Reinhold Messner

di Alessandro Gogna

INTRODUZIONE
Questo scritto è necessariamente un omaggio al più grande alpinista di tutti i tempi. Nato a Funes-Villnöss, una valle laterale dell’Isarco, in provincia di Bolzano, ma vero e proprio cittadino del mondo, dal 1983 vive tra la residenza di Merano e quella di Schloss Juval, in Val Senales. Inizialmente ispirato dal grande Hermann Buhl, dal 1970 svolge la sua attività di scrittore e conferenziere in quasi tutti i Paesi del mondo. Oggi ha aggiunto l’attività di documentarista. Ottimo indagatore delle profondità di se stesso, apprezzato opinionista, fin dall’inizio ha cercato di mettere in pratica le sue idee sulla frequentazione ecocompatibile della montagna. Grazie alle grandi capacità comunicative di Messner l’alpinismo, che già aveva cominciato con Walter Bonatti, diventa patrimonio della cultura comune, senza più essere limitato all’élite di appassionati. Questo succede in una data precisa, il 1986, quando l’opinione pubblica mondiale rimane impressionata da Messner che termina la sua personale conquista di tutti gli Ottomila. In realtà la vittoria in questa competizione, loro malgrado portata avanti con l’amico polacco Józef Jerzy Kukuczka, non è certo ciò che fa grande Reinhold Messner, che già dal 1969-1970 meritava il titolo di Number One per le sue imprese. Diciamo che è una specie di consacrazione mondiale, quella profana e fonte di polemiche. A sentire qualcuno, gli Ottomila di Kukuczka valgono più di quelli dell’altoatesino. Sono stati conquistati in meno anni (9 contro 16) e, ad eccezione della via normale del Lhotse, includono solo vie nuove e ben 4 prime invernali.

Poi, come per Bonatti, giunge anche per Messner il momento di dedicarsi all’esplorazione orizzontale, terminata la quale viene il periodo dell’impegno politico. Alle elezioni del Parlamento Europeo del 13 giugno 1999 è eletto deputato nelle liste della Federazione dei Verdi. Nel 2004, a fine legislatura, in seguito alle polemiche originate da una sua pubblicità per i fucili Beretta (Messner non è contrario alla caccia, se tradizionale), non si ricandida alle successive elezioni.

Messner è anche agricoltore e allevatore. Dal 1985 ha importato poco più di una decina di esemplari di yak dall’Himalaya. Per molti inizi estate, egli conduce la transumanza degli animali da Solda verso il rifugio Città di Milano ai piedi del Gran Zebrù e a fine stagione estiva per il percorso inverso. Una mezza dozzina di questi si trova anche nei pressi del monte Rite di Cibiana di Cadore, dove Messner ha costruito uno dei suoi musei. Ma non sempre questo inserimento è andato liscio: al di là di complicazioni con altri allevatori, nel 2005 un orso bruno ha attaccato un suo yak causandogli ferite che lo hanno condotto a una morte assistita.

Heindl Messner e Sepp Mayerl in cima all’Agner dopo la prima invernale dello spigolo nord

Con il nuovo secolo si dedica all’allestimento del Messner Mountain Museum, un sistema di musei della montagna unico al mondo, che vede ormai sei grandi progetti realizzati e assai apprezzati dal pubblico (il suo “quindicesimo Ottomila”, scherza): Solda, Castel Juval (Schloss Juval), Castel Firmiano (Bolzano), Ripa (Brunico), Plan de Corones e Monte Rite. «Ho avuto la grande fortuna di aver trovato dopo la carriera di scalatore un nuovo obiettivo, quello dei musei di montagna, altrimenti ancora oggi rincorrerei quelle sensazioni. Con i musei non rischio la vita, soltanto il fallimento economico…».

Messner nel 2004 ha dichiarato: «Ho 60 anni, sono nella sesta fase della mia vita, voglio vivere il mio tempo. La prima fase è stata quella verticale, la seconda degli Ottomila, la terza dell’orizzontale ghiacciato di Poli e Groenlandia (ma anche delle distese desertiche, vedi la sua traversata solitaria del Deserto del Gobi a quasi 60 anni di età, aggiungiamo noi), la quarta quella dei miti, la quinta appena conclusa della politica al Parlamento Europeo: e ora sono a quella dell’eredità, i Musei. La prossima fase, l’ultima, sarà la ricerca della visione totale».

Un giovanissimo Messner in discesa a corda doppia dalle Odle

Il rispetto dell’ambiente e di se stessi
Ogni conquista ha in sé valenze di appropriazione, di violazione, valenze assolutamente antitetiche e incompatibili con quel ri­spetto, quel “credo” profondo nella Natura e nelle sue forze (uo­mo compreso) che animano gente come Messner.

L’alta montagna e le terre polari sono le più vaste regioni selvagge e ancora incontaminate della Terra. Per comprendere a fondo un ambiente in­tegro come quello, in tutta la sua completezza, pronti a subirne le relative conseguenze e in modo diretto non falsato da mediazioni estranee, bisogna confrontarsi, porsi sullo stesso piano.

Spedizioni commerciali, attrezzatura preventiva, grandi mezzi, ossigeno, slitte a motore de­gradano l’ambiente e con esso anche la nostra esperienza. La sensazione di dominare l’ambiente è solo illusoria. L’assenza di tecnologia è il decisivo taglio del cordone ombelicale, con la civiltà lontana anni luce: quando anche il calore e il movimento anima­li sono distanti, a scaldare l’anima restano solo gli affetti più profondi. La comprensione dell’ambiente esige una grande visione di se stessi, viaggiando tra le proprie paure. È questa una ricerca che solo pochi hanno osato spingere ai mondi più lontani e alle zone più inesplorate del proprio es­sere e del pianeta: così lontano che nessuno riesce a comprendere davvero quei pochi, ma solo intravvedere i bagliori che questi con fatica riescono a trasmettere.

Messner nella prima ascensione del Pilastro Nord dell’Odla di Funes

GLI INIZI
«Quando eravamo ragazzi, la valle di Funes rappresentava per noi il mondo intero, un mondo nel quale c’era dato di vivere emozionanti avventure come briganti e conquistatori tra i fienili vuoti, le ceppaie delle piante e il muro sgretolato del cimitero». In L’avventura alpinismo, Reinhold ricorda in questo modo l’infanzia trascorsa nella sua valle natia, piccoli paesi stesi sulle conche prative dominate dalle imponenti pareti delle Odle. La famiglia Messner vive a San Pietro in Val di Funes, sulla strada che conduce al passo delle Erbe. Il papà Josef (Sepp), oltre che allevatore di polli e conigli, è l’insegnante del paese mentre la mamma si occupa della casa e dei figli. Sono in nove, tra fratelli e sorelle. Nato il 17 settembre 1944, Reinhold è il secondogenito dopo Helmut. Günther nasce l’11 dicembre 1946. Ha due anni meno di Reinhold ed è il terzo.

D’estate la famiglia si trasferisce per un paio di settimane alla malga Gschmmagenhart, sui prati di Casnago. Da lì le pareti di roccia e le torri delle Odle si innalzano con prepotenza al di sopra dei pascoli, tanto da assumere un carattere quasi inquietante, addirittura spaventoso per dei bambini. Il battesimo con la roccia per Reinhold arriva nel 1949, quando sale sul Sass Rigais con il papà. «L’estate prima di andare a scuola – avevo cinque anni allora – mio padre mi portò con sé in cima alla vetta più alta delle Odle, il Sass Rigais», ricorda Reinhold in La mia strada, «Poco prima della vetta con la croce dovemmo avventurarci su una cresta sottile… Fui colto da ansia e da paura in quel momento, e fui ben lieto quando un alpinista che stava scendendo mi prese per mano e mi condusse oltre i passaggi più difficili». Dal padre apprende i rudimenti dell’arrampicata, la tecnica di progressione, la sicurezza a spalla, che cosa è una fessura, un diedro. Il papà gli spiega anche la scala delle difficoltà, anche se lui su roccia si ferma al terzo grado. Reinhold, il più intraprendente dei fratelli, capisce di poter affrontare l’arrampicata emancipandosi dal papà. Durante l’adolescenza Günther e Reinhold non fanno in genere cordata insieme.

Reinhold si lega di preferenza con il fratello maggiore Helmut o il quarto, Erich. «In seguito quando Helmut ed Erich si dedicarono più intensamente alla scuola e agli studi…», ricorda Reinhold in 13 specchi della mia anima, «Günther e io diventammo una cordata giocoforza, ben presto una cordata ideale». Günther e Reinhold scoprono di avere lo stesso senso di orientamento sulle grandi pareti e di muoversi con dimestichezza nel mondo selvaggio delle crode. «Ci proponevamo senza molti problemi di affrontare una vetta che ancora non conoscevamo, oppure percorrevamo vie nuove, nuove varianti… ben presto papà non riuscì più a starci dietro». Impressionato dalla loro bravura e dal loro coraggio, il papà comincia a lasciarli fare. Con un sorriso, Reinhold racconta che forse è «perché si era reso conto che non gli avremmo più ubbidito, che avremmo continuato a sottrarci al suo controllo». Sono anni giovanili in cui si va consolidando un’intesa tutta speciale tra Reinhold e il fratello. «In quegli anni per me e per Günther non esisteva altro che le montagne. Riuscivamo a stabilire un rapporto fortissimo con ogni parete su cui ci arrampicavamo».

Reinhold e Guenther Messner in partenza per le prime scalate dolomitiche

È quello il momento in cui i due fratelli, salite quasi tutte le cime delle Odle, cominciano a guardare oltre il limitato perimetro della valle di Funes. Günther e Reinhold hanno già salito diverse vie di V grado, per cui ritengono che i tempi siano maturi per fare la conoscenza del VI grado. Hanno solo 16 e 14 anni quando nel 1961 arrampicano per la prima volta sulla Civetta nel regno del VI grado. «Ci pensavamo tutti i giorni, sfogliando libri, e restando ammaliati da quel numero, VI grado, che meritava tutto il nostro rispetto. Ma no, per noi era ancora troppo difficile. Forse non saremmo addirittura mai riusciti a salire un sesto grado» ricorda Reinhold in Vertical, «Per noi ‘impossibile’ e ‘sesto grado’ erano un po’ la stessa cosa. A scorrer la lista dell’attrezzatura usata per la parete sud della Torre Trieste ebbi un sussulto». Nel consultare l’elenco delle vie e le relative relazioni, i due fratelli concordano sulla via Philipp-Flamm alla Punta Tissi. La guida indica difficoltà fra V e VI e parla di “pochi chiodi”. Ingenuamente pensano che le vie che richiedono pochi chiodi debbano di necessità essere anche quelle più facili. È l’iniziazione al VI grado e la superano con lode. Da quella prima esperienza in Civetta capiscono che sono in grado di progredire e negli anni successivi esplorano le tante altre scalate di VI grado. All’inizio quelle brevi, poi quelle di media lunghezza e infine le vie dove la difficoltà è costante per tutto l’itinerario. A loro giudizio, rispetto alle grandi arrampicate in libera di V che hanno già saggiato, non riscontrano sostanziali differenze.

Per determinate salite Reinhold e Günther cercano anche altri compagni. La brigata di rocciatori si arricchisce del contributo del lontano cugino Heindl Messner e degli amici Paul Kantioler e Heini Holzer. «Quasi sempre sono due le cordate in partenza da Funes, diciamo ad assetto variabile. Di solito, ma non sempre, i fratelli Messner attaccati alla stessa corda e poi Heindl con Heini Holzer o Paul Kantioler. La squadra in fondo era una sola e si passava da una corda all’altra con una certa facilità», ricorda Josef Sepp Mayerl, altro loro compagno di gioventù. L’unica differenza tra di loro è rappresentata dal fatto che i due fratelli Messner studiano e hanno tutta l’estate libera da dedicare alle montagne. Tra il 1965 e il 1966 in loro compagnia aprono le loro prime vie nuove sulle Odle. Tra queste meritano una menzione la diretta allo spigolo nord della Gran Fermeda (1965) e lo spigolo nord della Odla di Funes (1966).

Su quest’ultimo Reinhold supera un passaggio che, a suo dire, risulta davvero estremo. E c’è da credergli, anche senza attendere la conferma della prima ripetizione. Con lui sono Günther, Heindl Messner e Paul Kantioler.

Reinhold conosceva già Kantioler dal luglio 1964 quando avevano aperto la diretta alla Nord della Furchetta, con una variante alla via Vinatzer. Dello stesso tempo è la conoscenza con Heini Holzer. Piccolo di statura, Holzer è comunque un arrampicatore apprezzato per la sua forza e le indubbie qualità tecniche. I fratelli Messner lo includono subito nella squadra. Lui e Reinhold dedicano numerose giornate nell’estate del 1966 ad aprire nuove vie in Dolomiti, tra cui il 7 agosto un itinerario tutto in libera sul Castello della Busazza.

Secondo Sepp Mayerl e Heindl Messner, che furono davvero spesso loro compagni di arrampicata, i due fratelli erano entrambi ottimi alpinisti e arrampicatori, e dal punto di vista tecnico si equivalevano.

Reinhold Messner e Sepp Mayerl in vetta all’Ortles dopo l’ascensione alla parete nord

LE GRANDI IMPRESE
Due stagioni straordinarie, 1967-1968
La presenza di Reinhold Messner comincia a farsi sentire. Egli, non ancora noto, ha intrapreso un alpinismo di ricerca, con specializzazione nell’arrampicata libera. Suo scopo preciso è aprire nuovi itinerari accanto alle vecchie vie di sesto grado: essi non necessariamente devono essere più diretti, ma devono soddisfare le esigenze dell’arrampicata libera. Ove, si badi bene, per libera s’intende il totale non uso di chiodi. Non solo non attaccarsi ai chiodi, addirittura il non piantarli, o piantarne il meno possibile. Con queste idee in testa, forse per il tempo un po’ teutoniche e troppo devote al leggendario Paul Preuss, additò la strada futura.

Per stessa ammissione di Reinhold «per la nostra accoppiata, le estati 1967 e 1968 furono le stagioni di maggior successo». Negli anni Günther e Reinhold non hanno mai contato quante ascensioni hanno fatto insieme. «Abbiamo sempre sognato prime ascensioni, fatto progetti, studiato pareti, ci siamo allenati insieme. Pensavamo al futuro… eravamo sorretti da un’indomita sensazione d’invulnerabilità che ci accompagnava ovunque».

Per qualche tempo i fratelli Messner ripetono salite in artificiale che sulle prime sembrano divertirli. All’inizio della stagione 1967 i due fratelli sono allo Spiz delle Roé di Ciampiè, nel Catinaccio, con Heini Holzer e Heindl per completare la salita della via Schubert-Werner che hanno già tentato infruttuosamente la settimana precedente. La cordata procede a comando alterno. Destreggiandosi su chiodi e staffe, raggiungono infine la vetta il 2 giugno. «Quando mi fu accanto, Günther mi diede una gomitata e disse: ‘quest’arrampicata sui chiodi è una burla!’ E poi come rivolto a se stesso: ‘Una volta imparata la tecnica, addio fascino, è sempre uguale». Reinhold è sovrappensiero, sta pensando a tutti quei chiodi a pressione che hanno utilizzato in parete. Sono riflessioni che li portano a una svolta nel loro approccio alla roccia. «Quel giorno decidemmo di ricominciare da dove avevamo smesso un anno prima: dalle grandi scalate in arrampicata libera… decisi di non usare mai più in vita mia un chiodo a espansione, e di non portarne nemmeno con me». In un tempo nel quale l’arrampicata libera perde terreno nei confronti della progressione artificiale, i fratelli Messner ripudiano ogni artefatto umano interrompendo questa tendenza con una serie di realizzazioni con pochi mezzi artificiali. Qualche anno più tardi questa loro decisione, Reinhold pubblicherà il celebre articolo L’assassinio dell’impossibile uscito sulla Rivista Mensile del CAInel 1968.

Heindl Messner, prima invernale spigolo nord dell’Agner

Qui il giovane Reinhold Messner, appena nominato “portatore” dopo il corso preliminare a quello di guida alpina, esprime alcune idee che si riveleranno fondamentali per gli anni seguenti: «Salviamo dunque il drago; e in avvenire, proseguiamo sulla via indicataci dagli uomini del passato: io sono convinto che sia ancora quella giusta! Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno, porta con te la corda e un paio di chiodi per i punti di sosta, ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto: anche a tornare indietro nel caso ch’io m’incontri con l’impossibile. Non ucciderò il drago; ma se qualcuno vorrà venire con me, proseguiremo assieme verso la vetta, sulle vie che ci sarà dato di percorrere senza macchiarci d’assassinio».

Ma che cosa si poteva fare a quel tempo senza ricorrere alle chiodature a oltranza? Che cosa c’era di possibile che fosse stato lasciato intatto dai sestogradisti degli anni Trenta e che nello stesso tempo permettesse la ribellione all’esasperata progressione artificiale? Risposta: le pareti vergini e, dopo di queste, la realizzazione di itinerari paralleli e più in libera dei precedenti senza l’uso dei chiodi a pressione. «Con mio fratello Günther continuavamo a parlare di dover fare una parete che fosse considerata insuperabile. Volevamo andare al di là del sesto grado. Per giorni e giorni esploravamo vie con il binocolo, individuavamo itinerari… Non mi andava l’idea di trapanare un buco in ogni parete liscia, di piantarvi un chiodo. Mi sembrava antisportivo perché altrimenti tutto diventava possibile».

Il primo grande esempio di questa nuova tendenza è la via degli Amici sulla parete nord-ovest della Civetta (30-31 luglio, Reinhold con Holzer, Mayerl e Renato Reali). Sono 40 lunghezze di corda accanto alla Solleder e al Philipp-Flamm con soli 42 chiodi e due cunei! Le massime difficoltà in libera indicate in relazione arrivano al V+, ma c’è da non crederci. Come si vide in seguito, queste valutazioni nascono da un’analisi oggettiva dei problemi della scala delle difficoltà effettuata prima che la scala UIAA aprisse verso l’alto. Il passaggio fu lento, graduale. Il rispetto per il passato era grande, quasi c’era un senso d’inferiorità. Messner dà uno scrollone violento a questo modo di pensare, in contemporanea con il triestino Enzo Cozzolino. Dopo la Via degli Amici alla Civetta Reinhold e Günther Messner, con Holzer, salgono il 17 e 18 agosto 1967 la parete nord-est dell’Agnèr per una via nuova quasi interamente in libera, 1400 metri. Difficoltà fino al VI, come confermeranno poi Reinhard Schiestl e Luggi Rieser, che supereranno in libera (VI+) anche i 20 metri di artificiale dei primi salitori.

Messner nella 1a ascensione invernale dello spigolo nord dell’Agner

Messner e compagni anticipano di una giornata Armando Aste che avrebbe attaccato la parete il giorno successivo. Aste aveva individuato lo stesso problema ed era determinato a risolverlo. Incontrato il gruppo vittorioso di ritorno dalla scalata, ad Aste non resta che complimentarsi con loro per l’impresa. Negli stessi giorni, nelle Dolomiti bellunesi, una cordata di polacchi e bellunesi riesce a vincere l’immane parete sud-ovest del Burèl. Tra le due imprese contemporanee c’è grossa differenza, non tanto nelle dimensioni o nella realizzazione, quanto nelle intenzioni. La cordata dei polacchi e dei bellunesi, munita di chiodi a pressione, a meno di non incorrere in qualche serio incidente, sarebbe passata comunque sul Burèl. La cordata Messner invece era disposta a tornare indietro di fronte all’impossibile.

La stagione è avanzata, ma i fratelli Messner non fermano ancora la ricerca. Prima delle nevicate autunnali, il 15 ottobre 1967 salgono una splendida e stretta muraglia grigia sulla Nord della Cima della Madonna. Tracciano la diretta, una bella linea di 350 metri che valutano di V+. Quando al mattino presto Günther e Reinhold si portano alla base della parete, con la testa rovesciata all’indietro e gli occhi fissi su di essa, emettono un giudizio unanime: «Fattibile. Tutta da fare in libera». Tornando con la memoria a quelle prime gelide lunghezze, Reinhold ricorda che la parete «era molto più ricca di appigli di quanto avessi immaginato quando me l’ero studiata da sotto. Era verticale, ma anche articolata… procedevo verticalmente come un animale selvaggio che si sente inosservato… Dopo le prime lunghezze cominciammo a scalare in modo febbrile». Durante la salita non trovano tracce di passaggi precedenti: è una prima ascensione. E i passi duri, poco proteggibili, toccano in realtà il VI.

Messner impegnato nella ripetizione della via Cassin alla Walker Grandes Jorasses

Solo quattro metri
Nel 1968, Reinhold è all’Università a Padova mentre Günther lavora in banca in val Badia. Ogni fine settimana arrampicano assieme. Nel giugno del 1968 Reinhold è a Padova. Una mattina riceve una cartolina scarabocchiata da Günther: «Sass da Pùtia: grande classe! L’ho studiata bene. È tutta in libera. Una giornata. Ti aspetto sabato». È una delle rare volte in cui è Günther a prendere l’iniziativa individuando una linea di salita al centro della parete alta 600 metri alla quale nessuno aveva ancora pensato. La via diretta sulla Nord del Sass da Pùtia (30 giugno, V+) diventa una grande classica, la Günther Messner. I due fratelli ormai sono lanciati, irrefrenabili.

Al di sopra degli incantati boschi di Val Badia e dei luminosi prati che circondano l’Abbazia dla S. Crusc s’erge la scura muraglia ovest del Sass dla Crusc, che comprende le pareti del Piz dl’ Pilato e del Ciavàl (Monte Cavallo). Tra esse un’enorme struttura inviolata, il Pilastro di Mezzo, s’appoggia sul friabile zoccolo comune a tutta la parete.

Il fine settimana successivo al Sass da Pùtia, si recano al Sass dla Crusc dove risolvono un problema alpinistico intravisto l’autunno precedente. Il pilastro di Mezzo era stato salito in artificiale da Georges Livanos e Robert Gabriel, reduci dal successo al Gran Diedro della Su Alto (VI/A3).

Ma ecco in scena i due fratelli, 6 e 7 luglio 1968. Con le pedule rigide, senza cunei, senza nut (di là da venire), usano solo 60 chiodi.

Hans Frisch in sosta, 1a ascensione Gran Muro Sass dla Crusc

«… avevamo bivaccato in un buco sulla grande cengia e alle 8 eravamo partiti. Dopo due brevi tiri di corda il pilastro diventava giallo e verticale. Solo verso destra si presentava la possibilità di continuare in libera. Traversammo fino a che fu possibile, piantammo un chiodo ad anello e pendolammo verso destra fino a una rampa. Su questa ci portammo a un piccolo pulpito sul verticale spigolo del pilastro. Fino a qui era andato tutto bene. La natura ci aveva offerto il cammino e noi l’avevamo seguito. Ma ora? Ancora due metri in libera, straordinariamente difficili, ma poteva ancora andare. Poi ero al termine delle mie abilità arrampicatorie. Trovai un minuscolo buco, profondo 2 o 3 centimetri. Piantai un chiodo corto a lama. Teneva. Ancora un chiodo, poi ancora arrampicata libera. Finalmente un paio di appigli. Riposi il martello nella tasca. Sfruttando una sottile fessura sul fondo di un diedro appena accennato riuscii ad innalzarmi con un’ardita arrampicata libera e, appena in tempo, raggiunsi una strettissima cengia. Qui era proprio finita. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli, sbarrava la prosecuzione. Quattro metri più in alto c’era una fessura, sotto di me una cengia sulla quale a malapena riuscivo a posare i piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Sembrava proprio impossibile andare avanti. Tuttavia non mi diedi per vinto. Tentai. Ritentai. Eppure in mezz’ora non mi alzai di un centimetro. Anche tornare indietro non era più possibile. Mi sforzai inutilmente di ridiscendere in arrampicata. Non ce la facevo e mi mancava il coraggio di saltare. Bisogna rinunciare, pensai, peccato. Salivo, ridiscendevo. Tentativi disperati. Con il proposito di tentare la discesa, ritornavo sempre al punto di uscita sulla cengetta prima di perdere l’equilibrio. E appena mi ritrovavo sulla cengia, riprendevo le capacità di riflettere logicamente. Indietro non si poteva andare. Di nuovo mi asciugai le punte delle dita sui pantaloni. Dovevo farcela, solo questi 4 metri! Il pensiero mi si imponeva come un ordine. Devo tentare! Sopra c’è un piccolo appiglio, giusto per metterci le unghie. Se riesco a prenderlo non devo più tornare indietro, non devo mollare. Poi devo alzare al massimo il piede destro, innalzarmi con un movimento bilanciato e raggiungere con la mano sinistra la lama risolutiva per tirarmi su. Nella mia testa frullava un solo pensiero: salire, poi l’appiglio in alto a destra. Oggi non so più come ho fatto ad arrivare su. So solo che mi ritrovai sopra, sollevato, pieno di gioia, e tutto era sembrato facile. Qualche ora più tardi, sulla cima, non abbiamo parlato di questo passaggio ma della situazione che si era creata sotto di esso. E se oggi penso al Pilastro di Mezzo, vedo tutto come allora. Solo la via d’uscita è aperta. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli; 4 metri più in alto una fessura, sotto di me una cengia larga quanto i miei piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Un’impresa che rimane (Reinhold Messner, Settimo Grado)».

Passarono circa dieci anni prima che si fosse informati di cosa realmente avvenne sul Pilastro di Mezzo. Solo il temerario Heinz Mariacher osa nel 1978 la prima ripetizione con Luggi Rieser e Luisa Iovane. Ma la placca Messner viene aggirata a destra con una variante di VII.

Heinz Mariacher ci ritorna nel 1979, supera l’intera via in arrampicata libera: quanto al passaggio Messner, trova una soluzione forse più facile due metri a sinistra (VIII). Da allora la via ha avuto diverse ripetizioni, ma tutti evitano il passaggio chiave con la lunga deviazione a destra e ritorno a sinistra che aveva trovato Mariacher nel 1978. Si disse che Messner aveva mentito, che il VII+ o forse l’VIII- non poteva essere una realtà storica così vecchia. Il passaggio Messner è precisamente segnato da un buon chiodo, posto proprio sulla cengia alla base dei 4 metri. In tempi molto più moderni Nicola Tondini ha ripetuto da capo-cordata il passaggio Messner, eternando il momento con delle bellissime riprese video.

Sass dla Crusc, Nicola Tondini sulla placca Messner, VIII. Foto: Paola Finali.

Ma la “spitdipendenza” degli ultimi tempi non favorisce certo le ripetizioni frequenti. Se qualcuno non avrà la pessima idea di spittare quel muretto, su quei 4 metri si potrà ancora leggere quanto la disperazione si tramuti a volte in energia. Nulla è cambiato, per ora. Il muro grigio è impassibile, compatto e solido. E avalla il giudizio di Messner: «Quando mi chiesero che cosa avessi da dire contro il chiodo a pressione, potei esprimermi solo in modo positivo: può essere messo dappertutto, sembra un chiodo come un altro, non è molto vistoso; è molto piccolo e leggero e in più è anche sicuro; viene prodotto industrialmente; non è costoso; può essere usato anche da persone che non hanno mai arrampicato; aiuta a procedere dappertutto; serve anche per appendere i quadri su una parete di cemento; dà un apporto all’alpinismo: ne favorisce il tramonto».

Alla fine di luglio 1968 Toni Hiebeler invita i due fratelli Messner assieme a Fritz Maschke ad aprire una via nuova di misto sull’inviolato sperone nord dell’Eiger, tra la parete nord e la via Lauper sul versante nord-est. La salita richiede due bivacchi con brutto tempo (30 luglio-1 agosto). Al mattino del terzo giorno, «tutto era bagnato e ricoperto di neve fresca: le corde, gli abiti, le piccozze, gli zaini». I due fratelli non la ricordano come un’esperienza esaltante. Ad agosto sono di nuovo in Dolomiti. Alla Marmolada il 17 aprono la via delle Placche sulla parete sud-ovest di Punta Penìa, VI+. In quei giorni d’agosto gira la voce che qualcuno vuole salire la parete nord della Seconda Torre di Sella con i chiodi a pressione. Reinhold alletta Günther dicendogli che si tratta di “una cosa breve e carina”. E’ il 24 agosto, e questo è il capolavoro che per primo ha una rivalutazione dai ripetitori. Dal V+ dato dai primi salitori, con 8 chiodi, la quotazione è salita a VI e VI+, praticamente senza chiodi di sicurezza. Messner disse che non poteva valutare di VI ciò che era molto meno difficile di altri passaggi da lui superati: e infatti questi vennero poi passati a VII e oltre, vedi Pilastro di Mezzo: semplicemente allora la scala non era ancora stata aperta in alto. Si vede così con chiarezza che il progresso doveva risultare sulle pareti aperte, su roccia buona, verticale e anche strapiombante. Spingere l’arrampicata libera là dove comunque non si sarebbero potuti mettere chiodi.

Racconta Günther in Settimo grado: «… avevo preso in giro mio fratello quando all’attacco pensava ancora che questi 250 metri di parete fossero possibili senza artificiale. Potrei scommettere che lui stesso non lo credeva. E se non fossi stato presente quando lo dimostrò, ancora oggi sarei scettico… Continuavo a rodermi nella mia rabbia: ha fatto tante e tante prime, eppure non riesce a vedere che questa parete a placche non è possibile in libera. Vuole salire con una dozzina di chiodi di assicurazione e basta, il cretino… Reinhold tentò a sinistra, poi diritto, poi a destra e di nuovo diritto. Questo, Reinhold lo chiama mettere alla prova la percorribilità di una parete. Cinque tentativi, dieci tentativi. Ma prima di rinunciare va su, e senza chiodi».

Invernali e solitarie
La creatività di Messner, seguendo le necessità del tempo, non è rivolta solo alle vie nuove in arrampicata libera: gli anni 1967 e 1968 vedono le ultime grandi pareti salite nella stagione più fredda. Le sue due realizzazioni più importanti sono entrambe sulla stessa parete settentrionale del Monte Agnèr, 1500 metri di appicco sulla Valle di San Lucano, vicino ad Agordo: dall’11 al 13 febbraio 1967 sullo spigolo nord, via Gilberti, con Sepp Mayerl e Heini Holzer, e dal 29 al 31 gennaio 1968 sulla parete nord, via Jori, con lo stesso Mayerl e Heindl Messner. Queste imprese pazzesche, senza mai usare corde fisse, non passano inosservate e quando Messner decide di mettere a segno le sue fantastiche solitarie, il terreno della fama è già spianato. Si difende dalle accuse di temerarietà parlando ironicamente di sé come uno che si “allena al suicidio”. Ma di fronte a solitarie come la Philipp-Flamm alla Civetta, la Soldà al Sassolungo, la via nuova sulla Marmolada di Rocca e la più difficile via di ghiaccio delle Alpi, la Cornuau-Davaille alla Nord di Les Droites (e questo solo per citare le più roboanti, tutte del 1969) la comunità alpinistica comprende d’essere al cospetto di un vero e proprio fenomeno.

1968, Günther Messner, Toni Hiebeler, Reinhold Messner, Fritz Maschke dopo la prima ascensione al Pilastro nord-ovest dell’Eiger. Foto: RDB/ullstein via Getty Images.

Settimo grado
Nel maggio 1969 Reinhold parte per il primo viaggio alpinistico all’estero con una spedizione tirolese nelle Ande peruviane. Con Peter Habeler sale l’inviolata e glaciale parete est dello Yerupaya 6634 m. Al suo ritorno si sposta nel gruppo del Monte Bianco dove realizza la prima ripetizione in giornata del pilone centrale del Frêney con Erich Lackner e la prima solitaria della Nord delle Droites nel tempo straordinario di 7 ore. Non pago, al rientro in Dolomiti si segnala ancora per numerose solitarie. Tra queste, la prima della Philipp-Flamm in Civetta e la Soldà sulla Nord del Sassolungo. Nell’estate 1969 Günther impiegato in banca «si prendeva meno tempo del solito per arrampicare, quasi come se l’esplosione del fratello maggiore lo avesse scoraggiato» spiega Ivo Rabanser, «non condivideva lo stile sempre più spregiudicato con cui Reinhold scalava le pareti più severe inanellando salita dopo salita e soprattutto non apprezzava le sue pazzesche solitarie».

Sulla Sud della Marmolada di Rocca, dopo aver bivaccato sulla cengia a metà parete, raggiunta per la difficilissima via Vinatzer-Castiglioni (1a solitaria), il 17 agosto 1969 Reinhold Messner si accinge a superare la grande pala grigia che Vinatzer e Castiglioni avevano evitato. Così la Punta di Rocca avrà la sua direttissima. Messner è solo, con pochi chiodi e tanta preparazione. Nessuno aveva voluto partire con lui, perché nessuno credeva possibile salire quei 400 metri in libera. Egli dimostrò, in quel giorno grande, ciò che aveva già dimostrato altrove. Ma sulla Marmolada di Rocca superare in prima ascensione (e da solo) passaggi di VI e VI+ è veramente una grande impresa. Mariacher e Iovane, il 18 novembre 1978, eliminarono anche i soli 20 metri di A2.

Reinhold Messner sulla via Lacedelli di Cima Scotoni. Da Rivista Mensile del CAI

«Questa rimarrà forse la mia prima più importante, per il fatto che è conforme alla natura della montagna e contemporaneamente all’ideale di bellezza di una direttissima. Ho arrampicato su questa parete per due giorni. Con le punte delle dita mi ero tenuto saldamente ad essa, l’avevo cercata a tastoni. Non avevo mai fatto dei calcoli, avevo riflettuto, osservato. Nella montagna io vedo ancora un pezzo di natura. Per me una parete non è solo un ammasso di pietre, ma un essere vivente che si osserva, si ascolta, con cui si vive. A priori sulle montagne non esiste alcuna via; solo quando l’uomo la escogita, la studia e la traccia, essa compare. Questi itinerari non sono necessari, però possibili, e ciò che di solito vale per tutte le creazioni, è valido anche per una prima ascensione. Io penso in modo concreto, scientifico, pratico e sicuro, però mi affascina ciò che è superfluo: e la montagna ha il valore che noi le attribuiamo (Reinhold Messner, in Settimo Grado)».

Per Messner dunque la montagna non è solo un ammasso di pietre: ed ecco le sue estreme conseguenze (La svalutazione del sesto grado, in Rivista Mensile del CAI, 1969): «Le vie sono declassate perché superchiodate, e sono superchiodate perché coloro che le percorrono non sono più – almeno in massima parte – alpinisti autentici: sono individui che fanno dell’alpinismo senza amore, che vanno in montagna mirando a conseguire soltanto il massimo effetto esteriore con il minimo sforzo e rischio. E i frutti sono quel che sono: molte cose abborracciate alla meglio e poche, pochissime imprese veramente valide e degne di ammirazione».

Il 28 e 29 agosto 1969 Messner e Konrad Renzler salgono la Südtirolerweg sulla Marmolada di Penìa, bellissimo itinerario quasi tutto in libera. E ancora Messner il 18 settembre 1969, con Hans Frisch sale il Gran Muro sul Sass dla Crusc. E il 21 settembre con Sepp Mayerl la parete nord del Campanile Nord del Sassolungo.

L’ultima bella prima in Dolomiti, con i piedi menomati, Reinhold la compirà il

9 agosto 1973, sul pilastro ovest della Marmolada di Penìa, con Joachim Grüber, Jörg Mayr e Luis Vonmetz, 400 m, fino al VII-.

Reinhold Messner arrampica sulle Dolomiti, 1965

IL NANGA PARBAT
L’insperata vittoria solitaria di Hermann Buhl al Nanga Parbat nel 1953 consacra anche il successo del suo capo-spedizione, il medico Karl Maria Herrligkoffer che, a più riprese nel corso del ventennio successivo, si ripresenta in Himalaya, e specificamente al Nanga Parbat, con altre sette missioni. A nove anni dalla prima ascensione, nel 1962 la squadra composta da Toni Kinshofer, Anderl Mannhardt e Sigi Löw porta a termine sul versante Diamir il progetto di Mummery passando per colatoi, costoni di roccia e pendii di neve, su una linea più a sinistra del progetto di Mummery, già studiata l’anno precedente nel corso di una prima missione di ricognizione fino a 7150 m. Löw scivola in discesa e muore. L’anno successivo Herrligkoffer è nuovamente al Nanga Parbat, ormai divenuto una vera e propria ossessione, per una ricognizione del terzo e ultimo versante, quello del Rupal. Allo studio sono due itinerari che non provano, uno direttissimo nel centro della parete che Kinshofer ritiene impraticabile, mentre più accessibile parrebbe l’altro sulla parte più a sinistra. Per Herrligkoffer questa è ancora un’occasione per rendere un tributo alla tragica spedizione del 1934 e al suo fratellastro maggiore Willi Merkl: intitola diversi passaggi ai protagonisti di quell’eroica vicenda. Sempre Herrligkoffer è alla guida di una spedizione invernale che, causa la persistenza del cattivo tempo e problemi amministrativi, viene interrotta dopo aver appena saggiato la direttissima alla Rupal. Quasi sia stato sancito un patto segreto con la montagna, tedesche o austro-tedesche e con la guida dell’instancabile Herrligkoffer sono ancora le due spedizioni successive, quella del 1968, che si avvale di una squadra fortissima di alpinisti tra i quali Peter e Wilhelm Scholz (si spingono sulla Rupal fino a 7100 m, oltre il ghiacciaio sospeso Merkl), e quella del 1970, con la prima presenza himalayana del “giovane alpinista altoatesino” Reinhold Messner e del fratello Günther. Abile nel reperire i finanziamenti, Herrligkoffer intende comandare con approccio militaresco e richiede la massima ubbidienza.

Nanga Parbat, Rupal, 1970

La spedizione austro-tedesca del 1970 ha come obiettivo il versante sud-est della montagna. L’intenzione è quella di salire l’inviolata parete Rupal, 4500 metri di roccia e ghiaccio che si impongono in tutta la loro enormità al di sopra dell’omonima valle. Appassionato di spedizioni in memoriam, Herrligkoffer dedica questa ulteriore stagione a Sigi Löw (quella del 1968 era invece per Kinshofer). Raccoglie una squadra, tra i quali figurano oltre ai fratelli Messner, Felix Kuen, Peter Scholz, Werner Heim e il cineoperatore Gerhard Baur.

Messner, reduce dai recenti successi sulle Alpi e in Dolomiti, è però il candidato ideale. Nell’autunno riceve la convocazione da Herrligkoffer. «In un primo momento sembrava che dovessi andare al Nanga Parbat senza Günther. Alcune settimane più tardi gli feci trovare un telegramma. C’era scritto: ‘Sono d’accordo per Günther. Karl». «A quel tempo io e Günther eravamo arrampicatori. Ci appassionavano le vie di roccia più impegnative delle Alpi ma anche le grandi pareti di ghiaccio. Gli Ottomila himalayani ci stuzzicavano molto meno. Ma la parete Rupal decantata da decenni come la parete più alta della Terra, costituiva la sfida per eccellenza per l’alpinismo di quegli anni. Hermann Buhl infatti l’aveva definita impossibile e i migliori alpinisti degli anni Sessanta avevano fallito i loro tentativi. La parete Rupal ci forniva lo spunto per una sfida: traslare in una nuova dimensione il nostro modo di andare in montagna».

Günther Messner

Sulla parete Rupal i fratelli Messner vivono un’esperienza esaltante anche se il ritmo e le dinamiche interpersonali di una spedizione organizzata non gli sono congeniali. La squadra è composta da 15 alpinisti selezionati tra i migliori dell’epoca. La salita ai campi alti avviene in maniera tradizionale, attrezzando la parete con centinaia di metri di corde fisse che servono agli alpinisti per raggiungere i campi alti. Fedeli a un loro stile “pulito”, i fratelli Messner decidono però di rinunciare all’uso di ossigeno. Fin dalle prime ricognizioni in parete Reinhold e Günther si segnalano come il duo più dotato ed efficace. Pur scontrandosi spesso con gli ordini impartiti da Herrligkoffer, sono una tra le due cordate di punta. Dal campo base gli accordi prevedono che sia un razzo rosso ad avvertire l’arrivo del cattivo tempo, mentre uno blu avrebbe dato il via all’assalto finale. Messner dal campo IV, dove si trova nel tardo pomeriggio con Kuen, Scholz, Baur e il fratello Günther, propone di provare, anche in caso di cattivo tempo, a salvare l’esito della spedizione con un suo tentativo in velocità fino in vetta e ritorno. Secondo l’ottica già sperimentata nel 1953 per la quale la vittoria di uno solo può voler dire la gloria di tutti, Herrligkoffer aderisce alla proposta. Rosso è il colore che quella sera illumina il cielo e anima le discussioni. Messner non crede ai suoi occhi, è proprio rosso e annuncia il brutto tempo. Non si dà per vinto, il cielo è ancora bello e decide di anticipare il monsone con una salita lampo dal campo V dove trascorre la notte con il fratello e Gerhard Baur. Alle 2 del mattino del 27 giugno esce dalla tenda e comincia ancora al buio a districarsi tra le difficoltà che gli oppone il canalone Merkl. A un’ora di distanza lo segue a sorpresa Günther. Messner lo vede salire velocissimo il canalone (600 m in quattro ore oltre 7000 m). Insieme procedono poi per la vetta. Si spingono avanti finché la percezione di farcela diventa imperativa anche se la vetta, ormai vicina, sembra allontanarsi. Ed ecco infine la sommità e la favola diviene realtà per la terza ascensione assoluta della montagna. Ma è già tardi, il tempo peggiora velocemente e Günther è allo stremo delle forze. Senza corda, i due fratelli rifiutano l’idea di scendere dalla via di salita, troppo rischiosa in quelle condizioni, e si lanciano su un terreno ignoto, ma meno difficile e ripido, la vastissima parete del Diamir. Il giorno successivo ai due fratelli andranno in cima anche Kuen e Scholz, per la quarta salita. Per i due Messner invece è tragico l’epilogo della lunga corsa verso la salvezza: tre giorni di discesa per un labirinto di crepacci giganteschi sotto il costante rischio delle valanghe. Günther scompare, travolto da una di esse. La ricerca disperata del fratello non dà esito, come non lo darà la ricerca che Reinhold condurrà l’anno successivo. Bisognerà attendere fino al 2005 prima che il ghiacciaio restituisca il corpo del fratello. Con questo ritrovamento termina l’accesa polemica che si era scatenata fin dal rientro in Europa nel 1970 che vedeva Reinhold accusato di aver cercato di raggiungere la vetta a ogni costo nonostante le precarie condizioni del fratello, rendendosi così responsabile della sua morte pur di riuscire nella sua impresa. Nel 2010 è stato girato un film sulla tragedia, intitolato Nanga Parbat, diretto da Joseph Vilsmaier.

Reinhold aveva riportato gravi congelamenti a sette dita dei piedi (subendo una parziale amputazione di esse) e alle ultime falangi delle mani. Seppure la perdita del fratello lo segni indelebilmente, e pur menomato, prosegue l’opera di esplorazione verticale e interiore che con lui aveva avviato sulle montagne di casa. Ma ormai le porte del pianeta gli sono definitivamente aperte e Reinhold diventerà l’alpinista numero uno al mondo, come vedremo in seguito. Sarà il primo uomo a completare la salita dei 14 Ottomila, a compiere la prima solitaria a un Ottomila (ancora sul Nanga Parbat), a salire per primo l’Everest senza ossigeno.

Reinhold e Günther Messner al Nanga Parbat

GLI ALTRI OTTOMILA
Nel 1972 sposa la giornalista tedesca Uschi Demeter, dalla quale divorzierà nel 1977. Nel 1981 nasce la prima figlia, Leila, avuta con la fotografa canadese Nena Holguin. Il 1º agosto 2009, a 64 anni e dopo 25 di fidanzamento, si sposa con la compagna Sabine Eva Stehle; la cerimonia si svolge nel comune di Castelbello-Ciardes. Con lei Messner ha avuto tre figli: Magdalena (1988), Simon (1991), e Anna (2002).

Inizialmente salito alla ribalta per aver riportato in auge l’arrampicata libera in un periodo nel quale era preponderante la progressione artificiale, dopo la prima grande e pesante spedizione al Nanga Parbat, si fa gradualmente paladino del cosiddetto “stile alpino” sulle alte montagne himalayane, a quel tempo oggetto di spedizioni con molti scalatori e caratterizzate da grande dispendio di risorse (himalayismo).

La gradualità di questa intuizione si spiega con l’iniziale necessità di appoggiarsi a progetti che altri hanno messo in cantiere. Associarsi per poter avere le prime esperienze. Già la seconda spedizione, nel 1972 con i tirolesi di Wolfgang Nairz, non ha più le caratteristiche della prima: è con amici, motivati come lui, con un capospedizione democratico e tanti orpelli in meno. Eppure l’obiettivo è davvero difficile, la prima salita del versante meridionale del Manaslu. Purtroppo la serena atmosfera instauratasi tra i partecipanti non riuscirà a impedire una grande tragedia. Dopo aver attrezzato un’alta e difficile parete rocciosa, la spedizione si ritrova nella “Conca delle Farfalle” e al Campo 3 a 6600 metri. E’ il momento dell’attacco decisivo. Messner e Franz Jäger raggiungono il grande plateau sommitale a 7500 m e vi sistemano il Campo 4; il mattino dopo puntano alla vetta, ma Jäger senza più forze rinuncia. Messner raggiunge il torrione roccioso della vetta, estrae uno dei due chiodi lasciati dai giapponesi che per primi avevano conquistato la montagna e scende senza più indugi. Si sta scatenando una tempesta che presto gli fa perdere l’orientamento. Terrorizzato, sente anche i richiami di Jäger che lui crede provengano dalla tendina. Poi questi cessano ed è solo dopo ore di ricerca frenetica che Reinhold riesce a reperire il Campo 4, grazie al fatto che il vento non ha mai cessato di provenire da sud. Ma, sorpresa, la tenda è occupata non da Jäger, bensì da Andi Schlick e Horst Fankhauser, la seconda cordata. Reinhold è esausto, gli altri due escono nella bufera alla ricerca di Jäger, di cui di nuovo si sentono deboli richiami confusi. Messner s’impegna a fare segnali luminosi con la pila in modo da dare la direzione giusta di ritorno dalla ricerca. Il disperato tentativo di soccorso non solo non ha esito: anche Schlick si smarrisce, mentre Fankhauser riesce a sopravvivere alla furia della tempesta grazie a un buco che scava nella neve. Il mattino dopo, con visibilità buona, Messner vede arrivare, sfinito, l’amico Fankhauser, da solo. La bufera ha ricoperto qualunque traccia, seppellito ogni speranza.

Reinhold e Günther Messner al Nanga Parbat

Il 1975 è l’anno della svolta. Dopo aver partecipato al primaverile tentativo italiano alla Sud del Lhotse con una spedizione di stampo classico, ecco che Reinhold, assieme all’amico Peter Habeler, si reca d’estate in Karakorum con l’obiettivo, raggiunto, di salire in stile alpino il Gasherbrum I. Da quel momento Messner sarà capace di darsi sempre nuovi obiettivi, di organizzare le proprie spedizioni e di comunicare i successi con grande efficacia, anche a un pubblico di non addetti ai lavori.

Seguono anni di tentativi, di sogni forse ancora troppo irraggiungibili. Ma, nel 1978, sale l’Everest senza ossigeno, sempre con Habeler, diventando per questo l’alpinista più famoso al mondo. La scalata dell’Everest, senza l’ausilio di bombole, era considerata fino ad allora impossibile per l’uomo, tanto che qualcuno ha anche il coraggio di accusare Messner e Habeler di aver utilizzato di nascosto delle mini-bombole.

Partiti il 5 maggio dal campo base, rimangono in cima, raggiunta alle 13.15 dell’8 maggio, per un quarto d’ora circa, il tempo di qualche ripresa, qualche foto e di dare libero sfogo alla propria commozione. Ma non dimenticano di lasciare in vetta uno spezzone di corda e una vecchia batteria per dimostrare di essere arrivati fino a lì: una procedura che purtroppo in alpinismo diventerà sempre più necessaria, in barba al codice d’onore che vorrebbe privilegiare la parola dell’alpinista. Rientrano al Campo Base il 10 maggio. Da allora, i salitori della cima più alta del mondo si divideranno in due liste: con o senza ossigeno.

Due mesi dopo è la volta di un’altra impresa storica: la prima salita in solitaria del Nanga Parbat. Superando l’emozione del ritorno in quella valle Diamir che lo aveva visto quasi morire nel 1970, già nel 1973 e nel 1977 Messner aveva tentato di salire là dove era già sceso da solo. Ora è il suo terzo tentativo.

Un piccolo zaino, ramponi e piccozza con una tendina leggera sono l’attrezzatura che si carica in spalla per un’impresa straordinaria. Ed è anche la prima solitaria in assoluto su un Ottomila. In questa stessa occasione inaugura due nuovi itinerari sulla parete del Diamir in puro stile alpino, sia quello in salita (in tre giorni) che quello in discesa che passa a fianco dello sperone intitolato a Mummery. Rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo la foto che Messner si autoscatta in vetta al Nanga Parbat: una figura leggermente ricurva, moderna, su un orizzonte infinito.

Nel 1979 guida una piccola spedizione al K2, con l’intenzione di salire per una nuova via lungo il pilastro sud-sud-ovest. In fase di progettazione Messner disegna l’itinerario, che chiama Magic Line, anche sulla base di foto aeree. Arrivati sul posto però i componenti della spedizione constatano l’impossibilità per loro di salire il pilastro e decidono di rivolgersi allo Sperone degli Abruzzi. La spedizione si divide in tre gruppi che si muovono autonomi. Assieme a Michl Dacher raggiunge la vetta il 12 luglio. Si tratta della prima ascensione della montagna in stile semi-alpino, 4a assoluta (il K2 era già stato salito da una spedizione americana assai pesante senza l’uso di ossigeno nel 1978). Gli altri due gruppi, formati da Alessandro Gogna, Renato Casarotto, Friedl Mutschlechner e Robert Schauer non riescono a raggiungere la vetta a causa del sopravvenuto maltempo.

Messner in vetta al Lhotse, 1986. Foto: Hans Kammerlander.

Nell’estate 1980 Messner mette a segno forse il più assoluto dei suoi capolavori quando il 20 agosto si trova in vetta all’Everest, salito in puro stile alpino, senza ossigeno e completamente da solo, senza alcun’altra presenza umana sulla montagna. Durante l’impresa, compiuta in quattro giorni, apre una nuova variante sul versante nord, senza aver preallestito campi di alta quota. Prima del Colle Nord cade anche in un crepaccio, senza conseguenze. “Una continua agonia”, scriverà in seguito.

Dopo il 1980, Messner continua a conquistare numerose vette himalayane, spesso aprendo nuovi percorsi, o tentando per primo la salita in inverno, sempre proponendo il suo stile di arrampicata leggera.

Dopo lo Shisha Pangma (con Friedl Mutschlechner, 1981), nel 1982 è il primo uomo a salire ben tre Ottomila in una sola stagione: in maggio il Kangchenjunga, con Mutschlechner e Ang Dorje I Sherpa, e in luglio-agosto il Gasherbrum II e il Broad Peak, entrambi con i pakistani Nazir Ahmad Sabir e Mohammad Sher Khan.

Bella impresa anche quella sul Cho Oyu (1983), la prima ascensione della via del Pilastro sulla parete sud-ovest, con Hans Kammerlander e Michl Dacher. L’anno dopo, con Kammerlander ha la grande idea di provare il primo concatenamento di due Ottomila, ovviamente in stile alpino: i due riescono in una settimana epica a salire, l’uno di seguito all’altro, il Gasherbrum II e il Gasherbrum I.

L’ultima grande impresa creativa di Messner in Himalaya è l’inviolata parete ovest dell’Annapurna. E’ la primavera del 1985, e vi riesce con il fido Kammerlander. Nella mente di Messner è ormai preciso il disegno di completare la salita dei 14 Ottomila. Di questi gli mancano solo tre vette: così Messner non insegue ulteriori sogni e decide pragmaticamente di chiudere questa contabilità salendo con il minore possibile degli sforzi, cioè per le tre vie normali, il Dhaulagiri (1985, con Kammerlander), il Makalu (1986, con Kammerlander e Mutschlechner) e il Lhotse (1986, con Kammerlander). La saga si conclude il 16 ottobre, in vetta al Lhotse.
E nel dicembre dello stesso anno, con il raggiungimento della vetta del Monte Vinson in Antartide, completa l’ascesa delle Seven Summits (secondo al mondo dopo Pat Morrow).

Dopo aver abbandonato l’alpinismo himalayano estremo organizza e finanzia nel 1989 una spedizione internazionale alla parete sud del Lhotse, ancora inviolata e per lui un ricordo irrisolto. Hans Kammerlander e Christophe Profit arrivano fino a quota 7200 m, ma devono rinunciare a causa del maltempo e delle scariche di sassi.

8 maggio 1978, Reinhold Messner in vetta all’Everest dopo la prima ascensione senza ossigeno. Foto: Peter Habeler.

LA VIA DEGLI SHERPA
Già nel 1980, per il progetto dell’Everest in solitaria, sale al Nangpa La, il valico himalayano che collega il Nepal al Tibet. E’ allora che gli viene l’idea di percorrere prima o poi tutta la storica Via degli Sherpa; nel 1981 ha il permesso di salire lo Shisha Pangma, ma solo dopo che un gruppo di alpiniste cinesi abbia finito la salita. Soltanto allora potrà arrivare al campo base, così i cinesi sono costretti a dargli il permesso di fermarsi a Tingri, il che per lui è più interessante del fermarsi allo Shisha Pangma. Sa dell’itinerario delle carovane del sale, che dal Tibet (nord) portavano il sale in Nepal (sud), però in precedenza non gli era ancora riuscito di provare perché gli Sherpa nepalesi con i quali aveva un accordo non avevano avuto il coraggio di accompagnarlo.

Troppo pericoloso, dicevano: Messner voleva passare il Nangpa La con loro e poi tornare. Giunto fino sotto al Cho Oyu e scrutata la zona, comincia a pensare che non è logico che gli Sherpa nel 1640 circa siano passati dal Nangpa La, perché nel frattempo ha saputo che a nord-ovest del Gauri Sankar c’è un altro valico molto meno difficile, che porta più o meno dove sbocca la Rolwaling Valley: ci sono molti villaggi e lì ci sono ancora scambi commerciali tra Tibet e Nepal.

Così nel 1981 abbozza la teoria che gli Sherpa erano partiti per qualche ragione e volevano andare al Gauri Sankar: quella era la loro meta molto lontana, ma non sapevano dove era quella montagna. Non volevano andare al Kailash e neppure nella zona dell’Everest, volevano andare al Gauri Sankar, una montagna molto sacra per loro; arrivando a Tingri, dove si sono fermati per degli anni, hanno confuso il Cho Oyu con il Gauri Sankar, hanno preso il Cho Oyu come riferimento, perché da lì è ciò che si vede. Così sono finiti sul Nangpa La. Il Gauri Sankar è invece nascosto da una montagna secondaria di 7000 m ed è parecchio a destra del Cho Oyu. Passato il Nangpa La si sono trovati quindi nel Solo Khumbu nepalese. Anni dopo, traversato il Tashi Lapcha Pass 5755 m e colonizzata tutta la Rolwaling Valley hanno finalmente raggiunto il Gauri Sankar, ma da sud, non da nord! Ancora oggi gli Sherpa abitano a sud del Gauri Sankar, anche se è nel Solo Khumbu che ci sono le famiglie più antiche e nobili.

Nel 1985 ha la possibilità, tramite un amico, di andare al Kailash. Non è il primo, perché qualche turista già con qualche trucco era arrivato fin là e un austriaco aveva avuto un permesso un po’ di mesi prima di lui. Dopo Sven Hedin, dopo Herbert Tichy, nessuno aveva più potuto visitare quei luoghi. Messner deve andare a Pechino, poi a Chengdu, poi a Lhasa in aereo: tra mille traversie burocratiche riesce a raggiungere in Toyota il lago Manasarovar e il Kailash, lungo quella via che per tradizione gli Sherpa hanno seguito da Tingri per giungere alla montagna sacra del Kailash. Poi Messner e compagni proseguono per Kashgar: potevano proseguire per Urumchi, ma a Kashgar viene a sapere della morte sulle Torri del Vajolet di suo fratello Siegfried, così interrompe il viaggio e vola fino a Urumchi, poi a Pechino e a casa.

Reinhold Messner durante la prima ascensione della parete nord-ovest dell’Annapurna

Messner a questo punto conosce il percorso da Lhasa al Nangpa La ed è riuscito nel giro del Kailash: in più sa che nel 1975 una donna australiana aveva percorso con una carovana di yak il tragitto da Lhasa al Kailash e ritorno. Perciò conclude che la grande sfida è oggi quella di percorrere la parte più importante della Via degli Sherpa, la prima, quella che attraverso il Kham porta a Lhasa, tratto completamente chiuso al turismo. Inizia a studiare questa possibilità per il 1986, ma deve anche allenarsi per i suoi due ultimi Ottomila e quindi passare molto tempo in quota. Un cinese, un amico che abita a Lhasa, gli crede quando lui gli confida di voler fare un viaggio etnologico e non spionaggio: gli dà una macchina e una specie di “permesso”.

In auto dunque da Lhasa ad Amdu, poi a Golmut, tutto facile, tutto asfaltato. Con Sabine Stehle. In un territorio dove l’inverno precedente c’era stata una moria di yak per le temperature eccessivamente rigide, scoprono che il loro permesso non vale la carta su cui è scritto, visto che quei luoghi non sono considerati Tibet dall’amministrazione cinese. Tra Sining e Dege hanno un incidente con l’auto: fermi per quasi una settimana, gli sequestrano i documenti… alla fine è lui a riprenderseli strappandoglieli dalle mani e rifiutandosi di restituirli. Gli dicono che gli daranno assistenza, che però servono macchine specia­li, che però non arrivano. Scuse per avere il tempo di trovare l’inghippo per bloccare la loro spedizione. Fermano un camion, ma la polizia li costringe a scaricare tutto quello che vi hanno caricato sopra; solo su un secondo camion riescono a ripartire ma molte strade sono interrotte e devono portare la roba da un camion all’altro. Le autorità pensano che con tutte quelle difficoltà non possono andare lontano: in effetti un giorno si devono portare per un chilometro sulle spalle i 150 kg che hanno, avanti e indietro arrampicandoci sui massi della frana. Poi, in fondo ad una gola profondissima, sono ancora bloccati.

Il capo del luogo gli trova una specie di albergo per la sera. Sembra volerli aiutare, ma il giorno dopo ferma la spedizione dicendo a tutti nel paese di non trasportarli, che la strada è interrotta, che è impossibile. “Non ci credo”, gli dice Messner, allora quello lo porta un pezzo avanti: la strada è veramente interrotta, però non in modo grave. Reinhold afferma che con pala e piccozza se l’apre lui la strada. Ma quello non permette, non vuole neppure essere fotografato. Il funzionario ha paura e li riporta indietro. Allora fermano un trattore, lo caricano e ripartono. Iniziano il ripristino dei 200 metri interrotti, a questo punto anche dei cinesi li aiutano, ma quando sono quasi dall’altra parte ecco che il trattore sprofonda nel fango e non riesce a uscirne. Arriva la jeep della polizia mentre loro scaricano comunque il bagaglio e lo portano dall’altra parte, in attesa di un’altra auto che però non arriva, perché ormai la polizia ha sparso la voce che è vietato aiutarli. Con un carretto arrivano a un paese, dove trovano uno che li porterà via, ma di notte. All’ora convenuta quello non si fa vedere, in compenso trovano un altro che li aiuta a scappare con il carico su per un lungo passo alla luce della pila. Scesi dall’altra parte, quando quello vuole tornare a casa, piove a dirotto tutta la notte. Si nascondono in una casa perché hanno paura che i cinesi vengano ancora a bloccarli, così vicini alla loro meta, la zona di re Gesar, che era nato e morto in quella zona: per questo Messner è lì, per poi andare a Dege da dove erano partiti gli Sherpa e quindi andare a ovest per la loro via.

Edmund Hillary e Reinhold Messner

Fino a lì è con loro Tarchen, un tibetano che ha viaggiato in India e Nepal perché era un khampa che combatteva i cinesi. In un monastero vicino lui aveva passato i primi anni di vita. Tarchen però ha ancora più paura di loro di essere bloccato, pertanto li lascia; Reinhold e Sabine lì si fermano una decina di giorni, vicino a un lago dove fanno il gioco di re Gesar.
Gesar of Ling è considerato l’ultimo poema epico vivente, ancora oggi alcuni menestrelli ne cantano le parti tramandate per secoli solo per via orale. Narra di Gesar, una specie di re Artù tibetano. Il poema è lunghissimo, circa 25 volte l’Iliade.

Lì Reinhold cerca il posto di Ling, ma capisce che Ling non esiste, che tutto è Ling, c’è una montagna sotto la quale passa un fiume, ci sono molte grotte dove dicono che lui ha meditato prima di morire, scrivendo bellissime poesie, dove si parla di montagne e di piani che devono diventare la stessa cosa affinché il mondo vada in equilibrio; Reinhold approfondisce la sua conoscenza di Gesar e ha la conferma che gli Sherpa erano partiti proprio da lì. Lo si vede anche dall’architettura che gli Sherpa vengono da Dege.

Capito che i cinesi sanno dove sono e che presto avranno carte per trasferirli da qualche parte, decidono di attuare il piano: Reinhold sarebbe scappato verso Lhasa mentre Sabine si sarebbe fermata un po’ di giorni per assistere da sola alla festa di Gesar e poi ritornare in macchina a Chengdu in due-tre giorni, e poi a Lhasa in aereo. In realtà Sabine non potrà vedere la festa, sarà prelevata e riportata a Chengdu ben prima. Peccato, Reinhold sa che alla festa di Gesar centinaia di guerrieri a cavallo cantano e recitano tutto il poema, dura una settimana. Ed è dagli anni ’50 che non succede. Un teatro unico, su un altopiano con un Settemila inviolato a sfondo, un grande lago, rocce con sopra gli alberi, un perfetto giardino zen in pieno Tibet.
Dunque si separano. Messner arriva in bus fino quasi a Dege, piove così tanto che la strada è di nuovo bloccata e deve raggiungere Dege a piedi e di notte. Nessuno lo lascia entrare in casa, tutti lavorano per prevenire i crolli. Da Dege fino a Chamdo, un po’ a piedi e un po’ con passaggi su macchine o trattori. Poi a Rivoche e da lì definitivamente a piedi. Il primo tratto è molto bello, su terra rossa su e giù, non difficile: senza strade non ci sono più cinesi in giro, quindi i tibetani sono gentili e gli danno da mangiare. Giunto però a Bambar, c’è un altro posto di blocco cinese. S’imbuca in un albergo dopo aver comprato un po’ di birre. Alle undici di sera gli bussa alla porta la polizia, Reinhold li manda alla “reception” per il passaporto (che invece ha con sé) e scappa dalla finestra dirigendosi verso Lharigo, distante cinque giorni, con 60, 80, anche 100 km al giorno.

Con sé ha una specie di mappa per Lharigo, che però aggiorna quando incontra qualcuno, meglio se anziano: gli sottopone i dieci nomi che sa, quello gliene sciorina cento. La mappa diventa un po’ più precisa solo dopo la necessaria selezione di ciò che quello sa davvero e non solo per sentito dire. Dopo aver camminato per tutto il giorno in cerca di Tshagu, dove gli hanno detto che può pernottare, è mezzanotte: va avanti alla cieca nel nulla, fino ad arrivare alle due di notte a un paesino in montagna, con una trentina di cani scatenati. Si difende con un grande bastone, gridando in giro per il paese tashi delek, che si dice in Tibet per buongiorno e buonasera. Nessuna luce, solo i cani: stanchissimo trova una casa con il lucchetto e, grazie a una scala che porta sotto il soffitto che è aperto, stende il materassino, il saccopiuma e sviene in un sonno profondo. Ma dura poco, ecco che arriva la gente, arrabbiatissima: gli tirano dei sassi da sotto. Così scende con la pila, non lo aggrediscono ma gli prendono tutto, vogliono sapere se è armato gridando in tibetano. Messner, senza nulla capire, si limita a dire che viene da Chengdu e che va a Lhasa, gli mostra anche il lasciapassare. Solo a quel punto lo portano in una stanza e lo trattano bene. La via per Lharigo è molto pericolosa, così il giorno dopo prosegue con un portatore. Una volta è su un alto passo, quasi a cinquemila metri e arriva in un paesino, una specie di fortezza di 5 o 6 case, con gli yak che arrivano alla sera. Si siede e guarda come li mungono, poi pian piano tenta di parlare, di chiedere se può dormire. È ormai scuro, loro tentano ugualmente di dire no, di mandarlo altrove. Alla fine una vecchia donna ha pietà e gli concede di dormire nella stalla. Ci sono dei giacigli al margine, chiudono la porta per la notte, poi chiudono tutte le donne in una stanza con un lucchetto: lo può vedere perché sta nel suo saccopiuma e vede come stanno chiudendo le donne in una stanza.

Messner subito dopo la salita del Lhotse, ottobre 1986, suo ultimo Ottomila

Dunque Reinhold non trova da dormire perché i nomadi nei loro campi non gli danno il permesso, ma ora la novità è che è lui a non voler più dormire all’aperto: perché è da quelle parti che incontra quello che gli Sherpa chiamano lo yeti.

Prima era tranquillo, anche dormendo in una caverna, ma dopo aver visto quell’animale non più. Messner ne ha visti due esemplari, il primo si è avvicinato a dove era lui, sui due piedi, poi è andato via tranquillamente. Ma il secondo, di notte, gli fischia proprio come sapeva dagli Sherpa (che dicono che quando fischia attacca e ammazza). È più grande dell’uomo, tutti là lo conoscono e ne parlano, convinti che Reinhold abbia avuto molta fortuna.

Nel 1998 Messner pubblicò Yeti. Legende und Wirklichkeit, poi tradotto in italiano con Yeti. Leggenda e verità. Gli ci sono voluti dunque dodici anni per analizzare a fondo tutto ciò che si cela dietro allo yeti e giungendo anche alla conclusione di rendere pubblici i suoi avvistamenti dello tshemo, il nome con cui i tibetani chiamano lo yeti.
L’incipit del libro è una delle più belle pagine mai scritte da Messner: narra del suo incontro con lo tshemo, alla fine di una lunga e solitaria giornata, faticosa e piena di pericoli, in un ambiente estremo e selvaggio.
Il suo è davvero l’incontro con il mito fatto carne di un individuo civilizzato, scettico per definizione:
«Solo di rado mi facevo più attento, quando qualcuno, nel suo racconto, forniva precise indicazioni del luogo e i nomi delle persone che aveva incontrato o che lo avevano accompagnato in quella circostanza. Ma ogniqualvolta ponevo domande più specifiche, i padri diventavano nonni, un luogo, una regione, un’affermazione sicura si tramutava in un forse, fino a che i discorsi sullo yeti assumevano un tono così vago da indurmi a dimenticarli…».
Messner così riassume a grandi linee il suo libro e le sue conclusioni: «Lo yeti non si è mai preoccupato di noi; sa che esistiamo, ma solo a livello istintivo. Noi, invece, abbiamo di lui una duplice percezione: possiamo vederlo come un animale estraneo a ogni forma di civiltà, e al tempo stesso lo serbiamo nella fantasia come un essere leggendario; ma solo la presenza contemporanea dei due aspetti dà forma alla sua piena realtà. All’immagine del temibile yeti, partorita dall’immaginazione delle popolazioni seminomadi che da secoli vivono in armonia con le divinità della natura nelle foreste e tra i ghiacci dell’Himalaya, si addice, sul piano zoologico, solo lo tshemo o dremo… Renderò conto, nel più accurato dei modi, di tutto ciò che ho visto e trovato, di tutte le esperienze che ho vissuto durante i dodici anni in cui ho cercato lo yeti. E se talvolta mancherò di precisione nell’indicare nome e località, sarà dovuto alla mia volontà di non indirizzare flussi di turisti là dove, anche un domani, tshemo, dremo, riti, tshute e yeti avranno bisogno di un habitat incontaminato.
Questo libro risolve sostanzialmente l’enigma dello yeti, ma non può e non vuole toccare il mito dell’uomo delle nevi. Quel mito deve restare qual era, perché il mito è sempre più forte della realtà
».
L’odissea di Reinhold continua. L’arrivo a Lharigo è ancora di notte: non si può arrivare di notte in un paese, è logico. Lì, il buio deserto di mezzanotte è interrotto da un gruppo di giovani tibetani che cantano ubriachi. Reinhold sa che lì c’è un’altra piccola stazione militare, vede una luce che, mentre lui si avvicina, si spegne. Arrivano i militari e con loro inizia una partita a rimpiattino che si conclude in cella. Non la chiudono, così lui al mattino prestissimo può proseguire e raggiungere finalmente una strada carrozzabile. E con quella un’auto. La Via degli Sherpa passa da Amdo, che però lui evita. Dopo aver assistito alla cerimonia del “funerale celeste”, conclude il viaggio arrivando a Lhasa. Messner è così l’unico uomo al mondo ad aver percorso, salvo il centinaio di km di Amdo, i circa 3.000 km che dividono Dege dal Solo Khumbu, sulle tracce di una migrazione d’altri tempi che interessò più generazioni.

Conferenza stampa Lhotse 1989: da sinistra, Alessandro Gogna, Reinhold Messner, Christophe Profit e Sylviane Tavernier. Foto: Fotocronache Olympia.

LE TRAVERSATE, OLTRE IL LIMITE
Dall’ottobre 1989 al marzo 1995 Reinhold Messner si dedica alle grandi traversate orizzontali e glaciali, come del resto aveva anticipato con la Via degli Sherpa e con altre imprese nei deserti e sugli altopiani.

Forse il sottoporsi alle fatiche e alle privazioni di spedi­zioni come queste, nell’era dei trasporti aerei e dell’alta velo­cità, sembra un inutile esercizio senza senso, un’impresa d’altri tempi. Ma l’impresa sportiva di collegare un punto a un altro non è l’unico scopo. Ogni progetto ha più significati, sta a noi esserne coscienti.

Nessuno aveva mai traversato i poli, o anche la Groenlandia “per il lungo”, senza ca­ni: la sfida era contro il tempo e contro la logistica, perché occorre limitare la quantità di chili per sopravvivere. Esiste però un limite che non si può superare e che bisogna aver impa­rato a definire con estrema accortezza in sede progettuale. Oc­corre conoscere molto bene se stessi, le proprie forze e le pro­prie capacità di resistenza per osare le traversate con viveri sufficienti.

Freddo, caldo, vento troppo forte, assoluta solitudine, nessun contatto con il mondo civile, nessun approvvigionamento interme­dio. Queste sono le regole perché un’impresa oggi possa essere veramente tale.

Reinhold Messner e Arved Fuchs presentano alla stampa la loro traversata antartica 1989-1990. Foto: Sandro Girella.

Messner si è aiutato, in presenza di vento favorevole, con le vele. L’utilizzo della vela si basa sullo sfruttamento di una delle più antiche, “ecologiche” e naturali sorgenti di energia delle quali l’uomo dispone. Ma chi conosce anche in modo appros­simativo le problematiche ambientali e del vento ai poli sa benissimo che il suo sfruttamento può avvenire solo in particolari condizioni, che si realizzano in tratti molto parziali rispetto all’itinerario previsto.

Inoltre, se da un lato questa tecnica permette di velocizzare la percorrenza di alcuni tratti, dall’altro essa allarga il “ran­ge” di rischio con i crepacci, gli sbalzi del terreno improvvisi, l’eccessiva velocità (e quindi la possibilità di cadute). L’impossibilità di una corretta previsione temporale aggiunge la difficoltà di prevedere con precisione le scorte di viveri. Al di là dello splendido effetto scenico che fanno, le vele sono quindi un aiuto da sfruttare con moderazione, anche a causa dei dolori muscolari alle braccia che provocano.

Tutto ciò ha una valenza sportiva enorme, forse però con quel mo­do di intendere e vivere lo sport del quale molti hanno perso le radici e che sempre meno trova spazio tra le pagine dei giornali.

Anche se queste imprese, come tutte le altre, hanno in loro la possibi­lità d’essere classificate record, comunque chi le compie deve superare un ristretto modo d’intendere che vuole tutte le cose ben incasellate al loro posto.

Nena Holguin (futura mamma di Làyla, la prima figlia di Reinhold) e Messner di ritorno dall’Everest dopo la prima solitaria (versante tibetano). Foto: Hug/ullstein via Getty Images.

Chi ha fatto centinaia di prime ascensioni alpinistiche in tutto il mondo, chi ha salito 18 montagne di ottomila metri, quale bisogno può avere di ulteriori record?

Cercare di stabilire un record e di compiere un’esperienza estre­ma unica nei suoi aspetti non è la stessa cosa: la ricerca del record è costruzione meticolosa di un’impresa che deve portare al superamento di un limite oggettivo; avventure estreme come quelle polari sono esperienze nelle quali la singolarità dell’impresa gioca un ruolo che, tutto sommato, è molto parziale rispetto al confronto ch’essa implica con se stessi, prima ancora che con l’incognita delle ostilità naturali. Un record, poi, è fatto perché qualcuno possa tentare di confron­tarsi con esso nel tentativo di batterlo. Un’avventura unica nel suo genere, se ripetuta, perde appunto l’essenza stessa del suo essere: l’unicità.

Obiettivo di queste spedizioni è anche quello di dare un volto e una cronaca allo spostamento dell’interesse dalla “meta pratica” (trovare una via per i commerci tra l’Europa e l’Asia, o colonizzare l’Antartide a fini scientifici o minerari), alla “me­ta idealistica” (conquistare la “fine del mondo”), fino alla ricerca dei propri limiti personali attraverso i ghiacci più scon­volti della Terra.

Ciò che Messner ha fatto, dunque, non è né ricerca del record, né con­quista: solo cercando di capirlo nelle pieghe dei suoi racconti si può tentare di intuire il significato profondo di ciò che ha fatto.

1978. Di ritorno dall’Everest, prima senza ossigeno: da sinistra, Peter Habeler baciato dalla moglie, Uschi Demeter e Reinhold Messner. Foto:  Claus Hampel/ullstein via Getty Images.

Traversata dell’Antartide
Il progetto iniziale di Reinhold Messner e Arved Fuchs era di partire dal margine del tavolato di Ronne, raggiungere il Polo Sud a piedi e proseguire fino al Mare di Ross. Le cattive condizioni atmosferiche impediscono il volo di approccio, la partenza viene rinviata a tal punto da rendere necessario un ridimensionamento del progetto. Alla fine, il 13 novembre 1989 iniziano la traversata sulla costa occidentale antartica, cioè circa 500 km più all’interno del tavolato di Ronne, più o meno nel punto in cui lo strato di ghiaccio non appoggia più sull’oceano bensì sulla terraferma del continente, un compromesso necessario. Sono previsti due punti di rifornimento, il primo tra i monti di Thiel, il secondo al Polo Sud, presso la base americana. Questa viene raggiunta il 31 dicembre. Il 13 febbraio 1990 arrivano alla base di Scott, dopo aver percorso 2800 km in 92 giorni (30,43 km al giorno).

Ciascuno di loro era dotato di due vele, di diversa dimensione, del tipo di quelle da parapendio. Queste si potevano governare con una barra di materiale speciale, che a sua volta era assicurata all’imbragatura, sul davanti. Le slitte era­no trainate tramite una specie di barra a manubrio collocata all’altezza delle anche. Avevano alimenti per poco più di 4000 chiloca­lorie al giorno (il doppio di quante ne consuma un individuo se­dentario). I cibi erano suddivisi in sacchetti giornalieri che contenevano, ben riconoscibili, le diverse confezioni per la colazione, per la merenda e per la cena. Contenuto il più possibile il peso degli imbal­laggi (non sono stati lasciati rifiuti lungo il percorso), alcuni cibi erano confezionati in appositi involucri co­stituiti da una gelatina proteica edibile, quindi fonte essa stessa di calorie.

In mancanza a quel tempo del telefono satellitare, solo l’apparecchio Argos riferiva la loro posizione serale, giorno per giorno.

Dopo il divorzio, la reunion: Reinhold e Uschi Demeter, 17 settembre 1982, malga sotto le Odle

Un particolare assai importante è raccontato da Messner nel suo libro Oltre il limite. Raggiunto Gateway, il punto in cui termina il continente sul Mare di Ross, Fuchs voleva a tutti i costi interrompere. In fin dei conti il continente era stato traversato… Messner invece voleva raggiungere il mare, 700 km più a nord. A parte i costi supplementari di un recupero aereo non previsto, Messner sentiva che la loro impresa non avrebbe avuto corpo se non concludendola al mare, in una base abitata. Non c’è miglior modo per spiegare l’espressione “oltre il limite”.

La sfida di traversare l’Antartide senza supporto né meccanico né logistico, da costa a costa via Polo Sud, fu raccolta nel 1995 da Børge Ousland che però, dopo essersi rifornito alla base statunitense, dovette comunque abbandonare per congelamenti. Nella stagione seguente 1996-97, completò la traversata da solo senza ricevere alcun rifornimento. Cominciò il 15 novembre da Berkner Island nel Mare di Weddel e raggiunse la base McMurdo sul Mare di Ross il 17 gennaio. Aveva impiegato 64 giorni e coperto un distanza di 2845 km, con temperature fino a –56° e con una slitta dal peso iniziale di 178 kg.

Febbraio 1993. Hubert Messner e Reinhold Messner al Lago di Resia, in preparazione alla traversata della Groenlandia “by fair means”. Foto: Marco Milani.

Groenlandia per il lungo
Nella primavera 1993 è la volta di un’altra “idea impossibile”: la traversata della Groenlandia da sud a nord, come si dice, “per il lungo”, senza cani e senza supporti esterni. Un progetto al limite delle possibilità umane per la ristrettezza dei tempi di realizzazione, l’isolamento e le estreme condizioni ambientali. Protagonista ancora una volta lui, assieme al fratello Hubert Messner.

Se le traversate della Groenlandia erano state parecchie in senso orizzontale (memorabili quella del­la spedizione di Fridtjof Nansen del 1888 e quella ben più lunga di Roberto Peroni e compagni del 1983), solo due sono state effettuate in senso longitudinale: nel 1978 il solitario Naomi Uemura compiva un exploit indimenticabile di 93 giorni parallelamente allo sviluppo della costa orientale, mentre dieci anni dopo la spedizione di Will Steger faceva la stessa cosa sul versante opposto. Entrambe le spedizioni però usarono non solo i cani, ma anche i depositi la­sciati dall’aereo sul loro cammino.

Traversare quindi by fair means l’intera isola o quasi non era stato mai neppure tentato da nessuno. Nessun ausilio tecnico o supporto aereo, senza radio e, ad eccezione di un piccolissimo tratto iniziale, senza cani.

La scelta della stagione primaverile va incontro a svantaggi evidenti, quali una temperatura media ben più rigida, tempo assai più instabile e bu­fere violente e frequenti; ma l’assenza quasi assoluta di crepacci dovuta al manto di neve invernale e la minor probabi­lità di incontrare, verso la fine del percorso, i temutissimi torrenti d’acqua di scioglimento superficiale del ghiacciaio (o­stacoli a volte insormontabili che costringono a estenuanti ri­cerche del giusto passaggio) sono le motivazioni che hanno convinto Messner a non tentare d’estate.

Groenlandia, ore 13 del 25 aprile 1993: il team di supporto torna indietro mentre Reinhold e Hubert Messner continuano la traversata della calotta ghiacciata per la traversata Isertok-Thule.

I due Messner partono da Isertok (costa sud-occidentale) il 23 aprile 1993, ore 14.30 locali, in una splendida giornata di sole a 65° e 30′ di latitudine N. Li accompagnano due groenlandesi inuit, che gui­dano due mute di cani e due slitte cariche di tutto il ma­teriale. Il cineoperatore Martino Poda, Alessandro Gogna e il presidente dell’Equipe Enervit Paolo Sorbini, sponsor tecnico dell’impresa, completano la lista degli accompagnatori. Dopo una faticosa salita dal li­vello del mare ghiacciato fino all’orlo del grande altopiano di ghiaccio, i sette uomini preparano il primo campo durante una violentissima bufera scatenatasi all’improvviso. Il giorno dopo, 24 aprile, marcia a bussola in una fitta nevicata per circa 30 km in direzione nord fino al secondo campo, messo in un punto qualunque di un altopiano ormai senza confini e senza riferimen­ti. Alle 11.30 del terzo giorno, dopo un’altra marcia a bussola di circa 10 km, i due gruppi si separano: i Messner si allontana­no mentre nevica, trainando le loro due slitte e dopo pochi minu­ti non sono che due segmenti tremolanti che stanno rapidamente decomponendo la loro immagine su uno schermo assolutamente bian­co.

La loro marcia si dipana tra soste forzate e corse al vento fino a 120 – 130 km al giorno. Il 7 maggio approfittano di un venticello favorevole che in un balzo solo sospinge le loro vele per 170 km. Con questa giornata positiva i Messner si riportano in pari con la ta­bella di marcia, riguadagnando il terreno perduto. L’8 maggio, altro giorno favorevole: 56 km avanti verso nord. Nella notte, il messaggio in codice dell’apparecchio Argos se­gnala che “viene abbandonata la prima possibilità di fuga”, quel­la verso Sondre Stromfjord, la base aerea sulla costa occidentale dell’isola. Ciò significa che da ora ai due conviene proseguire verso la meta finale, Thule, eventualmente considerando in segui­to la possibilità di fuga su Jakobshavn, la cittadina sulla Baia di Disko.

Il 9 maggio il vento favorevole continua: Reinhold e Hubert Mes­sner superano altri 125 km dell’enorme altopiano ghiacciato, sem­pre sui 2200 metri di quota, e arrivano a segnalare la loro posi­zione a 69° 45′ 14″ N e 45° 35′ 38″ W, quindi già oltre la lati­tudine di Jakobshavn.

Il codice segnala “dolori fisici”, dolori muscolari per l’eccessiva andatura a vela: in tre gior­ni sono stati fatti 351 km e, alla lunga, lo sforzo sulla barra per governare la vela si fa sentire.

La sera del 10 maggio i Messner sono a 70° 54′ 4″ di latitudine N e a 45° 48′ 40″ di longitudine W, dopo aver fatto nella giorna­ta uno splendido balzo di quasi 128 km. Contemporaneamente alla localizzazione, il satellite trasmette il messaggio in co­dice che significa “abbandono della seconda possibilità di fuga”, quella di Jakobshavn.

La sera del 14 maggio la loro marcia risulta drastica­mente rallentata: solo 10 km in un giorno! Però ar­riva contemporaneamente il confortante messaggio in codice di “abbandono della terza possibilità di fuga”, quella su Umanak, villaggio sulla costa occidentale, a nord della Baia di Disko. Ciò significa che hanno la netta intenzione di proseguire verso la meta finale, Qanaq (la nostra Thule).

Il 17 maggio il messaggio in codice comunica che i due hanno superato il punto di “non ritorno”: ciò vuol dire che i Mes­sner hanno rinunciato anche alla quarta e ultima possibilità di fu­ga, quella che li avrebbe portati al villaggio di Kraulshavn. Reinhold e Hubert Messner marciano ormai da più giorni senza più alcuna oscurità però preferiscono spostar­si nelle ore di luce più viva, per godere di una temperatura più confortevole.

La sera del 26 maggio i Messner sono a 77° 51′ 10″ di latitudine N e a 68° 28′ 30″ di longitudine W, quindi a circa 60 km dall’ar­rivo, sull’orlo dello sconfinato altopiano di ghiaccio che costi­tuisce il 95% della superficie della Groenlandia: li attende una discesa fino al mare ghiacciato e una traversata di 35 km fi­no al villaggio di Thule. Qui arrivano, nelle ore di luce notturna, tra il 27 e il 28 maggio, assai provati e con alcuni seri congelamenti alle mani.

«Un record non voluto!» è stato il commento a caldo di Reinhold sulla loro impresa «È una delle spedizioni più belle della mia vita. Abbiamo potuto fare la traversata solo grazie a un vento molto forte di sud-ovest che ci ha costretti ad andature folli. Era l’unico modo per poter andare avanti, così camminavamo quat­tro ore di notte e poi stavamo a vela anche dieci ore, in bufere pazzesche e con temperature che ci hanno provocato dei congela­menti seri, anche se non gravi».

Sabine Stehle e Reinhold Messner. Foto: Hug/ullstein via Getty Images.

Polo Nord unsupported
Da Constantine Phipps che, nel 1773 e con due navi, raggiunse gli 80°48′ N a nord delle isole Spitzberg, fino all’oggi più tecnologico, le spedizioni al Polo Nord costituiscono una delle storie umane più affascinanti, dove dramma, coraggio, perseveranza e perfino menzogna coesistono inestricabilmente.

Negli anni ’90, due gruppi (per primi i due norvegesi Børge Ousland ed Erling Kagge, il 4 maggio 1990 da Cape Columbia) e infine un so­litario, lo stesso Ousland dalla Siberia nel 1994, hanno raggiun­to il Polo senza supporti esterni, facendosi però trasportare in aereo al ritorno.

Quindi, fino al 1994, nessuno era mai riuscito ad attraversare il Polo Nord senza supporto tecnologico (skidoo-aereo-nave), e la grande avventura ancora da dimostrare era attraversarlo senza supporti, cioè andata e ritorno by fair means, senza l’ausilio di cani, motoslitte e senza rifornimenti in­termedi.

Nel progetto di Messner, la traversata, lunga circa 2000 km, doveva iniziare dalle Shmidta I­slands, in Siberia, e concludersi a Cape Columbia (Terra di Ellesmere, Canada) dopo circa 90 giorni. Secondo lui nessuno aveva mai raggiunto il Polo Nord via terra tornandone con i propri mezzi, ovviamente neppure Peary nel 1909 con i cani.

Le difficoltà sembravano praticamente insormontabili. Anche se il ghiaccio della calotta si sposta da est a ovest (Drift Ice), così favorendo una traversata da Siberia a Canada, l’Ice Pack si sposta, si muove e si spacca, formando dossi e crepacci difficilmente superabili. Ci sono salti, ci sono fessure gigantesche attraversate da acqua e sovente si possono trovare vere e proprie cascate di blocchi di ghiaccio alte decine di metri, perché il pack ha uno spessore variabile da 2 centimetri a 5 metri. Per questo è probabilmente il terreno più difficile del nostro pia­neta.

Nel periodo finale, in maggio, quando la temperatu­ra aumenta, sull’itinerario di marcia si creano canali di mare aperto. Quindi il periodo della partenza non può che essere in marzo, durante la notte polare (temperature anche sotto i -50°): dunque, tempo limitatissimo.

La slitta da tirare all’inizio pesa 150 kg a persona: questo rappresenta il massimo trainabile su terreno difficile. Diminuire il peso della slitta significa diminuire le scorte alimentari già calcolate al minimo.

Partiti dalla base di Sredny (Siberia) il 7 marzo 1995, Reinhold e Hu­bert Messner si avvalgono del trasporto di un elicottero mili­tare per coprire i circa 200 km che li separano dalla fine del­la terra ferma e l’inizio dell’Oceano Artico. Nel pomeriggio del 7 marzo i due lasciano Cap Artichevsky e ini­ziano la marcia lungo un fiordo ghiacciato, puntando a nord.

L’apparecchio satellitare Argos in loro dotazione segnala l’8 marzo un poco significa­tivo progresso di qualche km, unitamente ad un messaggio in codice relativo all’attacco di orsi bianchi.

Durante la seconda notte il forte vento del nord determina il movimento del pack verso riva: sono ore d’inferno in cui i due fratelli, sorpresi nella notte dall’improvvisa serie di fratture nel ghiaccio, cercano di spostare la tenda e il materiale in luo­go più sicuro. La temperatura di –42°, il buio, il vento vedono i Messner uscire dalla tenda con le sole scarpe da notte e trascinarla nell’unica direzione dove sembrava che le onde di ghiaccio scon­volto non andassero.

Nel tentativo di mettere in salvo gli sci, Hubert cade in acqua e riesce dopo pochi ma eterni secondi a uscirne. «Reinhold era molto agitato, urlava. C’eravamo sempre detti che quella era l’unica cosa che non doveva accadere, anche perché Reinhold non sa nuotare» racconta Hubert, che diventa immediata­mente una corazza di ghiaccio ed è costretto a rifugiarsi nel sacco piuma in tenda, mentre Reinhold, saltando da un blocco all’altro, cerca di salvare anche la seconda slitta, in tempo per vederla stritolata sotto il crollo di una torre di ghiaccio.

Non c’è pace neppure in seguito: devono ancora spostare la tenda nella not­te, mentre Hubert lotta con il congelamento delle mani. È solo dopo un bel po’ di ore che, anche constatate le perdite di mate­riale, Messner ha il tempo di azionare la levetta dell’apparec­chio Argos per chiedere il loro recupero. Il segnale viene raccolto alla base di Tolosa (Francia): un operatore sveglia nel cuore della notte Alessandro Gogna per avvertirlo della richiesta di soccorso. Gogna si precipita in ufficio a telefonare alla base russa di Sredny. L’elicottero non può partire immediatamente per via del meteo, ma i due sono prelevati alle 20 (ora locale) del 9 marzo 1995 e ri­portati alla base.

In seguito, ben pochi sono stati i tentativi coraggiosi di dare realtà al progetto di Messner: fino al 2001, quando Børge Ousland riesce da solo nella traversata dalla Siberia al Canada in 82 giorni.

9 ottobre 2021, Berlino: Reinhold Messner e la moglie Diane Schumacher intervengono alla festa degli 80 anni di Eckart Witzigmann. Foto: Gerald Matzka via Getty Images.

I COMPAGNI, A VOLTE I RIVALI
Heinrich Heini Holzer
Nato a Tubre (Val Venosta) il 7 aprile 1945, si rivela fin da subito interessato a come introdurre la velocità nell’alpinismo: la sua specialità. I suoi exploit sono tali anche per via del lavoro che a lui importa non abbandonare mai per molto tempo. Infatti misura in ore non la permanenza effettiva sulla via, ma il totale con il viaggio in automobile. Per questo non gli interesseranno mai le spedizioni extraeuropee.

Cresciuto in ambiente familiare difficile, comincia a praticare l’alpinismo da autodidatta e adolescente. È di fisico minuto, 1,56 m, e predilige l’arrampicata in libera e spesso in solitaria. Di mestiere lavora come spazzacamino e vive a Scena, vicino a Merano.

Conosce i fratelli Messner a vent’anni e abbiamo già parlato delle grandi imprese compiute con Reinhold. Decine sono le sue prime salite in Dolomiti: una per tutte la diretta alla parete nord-ovest di Cima Terranova (Civetta), con Alessandro Gogna, Aldo Leviti e Alberto Dorigatti, 30 luglio 1971. Ma un centinaio sono le sue salite in solitaria: nel 1968 Holzer scala il repellente camino percorso dalla cordata di Marcus Schmuck, nel Wilder Kaiser. La sua solitaria più difficile, ha confidato.

Dopo le grandi imprese nelle Dolomiti, Holzer è, assieme a Sylvain Saudan, il vero iniziatore dello sci estremo.

15 agosto 1988, casa Sicola di Entrèves, poco prima della partenza per la manifestazione di Mountain Wilderness del giorno dopo. Da sinistra, Carlo Alberto Pinelli, Reinhold Messner, Carlo Sicola, Laura Sicola.

Apprende la tecnica da autodidatta. E’ sostenitore di un’etica basata sull’ascensione senza l’utilizzo di elicottero e sulla non spettacolarizzazione tramite i mass-media delle proprie discese.

Per tutti gli anni Settanta ogni anno compie regolarmente almeno una decina di prime discese, da solo o in compagnia di altri alpinisti. Dal 1972 è spesso accompagnato da Sieglinde Walzl, una giovane ragazza sua vicina di casa, cui aveva insegnato a sciare e andare in montagna.

Tra le prime discese più impegnative: parete nord di Cima Brenta (1970), parete nord-ovest del Gran Zebrù (1971), parete nord della Presanella (1971), Canalone Holzer al Sass Pordoi (1972), parete nord del Piz Palü (1972), parete nord-est della Lenzspitze (1972), Sperone della Brenva sul Monte Bianco (1973); nel 1974, parete nord del Lyskamm Occidentale e parete nord dell’Aiguille d’Argentière; nel 1975, la parete nord-ovest dell’Antelao, la parete nord dell’Aletschhorn, la parete sud dell’Ortles e la Nord-ovest del Gran Paradiso.

Cosa cerca Heini nelle discese? Un’esigenza insopprimibile dell’uomo, questa di andare a cacciare il naso nel mistero. Heini non partecipa a discussioni di nessun tipo, sa poco l’italiano per farlo con gli italiani, non è sufficientemente tedesco per farlo con i tedeschi. Da buon altoatesino ha sempre pensato solo alla sua famiglia, al suo simpatico lavoro di spazzacamino, senza concedere nulla a libri, riviste, festival. Difficile è riassumere la sua attività, centinaia tra prime, solitarie, discese.

Il 4 luglio 1977 tenta la prima discesa della parete nord-est del Piz Roseg, su cui era già salito il giorno prima con Sieglinde, ma aveva rinunciato per la presenza di alpinisti sulla parete. Quel giorno, per cause ignote, forse la rottura di un attacco, dopo poche curve cade e perde la vita.

Uscita postuma (nel 2000), a ricordarlo è la sua auto-biografia (a cura di Markus Larker), Heini Holzer. Meine Spur, mein Leben, poi pubblicata anche in italiano.

Sulla vetta del Grand Flambeaux, ore 4 del 16 agosto 1988. Messner pronto ad essere calato alla “scarpa” della telecabina della Vallée Blanche per la manifestazione di Mountain Wilderness.

Peter Habeler
Nato il 22 luglio 1942 a Mayrhofen, nella tirolese Zillertal, inizia già a sei anni ad andare in montagna, ma è a metà anni Sessanta che incomincia la sua carriera. Uno dei suoi primi compagni è Messner, che di lui dice subito: “Una volta acceso, va come un razzo: davvero impressionante”. A 21 anni diventa guida alpina e maestro di sci. Nel 1966 assieme tentano la ripetizione invernale della via Bonatti al Cervino e salgono la via Cassin alle Grandes Jorasses.

Dopo la bella esperienza sulla parete nord-est dello Yerupaja (Ande peruviane, 1969), ritroviamo i due sullo speed climbing dell’Eigerwand (1974, in 10 ore). Nel 1975, con la salita al Gasherbrum I, diventano assieme le perfette star dello stile alpino. Poi c’è, nel 1978, la salita dell’Everest senza ossigeno. La loro ultima impresa assieme.

Habeler ha poi scalato altri tre Ottomila: Nanga Parbat (1985), Cho Oyu (1986) e Kangchenjunga (1988). In seguito si è dedicato totalmente alla sua Ski & Alpinschule Mount Everest, a Mayrhofen, da lui fondata nel 1973 e oggi diretta dal figlio Christian.

Ha compiuto delle belle prime sulle Montagne Rocciose, come pure è stato tra i primi europei a scalare nella californiana Yosemite Valley.

A fine 1978 pubblica il libro Der einsame Sieg, seguito da Das Ziel ist der Gipfel (2007).

All’età di 74 anni sale un’altra volta la parete nord dell’Eiger, assieme all’amico David Lama.

Ore 8 del 16 agosto 1988. Messner appena calatosi dalla “scarpa” della telecabina della Vallée Blanche (per la manifestazione di Mountain Wilderness).

Hans Kammerlander
Nato ad Ahornach (Campo Tures, Valle Aurina) il 6 dicembre 1956, Kammerlander si è imposto come uno dei più grandi alpinisti del mondo. Guida alpina e maestro di sci, già giovanissimo scala in 1a solitaria la via Egger sulla Cima Piccola di Lavaredo.

Kammerlander sale “quasi” 13 Ottomila, senza ossigeno. Oltre ai primi sette scalati assieme a Messner, nel 1990 sale il Nanga Parbat per il versante Diamir e lo scende in sci; nel 1994 è da solo sul Broad Peak, scendendone con gli sci da quota 7000 m; nel 1996 da solo sullo Shisha Pangma (ma non sulla vetta principale); nel 1996, la sua più grande impresa, la salita della cresta nord dell’Everest da solo e successiva prima discesa quasi integrale con gli sci dalla vetta, il tutto in 16 h 45’; nel 1998 sale con Konrad Auer il Kangchenjunga e scende in sci da 7500 m; nel 2001 sale al K2 per la via Česen con Jean-Christophe Lafaille, poi scende con gli sci fino al Collo di Bottiglia, dovendo però interrompere: «Quando vidi un coreano precipitare, passando a pochi metri da me, mi tolsi gli sci».

L’Ottomila che manca al suo elenco è il Manaslu, tentato in una spedizione nel maggio 1991 assieme a due alpinisti amici d’infanzia, entrambi deceduti durante la scalata. Karl Grossrubatscher, tornato indietro da solo per difficoltà nel cammino, cade fatalmente. Mutschlechner muore invece colpito da un fulmine. Riguardo a tale impresa, nel 2001 a La Repubblica Kammerlander ha dichiarato: «Odio questa montagna che mi ha strappato gli amici. Non la ritenterò, riaprirebbe ferite che preferisco dimenticare». Ma si contraddice in seguito, quando torna in Nepal per girare il film Manaslu, tentandone la cima a tutti gli effetti.

Il 3 gennaio 2012, con la salita del Mount Tyree in Antartide, completa per primo la salita delle Second Seven Summits, le sette seconde cime più alte di tutti i continenti. Ma ci sono delle contestazioni al riguardo della vetta del Mount Logan in Alaska, perché lui stesso ammette di non aver raggiunto la cima più alta della montagna. Così il primato passa all’austriaco Christian Stangl. Nel maggio 2012 comunque Kammerlander torna al Mount Logan: e questa volta riesce a calcarne il punto più alto.

Altre sue imprese sono la via nuova sulla parete nord dello Shivling 6543 m, con Christoph Hainz, nel 1993; la parete sud del Nuptse Est 7804 m, pilastro centrale, con Luis Brugger, Robert Alpögger e Konrad Auer (senza vetta), nel 2003; la parete sud dello Jasemba 7350 m, con Karl Unterkircher, nel 2007. Da non dimenticare l’exploit sul Cervino (1992), quando con lo svizzero Diego Wellig sale e scende tutte e quattro le creste nel tempo record di 23 h e 26’.

Nel 1991 recita nel film Grido di Pietra di Werner Herzog, nel 2002 dirige le riprese in diretta tv della salita all’Ama Dablam: per approdare nel 2018 alla sua biografia, il film Manaslu, la montagna delle anime, diretto da Gerald Salmina.

Tre i suoi libri: Malato di montagna (2000), Sopra e sotto (2004) e Appeso a un filo di seta (2005).

È succeduto nel 1988 a Reinhold Messner alla guida della scuola alpina sudtirolese (Alpinschule Südtirol), carica che ha ricoperto fino al 2003.

Nel novembre 2013 è rimasto coinvolto in un grave incidente stradale tra sei auto, riportando ferite gravi e un forte shock. Nello stesso incidente è morto il ventunenne René Eppacher. Le indagini successive hanno rivelato un tasso alcolemico nel sangue dell’alpinista pari a 1.48 grammi, quasi tre volte il limite consentito. Kammerlander sa di aver commesso un «errore enorme».

14 settembre 1988. Reinhold Messner nella discesa nel Canalone del Gigio. MountainWilderness, operazione Marmolada pulita.

Jerzy Jurek Kukuczka
Il 18 settembre 1987 è divenuto il secondo uomo, dopo Reinhold Messner, a scalare tutte le quattordici vette che superano gli 8000 metri e quello ad aver compiuto l’impresa nell’arco di tempo più breve (otto anni, dal 1979 al 1987). Durante la sua vita non raggiunse mai un adeguato riconoscimento mediatico a livello internazionale, nonostante avesse compiuto l’impresa nella metà del tempo impiegato da Messner (e in alcuni casi lungo vie di difficoltà maggiore). I due si stimavano a vicenda e la gente non ha esitato a definirli “rivali”.

Era nato a Katowice (Polonia) il 24 marzo 1948. Dal 1979 al 1989 si dedica esclusivamente all’Himalaya, dieci anni di vita agli Ottomila, che termina di scalare il 18 settembre 1987, con la prima discesa con gli sci dallo Shisha Pangma. E’ così il secondo uomo ad aver salito i quattordici giganti della Terra, e principalmente per nuove vie (5 in stile alpino, 4 prime invernali, inclusa la solitaria al Makalu), utilizzando l’ossigeno solo per l’Everest, salito per l’inviolato pilastro sud con Andrzej Czok. Il 4 ottobre 1979 il Lhotse, nel maggio 1980 l’Everest, nell’ottobre 1981 il Makalu, solitaria per nuova via. Nel luglio 1982 il Broad Peak in solitaria. Nel luglio 1983 sale per nuove vie il Gasherbrum II e Gasherbrum I (con Wojciech Kurtyka). Nell’ottobre 1984 traversa le tre cime del Broad Peak. Nel 1985 fa le prime invernali del Dhaulagiri, il 21 gennaio con Andrzej Czok, e del Cho Oyu, il 15 febbraio; e poi a luglio il Nanga Parbat per il pilastro sud-ovest. Nel 1986, anno del suo K2, è reduce dalla prima invernale del Kangchenjunga, 11 gennaio (con Krzysztof Wielicki). Lo attendono a novembre il Manaslu e il 3 febbraio 1987 l’Annapurna, prima invernale con Artur Hajzer.

Ma il suo più assoluto capolavoro è la riuscita, assieme a Tadeusz Piotrowski, nella salita dell’immane parete sud del K2, dal 3 all’8 luglio 1986. Un’impresa mai ripetuta, un versante ciclopico e selvaggio che scoraggia chiunque lo osservi con un po’ di competenza.

È morto tentando di scalare la parete sud del Lhotse in Nepal, il 24 ottobre 1989, a 8250 metri di altezza. Una corda usata che aveva comprato in un mercato di Katmandu si è rotta di colpo durante la salita. Nulla poté il compagno Ryszard Pawłowski.

Wojciech Kurtyka, il suo compagno di tante imprese, scrisse: «Jurek è stato l’alpinista più somigliante a un rinoceronte, dal punto di vista psicologico, che io abbia mai incontrato, ineguagliabile nella sopportazione della sofferenza e nella capacità di ignorare il pericolo. Al contempo possedeva le qualità più caratteristiche di tutti quelli nati sotto il segno dell’Ariete, un’incontrollabile e cieca spinta interiore ad andare avanti. Questo tipo di caratteri quando incontra un ostacolo gli si avventa contro fino a che o lo distrugge o ne viene distrutto. La conoscenza di queste due componenti “bestiali” del carattere di Kukuczka consente di spiegare i suoi successi, gli eventi tragici che lo colpirono e infine anche la sua morte».

Grecia, rifugio del Monte Olimpo, 9 giugno 1989: manifestazione di Mountain Wilderness.

HANNO DETTO DI LUI
«Questa è una mia tesi, ma ho preso lo spunto da Messner: “arrampicare potrebbe essere migliore se tutti imparassimo a tenerci un po’ indietro e soprattutto a ricordarci che ogni scalata ha il suo tempo (Yvon Chouinard)».

«I rapporti tra Reinhold e me sono rimasti buoni perché una vera rottura non si è mai consumata (Uschi Demeter, ex-moglie)».

«Siamo entrambi due montanari: proprio così, non alpinisti. Le prestazioni in sé non hanno mai attirato Reinhold e qui sta una delle chiavi del suo successo pubblico: ha sempre offerto dei contenuti e mai dei dati, dei miseri numeri (Hanspeter Eisendle)».

«Rebitsch e Vinatzer avevano toccato il VII, con il Pilastro di Mezzo Messner lo ha superato (Alessandro Gogna)».

«Reinhold era la forza trainante dell’ascensione sull’Everest senza ossigeno, era la mente che l’aveva progettata. E volle che vi partecipassi, dal momento che in me aveva trovato un compagno ideale (Peter Habeler)».

«Nel nuovo mondo dell’arrampicata l’impossibile non è morto, sta semplicemente subendo un cambiamento. Ciò su cui ci dovremmo davvero concentrare dovrebbe essere il preservare l’ambiente per la prossima generazione di scalatori (Alex Honnold)».

«Sono nato nel 1969, all’inizio delle sue “folli” solitarie sulle Alpi. Sono ancora impressionato da quelle sulla Civetta e Marmolada, ma soprattutto dalla sua salita in otto ore sulla Nord di Les Droites, dove gli altri impiegavano almeno due giorni (Tomaž Humar)».

«Ha sempre detto (e fatto!) cose nuove: le sue idee erano “avanti” e lui le sapeva realizzare. Everest senza ossigeno e poi in solitaria… Pensiamoci bene: furono due eccezionali passi avanti. Forte fisicamente, aveva dalla sua anche l’intelligenza. Era un duro: con gli altri ma soprattutto con se stesso (Hans Kammerlander)».

«Superare Reinhold? Ci ho pensato soltanto un momento, alla fine del 1985, ma ero troppo indietro. Non ero io a poter vincere, era Messner che poteva perdere (Jerzy Kukuckza)».

«Le forme del gioco dell’andar per monti si sono moltiplicate dai tempi in cui Messner era attivo. Per ogni singola forma di gioco esistono principi e idee di base, ma è necessario stabilire da sé le proprie regole. Finché ciascuno rimane fedele alle proprie idee… credo abbia il diritto di esprimersi come crede (David Lama)».

«”Messner era un arrampicatore mediocre”. Tutte le volte che lo dico mi guardano con due occhi così. Ma è pura e semplice verità. In Reinhold c’era un 10% di talento e un 90% di determinazione e allenamento. Era un alpinista costruito che sapeva imparare, non il genio selvaggio dell’arrampicata (Sepp Mayerl)».

«Dovevamo ancora uscire dallo spigolo dell’Agnèr che già pensava alla Furchetta. E’ sempre stato un pianificatore eccezionale… Le nostre strade si sono divise quando ha cominciato a fare grandi spedizioni. Io non potevo, avevo le vacche da mungere e il maso da portare avanti. Lui no. Però di avventure insieme ne abbiamo vissute davvero un bel po’ (Heindl Messner)».

«Quello che ha raggiunto se l’è conquistato con grande fatica, e francamente io non farei cambio con lui (Hubert Messner)».

«All’Everest ci furono, certo, delle discussioni, e volarono anche un po’ di male parole, ma poi ci si sedeva davanti a un bicchiere e si riconosceva d’essere stati degli stupidi (Wolfgang Nairz, capo-spedizione)».

«L’impossibile è ancora vivo e vegeto per nostra fortuna (Adam Ondra)».

«E’ risaputo che Messner aveva un occhio infallibile per cogliere e individuare su una parete la linea insieme logica ed estetica (Ivo Rabanser)».

«Se devo essere sincero, ho letto solo recentemente la sua interessante riflessione di quel lontano 1968, L’assassinio dell’impossibile. Forse è stato meglio così, perché questa mia ignoranza mi ha permesso di fare la mia strada e, senza condizionamenti, pensare ostinatamente quasi come lui (Maurizio Manolo Zanolla)».

Ambrogio Fogar e Reinhold Messner al castello di Juval

APPARATI
Salite sulle Alpi
* Piccola Fermeda (Odle), parete est, via Leuchs, ripetizione, con il padre Sepp a comando alternato, 17 settembre 1956, prima vera arrampicata di Messner;

* Piccola Fermeda, parete nord-ovest, via Castiglioni-Bramani, 2a ascensione e 1a solitaria, estate 1962;

* Furchetta (Odle), parete nord, variante Messner-Kantioler, 1a ascensione con Paul Kantioler, luglio 1964;

* Ortles, parete nord, via Ertl, variante Messner, 1a ascensione col fratello Günther, 22 luglio 1964;

* Grande Fermeda (Odle), parete nord, Diretta Messner, 1a ascensione con Günther, Heindl Messner e Paul Kantioler, estate 1965;

* Sass da les Nu, parete sud, via delle Placche, 1a ascensione con Günther, estate 1965;

* Torre San Zenon (Odle), parete nord, via Messner, 1a ascensione con Günther, 10 luglio 1966;

Riccardo Cassin, Jean-Marc Boivin e Reinhold Messner, Convegno di Juval “Corsa alla Vetta”, 1 marzo 1987. Foto: Sandro Girella

* Punta Civetta, parete nord-ovest, via Aste-Susatti, 6a ascensione, con Heini Holzer, 1-2 agosto 1966;

* Torre Delago (Vajolet), parete nord-ovest, via Hasse, 3a ascensione, con Heini Holzer, Sepp Mayerl e Karl Glatz, 4 agosto 1966;

* Castello della Busazza (Civetta), parete sud, via Messner-Holzer, 1a ascensione, con Heini Holzer, 7 agosto 1966;

* Torre d’Alleghe, parete nord-ovest, via Bellenzier, 2a ascensione, con Heini Holzer, 12 agosto 1966;

* Pelmo, Spalla Est, parete sud-est, Direttissima Bellodis-Franceschi, 3a ascensione, con Heini Holzer, agosto 1966;

* Civetta-Punta Tissi, parete nord-ovest, ripetizione della via Philipp-Flamm, con Heini Holzer, agosto 1966;

* Catinaccio d’Antermoia, parete ovest, via del Gran Pilastro Ovest, 2a ascensione, con Sepp Mayerl, estate 1966;

* Campanile di Funes (Odle), parete nord-nord-ovest, via Messner, 1a ascensione con I. Munter, estate 1966;

* Odla di Funes, spigolo nord, via Messner, 1a ascensione con Günther, Heindl Messner e Paul Kantioler, estate 1966;

* Grandes Jorasses, parete nord, via Cassin, ripetizione con Peter Habeler, settembre 1966;

Castello di Juval, Convegno “Montagna Padre del Mondo”, Reinhold Messner, Rolly Marchi e Riccardo Cassin.

* Campanile Caigo (Brenta), via Giulio Gabrielli, 2a ascensione, con Heini Holzer, 4 settembre 1966;

* Secondo Torrione delle Ziolere (Civetta), spigolo Anna (nord), 1a ascensione, con Heini Holzer, 9 settembre 1966;

* Cima alle Coste (Valle Sarca), parete est, 1a ascensione con Heinz Steinkötter e Heini Holzer, 27 novembre 1966;

* Monte Agnèr, spigolo nord, via Gilberti, 1a invernale con Sepp Mayerl e Heini Holzer, 11-13 febbraio 1967;

* Furchetta (Odle), via Solleder, 1a invernale con Heindl Messner, 5 marzo 1967;

* Cima Palon (Monte Bondone), parete est, 1a ascensione, con Heinz Steinkötter, 30 aprile 1967;

* Punta di Soel (Dolomiti del Sella), parete sud, via Messner, 1a ascensione, con Günther, Heindl Messner e Heini Holzer, 7 maggio 1967;

* Spiz de le Roe de Ciampiè, spigolo sud, via Schubert-Werner, 3a ascensione, con Günther e Heindl, 2 giugno 1967;

* Cima Scotoni, parete sud-ovest, via Lacedelli, terza salita con Sepp Mayerl, Heini Holzer e Renato Reali, 4 giugno 1967;

* Marmolada d’Ombretta, parete sud, via dell’Ideale, 2a ascensione con variante finale, con Sepp Mayerl, Heindl Messner e Heini Holzer, 16-17 luglio 1967;

* Civetta, parete nord-ovest, via degli Amici (Weg der Freunde), 1a ascensione con Heini Holzer, Sepp Mayerl e Renato Reali, 30-31 luglio 1967;

* Aiguille d’Argentière, parete nord-nord-est, via Messner, 1a ascensione, con Günther, Sepp Mayerl e Heini Holzer, 6 agosto 1967;

1986, Castello di Juval, Convegno “Montagna Padre del Mondo”: Reinhold Messner.

* Monte Agnér, parete nord, via dei Sudtirolesi, 1a ascensione, con Günther e Heini Holzer 17-18 agosto 1967;

* Sass da l’Ega (Odle), parete nord, via Messner, 1a ascensione, con Günther, estate 1967

* Sass da Pùtia, parete nord, via Meyer-Schliessler, 3a ascensione, con Heini Holzer, estate 1967;

* Piz Ciavazes, parete sud, via Soldà, 1a solitaria, 1 ottobre 1967;

* Cima della Madonna (Pale di San Martino), parete nord, via Messner, 1a ascensione con Günther, 15 ottobre 1967;

* Sasso d’Ortiga (Pale di San Martino), spigolo nord-ovest, 1a invernale, con Gianni Mazzenga e Franco Tognana, 21-22 dicembre 1967;

* Dente della Pala del Rifugio (Pale di San Martino), fessura sud-ovest, via Franceschini, 1a invernale, con Gianni Mazzenga, 14 gennaio 1968;

* Monte Agnèr, parete nord, via Jori, 1a invernale, con Heindl Messner e Sepp Mayerl, 29-31 gennaio 1968;

* Piz Ciavazes, parete sud, concatenamento di via Schubert (1a solitaria) e via Micheluzzi (2a solitaria), 18 maggio 1968;

* Sass da Pùtia, parete nord, via Günther Messner, 1a ascensione, con Günther Messner, 30 giugno 1968;

* Sass dla Crusc/Pilastro di Mezzo, parete ovest, via Messner, 1a ascensione con Günther Messner, 6-7 luglio 1968;

* Mitria (Popera), parete nord, via Messner-Koch, 1a ascensione, con Ilse Koch e Siegfried Messner, 22 luglio 1968;

* Eiger, sperone nord, Austrian Route, 1a ascensione, con Günther, Toni Hiebeler e Fritz Maschke, dal 30 luglio al 1 agosto 1968;

* Marmolada di Penìa, parete sud-ovest, via delle Placche, 1a ascensione, con Günther Messner, 17 agosto 1968;

* Sass da les Nu (Fanes), parete sud, Direttissima Messner, col fratello Günther e Hermi Lottersberger, 25 agosto 1968;

1986, Reinhold Messner nel suo studio al Castello di Juval.

* Seconda Torre del Sella, parete nord, via Messner, 1a ascensione con Günther Messner, agosto 1968;

* Piccolo Vernel, parete sud, via Renato Reali, 1a ascensione, con Heini Holzer, 7 settembre 1968;

* Piz Ciavazes, parete sud, via Albina, 1a ascensione, con Claudio Barbier, 10 settembre 1968;

* Sass da les Nu, parete sud, via Heidi, 1a ascensione, con Heidi Hahn e Günther, 18 settembre 1968;

* Gran Mugon, parete sud-est, via diretta, 1a ascensione, con Heini Holzer, estate 1968

* Sass da l’Ega, parete nord, via del Camino, 1a ascensione, con Günther, estate 1968;

* Burèl (Schiara), parete sud-ovest, via Centrale, 2a ascensione, con Konrad Renzler, 21-22 ottobre 1968;

* Burèl, parete sud, via Goedeke-Herbst, 1a solitaria, 18 maggio 1969;

* Les Droites, parete nord, via Cornuau-Davaille, 1a solitaria, 17 luglio 1969 (in sole 8 h!);

* Monte Bianco, Pilone centrale del Frêney, 6a ascensione, 1a salita in giornata con Erich Lackner, 19 luglio 1969;

* Les Droites (Monte Bianco), parete est-nord-est, Pilastro Bergland, 1a ascensione con Erich Lackner, 25 luglio 1969;

* Brèche du Domino (Monte Bianco), canale nord-nord-ovest, 1a ascensione, con Michel Marchal, 27 luglio 1969

* Civetta (Punta Tissi), parete nord-ovest, via Philipp-Flamm, 1a solitaria, 2 agosto 1969;

1986, Castello di Juval, Convegno “Montagna Padre del Mondo”, Reinhold Messner.

* Marmolada di Rocca, via Messner, 1a ascensione + 1a solitaria della via Vinatzer, 16-17 agosto 1969;

* Marmolada di Penìa, parete sud, via dei Sudtirolesi, 1a ascensione, con Konrad Renzler, 28-29 agosto 1969;

* Cima di Mezzo delle Coronelle (Catinaccio), parete ovest, via Messner-Holzer, 1a ascensione con Heini Holzer, 6 settembre 1969;

* Sassolungo, parete nord, via Soldà, 1a solitaria, 8 settembre 1969;

* Mont de Soura (Pùez), pilastro nord-est, via Messner-Frisch, 1a ascensione, con Hans Frisch, 11 settembre 1969;

* Campanile Nord del Sassolungo, parete nord, via Messner-Mayerl, 1a ascensione, 21 settembre 1969;

* Sassolungo, Pilastro Nord, via Demetz, 1a solitaria, settembre 1969;

* Sass dla Crusc, parete ovest, via del Grande Muro, 1a ascensione con Hans Frisch, estate 1969;

* Furchetta, parete nord, via dei Meranesi, 2a ascensione e 1a solitaria, 23 settembre 1969;

Reinhold Messner scala le mura del suo castello, Convegno di Juval “Corsa alla Vetta”, 1 marzo 1987. Foto: Sandro Girella.

* Seconda Torre di Sella, parete nord, via Messner, 1a solitaria, novembre 1969;

* Piccolo Sass da la Luesa, parete nord-ovest, 1a ascensione, con Jörg Mayr, 9 luglio 1971;

* Marmolada di Penìa, via del pilastro ovest, 1a ascensione, con Joachim Jochen Grüber, Jörg Mayr e Alois Vonmetz, 9 agosto 1973;

* Furchetta, parete ovest-nord-ovest, via Messner-Grüber, 1a ascensione, con Joachim Grüber, 12 agosto 1973;

* Sass Rigais, parete nord, via Messner-Grüber, 1a ascensione, con Joachim Grüber, 13 agosto 1973;

* Pelmo, parete nord-ovest, 1a ascensione, con Joachim Jochen Grüber, Jörg Mayr e Alois Vonmetz, 15-16 agosto 1973;

* Cervino, parete nord, via Schmid, salita con Peter Habeler in 8 h, agosto 1974;

* Eiger, parete nord, via Heckmair, salita con Peter Habeler nel tempo record di 10 ore, 14 agosto 1974;

* Ortles, parete sud-ovest, via del Pilastro Centrale, 1a ascensione, con Hermann Magerer e Dietmar Oswald, 15-16 agosto 1976;

* Anticima Sud del Dente del Sassolungo, parete est, via Messner, 1a ascensione, con Dietmar Oswald, estate 1976;

* Ortles, parete nord-ovest, via Messner-Thomaseth, 1a ascensione, con Hubert Messner e Wolfgang Thomaseth, estate 2004.

Emanuele Cassarà (a sin) e Roberto Copello parlano con Messner. Convegno a Juval “Corsa alla Vetta”, 1 marzo 1987. Foto: Sandro Girella.

Le sue prime salite nel mondo (senza gli Ottomila)
* Nevado Yerupaja (Ande peruviane), parete nord-est, 1a ascensione, con Peter Habeler, 18 giugno 1969;

* Nevado Yerupaja Chico, parete sud-ovest, 1a ascensione, con Peter Habeler, 23 giugno 1969;

* Heran Peak 5717 m (Nanga Parbat), 1a assoluta, con Günther, 17-18 giugno 1970;

* Meso Kanto Peak 5875 m (Nepal), 1a assoluta, con Beppe Tenti, estate 1971;

* Tilicho West 6492 m (Nepal), 1a assoluta, con Beppe Tenti, estate 1971;

* Puncak Jaya 4884 m (Nuova Guinea indonesiana), cresta est, 1a ascensione, con Sergio Bigarella, 27 settembre 1971 (1a vetta nella lista delle Seven Summits);

* Puncak Jaya 4884 m, parete nord-est, 1a ascensione e 1a solitaria, 28 settembre 1971;

* Noshaq 7492 m (Hindukush), sperone ovest, ripetizione, con Claudio Bergamo, Renato Mamini e Sergio Bigarella, 11 agosto 1972;

* Aconcagua 6961 m, parete sud, via dei Francesi, 1a solitaria con variante diretta, 12-23 gennaio 1974 (2a vetta nella lista delle Seven Summits);

* Denali (Mount McKinley, Alaska) 6178 m, via del Sole di Mezzanotte, 1a ascensione, con Oswald Ölz, 12 giugno 1976 (3a vetta nella lista delle Seven Summits);

* Kilimanjaro (Uhuru Peak) 5895 m, parete sud-ovest, Breach Wall Direct Route, 1a ascensione, con Konrad Renzler, 31 gennaio 1978 (4a vetta nella lista delle Seven Summits);

* Chamlang 7319 m (Nepal), ripetizione, con Doug Scott e Ang Dorje I Sherpa, settembre 1981;

* Island Peak 6089 m (Nepal), con Hans Kammerlander e 4 alpinisti sudtirolesi, novembre 1982 (data per 1a invernale);

* Elbrus 5633 m (Caucaso), (6a vetta nella lista delle Seven Summits), 5 agosto 1983;

* Mount Kosciusko 2233 m (Australia), facile salita (1a vetta nella lista delle Seven Summits, versione Bass), 1983;

* Mount Vinson 4892 m (Antartide), con Oswald Ölz e Wolfgang Thomaseth, 3 dicembre 1986. Con questa salita Messner è il secondo uomo al mondo ad aver salito le Seven Summits (quinto nella versione Bass);

Convegno a Juval “Corsa alla Vetta”, 1 marzo 1987. In piedi a sinistra: Franco Perlotto, Reinhold Messner, Jerzy Kukuczka, Riccardo Cassin, Heinz Mariacher, Jean-Marc Boivin, Eric Escoffier, Jean Afanassief; seduti in posizione intermedia: Alessandro Gogna, Luisa Iovane; seduti in primo piano: Friedl Mutschlechner e Maurizio (Manolo) Zanolla. Foto: Sandro Girella.

I suoi diciotto Ottomila
Nella tabella seguente sono elencate, in ordine cronologico, tutte le salite di Messner ai quattordici Ottomila.
1) Nanga Parbat 8125 m, 20-27 giugno 1970, nuova via sull’inviolato versante Rupal col fratello Günther e seconda traversata in assoluto di un Ottomila con discesa sul versante Diamir;

2) Manaslu 8163 m, 23-25 aprile 1972, nuova via sull’inviolata parete sud-ovest, in vetta da solo;

3) Gasherbrum I, 8068 m, 8-10 agosto 1975, salita con Peter Habeler dal versante nord-ovest (stile alpino);

4) Everest 8848 m, 5-8 maggio 1978, salita con Peter Habeler per la via normale nepalese (20a ascensione), prima salita senza ossigeno dell’Everest (5a vetta nella lista delle Seven Summits);

5) Nanga Parbat 8125 m, 7-9 agosto 1978, prima solitaria del versante Diamir per nuova via e prima solitaria integrale e in stile alpino di un Ottomila;

6) K2 8611 m, 9-12 luglio 1979, salita (4a ascensione assoluta) con Michl Dacher per lo Sperone degli Abruzzi, 2a salita senza ossigeno;

7) Everest 8848 m, 18-20 agosto 1980, prima salita in solitaria dell’Everest, senza ossigeno e in stile alpino, con nuova variante sul versante nord (Great Couloir);

8) Shisha Pangma 8046 m, 27-28 maggio 1981, parete nord-ovest e cresta nord, via cinese salita con Friedl Mutschlechner;

7) Kangchenjunga 8586 m, 4-6 maggio 1982, salita con Friedl Mutschlechner e Ang Dorje I Sherpa, parzialmente in stile alpino, con nuova variante sulla parete nord;

9) Gasherbrum II 8035 m, 22-24 luglio 1982, salita con i pakistani Nazir Ahmad Sabir e Mohammad Sher Khan per la cresta sud-ovest;

11) Broad Peak 8047 m, 31 luglio-2 agosto 1982, salita con Nazir Ahmad Sabir e Mohammad Sher Khan per la via normale; Messner diviene il primo alpinista ad aver salito tre Ottomila in una sola stagione;

12) Cho Oyu 8201 m, 3-5 maggio 1983, parete sud-ovest, via del Pilastro, 1a ascensione, con Hans Kammerlander e Michl Dacher;

13) 14) Gasherbrum II 8035 m (sperone sud-ovest, via normale) + Gasherbrum I 8068 m (parete nord-ovest, via Messner-Kammerlander, 1a ascensione), 23-28 giugno 1984, con Hans Kammerlander, primo concatenamento assoluto di due Ottomila;

15) Annapurna 8091 m, 20-24 aprile 1985, nuova via sull’inviolata parete ovest, con Hans Kammerlander (con questa salita si chiarisce il suo disegno di salire tutti e 14 gli Ottomila);

16) Dhaulagiri 8167 m, 13-15 maggio 1985, salita con Hans Kammerlander per la cresta nord-est (via normale);

17) Makalu 8463 m, 24-26 settembre 1986, salita con Hans Kammerlander e Friedl Mutschlechner per la via normale;

18) Lhotse 8516 m, 14-16 ottobre 1986, salita con Hans Kammerlander per la via normale.

Taibon, municipio, 25 luglio 2008, festa 40° invernale parete nord dell’Agnèr. Da sin, Heindl Messner, Sepp Mayerl, Reinhold Messner, Loretta Ben (sindaco).


I grandi tentativi
* Cervino, parete nord, via Bonatti, tentativo in invernale con Peter Habeler, Sepp Mayerl e Gernot Röhr, marzo 1966 (con avventurosa ritirata lungo il Traverso degli Angeli);
* Nanga Parbat 8125 m, 1° tentativo di 1a solitaria (versante Diamir), estate 1973;

* Makalu 8462 m, parete sud-ovest, via degli Yugoslavi, raggiunta quota 7500 m con Wolfgang Nairz, primavera 1974;

* Lhotse 8516 m, parete sud, cresta degli Italiani, raggiunta quota 7500 m con Mario Curnis, primavera 1975;

* Dhaulagiri 8167 m, parete sud, raggiunta quota 6200 m, con Michael Covington, Peter Habeler e Otto Wiedemann, primavera 1977;

* Nanga Parbat 8125 m, 2° tentativo di 1a solitaria (versante Diamir), estate 1977;

* Lhotse 8516 m, parete nord-ovest, tentativo di 1a solitaria, raggiunta quota 7500 m, autunno 1980;

* Cho Oyu 8201 m, parete sud-est, tentativo 1a invernale, con Hanspeter Eisendle, Paul Hanny, Hans Kammerlander e Vojciech Kurtyka, dicembre 1982;

* Dhaulagiri 8167 m, tentativo di 1a invernale, con Hans Kammerlander e Wolfgang Nairz, inverno 1983;

* Fitz Roy 3405 m, tentativo ripetizione via Chouinard, con Hans Kammerlander, dicembre 1984;

* Makalu 8463 m, tentativo di 1a invernale per la via normale, raggiunta quota 7500 m, con Hans Kammerlander, gennaio 1986;

* Nanga Parbat 8125 m, fianco nord (Diamir), tentativo di via nuova, raggiunta quota 7500 m (giunzione con la via degli Slovacchi), con Hubert Messner, Hanspeter Eisendle, e Wolfgang Thomaseth, 27-29 luglio 2000. La via fu poi completata da Elisabeth Revol e Tomek Mackiewicz, 25 gennaio 2018.

In arrampicata sulla parete nord della Cima della Madonna, via Messner.

Libri di Reinhold Messner (in italiano)
Reinhold Messner è autore di numerosi libri in lingua tedesca, la maggior parte dei quali tradotti in molte altre lingue, tra cui l’italiano. I testi sono ordinati per anno di prima edizione in lingua italiana. Non sono citate le ristampe e le riedizioni non significative. Aggiornamento al 2020.

1968: L’assassinio dell’impossibile. Articolo apparso nella Rivista Mensile del CAI, fascicolo n°10-1968. Lo riportiamo, anche se solo un articolo, per la sua importanza e perché è il primo suo scritto.

1970: Ritorno ai monti, l’alpinismo come forma di vita. Pensieri e immagini. Fotografie di Ernst Pertl. Casa editrice Athesia, Bolzano.

1971: Sesto Grado (con Vittorio Varale e Domenico Rudatis). E’ autore del capitolo Gli Sviluppi. Longanesi & C. editori, Milano.

1973: Manaslu, cronaca di una spedizione in Himalaya. Görlich editore S.p.A., Milano.

1974: L’avventura alpinismo, esperienze di un alpinista in cinque continenti. Casa editrice Athesia, Bolzano.

1974: Il Settimo Grado, scalando l’impossibile. Görlich editore S.p.A., Milano.

1975: Dolomiti. Le Vie Ferrate, 60 percorsi attrezzati fra il Gruppo di Brenta e le Dolomiti di Sesto. Casa editrice Athesia, Bolzano.

1976: Vita tra le pietre. Popoli montanari nel mondo. Casa editrice Athesia, Bolzano.

1977: Arena della Solitudine, spedizioni ieri oggi domani. Casa editrice Athesia, Bolzano.

1977: Due e un Ottomila, dal Lhotse all’Hidden Peak. Dall’Oglio editore, Milano.

1978: Pareti del Mondo. Storie, vie, esperienze vissute. Casa editrice Athesia, Bolzano.

1979: Alpi Orientali: le Vie Ferrate, 100 percorsi attrezzati dal Lago di Garda all’Ortles, dal Bernina al Semmering, (con Werner Beikircher). Casa editrice Athesia, Bolzano.

1979: Everest. Istituto Geografico De Agostini, Novara.

1980: Il limite della vita. Nicola Zanichelli S.p.A., Bologna.

1980: K2 (con Alessandro Gogna). Istituto Geografico De Agostini, Novara.

1980: Nanga Parbat in solitaria. Istituto Geografico De Agostini, Novara.

1981: Popoli montanari, vita fra le pietre. Popoli montanari nel mondo prima che soccombano. Seconda edizione rifatta e ampliata del testo del 1976. Casa editrice Athesia, Bolzano.

In arrampicata sulla parete nord della Cima della Madonna, via Messner.

1982: Settimo Grado. Clean climbing, arrampicata libera. Istituto Geografico De Agostini, Novara.

1983: Orizzonti di ghiaccio, dal Tibet all’Everest. Istituto Geografico De Agostini, Novara.

1983: La mia strada. Dall’Oglio editore, Milano.

1984: Tutte le mie cime, una biografia per immagini dalle Dolomiti all’Himalaya. Nicola Zanichelli S.p.A., Bologna.

1984: 3X8000, il mio grande anno himalayano. Istituto Geografico De Agostini, Novara.

1984: Scuola di alpinismo. Istituto Geografico De Agostini, Novara.

1985: La Dea del Turchese. La salita al Cho Oyu. Istituto Geografico De Agostini, Novara.

1986: Corsa alla vetta. Istituto Geografico De Agostini, Novara.

1987: L’arrampicata libera di Paul Preuss. Istituto Geografico De Agostini, Novara.

1987: Sopravvissuto. I miei 14 Ottomila. Istituto Geografico De Agostini, Novara.

1988: Le mie Dolomiti. Realtà, mito e passione, con Jul B. Laner e Jakob Tappeiner. Tappeiner, Bolzano.

1991: Antartide, inferno e paradiso. Garzanti Editore, Milano.

1992: La libertà di andare dove voglio. La mia vita di alpinista. Garzanti Editore, Milano.

1992: Le più belle montagne e le più famose scalate. Vallardi Editore, Lainate.

1992: Attorno al SudTirolo. BQE, Trento, poi Garzanti Editore, Milano (1993).

Reinhold Messner, Ardito Desio, Achille Compagnoni

1994: Monte Rosa, la montagna dei Walser, con Enrico Rizzi e Luigi Zanzi. Fondazione Enrico Monti, Anzola d’Ossola.

1994: Un modo di vivere in un mondo da vivere. Istituto Geografico De Agostini, Novara – BQE, Trento.

1995: 13 Specchi della mia anima. Garzanti Editore, Milano.

1997: Oltre il limite, Polo nord – Everest – Polo Sud. Le grandi avventure ai tre poli della Terra. Istituto Geografico De Agostini, Novara – BQE, Trento.

1998: Hermann Buhl, in alto senza compromessi, con Horst Höfler. Vivalda Editori, Torino.

1999: Non troverai i confini dell’anima, con Michael Albus. Arnoldo Mondadori Editore, Milano.

1999: Yeti, leggenda e verità. Feltrinelli Traveller, Milano – BQE, Trento.

2000: Annapurna, cinquant’anni di un Ottomila. Vivalda Editori, Torino.

2001: Salvate le Alpi. Bollati Boringhieri editore, Torino.

In arrampicata sulla via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, 26 luglio 1983.

2002: La seconda morte di Mallory. Bollati Boringhieri editore, Torino.

2002: Popoli delle montagne, fotografie e incontri. Bollati Boringhieri editore, Torino.

2003: Dolomiti, le più belle montagne della Terra, con Jakob Tappeiner. Cierre Edizioni, Sommacampagna (Verona).

2003: Montagne. Immagini, pensieri. Istituto Geografico De Agostini, Novara – BQE, Trento.

2003: La montagna nuda. Il Nanga Parbat, mio fratello, la morte e la solitudine. Casa editrice Corbaccio, Milano.

2003: Vertical, 100 anni di arrampicata su roccia. Zanichelli editore S.p.A., Bologna.

2004: K2 Chogori, la grande montagna. Casa editrice Corbaccio, Milano.

2004: Re Ortles, con Jakob Tappeiner. Tappeiner, Bolzano.

2006: La mia vita al limite. Conversazioni autobiografiche con Thomas Hütlin. Casa editrice Corbaccio, Milano.

2006: La montagna incantata, con Georg Tappeiner. Tappeiner, Bolzano.

2007: Le Alpi, fra tradizione e futuro. Cierre Edizioni, Sommacampagna (Verona).

2008: Nanga Parbat, la montagna del destino. Mondadori Electa, Milano.

2009: Grido di Pietra. Cerro Torre, la montagna impossibile. Casa editrice Corbaccio, Milano.

Festival di Trento 2018: Nicola Tondini, Tommy Caldwell, Hans-Joerg Auer, Reinhold Messner, Hervé Barmasse, Adam Ondra, Manolo.

2009: Il Duca dell’Avventura, le grandi esplorazioni di Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi. Mondadori Electa, Milano.

2009: Dolomiti. Patrimonio dell’Umanità. Tappeiner, Bolzano.

2009: La montagna a modo mio. Casa editrice Corbaccio, Milano.

2010: Razzo rosso sul Nanga Parbat. Casa editrice Corbaccio, Milano.

2010: Avventura ai Poli. L’eterna corsa ai confini del mondo. Mondadori Electa, Milano.

2010: Dolomiti, patrimonio dell’Umanità, a cura di Ursula Demeter. Fotografie di Georg Tappeiner. Mondadori Electa, Milano.

2011: Parete ovest, la montagna senza compromessi. Casa editrice Corbaccio, Milano.

2011: Tempesta sul Manaslu. Tragedia sul tetto del mondo. Priuli & Verlucca, Torino.

2011: Tutte le mie cime. Casa editrice Corbaccio, Milano.

2011: Spostare le montagne. Come si affrontano le sfide superando i propri limiti. Mondadori Electa, Milano.

2012: On top – Donne in montagna. Casa editrice Corbaccio, Milano.

2012: Solitudine bianca. La mia lunga strada al Nanga Parbat. Priuli & Verlucca, Torino.

Agosto 2007, Alleghe. Reinhold Messner celebra col sindaco i 50 anni della via Philipp-Flamm al Civetta.

2013: Messner tracks, i musei dell’avventura. Un itinerario fotografico e filosofico, con Luigi e Paolo Zanzi. Casa editrice Skira, Milano.

2013: Walter Bonatti, il fratello che non sapevo di avere, con Sandro Filippini. Mondadori Electa, Milano.

2013: Gobi, il deserto dentro di me. Casa editrice Mare Verticale, Milano.

2013: Cho Oyu, la Dea turchese. Casa editrice Corbaccio, Milano.

2014: La vita secondo me. Casa editrice Corbaccio, Milano.

2014: La montagna incantata. Il mio quindicesimo Ottomila. Tappeiner, Bolzano.

2015: Cervino, il più nobile scoglio. Casa editrice Corbaccio, Milano.

2016: Montagne, la quarta dimensione. 13 cime leggendarie svelate dallo spazio e dai più grandi alpinisti, con Stefan Dech e Nils Sparwasser, Rizzoli, Milano.

2018: L’assassinio dell’impossibile. Grandi scalatori di tutto il mondo discutono sui confini dell’alpinismo, con Luca Calvi e Sandro Filippini, BQE Edizioni, Trento.

2019: Wild. Tra i ghiacci del Polo Sud al fianco del capitano Shackleton, Corbaccio, Milano.

2019: Layla nel regno del Re delle Nevi, Erickson, Trento.

2020: Salviamo le Montagne. Un appello di Reinhold Messner, Corbaccio, Milano.

2021: Il re dei ghiacci. Willo Welzenbach, innovatore e spirito libero, Corbaccio, Milano.

2021: Lettere dall’Himalaya, Mondadori Electa, Milano.

Agosto 2007, Alleghe. Reinhold Messner per i 50 anni della via Philipp-Flamm al Civetta. Da sinistra: Alessandro Gogna, Guya Spaziani, Reinhold Messner, Luigi Vettorato, Mauro Corona.

Libri e pubblicazioni su Reinhold Messner
1979: L’alpinismo, un incontro con Reinhold Messner di Folco Quilici. Per la serie TV Invito allo Sport. Collana realizzata dall’editore Bruno Boggero per la Casa Editrice Giunti Marzocco.

1981: Le quattro vite di Reinhold Messner di Emanuele Cassarà. Dall’Oglio editore, Milano.

1986: Montagna padre del mondo, Supplemento al n. 6 di Jonathan Dimensione Avventura, direttore responsabile Ambrogio Fogar, Also-Enervit, Milano.

1988: Corsa alla Vetta, Atti del Convegno di Juval del 1° marzo 1987, a cura di Alessandro Gogna, Also-Enervit, Milano.

1996: Montagna: una cultura da salvare. Incontri con Reinhold Messner all’Università di Pavia. A cura di Luigi Zanzi. Fondazione Enrico Monti, Anzola d’Ossola.

2005: Un pensiero montano, di Luigi Zanzi. La “filosofia” di Reinhold Messner. Cda Vivalda Editori, Torino.
2008: Alp, Speciale Ritratti, n° 1: Reinhold Messner, Cda & Vivalda Editori.

2012: La mia sesta vita. Reinhold Messner ci guida nei suoi musei. Autore Valter Giuliano. Vivalda Editori, Torino.

2012: Nanga Parbat 1970 di Jochen Hemmleb. Versante Sud, Milano.

Messner in arrampicata

Riconoscimenti
1977. Roma, Medaglia d’oro al valore atletico.

1980. Gli è dedicato 6077 Messner, un asteroide appena scoperto.

2010, 10 aprile. Chamonix-Courmayeur, premio Piolet d’Or alla carriera.

2014, 3 giugno. Roma, il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, gli conferisce l’onorificenza di Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, per la sua attività culturale e i suoi Messner Mountain Museum.

2015, 22 gennaio. Il presidente nazionale del Fronte Verde, Vincenzo Galizia, invita i parlamentari italiani a votare Messner come Presidente della Repubblica.

2018, 16 maggio. Oviedo (Spagna), Premio Principessa delle Asturie per lo sport.

Riccardo Cassin, Reinhold Messner e Alessandro Gogna, Lecco, 30 giugno 1978. Foto: G. Cavallo.

Filmografia
Reinhold Messner ha partecipato alla realizzazione di diversi film e produzioni televisive sia nel ruolo di interprete che con altre mansioni. Nel 1978 è direttore della fotografia di Everest unmasked. Alla spedizione del 1984 ai Gasherbrum è associato il grande progetto di Gasherbrum, la montagna di luce. Il film, diretto da Werner Herzog, documenta le fasi di avvicinamento, la permanenza al campo base, la partenza per la vetta, l’interminabile discesa e il periodo successivo, focalizzandosi sugli aspetti psicologici dei due alpinisti. In origine era previsto che Herzog li seguisse almeno in parte durante la salita, ma il regista a causa del mal di montagna si deve fermare a 6500 m; le riprese della traversata, svoltasi in parte in condizioni di maltempo, sono realizzate dallo stesso Messner.

E’ poi la volta di Grido di Pietra (1991), sempre con la regia di Herzog. Una trama bislacca (soggetto di Messner), che s’appoggia su una sfida tra alpinisti con il lontano sfondo della tragedia di Cesare Maestri e Toni Egger, dovrebbe reggere un film che invece, giustamente, ha poco successo di pubblico e di critica. Messner – Il film, del regista Andreas Nickel è del 2013. Si tratta della storia dello stesso Messner. Ne emerge un appassionante racconto che parte dall’infanzia dell’alpinista, da quella “dimora che gli andava stretta”, per arrivare a oggi attraverso le sue spedizioni maggiori, successi, insuccessi e tragedie. In Still Alive – Dramma sul Monte Kenya (2017), per la regia di Messner e Hans-Peter Stauber, Oswald Ölz e Gert Judmaier sono compagni di studi all’Università di Innsbruck e decidono di partire per il Kenya in compagnia di Ruth, futura moglie di Oswald. Mentre Ruth si trova a Mombasa, i due amici si dedicano alla scalata del Mount Kenya, ma al momento di tornare indietro vengono sorpresi da una bufera e Gert precipita rimanendo gravemente ferito. Ha così inizio una delle storie più avvincenti di salvataggio in alta quota, nove giorni che Oswald trascorre al fianco dell’amico.

Holy mountain (2018) è il primo film in cui Messner è il solo regista. Nepal, 1979: un gruppo di neozelandesi guidati da Peter Hillary decide di scalare l’Ama Dablam 6828 m, ma l’avventura si conclude con uno spettacolare salvataggio da parte dello stesso Messner e dei suoi compagni.
Del 2019 è La Grande: qui Messner, nei panni di narratore, co-regista (assieme a Hubert Schönegger) e produttore, ricostruisce con cura la storia della Cima Grande di Lavaredo attraverso alcuni dei nomi che l’hanno scritta: Paul Grohmann,Hans Dülfer,Emilio Comici,Dieter Hasse,Lothar BrandlereAlexander Huber.

Una nuova vita, quella di regista, che sembra stia appassionando non poco Messner, tanto che in arrivo ci sono altri suoi docufiction sul mondo della montagna (cui collabora anche il figlio Simon).

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