche da ecologisti, sono ancora tanti…

Il secondo superiore della via normale del Sass Maor fu stretto parente di quanto già incontrato. Giunti sull’aerea vetta, osservammo come la discesa sarebbe stata facilitata da un ancoraggio per corda doppia. Intendiamoci, un semplice anello di corda su uno spuntone: davvero egoistico pretendere di più! Ma Silvano aveva più buon senso di quanto non dimostrasse nelle sue effervescenti esternazioni. Martellò a dovere un chiodo di rinforzo e ci calammo. Venne il turno di Marno, cui una vita intera, anche per via della sua davvero adamantina onestà, ha inculcato il senso del risparmio. Ma il suo martello stava nella stessa tasca del portafogli, un po’ in analogia con la mitica cassapanca del suo studio dalla quale, assieme a pratiche legali esce fuori un equipaggiamento multiforme impastato da scioline Klister e Skare appiccicose e filamentose in ogni dove. Nel tirar fuori il martello per togliere il chiodo di Silvano, uscì, troppo ovviamente anche il portafogli, fra il solito, amplificato, turbine turpiloquiante. Foglietti vari planavano inesorabilmente lungo la celebre via Solleder… Silvano, temendo il peggio, voleva darsela. Finì tutto in un’amichevole colletta ed in una raccolta di funghi, nel bosco sopra San Martino di Castrozza, che provocò, proprio in Silvano, conseguenze intestinali lamentate in modo rumoroso e magniloquente di primissimo mattino. Sandro ed io, acquattati nel nostro canile, ad aver assunto la posizione di trincea.

Il viaggio di rientro, sulla mia prima seicento, fu lungo. Lo allungai ulteriormente prendendo la Val Trebbia a Piacenza. Transitando per Torriglia, Marno, pur sedendo dietro, cercava di darsi da fare per raggiungere qualche rotondità in transito. A Genova, dovetti curarmi una bronchite d’in piedi. Non avevo il permesso ammalarmi…

Sempre con Marno e Silvano, era stato simpaticamente remunerativo il fine agosto 1959.

L’avventura sul Petit Dru con Euro mi aveva lasciato abbastanza provato. Rimasto solo dopo la partenza di Euro, avevo trovato alloggio al rifugio Reviglio della Giovane Montagna. La sera stessa, a cena, trovai Marno e, dopo, con altri, cantammo a lungo. Aldo offriva una bottiglia ogni canzone, fatto che mi fece guadagnare, alfine, il dormitorio piuttosto barcollante. Non trovai nemmeno le coperte e mi tirai addosso un materasso. Renato, sopraggiunto, trovò le coperte e mi coprì. Nel giorno seguente, piovoso, con Marno, decidemmo di recarci a Degioz Valsavarenche da Silvano che ci accolse con il solito prorompente entusiasmo. Le premurose cure di sua madre, estroversa come lui, mi rimisero definitivamente in sesto. Al ritorno del bel tempo, salimmo al Vittorio Emanuele e scalammo una nord del Ciarforon in ottime condizioni. Silvano, per l’occasione, portava un paio di scarponi di due numeri più grandi con cinque paia di calze! Risultato? Le cinghie dei ramponi gli procurarono quasi un principio di congelamento. Ci trasferimmo poi al bivacco Sberna per tentare l’Herbetet, ma la troppa neve non ce lo permise. Discendemmo con Silvano in preda ad evidenti disturbi bronchiali e febbricitante. Giunti al piano di Pont incontrammo, provvidenzialmente, la vecchia millecento del panettiere che ci caricò. Davanti, stavano padre e figlio che discutevano animatamente. Avevano solo più un litro di benzina mentre il tergicristallo era in panne. Aveva ripreso a piovere ed il buon panettiere scendeva in folle tutto preso dalla discussione di affari con il figlio. Giungemmo finalmente a Degioz dove mi diedi da fare per le cure da praticare a Silvano. Trovai un flacone di antibiotico, una siringa ed un ago, l’unico del paese, buono, forse, anche per i muli. Silvano si sottopose stoicamente alle cure. Gli nascosi, sul momento, che, all’Università di Genova, mi avevano insegnato la Medicina come il latino ed il greco al liceo, che, la sera in cui ricevetti l’abilitazione professionale pensai con soddisfazione al fatto che nessuno lo sapesse… Piantai quell’ago con studiata decisione e… lo rimisi in sesto!

Ma la più curiosa avventura professionale mi sarebbe capitata esattamente dieci anni dopo. Eravamo saliti al rifugio della Pilatte per scalare i Bans, in Delfinato. Eravamo da poco in rifugio quando la “gardienne” venne da noi: ”Entre vous, il y a un medecin; ma fille est au lit avec trente huit de fièvre. ” Mi feci condurre da lei e la vidi tremante sotto le coperte con gli occhi lucidi. “Elle est à l’huitième moi de grossesse”. Trasalii mentre mi si accendeva la classica lampadina nel cervello. Non mi ci volle molto a capire come la cosa potesse maledettamente complicarsi: ”madame, appelez l’elicoptère!” Il mezzo aereo giunse, imbarcò l’ammalata e ripartì.

Il giorno dopo, al termine dell’ascensione, stavo avvicinandomi al rifugio in cordata con Turi, ottimo compagno, forte quanto generoso, che purtroppo, da qualche tempo, si è quasi misteriosamente eclissato abbandonando diversi amici. Alla sommità del breve risalto roccioso che, al termine del ghiacciaio, dovevamo risalire per guadagnare il rifugio, stava la gardienne gesticolante e urlante. Turi volle accelerare temendo per Gabri, sua moglie che, al mattino, non era partita lamentando “il colon”. Udimmo ben presto le grida: “il est né! Il est né! Hier soire, à l’hopital de Grenoble! » Una bella botta di… culo per tutti, neonato compreso…..

La più curiosa, come medico, mi capitò durante la spedizione che, organizzammo, nel 1987, al Nevado Alpamayo, in Perù, nella Cordillera Blanca. Dirò subito che si è trattato di una riuscita felicissima nel suo genere perché siamo partiti e rientrati da buoni amici, dopo aver, tutti, raggiunto la meta: una cosa non frequente nelle spedizioni alpinistiche extraeuropee. Merito principale dell’allora quadro direttivo della nostra scuola di alpinismo, Sergio in testa, oltre a Daniele che vi aggiungeva l’esperienza del professionista, sia pure “en amateur”. Proprio con lui, ricercatore alla facoltà di veterinaria della Università di Torino, condivisi più da vicino l’esperienz a che ricordo. I buoni indios avevano castrato un “burro”, cioè un asino, in maniera davvero barbara e la povera bestia soffriva. Tirai fuori gli attrezzi chirurgici che avevo con me e che sapevo adoperare, cioè quelli da chirurgia plastica facciale, più vicina alla mia specialità. Due corde immobilizzarono le zampe dell’animale mentre Roberto, psichiatra, reggeva la coda. Ricamai a dovere le parti delicate dell’animale anche se, in un paio di occasioni, dovetti scostarmi per suoi più che giustificati lamenti. Alla fine, gli iniettai un antibiotico a dose davvero equina. Guarì. Mi feci una fama da autentico stregone ricevendo, in cambio più che apprezzate gentilezze da parte di gente molto buona e semplice, troppo maltrattata da chi di… dovere. Mi mandarono a salutare anche anni dopo…

Passiamo ora all’argomento sci
Verso la metà di gennaio del 1953, a Pianpaludo, frazione di San Pietro d’Olba, vi fu una festa dello sci veramente indimenticabile. La giornata era tersa, serena e fredda. La neve si era mantenuta farinosa, cosa assai rara sull’Appennino Ligure, a distanza di almeno una settimana dall’ultima nevicata. Si disputava il campionato sociale di fondo della sezione Ligure del CAI, noto come coppa Talarico, dal nome di un consocio caduto sulle rocce di Picco Palestra, sopra Fabbriche. La concorrenza appariva agguerrita. Primeggiava, naturalmente, lo Sci Club Genova; ma anche il CAI di Sampierdarena appariva forte. Gli altri facevano sportivamente da comparse. Aldo era l’uomo di punta del CAI di Sampierdarena, prestante, atletico. Dietro l’aria distinta fornita da due lenti tonde cerchiate d’oro veniva fuori un temperamento pronto allo scontro verbale in battute dialettali senza complimenti. Se la prese subito con i dirigenti dello Sci Club. Non aveva torto. Questi, per ipotecare il successo, avevano portato ai nastri di partenza Toio. Era il nostro maestro, ottimo ed affabile insegnante, stilista ineguagliabile. Nelle pause era anche il nostro maestro cantore in cori di montagna a quattro voci che, oggi, purtroppo, sono solo un nostalgico ricordo. Tuttavia, nelle gare che contavano, il suo fisico non lo aiutava e veniva alle nostre umili competizioni a cercare un facile successo; né era il solo. Anche Giacomo, allora tenente degli alpini raffermato, poi Angelo ex campione degli anni trenta avrebbero, per qualche tempo, sbancato le nostre competizioni. Caso volle che Toio rompesse uno sci dopo circa un chilometro e che la vittoria toccasse al più modesto, ma sempre forte Luciano sul fantasioso Giancarlo. Aldo arrivò terzo dopo aver irrepetibilmente insultato “Busca” ad un posto di rifornimento. Quest’ultimo, con la sua ineffabile calma, pretendeva di farlo attendere mentre gli sbucciava un mandarino. Potete solo immaginare con cosa il buon Busca avrebbe dovuto mangiarsi, lui, il mandarino…

Prendemmo gusto al fondo e incontrammo nuovamente Aldo a Limone, in altra competizione. Erano i tempi di “poveri ma belli”. Giunti nella località sciistica con l’ultimo treno della sera, fummo da lui consigliati di andare a dormire “‘n te ‘na stansia rescaadaa co o freido…”

Non l’avrei mai battuto. Solo una volta, a Frabosa, durante una Coppa Grillo, lo avvicinai per pochi secondi; ma c’era un trucco. Angelo, da buon gardenese, apprezzava la mia immutata disciplina da figlio della lupa e rivelò a me solo un trucco sciolinatorio nel difficile caso della nevicata intorno allo Zero. Disputai forse la mia miglior gara. Anche Pierino non riusciva a prendermi in salita ed ammirava il mio stile nel passo finlandese: “no te ciappaovo na! sgruggiovo ‘n darè!” spiegava accalorato, all’arrivo, nella sua coccina savonese

Aldo aveva anche quello che, in genovese, si direbbe “la faccia buona”. Nel gennaio 1955, a Chiusa Pesio, in un Trofeo delle Medaglie d’oro alpine, toccammo una storica disfatta. Sbagliammo tutti sciolina e solo Pierino arrivò in tempo massimo. Premi non ce ne toccavano, ma Aldo, al termine della premiazione, andò lo stesso: ”a mi che son o ciù vegio no me daè ninte?!” Gli refilarono un pacco di pasta, la famigerata pasta Gazzola di Mondovì, sempre presente nelle premiazioni del basso Piemonte, che trasportò a casa in treno come un trofeo: “fanni da scemmo! ‘n tanto me porto a casa ‘n pacco de pasta!” Qualche anno fa’, mi lasciò un biglietto nella portineria dello studio: ”sto a Limone. Vieni a trovarmi che ti do ancora le carubbe!” Venne invece la notizia della sua scomparsa. Addio! Di là, le carubbe me le darai ancora…

Per raggiungere le località delle gare ci sottoponevamo a lunghi e disagiati viaggi in treno e anche in corriera. Prendevamo sempre la coppa per la squadra proveniente dalla sede più lontana; difficile beccarne altre perché lottavamo soprattutto per arrivare in tempo massimo quando ai primi posti arrivavano gli alpini del nucleo, la ps di Moena e le fiamme gialle di Predazzo, queste ultime piuttosto malviste in Piemonte. Un giorno, a Pietraporzio, un locale si vide incitare così: “fait count d’aver la finansa darera!” Invece, ad Ala di Stura, dopo l’arrivo dei più, l’altoparlante disse: “in attesa dell’arrivo dei Genovesi, vogliate gradire un po’ di musica… ”.

A Savona imbarcavamo Pierino e Demì, in contrasto nel fisico, nello stile e… nel passato. Pierino era stato partigiano nelle Langhe. Ci teneva a far sapere anche che aveva fatto la guerra in aviazione andando a bombardare Malta e Alessandria d’Egitto. Da partigiano aveva fatto solo azioni militari. Ci teneva a farlo sapere. Non ci teneva a passare per terrorista. Demì invece, volontario nella Decima Mas, aveva portato fuori la pelle nientemeno che dall’Istria. Ma il loro contrasto era solo sul campo di gara. Pierino era metodico, quasi scientifico; aveva una buona inclinazione didattica per cui lo avevamo soprannominato “o meistro”. In treno teneva lezione anche sul sesso praticato dagli atleti, suscitando l’attenzione di tutto lo scompartimento: un sesso metodico, coniugale, due volte alla settimana, dopo allenamento e gara, quasi da imprimatur ecclesiastico. Demì scrollava la testa pensando a pretese coniugali più… fantasiose. Lui stesso era più focoso. Un giorno, poco prima della partenza della coppa Grillo, si orinò mezzo addosso per paura di non arrivare in tempo alla partenza.

In quell’indimenticabile 1955, andammo a gareggiare a Limone al Trofeo Oscar Molinari. Rino ed io vi arrivammo in tempo per provare il percorso alle ultime luci pre serali. Ce la dovevamo vedere fra noi e Demì. Che con gli altri fosse solo questione di tempo massimo era scontato. Se poi partivano anche le donne, ci avrebbero chiesto pista anch’esse: le “belle” di Limone… Più serie però di due friulane che, una sera, volevano portare a letto Andrea e Bruno con maniere spicce! Quella sera, ci accontentammo della solita stanza riscaldata con il freddo, vestiti di tutto punto, passamontagna compreso.

All’indomani ci presentammo alla partenza: cielo sereno, temperatura – 8°, neve gelata. Sciolina? Troppo ovviamente, solo Skare. Solito impiastro, solito appicicaticcio lasciato dappertutto. A trenta secondi l’uno dall’altro, partivamo nell’ordine: io, Rino, Demì. Dopo una breve discesa, un fantasma in tuta blu mi superò e sparì all’orizzonte. Ora salivamo regolari verso il primo ponte per Limonetto. Come era bella Limone, allora! Vi giravamo attorno e quasi dentro per quindici chilometri. Oggi la cosa sarebbe impossibile fra condomini da Biscione o da monoblocco di San Martino… Al ponte eravamo tutti e tre raggruppati. Favorito dalla sciolina, tenevo benissimo; così mi gettai in discesa fin sotto la stazione staccando gli altri. Rino mi riprese presto e Demì si avvicinava inesorabile. Sotto la seggiovia del Cros vi era il passaggio ghiacciato di un torrentello. Giocai il tutto per tutto. Saltai dall’altra parte tenendo Demì a vista con la coda dell’occhio. Questi arrivò con la focosità di sempre dando una storica sederata nel ghiaccio. Filai a tutta forza su per il vallone di San Giovanni e nella discesa successiva, contenen do il distacco da Rino: trentunesimo e trentaduesimo (Demì arrivò sportivamente ben dopo). Fummo premiati dal “magiur” con una bottiglia di moscato a testa. Povero magiur! Qualche anno dopo avrebbe fatto una triste fine, conseguenza di altre tristezze della vita. Del militare tutto d’un pezzo aveva solo la vernice esterna. Ricorderò sempre la sua espressione stupefatta quando, prima di un Trofeo delle Medaglie d’Oro Alpine, a Certosa Pesio, gli proposi Luciano come nostra testa di serie. Pensavo di proporgli anche Pierino…

Chi non ha visto Marno sciolinare prima di una gara non ha visto nulla di tutto un po’.

Quella mattina dell’inverno 1960, ormai alla conclusione della mia attività agonistica, eravamo di nuovo a Pianpaludo per una fra le ultime edizioni della coppa Talarico. Ero già un signore. Vi ero arrivato in seicento con Silvano, oltre ad Augusto e Gianni, in gita al Beigua. Marno era giunto con Rino, sulla cinquecento di quest’ultimo. Il cielo era grigio, faceva freddo e la neve era gelata. Il buon Siri, che con l’arcivescovo aveva in comune solo il cognome, ci mise il “prete” in letto: altro lusso! L’indomani mattina nevicava abbondantemente. Marno, fra un c… e un b…, sciolinò uno sci con verde e l’altro con gialla. Nevicata in Appennino: quale delle due? Risultato: al momento di calzare gli sci, fece una spaccata degna di una ballerina di Dapporto! Altri c… e b… e lampada accesa, fiammeggiante. Chi gli chiede una cosa, chi l’altra. Altri c… e b…, ma ‘sta lampada fa sempre fuoco e, in un suo tumultuante spostamento, la sua tuta artigianale da fondista prende fuoco nel sedere. Altro turpiloquio fluente, mentre una manata con neve fa da pompiere…Finalmente gli sci sono sciolinati e parte. Chi non lo ricorda con una visiera sugli occhiali da miope. In una curva, rivolge frasi irriguardose ad un controllo che era poi la madre di Silvano; ma questa è sportiva… Dopo la gara, alla partenza per il rientro, c’è il problema del ghiaccio sul parabrezza. Marno sale sul paraurti anteriore, tira fuori… l’innaffiatoio e innaffia mentre Rino aziona il tergicristallo…

Juventino Caldua verso il campo alto dell’Alpamayo. Sullo sfondo il Pucahirca.

Quanto a Silvano, la sua avventura più comica non riguarda il campo di gara. Allora, abitava sopra Certosa, in via Vittorio Bersezio. Tutte le mattine, dovendo recarsi al Liceo Doria, dove avrebbe poi insegnato, calava sull’imbocco della galleria tranviaria per appendersi, quasi sempre, al primo gremitissimo tram di passaggio. Fu così che dovette far quel tipo di viaggio reggendo in una mano anche un paio di sci, sciolinato a Skare, da portare a Marno, perché lo mettesse nella già menzionata cassapanca. Silvano riuscì ad attaccarsi appoggiando gli sci sulla giacca di pelle di un portuale, appeso pure lui. Nel buio della lunga galleria ebbero soprattutto da fare a tenersi in equilibrio. A Dinegro, Silvano fece per svignarsela alla svelta, verso altro tram, quando il portuale, vedendo file appiccicose provenire dalla sua giacca, imprecò, con voce cavernosa, “cose a l’è sta roba?!”

In altra occasione, nevicò a Genova. Silvano pensò bene di raggiungere il Doria in sci. All’andata tutto andò bene, compresa una discesa a raspa per Salita Angeli ed un veloce “passo alternato” in circonvallazione a mare. Al ritorno, la neve scioglieva. Silvano pretendeva di sciare fra le rotaie del tram a Caricamento con il tranviere che scampanellava e ironizzava: “mielo! Mielo! Quello belinon!”

Una sciolinata fuori programma fu anche opera mia. Avevamo gareggiato nientemeno che a Mongrosso di Campoligure, nel 1956. Neve abbondante, marcia e pioggia: Klister nera!

Gara né bene né male, vicina a casa, con parlata genovese. Facevano gli onori di casa i più noti locali: Ponte ”dito o miccio” e Piombo “dito l’arabo”. Gente semplice e schietta della nostra montagna, scampata alle ecatombe alpine di Grecia e Russia come alla guerra partigiana. Dopo un pranzo alla buona in una osteria paesana, scendemmo a Campo per prendere il treno con i soliti vagoni di terza classe. A Sampierdarena, mentre mi accingevo a scendere, non capii che i ripidissimi scalini del vagone assomigliavano alla parete Preuss del Campanile Basso, in discesa, per una mia occasionale compagna di viaggio, che scese, con me, a Sampierdarena, in… pelliccia bianca. Gli sci, sciolinati con Klister nera, urtarono la pelliccia…

Lo sci discesistico si presta meno a tale tipo di storia. V’era più aristocrazia, non solo allo Sci Club. Dominava su tutti la figura di Riccardo, commissario tecnico dello Sci Club, ma punto di riferimento per tutti. Sud Tirolese, ex ufficiale degli Alpenjaeger, univa rigore e affabilità, sempre al momento opportuno, oltre ad una competenza tecnica fuori discussione. In un mondo dominato dal “fai quello che ti dico perché te lo dico io”, non tardai a stimarlo come a seguire i suoi consigli. La stima era reciproca per via della solita disciplina da figlio della Lupa…Ma ammiravo la gente come lui, come Angelo. Su ordine loro, mi sarei buttato anche nel fuoco mentre gli ALTRI mi stavano cordialmente sulle…

Figura di spicco dello Sci Club era Luciano che alla passione per lo sci univa quella per la caccia e per le armi. In casa ne aveva un autentico arsenale, con tanto di regolare permesso. La cosa rischiò di diventare drammatica per via di alcuni colombi che infestavano i palazzi del suo rione, con relative grondaie. Pensò di risolvere il caso alla sua maniera. Prese un fucile a cannocchiale, di precisione, aprì la finestra e mirò alla grondaia del palazzo di fronte gremita degli scomodi volatili. La strage era già metodicamente iniziata quando una vicina, allarmata, chiamò i carabinieri. Fu salvato da Elio che tramite l’Associazione Alpini, potè intercedere presso un noto giudice, alpino pure lui.

Agguerrito concorrente dello Sci Club era il G. A. M. Cervino diretto dalla singolare figura di “barba di ferro”, tale forse per la somiglianza con un noto generale soprannominato barba elettrica. (A proposito di barba elettrica, quella di Giancarlo da Novi, presso la cima dell’Argentera era davvero tale. Ci gettammo giù subito, dal versante opposto a quello che avevamo salito. Ci andò bene mentre, sulla cima, si scatenava il finimondo…) Il nostro barba di ferro era anch’egli una creatura del nume tutelare dell’associazione: un notissimo farmacista genovese sportivo quanto pio. Aveva provveduto a dotare l’associazione anche di un cappellano, una figura di sacerdote molto nota per il suo attivismo in ogni campo, oltre che per la sua sincera carità cristiana, che si adattava ad ogni ambiente con un linguaggio semplice, dicendo pane al pane e vino al vino anche negli esercizi spirituali agli studenti, rendendo così meno ostico l’opprimente “tutto peccato”… Solo che, in tale occasione, nonostante le buone intenzioni del farmacista, la cosa rischiò di degenerare e il sacerdote si fece discretamente da parte. Commentò con un amico: “ti sèe! Un o toccava da ‘na parte, l’atro da l’atra; e mi?!”

Il farmacista chiuse la sua attività agonistica in romantica bellezza. Nel marzo 1953, partecipò ancora ad una Coppa Città di Genova, al Breuil. Da Plan Maison e valle la neve era molto dura e il nostro gareggiò tagliando il traguardo con una monumentale raspa!

Lo scialpinismo si mise in evidenza soprattutto con le gare. La prima cui partecipai, il 19 marzo 1953, fu il Trofeo Foches, organizzato dal CAI di Savona. Quando, con Mimmo, Luciano e Giancarlo raggiungemmo la località di partenza aleggiava già tutta una storia che iniziava prima della guerra. Allora non si tracciavano piste. Si fidava nella neve primaverile dura di primo mattino e si sorteggiava l’ora di partenza. Tutti chiedevano la prima. Pippo, in quella occasione, chiese l’ultima, fra la meraviglia generale; ma non disse il perché, che, invece, le pattuglie savonesi concorrenti conobbero subito appena giunti sul primo versante nord e, soprattutto sulla prima risalita. Pippo si era informato. Sapeva che aveva nevicato di recente, cosa che non appariva dalla località di partenza, in pieno versante sud. Giunto alle spalle dei savonesi, li lasciò tracciare fino all’ultima, piccola risalita. Allora allungò e, quasi scusandosi, disse: “adesso battiamo noi un po’ di pista… ” L’episodio me lo ricordò una caratteristica figura di quella seria e solida organizzazione che è sempre stato il CAI di Savona. Non ne ricordo il nome di battesimo, ma qualcuno lo riconoscerà quando lo descrivo. Era alto, magro, atletico anche se già in età avanzata. I radi capelli bianchi incorniciavano una saggia calvizie contro la quale aveva l’abitudine di rompere il guscio di due uova sode che portava sempre con sè, come pranzo: fin quando qualcuno non manomise il suo sacco sostituendo le due uova sode con due uova fresche…

Giancarlo, nella località di partenza, aveva fatto, manco a dirlo una conquista che non si era concretizzata perché Sandro il nonno e Giuanin lo avevano chiuso a chiave nella sua stanza da letto, ovviamente solo, nonostante le sue vibrate proteste. Ora l’oggetto della sua conquista lo guardava malinconica: il marito era presente, a differenza della precedente occasione. In gara, Mimmo ed io non eravamo una pattuglia ideale. Io lo ritardavo in salita, lui ritardava me in discesa, comunque riuscimmo a non arrivare ultimi e fu già un successo.

La Tre Rifugi era tutt’altra musica. La pista era tracciata e imbandierinata. Si correva con sci da fondo, sia pure sempre in pattuglia di due. La concorrenza sarebbe stata fin troppo agguerrita se gli organizzatori non avessero saggiamente suddiviso i concorrenti in categorie. V’era comunque da lottare, da arrivare. Sandro ed io non arrivammo. Giù da porta Sestrera, Sandro perse uno sci che ritrovammo centinaia di metri sotto. Fortunatamente, la neve portava permettendogli la discesa a piedi. Ma, al rifugio Mondovì fummo costretti al ritiro. Non avevamo nemmeno la forza di ricordare la scena buffa del nostro percorso prova. Avevamo pernottato in quel rifugio e trovato un bottiglione di vino dolce vera manna dal cielo, in un locale troppo spartano. A Mondovì, andammo da Sandro Comino, nume tutelare di quelle montagne e proprietario di un’appetibile pasticceria in Corso Statuto numero 3. Quando gli dicemmo del vino che volevamo, doverosamente pagare, sbottò: ”Cristu! Ma l’era qul d’la gara!” Altro che Gatorade… La gara fu portata a termine da Luciano e Pierino, come da Giancarlo e Rino. La neve dura mise a dura prova gli “stuzzicadenti” laminati in lignestock. Pierino aveva liquidato il fondo dei calzoni che mostrava dal balcone della locanda di Norea. Forse si era anche smerigliato il sedere. Luciano, più previdente, si sedeva sopra un apposito sacco da carbone. Sarebbe poi rientrato a Molare, dove risiedeva, in lambretta, sci compresi! Giancarlo e Rino arrivarono con uno sci in due più alcuni monconi di altri… Tagliarono comunque il traguardo e furono comunque premiati, non so se con un servizio di piatti, sempre sabaudamente spartano, o con la mitica pasta Gazzola, sabauda pure lei.

Il tutto culminò, sempre in quel favoloso 1955, nella coppa Figari, disputata a pattuglie di tre sul Monte Tabor, in Valle Stretta. Ci toccò la prima ora di partenza con quindici centimetri di neve fresca caduta nella notte. Dovevamo, quindi, tracciare il percorso, con Sandro che turpiloquiava, in dialetto, a bassa voce. Non era ancora incazzato, altrimenti avrebbe parlato italiano. Presi la testa. Calzavamo sci da… scialpinismo: frassino laminato, pelli Trima, attacchi Kandahar e scarponi come li potete immaginare; ma Pierino, Giancarlo e Demì, nostri più temibili concorrenti, calzavano i soliti stuzzicadenti “Tobo”!

Superato il piano sotto i Serous, invece di salire al colle di Valmenier per fondo del vallone, tirai su per una ripida mezza costa con Sandro che mi incitava: “quelli tortae san assèe dove anaa!” Rino spazzolava coscienziosamente le tracce con le code degli sci. Ma in vetta al Tabor li avevamo dietro. Giù in discesa, dove il nostro stemm (non pretendete di più!!!) fece miracoli su una neve da favola. Gli altri tre collezionarono centinaia di cadute; ma, negli ultimi tre chilometri, non fummo abbastanza freddi da sganciare le trazioni, cosa utilissima in piano. Ci batterono davvero per poco, con Sandro che imprecava sempre a bassa voce. Non me la prendevo più di tanto. A tavola, al Terzo Alpini, Pierino mi fissò con i suoi occhi furbi: “e brao Pàstine! I ti n’èe portoo in te di posti che l’ea roba da massaose!” La frase passò alla storia.

I rallyes di scialpinismo dominarono la scena all’inizio degli anni sessanta, soprattutto nel 1962, nonostante patissi le conseguenze di una vaccinazione antivaiolosa, ritenuta necessaria per il mio servizio saltuariamente prestato presso la Cassa Marittima Tirrena. Con Silvano feci coppia a quello della Mautino, nelle Cozie settentrionali. Superammo con breve margine la dura prova di regolarità che ci portò, dal rifugio, al Monte Terra Nera, con discesa a Ruilles e risalita al rifugio di ben cinquecento metri. In non buone condizioni fisiche, giunsi alla capanna Mautino stremato; ma non avevo ancora trent’anni. L’indomani, dopo la salita al Monte Gimont, fui pronto per la prova di discesa in cordata. Non eravamo campioni in quanto non facevamo, in pratica, una curva senza aprire; ma eravamo soprattutto affiatatissimi ed entrambi con buona padronanza degli sci. Così ci piazzammo sesti su sedici pattuglie battendo la quotatissima “Fior di Roccia” di Milano: uno di loro uscì di pista e sganciò un attacco fra un turbine di “madonne” in milanese.

Dove ottenemmo un successo davvero lusinghiero fu al rallye dell’Adamello, organizzato dalla “Ugolini” di Brescia. Su oltre trenta pattuglie, giungemmo secondi, battuti, per pochissimo, dai locali del Cai di Brescia. Eravamo in tre, con Marno che, alla partenza della seconda tappa, stava andando via dimenticando gli sci… A Ponte di Legno fummo festeggiatissimi: “bravi belin de Zena!” Le nostre foto comparvero sulla gazzetta di Brescia. Ci diedero una monumentale coppa che Marno volle riempire di vino: ”in macchina, in to viaggio, aviemo sèe!” Silvano, entrando nella mia Volkswagen, nuova fiammante, diede un calcio nella coppa…

Continuammo nella attività amatoriale allora molto intensa. L’Austria e la Svizzera erano spesso la nostra meta pasquale. In Svizzera, gli itinerari erano più prestigiosi; in Austria erano stupendi i rifugi e più a buon mercato i prezzi. Un’incognita: il frequente cattivo tempo, soprattutto austriaco. Fu così che ci trovammo ad attendere il sole, sotto pesanti nevicate, a Rofan, sopra a Vent, nelle Alpi di Oetztal. Oziavamo nella sala del rifugio e Silvano, per passare il tempo, iniziò una conversazione in latino con alcuni studenti liceali tedeschi. Questi rispondevano a tono. Io assistevo con perplessità ricordando un ormai lontano passato che mi aveva visto lottare alla disperata con latino e greco ora ridotti quasi a vuoti di memoria. Ad un certo punto, il nostro docente, in disappunto per la bravura degli imprevisti interlocutori, attaccò con il greco, che conosce tuttora assai meno del latino. I tedeschi tennero testa anche lì, quindi lo invitarono ad una conversazione con il “profèssor”. Quello sapeva il greco per davvero. Silvano avrebbe dato qualunque cosa per sparire: fortunatamente, il profèssor non si fece vivo… Studenti e professore in vacanza insieme, due lingue… morte, possedute come quelle vive: a loro i fatti, a noi le parole!

Lo scialpinismo fu comunque l’attività in cui mi qualificai meglio, ottenendovi, sia pure alla seconda prova e per il rotto della cuffia, il titolo d’istruttore nazionale. Fondai la scuola della Ligure e la diressi per circa quindici anni. Oggi è un vino molto annacquato dall’inevitabile avanzare degli anni, anche perché è fra le più faticose attività di montagna. Per rimanere in tale storia non ricorderò tanto le in numeri ascensioni e traversate, quanto gli episodi più singolari.

Quello del giugno 1984 fu davvero tale. Avevamo raggiunto la Punta Dufour dopo ben dodici ore di salita. La discesa non era stata entusiasmante e l’ora abbastanza tarda del rientro ci consigliò di ripernottare alla Monterosahutte dove, per la stanchezza, non chiusi occhio. L’indomani scendemmo a Zermatt e Taesch dove avevamo parcheggiato l’auto. Mia moglie si raggomitolò nel sedile anteriore destro, o quasi sotto mentre io mi recavo a pagare il pedaggio. Luciano andò alla toilette. Rientrato in auto ripartii. Mia moglie dormiva della grossa. Io cercavo di tenermi sveglio chiacchierando del più e del meno senza ottenere risposta. Però, questo Luciano! È taciturno, ma così è davvero troppo. Giunto alla frontiera mi volsi per chiedergli i documenti e mi accorsi con spavento che non c’era! Feci due giri disperati intorno all’auto sospettando che Luciano fosse caduto a causa della inaspettata apertura di una portiera, quindi mi risolsi a tornare a Taesch. Guidai con furia. Raggiunsi Taesch ove, naturalmente, Luciano non c’era più. Provai alfine alla stazione di Briga dove lo trovai con, già pronto, il biglietto ferroviario…

L’avevo bellamente dimenticato in una evidente crisi di… riinbelinimento da quota. Egli dimostrò con i fatti di essere una fra le rare persone che mettono in pratica insegnamenti religiosi. Un altro mi avrebbe, come minimo, tolto il saluto.

Non si può parlare di scialpinismo senza parlare di Lalo. Non fu soltanto l’allievo prediletto di Toni Gobbi ed il nostro primo istruttore nazionale. Fu, per molti versi, il nostro punto di riferimento tecnico, ma soprattutto morale; un autentico maestro di vita. Anche oggi, ad ormai alcuni anni dalla scomparsa, lo sentiamo invariabilmente attuale: un autentico “stile Lalo” cui cercare di uniformarsi. Forse, mi direte, in una storia buffa come questa, stonerebbe. Non è vero. Era un autentico signore delle buone maniere; disse solo una volta “belicite” quando sospettava di aver perso le chiavi della macchina, ad Ailefroide, alle sette di sera di domenica, dopo la lunghissima salita della Pointe de Celse Nière; ma non era affatto quell’essere troppo perfetto da essere noioso e, soprattutto poco credibile. E proprio il suo misurato linguaggio finiva per apparire anche semiserio. Aveva salito, in un ridotto fine settimana, le Gran Jorasses per la via normale con Benedetto. Non era in forma e Benedetto, giustamente ossessionato dalla necessità di far presto che l’ascensione richiedeva per troppo ovvi motivi, lo “fustigò” senza pietà. Giunti al termine della discesa, al momento di slegarsi, Lalo si rivolse al compagno di cordata: “Benedetto! Oggi, ha veramente esagerato!” Non una parola di più. Benedetto è uomo troppo esperto e di buon senso per non capire il significato della frase: “Ti capisci! L’è comme se o (e qui fece il nome di alcuni comuni amici)… o m’eise dito: brutto figgio d… Era necessaria la traduzione che, però, dovevano fare gli altri!

Se Napoleone aveva il coraggio delle due del mattino, Lalo aveva quello dell’una e quaranta; ma andiamo con ordine. Da buon gobbista, prediligeva le partenze antelucane, magari dopo avervi, convenientemente, educato lo stomaco e l’intestino, come rammentava il Maestro!. Infatti le polpette che offriva ostinatamente, in un gelido primo mattino sotto il Pic de Rochebrune, sono rimaste proverbiali. Non prediligeva andature da competizione ed amava iniziare la discesa con neve decente, cosa non del tutto usuale nello scialpinismo… reale. Inoltre, non trascurava misure di sicurezza elementari. Tuttavia, la cosa appariva più volte ostica. Erano rientrati a Bessan, in alta Savoia, dalla lunga Ouille d’Arberon e si accingevano alla chilometrica Ronce per il giorno seguente. Terminata la cena, Lalo salutò la compagnia rivolto all’albergatore: “sveglia alle due! Partenza alle tre! Buona notte!” Renzo lo lasciò allontanare, quindi, rivolto all’albergatore, osservò: ”quello è matto! Sveglia alle tre e partenza alle quattro!” Alle due e mezzo, Lalo, in calze, si aggirava per i corridoi dell’albergo sussurrando: “tradimento! tradimento!”

Ma quella notte, a Casteldelfino, con il Salza in programma, si superò: “sveglia all’una e quaranta!” Uno sconto, perché voleva dire l’una e mezzo! Cielo plumbeo senza stelle, vento tiepido da sud ovest. Decisi vilmente di non seguire lui e chi aveva avuto fiducia in lui; ma, essi dopo un’ora di cammino, sci sul sacco, sopra Chianale, furono sorpresi dalla pioggia. Una provvidenziale baita offrì riparo e fieno per un supplemento di sonno, interrotto dalla inflessibile sveglia oraria del… colonnello (qualcuno lo aveva bonariamente chiamato anche così…) Quando fu giocoforza arrendersi all’evidenza, insistette ancora su un fantomatico effetto della grondaia. A cosa si riferiva? Era il fine stagione precedente e la solita sveglia antelucana era suonata in uno spartano sabaudo albergo di una valle del Cuneese. Gabri aveva invano cercato la toilette; aveva alfine spalancato la prima porta a tiro, ormai spinto da impellente necessità e… orinato fuori dal balcone. Una tettoia in lamiera, sottostante, aveva risuonato a lungo sotto la cascata. Lalo, in quel momento apriva la finestra percependo quell’insolito frastuono: “piove! Ma… veramente, ci sono le stelle!”…

Stavamo concludendo una non troppo fortunata uscita di un corso regionale per istruttori alla capanna Gnifetti. Era già inizio luglio, ma una gelida bufera ci aveva respinto al colle del Lys. Avevamo ripiegato su una bella discesa fino al Gabiet, risalita all’Olen, e discesa fino a pochi metri dal Grand Halt. La neve era insolitamente abbondante per un inizio estate. A fondovalle, avevamo pranzato in allegria. I savonesi, dopo meditata discussione, si erano accordati sull’avvertire le mogli dell’arrivo ad Albisola: “o tempo pe daose recatto!” Già, non si mai, dopo le mogli dei cacciatori, quelle degli alpinisti… Ci congedammo allegramente. In auto, al ritorno, eravamo io e Lalo soli. Pensavo mentalmente, divertito, alle indelebili scritte littorie che avrei nuovamente passato in rassegna nella bassa vercellese e alessandrina: “il lavoro italiano” di Ghislarengo, “l’aratro che traccia il solco” di S. Germano vercellese, “il destino dei popoli” di Cascine Stra e così via. L’occhio era caduto anche su prosperose appartenenti al sesso femminile pre padano. In tempi passati, quando i lunghi viaggi autoferroviari pubblici permettevano più accurate osservazioni, la fauna locale era sempre apparsa gradevole, specie con qualche vetta in tasca, come direbbe Euro. Ero stato rigorosamente educato all’insegna del “tutto peccato” ricordando come anche San Luigi Gonzaga avesse sfiorato le fiamme del purgatorio per non si sa quale innocente ostentazione di un barlume di nudità! Tuttavia…

Fu, inaspettatamente, Lalo a rompere l’incantesimo: “cominciano a vedersi delle toilettes estive!” Osservò, divertito, con occhi furbi. La traduzione era ancora una volta d’obbligo…

Terminato a Genova il 31 ottobre 2002

Compagni di cordata
Dome de Neige des Ecrins: giugno 1962, con Renato Ansaldi, Giorgio Vassallo, Pellegro Villa

Barre des Ecrins: luglio 1963, con Franco Staccione

Gran Paradiso:
giugno 1960, in sci, con Renzo Conte e Pierino Savoldelli;
luglio 1960, cresta NNE, con Silvano Grisoni, Piergiorgio Ravaioni, Gianni Ribaldone, Stefano Revello, Giorgio Vassallo;

luglio 1974, parete NW via Cretier, con Margherita Solari e Benedetto Ferrando;

agosto 1988, per Colle dell’Ape e spigolo NE del Roc, con Silvano Grisoni e Andrea Molinari;

giugno 1999, parete NW via Bertolone, con Gianni Carbone (guida) e Margherita Solari.

Monte Bianco:
giugno 1970, in sci con Antonio Cevasco, Riccardo Licciardello, Turi Minottì, Margherita Solari;
luglio 1974, sperone della Brenva, con Emma Rivara, Lorenzo Bonacini, Lino Calcagno, Benedetto e Ferrando, Margherita Solari, Roberto Peraldo, Sergio Tedeschi;
luglio 1977, per Aiguille Blanche parete nord e cresta di Peuterey, con Giorgio Codebò, Pietro Ferraris e (guida) Alessio e Attilio Ollier (guide) Margherita Solari;
luglio 1979, dal Col du Midi, con Margherita Solari e Franco Staccione;
luglio 1983 Aiguille de Bionassay parete nord-ovest con Margherita Solari, Cosimo Zappelli (guida) e Marco Zappelli (aspirante guida);
agosto 1992 Mont Blanc du Tacul parete nord-est via Contamine, con Margherita Solari e Giorgio Primmer

Mont Maudit (spalla): cresta sud-est via Kuffner, agosto 1953, con Laurent Grivel (guida) e Giorgio Musso e Mont Maudit cresta NE: agosto 1988, con Luciano Caprile, Gianni e Giorgio Bernardi

Dente del Gigante:
luglio 1957, via normale, con Enrico Cavalieri e Eugenio Damasio;
luglio 1971, via normale, con Benedetto Ferrando e Margherita Solari;
agosto 1983, parete nord, con Margherita Solari, Cosimo e Marco Zappelli (guide)

Aiguille de Rochefort, cresta ovest:
agosto 1958, con Renato Ansaldi;
agosto 1967 con Margherita Solari, Giuseppe e Silvano Grisoni, Emma Rivara e Gianni Bisio;
luglio 1977 con Margherita Solari

Grandes Jorasses: via normale luglio 1979, con Roberto Peraldo, Antonio Badano, Carlo Bruzzone, Pino Caffaz, Gianfranco Fasciole, Paolo Cardino, Mino Girelli

Cervino:
Cresta del Leone, agosto 1952, con Oliviero Frachey (guida) traversata Hoernli/Leone;
agosto 1958, con Renato Ansaldi

Breithorn occidentale: parete nord, Trifjegrat, luglio 1964, con Vincenzo Bruzzone, Stefano Revello, Margherita Solari;
luglio 1985 con Andrea Molinari e Margherita Solari

Traversata Roccia Nera Breithorn Occidentale: agosto 1952 con Matteo Gallo; luglio 1976 con Margherita Solari

Roccia Nera: spigolo SE:
luglio 1951, con Oliviero Frachey (portatore) e Polluce via normale;
agosto 1955, con Aldo Zinelli

Castore: via normale, agosto 1948, con Luigi Frachey (guida), Rosa Conte, Caterina e Marcella Giangrasso, Roberto Salassa;

parete sud, agosto 1955, con Oliviero Frachey (guida);
agosto 1956 con Enrico Cavalieri e Sandro Dutto;
agosto 1957 con Vanni Richetto; Enrico Cavalieri, Mirella Marcato, Andrea Mellano;
agosto 1971 con Luciano Colli (portatore); Margherita Solari e Oliviero Frachey (guida)

per lo Zwillinggletscher (scialpinismo), giugno 1971, con Sandro Antonio Cevasco Carlo Ronco, Renzo Conte, Margherita Solari, Fina Gaione, Turi Minotti

Lyskamm: traversata:
agosto 1950, con Oliviero Frachey (portatore);
agosto 1956 con Enrico Cavalieri
luglio 1958, con Enrico Tolettì e Renato Montaldo;
agosto 1969 con Margherita Solari

Lyskamm orientale:
parete nord, luglio 1970, con Marco Gaillard (guida);
cresta sud, giugno 1973, con Margherita Solari

Lyskamm occidentale cresta 5 via Ravelli, agosto 1993, con Margherita Solari, Giorgio Primmer, Enrico e Matteo Cavalieri

Breithorn orientale kleintriftjegrat, agosto 1955, con Giancarlo Bussetti, Oliviero Frachey (guida), Bruno Musso

Punta Giordani, cresta del Soldato:
giugno 1978 con Margherita Solari;
giugno 1998 con Massimo Rustici, Giuliano Menoni, Giulio Papi e Margherita Solari

Piramide Vincent:
scialpinismo, giugno 1984, con Teresa e Alvise Gaietto, Enzo Fola, Margherita Solari e Balmenhorn;
scialpinismo maggio 1970, con Tina Volpi e Giancarlo Berninsone

Schwarzhorn, scialpinismo, giugno 1987, con Roberto Peraldo Ludwigshohe, scialpinismo, giugno 1985, con Margherita Solari

Punta Parrot:
scialpinismo, giugno 1969, Rino Manzoli
giugno 1994, con Pino Caffaz, Giorgio Primmer, Margherita Solari

Punta Gnifetti:
scialpinismo, giugno 1965 con Franco Staccione;
giugno 1986, con Andrea Molinari Margherita Solari, Nadia Calotta e Sergio Leccioli

Punta Zumstein scialpinismo, giugno 1987, con Nadia Culotta e Sergio Leccioli

Punta Dufour scialpinismo, giugno 1984, con Luciano Capre, Margherita Solari, Alvise e Teresa Gaietto, Enzo Fola, Maurizio Traverso e Giuliana Bencovich

Punta Nordend:
scialpinismo luglio 1972 con Fina Gaione, Emma Rivara, Margherita Solari, Carlo Bruzzone, Renzo Conte, Benedetto Ferrando

Punta Dufour:
via normale italiana agosto 1953, con Matteo Gallo;
agosto 1955 con Enrico Cavalieri e Dinko Podrajsek cresta Rey;
luglio 1958, con Aldo Viotti (guida) e. Eugenio Damasio;
agosto 1970, con Margherita Solari

Punta Gnifettì: cresta Signal, settembre 1985, con Daniele Demeneghi (asp. guida) e Margherita Solari

Zinal Rothorn: via normale, agosto 1951, con Oliviero Frachey (portatore)

Obergabelhorn:
traversata Arbengrat, agosto 1951, con Oliviero Frachey (portatore) Weisshorn;
via normale, agosto 1952, con Oliviero Frachey (guida) e Dinko Podrajsek

Alphubel: traversata N/S, luglio 1956, con Enrico Cavalieri Allalinhorn: cresta sud, luglio 1956, con Enrico Cavalieri

Stralhorn:
scialpinismo, aprile 1958, con Eugenio Damasio e Rosemary Pertusio e Rimpflschhorn;
via normale, luglio 1968, con Roberto Peraldo

Dom des Mischabel: luglio 1964, con Rita Corsi

Lagginhorn: via normale luglio 1968, con Giuliana Stegagnini

Weissmiess: via normale, luglio 1968, con Romano Calvillo e Franco Staccione

Nadelhorn: luglio 1969 via normale con Paola Romanengo

Bieshorn: scialpinismo, aprile 1975, con Andreina Zuccotti e Margherita Solari

Dent d’Herens: cresta ovest, luglio 1962, con Margherita Solari

Gross Fiescherhorn: scialpinismo, aprile 1981, con Nicco Oddone

Moench:
via normale, luglio 1970, con Margherita Solari;
aprile 1989 con Giorgio Primmer e Andrea Proasi

Jungfrau: via normale, luglio 1970, con Margherita Solari

Aletschhorn: scialpinismo, maggio 1987, con Margherita Solari

Pizzo Bernina: via normale, luglio 1967, con Franco Staccione e Vittorio Stancari
Biancograt: luglio 1980, con Margherita Solari

Extraeuropeo
Messico: Ixtacciuatl e Popocatepetl via normale agosto 1968, con Margherita Solari e Ettore Balletto

Iran: Demavend settembre 1971, con Margherita Solari, Tina Volpi e Giancarlo Berninsone

Kenya: Punta Lenana, agosto 1984, con Margherita Solari, Pina Gaione e Giorgio Dominoni

Perù: Nevado Alpamayo, via Ferrari, luglio 1987, con Sergio Casaleggio, Daniele Demeneghi, Camillo Aquilino, Ubaldo Lemucchi, Ivano Pellegrini, Nando Dotti, Margherita Solari e Roberto Peraldo

Bolivia: luglio 1989
Huayna Potosi e Illimani, con Margherita Solari, Nadia Culotta, Sergio Leccioli, Jesus e Germano (guide)

Giovanni “Gianni” Pastine è nato a Genova il 26 aprile 1933. Residente a Genova, era sposato con Margherita Solari. Consegue la maturità classica presso il Liceo “Mazzini” di Genova Sampierdarena nel 1952; la laurea in Medicina e Chirurgia nel 1958; la specializzazione in oftalmoiatria e oculistica nel 1961. Inizia la pratica alpinistica nell’agosto 1948. Iscritto alla sezione ligure del CAI dal 1950, alla Federazione Sport Invernali dal 1953 al 1970, alla Giovane Montagna sezione di Genova dal 1958, era anche iscritto alla Sektion Bozen dell’Alpenverein SuedTirol. Membro del consiglio direttivo della Sezione Ligure del CAI dal 1953 al 1992; presidente della Sezione Ligure del CAI dal 1978 al 1982. Consegue il titolo di Istruttore Nazionale di Scialpinismo del CAI nel 1974. Istruttore presso la Scuola di Alpinismo e Scialpinismo della Sezione Ligure del CAI dal 1958; terminata tale attività, istruisce presso i Corsi di escursionismo della predetta sezione.

L’attività alpinistica consta di oltre settecento ascensioni alpine e di alcune spedizioni extraeuropee specie in America Latina e nelle Terre polari artiche.

Attività culturale: Accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagn ed autore di diverse pubblicazioni (le guide Argentera Nasta e Zona del Prefouns (con Alessandro Gogna), Lo Sport e la Seconda Guerra Mondiale, I Monti del Mare ed altri minori). Insegnante in Corsi sulla montagna presso l’Università della Terza Età.

E’ morto a Genova il 5 marzo 2022.

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