Val di Mello 1975-2000 – seconda parte

Val di Mello, 25 anni di gioco-arrampicata
di Marco Albino Ferrari
(pubblicato su Alp n. 179, marzo 2000)

Nell’introduzione alla sua guida, Il gioco-arrampicata della Val di Mello (1979), Ivan Guerini accennava alla «nascita di una fiaba fatta da una sintesi arcana di “magia” e preistoria». Per un singolare spostamento percettivo, in effetti, la Valle appare a prima vista come un luogo sospeso in una dimensione atemporale. Un angolo paradisiaco che favorisce percezioni illusone di mondi da notte dei tempi. Ma in realtà qui nessuna preistoria si è mai rivelata e per risalire così in dietro nei millenni è necessario scendere in Valtellina, a Delebio, dove esiste un ritrovamento isolato dell’età del bronzo. È invece più logico immaginare come questo scenario protetto da alte sponde rocciose e lontano dalle principali vie di comunicazioni, fosse rimasto ignorato dall’uomo per secoli e secoli.

La strada carrozzabile della Val Masino è stata realizzata solo dopo l’alluvione del 1911 («L’an del desastro»); prima della metà dell’Ottocento esisteva solo una stretta linea di sentiero che collegava i paesi posti lungo la così detta costiera dei Cèch, sul versante retico della bassa Valtellina: Caspano, Dazio, Givo ma, soprattutto, Mello. E furono proprio gli abitanti di Mello (mello = collina in celtico) a spingersi intorno all’Alto Medioevo nelle allora ignote insenature alpine in cerca di alti pascoli. Si spinsero fino alla testata della Val Masino e nel suo lembo estremo trovarono un luogo ideale per il pascolo. Per almeno quattro secoli, seguendo i ritmi stagionali della transumanza, gli abitanti di Mello si spostavano ogni primavera nei maggenghi e, più avanti in stagione, su negli alpeggi della Valle (che presto divenne, appunto, la Val di Mello; ancora oggi gran parte degli alpeggi appartiene al Comune o a famiglie di Mello. Tre alpeggi si sono trasformati in ristori agrituristici, due a Cascina Piana e uno a Ràsica).

Momenti di vita in Valle. Foto: Uli Wiesmeier.
Marco Albino Ferrari

Lungo i sei chilometri di prati e di sponde granitiche rimangono ancora, indelebili, i segni degli antichi pastori del paesino della costiera dei Cèch, i così detti melat. Sono vere e proprie linee d’ingegno, scorciatoie e strade verticali tracciate per guadagnare, coi prati d’alta quota, poche e preziose manciate di fieno. Sugli scalini scavati nelle placche di granito, sulle vertiginose passerelle modellate per gli zoccoli, oggi si appoggiano gli avvicinamenti ai settori alti della Valle: Lo Scoglio delle Metamorfosi, Le Dimore degli Dei, il Qualido, il Precipizio degli Asteroidi. Pare di camminare sull’orlo di un confine. Pance di navi levigate da onde di pioggia, allarmanti tavolati di granito, materiale tattile per inseguire rughe di pietra, intervalli di prato e giardini sospesi costituiscono il solatio versante destro della Val di Mello. Un luogo dai richiami ancestrali e mitiche presenze, si diceva, come il gigiat, un animale dalle dimensioni abnormi, tra il caprone e il camoscio.

Monica Mazzucchi e Ivan Guerini. Foto: Archivio Guerini.
Momenti di vita in Valle. Foto: Uli Wiesmeier.

Dalla fine del secolo scorso si affacciarono i primi esploratori-alpinisti diretti verso le sconosciute propaggini dell’alta Val Masino. La Val di Mello era allora considerata solo come una sorta di viale di pietra, niente più che un suggestivo corridoio d’accesso agli orizzonti inesplorati dei tremila. Andò avanti così per circa un secolo. E ancora negli anni sessanta gli sporadici alpinisti di passaggio non avevano posato l’occhio sulle architetture delle bastionate meridionali. Logiche, vistose, attraenti, le scogliere passarono totalmente inosservate ancora per anni. Un giorno, d’improvviso, sorrisero invece a un ragazzetto capitato in Valle per caso. Aveva vent’anni, Ivan Guerini, e in un’imprecisata gita fuori porta fu lui a vedere, primo tra tutti, le potenzialità di gioco offerte da quei dirupi compatti. Digiuno di retorica d’alpinismo, il suo accostamento fu essenzialmente privato, come una sorta di smarrimento poetico: iniziò dapprima giocando su sassi di fondovalle e poi passò ad esplorare, lungo i sentieri dei melai, gli anfratti più alti.

L’aderenza è la tecnica più diffusa sulle placche della Valle. Foto: Andrea Gallo.

Non è difficile immaginare il tipo di richiamo che le suggestioni bucoliche della Valle potevano esercitare a quei tempi. Siamo nei primi anni settanta, i giovani erano ispirati dal mito del viaggio iniziatico, del richiamo kerouachiano del Dharma e della ricerca sincera e disordinata di sé («I boschi hanno sempre un aspetto familiare, da lungo perduto, come il frammento di una canzone dimenticata trasportata sull’acqua – Jack Kerouac»). «Correre liberi nei prati, senza abiti addosso… – scriverà Guerini sulla sua guida della Val di Mello – … Proteggersi in una baita da un improvviso acquazzone, oppure ridere a braccia aperte sotto la pioggia inzuppandosi fino al midollo! Arrampicarsi su di un masso di pochi metri o su di una parete di 500 metri, su di una staccionata, sul muro di una baita… sulle immense placche di una sponda di un fiume… oppure non arrampicare affatto».

Da Siro, a Cascina Piana. Foto: Uli Wiesmeier
Mauro Bole al Sasso Minato. Foto: Uli Wiesmeier.

Esattamente venticinque anni fa Guerini salì la prima via della Val di Mello, Cunicolo acuto. Oltre a lui e a pochi amici milanesi si era affacciato – aiutato anche dall’onda antiretorica che proveniva dalla California e dal clima di trasgressione culturale del tempo – il nuovo gruppo dei Sassisti di Sondrio. La Valle era ancora tutta da esplorare e soprattutto i bronzei scivoli di granito si offrivano per una ricerca stilistica del tutto inedita: l’arrampicata di aderenza. Rievocando quegli anni Guerini mi disse un giorno: «Scoprii la Airlite nell’estate del 1977 grazie a un calzolaio napoletano. Era una suola eccezionale per il tipo di scalata di aderenza della Valle, Quell’uomo, con fare esperto, mi disse: “Se riesco a incollarla ti posso mettere sotto questa,.. E molto porosa! La metto sempre agli zoccoli dei bagnini e delle donne perché sul bagnato non scivolino”».

L’arrampicata in aderenza è un gioco essenzialmente mentale dove l’energia salvifica data dalla fiducia e dal controllo delle emozioni costituisce la chiave per salire. Un’arrampicata ripetitiva, monotona, ma anche elegante e leggera che diventa un tributo alle emozioni. Non poteva esserci stile più confacente ai richiami intellettuali di quegli anni: il gioco-arrampicata, che infrangeva i valori morali delle vette, che si consumava su montagne senza cima, su pareti senza appigli e su vie senza linee imposte.

Stefan Glowacz su Ben Zonson al Sarcofago. A destra la cima del Cavalcorto sullo sfondo. Foto: Uli Wiesmeier.

Oggi le placche della Val di Mello sono uno dei pochi riferimenti mondiali per l’arrampicata in aderenza. Con la Pedriza in Spagna, Toulomne Meadows in California e l’Eldorado-Grimsel in Svizzera, la Valle (cosi semplicemente come la chiamano i suoi frequentatori) è uno dei centri per l’aderenza più celebrati.

A distanza di venticinque anni dalla sua “scoperta”, abbiamo voluto offrire un tributo alla Val di Mello: un numero monografico consegnato liberamente alla penna dei testimoni più significativi di questa storia. Ne sono uscite pagine di un album di ricordi, dove undici voci si inseguono alternandosi a un contrappunto di immagini d’epoca e inediti reportage.

Monica Mazzucchi
Vittorio Neri

Riferimenti bibliografici
Giuseppe Miotti e Mauro Lanfranchi, Valtellina e Valchiavenna, Cattaneo Grafiche di Oggiono e Banca Popolare di Sondrio;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell’Oca e Diego Zoia, Uomini delle Alpi, Jaca Book, 1983;
Ivan Guerini, Il gioco-arrampicata della Val di Mello, Zanichelli, 1979;
Jack Kerouac, I vagabondi del Dharma, Mondadori, 1961.

25 anni dopo l’apertura, la via di Guerini, Cunicolo acuto, fu la prima della Valle. Foto: Andrea Gallo.

Un’atmosfera inafferrabile
di Ivan Guerini

Ognuno ha la sua strada per arrivare alla montagna, lo scoprii la Val di Mello nei primi anni settanta, scendendo dal Passo di Mello, di ritorno da una traversata a piedi.

Era diversa da ogni altra valle che avessi mai visto. Rimasi talmente colpito dalla bellezza del luogo che decisi di trovare una baita per trascorrervi il weekend e il resto delle vacanze estive. La Valle apparve ai miei occhi come un piccolo universo che pur essendo molto vicino al mondo antropizzato possedeva le stesse caratteristiche dei luoghi lontani e misteriosi. Pareva risvegliare la curiosità assopita. Rimasi abbagliato dal desiderio di conoscere la Valle come se fossi stato di fronte ad un dono esistenziale eccezionale. Un mondo costituito da cose sempre esistite, ma sempre diverse ai miei occhi d’adolescente. Sempre più considerai la Valle senza condizionamenti “tecnici”, né tentando di intellettualizzarla per mancanza di contenuti. In buona sostanza, non vivevo in funzione delle montagne, ma neppure consideravo le montagne in funzione a me stesso. Recarmi in Val di Mello per me che ero un cittadino nasceva dall’esigenza di vedere pareti che non fossero solo quelle dei palazzi, volevo incontrare roccia e non soltanto individui. Ma la Valle non rappresentava solo quella dolcezza bucolica tanto cara alla mentalità underground degli anni settanta, fu per me l’opposto di una sorta di viaggio in Oriente intrapreso pensando di trovare la felicità.

Di ritorno dalle giornate passate arrampicando sui sassi mangiavo fino a saziarmi, così come potevo stare per più di un giorno in parete senza aver la necessità di bere. Il luogo mi formò senza gli scompensi delle diete per ottenere risultati. Nei giorni di pioggia, con la ginnastica modellavo la scioltezza e incrementavo la forza. Andando in Val di Mello nei passaggi di stagione, trovavo tronchi divelti dalle valanghe e u-divo lontano il soffio delle slavine. Non incontravo persone. Più la percorrevo e più mi pareva di trovare risposte alla mia curiosità istintiva.

La libertà vissuta non era determinata dall’età e dal periodo storico, nemmeno dall’evidente bellezza del luogo, ma riguardava espressamente la mia sensibilità. Tutto questo attivò un certo tipo d’atmosfera, un’irripetibilità inafferrabile, per forza di cose irriproducibile.

Le sue pareti
Ci muovemmo inizialmente sulle placche adagiate che si trovano all’inizio della Valle, e anche su quelle ininterrotte per centinaia di metri. Le placche semplici erano per noi importanti come quelle difficili. Veniva spontaneo, sulla sommità delle pareti, fermarsi tanto tempo quanto avevamo impiegato a salire. Le poderose fiancate della Valle, alte anche mezzo chilometro, erano in quegli anni completamente inesplorate. Per proporzioni ciclopiche mi ispirarono nomi preistorici (come la Bastionata dei Dinosauri): tra le prime ad avermi colpito, e sulla quale tracciai la prima via significativa assieme a Mario Villa, Il risveglio di Kundalini. La salita di Kundalini ci fece capire come entrare in confidenza con i punti più lisci di quella roccia, che a prima vista non sembravano per-corribili. In cima alla parete, Mario bevve quasi due litri d’acqua. Nella tarda primavera del 1977, la salita di una via su placche dal tracciato inevidente parve anticipare una stagione portatrice di rinnovamenti. Il Precipizio degli Asteroidi, per la posizione in cui si trova, lo slancio della forma e l’elegante linea di salita, è senz’altro la parete più bella della Valle. Tracciammo una via dall’andamento rettilineo che segue interamente un’incisione piovana, a volte netta, altre volte smussata, che penetra la verticalità della parete fin sotto la chiusura dello strapiombo. Superai una breve strettoia aggettante (quel passaggio divenne famoso perché, per la prima volta in Italia, si parlava di settimo, anche se altri arrampicatori italiani in Dolomiti e tedeschi nel Kaiser, dicevano di aver superato il limite storico del sesto grado). Nei mesi primaverili in cui la neve era bassa e in quelli di caligine estiva quando il desiderio d’andare in montagna si velava, percorremmo anche altre salite (forse meno grandiose ma non per questo meno belle): Alba del Nirvana, Sfera di Cristallo e Lucertole al Sole. A novembre, nei giorni in cui l’aria è frizzante, il sole tiepido e i larici indorati incorniciano il celeste tenue del cielo, salimmo anche belle vie dei Sassisti, tra cui Luna Nascente.

Ivan Guerini

A un certo punto mi accorsi che la necessità di scoprire era una strada che non si fermava lì. Dunque la Valle, sempre più idealizzata dai suoi frequentatori, non rappresentò per me solo il luogo dove salire pareti impegnative, bensì il punto di partenza verso altre esperienze.

A sinistra Lidia Sacchiero alle prese con un clarino. Foto: Jacopo Merizzi. Al centro, una cordata sulla classica della Valle: Il risveglio di Kundalini. Foto: Andrea Innocenti. A destra, Paolo Masa in una mimica dell’alpinista classico” super attrezzato. Foto: Jacopo Merizzi.
A sinistra, Antonio Boscacci in arrampicata. Foto: Giuseppe Miotti. Al centro, Piera Panatti, Olivo Tico e Paolo Masa. Foto: Giuseppe Miotti. A destra, la famosa lunghezza della Tromba su Oceano Irrazionale. Foto: Giuseppe Miotti.
A sinistra, il riposo di Paolo Masa. Foto: Jacopo Merizzi. In alto, nel fresco del torrente, Federico Madonna e Luca Mozzati. Foto: Jacopo Merizzi. A destra, ancora Paolo Masa. Foto: Jacopo Merizzi.
Fiuto, Olivo e Piera Panatti nella parte alta di Kundalini; Renzo “il sindaco della Val di Mello” con Chiara; la baita-rifugio di Lidia. Foto: Jacopo Merizzi.

Le forme morbide della sua roccia levigata
Nelle pause tra arrampicate ed escursioni trascorrevo ore intere a osservare le figure rocciose che animavano il paesaggio, ed esse mi apparivano simili a morbide creature erranti per boschi, come animali intenti a pascolare attraverso il tempo. Forme morbide dalla compattezza incorruttibile. In quelle strutture vedevo risplendere una morbidezza armonica tipicamente femminea, invece la compattezza pareva sottintendere la possibilità di un diverso modo di rapportarsi con la roccia. Sulla roccia inchiodabile della Val di Mello non imparai a rischiare, bensì a dialogare coi miei limiti autentici dichiarandoli apertamente, cosa che spesso si cerca di non fare poiché da essi ci si sente frenati. In tal modo riuscii ad avventurarmi su quella levigatezza uniforme dove era richiesta una determinazione fluida. Poi capii che l’inchiodabilità determinata dalla compattezza, rappresentava una caratteristica indomita e che esisteva davvero la possibilità di instaurare un legame.

Quando non eravamo in parete eravamo sui sassi, non solo per superare passaggi difficili, ma per il piacere di muoverci. Vedendoci, i bambini del posto furono incuriositi e in breve diventarono i nostri compagni più fedeli. Ma quando cominciarono a salire scalzi e slegati speroni alti anche più di duecento metri come fossero piccoli blocchi, vennero rincorsi col rastrello dai genitori. A quel tempo arrampicavo in montagna con lo stesso stile che applicavo in fondovalle, partendo e tornando alla baita in giornata. Cosi mia nonna, a quasi ottant’anni, mi portava il caffè a letto, prima dell’alba e poco prima di partire. Se chiudo gli occhi ricordo ancora la sua sagoma borbottante e indaffarata aggirarsi nella penombra mattutina, mentre le sue mani nodose, facendo inavvertitamente rumore, aprivano le palpebre sulla mia stanchezza.

Umberto Villotta. Foto: Jacopo Merizzi.

Ivan Guerini
Nato a Milano il 9 giugno 1954. Professione attuale: scrittore e disegnatore. Inizio attività in Val di Mello: 1975. In Valle è il padre dell’arrampicata, fra i primi a concepire un nuovo modo di intendere il rapporto con la roccia. Personaggio sognatore, Ivan ha esplorato ogni pietra della Valle e ha tracciato in pochi anni alcune delle più famose vie come Il risveglio di Kundalini e Oceano irrazionale, introducendo il settimo grado nelle Alpi Centrali. Sposato con la compagna di sempre Monica Mazzucchi, continua ad arrampicane seguendo la sua vena esplorativa e rispettando sempre ciò che la natura offre.

Paolo Cucchi sulla settima lunghezza della superba Polimagò allo Scoglio delle Metamorfosi. Aperta nel 1979 da Merizzi e Masa, corre parallela a Luna Nascente, con cui è unita da un famoso e sprotetto traverso verso destra. Foto: Jacopo Merizzi.

Mellocord
di Paolo Pilly Masa

Approdai in Val di Mello nel 1977 con un paio di Super Gratton talmente strette da togliere il fiato e un maglione che sapeva ancora di scialpinismo. Feci un tiro molto duro su un diedro della Bodenshaff, assicurandomi dopo una ventina di metri a un rametto che usciva dalla roccia e picchiando il mio primo bong qualche metro sopra. Poiché ci si conosceva appena, i miei compagni di scalata si stupirono molto della mia performance, promuovendomi sul campo “fessuriano” della cordata. Tutto mi sembrava veloce, semplice. Non c’era gerarchla, non c’era gavetta, non c’erano maestri o miti in cui identificarsi, se non i lontanissimi californiani, fratelli maggiori dall’aspetto piacevolmente sregolato. L’anno successivo salimmo la via Paolo Fabbri 43 (da una canzone di Guccini), la prima a inoltrarsi nel paretone del Qualido: lungo diedro erboso verticale seguito da una bella arrampicata su fessure strapiombanti e diedri. L’istrionismo, il gusto della provocazione dolosa e dello sberleffo, uniti a una arrampicata fastidiosamente naturale e veloce fecero di Jacopo Merizzi il mio compagno di cordata preferito.

Il 1979 fu l’anno di maggior successo con le vie Sette Aprile, Polimagò, Amplesso complesso e Patabang. Per un apritore contemporaneo quattro vie nuove occupano lo spazio di una settimana. Per noi ogni via nuova significava appostamenti e intuizioni più complesse. Spesso la nuova linea coincideva con l’unica possibilità di salire la struttura, non c’era spazio per itinerari replicanti. Di Sette aprile ricordo due ghiri giganti che disturbati dalla nostra presenza uscirono dalla fessura attaccando i carnosi polpacci del Bosca (Antonio Boscacci). Il nome le era stato dato in onore agli autonomi arrestati a Padova, protagonisti di un famoso processo politico, anche se il deludente Toni Negri, fuggendo in Francia dopo essere stato eletto deputato radicale, non se lo sarebbe poi meritato. A proposito, politicamente eravamo schierati nelle frange estreme della sinistra. Nelle piazze, giù in città, quelli che condividevano maggiormente il nostro stile di vita fricchettonico ribellista erano quelli di “Lotta Continua”, così anche noi ci sentivamo di “Lotta Continua”. Comperavamo tutti i giorni il giornale (un vero bollettino di guerra), ma raramente partecipavamo alle manifestazioni. Il movimento verde non era ancora nato e io avevo la sensazione che il contatto con la natura e lo sport estremo fosse visto dai vari boss del movimento come un comportamento eccessivamente individualista e pericolosamente proiettato verso il privato. Ora, il fatto che molti di questi personaggi abbiano fatto carriera politica nei Verdi mi stimola qualche perplessità, anche se il riciclaggio è un loro obiettivo primario. Le altre vie del 1979 a cui partecipai come apritore sono dei veri e propri gioiellini e ad esse sono particolarmente affezionato. Bisogna ricordare che una delle caratteristiche della nostra arrampicata era il rifiuto del chiodo a pressione e che la nostra propensione al clean climbing risultava quasi maniacale. L’arrampicata era quindi tutta a vista: si svolgeva velocemente, da approdo naturale ad approdo naturale, chiodabile o “nazzabile”. I friend non erano ancora in circolazione. Le difficoltà raramente erano elevatissime. Viste con l’ottica -moderna, pascolavamo molto sul sesto, sesto più continuo, con qualche breve tratto di settimo. Il che non era poco tenuto conto che tra una protezione e l’altra potevano esserci più di dieci metri, e questo anche in apertura. Il runout chi cade muore, era spesso di casa e l’autocontrollo diventava ovviamente obbligatorio. Tornando alle vie del 1979, mitica fu certamente Amplesso complesso che sale sulla placca a sinistra del Precipizio.

Il Precipizio degli Asteroidi, dove corrono, tra le altre, Amplesso Complesso e Bodenshaff aperte da Masa e Merizzi. Foto: Andrea Gallo.
Paolo Masa. Foto: Andrea Gallo.
Luca Maspes e Cristiano Perlini su Micetta Bagnata all’Alkekengi, aperta da Masa, Merizzi, Pirana e Magliano.
A sinistra Masa, con le Super Gratton, poco prima del volo su Nuova dimensione. Foto: Jacopo Merizzi. A destra, il diedro del Pappagallo dove corre 7 Aprile, aperta da Masa e Boscacci. Foto: Uli Wiesmeier.
Qui, a sinistra, Boscacci e Masa al Qualido, lungo l’avvicinamento. Foto: Jacopo Merizzi. A destra, sulla ventesima lunghezza de Il Paradiso può attendere. Foto: Jacopo Merizzi.

La lunghezza chiave fu risolta dall’Olivo, massimo esponente dell’ala “spontaneista-improvvisatoria”: capacità davvero sorprendente, nonostante arrampicasse solo due o tre volte l’anno. Anni fa qualche pavido ripetitore mise uno spit sul passaggio chiave, che in seguito venne tolto. L’Olivo fu anche l’inventore del sistema binario di classificazione delle difficoltà, al quale tutt’oggi io mi riferisco: due gradi principali, il bello e il brutto.

Il Male, ineguagliabile giornale satirico era la nostra bibbia. La sua satira era talmente blasfema che spesso veniva sequestrato, con il risultato di aumentare le sue vendite a dismisura. Tutti i suoi direttori, che si alternavano a ritmi frenetici, finirono in carcere per vilipendio contro lo stato, la religione o il comune senso del pudore. Quando non trovarono più nessuno disposto a sacrificarsi, la direzione fu affidata al mite e malaticcio Andrea Pazienza che, essendo già in carcere per innumerevoli altri reati, lo diresse fino alla morte. Il giornale Polimagò era la versione pornografica de Il Male specializzata nel mischiare le più interessanti e intime parti femminili a facce di alti prelati, notabili democristiani, generali dell’esercito, ecc. Raggiunse le edicole tre volte prima che la sua redazione venisse letteralmente rasa al suolo su ordine del mitico Kossiga. Migliore destino arrise a Polimagò – la via – che divenne una classica, sebbene temuta. Non so se sia più bella di Luna nascente (che forse è la via di falesia più bella del mondo), tuttavia se fosse un vino sicuramente apparterrebbe alla categoria dei grandi. Nel giorno dell’apertura, dopo esserci ricollegati a Luna nascente con il famoso traverso (25 metri senza protezioni), nelle placche in alto di quest’ultima, Jacopo mise il piede su una cacca d’uccello, prendendosi uno scivolone a 30 metri dalla sosta e con nessuna protezione intermedia. La sua frase «Caccio (cazzo), la morte arriva dalla cacca di un uccello!» fu un tormentone che entrò a far parte della storia orale della Val di Mello.

A sinistra, bivacco su Il Paradiso può attendere; al centro, sosta sulla cima della “Porta del cielo” allo Scoglio delle Metamorfosi; a destra, le sprotette placconate dell’Alkekengi. Foto: Jacopo Merizzi.

Infine Patabang la salimmo un pomeriggio dopo aver fatto il Giardino delie bambine leucemiche (via di Ivan Guerini), inoltrandoci stupiti in questo mare minerale increspato quel tanto da farci salire slegati. Nel mare prendemmo pure una tempesta e terminammo la via sotto un forte temporale. Poco tempo dopo l’acqua si era portata via due di noi: un torrente travolse la canoa di Federico Madonna e l’acqua ghiacciata a forma di cascata si prese mio fratello Giampi. Senz’altro Patabang detiene il primato della via più facile e temuta della Val di Mello (e non solo). Per salirla bisogna unire due corde e il primo di cordata non si assicura mai. Qualche anno più tardi fummo pronti a trasportare tutto quello che avevamo imparato sulla grandiosa parete est del Qualido. Così tra l’autunno del 1981 e l’estate del 1982, con la preziosa compagnia del Bosca, nacque il Paradiso può attendere. Un itinerario lungo più di 700 metri, salito con tecniche da big wall e che per molti anni rimase l’unico percorso aperto su quella enorme colata di granito. Ma non eravamo più degli outsider e il Paradiso non fu aperto con la tecnica del mordi e fuggì che aveva caratterizzato in quegli anni il nostro modo di andare in montagna.

Federico Madonna
Stefan Glowacz in visita nella Valle di Mello. Foto: Uli Wiesmeier.
Il “Bandito” Salvatore Giuliano su Piedi di Piombo, all’Altare del Precipizio. Foto: Andrea Innocenti.
Sull’esposto traverso di Patabang. Foto: Jacopo Merizzi.
Olivo Tico
Fabio Salini su Figatron. Foto: Jacopo Merizzi.

Personalmente posso dire di aver sentito conclusa la grande molla del Sassismo proprio dopo aver terminato la via più lunga, complessa e difficile della Val di Mello. C’è una via, infine, che è andata persa e per la quale provo un certo rimpianto. Segna anche la fine della mia esperienza di apritore: Micetta bagnata (ogni riferimento è assolutamente voluto). Lei saliva libera e senza chiodi, insinuandosi dove poteva con soste su lame e nut martellati nelle scagliette superficiali: in tutto 200 metri di difficoltà continue di sesto, sesto-più, due passi di settimo, due chiodi di protezione, più qualcosina alle soste. Si è persa tra una mitragliata di spit appartenenti a nuove vie che l’hanno soffocata. Una fascia di venerabile rispetto, come si è fatto per Nuova dimensione! non avrebbe guastato. Cos’è rimasto del Sassismo, del nocciolo estremistico dal quale nacque? Di sicuro una valle di rara bellezza che grazie al duro lavoro dei contadini, ma anche all’attenta sorveglianza che tutti noi ex-sassisti abbiamo esercitato, è stata preservata da scempi e speculazioni. La Val di Mello è quindi un gioiello che dal punto di vista arrampicatorio è rimasto caratterizzato dalle prime esperienze, e si è evitata la banalizzazione avvenuta su altre celebri pareti (vedi i Satelliti del Tacul). Esclusi alcuni settori adibiti ai corsi, la maggior parte delle vie conserva una carica di avventura difficilmente riscontrabile altrove, basti pensare alla bellissima Vedova nera, alla Via di Hassan, o alle grandi e difficili realizzazioni del Qualido. Ancora oggi per arrampicare in Valle non ci vuole solo il fisico, ma anche testa, generosità e un filino di ansia, come all’inizio. Se intendiamo inserire la Val di Mello in un contesto storico-alpinistico più ampio, si può dire che essa determinò una forte ripresa dell’arrampicata libera su granito, ai tempi sostanzialmente ferma a Gervasutti e Cassin. Il Sassismo fu anche un tentativo di laicizzare il mondo della montagna, di renderlo più leggero e meno menoso, ma su questo punto non so se abbia sortito grandi risultati. Ciò che rimane, sono semplicemente alcune tra le più belle vie delle Alpi.

Paolo Masa
Nato a Chiesa Valmalenco (So) il 26 maggio 1956. Professione attuale: guida alpina, dottore in scienze agrarie. Inizio attività in Val di Mello: 1977. In Valle, Pilly è stato uno degli elementi più attivi e nei primi anni ha collezionato alcune delle più importanti salite in cordata con Jacopo Merizzi e Antonio Boscacci. Amante dell’arrampicata in fessura e penna brillante e ironica del periodo Sassista, Masa è anche una delle guide con più esperienza di tutto l’arco alpino e prosegue con entusiasmo l’arrampicata sulle rocce di tutto il mondo. Con Merizzi è l’inventore del marchio d’abbigliamento tecnico Mello’s.

In camper. Foto: Andrea Gallo.
Marzio Nardi in visita. Foto: Andrea Gallo.
Marzio Nardi tenta Il nipote di Goldrake, 7b+, un passaggio di bouldering aperto da Giuseppe Miotti nei primi anni Ottanta. Foto: Andrea Gallo.
Su Mixomiceto alla Cascata del Ferro. Foto: Andrea Gallo

Piuttosto che arrampicare in Val di Mello…
di Giuseppe Popi Miotti

Voglio dire subito che con la storia dell’arrampicata in Valle c’entro poco. È vero che ho fatto parte del movimento sassista che ebbe come terreno d’azione privilegiato questi luoghi, è vero che miei furono, probabilmente, i primi tentativi al Precipizio degli Asteroidi, ma poi devo dire che su quelle placconate ho circolato poco. A quegli improteggibili, e un po’ monotoni, tiri d’aderenza preferisco ad esempio le scalate sulle pareti della vicina Val Malenco, articolate, mutevoli, colorate, ben disposte ad essere “bombardate” di nut e friend. Alle scalate in Valle ho preferito quelle nella zona del Sasso Remenno, dove ho praticato moltissimo il bouldering, e dove ho aperto alcune vie lunghe. Sui liscioni della Valle, le uniche vie belle e classiche, quattro o cinque in tutto, le fecero Guerini, Boscacci, Masa e Merizzi. Dopo di loro si è dovuto attendere lo spit, che ha consentito un allargamento degli angusti “orizzonti” imposti dalla natura del granito locale. Devo anche dire che non ho mai avuto troppa confidenza con gli spit, anche se il loro uso non mi scandalizza, e vedrei bene che le soste delle vie più classiche fossero attrezzate in tal modo. Ho sempre inteso la scalata come un mezzo per visitare una particolare conformazione rocciosa, un particolare angolo della montagna che mi suggestiona. Per questo non ho mai cercato il virtuosismo tecnico a ogni costo, subordinandolo sempre al risultato estetico. Se in valle c’erano ancora delle cose da fare, poche soddisfacevano le mie esigenze e le mie aspettative; per questo, senza alcun rammarico, ho lasciato ad altri il compito di andare a scalarle. Ancor oggi, piuttosto che arrampicare in Val di Mello preferisco cercare altrove luoghi dove muovermi.

Giuseppe Miotti
Giuseppe Miotti all’attacco di Durango (Val Temola), 1a ascensione, 11 gennaio 1980.
Esperimenti di arrampicata artificiale nei dintorni del Sasso Remenno. Foto: Giuseppe Miotti.

Però la Valle, come angolo di natura di particolare bellezza, come luogo di contemplazione e perché no, di meditazione, è sempre nel mio cuore. Anche se non sarà mai più quella che era trent’anni or sono e ai miei occhi ha perso buona parte del suo fascino e delle sue atmosfere. La mia Val di Mello è, in primo luogo, con poca, anzi, addirittura senza gente, vuota, solitaria. È quella del vento che fa frusciare i prati, è quella delle acque cristalline, è quella dei colori che d’autunno incendiano le cenge coperte di foglie scricchiolanti, della neve precoce sulle terre alte. E sempre più, quando oggi ci vado, mi rendo conto che oltre all’inquinamento materiale di un luogo, ne esiste un altro, più sottile e invisibile, che ne danneggia l’anima. Ci sono giorni, appena una manciata in un anno, in cui ancora riesco a cogliere una vaga reminiscenza di un periodo passato. Poi, rido da solo: non sono di quelli che rimuginano sui bei tempi andati, a meno che non abbia in corpo qualche spumantino o un bel po’ di “corretti”. Era nell’ordine delle cose che, prima o poi, la Valle avrebbe perso la sua originaria atmosfera, ma se non si può fermare il mutamento dei tempi, almeno si può tentare di indirizzarne l’evoluzione. Certo, andare a “tirar su” rifiuti sotto i sassi non è cosa piacevole, combattere contro l’asfaltatura dell’ultimo tratto di strada carrozzabile, opponendo a questa soluzione quella dell’acciottolato, non mi ha portato nuovi amici, contestare la costruzione abusiva di un tratture mi ha fatto passare qualche giorno in tribunale. Ma se oggi i “locali” sembrano aver capito il tesoro che li circonda mettendosi a difenderlo in prima persona, mi piace pensare che per una minuscola parte a tutto ciò ho contribuito anch’io.

Su Stomaco peloso al Trapezio d’Argento. Foto: Jacopo Merizzi.

Giuseppe Miotti
Nato a Sondrio il 29 aprile 1954. Professione attuale: ex guida alpina, pubblicista. Inizio attività in Val di Mello: 1974. In Valle è stato uno dei personaggi di riferimento del movimento Sassista, pur avendo partecipato con un po’ di distacco al periodo più fecondo dell’esplorazione rocciosa della Valle. Alpinista di ricerca su tutte le Alpi Centrali, precursore dell’arrampicata su ghiaccio nella zona e, all’epoca, uno dei primi arrampicatori a dedicarsi alla difficile arrampicata “pseudosportiva” sulle strutture rocciose valtellinesi. Popi è anche autore di numerose pubblicazioni.

Marzio Nardi su Nuova Dimensione. Foto: Andrea Gallo.
Jacopo Merizzi su Nuova Dimensione. Foto: Andrea Gallo.
La via più celebrata della Valle: Luna nascente allo Scoglio delle Metamorfosi. Un’entusiasmante successione di diedri e fessure intuita nel 1978 da Antonio Boscacci. Foto: Jacopo Merizzi.

Il Ragno
di Antonio Boscacci

Era il 1988 o il 1989. Il mese poteva essere quello di maggio. O forse era l’inizio di giugno. Non ricordo. Ma sono sicuro che era un mercoledì. Sì, perché il mercoledì era il nostro giorno libero (mio e di Luisa) e lo passavamo quasi sempre in Val Masino. Di solito in Val di Mello. Quella volta, però, avevamo deciso di fermarci al Remenno. Mentre Luisa arrampicava dalle parti della via del Soccorso, io mi ero sdraiato accanto al ruscello. Quello che attraversa il prato, ai piedi della parete sud, Vi scorreva un’insolita quantità d’acqua. Il prato era ancora umido per la pioggia del giorno prima, ma il sole lo stava velocemente asciugando. Dopo una breve occhiata alle persone che si muovevano sulla roccia, mi misi a osservare un grosso ciuffo di Saxifraga rotundifolia, i cui fiori bianchi dondolavano pigri, appena mossi dall’acqua del ruscello e da un venticello tenue. Erano anni che li vedevo crescere sempre nello stesso posto ed erano anni che li osservavo muoversi in quel modo. La loro vista non mi stancava mai. Non erano monotoni. Ogni volta che si muovevano lo facevano in modo diverso. Sempre diverso. Avevo un debole per quelle pianticelle. Non c’erano altri fiori capaci di stregarmi così.

Antonio Boscacci. Foto: Andrea Gallo.

Mentre simili pensieri danzavano qua e là dalle parti del mio ipotalamo, feci una specie di capriola e mi girai. Avevo il viso accanto all’erba. Davanti a me, a non più di trenta centimetri, c’era un piccolo ragno. Se ne stava appollaiato su un filo d’erba. In un primo momento pensai che fosse finito lì ad asciugarsi al sole. Poi, guardandolo meglio, capii che quella era la sua posizione di caccia. Ritto sulle sue otto zampe all’estremità di quel filo d’erba, un po’ piegato verso il basso, aspettava paziente l’arrivo di una preda (non tutti i ragni tessono una tela per procurarsi il cibo; alcuni, come quello che stavo osservando, sono predatori e vanno a caccia).

La visione mi stuzzicò. Volevo assolutamente vedere come sarebbe andata a finire. Rimasi sdraiato a osservare il piccolo ragno, attento a non muovermi per paura che si accorgesse della mia presenza e fuggisse via. Ecco, era trascorso forse un quarto d’ora, che da quelle parti passò un moscerino, Ingenuo (come solo i moscerini possono esserlo), si posò su un filo d’erba a 4-5 centimetri sotto quello su cui era posato il ragno. Il quale, eccitato per la nuova e appetitosa presenza, si sporse dal bordo della foglia. Quindi fece un balzo e in un baleno si pappò il malcapitato.

Tarcisio Fazzini

Da quel giorno sono passati molti mesi, anzi, molti anni. Non arrampico più al Sasso di Remenno. E neppure in Val di Mello. Non so se il ciuffo di Saxifraga rotundifolia sia ancora lì, con i piedi piantati dentro l’acqua del ruscello. Non so neppure se ci sia ancora un ruscello. O l’erba ai piedi della parete sud. Di tutto questo poco mi importa. Quello che invece mi intriga, e che ancora non riesco a capire, è quale parte io abbia avuto in tutta questa vicenda. Sono stato il piccolo ragno o il povero moscerino?

Jacopo Merizzi sull’irripetuta per molti anni e temutissima placca sprotetta di Okosa al Muro delle Vacche, capolavoro di improvvisazione di Boscacci. Foto: Archivio Merizzi.
Mauro Girardi inventa equilibrismi esasperati per superare la delicatissima Savonarola, aperta da Boscacci nel 1989. Foto: Andrea Gallo.
I cugini Fazzini. Foto: Jacopo Merizzi.

Antonio Boscacci
Nato a Sondrio l’11 gennaio 1949 (morto a Sondrio il 30 maggio 2012, NdR). Professione: insegnante di matematica. Inizio attività in Val di Mello: 1975. In Valle insieme a Merizzi è stato il maggior esponente dell’arrampicata d’aderenza, toccando livelli di massima difficoltà. Dotato di un grande senso di autocontrollo e concentrazione anche nelle situazioni peggiori, il nome Bosca è legato alle placche più paurose della Valle come Okosa e Cristalli di polvere, le favolose fessure di Luna Nascente e, dulcis in fundo, al gesto ritenuto provocatorio che mise in atto quando si calò dall’alto insieme alla compagna Luisa Angelici per spittare una serie di buoni itinerari sparsi qua e là nella Valle. Per lungo tempo non hapiù arrampicato in Valle.

Il lungo percorso del torrente della Valle del Ferro. Foto: Andrea Gallo.
1980, Jean-François Hagenmuller apre, “ignaro”, le porte della Via per l’inferno. Foto: Jacopo Merizzi.
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