Lassù, le ultime

di Paolo Crosa Lenz
(pubblicato su Lepontica n. 17, febbraio 2022)
Immagini: R. Mortarotti GR: grazia ricevuta, Grossi 1987 e B. Mazzi Pascoli sotto il cielo, 2008

La montagna del Novecento era la montagna delle pastore. Sono state le donne le protagoniste dell’ultima stagione rurale sui monti dell’Ossola. Gli uomini erano a lavorare “in piano” (a tetto, in fabbrica) oppure emigranti. Erano le donne che percorrevano i dossi e i costoni a fare erba, che si piegavano sugli orti roncati a coltivare patate, che lavoravano il latte per produrre burro e formaggio, che portavano il fieno con i scìvròn.

Sono loro che “portavano”: erba e fieno, le corde dei boscaioli, la legna per il fuoco, il burro e il formaggio al piano, il cibo agli operai che costruivano le trincee della Linea Cadorna.

Le donne “spazzavano” la stalla e pulivano le rungie, le rogge che conducevano l’acqua per gli animali e la fertirrigazione, prima dell’avvento del tubo di plastica nero. La sera, dopo una giornata che non era mai finita, si riunivano nelle casère per filare e faa vela, cioè a chiacchierare e a far passare il tempo; era il momento dello svago in cui si manifestava prepotente il bisogno di comunicare: si raccontavano le vicende degli alpeggi, si narravano le favole che si tingevano di leggenda e le più giovani sussurravano i primi amori. Nel 2007 una brava ricercatrice di storia orale ha scritto un libro straordinario sull’universo femminile nella Bassa Ossola raccogliendo preziose memorie di vita e di lavoro (Virginia Paravati, Aspettando la luna nuova). Erano gli anni del passaggio dal lavoro all’alpe al lavoro in fabbrica.

Il libro, frutto di interviste realizzate con rigore scientifico, ruota attorno alla figura di Emma, ostessa della “passerella” sul Toce.

Il fiume come simbolo di passaggio tra due campagne e due montagne, il fiume con una naturalità che, col suo lento scorrere, racconta storie di uomini e soprattutto di donne.

Una di loro ricorda: “All’alpe sono andata che avevo tredici anni, quasi quattordici, nel 1934- 35. Andavo su da sola… da sola con due sorelline. La mamma stava giù, per via della campagna e veniva su ogni tanto. Andavo su all’Ultusvendi in giugno, verso il 6, 7 o 8, prima della metà e stavo su fino alla Madonna del Boden, a settembre.
Anzi, dopo che le mie sorelline scendevano, io stavo ancora un quindici giorni da sola… Ero su con due mucche e un vitello, perché avevo già le due sorelline da guardare. Io avevo quattordici anni e le altre una quattro anni e l’altra due. Ogni tanto arrivava la mamma, facevamo quello che potevamo! Io mungevo, facevo da mangiare: facevo i
frigai a mezzogiorno, alla sera riso e latte, alla mattina caffelatte, ma sempre frigai a mezzogiorno… Facevo anche il burro. Noi non vedevamo nessuno, vedevamo al lunedì mattina passare i boscaioli che andavano a tagliare più in alto e al sabato che scendevano. Si potevano contare le persone che vedevamo. Quando eravamo all’alpe, l’unica festa che facevamo era per Santa Marta, a fine luglio.
Al pomeriggio si festeggiava perché è la santa protettrice dai morsi delle serpi e allora non si lavorava. Fino a tardi eravamo fuori con le bestie a pascolare, dopo che le ritiravamo stavamo lì un po’ fuori dalla porta a chiacchierare con l’Anna e la Valeria; loro erano lì vicino a noi. Si parlava del più e del meno, qualcosa così: ‘Dove andiamo domani a fare l’erba, cosa facciamo?’
.”

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