Perché la scienza del clima dà fastidio

La crisi climatica e quella democratica sono sintomi dello stesso malessere: il rifiuto dei limiti naturali, una dipendenza patologica dai consumi e una sfiducia crescente negli esperti. Ecco come si può reagire.

Perché la scienza del clima dà fastidio
(incrina le narrazioni identitarie e sovraniste)
di Matteo Motterlini *
(pubblicato su lastampa.it/tuttoscienza il 15 ottobre 2025)

La scienza del clima nell’Antropocene non è complicata. È solo scomoda. Oggi nessun dibattito scientifico mette in discussione il riscaldamento globale di origine antropica. Il consenso è ampio e trasversale. Eppure nel Paese che per molto tempo ha guidato le classifiche internazionali dell’eccellenza scientifica c’è un presidente apertamente negazionista, che con il suo entourage si è subito impegnato ad aggredire frontalmente l’università e la ricerca. Il tutto in nome del primo emendamento della Costituzione americana e della libertà di parola.

In questo nuovo ecosistema disinformativo non ci viene negato l’accesso ai fatti; ci viene reso impossibile distinguerli dal rumore. Non ci viene tolto il diritto di informarci, ma il tempo di capire. La verità, oggi, non viene più confezionata e imposta come nei regimi del passato: viene dissolta, sommersa in un mare di narrazioni contraddittorie, fino a diventare indistinguibile dalla menzogna. Non si censura, si confonde.

È proprio in questa miscela di ambiguità, disorientamento e sfiducia che anche le questioni più urgenti e vitali si trasformano in campi di battaglia ideologici. Durante la pandemia persino mascherine e vaccini – strumenti sanitari essenziali – sono diventati bandiere identitarie. Non più presìdi medici, ma dichiarazioni di appartenenza.

Dai rapporti dell’IPCC ai lavori di Johan Rockström sui “limiti planetari”, sappiamo che stiamo superando punti di non ritorno entro cui la Terra può sostenere la vita umana in modo stabile. Riscaldamento globale, perdita di biodiversità, deforestazione, acidificazione degli oceani: sei dei nove limiti sono già stati oltrepassati o sono sul punto di esserlo.

Riconoscere questa realtà implica ripensare certe libertà – come quella di inquinare. Ma è proprio sulla resistenza al cambiamento che fanno leva i populismi. Promettono di difendere “il nostro stile di vita”, dipingendo la transizione ecologica come un’imposizione calata dall’alto, voluta da élite lontane dai problemi del “vero popolo”. Invocano la libertà di non cambiare nulla (“drill, baby drill”), la rivendicano come sovranità, la confezionano come volontà di rendere il proprio popolo “nuovamente grande”. Ma una libertà senza responsabilità cessa di essere una garanzia di autonomia: diventa una licenza di danneggiare gli altri. È “la libertà dei lupi, che ha significato spesso la morte degli agnelli”. È il privilegio del più forte: di chi ha più potere, più mezzi, più media, più voce. Di chi ha tutto da guadagnare dal lasciare tutto com’è.

Una libertà compatibile con una convivenza e un pianeta sostenibili, al contrario, richiede un terreno comune: fatti condivisi, limiti riconosciuti, regole giuste e vincoli che proteggano i più vulnerabili – il Sud globale e le generazioni future. Perché senza un quadro comune di diritti e doveri, la libertà diventa privilegio, e la giustizia arbitrio. I populismi e i nazionalismi costruiscono consenso, negando il problema del clima o minimizzando e spostando la colpa altrove. Ma la crisi climatica, per sua natura globale, interdipendente e intergenerazionale, smaschera questo inganno. La CO2 non si ferma coi muri, i dazi o gli hotspot delocalizzati. Non si può agire da soli, né salvare solo la propria economia, il proprio territorio, il proprio elettorato.

Ecco perché la scienza del clima dà fastidio: perché incrina la narrazione identitaria e sovranista secondo cui possiamo bastare a noi stessi. E per questo viene denigrata, deformata, derisa.

Non è successo solo con Donald Trump, che ha definito il cambiamento climatico “una bufala ordita dalla Cina per indebolire l’economia USA”. Jair Bolsonaro ha smantellato le tutele dell’Amazzonia, appellandosi all’autonomia economica. Javier Milei descrive l’ambientalismo come una bugia socialista. E in Italia le politiche ambientali vengono bollate come “eco-follie di Bruxelles”. Ma il clima non conosce frontiere. Negarlo, in nome della sovranità nazionale, non ci renderà più liberi: solo più soli ed esposti.

La crisi climatica e quella democratica non sono problemi slegati, ma sintomi dello stesso malessere: il rifiuto dei limiti naturali, una dipendenza patologica dai consumi, una sfiducia crescente negli esperti e una paura radicale del cambiamento. Due crisi che si alimentano a vicenda, aggravandosi reciprocamente. E che richiedono un approccio unitario che includa la ricostruzione di legami di fiducia, l’adozione di regole comuni, e la legittimazione di un sapere condiviso su cui fondare la deliberazione pubblica.

Senza fiducia nella scienza non è possibile un’azione climatica efficace. E senza un terreno comune per il confronto politico non può funzionare la democrazia. Affrontare la crisi del clima significa rafforzare le pratiche democratiche. Non solo per definire politiche ambientali più giuste ed efficaci, ma per ottenere quel consenso pubblico senza cui nessuna trasformazione è davvero possibile.

In un’epoca in cui il negazionismo climatico si presenta come libertà di opinione riaffermare il valore della scienza è l’atto più radicale per difendere insieme il pianeta e la democrazia: l’unico modo per tenere viva la possibilità di capirsi, ascoltarsi e decidere insieme come cambiare rotta.

Matteo Motterlini * Professore ordinario di Logica e Filosofia della scienza, Università Vita-Salute San Raffaele. E’ autore del saggio Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai, edito da Solferino.

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8 Comments

  1. says: bruno telleschi

    La scienza dà fastidio? Il problema non è la verità della scienza, ma la presunzione degli scienziati che si improvvisano politici o stregoni. Infatti alla conoscenza delle cause non corrisponde necessariamente la cura degli effetti a meno di non avere una bacchetta magica.

  2. says: Luciano Regattin

    Telleschi, felice per te che in tutta la tua vita non abbia mai avuto necessità di cure mediche. Perché sai, anche in quel campo ci sono scienziati presuntuosi che potrebbero utilizzare la bacchetta magica al posto del bisturi e la pozione della fattucchiera Amalia al posto dei farmaci.

  3. says: Grazia Pitruzzella

    L’autore inciampa compiendo lo stesso errore di cura il proprio orticello senza badare al resto, come non fossimo tutti isole dello stello pianeta e chiama in causa i lupi, esseri che vivono in maniera naturale e che, come tanti altri animali, umani compresi, rischiano di estinguersi.

    Luciano, sembrava che avessi bisogno di un intervento, ma ho avuto la fortuna che l’appuntamento con il chirurgo fosse dopo ben tre settimane e questo mi ha fatto scoprire che non avevo nulla di grave e che l’infiammazione (avevo insinuato qualcos’altro!!) se n’è andata con rimedi erboristici.
    Da pochissimo, grazie ad altri pareri, un amico ha scongiurato un intervento che lo avrebbe fatto entrare in un tunnel senza uscita.

    Non è questo, tuttavia, il tema dell’articolo.

  4. says: Grazia Pitruzzella

    E commette anche l’errore di generalizzare, parlando di esperti. Gli “esperti”, per il popolo, sono quelli che vanno in televisione, non gli scienziati che stanno in laboratorio. Ascoltando una voce unica, che per volontà precisa, cambia direzione in base al vento, finisce per essere sfiduciato, credendo che gli scienziati hanno tutti il medesimo atteggiamento.

  5. says: Luciano Regattin

    Ho capito Grazia. Intendi dire che le cure mediche sono inutili, altrimenti il tuo commento non avrebbe alcun senso. Milioni di ricercatori nel mondo considerati pattume, da Ippocrate in poi, contenta tu…

  6. says: Damascus

    Analisi radiometrica ha determinato che il pianeta Terra e’ stato formato, con forme circa attuali, 4,5 miliardi di anni indietro, assorbimento gravitazionale di grosse meteore di corpi naviganti nel sistema solare allora flottanti e circolanti le fascie attorno al Sole, nel quale il Sole era un elemento partecipe ma minimo della nostra galassia, Via Lattea, che si stima formata circa 15 – 17 miliardi anni fa’. Quindi, romperci la testa per cosa succedera’ al nostro pianeta fra 50 anni, 1,000 anni, un milione di anni nel futuro e’ puramente un esercizio inutile e solamente accademico.

  7. says: Ratman

    In questo articolo o c’è della ignoranza o della cattiva fede.
    Quello scientifico non è un metodo democratico: le conclusioni sono si condivise, ma in forza della loro evidenza.
    Quello democratico non è un metodo scientifico: le conclusioni sono accettate da tutti perché esito di un accordo.
    Se non c’è accordo tra scienziati sul catastrofismo climatico non è un problema di carenza di democrazia, ma forse di debolezza teorica.

  8. says: Ginodacivass

    ha ragione, usando mille parole non certo semplici d allineare per capire la profondità del problema. Siamo noi i primi che il nostro modello di vita è esagerato e non vogliamo perdere quel che abbiamo. Guardiamo il grammo di co2 mentre stanziamo cifre esorbitante x la guerra ,  continuiamo a lavorare distanti da casa quando possiamo farlo in casa , non produciamo più nulla se non dialoghi noiosi , tanta carta ,carte, libri , congressi incontri , la classe politica distante nessuno guarda il futuro x i nostri figli, non abbiamo rispetto per nulla pet non perdere nulla. Andiamo a sciare senza neve , Cioè siamo inutili,  tristezza

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