di Sara Canali
Marco Moraglio è un ragazzo di Genova celiaco e acalasico che di mestiere fa la guida escursionistica e ha l’obiettivo di scalare un Ottomila. Ci racconta il suo sogno.

Una grande appassionato di natura e avventura. È così che si presenta Marco Moraglio, guida ambientale classe 1992, nato e cresciuto a Genova. Dopo un percorso sportivo legato al calcio con un’esperienza nella serie D italiana e nella Serie A di Malta, scopre le montagne. Una passione, quella per l’outdoor, che si lega a una tradizione di famiglia, con i genitori che, come tanti liguri, nei mesi più caldi andavano a cercare refrigerio sui sentieri della Valle d’Aosta. Qui Marco si appassiona di montagna e, passo dopo passo, decide di alzare la sua asticella, affrontando escursioni via via un po’ più impegnative, per arrivare ai trekking di più giorni con pernotto in rifugio fino a quelli in autonomia in tenda.
Un solo ostacolo, la sua celiachia diagnosticata quando aveva solo 18 mesi e i problemi legati all’alimentazioni che il viaggiare e il raggiungere vette portano con sé. Nel frattempo Marco diventa guida GAE, si laurea in Storia e Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Genova con lode e continua il suo percorso con un dottorato di ricerca. Unendo queste due passioni, crea dei percorsi con la volontà di portare le persone sui sentieri storici in natura e raccontando loro i luoghi da un nuovo punto di vista. Inizia sui tracciati di Liguria, Piemonte, Val d’Aosta per poi allargarsi a Patagonia, Ladakh, Iran, Giordania, Etiopia, deserto del Sahara, Kyrgyzstan e così via. Il suo sogno, ora, è riuscire a scalare un Ottomila. Lo abbiamo intervistato per sapere qualcosa di più della sua attività.

Da dove arriva questo sogno dell’Ottomila?
Ho sempre cercato di alzare un po’ di più l’asticella, così dopo le tante avventure di trekking, ho cominciato ad approcciarmi all’alpinismo affrontando alcuni dei Quattromila sulle nostre Alpi. Ma non mi bastava. L’anno scorso ho fatto una spedizione sul versante nord del monte Elbrus in Russia e poi sono andato a scalare in Kyrgyzstan il Peak Lenin che è un 7134. Adesso c’è il sogno di andare a fare un Ottomila.
Cosa ti spinge ad alzare quella famosa asticella?
Sicuramente una grande passione, ma anche un altro motivo. Sono testimonial dell’Associazione Italiana Celiachia e vorrei portare un messaggio, lo stesso che trasmetto quando faccio degli incontri con i ragazzi nelle scuole, per dimostrare che, soprattutto nel 2025, la celiachia non può e non deve essere un freno a quelli che sono i nostri sogni i nostri obiettivi, qualunque essi siano. Ho conosciuto troppe persone che hanno rinunciato a qualche loro progetto dopo la diagnosi. Io non ho solo la Celiachia, ma anche altre due patologie autoimmuni che sono più rare: l’acalasia, un disturbo legato alla difficoltà di ingerire cibo, e l’esofagite eosinofila, una malattia infiammatoria cronica dell’esofago.

Come influisce la celiachia sulla tua attività?
Non tanto a livello fisico, quanto sul piano organizzativo perché spesso le strutture ricettive, i rifugi, non sono abituati a trattare questa malattia. Bisogna stare attenti anche alle contaminazioni, soprattutto all’estero dove questa problematica non è così conosciuta come in Italia. Discorso ancora più complicato quando si tratta di spedizioni di alpinismo, poiché di pasti liofilizzati senza glutine praticamente non esistono e dobbiamo trovare delle alternative che si tramutano in maggior peso da trasportare e meno praticità.
Quanto interessa la parte storica a chi viene a fare escursioni con te?
È un aspetto che interessa tantissimo perché ti aiuta a vedere i luoghi da un altro punto di vista e la divulgazione è un valore aggiunto che può dare una guida escursionistica rispetto a una traccia GPS. Permette anche a chi quei sentieri li ha già percorsi diverse volte, di riscoprirli in un’ottica nuova, con occhi diversi. Mi piace molto raccontare la storia dei popoli della Patagonia o del Tibet, ma ancora di più le storie di “casa mia”. Far riscoprire il territorio ligure, dove sono nato e cresciuto, è ciò che mi ha spinto a fare quello che faccio. Molto spesso, sono le stesse persone che vivono quel territorio, quel paesaggio, a darlo per scontato invece quando hai la possibilità di accompagnarli e di coinvolgerli allora puoi far scoprire delle cose nuove: personalmente è una grande soddisfazione.
