Outdoor America

A cura di Marrano

Il 3 dicembre del 1960, lo scrittore americano Wallace Stegner, di certo oggi sconosciuto alla gran parte dei suoi attuali connazionali, scriveva la Wilderness Letter. Il destinatario era David E. Pesonen, presidente della Outdoor Recreation Resources Review Commission, organismo voluto dall’allora presidente degli Stati Uniti d’America Dwight D. Eisenhower, repubblicano per la cronaca, con il compito di redigere un programma per l’istituzione delle aree naturali protette degli Stati Uniti d’America.

La Wilderness Letter, scritta con una visione e una forza di idee solide quanto le rocce della Monument Valley, diventa il documento di ispirazione del programma e rappresenta tutt’oggi un caposaldo di quel che resta del più autentico pensiero ambientalista americano. Parliamo di quella stessa fonte di pensiero alla quale si sono abbeverate le leggendarie community di climber ai piedi del Capitan, di surfisti lungo le spiagge della Baja California o di freerider fra le nevi del Colorado e da cui hanno avuto origine alcune delle odierne icone dell’outdoor, con relativi discepoli e liturgie.

La difesa dei luoghi selvaggi, nel pensiero di Stegner, rappresentava allora l’essenza stessa della vita e un dogma per la salvezza dell’uomo moderno, minacciato già allora (figuriamoci oggi) da una tecnocrazia che, nel lungo termine, lo avrebbe reso schiavo. Siamo nel 1960, lo ripeto per chi si fosse distratto e Stegner, come molti altri scrittori figli di un’epoca in cui il pensiero volava in piena libertà, aveva lo sguardo dritto, puntato sul futuro, con una visione nitida e già comprensibilmente preoccupata. Non si trattava di una premonizione esoterica, ma di un lucido pensiero, nato dalla semplice consapevolezza dell’inseparabile legame fra uomo e natura. Alla luce dei fatti odierni, c’è però da chiedersi che cosa sia sopravvissuto di quella stagione e di quel pensiero. Di certo l’incommensurabile magnificenza di certi luoghi selvaggi del Nord America, rimasti fino ad oggi tali proprio grazie ad una lungimirante idea di conservazione, oggi messa in discussione dalla barbarie del nostro tempo.

Se chiedessimo infatti oggi all’attuale presidente degli Stati Uniti o a uno a caso degli “yes men” dei quali si è circondato, di esprimere un pensiero, ad esempio, sul futuro di Yellowstone, è probabile che il tema verrebbe liquidato con una battuta del tipo che il governo degli Stati Uniti ha ben altro a cui pensare che ai cartoni animati dell’orso Yoghi. Certo, parlare di ambiente e di conservazione in questo momento storico può sembrare ridicolo o comunque non prioritario rispetto alla tragedia umana che un ricettacolo di perfetti idioti sta infliggendo ad interi popoli.

Ma c’è da chiedersi anche che fine abbiano fatto l’opinione pubblica americana e, più in particolare, quella cultura progressista che anche sulla rivendicazione del diritto alla natura selvaggia come luogo della rigenerazione ha costruito le basi di quel modo in cui noi, da qui, abbiamo sempre guardato e sognato l’America.

C’è da commuoversi nel guardare il tramonto di questo mito, spazzato via dall’ignoranza al potere sulla quale si è tentati di invocare il castigo di madre natura, se non fosse che le conseguenze finirebbero per punire tutti… anche quei pochi che, come noi, ancora immaginano i grandi spazi della natura selvaggia come il vero simbolo della frontiera.

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