Nina e Nes

di Andrea Gobetti
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 219, dicembre 1998)

Nestore Pautasso era un torinese di stampo salgariano, assetato dei vasti panorami dell’avventura esotica e capace di scovarli anche in un supermercato scalcinato tra i variopinti costumi del popolo extracomunitario. Nell’ultimo giorno dei 35 anni passati in fabbrica rise per la prima volta lì dentro, un attimo prima della sirena di fine turno. Per l’emozione del momento s’era immaginato pensionato a Borghetto Santo Spirito, o forse a Loano, impavido nei suoi sandali sormontati dal bordo d’un corto calzino color vinaccia, che confidava al suo compagno di panchina sul lungomare: «Belàndi, dopo 10 anni di pensione mi sento ormai un lupo di mare!».

Il vicino immaginario non sapeva rispondergli altro che «neh!» e, rispettato un doveroso minuto di silenzio, rievocare l’ingranaggio del cambio delle FIAT così come gli si era evoluto tra le mani, dal dopoguerra alla fine del millennio. Scosse la testa e sorrise. Suonò la sirena. Basta!

Di lavoro non voleva parlare più. Era un incubo ed era finito! Belàn e belandròne!

Nestore Pautasso, squadra manutenzione, aveva rapito Nina, sua moglie, inviatagli in trekking dal destino ventisette anni prima a metà del sentiero delle Cinque Terre. Non credeva ai suoi occhi quando l’incontrò, tanto sembrava chiaro che lei fosse destinata a lui. Per rivolgerle la parola, le chiese se per caso non avesse una cartina. «Lunga o corta?» chiese lei. A lui vennero le lacrime agli occhi quando la sentì parlare. Era la voce che avrebbe voluto sentire per tutta la vita. Divenne tutto rosso e sussurrò: «Veramente intendevo al 25mila, ma va bene anche lunga».

Fu fulminato dandole la mano e gli andò bene che il fulmine bruciò anche lei.

Bellezza ligure, lei aveva sopportato Torino per amor di lui che la chiamava: palma, palma dattifera, o palma da cocco se stavan litigando.

Lei tubava: «Bello! Sei forte come i ghiacciai, in fondo a via Cavour». Abbracciato a lei, le sussurrava di sentire nel suo cuore il calore del sangue saraceno e nel suo respiro il vento salato dei corsari. «In cambio del mare» gli propose lei «dammi l’oceano dell’alto mondo». «In salita o in discesa?» ansimò lui. «Sarai mica tirchio?» rise Nina. «Tutt’edue!».

«Sì… » concluse Nestore. «Ti porto a sciare» e comprata una degna attrezzatura da scialpinismo la portò per monti e per valli di cui entrambi si innamorarono.

Da quei giorni di tanti anni prima, era cominciata l’attesa della pensione con slancio fervido e meticolosi accorgimenti. Era come se stessero preparando una spedizione polare col comandante Shackleton. Materie d’allenamento alla vita libera diventarono tattica e strategia, economia domestica e da viaggio, cartografia, conserve alimentari, enigmistica, collegamenti amichevoli internazionali, astuzie diaboliche, giochi, lingue straniere, fisarmonica, balistica. A queste, ovunque possibile, s’integravano le esercitazioni di alpinismo, scacchi, pesca alla mosca, boccette, sci e altre tranquille attività in cui si impara a cogliere il tempo e l’occasione. In quella grande impresa famigliare Nina s’occupava della casa, dei lavoretti occasionali ben pagati e di tenere a mente le frasi celebri di lui. «Attraversare da un capo all’altro la giungla del lavoro sarebbe dura, dura anche per Sandokan», le confidò dieci anni dopo il vecchio Nes «è come una tela di ragno, stesa sulla palude della noia. Se non sei nato aracnide ci vuole molta attenzione per non far la parte della mosca». «Mio eroe!» sospirò Nina attirandolo a sé. «Un giorno saremo liberi» gridò ancora Nestore prima di sprofondarle addosso. «E in camper, finché ci regge il cuore».

Il giorno era arrivato. L’affitto di casa era stato disdetto a suo tempo e lei lo aspettava fuori dai cancelli dell’opificio, a bordo di un comodo camper blu, di seconda mano, stivato di sci, canne da pesca e altro materiale utile ai pensionati. Primo obiettivo: montagna! Ultima sosta dall’amico lavavetri e commerciante curdo. Selim, una delle rarissime persone a Torino con cui Nes aveva voglia di parlare, ascoltare, rispondere, perché in lui c’era l’eco di quel mondo lontano che aveva sempre sognato e mai raggiunto.

Pautasso era abituato fin dall’infanzia a convivere con uomini e famiglie venute da lontano a star male a Torino. Prima era stata la grande fabbrica ad attirarli ed evacuarli a seconda delle sue esigenze, poi la televisione aveva trasmesso la pubblicità della ricchezza italiana sulle sponde del Mediterraneo, che drenava disperati sin dal profondo di tre continenti. Pautasso accettava la situazione. Era ostile a chi professava a gran voce l’odio, ma diffidava anche di chi, sempre a gran voce, dava per principio ragione agli emigrati. Aveva visto come i penultimi arrivati diventino spesso i primi razzisti, e ne era rimasto non poco deluso già da molti anni. «Così vai via», disse il lavavetri quando ebbe ascoltato le novità, mentre, dietro a Nes, il serpentone di macchine infinite si muoveva senza andare da nessuna parte. «Hai finito di lavorare».

«Per sempre» sottolineò Nestore con entusiasmo. «È durato per 35 anni di seguito… riesci a immaginare?». Selim fece mostra di provarci aggrottando le foltissime sopracciglia, poi scosse la testa, era troppo per lui. «Posso pensare 35 anni di prigione, no di lavoro. Io sempre disoccupato. Tu finito il lavoro e vai in montagna» disse Selim tristemente: «Io vengo da montagne e non trovo lavoro. Forse tu trovi me lavoro in montagna».

A Nestore venne da ridere, lui trovar lavoro, dare lavoro… si vede che era diventato un gran signore… da tre ore non puzzava più di tuta blu e già gli si chiedeva di dare o trovare lavoro. Però gli dispiaceva deludere Selim, durante un anno di frequentazione erano diventati amici, lo invitava a cena con la moglie Hannah un giorno su sette e mentre dopo cena le donne confabulavano di cucina e conserve loro giocavano al back-gammon e fumavano la pipa. Selim era contento di quella serata in cui si sentiva come a casa sua, almeno quanto Nestore, che così s’illudeva d’essere in avanscoperta con una pattuglia curda sulle alture del Lago di Van.

«Un mestiere, a dir la verità, in montagna ci sarebbe… » disse Nestore tanto per dire «portare i sacchi. Te la sentiresti di portare i sacchi agli sciatori che attraversano le montagne?». «Per 35 anni?» chiese Selim, diffidente, mettendo subito le mani avanti. «Da noi il carico lo portano le donne». «Ma dai, vergogna, qui poi nessuno paga per caricare una povera donna come un mulo. Tu potresti farlo, non Hannah».

«Da noi il carico lo portano le donne» ripeté Selim con lo stesso tono. «E Hannah, quando scappammo agli Iracheni, riuscì a trasportare più di 60 chili».

«E allora?». Incalzò Nestore. «Io potrei controllare che preghi e tenga il velo e pulire le macchine parcheggiate».

«E se poi la tua donna guadagna più di te, non è male?».

«Mi dà soldi e non c’è problema!».

Nina alzò gli occhi al cielo. Che roba le toccava sentire? Chiedere un lavoro per appiopparlo alla moglie! Dopo un attimo d’incertezza, Selim s’illuminò: «Io pregherò Allah che le dia lavoro. Metterò mio tappeto su neve e pregherò anche per lei, se lavora e non può».

«Da noi di solito erano le donne a pregare e gli uomini a lavorare», osservò Nina disgustata.

«Perché noi preghiamo Dio, voi Madonna» ribatté Selim.

«La Madonna è più buona!» sbottò Nestore che riusciva benissimo a farla navigare nel suo generale ateismo con struggenti invocazioni.

«Ma Dio è più potente!», sorrise furbo Selim «Hannah ha molte sorelle e cugine, faremo lavorare tutte e anche figli».

«Ma hai detto che i maschi non possono portare pesi».

«Via, via!», sorrise Selim «Se ragazzi, possono!».

L’indomani, mentre il vento della libertà soffiava oltre i deflettori del camper, Nina ricordò il dialogo.

«Un bell’affare davvero», borbottò «Bella proposta! Sfruttamento dei minori e delle donne profughe! Potreste organizzare insieme carovane di espatri clandestini, e poi le prostitute, la tratta degli schiavi!».

Nes scoppiò a ridere: «Quand’ero giovane e forte», ricordò «volevo organizzare una spedizione in Pakistan per vendere tutti miei compagni a qualche califfo pederasta!».

«Tu», disse Nina con voce seria «dopo 35 anni di fabbrica, ne vuoi fare altrettanti di galera». Ma Nestore non ascoltava più. Se trovava qualcuno disposto a portargli il sacco in montagna estendeva all’infinito l’età d’oro della sua pensione. Giunta sui monti di Framedor la bella coppia si dimenticò di tutto ciò che di neve non era, curdi, berberi e altri montanari del Terzo Mondo compresi. Per un mese sciarono intensamente senza togliersi la voglia di neve per decenni compressa. Un giorno poi si spostarono sulle più famose montagne di Turpinia; volevano scalare il Pizzo Mazzarolo senza badare a spese. Partiti di buon mattino s’accorsero presto che era una montagna più frequentata di quelle a loro solite. Piste in discesa, tagliate nelle abetaie, venivano servite da rapidissime seggiovie e s’intersecavano a itinerari di salita su cui correvano scialpinisti e fondisti in gran quantità. Cartelli segnalavano in ogni direzione rifugi, ristoranti, sciovie e funivie. Era questo il paese di Bengodi?

Il rifugio era affollato. Riconobbero nella sala da pranzo un giovane biondo e un signore più maturo dal cranio rasato che li avevano superati lungo la strada del rifugio viaggiando ad alto ritmo. Nina e Nes li avevano disapprovati silenziosamente, ché le ore della salita parevano loro le più belle proprio perché le più lunghe, ma, vedendo tra i tavoli del rifugio due posti liberi accanto a loro, vi si sedettero senza imbarazzo.

«Prego! Prego!» disse freddo il giovane col distintivo da guida alpina-Bergführer «Oramai siamo tutti Europei no?».

«» assecondò il cliente. «Tanto qui siamo in montagna, al riparo da disokkupati…».

Nes li guardò curioso, parlavan bene l’italiano per essere quel che erano.

«Ah, vedrete!» sbottò Nestore ordinando una bottiglia di rosso per riscaldar l’ambiente. «Vedrete che ne passeranno a migliaia anche da qui, prima o poi, un vero fiume umano… Tanto c’è già la pista battuta». Rise alla sua battuta. Ma fu il solo. Versò il vino anche ai due nuovi conoscenti che accettarono il brindisi esclamando: «La barca è piena!».

Al che Nestore sollevò le sopracciglia e chiese: «Che vuoi dire?».

«Già troppi immigrati» spiegò il cliente. «Vinca il migliore» gridò Nes rispondendo al brindisi e tracannando il bicchiere. Ora erano gli altri a non capire. «Ma non è problema anche per voi italiani e italiani… del sud?».

«Ah sì?» si scaldò Nestore «E a voi sono più simpatici gli italiani… del sud» disse “sud”, mimando a perfezione l’imbarazzo con cui il robusto di mezz’età aveva espresso quel punto cardinale «che gli albanesi? O i siciliani più dei curdi?».

«Ma è un problema molto serio», si frappose la guida, nata comunque a sud della frontiera «per chi vuoi lavorare. Ogni giorno ne sbarcano a migliaia». Mentre Nina ordinava due piatti d’ordinanza di polenta e camoscio al civet, Nestore bevve una lenta sorsata e non mollò il discorso.

 «Lo sa lei che il giorno in cui scoppiò la guerra tra l’India e il Pakistan orientale, ora Bangladesh, tre milioni di profughi arrivarono in un giorno soltanto a Calcutta?».

Ma non ebbe il tempo d’assaporare con una lunga pausa l’evocato scenario apocalittico, per cui nessuno fuori da Calcutta aveva fatto una piega, che già il giovane rispondeva.

«Cosa c’entra Calcutta? Io voglio fare un lavoro ordinato specializzato, garantito da una scuola adeguata e assicurato!».

«Forse perché tu sei un meridionale dì Germania e preferisci le tue mafie al liberò mercato» rispose Nes seccato e seccando. Il cliente aggrottò la fronte, la guida s’imporporò. Era la prima volta che gli davano del terrone. Nestore continuò imperturbabile.

«Non c’è forse più nessuno che pagherebbe per farsi portare il sacco, secondo voi? Sarete mica diventati dei pelandroni tutti pista e palestra?».

I due finirono il loro vino senza sorridere, il cliente sembrava lontano miglia e miglia da quel tavolo. Incoraggiato da un altro bicchiere Nestore insistette nell’oratoria.

«Riesce a immaginarsi una compagnia di guide che dia lavoro a portatori berberi, curdi, albanesi?».

«Facilmente» rispose la guida. «Con i clienti sgozzati e rapinati!». Il cliente ebbe un sussulto al civet, l’immagine era stata un po’ troppo forte per le sue budella. La guida cambiò tono, diventando accattivante.

«Economici lo sarebbero senz’altro… dopo che t’han rubato il sacco non vengono certo a chiederti la paga… ».

Il cliente esplose in una risata liberatoria che la guida interpretò come un battimani. Dopo un’occhiata sincronizzata i due si alzarono spostando le sedie.

«Signor mio» disse la guida in tono scherzoso «se sente bisogno d’un portatore è meglio che cambi dieta, oppure si limiti col Viagra!», rise da solo alla sua battuta e augurò una formale buona notte.

«Buona notte» rispose Pautasso al fondo della sua bottiglia.

L’indomani Nina e Nes stavano salendo il pendio finale del Pizzo Mazzarolo con sapienti zig-zag per coglierne ogni debolezza, quando furono superati, a gran carriera, dalla detestata coppia. La traccia che segnava la guida era diritta, seguiva senza tentennamenti la linea di massima pendenza. Nestore li guardò sudare con bocca e occhi dilatati dallo sforzo e non si trattenne.

«Dritto per dritto eh? Magari speri che il terzo bastone così prende l’esempio, eh mister Viagra?!». L’altro sollevò con una smorfia gli occhi dal frequenzimetro senza diminuire la velocità del vorticare degli arti. Il cliente gli mulinava dietro, orgoglioso di farcela. A lui Nestore gridò: «Questa è droga, non è sport, svegliati! Se ne stanno accorgendo tutti!».

Dal volto paonazzo e sudato quello scoccò un’occhiata d’ira, ma non disse una parola per non compromettere la performance. Quando si furono allontanati Nina pregò: «Dai Nes, piantala lì, anzi torniamocene giù da un’altra parte, ho come un presentimento». Ma Nestore fu irremovibile, voleva la vetta e il mondo che quei due gli rappresentavano sembrava assolutamente impotente, steso almeno tremila metri più in basso. I due l’avevano aspettato lassù. Lo sfidarono.

«Fammi vedere se hai gli sci lunghi quanto la lingua» disse la guida in tono di sfida. Nestore accettò. Si buttarono di sotto per canali, tracce di valanga, bosco e cespugli. La soddisfazione di batterlo Nestore non gliela voleva lasciare, ma i suoi muscoli e, peggio ancora il fiato, non erano all’altezza del suo spirito. Per un po’ compensò col coraggio della follia recuperando terreno nei punti più scabrosi, poi sbagliò una curva e tirò un capitombolo pauroso, spezzò uno sci e per miracolo non del tutto la schiena. Sorretto da Nina, ritornò al camper sconvolto dall’odio e dal dolore. Vide gli odiati rivali partire, con uno sforzo supremo annotò la targa. «Vi farò sparare da un albanese» promise loro dal fondo del cuore.

Quella sera sul camper dei due sfiorì la gioia e venne il mal di schiena, fetentissima cambiale capace di far fallire anche l’azienda di buonumore più collaudata. Nei giorni successivi crisi di sciatica alla gamba destra s’alternavano a “colpi della strega” e questi ad altri colpi che Nestore dava con la testa nel pavimento del camper chiedendo ad alta voce alla sua compagna l’eutanasia in cambio di tanti anni di felicità coniugale.

«Sono morto! Uccidi un uomo morto!» ululava fatale dall’umida cuccetta «Sono spezzato Nina! Dopo soltanto un mese di pensione, uh cristu d’an cristhu! Voglio morire!».

«Semmai insieme», disse Nina tranquillamente.

«Col gas?» chiese lui speranzoso.

«No, caro, vado a sbattere contro un furgone di pompe funebri».

«No belàn! Che sfasciamo la carrozzeria e ci facciamo solo altro male».

«Allora ti porto a Ischia. Alle terme».

Nestore ci pensò su abbastanza da interrompere il mugolio di dolore, e sospirare: «Con quel che costa la benzina, fossero più vicine sarebbe meglio».

Nina si rallegrò del vistoso miglioramento del consorte che nuovamente riusciva a sentir dolor di portafoglio come nei giorni migliori. «Cerco sull’atlante caro?». «Sì… no, meglio che guardo io, cerca un lampione e accosta che le pile costano».

Nina obbedì, una fessura di luce penetrò nell’abitacolo e andò a illuminare una striscia di sette righe sull’atlante delle terme e delle fonti tra le mani di Nestore. In quella porzione illuminata il pensionato lesse: «Terme di Armadeglio m. 812 slm – Appennino Tosco Emiliano». Poi con uno sforzo disperato passò il libro a Nina e ricadde sul lettino dove cominciò a dimenarsi come una tartaruga rovesciata. Nina ingranò la marcia e spinse all’economica velocità dei 90 all’ora il camper verso le colline della Toscana.

Nestore ululava a proposito di biglie di dolore che lo fiondavano fiammeggianti e rimbalzavano dalla gamba alla spina dorsale lasciando una scia di paralisi. In curva il gemito diventava raglio che s’inerpicava in maledizioni a «quel fetente». Queste s’allungavano come serpenti nell’immaginazione del sofferente, a un bastardo colpevole se ne aggiungeva un altro, ancor più bastardo e ancora più colpevole, e, come in una catena di Sant’Antonio, il crimine d’aver rovinato una pensione appena nata raggiungeva per ramificate derivazioni tutti i responsabili di quel modo d’andare in montagna che lui – stronzo! – aveva sfidato e s’era fatto tanto male. Da quel momento il suo lamento perse ogni compostezza virile per abbandonarsi ai sogni d’una iena nella notte. Non sarebbe più morto, doveva vivere per vendicarsi.

Nina quella voce l’aveva già sentita altre volte. Trattenne dolcemente il volante con le costole e si mise le mani nei capelli.

Armadeglio era veramente un posto magnifico. Il pensionato giudicò positivo il gelato e salubre il clima. Il dottore fu gentilissimo, ma irremovibile: non poteva affrontare alcuna cura osteopatica stando sdraiato giorno e notte sul lettino marcio del camper, arredato dai vestiti ancora bagnati di neve. Si cercasse dunque un posto, economico finché voleva, ma asciutto, e si sarebbe potuto procedere alle cure.

«Tornerò domani!» promise Nestore poco convinto. Nina ce la mise tutta. Lo spettro di un’estate di lamenti col miserabile relitto della vita che gemeva vendetta di fianco a lei era terrificante. Cercò come un cane da tartufi l’odore del prezzo buono e si lasciò trasportare dal fiuto oltre il borgo principale fino a un paesello nei dintorni dove trovò una locanda soleggiata e di eque pretese. Alla padrona la femminile bonanza cascava dalla testa ai piedi rimbalzando copiosamente sul seno e questo piacque a Nestore, mentre di lei Nina lodò, in cuor suo, il piglio spiritoso e la parlata arguta, ottimi elementi per snidare i tarli che rodevano il suo uomo. Per di più non era possibile tenere il camper maleodorante, greve di maledizioni, se non a qualche centinaio di metri da quell’appartato belvedere e i trasporti venivan fatti a dorso d’asino. Questo fatto indusse Nestore a contrattare una buona riduzione delle tariffa in cambio della cura dell’asino di cui avrebbe potuto benissimo occuparsi Nina.

Alda, l’ostessa, sorrise e gli accordò un giubilante sconto del trenta per cento che sciolse Nestore improvvisamente di altrettanto dolore lombare e gli allentò le gengive contratte sino a fargli sorridere: «Signora Alda, li spenderò tutti in vino e da lei».

Due settimane passarono meravigliosamente essendo per Nestore l’attenuarsi di quel dolore una gioia più grande di quanta altra mai ne avesse potuta immaginare da sano. Fiorivano le giornate di primavera e, sul vicino Appennino, una bella nevicata aveva ingrassato le lingue di neve. Il costo della pensione era stato ulteriormente ridotto grazie alle molteplici applicazioni di Nina e questo tempo libero gratuito gonfiava balsamici cuscinetti di serenità tra le vertebre del povero Nestore. Si contraevano però in dolorosi spasmi se andava a pensare, o qualcosa gli ricordava, insieme alla montagna, qualche presunto complice dell’odiato Bergfürher. Allora sputava per terra, tracciava una croce premendoci sopra il piede e lo malediceva aggiungendo ogni volta qualcosa e qualcun altro all’elenco dei maledetti. Finché un nuovo pensionante mai visto prima, una specie di struzzo spettinato con naso e orecchie enormi, pendenti sul colletto d’una nera palandrana, si sporse dal tavolo vicino e interruppe il suo truce monologo rivolgendogli un perentorio: «Permette?». «Certe cose soltanto, non altre», ribatté Nestore duro.

«Questo conferma la mia intuizione» s’illuminò lo struzzo oscuro.

«Se è quella di lasciarmi perdere, non ne nego l’esattezza».

«Al contrario, caro collega» s’illuminò il funereo aviforme.

«Mi chiamo Rigor Mortis, iettatore di professione, forse avrà già sentito parlare di me!».

A sentir quel nome Nestore si genuflesse alla telemark toccandosi i testicoli con ambedue le mani: «Sì maestro!» sorrise raggiante: «Ho già sentito parlare di lei!». Non provò alcun dolore durante la genuflessione e contemporaneamente ebbe la sensazione gradevolissima che invece se lo stesse succhiando la sua becera guida. Tutto merito del grande Arsenio Palinuro Rigor Mortis!

La sua fama era meritata, durante la sua ultima battaglia con il mondo aveva fatto fallire non uno, ma tre colossi delle assicurazioni, colpendoli con dei disastri talmente precisi per forme e modalità che neppure le clausole più vili e nascoste erano riuscite a parare. Le ferrovie d’un intero stato erano in ginocchio perché un capotreno aveva multato una sua mite zietta, con la perfida astuzia della mancata obliterazione. L’economia giapponese era allo sbando da quando il suo cartone animato preferito era stato sostituito con le stupide gesta di giocatori di football immaginati da giapponesi.

Nestore s’inginocchiò di nuovo e ripeté il suo grazie ad Arsenio Palinuro Rigor Mortis, ultimo difensore degli oppressi in questo mondo di merda.

«Ma amico!» lo rialzò Rigor «Intendevo felicitarmi per il potenziale di iettatura che lei cela sotto la sua simpatica indole. Le propongo un brindisi!». E per convincerlo disse in fretta e a voce più bassa: «Questo posto è particolare, benedetto diciamo, sensu lato, e non ci sono pericoli di correnti statiche dovute… diciamo… al mio lavoro».

Fiducioso nel maestro portasgarro, Nestore levò entusiasta il bicchiere che Rigor Mortis gli riempì fino all’orlo. La cena fu piacevolissima, Alda stuzzicava Rigor con risate e ironia e lui si dimostrò un parlatore arguto e un attento ascoltatore, cauto nel giudicare, ma corrosivo nello spolpare l’osso della verità. Ed era umano e gaudente, aspetti che non sembravano a prima vista compatibili col suo mestiere. Da allora divenne consuetudine di sedersi a tavola tutti e quattro assieme, finita che fosse la cena dei clienti.

In una di quelle deliziose cenette di tarda primavera Rigor acquistò la totale fiducia di Nestore, che gli confidò le sue disgrazie e le sue aspettative di vendetta che nel frattempo s’erano globalizzate su tutti coloro che avevano fatto della montagna un mercato, un’aula magna, uno stadio, una fabbrica… «Se ho ben capito» riassunse Rigor due ore di lamenti «lei vorrebbe maledire l’intero corpo delle guide, un numero imprecisato di clienti, gli organi centrali e periferici dei club alpini di almeno sette paesi, i promotori e i praticanti d’ogni sport alpino competitivo nato negli ultimi 20 anni, istruttori provinciali, regionali e nazionali di tutte le discipline, direttori e redattori di pressoché tutti i bollettini e le riviste scritte in sei lingue diverse, un treno di fotografi, industriali, dirigenti e rappresentanti commerciali d’ogni prodotto in uso non assolutamente necessario, azionisti e gestori di impiantì, villaggi turistici, alberghi e campeggi organizzati, nonché custodi di rifugi cari e alla moda, utenti e mano d’opera riguardante la segnaletica alpina, le vie chiodate, ferrate, innevate artificialmente, gli abitanti di Chamonix, Cortina et palaphernalia tantum… Tecnici del soccorso, guardaparco insolenti, organizzatori e frequentatori di gite, trekking e vacanze e ultimi, ma non per catastrofica valenza, gli ecologi rampanti e farisei. Se ho dimenticato qualcuno mi perdoni che la lista era lunga».

«Va bene così», s’accontentò Pautasso «meno quei cinque o sei che mi stan simpatici». Rigor alzò gli occhi al cielo e spalancò le braccia: «Non è possibile!».

«Facciamo allora senza eccezioni» rispose Nes sopprimendo una lacrima di coccodrillo.

«Mi riferivo al tutto, non a quei cinque o sei» continuò con voce cortese Rigor Mortis.

«E perché mai!?» ringhiò Nes.

«Sarebbe superfluo e io odio lo spreco d’energia».

Alda prese la mano di Rigor e dopo essersela strofinata sul generoso seno per scaldarla la baciò dito per dito. Rigor sorrise: «Ho capito molte cose da quando conosco questa signora».

Nestore ci restò di stucco, contrariato. Che c’entrava ora una scena d’amore? Era il momento d’un bagno di sangue, quello.

«Come superfluo?» domandò.

«I signori di cui lei riferisce sono più di quanti lei sia riuscito a nominare, ma tutti sono condannati all’esilio anche senza il mio intervento. E c’è in mezzo anche lei, mio povero amico, visto che intendeva fare affari coi portatori extra-comunitari. La prognosi è infausta già da parecchi anni. Al tempo lei forse era in fabbrica e non se ne è accorto».

«Di cosa?».

«Crisi allergica» disse con tono dottorale. «La maggior parte dei pensieri che hanno ora gli uomini delle categorie da lei tanto diligentemente selezionate sono allergeni per i monti».

«E come se ne è accorto?» proferì Pautasso, stupefatto.

«Reazione antiallergica acuta, con violenta sintomatologia depressiva» esplose Rigor Mortis. «Marcata perdita d’allegria nei praticanti, mio caro! Evidente abbattimento del buonumore. Senso di necessità di fuga. La depressione è di chiaro stampo epatico, perché le montagne sono il fegato del mondo».

«Perbacco!».

«Certo! Per Bacco! Il fegato umano reagisce per simpatia a come andiamo in montagna». E qui abbassò la voce come se comunicasse un segreto «La stessa ragione fa sì che, con rito propiziatorio di magia simpatica, i buoni montanari tengano allenato il proprio fegato con grandi bevute in cui ridono e cantano…  Altrimenti si diventa pazzi. Si va ad arrampicare in città, si pedala dietro ai camion. Ci si lasciano chiudere i rifugi dall’igiene e sanità mentre si distribuiscono titoli e regni immaginari… ma la patologia s’aggrava. Col fegato insufficiente tutto il continente soffre, una volta si diceva che i figli non erano più capaci di lavorare, ora pare che non siano neanche più capaci di non fare niente. Non c’è da stupirsi che vengano da tutto il mondo per sostituire le cellule rinsecchite, e i portatori d’allergeni, è legge naturale».

Nestore rabbrividì alle parole del gufo umano e Nina tremando gli strinse la mano.

«A questo punto volevo darvi il lieto annuncio che Alda e io stiamo per diventare papà e mamma».

«Ma è pazzesco, con quel che ha appena detto».

«Uh! Uh!» rise il lugubre iettatore «È mica grave la situazione, sarebbe un guaio se non ci fosse un ricambio. Basterà adattarsi, come conto di fare proprio qua, dove, se volete fermarvi, troverete compagnia».

Nina e Nes si fermarono ad Armandeglio, con fanghi, massaggi e bottiglie Nes guarì dal mal di schiena e dai pensieri allergeni. Di recente ha cominciato a mantenersi in pensione facendo la guida abusiva per i clienti delle terme. Rigor Mortis ha imparato a sciare e talvolta lo accompagna col pastrano ingentilito da qualche striscia di pallidi colori, gli giova – dice – la dolcezza della curva, l’ebbrezza di scivolare. Sostiene che insegnerà l’arte ad Alda e al figlio nascituro. Dopo le prime gite di più ampio respiro ha rivisto sotto altra luce l’intuizione di Pautasso. Così stanno arrivando Selim e Hannah con un indefinito numero di sorelle e cugine, ma l’asino dell’osteria rosicchia cardi e non teme di rimaner disoccupato.

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