Il Vaso di Pandora, vita breve e geniale di Kei Taniguchi

Nata in Giappone il 14 luglio 1972, Kei è stata attratta dall’avventura fin da bambina, ispirata dall’esploratore Naomi Uemura, il primo giapponese a raggiungere la cima dell’Everest e la vetta del Denali in Alaska (nel 1970). Dopo la morte di Uemura, avvenuta nel marzo 1984 durante la sua seconda spedizione al Denali, in inverno, Kei decise di seguirne le orme. In vetta al Denali, nel 2001, Taniguchi decide di dedicarsi completamente all’alpinismo. In vetta all’Everest nel 2007, è stata l’unica donna ad aver ottenuto il Piolet d’Or (nel 2009 per la stagione 2008), dopo aver salito la parete sud-est del Kāmet 7816 m, nel Garhwal, India.

Il Vaso di Pandora
(vita breve e geniale di Kei Taniguchi)
di Akihiro Oishi
(pubblicato in inglese su Alpinist 68)
Traduzione dal giapponese di Mac B. Gill e Hiko Ito
Editing aggiuntivo di Helen Rolfe
Assistenza alla ricerca di Masami Onda

Il giorno della vigilia di Natale 2015, lontano dalle alte vette, il cielo blu si estendeva sulla città natale di Kei Taniguchi, Abiko, nella prefettura di Chiba, in Giappone. Il sole emanava un piacevole calore attraverso la finestra del piccolo appartamento dei suoi genitori. Era uno spazio rilassante, di solito. Le pareti erano decorate con foto di Kei e della sua famiglia in montagna, risalenti alla sua infanzia. Fuori, un viale fiancheggiato da alberi di ciliegio conduceva alla stazione ferroviaria. Il padre di Kei, Hisatake Taniguchi, osservava la gente che camminava con espressioni rilassate e ignare. Sembravano parte di un altro mondo. Anche in una giornata limpida come questa, l’Hokkaido sarebbe coperto di neve e molto freddo, pensò Hisatake. Poteva immaginare almeno gran parte della regione montana, a più di 1.200 chilometri di distanza.
Era incomprensibile che sua figlia fosse morta là, in un incidente alpinistico di qualche giorno prima.

Ritratto di Kei Taniguchi

Nel tardo pomeriggio del 21 dicembre, quando arrivò la telefonata, Hisatake era stato a casa a leggere. La luce sbiadita filtrava attraverso gli alberi spogli e le lastre di vetro, con una traccia di calore ancora presente. Aveva ascoltato, senza parole, mentre un conoscente gli diceva che Kei era dispersa. Era caduta dai pressi della vetta del Kurodake, una cima di 1984 metri nella catena montuosa del Daisetsuzan, una regione con montagne in genere abbastanza miti. In inverno, sul Kurodake è in funzione fino a metà altezza sul versante nord-est uno skilift per sciatori. Sul versante nord, tuttavia, c’è una barriera di rocce verticali. Anche tra gli alpinisti quel settore era poco conosciuto: la parte inferiore era spruzzata di neve, con una roccia non sempre solida. Kei e i suoi compagni avevano pensato di scalare la cresta nord e di scendere sciando dall’altra parte.
Kei salì la parete di roccia con facilità e, ormai nei pressi della vetta, si slegò dalla corda. Uno dei suoi compagni stava ancora assicurando il compagno che veniva dietro a lei quando Kei scomparve. Gli amici, raggiunta la vetta, la cercavano, senza però vederla. Riscesero tutto il versante settentrionale, ma l’unico ritrovamento fu un Camalot, leggermente sotto all’attacco della via, che luccicava nella neve.
Sebbene ad Abiko fosse una giornata calda, Hisatake immaginava lo scivolare della neve polverosa e il freddo pungente. Le sue preghiere per il sicuro ritorno di sua figlia sono rimaste senza risposta. All’inizio del 22 dicembre, il corpo di Kei è stato trovato proprio sul fondo, a 700 metri sotto la cima.
La sera del 24 dicembre, la città brillava di luci in festa. Mentre gli altri andavano a divertirsi, Hisatake ha fatto una veglia notturna con la madre di Kei, Masako, e i suoi fratelli e amici. Il giorno successivo, un caro amico disse: “Con una veglia alla vigilia di Natale, è stata proprio Kei fino alla fine.” Sebbene sopraffatto dal dolore, Hisatake pensò la stessa cosa: per quarantatré anni, Kei aveva illuminato la vita di coloro che la circondavano. Ora, quell’irradiazione si è esaurita tranquillamente durante una delle notti più lunghe dell’anno.

Ritratto di Kei Taniguchi

——

Per Hisatake, quella veglia è stata un secondo addio a sua figlia. Il primo era stato durante l’estate di quando Kei aveva diciotto anni. Dopo un anno all’estero in una scuola superiore americana, avrebbe dovuto rimanere a casa per prepararsi all’esame di ammissione all’università. Invece era scappata, senza lasciare traccia di dove fosse andata. Tre mesi dopo arrivò una lettera in cui Kei offriva alcune spiegazioni:
«Sono cambiata negli ultimi tempi; posso sentire quanto. È come se qualcosa che ho provato per tutto il tempo che posso ricordare, qualcosa che si è nascosto nel profondo del mio cuore, sia finalmente emerso abbastanza da consentirmi di vederlo… Non studierò per l’esame di ammissione, perché essere un tipico tirocinante e studiare come un matto per andare a scuola non è il modo in cui voglio vivere. La mamma mi diceva quando ero alle elementari: “Seduti a studiare e studiare non è l’unico modo per imparare”. Penso che studiare alla scrivania sia importante, ma voglio imparare qualcosa di più fondamentale, essere un essere umano, o meglio, essere parte della Terra… È più divertente vagare che fluire in linea retta lungo il fiume. Potrei commettere errori. Potrei fallire. Ma preferisco così. Ora voglio darmi la possibilità di vivere a modo mio, come riescono a fare tanti che ho incontrato».
Hisatake conservò la lettera e la lesse tante volte. Pensava che potesse essere la chiave per capire sua figlia. Passarono quattro anni prima che la rivedesse. Lui lavorava lontano da casa in una città portuale nel Wakayama, dove era direttore di una società siderurgica. Masako, che disegnava vetrine dei negozi, è rimasta a Chiba. Un giorno, Kei si presentò inaspettatamente alla porta di suo padre. Kei gli disse che stava studiando storia e geografia all’Università Meiji e che aveva trovato un lavoro come corriere in bici per sostenersi. Gli disse di aver trovato a Meiji un bellissimo mondo di curiosità, discussioni e cameratismo: un gradito contrasto con il suo ex liceo. Era entrata a far parte di un club di ciclismo universitario e si stava godendo la libertà del viaggio in bicicletta, facendo fantasie sulle montagne che attraversava. Aveva raggiunto alcune facili vette con i suoi nuovi amici.
Ora voleva stare con suo padre per due o tre giorni prima di iniziare un tour in bicicletta nella regione. Il suo comportamento era disinvolto come se l’avesse visto la settimana precedente. Hisatake invitò Kei a entrare. Non era infastidito dalla mancanza di scuse di sua figlia. Dal momento in cui la vide, fu colpito dalla sua pura radiosità, le brillavano gli occhi come non aveva mai visto prima.

Allenamento di Kei Taniguchi sull’Hotaka 3190 m, Giappone, dicembre 2014. Foto: Junji Wada.

—–

Molti giovani mettono da parte i loro sogni quando entrano nella forza lavoro. Dopo la laurea nel 1998, Kei aveva trovato lavoro presso un’importante società pubblicitaria, ma continuava a dedicare i suoi weekend agli sport outdoor. Il proprietario di un negozio di attrezzi sportivi l’aveva introdotta al Keiyo Alpine Club, dove stava imparando ad arrampicare su vie difficili. In estate entrò a far parte del Team East Wind, il più prestigioso team di gare di avventura in Giappone. In inverno cominciò a esplorare le Alpi giapponesi. “Si è mossa con tale passione” mi ha detto il suo compagno di arrampicata Hiroshi Ogawa “che il sabato trascorreva l’intera giornata sulle vie più difficili. E se per caso falliva per il maltempo, ci tornava sempre il fine settimana dopo”.
Vinta dal suo amore per la montagna, Kei lasciò il suo lavoro dopo soli tre anni. Andò subito in Alaska. Aveva letto tutto ciò che aveva scritto il famoso alpinista solitario giapponese Naomi Uemura. Dato che il Denali era la montagna sulla quale era morto Uemura, dove la sua anima sembrava abitare, poteva essere quello il posto perfetto per iniziare la ricerca della sua vita. L’ho immaginata mentre saliva la montagna, rimuginando continuamente le parole di lui: le avventure sono il modo in cui torni alla vita.
Nel 2002 Kei si unì a una spedizione di pulizia all’Everest guidata da Ken Noguchi. Quell’esperienza colpì Kei con tale intensità da costringerla a tornare in Himalaya quasi ogni anno dopo. Nel tempo, si era data a uno stile di arrampicata veloce e leggero, sviluppando un occhio d’artista per linee inaccesse ed eleganti. Nel 2009 è diventata la prima donna a ricevere un premio Piolet d’Or, per la prima salita, con Kazuya Hiraide, della ghiacciata parete sud-est del Kāmet.
Anche il padre di Kei era un alpinista e faceva parte di una famiglia in cui tutti leggevano costantemente libri di alpinismo. Comprendeva il significato degli obiettivi di Kei. “Tentare pareti inesplorate in Himalaya significava oltrepassare un confine estremo pieno di rischi” mi ha detto. Era pronto anche agli scenari peggiori. Ma era difficile accettare che sua figlia non sarebbe mai più comparsa all’improvviso sulla sua bicicletta come in uno di quei giorni al mare aveva sempre fatto.

Taniguchi alla base del Diran Peak 7257 m, che lei e Kazuya Hiraide hanno scalato nel 2013 per allenamento al loro tentativo sullo Shispare 7611 m, Karakorum, Pakistan. Sullo Shispare, Hiraide scrisse su Asian Alpine E-News, “Potrebbe esserci una montagna che è impossibile scalare”. (Ma l’ha salita poi nel 2017).

—-

Hisatache e Masako prepararono il funerale di Kei su una collina che dominava Abiko, vicino al lago Tega. Speravano di usare una pietra dell’Himalaya per la tomba, ma non ce n’erano disponibili. Dopo un bel po’ scelsero una lastra del Nord Europa e chiesero a un artista di scolpire un’immagine del Tsukuba, una piccola vetta sacra, conosciuta come la “montagna viola” per le sue sfumature crepuscolari sopra le pianure del Kantō in Giappone. La famiglia aveva camminato innumerevoli volte sui suoi sentieri boscosi. La cerimonia per seppellire le ceneri di Kei si è svolta il 26 marzo 2017. In seguito i suoi amici hanno detto che quel giorno si sentiva come se si potesse toccare la primavera nell’aria. I venti erano tiepidi e le colline fiorivano. Gli agricoltori stavano iniziando a coltivare i loro campi.

Kei Taniguchi sul Tsurugi 1955 m, una delle vette del classico Cento montagne del Giappone del 1964 di Kyuya Fukada (tradotto in inglese nel 2014 da Martin Hood). Foto: Akihiro Oishi.

In estate, ho visitato la sua tomba. Kei e io eravamo amici da quindici anni. Nel 2001, mentre ero ancora al college, ero diventato curioso di scoprire il mondo sopra gli 8000 metri e avevo scalato il Cho Oyu con Kazuya Hiraide, che in seguito divenne uno dei principali compagni di arrampicata di Kei. Per celebrare il nostro ritorno, Ken Noguchi aveva organizzato una festa per noi a Tokyo. Dall’altra parte della stanza, avevo notato come la luce della lampada splendeva sul viso di una donna sorridente. Volevo parlare con lei, ma la stanza era troppo affollata e rumorosa e non potevo iniziare una vera conversazione. Più tardi, quando Noguchi mi ha fatto conoscere Kei, mi ha detto che era lì per il cibo gratis. Lei rise. Ricordo di aver pensato che fosse il tipo di persona che sarebbe sempre stata semplice. Ho ammirato quella qualità.
Dopo la laurea, ho iniziato la mia carriera come giornalista. Mentre andavo sulle montagna più varie per fare reportage per riviste e programmi TV, vidi spesso Kei, che lavorava come guida. Svolgeva anche altri lavori, per esempio far da modella in qualche rifugio di montagna per promuovere una birra oppure diventare facilitatore per un’azienda di formazione imprenditoriale. In un’occasione, lei e io abbiamo aiutato un gruppo di alpinisti a imparare le cose necessarie a ​​un viaggio nelle Alpi svizzere. Tra le mie amiche, a me lei sembrava sempre la più allegra.
Nel 2011, quando presi più sul serio l’alpinismo, chiesi a Kei se avesse voglia di insegnarmi qualcosa delle sue tecniche. “Certo”, rispose, “assolutamente”. Quel dicembre mi portò sulla cresta occidentale dello Yarigatake. Nonostante la sua piccola statura, Kei era di casa sull’immensa parete ghiacciata. Sono stato colpito dal contrasto tra la luminosità del suo sguardo e l’oscurità del burrone sottostante. Dopo quel giorno, abbiamo scalato molte montagne insieme. Se mi stancavo e mi rilassavo, mi rimproverava: “Akihiro! In montagna non esiste “solo un minuto!”.

Kei Taniguchi in veste di concorrente in una Adventure Game.

——

Dopo aver visto la sua tomba, sono andato nell’appartamento di Hisatake. “Frane, valanghe, ci sono così tante cose che possono accadere in montagna… quasi me lo aspettavo”, ha detto. “Ma non pensavo che sarebbe successo sul Kurodake. Mi chiedo se abbia perso un po’ la concentrazione”.
Ero curioso di sapere se qualcuno degli amici di Kei la pensava così.
“A volte penso che … forse è stato il destino”, ha detto Hisatake. “A volte penso che quando è stata inviata a questo mondo, le sia stata affidata una missione particolare. Diventare la migliore alpinista, aiutare quelle studentesse a scalare l’Himalaya. Forse non c’era ancora molta leadership per lei, ma penso che, di per sé, facesse parte del risultato. Quindi penso che quando le è stato detto di tornare, forse è tornata in paradiso. In me c’è ancora tanto dolore, ma ultimamente sento anche un grande senso di riverenza”.

Taniguchi durante una gara di avventura nella prefettura di Nagano, in Giappone, ottobre 2013, uno sport che ha praticato oltre al suo alpinismo. Oishi ricorda: “Uno dei compagni di squadra di Taniguchi, Yukiko Fushimi, mi ha mostrato le foto di una gara particolarmente difficile e non c’è neppure uno scatto di Kei senza che sorrida. “Ogni volta che doveva valutare la situazione ed elaborare la prossima mossa”, ha detto Fushimi “aveva una gamma più ampia di accettazione… Inoltre, le piaceva l’intero processo, incluso il dover decidere cosa fare dopo”. Foto: Aya Kubota.

Se, come diceva Hisatake, a Kei era stata conferita una sorta di “missione”, pensavo, doveva esserci stata una sorta di “significato”. Mi chiedevo quale fosse quel significato, se non altro nelle menti degli altri o in quella di Kei. Quando ho espresso questa idea a Hisatake, mi ha mostrato alcuni appunti, diari e lettere che sua figlia si era lasciata alle spalle. E così, il mio viaggio ha iniziato a cercare di mettere insieme una storia della breve, enigmatica esistenza di Kei.
Continuavo a tornare al fatto che era morta su una montagna alta meno di 2000 metri, un’idea difficile da accettare per tutti coloro che la conoscevano. La lettera che Kei ha scritto alla sua famiglia sui suoi anni di scuola superiore, che Hisatake ha condiviso al funerale, mi ha fatto sentire ancora più inquieto. Per me, Kei aveva sempre irradiato un’energia travolgente e positiva. Non avevo mai sentito prima che avesse trascorso la sua adolescenza sentendosi intrappolata. Cominciai a domandarmi se Kei sentiva che, se mai avesse perso il sorriso, sarebbe tornata la persona che era quando era imprigionata nel sistema scolastico. Continuamente, in montagna, cercava un posto dove potesse essere libera da tutte le restrizioni. Forse stava anche combattendo contro il suo ex sé.

«Più severa è la situazione, meglio vedo me stessa e ciò di cui ho veramente bisogno in questo momento. Sia che tu sarai sconfitta dal
sé debole che incontri, sia che andrai oltre un sé in decomposizione per fronteggiarne uno forte, è questo il grande bivio che ti aspetta. È una battaglia contro te stessa combattuta in un’arena inserita nei più alti luoghi della Terra
(Kei Taniguchi, in rivista Yama to Keikoku, ottobre 2003)».

Kei Tanicuchi e Kazuya Hiraide dopo il tentativo allo Shispare.

——
Quando andai a parlare con qualcuno dei suoi vecchi compagni di scuola, tutti mi hanno detto che erano molto meravigliati dalla sua ricerca di pericolose vette himalayane. La ricordavano come una studentessa silenziosa cui piaceva leggere e cucinare e che faceva parte di un sistema educativo definito da regole pervasive. Su una grande pietra nel cortile della sua scuola media, i personaggi kanji (caratteri di origine cinese usati nella scrittura giapponese, NdR) per “resistenza” e “sopportazione” erano stati scolpiti con grande forza. I capelli dei ragazzi dovevano essere corti; la frangia delle ragazze era tagliata sopra le sopracciglia. Gli studenti dovevano ripiegare le calze più di tre volte. La lunghezza della gonna era strettamente regolata. Ogni mattina, un insegnante si trovava davanti al cancello della scuola per ispezionare questi dettagli. Ogni volta che le bandiere venivano alzate o abbassate, gli studenti dovevano interrompere ciò che stavano facendo e fare attenzione.
Kei non si ribellò mai in quell’ambiente; invece, scivolò silenziosamente nel mondo dei libri. Nel corso del tempo, si formò uno spirito resiliente, rifugiandosi sempre più profondamente nella sua immaginazione. Un’amica ha ricordato che quando erano insieme nella biblioteca della scuola, Kei le aveva raccomandato Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, la classica storia di una bambina di nove anni la cui madre è morta e il cui padre è un capitano sempre in giro per mari. Vivendo una vita indomita in una casa tutta sua, Pippi ha una forza sovrumana e un allegro disprezzo per le regole e le convenzioni sociali gravose. Sfida i poliziotti che cercano di portarla a una casa per bambini;  rifiuta di tornare a scuola, dopo un disastroso tentativo terminato con un suo disegno sulle travi della classe perché un pezzo di carta è troppo piccolo per tutto ciò che lei immagina.
Nello stesso periodo, Kei diede a suo fratello minore Hayato una copia di The Neverending Story di Michael Ende. Per Hayato, che all’epoca aveva sei anni, fu un romanzo davvero avvincente: ne fece il suo tesoro. Tuttavia gli capitò di smarrire quel libro e, sebbene lo abbia cercato a lungo, di non riuscire a ritrovarlo più. Dopo la morte di Kei, la copia ricomparse nella stanza di lei. “Suppongo adesso sia finalmente mio”, disse Hayato nel tentativo di scherzare e alleviare un po’ del dolore. “Mia sorella l’ha sempre pensato come suo fin dall’inizio”.
Come Pippi Calzelunghe, questo romanzo fantasy parla anche di un bambino che fugge da un’aula soffocante per vagare liberamente in un mondo magnifico. In una giornata di pioggia, un ragazzo di nome Bastian si rifugia in una libreria per sfuggire ai bulli della scuola e scopre un libro magico che funge da porta verso il mondo di Fantastica. Rileggendo The Neverending Story (la storia infinita), sono rimasto sorpreso da quanto il romanzo abbia a che fare con l’alpinismo. “Le passioni umane hanno modi misteriosi“, riflette il narratore, “nei bambini come negli adulti… Alcune persone rischiano la vita per conquistare la vetta di una montagna. Nessuno, nemmeno loro stessi, può davvero spiegare il perché”. All’interno di Fantastica, un leone gigante informa Bastian che gli è stata assegnata una ricerca: seguire il comando “Fai quello che desideri”, fino a quando non capisce finalmente “cosa davvero vuoi”.
Con ogni desiderio conscio e inconscio che sente Bastian, i paesaggi di Fantastica si trasformano. C’è una foresta incantata notturna che sboccia e sbriciola ogni tramonto e alba e una Montagna del Destino che può essere scalata solo quando tutti i ricordi delle precedenti salite sono svaniti. Anche lui cambia, diventando più forte e più potente. Gli effetti dei suoi desideri, tuttavia, rimangono imprevedibili: incontra magie esaltanti e bellezza sublime, ma affronta anche bestie feroci ed eserciti in guerra; e apprende che per ogni desiderio che ha, deve rinunciare a un ricordo del suo passato. Deve scoprire il suo più profondo desiderio e il suo vero “sé” prima di dimenticare completamente chi fosse prima. “È il più pericoloso di tutti i viaggi”, afferma il leone. “Richiede la massima onestà e vigilanza, perché non c’è altro viaggio in cui sia così facile perdersi per sempre”.

Kei Taniguchi nel suo tentativo del 2011, con Yasuhiro Hanatani, di scalare una linea di collegamento tra i Kahiltna Peaks e lo Sperone Cassin al Denali, la via incompiuta in cui Tatsuro Yamada e Yuto Inoue sono scomparsi nel 2008. Secondo un rapporto del National Park Service, i corpi di Yamada e Inoue sono stati trovati nel 2009, “in una ripida area rocciosa a ovest della Cassin Ridge, a 19.800 piedi”. Per ulteriori informazioni sulla storia di Yamada e Inoue, vedere The Giri-Giri Boys, di Katsutaka Yokoyama, su Alpinist 26. Foto: Yasuhiro Hanatani.

Come studentessa della scuola media, Kei poteva solo esplorare le sue aspirazioni in un mondo di fantasia senza restrizioni. Le piaceva una band chiamata Echoes, di cui ascoltava senza mai stancarsi pezzi come Osorubeki Kodomotachi Eh. Parole come “barricata” e “ripostiglio” rappresentavano una metafora del sistema scolastico. Il simbolo di liberare una “marionetta” divenne una dimostrazione di liberazione. “Penso che Kei abbia sempre voluto diventare una versione diversa e più libera di se stessa”, mi disse un vecchio compagno di classe.
Al liceo, la competizione per essere accettata in un’università giapponese era feroce e Kei non poteva più nascondersi nella sua immaginazione. Decise di vedere il tempo da lei trascorso sui libri come un mezzo per lavorare sulla propria autostima. Ma era anche pronta a cercare un mondo oltre le loro pagine. Durante una delle prime passeggiate con il padre si era arrampicata in punta a una cimetta rocciosa, nella prefettura di Fukushima. Sopra la foresta, aveva immaginato di poter raggiungere le nuvole. “Era come se fossi entrata in una delle illustrazioni dei miei libri”, ha successivamente scritto in Alpinist 52. “In seguito, ho fantasticato su altri posti che avrei potuto scoprire, se solo avessi potuto continuare a viaggiare”. Per il suo ultimo anno di studi è partita per il Kansas. Lì, ha iniziato ad acquisire la forza fisica per diventare una scalatrice himalayana. In Giappone non era appartenuta a nessun club scolastico, ma negli Stati Uniti ha partecipato a programmi di doposcuola, tra cui badminton, corsa campestre e atletica leggera. Nelle lettere a casa faceva resoconti vivaci dei suoi incontri di fine settimana e delle sue nuove amicizie, anche tra scuole diverse. Poiché il suo inglese era ancora approssimativo, lo sport era senz’altro utile a una miglior comunicazione con gli altri studenti. Si iscrisse a un evento chiamato Biking Across Kansas e si è fatta in bici lo stato del Kansas da un lato all’altro, in otto giorni. Ha scritto a un amico:
«Sapevo che dovevo essere libera, quindi ho scelto di scappare studiando all’estero…. Sono diventata qualcuno che può capire un po’ meglio se stesso, quindi non c’era alcun motivo per non farlo. Nel mio intimo ci sono stati momenti in cui ho pensato che vivere in una cultura diversa e da soli potesse essere davvero difficile. Ho imparato tante cose».
Quando i suoi amici giapponesi la rividero, indossava vistose magliette americane. Sembrava piena di fiducia, trasudando gioia per la semplice consapevolezza d’essere viva. Con una voce molto più sicura di prima era più incline ad aprirsi agli altri. “Sono stata capace di cambiare”, spiegava.

Key Taniguchi su una vetta più riposante del solito.

—–
Durante i primi anni 2000, anche Kazuya Hiraide era alla ricerca di un senso di libertà estesa. Prima che lui ed io scalassimo il Cho Oyu, era stato un membro di spicco del club di atletica leggera della Tokai University. Ma non era a suo agio, comunque, con l’idea di gare che potevano essere vinte o perse sulla base di un millisecondo di prestazione. Hiraide era cresciuto correndo tra le montagne vicino alla sua città natale di Fujimi nella Prefettura di Nagano. Penso che abbia abbracciato l’alpinismo perché voleva trovare un mondo in cui potersi esprimere con la sensazione di muoversi libero.
Nel 2004 Hiraide e un compagno, Kazuo Tobita, puntarono al Ghenish Chhish (o Golden Peak), noto anche come Spantik, una montagna di 7029 metri nella catena montuosa del Karakorum, in Pakistan. Lì, diciassette anni prima, gli scalatori britannici Mick Fowler e Victor Saunders avevano completato una storica ascesa del Golden Pillar. Nell’American Alpine Journal, Saunders descrisse “una roccia giallo-crema che si inarca da un ghiacciaio all’altro per 15 miglia, come una serie di arcobaleni”. Dopo la scalata, aveva concluso: “Qual è il punto dell’alpinismo? Mi è sembrato in quel momento che la natura dell’obiettivo non avesse importanza. Siamo spinti a raggiungere gli obiettivi, ma possiamo imparare lezioni da loro? Non c’è alcun premio, tipo una pentola d’oro, solo arcobaleni”.
All’epoca, Hiraide lavorava in un negozio di alpinismo, dove incontrò di nuovo Kei. Il discorso cadde sul Golden Peak, e lei disse immediatamente “voglio andarci”. Nel numero di ottobre 2003 di Yama to Keikoku, aveva scritto:

«Più severa è la situazione, meglio vedo me stessa e ciò di cui ho veramente bisogno in questo momento. Sia che tu sarai sconfitta dal sé debole che incontri, sia che andrai oltre un sé in decomposizione per fronteggiarne uno forte, è questo il grande bivio che ti aspetta. È una battaglia contro te stessa combattuta in un’arena inserita nei più alti luoghi della Terra (Kei Taniguchi, in rivista Yama to Keikoku, ottobre 2003)».

Kei Taniguchi sul Tsurugi 1955 m, Giappone, nel 2012. Foto: Akihiro Oishi.

Durante la spedizione del Golden Peak, lei e i suoi nuovi partner si sono trovati in bufere di blizzard su pendii soggetti a valanghe. Quando Tobita si ammalò, Hiraide e Kei terminarono da soli la prima salita della cresta nord-occidentale (la via per la quale Fowler e Saunders erano scesi). Al di sopra di lastronate di neve instabile perché ventata dalle bufere , la parte superiore del percorso era su ghiaccio lucido, dove occorreva lavorare parecchio di piccozze nell’aria fredda e sottile.
Esaltati dal loro successo, Hiraide e Kei si spostarono sul versante nord del Laila Peak 6096 m. Sulle pareti ripide e innevate, trovarono pochi posti dove riposare, quindi continuarono quasi senza fermarsi dalla base alla cima. Nuvole spesse avevano oscurato la cima del Golden Peak. Dalla cima del Laila Peak, tuttavia, potevano osservare altre montagne che si stagliavano in lontananza sotto un cielo blu scuro. “La Terra è enorme”, osservò Kei. Era come se potesse vedere infiniti mondi possibili.
In montagna, come in un paesaggio magico che cambia forma in base ai sogni, non si sa mai cosa succederà dopo. Più e più volte, Kei sarebbe entrata in luoghi selvaggi e alti come persona di un certo tipo, e ne sarebbe tornata diversa, con un mutato punto di vista.

In allenamento sulle Alpi Giapponesi, Taniguchi sullo Yarigatake 3180 m. In Alpinist 52, Taniguchi ha scritto: “Nei luoghi più alti e severi sono costretta a vedere quanto piccoli e impotenti siano tutti gli umani… Allo stesso tempo, realizzo il nostro potenziale illimitato: decido se affrontare le difficoltà della montagna o no… Nessuno mi costringe. Nessuno mi guida per mano… Quando comincerò a vedere e toccare la terra, inizierò a scoprire cosa posso fare, come posso andare oltre l’immaginabile”. Foto: Akihiro Oishi.

——-

Dopo le realizzazioni sul Golden Peak e sul Laila Peak, Kei si era guadagnata le attenzioni dovute a una promettente alpinista himalayana. L’obiettivo che si prefisse subito dopo le attirò critiche. Nell’autunno del 2005, lei e Hiraide partirono per una parziale via nuova rotta sulla parete nord e sulla cresta nord-ovest dello Shivling, un picco di 6543 metri nell’Himalaya indiano. Agli amici, l’idea sembrava pericolosa, più che altro una sfida al senso comune a discapito di una graduale progressione verso le maggiori difficoltà.
Lo scalatore tedesco Thomas Huber e il suo partner svizzero Iwan Wolf avevano ricevuto un Piolet d’Or per la loro prima salita sullo stesso versante dello Shivling nell’anno 2000. Huber era famoso anche in Giappone per le sue difficili vie sulle big wall, e quella salita sembrava una delle cose più difficili che avesse mai affrontato. Nell’Himalayan Journal descrisse terrificanti rocce a strapiombo, fitta nebbia e raffiche gelide, lontani da ogni possibilità di salvataggio: “Anche dove la roccia sembrava solida, su quella parete se davi un colpo di martello suonava come una campana a morto…. poi inizia a nevicare, tutto è merda, questa montagna, questa via, questa situazione insostenibile”. Rock & Snow, un’importante rivista di arrampicata giapponese, ha pubblicato la storia del calvario di Huber e Wolf, e l’hanno letta tutti. E quasi tutti pensavano che una parete del genere non fosse molto adatta a due alpinisti himalayani non così esperti anche se bravi.
Ignorando i loro critici, Kei e Hiraide partirono per la montagna come previsto. Per acclimatarsi si recarono al Muztagh Ata sull’altopiano tibetano, dove completarono una seconda salita in stile alpino sulla cresta sud-est. Dopo essere arrivati ​​in India, si diressero verso le sorgenti del fiume Gange. Sopra di loro, la vetta luminosa e vivace dello Shivling sembrava trafiggere il cielo. Mentre salivano i rilievi vicini per ottenere una prospettiva migliore, i dettagli della parete iniziarono a prendere forma: i punti deboli tra le muraglie lisce, le cenge su cui poter sostare e le aree che sembravano relativamente sicure, fuori dalla linea di caduta delle valanghe.
Kei credeva fosse molto utile trascorrere del tempo faccia a faccia con una montagna. Diceva a Hiraide: “Scaliamo ‘sta montagna solo quando ne siamo diventati amici”. In un articolo per Alpinist 52, Essere con la montagna, spiegò in seguito:
«Non mi piace correre verso una destinazione, raggiungere la base di una montagna nel più breve tempo possibile e iniziare a salire subito. Per me, questo tipo di approccio è come entrare in una casa con le scarpe sporche. Preferisco invece bussare alla porta della montagna e salutare, parlare con lei finché non ci capiremo meglio: solo allora entreremo più profondamente nel suo cuore».
A Kei piaceva anche scovare un percorso da sola per poter concentrarsi meglio: così iniziò a fare da sola una cima sui 5500 metri che lei e Hiraide avevano chiamato Piccolo Shivling. A metà strada, piantò una tenda e scrisse:
«Il piccolo sito da bivacco si trova su un colle sopra un pendio spaventosamente ripido: è un mondo misterioso con infinite successioni di catene montuose bianche. Mi sto addormentando al suono di valanghe e di ghiacciai in caduta. È spaventoso, ma sono felice. Non c’è nessuno in giro che mi dia fastidio. Anche se sono sola ora, mi sento fortemente abbracciata da Madre Terra».
Dalla vetta, poteva vedere lo Shivling dritto davanti a sé: «Poiché sulla parete nord non c’è il sole, fa ancora più paura. L’ho studiata più e più volte mentre immaginavo la linea di salita: più guardavo, più diventava terrificante».
Continuò ad annotare i dettagli della parete, tracciando con l’immaginazione la linea da seguire. “Lo saliremo”, ha scritto. “Una volta iniziata la salita, non si può tornare indietro. L’unico obiettivo è raggiungere la destinazione. Nessuna montagna è impossibile, se la vuoi davvero”.
Durante tutto quel tempo, Kei aveva rimuginato solo sul rapporto tra se stessa e la montagna. Non ha mai considerato le opinioni altrui su di lei o sul grado di difficoltà della parete. Il 9 ottobre, lei e Hiraide iniziarono la salita sui pendii ghiacciati basali. Determinati a portare il minimo possibile, avevano solo una tenda e sacchi da bivacco per la notte. Sul primo risalto roccioso dovettero ripulire la roccia dalla neve fresca per avere appigli e appoggi. Un velo freddo indugiava nell’ombra della parete nord; il ghiaccio era durissimo e dovevano scalciare forte perché i ramponi potessero fare presa su un ghiaccio che sembrava duro come metallo. Il secondo giorno lo passarono sotto gli spindrift di neve leggera. Anche quella notte dovettero fare un bivacco molto esposto, ormai in alto.
Alla fine del terzo giorno avevano trovato la loro via fino a oltre le barriere di roccia e seracchi, e finalmente erano giunti alla luce della zona sommitale. Il sole della sera illuminava il viso di Kei, ma la cresta nord-ovest si levava ancora al di sopra, ripida e implacabile, tra loro e la vetta. Il quarto giorno, ai limiti delle loro capacità, raggiunsero la vetta. Hiraide chiese a Kei: “Ti è piaciuta questa parete nord?”.
Kei rispose con voce rotta dal pianto, registrata sulla videocamera di Hiraide: “Sai, hanno detto che non ero all’altezza di questa parete. Quindi, prima di partire da casa, ho pensato seriamente di non riuscirci, e che avrei potuto morire. Ma è diverso quando guardi una cosa con la convinzione che ci sono mete cui sei destinato. Quando guardavo la parete nord, pensavo che ci doveva essere per forza un percorso alla mia altezza. Non riuscirei a fare salite come quelle ideate e fatte da un Hans Kammerlander o un Thomas Huber, per esempio, ma ci deve essere un percorso che possiamo scegliere e fare, adatto a ciò che siamo noi. Ne ho trovato uno. Non è stato facile, ma sento di aver dato il mio cento per cento. Sì, la parete nord è meravigliosa. Lo Shivling è meraviglioso. Grazie per averci permesso di salire. Davvero, grazie mille”.

Tokyo, Theatre Cybird, 5 dicembre 2012. Kazuya Hiraide e Kei Taniguchi premiati con il Faust Adventures’ Guild Award. Foto: Jun Sato/WireImage.

——

Sia Kei che Hiraide avevano sofferto di congelamenti nell’impresa dello Shivling. Alla fine Hiraide perse quattro dita dei piedi. Per i due anni dopo Kei ha scalato con altri amici. Nel 2006 si unì alla spedizione di pulizia di Ken Noguchi al Manaslu, per celebrare il cinquantesimo anniversario della prima salita di questo Ottomila “giapponese”. Un anno dopo è tornata con lo stesso all’Everest. Potrebbe sembrare contraddittorio per un alpinista in stile alpino prendere parte a grandi spedizioni a montagne di 8000 metri, ma a Kei piaceva avere la possibilità di trascorrere del tempo con gli scalatori Sherpa, Pemba Dorje e Ang Kazi, che aveva incontrato nel 2002 Everest cleanup expedition.
Sebbene fosse ormai famosa come alpinista di punta, Kei si riferiva a se stessa come “vagabonda rampicante” o “viaggiatrice che scala le montagne”. Voleva comunicare che c’era un focus diverso nella sua ricerca: sperava di immergersi nella natura e di conoscere le comunità locali. Le cime erano a volte belle, a volte severe e a volte quiete, ma quello che cercava era qualcosa di più che la possibilità di scalare una via difficile o di raggiungere una cima. Sul blog di Noguchi, ha scritto:
«Ciò che conta è il tempo e lo spazio che ho condiviso con le persone che apprezzo. La cosa fondamentale è che ci fosse amore. Solo quelli che sono lì possono sperimentare le persone con cui salgono, dove e come si trascorre il tempo, cosa vedono, odono e sentono».
Il recupero di Hiraide dai suoi congelamenti non era andato così liscio. Un anno dopo lo Shivling, tuttavia, riuscì a completare una gara di trail running di 70 km. Kei attese con impazienza la possibilità di tentare un’altra salita con lui. Nel settembre 2008, si è sentito abbastanza bene da provare la parete sud-est del Kāmet 7816 m, in India.
“Avevamo già affrontato molte sfide, ma nonostante la fiducia fosse nata da queste esperienze, erano cresciute anche paura e ansia”, hanno raccontato all’American Alpine Journal. “Avevamo raccolto molte relazioni da altri scalatori e avevamo studiato le fotografie della montagna, ma sapevamo che questa ricerca non poteva rivelare la vera natura del Kāmet. Molti alpinisti erano stati sopraffatti dalla montagna, che aveva ancora pareti inesplorate. Perché? Non abbiamo potuto sapere la risposta fino a quando non siamo andati a cercare noi stessi”.

Kei Taniguchi nella catena del Monte Bianco.

Al campo base, Kei cercava una linea per loro ogni volta che poteva intravedere la montagna attraverso le frequenti nevicate. Dopo più di una settimana, è apparso il cielo blu. Allora ha scritto sul suo diario:
«Oggi posso vedere chiaramente la parete. Ho verificato la possibilità di scalarla proprio al centro. Voglio fare una linea diretta alla vetta! Possiamo farlo! Dopo aver visto la parete per un po’, anche Hiraide fu d’accordo con me e disse che sembrava fattibile».
Un couloir sembrava disegnare una linea bianca bellissima, fino in cima. Da vicino però la topografia reale si è rivelata molto più complicata di quanto immaginassero. Durante la loro prima notte in parete sono stati costretti a piccozzare ghiaccio per più di un’ora per creare un minimo di cengia dove provare a riposare. In alto, il bagliore delle stelle sottolineava solo il freddo intenso. Il giorno dopo, mentre salivano più in alto, ondate di spindrift si riversavano su una roccia marcia e altri ghiaccioli in caduta libera. Kei si meravigliava della graduale espansione del panorama intorno a loro, lo scintillio di innumerevoli vette bianche. Ma non riusciva a smettere di tremare. Di notte, si rannicchiarono nella loro tenda, battuti da sassi che cadevano e slavine di neve. Al terzo giorno, i tratti della penna di Kei erano diventati piccoli, fragili e sottili:
«Il secondo punto cruciale è diventato un ostacolo maggiore di quanto inizialmente mi aspettassi. Prima di tutto, sono in cattive condizioni e riesco a malapena a fare due passiNon posso proprio fare nienteAbbiamo fatto un tiro, e anche se dopo abbiamo usato le jumar, mi sembrava di morire. In quella, ho pensato: “Fare questo tipo di alpinismo ha senso…?“. Uno dei motivi per cui lo stavamo facendo era realizzare un sogno di Hiraide. Questo è il peggio che abbia mai provato, spietati pezzi di roccia e ghiaccio ci cadevano addosso».
Ovviamente raggiungere la vetta era anche il sogno di Kei, pensai. Deve essere stato a causa della sua stanchezza che l’aveva scritto come “il sogno di Hiraide”. Era difficile per me credere che fosse la stessa Kei di buon umore che conoscevo. Quando mi sono ricordato delle sue intense esperienze sullo Shivling, le parole “Questo è il peggio che abbia mai provato” hanno assunto ancora più peso. Il quarto giorno, ha scritto:

«Oggi, abbiamo attraversato con due lunghezze il secondo punto cruciale… Ancora una volta, posso vedere davvero la forza di Hiraide. E posso davvero vedere i miei punti deboli. La via sulla parete sud-est del Kāmet era davvero la più bella. La si può salire con una linea molto più diretta di quanto si possa immaginare. È una linea meravigliosa con dettagli meravigliosi. Ci sono passi da boulder. Ghiaccio. Neve farinosa. Neve compatta. Quindi il primo e il secondo punto cruciale sono un mix di ghiaccio e rocce. In posti meravigliosi come quello, braccia e gambe mi funzionano bene. Poi invece ho usato uno jumar per continuare sulla fissa messa ieri. Patetico. Frustrante. Non vado proprio. Mi dispiace! Mi sento del tutto inutile».

Presto lei e Hiraide furono quasi senza cibo e senza più forze. Il sesto giorno scrisse:
«Molte volte ho pensato che avrei potuto morire per ipossia. Mentre seguivo i passi di Hiraide, ho sentito molte volte che c’era qualcun altro lì con noi. Chi è? Per favore, non chiamarmi ancora lì da te. Non ero mai stata tesa così tanto prima. Non potevo camminare da sola».

La Diretta dei Samurai sulla parete sud-est del Kamet

Sono rimasto incuriosito dal suo riferimento a qualcun altro sulla via. Esiste un fenomeno chiamato Third man factor (fattore terzo uomo), che si presenta in condizioni estreme, come quelle in alta quota, con disidratazione, stanchezza e fame. Nel 1985, sulla Shining Wall del Gasherbrum IV, lo scalatore polacco Voytek Kurtyka aveva riferito di aver visto figure fantasma e di sentire voci strane. Secondo la biografa di Bernadette McDonald, Kurtyka “era convinto che esistessero angoli remoti del cervello cui si poteva accedere solo allo stremo. Il Gasherbrum IV aveva aperto la porta a uno di quei luoghi segreti”.

Come molti giapponesi, Kei riteneva che buddhismo e shintoismo credessero che le montagne fossero abitazioni degli dei: qualche volta l’avevo vista pregare nei piccoli templi di montagna. Non potevo essere sicuro di quali significati abbia tratto da quella presenza invisibile sul Kāmet. Ma ero certo di almeno due cose: era stata spinta al suo limite assoluto, e in qualche modo aveva trovato proprio là un misterioso senso di speranza.

«Ciò che conta è il tempo e lo spazio che ho condiviso con le persone che apprezzo. La cosa fondamentale è che ci fosse amore. Solo quelli che sono lì possono sperimentare le persone con cui salgono, dove e come si trascorre il tempo, cosa vedono, odono e sentono (Kei Taniguchi)».

Kei Taniguchi durante la prima ascensione della parete sud-est del Kāmet.

Nel video che Hiraide ha girato durante la loro salita, Kei sorride sempre. “Hiraide, mi pare che ti stai davvero godendo questa scalata”, dice, oppure: “Questa vista è fantastica!”. Sospettavo che il suo sorriso abituale e senza pretese potesse essere uno stratagemma per sollevare il morale, nonostante le sue paure intime. Anche Hiraide stava lottando. Era preoccupato di perdere altre dita dei piedi per congelamento, ed era quasi troppo stanco per parlare. Quando in seguito disse: “Salire il passo chiave è stato divertente”, questo commento era probabilmente il risultato della di lei influenza.
Vicino alla cima, si rannicchiarono in un crepaccio. Si svegliarono mentre l’alba arrossava la cima del Kailash, la montagna sacra. Il colore arancio invase quel gigantesco e meraviglioso ambiente. Come se fossero stati riportati alla vita, barcollarono fino alla cima.
“Congratulazioni”, esclamò Kei. “È stato fantastico!”.
Hiraide rise e replicò: “Ehi, anche io penso che sia fantastico”.

Kei, anche lei ridendo: E’ vero che lo dico ogni volta. Fantastico, fantastico. Fantastico”.

I due avevano messo a segno una linea di 1800 metri, disegnata in modo impeccabile, su ghiaccio e roccia inviolati. Lontano, pensavano di poter vedere la curva della terra. Tutto sembrava possibile. Montagne ripide si estendevano fino all’orizzonte blu e oltre.
“Qual è la prossima?” Kei chiese a Hiraide con un sorriso.
“Qual è la prossima?” rispose lui.

Kei Taniguchi e Kazuya Hiraide in vetta al Kāmet.

——-

Nell’aprile 2009, Kei e Hiraide si recarono a Chamonix per ricevere un Piolet d’Or per la loro salita al Kāmet. Mentre erano nelle Alpi francesi, hanno visto un gruppo di sciatori scendere un ghiacciaio verso una parete. Hiraide notò un’espressione di nostalgia nello sguardo di Kei. In Giappone, l’arrampicata e lo sci erano generalmente considerati attività separate, ma in Francia molte persone combinavano le attività. Hiraide poteva anche percepire la bellezza e la libertà che quel modo di scivolare sulla neve suggeriva. Kei divenne determinata a imparare a sciare e progettò di prendere lezioni quell’inverno.

Kei Taniguchi alla cerimonia del Piolet d’Or 2009. L’American Alpine Journal ha osservato: “Kei Taniguchi ha affermato che per lei e i Giri-Giri Boys lo stile di arrampicata minimalista era una questione di necessità. “Non siamo ricchi… Lo facciamo semplicemente nel modo più semplice“”. Foto: Anna Piunova.

Nel frattempo in autunno, Kei e Hiraide si diressero verso la parete est del Gaurishankar, una cima himalayana di 7134 metri sacra a indù e buddisti. In un articolo per Rock & Snow 47, ha ricordato:
«Ah, voglio scalare quella montagna, voglio tracciarle sopra la mia linea. Hai mai avuto un pensiero del genere dopo aver visto una foto o il filmato di una montagna da qualche parte o aver visto la parete come parte del paesaggio in qualche luogo? Cosa faresti allora? Vorrei andare lì. E se la montagna, il suo essere là, non è ancora stata toccata da nessuno, sono certa che il mio desiderio sarà più forte. È tecnicamente troppo difficile? È in una zona con tempo instabile? Non è scalata a causa della difficoltà di raggiungerne la base? O è perché si trova in un’area politicamente particolare (confini internazionali)? Giusto al confine tra Nepal e Tibet, il Gaurishankar era lì per impegnarmi a pensare in questo modo».
Sebbene il Gaurishankar fosse già stato scalato in precedenza, la parete est era sconosciuta; ogni passo appariva incerto. All’insaputa della maggior parte dei suoi conoscenti, durante l’anno prima della loro partenza, Kei si era allenata più duramente che mai, accompagnata da un amico di lunga data, Hiroki Suzuki, che aveva fatto attività con i Giri-Giri Boys, un gruppo di alpinisti giapponesi ben noti per aver salito vie pazzesche in modo estremamente veloce e minimalista. Durante l’inverno 2008-2009, Suzuki e Kei avevano fatto pratica su pareti rocciose dove scalavano anche per ventiquattro ore di fila, a volte facendosi strada tra fasce di neve profonda. Per ricreare l’esperienza delle grandi pareti alpine, avevano concatenato diversi percorsi da una parete all’altra, una sorta di saliscendi continuo che i Giri-Giri Boys chiamavano “Pachinko”, da una specie di gioco giapponese tipo flipper. Durante un’escursione sul ghiacciaio Kahiltna in Alaska, con Iku Mitoma, Suzuki e Kei avevano perfezionato la loro tecnica con le piccozze sulle otto lunghezze di un fino ad allora inaccesso nastro di ghiaccio che divideva una parete rocciosa.
Kei ora aveva ancora di più da offrire a Hiraide in quella loro cordata che già funzionava benissimo. Ognuno di loro sapeva cosa voleva fare l’altro senza gran bisogno di dialogo, avendo ben chiare le condizioni fisiche di uno e dell’altro come fossero le proprie. Tuttavia, dopo quattro giorni sul Gaurishankar, non riuscivano ancora a trovare il modo di passare la parete terminale, cosa necessaria per completare il loro percorso verso la vetta della Cima Sud. Era una roccia con appigli assai scarsi, né c’era ghiaccio sufficiente per una salita in dry-tooling.
“In quella salita non c’era alcuna differenza nel nostro livello di abilità: abbiamo lavorato perfettamente insieme”, mi ha detto Hiraide. “Quando abbiamo deciso di rinunciare, è stato facile accettare quella decisione perché entrambi eravamo arrivati ​​alla stessa conclusione. Certo, è stato deludente non potercela fare, ma abbiamo accettato la sconfitta”.
Hiraide mi mostrò delle riprese video dopo la discesa dal Gaurishankar, in cui Kei spiegava:
«Ci vuole energia solo per essere vivi. E siccome comunque dobbiamo vivere, mi piace prendermi cura di me stessa e vivermi ogni momento. Penso che territori inesplorati o mondi sconosciuti abbiano un enorme fascino sulle persone. Se penetrarli o no dipende da me stessa e la decisione di agire o meno cambia il modo in cui il mondo si sta svolgendo attorno a me. Questo tentativo sul Gaurishankar si può definire fallito. Ma aver messo le mani su una parete dove nessuno era mai stato prima, spingendosi così in alto come abbiamo fatto noi, e vedere uno scenario così splendido fa di quest’esperienza un vero tesoro. Penso che sia più importante andare il più lontano possibile, nonostante l’incertezza, piuttosto di chiedersi se sarebbe mai stato possibile dopo nemmeno aver provato».

Tokyo, Theatre Cybird, 5 dicembre 2012. Kei Taniguchi è premiata con il Faust Adventures’ Guild Award. Foto: Jun Sato/WireImage.

—–
Nella primavera del 2010, Kei cadde sciando e si strappò un legamento al ginocchio. Di conseguenza, dovette rinunciare ad andare in Tibet per scalare il Naimona’nyi (Gurla Mandhata) quell’anno con Hiraide. Alcuni alpinisti che conoscevano Kei vedevano la contraddizione di questo suo interesse per un altro sport: perché Kei avrebbe compromesso la sua carriera per esercitarsi in quello sci di cui non aveva assolutamente bisogno in Himalaya? A quel punto, lei era andata oltre l’idea di usare semplicemente gli sci per avvicinarsi alla base delle pareti di roccia. Voleva unire le discese sciistiche ad alcune delle sue salite.
Anch’io sono rimasto sorpreso della sua nuova preoccupazione. “Perché è stata l’avventura che ha scelto”, mi ha spiegato Hiraide. “Kei non ha potuto resistere a entrare in un mondo che l’aveva così affascinata. Lo sci era una sfida nuova. Forse ha significato tanto per lei quanto le pareti dell’Himalaya”.
Hiraide rimandò la spedizione e incoraggiò Kei a “far terapia tenendo presente il Naimona’nyi”.
Durante la convalescenza, Kei ha tenuto conferenze in diverse serate a Tokyo, parlando dei motivi per cui le persone scalano:
«Sulla montagna, penso che poche persone pratichino ciò che possono esprimere attivamente al di fuori della montagna. Invece, poiché non sono bravi ad articolare i loro pensieri con le parole, si esprimono sulla grande tela della montagna. Ultimamente, penso che arrampicare non sia diverso dall’esprimersi attraverso la pittura, la scultura o la musica».

Forse, per capire meglio Kei, ho pensato, quello che devo fare è guardare più da vicino le sue vie. Potrebbe esserci un modo per leggere i modelli di roccia, ghiaccio e neve, come trovare le password per un mondo nascosto.
La scalatrice Masami Onda aveva partecipato a una delle lezioni di Kei nel 2009, ed era incantata dall’aura luminosa che Kei sembrava emettere. Le due donne iniziarono a scambiarsi email regolarmente. Si sono legate a una corda per la prima volta nell’inverno del 2011 sul Shakujodake, nel Nagano, dove si sono accorte di avere stili molto diversi. L’abituale strategia di Onda era di studiare la relazione e seguire fedelmente la via così programmata. Kei si concentrava invece nella ricerca di chiazze di ghiaccio e ciuffi di erba e fango congelati dove poter mettere viti e chiodi, oppure fessure dove poter piazzare nut e friend. Inevitabilmente, il suo percorso alla fine era ben diverso da quello programmato con gli spit in posto.

Kei Taniguchi a Chamonix, 2010. Foto: Lindsay Griffin.

“Disegnare la linea in parete”, Kei si riferiva alla sua filosofia, come se stesse creando uno schizzo troppo grande per qualsiasi pezzo di carta. “Si tratta di trovare il percorso possibile da salire nell’ambito delle proprie capacità e quindi di arrampicarlo”, ha detto. Per Onda, le linee brillanti che Kei tracciava attraverso il gelo sembravano riflettere la bellezza interiore di Kei. E in queste avventure, Onda ha trovato nell’arrampicata invernale l’ispirazione di una forma d’arte. Più tardi, Onda tradusse The Art of Freedom, la biografia di Voytek Kurtyka di Bernadette McDonald. Lo scalatore polacco aveva una visione insolita, quasi mistica, della creatività in montagna, difficile da cogliere a parole. Onda ha affermato di essere stata in grado di trasmettere i pensieri di Kurtyka in giapponese solo grazie alle sue esperienze con Kei. Nel libro, la stessa McDonald aveva citato qualche frase di Kei per spiegare le idee di Kurtyka: “Per un alpinista, se nell’alpinismo non ci sono arte e bellezza, allora non è vita”.

Kei Taniguchi in arrampicata in Alaska.

——
A maggio 2008, due amici di Kei, Tatsuro Yamada e Yuto Inoue, membri dei Giri-Giri Boys, erano scomparsi mentre cercavano di scalare una ciclopica via che collegava i Kahiltna Peaks e lo sperone Cassin al Denali (il McKinley, NdR). In Alpinist 26 il loro amico Katsutaka Yokoyama ha scritto:
«Sebbene gli scalatori non debbano lasciare segni fisici su una montagna, ci piace credere che la nostra passione rimanga sulle linee che tracciamo. Vogliamo seguire le linee che solo noi possiamo distinguere, che solo noi possiamo scalare. Sebbene i passi nella neve scompaiano, il percorso nella foto [del loro tentativo di percorso] eterna la loro passione».
Yamada aveva ventisette anni e Inoue ventiquattro. Pochi mesi prima, Yamada aveva scritto sulla rivista Gakujin della morte di una scalatrice americana, Lara Kellogg, nella Ruth Gorge:
«Sarei in grado di continuare a vivere se perdessi qualcuno di importante? Sarò in grado di costruire relazioni che mi permettano di affrontare la mia morte, un giorno, subito? […] È sciocco smettere di vivere solo perché hai paura di morire. Quindi, ho pensato di vivere e scalare anche la parte della sua vita incompiuta».
Kei ha copiato l’articolo di Yamada su un piccolo pezzo di carta in modo che potesse portarlo con sé come un “amuleto”, ha detto a Onda. In onore dei due uomini, Kei decise di completare il percorso. Se ci fosse riuscita, l’avrebbe chiamato “kizuna”, la parola giapponese che indica il legame tra le persone.
Nella primavera del 2011, Kei volò sul ghiacciaio Kahiltna con un altro compagno di arrampicata, Yasuhiro Hanatani. Quando furono a metà strada lungo la linea prevista da Yamada e Inoue, arrivarono i temporali, con neve pesante e bagnata. Inizialmente, Kei era riluttante a tornare indietro, ricorda Hanatani, ma alla fine hanno capito entrambi che dovevano scappare. Mentre scendevano in doppia la parete nord dell’East Kahiltna Peak, entrarono in una zona di pericolosi seracchi. Arrivò un elicottero alla loro ricerca, ma le tracce erano state coperte dalle continue slavine. Quando i due alpinisti arrivarono al ghiacciaio, capirono che per loro si era mossa la macchina dei soccorsi. A dispetto della delusione di Kei, a me sembra che lei si sia sentita molto vicina a Yamada e Inoue. Più tardi, quell’anno, scrisse la postfazione a Isshun de li, un romanzo che comincia con la morte di un giovane durante un’escursione.
«Anche oggi le storie iniziano dalle montagne. Non mi piace tornare sulle montagne che ho già scalato, ma mi ritrovo sempre a tornare al Denali in Alaska… penso che sia perché mi fa sentire così tante diverse emozioni forti: felicità, tristezza, umorismo, frustrazione e altro ancora.
Continuo a tornarci perché avevo dei cari amici che non sono più scesi da quella montagna. Nessuno sa cosa sia successo nel “momento” in cui sono scomparsi.
Che morte spaventosa?… Ti lamenti del tuo destino? Devo aver chiesto più e più volte le stesse cose che il personaggio Sousuke ha chiesto a Eisuke nel romanzo.
Ma non c’era una risposta neppure lì dentro.
C’è solo il Denali, immutabile, con la sua grandiosa bellezza e severità.
Sono andata lì ossessionata dalla montagna e anche durante salite brevi ho dovuto affrontare innumerevoli situazioni di vita o di morte. Ho avuto tanti miei cari amici che non sono tornati dalle montagne… Non c’è niente di bello nel morire in montagna. È solo sfortuna. Ma penso che tutto il tempo vissuto così sia stato senza dubbio bello.
Ogni volta che mi sento toccata dalla loro bellezza e dal loro rimpianto, vado in montagna. Vado perché, anche se posso indovinare, voglio saperne di più su quali rocce e neve sarebbero stati entusiasti di salire e quali fantastici panorami avrebbero rivendicato per loro. L’esperienza mi fa capire che sono viva.
Ogni volta che sfioro la morte, mi rendo conto di quanto sia preziosa la vita.
Non so se questo tipo di stile di vita sia buono o meno, ma penso che sia stato davvero bello per me vedere la bellezza e l’importanza della vita. Voglio vivere avidamente le parti della vita che gli altri non possono vivere
».
Sapevo che questa era una scalata nella quale Kei si era sentita rinascere.

Taniguchi con Junji Wada a Talkeetna, in Alaska, subito dopo la spedizione del 2014 nella Ruth Gorge. Nell’American Alpine Journal 2015, Taniguchi ha scritto: “Junji Wada e io (il Team Wasabi) abbiamo goduto dell’estremo lusso di non vedere nessuno durante il nostro soggiorno di sette settimane sul ghiacciaio… Questa è stata una vera delizia che ci ha dato il tempo per confrontarci tra di noi, con la natura, la terra e le montagne, attorno all’anfiteatro di Don Sheldon. Foto: Archivio Kei Taniguchi.

Quell’autunno partì per il Naimona’nyi con Hiraide. Inizialmente, speravano di scalare la parete sud-est, ma dovettero tornare indietro a causa di un pericoloso seracco. Con la sua cinepresa, Hiraide ha catturato i rimpianti di Kei: “Continuavo a pensare se ero troppo ottimista per poter pensare di riuscire in questa grande avventura, o se fosse solo impotenza o incompetenza”. Eppure, era chiaro che i pericoli oggettivi del seracco non l’avrebbero data vinta a nessuna forma di forza umana.
Una volta tornati ai piedi della montagna, in Kei tornò una certa calma. Lei e Hiraide si diressero dunque verso la tormentata cresta sud-ovest: la salirono fino all’inviolata Cima Sud e quindi fino alla vetta del Naimona’nyi 7694 m. Innumerevoli altre vette brillavano davanti a loro, bianche e fluttuanti, come se le cime si stessero trasformando in nuvole. Le montagne del Nepal e del Tibet si estendevano a sud e ad est. A ovest, le cime dell’Himalaya indiano si innalzavano con maestosa dignità. Una montagna triangolare tremolava in lontananza: era il Kāmet, che i due avevano scalato tre anni prima. Le vette del Kāmet e del Naimona’nyi erano distanti tra loro, scrisse più tardi Kei, ma in un attimo sembrarono unirsi, “come se ci fossimo ritrovati sulla stessa linea di una vecchia nobile storia”.
Quando si fermarono sulla cima del Naimona’nyi, la mole del Kailash, il monte sacro, risplendeva sopra al lago Manasarovar. Il bianco della montagna e l’azzurro dell’acqua si stagliavano nel color rosso tè del suolo tibetano. Grazie alla loro grande esperienza, Kei e Hiraide avevano raggiunto la soglia di un mondo incantato di contrasto e bellezza.

«Quando ero bambina, leggendo storie di avventura in una casa sul mare, sognavo spesso mondi sopra le nuvole… ho fantasticato su altri posti che avrei potuto scoprire, se solo avessi potuto continuare a viaggiare… gigantesche vette di roccia e neve (Kei Taniguchi, Alpinist 52, 2015)».

Quando tornarono al campo base, avevano completato la prima traversata da sud a nord della vetta. Pubblicazioni di arrampicata in tutto il mondo hanno elogiato la loro impresa. Ma quando parlai della spedizione con Hiraide, mi hanno impressionato le feroci auto-critiche di Kei. “Sono stata una vigliacca”, aveva detto, quando erano scappati da quel seracco. Era senza dubbio un’alpinista di livello mondiale. Perché non poteva comprendere fino in fondo quanto era diventata forte?
——

Nel 2013 i due amici si sono diretti allo Shispare 7611 m, in Pakistan. Hiraide  sognava quella montagna dal 2002, quando aveva viaggiato da solo nel Karakorum alla ricerca di “tesori”. Dopo due precedenti fallimenti, continuava a sentirsi attratto dallo Shispare. “Avevo la sensazione che quella montagna potesse insegnarmi cosa mi mancava, sia come alpinista che come persona”, ha spiegato nell’American Alpine Journal. E Kei, lo sapeva, era “la partner ideale” per una simile via.

Quando lasciarono il campo base a 3900 metri per tentare la parete sud-ovest, la vetta si ergeva sopra di loro per più di 3700 metri, vertiginosamente alta. Con il caldo cominciarono a cadere sassi e una pietra colpì Kei sulla coscia. Hiraide pensò che la montagna stesse dicendo loro di tornare a casa. Giunti più in alto osservarono un seracco che incombeva dalla parte superiore del percorso. Come quello sul Naimona’nyi, sembrava pronto al collasso. Hiraide, che era davanti, tornò da Kei. “Dobbiamo scendere”, affermò.
“Scendere?” disse Kei. Avevano raggiunto solo 5700 metri. Ma il seracco sopra alle loro teste sembrava più grande di una sala di palestra. Se fosse caduto, avrebbe travolto e scavato altra neve dai pendii, provocando un’enorme valanga fino ai piedi della montagna. Non c’era modo che qualcuno potesse sopravvivere. Tuttavia, durante la ritirata, Kei disse a Hiraide: “Certamente i seracchi e altri pericoli naturali ci impediscono di salire, ma, nella mia mente, il motivo per cui non posso farlo è perché non sono brava abbastanza”. La sentì di nuovo borbottare: “Ho perso con me stessa… ho lasciato che vincesse il mio sé debole”.
Assorto nel suo ricordo, Hiraide mi disse: “Mi chiedo se la determinazione di Kei a non arrendersi a se stessa sia ciò che ha sostenuto la sua motivazione per la montagna.”
In The Neverending Story, la controparte di Bastian Atreyu deve passare attraverso il portale di un Magic Mirror Gate (porta dello specchio magico), al fine di chiedere a un oracolo come salvare il mondo dell’immaginazione che sostiene lui e gli altri personaggi del libro. “Non ci vedi lì [nella Porta dello Specchio] il tuo aspetto esteriore”, lo avverte uno gnomo, “ciò che ci vedi è la tua vera natura più intima. Se ci vuoi passare attraverso, per così dire, devi entrare in te stesso”.

Nel corso della storia, molti scalatori hanno descritto pareti e cime come “specchi di ghiaccio vetroso o di pietra brunita”, paesaggi in cui immaginano di poter intravedere i loro sé nascosti. Forse Kei sperava di poter anche lei trovare una sorta di trascendenza, o un messaggio di vita nuova, in quell’altra parte di qualunque cosa credesse di vedere. In Alpinist 52, in seguito ha descritto il suo amore per “i luoghi alti e severi”, in cui è possibile percepire “quanto sono piccoli e impotenti gli esseri umani”, ma anche immaginare il loro “potenziale illimitato”. Prima di quel tipo di visione intensa, la ritirata poteva sembrare difficile da accettare.

Kei Taniguchi in una foto di Anna Piunova.

——

L’estate dopo lo Shispare, nel 2014, Kei ha condotto un gruppo di studentesse universitarie alla cima del Mansail, un picco non scalato di 6242 metri nella regione del Mustang in Nepal, Himalaya. A Kei senza dubbio le giovani donne hanno ricordato se stessa alla loro età: voleva aiutarle a trovare la libertà che lei stessa cercava ancora. In un incontro successivo con i loro sponsor, Kei ha dichiarato: “La mia sfida era guidare il desiderio delle studentesse che volevano entrare nel mondo sconosciuto. Se una vita è di ottanta anni, allora un quarantenne è a metà strada. Volevo passare la prima metà a inspirare (imparare) e la seconda a espirare (insegnare). Vedo la vita come un viaggio alla scoperta di un nuovo sé”. Nell’American Alpine Journal ha spiegato come aiutava le sue studentesse a usare la loro immaginazione per trasformare ciò che era disegnato su una mappa nelle forme delle montagna che sognavano di scalare. Scrisse anche di meraviglie oltre le vette:
«Anche se avevo visitato l’Himalaya in diverse occasioni precedenti, questa volta ho avuto meravigliosi nuovi incontri: una cultura buddista tibetana protetta; il colorato stupa Mustang; strana stella alpina a 4000 metri… il corpo mummificato di un piccolo animale (possibile leopardo delle nevi) a 6000 metri; e una formazione di damigelle di Numidia (specie di gru, NdR) che volano a sud proprio quando il monsone termina».

Verso la vetta del Mansail, Mustang
In vetta al Mansail.

Mentre leggevo il saggio, rimasi colpito da quanto la sua prosa sembrasse rilassata rispetto ad alcuni dei suoi scritti precedenti. Una delle sue amiche di corse d’avventura, Yukiko Fushimi, mi disse che aveva notato un altro cambiamento in Kei in quel periodo. Quando si allenavano a Nagano, si alternavano tra corsa intensa e camminata lenta. Un giorno, camminavano lungo un lieve pendio di montagna, dove la foresta era composta da grandi alberi di katsura (Cercidiphyllum, NdR). Numerosi rami spuntavano dai forti tronchi e si allungavano verso l’azzurro cielo estivo. Foglie a forma di cuore frusciavano nella brezza. Per un po’ Kei li guardò ammirata, poi disse: “Il kanji che uso per il mio nome viene da questi alberi”.

Fushimi non capiva cosa intendesse Kei. Ricordava solo che “Kei” era stato scritto in hiragana (l’ortografia fonetica giapponese), là dove il suo nome appariva nelle liste dei partecipanti alla gara, nei giornali e nelle riviste e persino sulle cartoline che Kei inviava. Ma gli amici della scuola media di Kei hanno ricordato di aver visto il suo nome scritto in kanji (caratteri cinesi). Kei era passata all’hiragana quando era andata in America? Era necessario per il suo viaggio di trasformazione?
Ho pensato al katsura, al modo in cui gli alberi rimangono radicati al suolo. E a Kei, che si è trasferita così tanto e così lontano. Sembrava esserci un enorme divario, quasi una specie di estinzione, tra chi era stata e chi stava diventando. Un personaggio era calmo, l’altro dinamico. Uno era ombroso, l’altro scintillante di luce. Mi chiesi se Kei credesse, ormai, di aver finalmente eliminato il sé immobile della sua infanzia. No, ho pensato, non penso che sia del tutto giusto. Forse, quando si trovava di fronte a quegli enormi alberi, aveva sentito le due identità combinarsi dentro di lei. Forse, accettando la sua identità precedente, è stata in grado di lasciar andare la paura della sua presenza spettrale, di essere più compassionevole con se stessa e di muoversi con più fiducia nel futuro. Non è per questo che è stata in grado di dire a Fushimi del suo nome?

L’alpinista americano Steve House con Taniguchi e Oishi (non nella foto) sull’Aiguille du Midi 3842 m, massiccio del Monte Bianco, Francia, 2014. Oishi ricorda: “Kei era il tipo di persona che poteva facilmente intrattenere una conversazione spensierata con chiunque ovunque in Giappone e quell’abilità non è cambiata quando ha iniziato a scalare a livello internazionale… Ancora più importante, indipendentemente da dove andasse, era in grado di connettersi con il cuore delle persone. Poteva girare in qualsiasi parte del globo ed essere una persona di “classe mondiale”. Foto: Akihiro Oishi.

In un articolo commemorativo di Kei per la rivista Yama to Keikuki, Sumiko Kashiwa descrisse una leggenda cinese sugli alberi di katsura che crescevano sulla luna e che simboleggiavano alti ideali. La parola assomigliava allo “stile di vita e alle credenze” di Kei, che in seguito Kashiwa spiegò tramite e-mail. “Cercava sempre alti ideali”. Più o meno contemporaneamente alla sua conversazione con Fushimi, Kei portò un vecchio video VHS a casa di un amico, Reiko Terasawa, per copiarlo su un DVD. Era un film dell’anno di studio all’estero di Kei. C’era la diciottenne Kei, che indossava un tradizionale abito di laurea americana. In una scena, eccitata come una bambina, ha strappato la confezione dei suoi regali di laurea.
“Woah, c’è stato un tempo in cui eri così carina, eh?” disse Terasawa.
Kei non rispose allo scherzo di Terasawa. Mentre guardava lo schermo, ha raccontato tranquillamente la seguente storia: “A quel tempo, odiavo seguire le tracce che mio padre e mio fratello maggiore avevano preparato. Volevo ribellarmi contro i miei genitori, quindi sono esplosa con un boom e sono andata in America. Ma ora che ho raggiunto un’età in cui non sarebbe strano avere dei figli miei, mi chiedo cosa ho fatto ai miei genitori. Pensarci mi fa
male al cuore. Voglio tener tutto su un DVD per ricordarmi di tanto in tanto”.
A Terasawa sembrava che Kei stesse iniziando a colmare un suo “vuoto” interiore. “È difficile da descrivere”, ha raccontato Terasawa, “ma anche se Kei era indipendente e aveva una personalità fortissima, ho percepito un po’ di solitudine dentro di lei, come se volesse essere curata da qualcuno”.
Tornata dalla regione del Mustang, Kei affittò una piccola casa vicino alla fitta foresta alla base dello Yatsugatake. Era sempre stato il suo sogno vivere nella natura. Proprio sopra il lato nord dell’edificio, si profilavano le pareti ghiacciate della montagna. Cucinava tutto su una stufa a legna. A volte, portando con sé solo poche palle di riso con onigiri, scalava in giornata una via. In inverno, gli alberi intorno alla casa perdevano le foglie: tra i rami spogli si vedevano meglio le montagne. In autunno, invitava i suoi amici di Tokyo per raccogliere l’uva da un vigneto vicino.
In una storia del 2015 per Alpinist, ha descritto il suo crescente apprezzamento per i paesaggi della sua terra natale:
«Ogni stagione, [le montagne giapponesi] rivelano volti diversi. In inverno… diventano luminose e silenziose, anche se non è facile raggiungere il loro
cuore solo guardandole. Quella selvaggia bellezza mi aiuta a crescere di più.
Dalla primavera all’autunno, c’è vita in abbondanza. È allora che mi piace stare in montagna da sola, catturare pesci, bere acqua corrente e raccogliere funghi, noci e uva selvatica. Desidero ardentemente attraversare gruppi e catene montuose, per avventurarmi sempre più in profondità nella culla del selvaggio…
In Giappone, la gente ha adorato le montagne fin dai tempi antichi. In questi giorni, giro la montagna desiderando essere accettata dagli yama no kami, gli dei della montagna. Chiedo loro di tornare indietro in sicurezza, di ricevere un’esperienza di bellezza e di insegnarmi un buon modo per modellare la mia vita
».
La sua casa di montagna era piena delle sole cose che aveva: per lo più attrezzatura per l’arrampicata e libri [testi di arrampicata moderni, come Training for the New Alpinism (allenamento per il nuovo alpinismo) di Steve House, nonché i classici che aveva amato fin dall’infanzia]. Mi sono ricordato di quella casa immaginaria alla fine della strada del villaggio, con il giardino rigoglioso, dove viveva il personaggio Pippi Calzelunghe, e mi chiedevo se Kei avesse dato forma proprio lì a un posto tanto desiderato nella sua mente. Ma sospettavo che Kei non potesse accontentarsi semplicemente di risiedere lì, e che avrebbe continuato ad avvalersi delle esperienze che aveva avuto come base per sogni ancora più spettacolari. “Vorrei che il mio futuro rimanesse misterioso”, scrisse: “Quando comincerò a vedere e toccare la terra, inizierò a scoprire cosa posso fare, come andare oltre l’immaginabile”.
Nel febbraio 2015, il direttore del Naomi Uemura Memorial Museum è andato a trovarla. Ha spiegato che voleva nominarla per il Gran Premio dell’Avventura Naomi Uemura, dal nome del grande alpinista ed esploratore che Kei tanto ammirava. Kei ha rifiutato. “Non c’è niente dentro di me che dice “basta così”, gli disse. “Sono ancora nel mezzo del mio viaggio. In questo momento non posso assolutamente accettare il premio e allo stesso tempo rispettare l’uomo nel cui nome è stato creato. Non sono in una fase in cui posso ricevere questo”. Più tardi disse agli amici: “Ora non è il momento giusto. Non ho ancora fatto nulla di degno. Ho ancora tante altre cose che voglio fare”.

Kei Taniguchi con la moglie e i figli dell’autore Akihiro Oishi. Foto: Akihiro Oishi.

—–

Nel 2013 il capo-redattore di Rock & Snow, Hiroshi Hagiwara, fecero una spedizione allo Janak Chuli 7041 m, noto anche come Outlier, in una zona remota del Nepal. Di ritorno a Tokyo, Hagiwara mostrò le sue foto a Kei, che spesso collaborava con la sua rivista. Guardando una foto, il viso di Kei si fece serio. “Hagiwara, cos’è questa montagna? Sembra interessante”.
Una parete slanciata e ghiacciata era rosa, grigio e bianco-argento, su uno sfondo di montagne di 8000 metri: Makalu, Lhotse ed Everest.
“Ah, questo è il Pandra”, rispose Hagiwara. Scritto in giapponese, il nome di questa vetta di 6850 m ha lo stesso set di caratteri di Pandora, nel mito dell’antica Grecia la prima donna mortale forgiata da Efesto su ordine di Zeus. Kei sembrava apprezzare la somiglianza casuale delle parole. In passato, era stato Hiraide a pianificare le sue spedizioni himalayane. Ma questo tentativo al Pandra era un sogno unicamente suo. La parete est sembrava inaccessa, quindi proprio ciò che serviva alla creatività che doveva ancora esprimere. Sarebbe stata un’espressione della sua maturità: mentale, fisica e filosofica. Ci sarebbe andata con un compagno relativamente nuovo, Junji Wada.


Pandra, quarto giorno. Kei Taniguchi conduce il tentativo alla parete nord-est.

Kei aveva incontrato Wada due anni prima quando lei e io scalavamo il Tsuguri. Vicino a noi sulla cresta, un solitario slegato, vestito con abiti logori, si muoveva con notevole velocità. Sembrava essere a posto, a prima vista era davvero esperto.
“Sei qui sul Tsuguri da solo? Veramente? Wow! Ma sembra che tu non abbia portato molto con te. Se vuoi, possiamo andare assieme”, disse Kei a Wada.
Pensavo che avrebbe rifiutato il nostro invito, ma con mia sorpresa, venne verso la nostra corda e disse: “Sei sicura? Beh sì, mi piacerebbe molto!”.
Presto la parete rocciosa si raddrizzò. “Certo, se fossi rimasto da solo, avrei dovuto rinunciare a questo punto”, disse Wada.
“Giusto?” disse Kei. “Quindi è una buona cosa che ti sei unito a noi”. Poco tempo dopo Kei andò nella regione di Tohoku dove viveva Wada. Non c’erano molte vette rocciose lì, ma le montagne verdi sembravano più tranquille delle Alpi giapponesi e spesso c’erano pochi segni di passaggio di persone. Ricoperte di alberi secolari, le cime erano apparse nelle opere di poeti come Kenji Miyazawa, che era anche buddista e contadino. In un taccuino trovato dopo la sua morte (tradotto da Roger Pulvers), Miyazawa aveva tratteggiato i suoi ideali:
«Forte sotto la pioggia / forte nel vento / forte contro la calura estiva e la neve… libero dal desiderio / non perde mai la calma / né il lieve sorriso sulle labbra / mangia quattro di riso integrale / Miso e qualche verdura al giorno… Vive in una piccola capanna dal tetto di paglia / in un campo all’ombra di una pineta… Questo è il tipo di persona che vuole essere».

Quando Wada svolgeva le mansioni del suo lavoro forestale, sembrava che anche lui esistesse come parte di quelle antiche colline. Kei è stata “disegnata“ per emulare questo stile di vita. Trascorreva il suo tempo a raccogliere piante selvatiche commestibili, a dissotterrare germogli di bambù e a cercare funghi.
Nel maggio 2014, lei e Wada andarono in Alaska per scalare diverse possibili vie nuove o varianti, linee ripide e miste di ghiaccio e roccia sul Mount Dan Beard e sul Peak 11300 che sembravano rispondere al senso estetico e all’entusiasmo di Kei. Per questo è stato riconosciuto loro il Piolet d’Or Asia. Si era costituita una bella cordata. Nell’American Alpine Journal Kei ha ricordato: “Fu un vero “trattamento”, che ci ha dato il giusto tempo per confrontarci tra noi, la natura, la terra e le montagne… Nel silenzio totale di questo luogo severo e bellissimo, abbiamo scelto le vie nuove da fare per pura sensazione”.
Nell’autunno del 2015 si sono diretti al Pandra. Dopo aver camminato per otto giorni nelle valli, apparve loro una gigantesca muraglia di ghiaccio e roccia. Per Wada, quell’ambiente emanava un’energia diversa da quella delle vette in Alaska. Provava un senso di terrore che eclissava tutte le altre emozioni, quindi anche la gioia di salire.
“No, no” mormorò Wada. “Ma è lì che andiamo?”.
“Ho trovato” disse Kei, come fosse sulla buona strada per risolvere un problema che la preoccupava da tempo. “Possiamo andare da quella parte”, disse lei indicandogli la parete. “Lungo quella linea”.
Wada non riusciva a vedere come avrebbero potuto fare. Avvertiva la grande differenza tra loro nel livello di esperienza alpinistica.
A circa 6000 metri, una sezione di ghiaccio verticale si alzava per oltre quaranta metri. Kei salì con movimenti calmi e fluidi, con la sicurezza di chi stesse facendo una passeggiata.

Junji Wada in un’esposta traversata sul Pandra.

Il quarto giorno di arrampicata, mentre conduceva un pendio di neve instabile e ghiaccio, Wada pensò adesso forse cado. Arrivò a una cresta. All’inizio, sembrava più stabile di quanto si aspettasse. Poi si rese conto di non essere su una cresta ma su un pericoloso strapiombo di neve. Nel panico, tornò alla sosta. Ricomponendosi, decise di provare ad attraversare la parete a sinistra. Non c’era posto per muoversi in sicurezza su quella neve instabile e non c’era modo di proteggersi. Wada fu colpito dall’improvvisa paura che tutto potesse crollare.
Dopo aver raggiunto una sosta ed essersi rilassato un po’, rabbrividì al pensiero del suo precedente pessimismo. Probabilmente aveva già fallito nel momento stesso in cui pensò di poter cadere. Ma l’idea di assolutamente impossibile balenò di nuovo nella sua mente. Disse a Kei che voleva arrendersi. Mentre la seguiva sulla lunghezza successiva, la sua ansia crebbe. Su quella ripida parete di ghiaccio, non c’era nulla su cui poter fare affidamento. Le mie braccia e le mie saranno in grado di resistere al freddo di un bivacco sospeso in un posto del genere? si chiese Wada. Disse a Kei che aveva bisogno di tornare indietro; era tutto ciò che poteva pensare di fare.

Pandra, quarto giorno. Kei Taniguchi segue Junji Wada nel tentativo alla parete nord-est.

“Ma, va bene che torniamo?” Chiese Kei. “Sei sicuro? Non posso crederti. Non ce ne pentiremo?”.
“No, probabilmente ce ne pentiremo”, rispose Wada. “Ma se moriamo, non saremo in grado di fare nemmeno quello”.
“Che cosa?” scoppiò ferocemente Kei. “Non è possibile che io muoia da qualche parte in questo modo”.
Tutto lì, la spedizione Pandra era finita.
Appena iniziata la discesa, Wada desiderava non aver preso quella decisione, ma non disse “Vabbè, allora risaliamo”, anche se vedeva bene quanto Kei fosse delusa. Due giorni dopo il loro ritorno al campo base, disse finalmente: “Mi dispiace davvero. Me ne pento davvero”. “Ma cosa dici?” disse Kei “Non volevo sentirti dire così”. Poi cercò di confortarlo: “Ehi, pensiamo solo di tornare di nuovo qui, dai”. Wada si lasciò andare a piangere, anche Kei era disperata “Perché questa è la nostra montagna”, diceva.
E poi lo abbracciò. Poiché pochi alpinisti erano a conoscenza della zona, Kei pensava che solo lei e lui ci avrebbero fatto un altro tentativo.

—–

Di ritorno in Giappone, Kei suonava spesso la musica preferita di Wada, incluse canzoni di Masashi Sada sulla pace e l’amore tra familiari, coppie e amici. Mise copie dei suoi libri preferiti di Sada sui suoi scaffali. Sembravano condividere un legame creato dalla loro esperienza sul Pandra. In un post di Facebook, scrisse:
«Mi sono imbattuta per caso in questa vetta mai salita… Ci va ben poca gente da quelle parti. Un posto davvero appartato. L’approccio alla montagna fu lungo e ci furono molti sviluppi inaspettati. Sono grata per questa esperienza, anche per le lacrime, le risate, la rabbia e tutto il resto. Ho aperto il vaso di Pandora per caso. Per vedere cosa c’è dentro, ci tornerò sicuramente… Ma fino ad allora i dettagli di questa montagna resteranno segreti».
Questo è stato il suo ultimo post sui social media. L’incidente in Hokkaido è avvenuto un mese dopo il suo ritorno dal Nepal. E’ morta proprio a metà dei suoi sogni.
Scomparsa Kei, Wada si rese conto che l’amava, come compagna di arrampicata, come amica intimo, come virtuosa dell’alpinismo e come donna.

«Ho aperto la scatola di Pandora per caso. Per vedere cosa c’è dentro, tornerò sicuramente… Ma fino ad allora, i dettagli di questa montagna saranno un segreto (Kei Taniguchi, 2015)».

—-

Nell’estate del 2017, un anno e mezzo dopo la morte di Kei, Hiraide tornò allo  Shispare. All’inizio, quando lui e Kei si erano ritirati dalla montagna, aveva provato troppa delusione per ritornarci. Ma, come raccontò nell’American Alpine Journal, la perdita di Kei cambiò la sua prospettiva: “L’improvvisa tragedia mi ha fatto mettere in discussione la mia motivazione per l’alpinismo. Alla fine di molte riflessioni, ho deciso di continuare a scalare, con la compagnia spirituale di lei”.
Assieme a un nuovo compagno, Kenro Nakajima, Hiraide si stava dirigendo verso un canalone sullo Shispare quando un seracco crollò e una nube di detriti lì investì. Dopo una lotta per poter continuare a respirare, i due emersero dalla valanga incolumi. Cascate di neve e spindrift scorrevano attorno a loro mentre ricominciavano a salire. Hiraide era determinato a continuare. “Sento che ciò è dovuto al fatto che la mia vecchia compagna Kei se n’era andata senza aver raggiunto tutti i suoi obiettivi”, ha spiegato, “mentre invece io ero ancora vivo”.
Più in alto, i piedi di Nakajima scivolarono su una lastra di roccia liscia, e cominciò a cadere. Inaspettatamente, la sua piccozza si piantò da qualche parte e lo fermò. Gridò di sollievo. Dopo essere riuscito a far penetrare fino a metà una vite in un sottile strato di ghiaccio, ricominciò a salire lentamente. A quel punto la piccozza gli si staccò ancora e scivolò di nuovo. Come per “miracolo”, ha ricordato, quel chiodo da ghiaccio mal messo gli arrestò la caduta. Quando furono proprio sotto la cima, Hiraide pensò: Questa è la montagna più estenuante che ho scalato finora. Le sue gambe smisero di muoversi. Percepì la presenza di un’altra persona, proprio come Kei aveva sperimentato sul Kāmet. Ma la persona che Hiraide vide non era estranea. Era Kei.
Hiraide credeva che Kei gli avesse lasciato una luce che gli brillava dentro e che si manifestava come persona reale che lo conduceva in vetta. “Sono felice di poter arrivare in cima a un’altra montagna ancora con Kei”, disse. Seppellì una foto della sua amica sulla cima ventosa dello Shispare e giunse le mani in preghiera. Avrebbe ricevuto un secondo Piolet d’Or per quell’impresa, la prima salita della parete nord-est. Era riuscito finalmente a terminare il tracciato di quella bellissima linea, fino alla cima.


——-

«Ho aperto la scatola dei Pandora per caso. Per vedere cosa c’è dentro tornerò sicuramente».
Il gioco di parole di Kei (Pandora / Pandra) è ancora online anche dopo la sua morte. Penso che Kei sia stata affascinata dal mito greco a causa degli echi che potevano esserle risuonati in alpinismo. Quando Pandora aprì il vaso, inconsapevolmente, trovò gli aspetti di grandi disastri e di sofferenze. Allo stesso modo, in montagna, gli scalatori possono incontrare i pericoli imprevedibili da tempesta di neve o da valanga, le conseguenze di un volo e la possibilità di smarrirsi. Ma Kei potrebbe anche aver sognato un’altra variante della storia, in cui un misterioso tesoro giaceva all’interno del vaso, oltre i pericoli e il dolore, oltre le sue lotte interiori e i dubbi su se stessa. Come Pandora, gli alpinisti non sanno cosa presenterà loro una montagna finché non saranno là. Allo stesso modo, quando finalmente affronti il ​​tuo sé più profondo, non sai cosa aspettarti.
E il mito greco ci dice dell’altro. In fondo al vaso di Pandora c’è qualcosa chiamata elpis, che in greco significa “speranza”. Esistono varie interpretazioni sul perché di questa presenza; alcuni mitologi ritengono trattarsi solo dell’attesa o dell’illusione di speranza. Quindi, cos’è l’elpis per uno scalatore? Se è al fondo più fondo del vaso, significa che è in cima alle montagne? E che tipo di speranza è? Sperare in cosa? Proprio come i miti cambiano ogni volta che li si tramandano, forse il significato è diverso per ogni scalatore. Forse è una buona cosa.
Ho cercato intensamente di capire cosa significasse la speranza per Kei.
Mentre rileggevo The Neverending Story, pensavo di poter capire almeno in parte. Verso la fine del romanzo, Bastian scopre che ciò che stava veramente cercando, in tutti i luoghi selvaggi in cui andava, era la capacità di amare: “La gioia lo riempiva dalla testa ai piedi, gioia di vivere e gioia di essere lui stesso. Era rinato, consapevole d’essere proprio l’individuo che aveva voluto essere… Perché ora sapeva che al mondo le forme della gioia erano migliaia e migliaia, ma che tutte erano essenzialmente la stessa cosa, vale a dire la gioia di poter amare”. Quando Bastian ritorna nel mondo reale, suo padre ascolta le sue avventure e poi gli dice: “D’ora in poi… tutto sarà diverso”. Anche la vita ordinaria, attraverso la sua nuova visione, si trasforma in qualcosa di radioso e misterioso. Per il resto della sua vita sarà intriso di quel senso di amore e capace di condividerlo con gli altri.
La gente poteva sentire l’aura irradiata da Kei: era il tipo di alone che proviene solo da persone che si ricreano continuamente in un ambiente del quale hanno scarso controllo. E così, molti volevano diventare come lei. Alla fine di The Neverending Story, il proprietario della vecchia libreria dice a Bastian: “Se non sbaglio, mostrerai a molti altri la strada per Fantastica”. Ognuno ha la propria “Fantastica” o il suo Vaso di Pandora. Kei mostrò alla gente come entrare con coraggio in quella dimensione. Se suo padre aveva ragione sul fatto che Kei avesse una “missione”, allora forse il significato di questa era insito nelle intuizioni che ci ha dato.

Durante la spedizione al Gaurishankar del 2009. In Alpinist 52, Taniguchi ha scritto degli approcci: “Voglio conoscere la relazione della gente locale con il luogo in modo da poter sentire io stessa un po’ di quella connessione… I miei dubbi iniziali si trasformeranno in certezza se posso passare abbastanza tempo semplicemente a stare con la montagna e a contemplarla. Alla fine, saprò che la montagna mi accetterà. Le sentirò dire dolcemente, vieni qui. Foto: Kazuya Hiraide.

Hiraide non è l’unico che continua a scalare con Kei. Lei ha viaggiato in tanti luoghi e ha incontrato innumerevoli persone. La sua immagine è ancora ben viva in ogni persona che ho intervistato. Durante la sua vita, l’energia di Kei spiccava su coloro che la circondavano. Le braci di lei bruciano ancora in ciascuno dei loro cuori. Ci ha ricordato che tutti noi abbiamo una “linea” che siamo destinati a disegnare. La linea mia era quella di raccontare la storia di Kei e dei suoi amici in un libro. La biografia di lei che ho pubblicato, A Piece of the Sun, è finita, ma ora la mia prossima linea è la realizzazione del progetto di Kei, Pandora/Pandra, con i suoi amici Junji Wada e Hiroki Suzuki.
Pensavo a ciò che una volta Kei aveva scritto su Yamada e Inoue: «Voglio vivere, avidamente, le parti di vita che agli altri non è dato di vivere».
Quelli di noi che conoscevano Kei devono essere alla sua altezza.
Per quanto riguarda il vaso di Pandora che lei ha aperto, il nostro viaggio alla scoperta di ciò che è dentro continuerà finché vivremo. Mi chiedo cosa mi stia aspettando in cima alla via non terminata da Kei.
Non penso che la vera essenza di una scalata sia l’aver avuto successo o no. Ciò che è importante non è così semplice da raggiungere.
La diciottenne Kei, che è fuggita dalla sua gabbia e ha attraversato il Kansas in bicicletta, ha continuato negli anni a limare e lucidare il suo nuovo sé. La radiosità e lo scopo che si era definita non erano qualità innate: erano la cristallizzazione degli sforzi ripetuti in molte avventure.
Il tesoro che troverò nel vaso di Pandora potrebbe essere un nuovo sé. Nello scalare la parete est di Pandra/Pandora, desidero ingrandire e diffondere ancor più la luminosità e la forza di Kei.

Note sul Pandra
(a cura della Redazione)
Il 16 ottobre 2002 i tre danesi Allan Christensen, Bo Belvedere Christensen e Jan Mathorne erano stati i primi a salire il vergine Pandra, per il versante sud (TD-). Nel novembre 2016, I giapponesi Kei Taniguchi e Junji Wada tentarono di salire la parte della parete nord-est: raggiunsero la cresta nord e continuarono fino a 300-400 metri dalla vetta prima di ritirarsi per le pessime condizioni, freddo e vento.
Nell’ottobre 2017 I francesi Mathieu Détrie, Pierre Labbre e Benjamin Védrines hanno raggiunto la vetta del Pandra 6850 m, 27°51.897’N, 87°59.547’E (seconda salita), dopo la prima ascensione della parete nord-est, per un itinerario diverso da quello dei giapponesi (che in effetti resta ancora da terminare).

Date della vita e delle salite di Kei Taniguchi
1972, 14 luglio: nasce ad Abiko, nei pressi di Wakayama, Giappone.

1998, marzo: si laurea alla Meiji University.

2001: sale due volte in due giorni il Denali 6193 m (Mount McKinley, Alaska, USA).

2002: partecipa all’Everest Cleaning Squadron 2002 con Ken Noguchi.

2003: partecipa all’Everest Cleaning Squad 2003 con Ken Noguchi.

2004: prima salita del Golden Peak 7027 m (Pakistan) per la cresta nord-ovest, con Kazuya Hirade.

2004: prima salita della parete est del Laila Peak 6096 m, Pakistan, con Kazuya Hiraide.

2005, 5 settembre: salita del Mustagh Ata 7569 m per la cresta est, Xinjiang Uygur Autonomous Region, Cina, con Kazuya Hiraide.

2005, 12 ottobre: via nuova sulla Nord dello Shivling 6543 m, India, con Kazuya Hiraide.

2006, 16 maggio: in vetta al Manaslu 8163 m, Nepal, con la Ken Noguchi Manaslu Cleaning Mountaineering Corps.

2007, 17 maggio: in vetta all’Everest 8848 m, con la Ken Noguchi Chomolungma Cleaning Squad, assieme a Ken Noguchi e Jun Hiraga.

2008, 5 ottobre: prima ascensione della parete sud-est del Kāmet 7816 m, India, Diretta dei Samurai.

2008: vince il 17° Piolet d’Or, prima donna ad essere premiata in assoluto, per l’impresa al Kāmet, assieme a Kazuya Hiraide.

2011, 2 maggio: in vetta al Mount Francis 3185 m, per la cresta sud-ovest, American Kahiltna Glacier, con la spedizione Shinshu University Mountain Corps. In vetta assieme a Yasuhiro Hanatani.

La cordata dei francesi Mathieu Détrie, Pierre Labbre e Benjamin Védrines nella loro prima ascensione della parete nord-est del Pandra.

2011, 7 maggio: in vetta al Kahiltna Queen 3773 m, per parete ovest, American Kahiltna Glacier, con la spedizione Shinshu University Mountain Corps. In vetta assieme a Yasuhiro Hanatani.

2011, 24 maggio: in vetta al Denali 6194 m, per lo sperone ovest, con la spedizione Shinshu University Mountain Corps. In vetta assieme a Yasuhiro Hanatani, Kotaro Miyanishi e Shinsuke Oki).

2011, 17 giugno: salita del Kahiltna West Peak 4000 m e del Kahiltna East Peak 4100 m, Kahiltna Glacier, Alaska, con la spedizione Shinshu University Mountain Corps. In vetta assieme a Yasuhiro Hanatani.

2011, 9 ottobre: prima ascensione della cresta sud-ovest del Naimona’nyi 7694 m, Tibet Autonomous Region, Ciina), con Kazuya Hiraide.

2012: salita del Picco d’Aneto 3404 m, Pirenei, Francia. Per le riprese televisive di Great Summits della NHK.

2014, 29 settembre: vince il IV Faust AG Adventurers Award per aver condotto una spedizione di studentesse giapponesi in Mustang e aver salito con loro l’inviolata vetta del Mansail 6242 m, Nepal).

2015, 21 dicembre: caduta per 600 metri dalla vetta del Kurodake (Daisetsuzan, Hokkaido), è stata ritrovata il giorno dopo dalle squadre di soccorso in stato di arresto cardiopolmonare, e poi dichiarata deceduta all’ospedale. Aveva 43 anni.