La grande palestra dei tedeschi: il Wilder Kaiser

Per evidenti motivi storici, oltre che geografici, le Alpi calcaree del Nord non possono essere separate dalle Dolomiti se appena ci si incarica di una prima analisi storica. Diverse dalla catena principale alpina, le due regioni montuose sono assai simili nella conformazione e nel loro manifestarsi strutturale. Le vie di comunicazione sono sempre state facili e al tempo della nascita e dello sviluppo dell’alpinismo la sovranità politica era la medesima per la maggior pane del territorio. Gli alpinisti di lingua tedesca spontaneamente considerano le Dolomiti come l’estrema propaggine di casa loro: un Sud Tirolo che è un archetipo nei sogni, nelle aspirazioni, una terra mitica dove le grandi pareti si sposano al grande sole meridionale. Gli italiani invece hanno a cuor leggero ignorato quelle catene montuose al di là dei loro confini linguistici: se si eccettuano le sporadiche apparizioni di Piaz e di Dibona, prima dell’articolo di Rand Herron, le cognizioni italiche di tali regioni erano assai scarse. E spesso anche oggi si limitano ad una malcelata sensazione di sufficienza, al non giustificato pregiudizio delle dimensioni limitate, all’insofferenza per le lingue ostiche e quindi al rifiuto di avvicinarsi ad una cultura diversa. Eppure Karwendel, Kaisergebirge, Wetterstein e le altre decine di gruppi montuosi dell’Austria non hanno proprio nulla da invidiare alla maggior parte delle nostre Dolomiti più convenzionali. I dislivelli, le dimensioni, il numero totale di vie alpinistiche sono assai simili, se si fa eccezione per le pareti del tipo Sud della Marmolada, Nord-ovest della Civetta o Nord dell’Agner (la Redazione).

Tirolo, Kaisergebirge, Ellmau

La grande palestra dei tedeschi: il Wilder Kaiser
di Alberto Rand Herron
(pubblicato su La Rivista Mensile del CAI, n. 11-1932)

Press’a poco vent’anni fa, arrivò al Rifugio dello Strips la guida certo più fenomenale che la storia dell’alpinismo in roccia ricordi. Pieno d’allegria, chiacchierava molto, e non aveva segreti con nessuno: era il tipo più semplice e bravo dei valligiani. Disse che quella parete est della Fleischbank (era stato, per l’appunto, un paio d’ore a guardarla), dopo tutto, a far una certa manovra che lì per lì gli era venuta in mente (un’idea del tutto nuova) si dovrebbe poter superare. Spiegò. Ci tornò. Arrivò un giorno con un certo Redvitz fino a un terzo della parete, trovandone, così, la chiave. Poi il brutto tempo li costrinse ad impiantar le corde doppie e tornar giù. Subito dopo, venne impegnato da alcuni turisti, per diverse settimane.

Panorama dallo Stripsenjochkopf

Fra quelli che erano stati lì attorno, colla buona birra, e avevano sentito i suoi discorsi, c’era un certo studente, uno strano tipo che aveva assai di rado alcunché da fare. Gironzolava pei monti sei mesi ogni anno, spesso solo. Un po’ debole di natura, ma con le migliori attitudini, l’altro l’aveva preso, si potrebbe dire, come suo allievo: gli aveva insegnato tutto. Per pura amicizia, aveva fatto con lui una gita dopo l’altra. Adesso, s’era messo ad insegnargli anche la sua nuova idea.

Poi, mentre era impegnato ancora da quei turisti, l’allievo si mise più che mai di frequente a sparire misteriosamente certe mattine, fino alla sera…

D’un tratto, un giorno, si sparse come un fulmine, la notizia che la famosa parete era stata vinta. Il maestro era Hannes Fiechtl, il prodigioso allievo Hans Dülfer.

Kitzbuehel dall’Hahnenkamm. In lontananza il Kaisergebirge

Alla notizia, i più avevano pena a credere. Il sistema ideato da Fiechtl venne applicato poi, ancora da Dülfer, alla parete ovest del Totenkirchl, ad altre pareti. Dülfer finì col venir acclamato il principe, il genio dei rocciatori…

Fino ad allora i pochi che andavano o venivano dall’Ellmauer Tor, passavano sotto a quella parete immensa, sinistra e minacciosa coi suoi colossali diedri orizzontali che strapiombavano altissimi negli spazi sulle loro teste, come la più pura, la più meravigliosa sfida che la natura selvaggia e primordiale avesse a mostrare contro la volontà universale di conquista che è dell’uomo, come la parete inaccessibile per eccellenza.

Panorama sulla cappella di S. Bernardo e sul Kaisergebirge dalle alture dell’Hahnenkamm

Adesso, da maggio a ottobre, non passa una settimana senza che qualche cordata, se non diverse, spesso molte in un giorno, non ne facciano la salita. Una giornata di bel tempo con la parete vuota è ormai una cosa totalmente “strana”. Mi raccontava con fierezza un tale del come ne fece, anni fa, la centesima ascensione… Due tali l’hanno salita in tre ore. L’oste della Gruttenhütte l’ha vinta da solo e ci ha messo due ore e mezza. Il Leiss, di Monaco, due ore. Due guide, poco tempo fa, vi hanno portato un signore di 55 anni che s’era dato all’alpinismo appena due anni prima. Un tale di Innsbruck doveva far principiare in roccia un cuginetto di 12 anni: non gli era venuta in mente arrampicata più adatta di quella; è ormai una parete da battere i record: fra poco, chissà, sarà facile per signorine…

Wilder Kaiser d’inverno

E così, i fatti del passato assumono nuove forme, e mutano i tempi. Il Kaiser rimane ancora però una regione dove la storia dei progressi dell’alpinismo moderno si respira nell’atmosfera. Molti vecchi aneddoti del Kaiser si raccontano ancora, da quelle parti. L’immaginazione, magari, l’oblio, la simpatia o meno, tutto contribuirà, col tempo, a dare agli episodi una curva che in origine non avevano. Eppure, le grandi scoperte della tecnica, per sé, sono vive, ancora, lì dove sono nate.

Autunno e Kaisergebirge

Quando si parla della corda doppia orizzontale per le traversate in parete, delle due corde parallele per legarsi e passarla ciascuna, nei punti particolarmente esposti, alla sua serie di chiodi, del superamento degli strapiombi con la tensione della corda dal basso, si pensa sempre ai luoghi dove queste manovre furono praticate per la prima volta, e lo sono ancora oggi, se pure c’è qualche chiodo di più, nello stesso modo. Parte per la straordinaria ricchezza e varietà di arrampicate che presenta, dal relativamente facile alla più estrema difficoltà, parte anche per la sua comodità d’accesso da Monaco e da Innsbruck (se non un po’ per la bellezza e la grandiosità del paesaggio) è la scuola dalla quale sono usciti, con pochissime eccezioni, ben tutti gli assi del moderno alpinismo germanico. È il campo dove ancora, e oggi, certo, più che mai, la tecnica moderna di roccia viene portata alla sua maggiore raffinatezza…

Per non lasciare confuso nessuno, mettiamo prima di tutto a posto la geografia di quella catena.

Venendo da Innsbruck, dopo qualche decina di chilometri – un po’ prima di metà strada fra quella città e il gomito che fa l’Inn quando, cessando di scorrere verso nord-est punta a nord, in direzione di Monaco, il Kaiser, con le sue punte accavallate l’una contro l’altra, si comincia a vedere singolarmente contrastante col paesaggio che lo circonda. È una doppia catena, corta e massiccia, alta in media un po’ più di 2000 metri, che da Kufstein (ancora nel Tirolo, ma già stazione di frontiera con la Baviera, sulla linea Brennero-Monaco) si stende verso est. Le due catene parallele, l’Hinterkaiser a nord e il Vorderkaiser o Wilder Kaiser (Kaiser selvaggio) a sud, si ricongiungono verso il centro a un colle, lo Stripsenjoch (ove sorge il rifugio omonimo), formando così, fra l’una e l’altra e da ogni parte, due valli. La catena più alta, quella dei rocciatori, è quella che scende a ovest. Che sia una distanza eccessiva per gli italiani non potrei dire. Certo non maggiore di quella delle Dolomiti per i tedeschi (1).

La cosa più caratteristica, a Kufstein, è l’antico castello che occupa una collina isolata in mezzo alla vallata, e ai cui piedi si stende la piccola città: in una delle torri del castello hanno costruito, come monumento a tutti i caduti di guerra dell’Austria e della Germania, un organo colossale, fatto per esser sentito di fuori, all’aperto. Il suo suono è così potente che si spande in tutta la vallata. A volte, anche su nel Kaiser, fino allo Strips. È il famoso Heldenorgel, l’organo degli Eroi. Tutti i giorni, d’estate, a mezzogiorno e di sera, fanno un concerto. Chi, a quell’ora, incomincia la sua marcia verso la montagna, crede quasi di trovarsi nella scena di un’opera, improvvisamente diventata vera… Per quanto, purtroppo, il consueto organista lasci alquanto a desiderare, l’effetto è strano, e del peso del sacco (con tutto il ferro che d’ordinario c’è dentro…) ci si accorge meno. A venti minuti, si arriva all’ingresso della Kaisertal. Per evitare la gola del torrente, il sentiero sale dapprima relativamente in alto sul lato settentrionale. Si passa qualche osteria, qualche casa di contadini (una è di quelle antiche case tirolesi di legno, di uno stile molto armonioso, larga lunga e bassa, col tetto poco inclinato e molto sporgente, e il grazioso campaniletto di legno che corona la facciata, riccamente adorna), qualche piccola cappella, poi s’entra completamente nei boschi, in mezzo agli abeti, dietro ai quali emerge la Kleine Halt, coi grandi lastroni della sua parete nord e, più in là, il Totenkirchl.

Hintersteinersee, Kaisergebirge

Il sentiero, per esasperare un po’ i pigri e quelli che lo fanno troppo sovente, ridiscende, poi va lungo il torrente fino a Hinterbarenbad, quella località che si chiama, a ricordare i tempi antichi, “Dietro al bagno degli orsi”. È a soli 800 metri, ma in piena foresta. È un luogo tutto romantico, infinitamente gotico, pieno di wagnerianismo. È quello il rifugio più vecchio, quello dei consessi dei grandi assi di dieci, vent’anni or sono. È quasi sempre calmo, adesso. Non lo rallegrano che i valzer suonati sulla classica arpa, che il turista, arrivato per la prima volta, con sua sorpresa trova nella sala da pranzo, e qualche volta il Schuhplattler, la danza nazionale bavarese, in cui fa mostra di sé, con un vigore che fa pensare ai primi teutoni o cimbri, battendo con le mani i suoi tipici calzoncini di cuoio, il garzone intendente delle vacche…

Certo, è assai più simpatico, quel posto, che non il frequentatissimo Strips, e, come punto di partenza per la Kleine Halt e il versante ovest del Totenkirchl, vale sempre la pena di fare anche una mezz’ora di più di salita, la mattina dopo, per dormir prima con tutto il comodo che offre quel luogo e per nutrirsi bene.

Una delle locali curiosità, dall’altra parte del torrente, ancora a valle, è un sasso, alto sei o sette metri, che porta, con tutta serietà, la scritta firmata dal DoeAV [il club alpino tedesco, NdC]: “Nur fiür Geübte”, “solo per gente pratica (o provetta)”. È il passatempo, lì, delle giornate di ozio: ci sono cinque o sei vie: una addirittura impossibile, che dicono superata una volta dal Rossi. Ebbi pena a crederci, se non ché vidi perfino… due chiodi.

Panorama dall’Hahnenkamm su Kitzbuehel e Wilder Kaiser

Da Hinterbarenbad poi comincia la salita vera e propria, quella di un’ora e mezza, che porta allo Strips e che certo ha estratto molti litri di sudore da tutta la gente grassa (e anche non grassa) che l’ha dovuta fare. Bellissimo esempio della meticolosità germanica, trovi all’inizio il cartello: “A Stripsenjoch, due ore”; dopo quindici minuti, un altro cartello: “A Stripsenjoch, un’ora e tre quarti”, e così via, altri sei cartelli a intervalli regolari, fino in cima. Come consolazione è magnifica…

Mentre poco a poco si diradano gli abeti e ci s’avvicina al rifugio del colle, quel che sempre più attira l’occhio è la massa rocciosa del Totenkirchl: il monte delle sessanta vie, più venti varianti. È uno dei monti, certo, più straordinari di questa terra. Porterà nei suoi fianchi più di mille chiodi… Per i tedeschi, sta in celebrità quasi alla pari col Cervino e col Monte Bianco, e la sua fama, vorrei dire, è ben lungi dall’essere immeritata. Non è la cima più alta del Kaiser (quest’ultima, l’Ellmauer Halt, benché abbia in vetta un piccolo rifugio, viene vista con relativa indifferenza, ed è raggiunta, di solito, soltanto come termine della famosa gita di cresta, il Kopftörlgrat). Il Totenkirchl ha fra le altre cose una sua personalità speciale. Chi per una delle innumerevoli vie l’ha salito, malgrado se stesso, ci s’affeziona. Non esiste, poi, un monte che da tutti i suoi lati abbia una maggiore ricchezza e varietà di forme. Ogni via è così ben distinta, di un genere così individuale, al solito già in se stessa così divertente o interessante, fa talmente l’effetto, a volte, d’esser perfino l’unica possibile, che è difficile, percorrendola, il pensare che qualche volta anche a poche decine di metri ce ne sia un’altra, altrettanto possibile e spesso di uguale, se non di maggior interesse.

Credo che almeno una dozzina di quelle vie del Totenkirchl meritano, in ogni senso, per chi può fare una gita al Kaiser, d’esser seguite… Da una via facile e rapida, da percorrersi benissimo da chi è sicuro di sé anche senza corda, come la variante Leuchs della via Führer, che fra le solite vie di discesa è quella preferibile, si passa alla parete ovest, colla sua famosa “direttissima” (die direkte Westwand, oppure semplicemente “die Direkte”) che tiene il suo posto di “classica” fra le grandi pareti delle Alpi Orientali. Dell’altezza press’a poco della parete sud-ovest della Marmolada, fra i 500 e i 600 metri, è lontana, bensì, ormai, dalle dimensioni delle maggiori, è anche superata assai in difficoltà, negli ultimi anni, da altre vie nel Kaiser e altrove; ma con quelle sue tre grandiose traversate a corda doppia (Seiltraversen) è sempre ancora quella che tutti i rocciatori vorrebbero, nella loro vita, aver vinta una volta. È quasi un titolo, è quasi un esame, passato il quale ci s’innalza a una classe di grado superiore, e non è raro, ancora oggi, trovar qualcuno che ci bivacchi, o faccia di peggio ancora…

Vetta della Vordere Goinger Halt, Kaisergebirge

Da Hinterbarenbad la linea generale o l’ombra, si potrebbe dire, della direttissima (è un po’ incassata) appariva ancora lungo il profilo della montagna, a destra. Adesso non si vede più che qualche parte della via Piaz. Già appare la via della U, e un po’ della muraglia dei camini che vanno dalla parte orientale della prima alla seconda terrazza. La via Piaz è la prima salita che feci, l’estate 1931, nel Kaiser. Non eccessivamente difficile, ma assai bella e interessante, è battezzata col nome del nostro Tita Piaz, è l’unica conquista notevole fatta da uno straniero in quel gruppo. Il ricordo più vivo che m’è rimasto non è la famosa parete Piaz, propriamente detta, che di solito è considerato il passaggio più difficile, ma una discesa a corda doppia, invece, un po’ obliqua, attorno a un contrafforte, per portarsi nel grande camino finale di cento metri. Onore all’ospite, m’avevano messo alla testa della processione, e, poco abituato ancora a quel genere di manovra, vedevo con una certa chiarezza che il minimo slittamento, coll’inevitabile conseguenza del pendolo, m’avrebbe portato a trovarmi in una posizione poco meno che paurosa, penzoloni sotto a un immane strapiombo. Il pericolo non era eccessivo, ma l’effetto era assai peggiore.

Ellmauer Tor e parete est della Fleischbank, Kaisergebirge

La direttissima la feci più tardi, superallenato, alla fine della stagione, tornato da un intermezzo di inutili e oziose passeggiate (sempre brutto tempo) nel gruppo del Monte Bianco. Preso da un appetito feroce per la pura e buona roccia del Kaiser e da una voglia matta di correre, la percorsi col bravo Weinberger, quello della famosa via Fiechtl-Weinberger al Predigtstuhl, in meno di cinque ore (minimo previsto dalla guida, se ricordo bene, 7 ore), malgrado le complicazioni risultanti da una corda troppo corta… Ero come un animale affamato che vuol mandar giù in una volta sola la massima quantità di cibo. Ma però fu lì che rimasi persuaso e convinto, malgrado tutto il mio amore appassionato per il ghiaccio e per le Alpi Occidentali, che il godimento puro, lo dà solo la roccia, e quella buona. In tutto il resto subentrano nella nostra vita affettiva elementi più complicati: il godimento potrà magari, in pura grandezza, esser a volte maggiore, ma sarà sempre una risultante di sottili relazioni, sottili e misteriosi contrasti fra godere e soffrire…

Arrivati allo stretto Stripsenjoch (Colle dello Strips), occupato tutto quanto dal rifugio, dalla sua terrazza e dalle costruzioni annesse, ci s’affaccia di colpo alla valle orientale, in cui sprofondano i contrafforti orientali del Totenkirchl, la Fleischbank e il Predigtstuhl. A una settantina di chilometri appare (quando fa chiaro…) fra molte montagne, il Watzmann, che nasconde dalla parte di là la sua facile parete est, alta 2000 metri, la più alta parete rocciosa [NdC] delle Alpi, e il celeberrimo lago Konig su cui torreggia.

Pascolo nei pressi della Vochenbrunneralm, Kaisergebirge

L’oste, che si chiama Stöger, faceva la guida prima anche lui. Adesso, a forza di far l’oste, suonare l’arpa (è un vero virtuoso, su quello strumento, del valzer) ogni sera per i suoi ospiti, e consumar la sua birra, è enormemente ingrassato, e la guida la lascia fare al figlio e al nipote, mentre le due figlie fanno tutto il giorno, portatrici di birra e di piatti fumanti, il viaggio fra la cucina e le due sale da pranzo. Ogni mattina alle otto, egli è fuori sulla terrazza, a esaminare le rocce dei monti. Si vedono da lì una buona dozzina fra le vie più frequentate del Totenkirchl e, quasi per intero, tutte le grandi vie sensazionali del Predigtstuhl. Si vedono anche sbucare in vetta alla Fleischbank i provenienti dalle pareti est e sud-est e poco dopo il più delle volte sbagliare strada nella discesa.

È lui sempre il più informato di tutti, in quel modo, sull’attività alpinistica del giorno, e che spiega alla folla dei turisti ammirati e sgomenti, adunati davanti al rifugio, in quale direzione bisogna puntare i binocoli e quel che sta avvenendo in mezzo ai precipizi in quel momento.

***

Salita all’Ellmauer Halt, il passaggio della scala, Kaisergebirge

Una delle cose tipiche della regione e dell’ambiente, che potrebbe a prima vista sembrare di secondaria importanza, ma che in realtà è ben lungi dall’esserlo, e di cui val la pena, mi pare, di dire due parole prima d’andare verso la Fleischbank, è il famoso “U”.

Quel che mena dal colle all’attacco solito e più alto del Totenkirchl è una cresta irregolare, non molto lunga, che una specie di sentiero a saliscendi permette di percorrere in dieci o quindici minuti. Dall’ultima altura di questa cresta, si vede, un po’ verso destra, nella parete che sostiene la prima terrazza occidentale, una strana fessura che scende dall’alto, fa a mezza parete una curva e torna su, tutta rivolta verso il dentro. Nel basso, forma una specie di vasca da bagno sospesa. La denominazione di U, che prima si applicava alla figura di quella fessura, poi si è applicata alla via che di lì saliva al Totenkirchl. Adesso si applica solo alla parte difficile e problematica di quella via: il raggiungimento della vasca da bagno. Arrivati lì, il resto non ha più interesse: si torna giù a corda doppia. Non è più, adesso, che una meravigliosa palestra posta in un grandioso ambiente: due vie d’estrema difficoltà, estremamente “volerecce”, ma che dati i numerosissimi chiodi, quasi tutti ottimi, presenta, ormai, un pericolo minimo, se non quello dell’emozione e l’imbarazzo d’un momento. È il passatempo migliore delle giornate di brutto tempo (chi l’ha fatto all’asciutto può farlo anche quando piove) e dei pomeriggi in cui sarebbe troppo tardi partire per una gita vera e propria. È il miglior modo pensabile, poi, di rafforzar le dita e i polsi. Il solo inconveniente sta nel fatto che, data la frequenza dei voli, l’osservazione di quell’arrampicata è il divertimento più gustoso per gli abitanti del rifugio. Per fortuna, dal rifugio stesso non si vede, e gli spettatori devono venire a raggrupparsi su qualcuna delle alture della cresta vicina. Ma è impossibile, per quanto segreta si cerchi di far la propria intenzione d’andare alla U, di non esser seguito, a cinque o dieci minuti di distanza, da qualcuno venuto a “vedere”.

Ci vogliono due corde e… sette moschettoni. Di preferenza del cordino e anche, per eventuali complicazioni riguardanti la corda doppia di discesa, o per qualche chiodo portato via, due o tre chiodi di riserva e martello.

La via più elegante è il Dülfer-U. Dopo esser saliti un po’ verticalmente sotto alla vasca, si fa una delicatissima traversata a sinistra (come variante, un po’ più in alto, si può fare una specie di pendolo di tutto il corpo con la mano destra attaccata a un appiglio, più facile ma più faticoso) e si giunge alla base di un’esilissima e poco profonda fessura doppia che porta fin sopra all’altezza della vasca, ma cinque metri più a sinistra. La traversata per raggiungere la vasca si può fare in tre modi. Fu lì che la prima volta vidi fare il volo, uno dopo l’altro, di quattro individui. Ma il modo più facile e più sicuro è anche quello più elegante: si lancia la corda doppia attorno a uno spuntone che si trova a quattro metri più in alto e si fa un pendolo che permette di raggiungere, dopo un altro metro di delicata arrampicata, l’agognata vasca.

La vista dei quattro voli m’indusse però a provarmi invece prima alla U di Fiechtl, che raggiunge la vasca direttamente dal basso, e che segna una pseudo-fessura, un po’ strapiombante. È in sé più difficile ma più corto, e un volo non può eccedere due metri. Viene chiamato a volte, erroneamente, il passo più difficile del Kaiser.

Spesso, quando si è in due, per non far troppo sforzo alla volta, ci si muove alternativamente, ciascuno solo fino al chiodo seguente per passarvi la corda e tornare poi giù al punto di riposo, donde si muove a sua volta l’altro. Ma fu con quel metodo che, anche a forza d’esitare troppo in posizioni alquanto stancanti, feci, appena passato il punto più difficile, un volo a mezzo metro dalla vasca, con grande ilarità del nipote dello Stöger che se ne stava sdraiato sull’ultima altura della vicina cresta. Mi consolarono dicendo che un notissimo conquistatore di cose estreme nel Kaiser non c’era mai riuscito, e che il Fiechtl stesso fece una quantità di voli prima d’arrivarci. I chiodi, però – pensavo – allora non c’erano…

Più tardi, riuscii una volta ad andar da fondo a cima senza fermarmi, con perfetta sicurezza e senza eccessivo sforzo, e vidi che era ben quello il metodo migliore. Il peggio era tirarmi dietro la corda attraverso tutti i moschettoni…

La U di Dülfer, il mio ultimo addio al Kaiser, lo feci come secondo e non richiese, perciò, un gran ché.

Ancora più a destra passa poi, da un percorso per me incomprensibile, un’altra via, che fu fatta dal giovane Emmer di Rosenheim; poco conosciuta e, se non erro, mai ripetuta. La chiamano, non giustamente, la U di Rittler: quest’ultimo (morto nell’estate 1931 alle Grandes Jorasses) ci si era provato una volta, ma senza successo.

Dal campo di golf di Ellmau verso il Kaisergebirge

È strano come tutte le montagne più celebri del Kaiser, la Kleine Halt, il Totenkirchl, la Fleischbank, il Predigtstuhl e il Larcheck, siano situati non sullo spartiacque della catena, ma entro il versante nord. In questo senso, la Kleine Halt non è che parte della cresta nord dell’Ellmauer Halt; così il Totenkirchl e la Fleischbank rispettivamente, racchiudenti una conca con un ghiacciaietto (lo Schneeloch) sarebbero formati dalle creste nord-ovest e nord-est della Karlspitze; e il Predigtstuhl dalla cresta nord della Goinger Halt.

È fra la Karlspitze e questa Goinger Halt che si trova il famoso colle chiamato l’Ellmauer Tor (la Porta ellmauese). Il suo accesso dal nord era prima una vera e propria arrampicata; adesso la percorre, in quel meraviglioso, profondo e scosceso vallone che si chiama la Stemerne Rinne, un sentiero tutto tagliato a scalini nella roccia, e che non causa più, ormai, che l’emozione per qualche signora. A un dato punto, lì, la cima nord del Predigtstuhl, la Fleischbank e una punta nord della Fleischbank, ad alzar la testa, sembrano tutte e tre strapiombare, fin quasi a toccarsi allo zenit.

Alba sulla Vordere Karlspitze, Kaisergebirge

La parete est della Fleischbank è una di quelle pareti che, osservata dal basso mentre qualcuno vi sta sospeso, ispira il più santo terrore, ma ad esserci sopra invece, diventa assai più mite. Alta 450 metri – tempo normale cinque ore -, non contiene, per chi va abbastanza bene, un passo eccessivamente difficile.

Per chi ha fatto roba “estrema” può far l’effetto, perfino (come del resto anche la “direttissima”), di esser “facile”. Ma certo, è un’arrampicata veramente grandiosa e d’un genere estremamente vario. Come classe, si potrebbe dire forse che sta alle Alpi Orientali come la traversata Charmoz-Grépon sta alle arrampicate di quelle occidentali (pur rimanendo, in senso assoluto, più difficile).

Condizioni più sfavorevoli di quelle in cui mi capitò di percorrerla, credo non sarebbero pensabili. Dopo la seconda traversata a corda doppia (eravamo in due cordate di due), ci prese d’improvviso un temporale violentissimo che, per colmo della sfortuna, non cessò fino a notte e ci arrestò, con le violente cascate che coprivano la via di salita, obbligandoci a bivaccare, inzuppati fino a sgocciolare, noi stessi come la roccia, e con un freddo considerevole (la mattina dopo la pioggia era già mista a neve), in una specie di grotta dove anche sgocciolava.

Alba sul versante meridionale dell’Ellmauer Halt , Kaisergebirge

Per sola fortuna, il vestito che avevo indosso era relativamente caldo e spesso – il che, anche bagnati, conta: rimasto così un po’ meno irrigidito degli altri, riuscii la mattina dopo, sempre sotto una serie di cascate e con quanto mi sembrò esser più forza di volontà che forza fisica, a superar i famosi strapiombi delle fessure finali (il passo, dicono, più difficile della parete) e tirare fino in vetta, il modo unico di salvarsi. All’inizio della discesa, apparve la carovana di salvataggio con maglie asciutte, cognac e bibite calde, e potemmo scendere, direi quasi, deliziosamente ubriachi, ormai, e deliziosamente al sicuro, e guardar dal basso la cima già bianca…

È da quella stessa Steinerne Rinne che si vedono quelle che oggi vengono considerate, di solito, le tre vie più difficili del Kaiser, e, almeno fino a pochissimo fa, delle Alpi, ed è più che altro di queste, date le frequenti discussioni in proposito, che vorrei dare un’idea. Sono le vie, percorse già da diversi anni, che sono eguagliate probabilmente in difficoltà soltanto da qualcuna di quelle recentissime trovate in altre Alpi austriache o nelle Dolomiti (Civetta, Furchetta, Catinaccio).

Dai pressi della vetta della Vordere Goinger Halt verso Christaturm e Fleischbank (Kaisergebirge)

Una delle tre, poi, la Mittelgipfel-Westwand (parete ovest della Cima di Mezzo) del Predigtstuhl, che ha un posto a parte, l’ho voluta escludere a priori, per ragioni che si potrebbero chiamare “igieniche”, dato che è priva, nei punti più critici, d’assicurazioni. Non sono il solo ad averla lasciata da parte per consimili ragioni… Se si fa entrare nel grado della difficoltà il rischio, dovrebbe esser questa, dunque, la via più difficile. A parte ciò (una discussione in proposito sarebbe oziosa e fuori luogo), non credo che nessuno possa dire una parola definitiva sulla questione di quale via batta il record, neanche chi le abbia percorse tutte. Non è soltanto una questione di gusto, di inclinazione e di predisposizione fisica personale, è tutta, passato quel certo grado di difficoltà, questione di come capita a uno di sentirsi all’inizio e nel corso della salita, moralmente e fisicamente.

Le altre due sono la via Fiechtl-Weinberger e la parete sud-est della Fleischbank.

Dai pressi dell’Ellmauer Tor verso le pareti orientali di Vordere Karlspitze, Christaturm e Fleischbank (Kaisergebirge)

Ce ne sono ancora altre che potrebbero in certe condizioni competere in difficoltà con quelle tre: la via Aschenbrenner alla parete est della Fleischbank, la via Schühle-Diem al Predigtstuhl, sono degli esempi. Alcuni mettono le vie più difficili del Kaiser al numero di sette, ma sono sempre le prime tre che il consenso generale sembra tenere a quel posto.

Fu Weinberger a dichiararmi che aveva voglia di rifare, dopo gli anni passati dal giorno della prima salita, la sua via al Predigtstuhl. Per affiatarci, facemmo la Westschlucht (gola ovest) dello stesso Predigtstuhl e la “direttissima”. Poi, dopo un buon riposo, partimmo.

La via Fiechtl-Weinberger è una delle vie che salgono direttamente, quasi in linea retta, a sinistra della Cima nord del Predigtstuhl, lungo la parete ovest. È considerata, fra queste, anche la più bella.

Dalla Steinerne Rinne, arrivati sotto la Cima sud, ci si porta a sinistra per rampe e cengioni, all’attacco propriamente detto, segnato molto bene da due grotte, una accanto all’altra, assai in alto sopra il vallone.

Due corde, una buona provvista di chiodi, due martelli.

Dai pressi del Gruttenkopf, verso la Kuebelkar, Vordere Goinger Halt, Bauernpredigtstuhl e Goinger Torl (Kaisergebirge)

Weinberger procura di ricordarsi bene. Una fessura che strapiomba, ma con qualche buon appiglio, va su diritto a sinistra delle grotte. È dopo trentacinque metri, che comincia la parete veramente difficile, con la piccola fessura obliqua di sei-sette metri, che porta al celebre strapiombo. L’esposizione generale è impressionante. Essendo la nostra via seguita di solito da gente che non lascia mai i chiodi che ha piantato e dove non li trova indispensabili, porta via quelli degli altri, ne piantiamo due per la doppia sicurezza. Weinberger si lega alle due corde.

La fessura è già estremamente difficile. Non essendoci una presa vera e propria per le mani, bisogna far tenere e far appoggiare i piedi quanto si può all’aderenza. Ma Weinberger esita. Va due volte vicino allo strapiombo, e dopo una mezz’ora torna al punto dell’assicurazione. Voglio provarmici io, ma dice che andar come secondo per lui è peggio. Non si sente in vena. Preferisce tornarci il giorno dopo. Lasciamo penzolare le due corde, per aver meno da fare quando ci torneremo, e scendiamo.

Dalla vetta dell’Ellmauer Halt verso i versanti occidentali di Totenkirchl, Hintere Karlspitze e Vordere Karlspitze; in secondo piano, l’Ackerlspitze (Kaisergebirge)

Per cose di quel genere, le qualità richieste certo non bastano: bisogna sentirsi anche ben disposti. Delle nostre intenzioni quella mattina non avevamo detto niente, ma le risate con le quali ci accolsero gli Stöger sono purtroppo il segno sicuro che l’immancabile binocolo del “babbo” ci aveva scovati.

Il giorno dopo, quella fessuretta fu superata in pochi minuti. La terrazza del rifugio era tutta nera, e la Steinerne Rinne pure disseminata di spettatori. A diversi, per la posizione in cui s’erano messi, dovemmo gridare di stare attenti ai sassi, o anche d’andarsene.

Dai pressi della Freiberghaus su (da sinistra): Treffauer, Ellmauer Halt e Vordere Karlspitze (Kaisergebirge)

Il superamento dello strapiombo che segue sta tutto nel trovar l’equilibrio giusto del corpo fra tre punti d’aderenza (non appigli), che una leggera incavatura della roccia, larga un po’ più di un metro, permette di costruirsi, e nel mantenerlo mentre si cerca di spostare il corpo in alto.

L’assicurazione è eccellente. Oltre a qualche chiodo che si trova già, Weinberger è riuscito a piantarne due altri.

Tutto sta poi nel portarsi il più possibile in un’iniqua fessura che parte da sopra lo strapiombo verticalmente in alto.

Alba sull’incassato e profondo Steinerne Rinne, tra Predigtstuhl e Fleischbank (che nasconde appena il Totenkirchl) (Kaisergebirge)

Preso da sé solo, il punto più difficile, anche di tutta la salita, è ben lo strapiombo. Weinberger c’è rimasto sotto una mezz’ora. Aschenbrenner, uno dei più brillanti (e più sicuri) scalatori della regione, dicono che c’è rimasto una volta un’ora e mezza. Ma il peggio, per la forza che richiede, è la fessura che viene dopo. È piccola, ma talmente aperta e poco profonda che non ci si può incastrare, né ci sono gli appigli. Bisogna aggrapparsi, come si può, a certe irregolarità, come delle costole, che vengono giù lunghe e lisce, parallele alla linea generale della fessura, appoggiandosi come si può a un lato della medesima, e non ci si può fermare né in principio né in mezzo. È uno di quei posti dove l’unica salvezza sta nel muoversi continuamente. Si arriva su con le mani più morte che vive, il cuore che sembra essersi messo a correre per conto suo.

Ma tutto è andato bene. Ci possiamo permettere di trattar con un po’ di scherno, adesso, la lontana terrazza dello Strips.

Kitzbuehel: il Kaisergebirge dall’Obernau Alm (Kitzbueheler Horn)

Un po’ di cioccolata. Da qui vado avanti io. Abbiamo fatto un quarto, forse un terzo della salita, ma il resto è un po’ meno difficile.

Una traversata a destra, una serie verticale di leggere fessure e di costoncini, poi infine un grande camino, relativamente facile. È la ventiquattresima ascensione. Al ritorno, ci ricevono con la birra in mano e il pranzo già pronto.

I turisti ci guardano mangiare come nel giardino zoologico si guardano mangiare gli elefanti…

Per la parete sud-est della Fleischbank partii invece dal Rifugio Gaudeamus, che si trova sul versante sud, 600 metri sotto all’Ellmauer Tor. È strano come l’élite dell’alpinismo si sia spostata da Hinterbarenbad allo Strips, e adesso al Gaudeamus.

Certo è più raccolto, più calmo e simpatico. Di turisti non se ne vedono quasi mai. La situazione è forse meno comoda per le ascensioni, ma è, in compenso, veramente incantevole. Il Kaiser, di lì, è più bello che mai. Dietro al rifugio c’è il bosco; davanti c’è un prato da cui si domina l’orizzonte largo, riposante, delle altre Alpi.

Troviamo uno dei reduci dalla parete nord del Cervino, venuto a godersi i prati e i boschi, i buoni pasti dell’oste e lo scambio di qualche scherzo cogli amici del luogo.

Vetta del Predigtstuhl, 1 settembre 1988, Kaisergebirge

Dal giorno che ho percorsa la via Fiechtl-Weinberger sono trascorse quasi due settimane passate un po’ al Monte Rosa, un po’ a dar dal basso qualche melanconica occhiata alle nevosissime Dolomiti, che ormai nella stagione non si ripuliranno più.

Per riallenarci un po’ andiamo ancora prima alla parete sud della Torre Leuchs, la cima principale del Kopftörlgrat, una bella salita fatta per la prima volta solo l’anno scorso (forse per il suo aspetto un po’ truce). Al ritorno completiamo il Kopftörlgrat e traversiamo l’Ellmauer Halt.

Ma Weinberger il giorno dopo non ha più voglia di muoversi. La voglia viceversa viene al giovane, agile ed irrequieto, ma assai sicuro Hans Lucke di Kufstein che ha già fatto due volte la parete. Vado dunque con lui.

La parete della Fleischbank è quella che va dal limite della parete est al Dülferriss, formando così, col Christaturm, la gola verticale di cui la fessura Dülfer è il fondo.

È una parete abbastanza stretta e che, da certi punti, non dimostra la difficoltà che racchiude, ma è, credo, almeno per il mio gusto, la più bella arrampicata che si possa fare nel Kaiser ed è certo la più bella che in qualunque posto io abbia fatto fino ad oggi. È un po’ meno qui una questione di sforzo estenuante, come alla Fiechtl Weinberger, e un po’ più, invece, una questione di tecnica. Ci sono perfino dei passi di una difficoltà estrema, in un senso maggiore dello strapiombo Weinberger, ma che non richiede il minimo sforzo: è più d’un genere paragonabile a quella che incontra l’acrobata che siede in cima a una colonna di oggetti in equilibrio, con la sola differenza (e questo pochi lo crederanno) che è meno pericolosa – una verità, questa, che potrò illustrare in un momento.

Ornella Antonioli in arrampicata sulla parete sud-est del Fleischbank, via Wiessner-Rossi, 31 agosto 1988

L’attacco non viene più fatto alla base stessa, ma a un punto un po’ più in alto a cui si arriva traversando dalla sinistra. Quel piedestallo, tanto, non presenta interesse.

Dopo i primi 50 metri la difficoltà estrema rimane, si potrebbe dire, ininterrotta fino in cima alla parete. Solo a due terzi d’altezza c’è una larga e comoda terrazza, da cui si può abbandonar la parete traversando obliquamente a sinistra e raggiungendo direttamente il colle fra la Fleischbank e il Christaturm, alla fine della fessura Dülfer.

La prima metà, la facemmo a un passo assai veloce: ci mettemmo poco più di un’ora. L’Ellmauer Tor e i pendii della Goinger Halt erano disseminati di spettatori.

Uno dei passaggi interessanti è una traversata dove il primo, dopo aver passato la corda nell’ultimo moschettone, deve raddoppiarne un po’, per prenderla in mano ed aiutarsi così della sua tensione, mentre il secondo (a meno che sia utilizzato il cordino), deve adoperare la tensione inversa, che viene dall’altra parte.

A metà c’è lo strapiombo chiamato “Rossi” (Rossi e Wiessner furono i due primi salitori) ma in realtà fu superato la prima volta dal Wiessner.

È il passo più celebre della parete, benché, dati i numerosi chiodi di cui adesso è provvisto, sia diminuito di difficoltà, tanto che rimane più difficile, adesso, forse lo strapiombo finale.

Ci leghiamo a doppia corda.

Dal punto di riposo allo strapiombo ci sono sette metri, ed è lì, nell’ultimo pezzetto, che sta la difficoltà maggiore.

Anticima Nord del Fleischbank, parete est (Kaisergebirge)

Lo strapiombo stesso appartiene, come anche quello finale, a quelli che si superano ormai di solito in un modo che facilita spesso più il primo che il secondo: raggiunto un chiodo, passata una corda nel moschettone, mentre il secondo tira quella corda il primo si butta in fuori puntando i piedi contro la parete. Può così superare con la cintura l’altezza stessa del chiodo, arrivandoci a volte quasi con le ginocchia e raggiungere un chiodo o un appiglio che si trovi oltre un metro e mezzo più alto. Ma gli ultimi quattro metri prima d’arrivare allo strapiombo sono di roccia compatta e sprovvisti di chiodi; tutta la manovra, fino al fissaggio nel moschettone nel chiodo, è delicatissima e dipende interamente dal modo in cui si fa. A non farlo nella maniera giusta, un’improvvisa partenza è quasi inevitabile.

Sapevo bene che andando lì, senza esserci mai stato, come primo, m’esponevo a un certo rischio, ma l’assicurazione era più che ottima e doppia; e c’era ben poca roba contro cui batter la testa.

Mentre mi comincio a muovere, Lucke grida agli spettatori di star attenti: siamo al punto più difficile.

L’errore fu nell’infilare col dito medio della mano sinistra uno stupidissimo primo chiodo che si trova un metro e mezzo a sinistra e sposta fatalmente tutto l’equilibrio del corpo. Mentre il moschettone che ho nella mano destra è ad appena cinque centimetri dal chiodo buono (il secondo), un tale che sta sulla Goinger Halt, dice, in mezzo al silenzio di tutti «È arrivato!»: finita l’ultima sillaba, mi trovo già sette metri più in basso, all’altezza di Lucke, colla testa all’ingiù… Mentre mi raddrizzo e assicuro Lucke che non è successo niente, il mio cappello continua a roteare nell’aria, pianin pianino e in tutta calma, fino a raggiungere la Steinerne Rinne.

Il Lucke ha frenato la caduta così bene, che non ho neppure sentito lo strappo della corda.

Mi propone di tornar su, per fare il passo, questa volta nel modo giusto, ma lo strappo del dito dal chiodo ha provocato un po’ di dolore al tendine sotto al polso, per cui preferisco, per buona prudenza, dar la precedenza a lui.

Alba dai pressi dello Stripsenjoch sul Totenkirchl, 30 agosto 1988

L’ultimo strapiombo somiglia un po’ più ai punti critici della via Fiechtl-Weinberger, ma richiede, sempre, più tecnica e un po’ meno sforzo.

Il giorno dopo, tutto il Kaiser era sotto un manto bianco, fino al Gaudeamus. La mattina, facevo ancora la U di Dülfer, come ultimo addio alla roccia. Il pomeriggio, in motocicletta, sotto l’acqua, ero già sulla strada del Brennero e di Milano.

Ci sono, a proposito del Kaiser, alcune questioni generali che rimarrebbero ancora da chiarire.

I. Si dice spesso: gli specialisti della roccia del Kaiser sono come gli acrobati del circo equestre; non sanno far altro, non sono alpinisti, non hanno lo spirito dell’alpinismo.

Si dice ancora: tutti questi arrampicatori moderni, del Kaiser sopratutto, sono gente che non si cura né della vita, né della famiglia, né di quelli a cui danno da fare, mettendoli spesso in pericolo, per tirarli fuori da dove si sono ficcati. Tutte quelle salite così difficili sono roba da pazzi… Si logorano talmente il sistema nervoso, che dopo i 27 anni d’età, come dichiarava di se stesso ancora il Solleder, se sono ancora vivi, non possono far più niente.

Esistono e gli uni e gli altri. Una generalizzazione non è mai esatta.

Per risposta alla prima affermazione, basti dire che «specialisti del Kaiser» sono né più né meno quasi tutti gli alpinisti tedeschi che hanno fatto le grandi imprese memorabili nelle Alpi Occidentali. A questo ho già accennato in principio.

Anche fra i nativi del luogo sono numerosi quelli che vanno ugualmente bene in ghiaccio e in sci come in roccia. Guardare l’Aschenbrenner, per esempio, tagliar gli scalini fra i seracchi sotto al Col de la Brenva al Monte Bianco, è stato per me un piacere almeno uguale a quello d’osservare l’eleganza con cui superava lo strapiombo della via Schneider al Totenkirchl.

Vi è anche tutt’una serie di giovanissimi che non conoscono altro al di fuori della loro roccia. Molti vanno in un modo assai brillante, ma la maggioranza di essi, però, non appartiene ai primissimi.

È purtroppo vero, anche, che una quantità di giovani inesperti credono poter intraprendere cose di cui veramente non sono capaci. Ci sono dei periodi in cui quasi ogni giorno deve partire dallo Strips una spedizione di soccorso, e quasi sempre per casi di quel genere.

Ellmau e Kaisergebirge

Una volta, la prima settimana che mi trovavo nel Kaiser, mentre andavo con un tale per fare una via al Totenkirchl, vidi due ragazzi sui sedici anni, attaccar una via che era stata fatta una volta sola, e che a vederla dal basso mi sembrava, altro che pazzescamente difficile, addirittura impossibile. Invece di far la nostra gita decidemmo di rimaner sotto a guardare. Eravamo persuasi, in ogni modo, che eventualmente avrebbero avuto bisogno di noi. Difatti la nostra previsione non era errata. Il primo, a un dato punto, precipitò di cinque metri, ferendosi un ginocchio, e un po’ anche la testa. Non rimaneva altro da fare, per loro, di scendere a corda doppia, e con nostro stupore, dovemmo scoprire, che non lo sapevano fare. Con le nostre spiegazioni e un po’ del nostro aiuto, poterono scendere. Ma uno aveva fatto passar la corda sul collo nudo, sotto alla nuca, facendosi così asportare tutta la pelle…

Non certo voglio affermare che l’«estremamente difficile» non è pericoloso.

Ma per dimostrare che precauzioni efficaci contro gravi disgrazie si possono prendere, e vengono sempre prese dai migliori scalatori, basterebbe citare una catena di nomi di gente a cui non è mai capitato niente, per quanto lunga sia stata la loro carriera alpinistica.

Fiechtl, l’uomo a cui venne l’idea di superare le possibilità umane, in roccia, estendendole coi mezzi artificiali, il padre della nuova tecnica che da essi derivano, l’uomo di cui spesso anche si dimentica che fece la prima salita di molte pareti celebri come la parete est del Larcheck e la parete sud della Schüsselkarspitze col suo celebre pendolo, non ebbe mai, a parte voli insignificanti come quelli che gli si attribuiscono alla U, un incidente, e continuò a far le scalate più difficili fino a tarda età. Quando morì, fu per un malore che lo prese improvvisamente mentre era attaccato alla roccia.

La classe dei “migliori”, sia tirolesi, sia bavaresi, è composta di solito di quelli che non sono soltanto specialisti, che nello stesso tempo si muovono soltanto, a parte casi eccezionali, con le dovute garanzie di sicurezza, e spesso di quelli che continueranno anche passata la più giovane età, a dar prova della stessa capacità fisica.

II. La gradazione adoperata delle difficoltà: è la stessa che è già conosciuta anche dai rocciatori italiani. Si tratta della scala Welzenbach, adottata nelle nuove edizioni delle guide, con sei gradi:

1 – leicht (facile)

2 – mittelschwer (difficoltà media)

3 – schwer (difficile)

4 – sehr schwer (molto difficile)

5 – ungewöhnlich schwer (difficoltà non comune, o straordinariamente difficile).

Fino adesso esistevano solo 5 gradi: quello che mancava era l’äusserst schwer. Perciò, molto spesso vediamo quest’ultimo ancora omesso: la parete est della Fleischbank, la denominazione classica della quale era äusserst schwer e che dovrebbe esser chiamata ungewöhnlich schwer viene considerata adesso di solito come äusserst schwer untere Grenze (limite inferiore dell’estremamente difficile).

III. Cos’è questa famosa manovra della traversata laterale a doppia corda?

È, si può dire, una combinazione fra arrampicamento e discesa o spostamento a corda doppia.

I piedi, servendosi dell’aderenza, vengono puntati lateralmente contro la roccia, mentre il corpo è tenuto in equilibrio dall’azione, in senso opposto, che deriva dalla tensione laterale della corda.

Con una mano si fa scivolare la corda attorno al corpo, coll’altra si cerca di far uso di tutte le irregolarità della roccia che per questa manovra nel tirarsi avanti, possano servire di appiglio, e per passare coi moschettoni la corda di sicurezza (qualche volta, la corda doppia) ai chiodi di sicurezza.

Fatta la traversata, il primo può fissare la corda doppia, permettendo così il secondo di servirsene come passamano.

Con questo sistema vengono spesso facilitati anche dei passi che in origine venivano frei geklettert, cioè “arrampicati liberamente”. È così, per esempio, per la prima e per la terza traversata della “direttissima”. (Quella di mezzo, la “grande traversata”, è stata “arrampicata in libera” una volta sola. Ma è certo un “tour de force”, e quasi impossibile.) Se alcuni vedono la Seiltraverse dove non è di assoluta necessità, con disprezzo, altri la considerano invece come “più elegante”. È certo più sbrigativa, ma molti dei “migliori” continuano sempre, di preferenza, a ridurre naturalmente i mezzi artificiali al minimo.

IV. La guida più in uso è il Leuchs. Si trova a Innsbruck come anche a Kufstein. È bene farsi tradurre le parti necessarie, perché è abbastanza facile confondersi malgrado le spiegazioni della gente del luogo. Ma una volta individuato bene l’attacco e la linea generale di salita, si trova spesso la via abbastanza chiaramente segnata dalla traccia lasciata dalle scarpette e dai chiodi.

Note
(1) Chi, prima di abbandonare le Dolomiti, per esempio, avesse voglia di veder qualche regione nuova, o anche, scacciato dalla neve, volesse andare dove ce n’è meno, in poche ore, da Fortezza, raggiunge Innsbruck; da lì, in un’ora coi treni rapidi, c’è Kufstein. Da lì ancora, quattro ore e mezza di buona camminata, lo Stripsenjoch. Chi volesse evitare quelle quattr’ore e mezza, o anche solo le tre ore per giungere al Rifugio d’Hinterbarenbad che s’incontra per la strada, può prendere un autobus a Ellmau (un’ora), donde troverà a mezz’ora o a un’ora, rispettivamente, i rifugi Gaudeamus e Grutten. Oppure ancora, andrà fino a S. Johann, donde un autobus che va più di rado, lo porterà alla Griesner Alm, nella valle orientale, a tre quarti d’ora soli dallo Strips.

Segue una nota di redazione (omessa) dove si comunica il fatale incidente alla Piramide di Cheope (NdR).

Alberto Rand Herron

Alberto Rand Herron (Genova Pegli, 1902 – Egitto, 13 ottobre 1932), di genitore americano, fu musicista di valore, che studiò e si laureò a Fi­renze, dove visse quasi sempre. Si perfezionò e si diplomò poi al Conservatorio di Vienna. Un suo Oratorio a S. Francesco, composto a 18 anni, rivelò il suo geniale talento. Questa Sua personalità e sensi­bilità musicale lo rendeva stranamente emotivo durante le ascensioni. Si potrebbe dire che Egli sentisse musicalmente la montagna. Coll’esploratore svedese Pallin, in pieno inverno compie la prima traversata della Lapponia. L’an­no seguente, da solo, è sull’Atlante, vince il Toubkal e altre cime vergini. Nel 1929 è con Leopoldo Gasparotto e Ugo Di Vallepiana nel Caucaso: sale il 25 luglio le due vette del Ghiulcì 4475 m. Nel Monte Bianco, in pochissimi anni, spesso con Evariste Croux, compie quasi tutte le salite classiche. L’11 luglio 1927 vince la parete ovest dell’Aiguille de la Brenva (con Piero Ghiglione, Ottorino Mezzalama, E. Scalvedi e Francesco Ravelli), mentre il 22 e 23 luglio 1928, con Evariste ed Elisée Croux, sale l’inviolato versante Tronchey delle Grandes Jorasses. Uomo di grandi vedute, è il primo a osare di salire la Nord delle Grandes Jorasses (lungo lo Sperone Walker fin sotto a quella che sarà la fessura Cassin, 10 agosto 1928, con Gasparotto, Piero Zanetti e con le guide Evariste Croux e Armand Charlet). Con Giacomo Chiara e Ninì Pietrasanta, il 29 agosto 1931, sale la parete nord del Corno Bianco (Monte Rosa). Intanto matura la grande idea di organizzare una spedizione per salire l’inaccesso Nanga Parbat, sulle orme di Mummery. Questioni di permessi non ottenuti fanno sì che egli si aggreghi alla spedizione tedesco-americana in partenza per il 1932, guidata dall’ing. Willy Merkl, di Monaco. Nell’allenamento per la spedizione Rand Herron inizia quella lunga frequentazione del Wilder Kaiser di cui qui egli stesso ci relaziona. L’audace tentativo, condotto con una preparazione scrupolosa, viene però inter­rotto dal maltempo e dalla malattia di due al­pinisti. Di ritorno dal viaggio Rand Herron va a visitare la Piramide di Cheope e muore a soli trenta anni scivolando in discesa.