Una rivoluzionaria forestazione urbana – 2

Una rivoluzionaria forestazione urbana – 2
di Dante Schiavon
(continua da https://www.sherpa-gate.com/altrispazi/una-rivoluzionaria-forestazione-urbana/)

Quarta parte
(il PNRR è diventato un Piano Nazionale per il Raggiro della Resilienza)
Il PNRR, Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza, è il più chiaro esempio della nostra incapacità di uscire dalla gabbia lussuosa e insostenibile del nostro antropocentrismo. Ciò accade per un enorme equivoco di fondo che ruota attorno alle parole “Ripresa” e “Resilienza”. La prima, ostinatamente legata all’aumento incondizionato del Pil senza se e senza ma. La seconda, che imporrebbe una “riconversione ecologica dell’economia” visto il superamento di ben sette dei nove limiti planetari indicati dalla scienza come limiti da non superare per garantire un futuro al pianeta: l’innalzamento della temperatura è uno di questi.

Il cambiamento climatico sta peggiorando le condizioni di “vivibilità nei nostri centri urbani” e in molti casi, attraverso un uso artificioso e strumentale della parola “riqualificazione” e sotto l’ombrello finanziario dei fondi del PNRR, viene riproposto da parte della politica locale e nazionale un “interventismo sulla natura” che indebolisce ulteriormente il ruolo ecosistemico del suolo naturale e della vegetazione: gli unici possibili alleati nel contrasto alle cause e agli effetti dei cambiamenti climatici. Una politica cieca e ignorante cementifica gli ultimi spazi verdi e abbatte o capitozza gli alberi maturi sani. Suolo naturale e alberi, un’accoppiata che ci regala gratuitamente: una salutare qualità dell’aria, l’assorbimento delle precipitazioni meteoriche, l’assorbimento della CO2, delle polveri sottili Pm2,5 e Pm10, un raffrescamento naturale grazie all’evapotraspirazione di suolo e piante, la mitigazione delle ondate di calore, momenti di spiritualità e di benessere psico-fisico. Una serie di “servizi-benefici ecosistemici” che vengono sottratti alla collettività dalle motoseghe e dalle ruspe: il PNRR è diventato così, in nome della “riqualificazione”, il Piano Nazionale per il Raggiro della Resilienza. Infatti, il rifacimento di piazze, la costruzione di piste ciclabili, la valorizzazione di ambienti naturali sono diventate, in moltissimi casi, delle operazioni che hanno comportato nuovo consumo di suolo e la scomparsa di alberi. Gli attori degli scempi, che in nome della “riqualificazione” perpetuano nuovo consumo di suolo e una mattanza di alberi maturi sani, molto spesso sono gli stessi che sono responsabili del degrado urbanistico e della perdita irreversibile di spazi verdi. Albert Einstein sosteneva che “i problemi non possono essere risolti dallo stesso livello di consapevolezza che li ha creati” e purtroppo è vero: lo stiamo constatando.

Abbiamo bisogno di un “Piano Nazionale della Resilienza” senza abbattere gli alberi maturi sani e senza cementificare il suolo naturale su cui piantarli. Cos’è il “Piano Nazionale di Ripristino della Natura”, che anche l’Italia dovrà presentare a settembre alla Commissione Europea, se non un Piano per la Resilienza degli ecosistemi urbani? Abbiamo bisogno di fare economia e creare occupazione senza privarci e anzi aumentando la potenza ecosistemica della natura: con il rammendo ecologico del territorio, la depavimentazione, dove possibile, delle superfici cementificate o asfaltate che non fanno respirare la terra, il restauro conservativo del già costruito, il riciclo, la ristrutturazione dell’esistente. Invece il PNRR ha prodotto, in moltissimi casi, un peggioramento dei dati ambientali e climatici proprio negli ecosistemi urbani che rappresentano circa il 22% della superficie terrestre dell’Unione Europea e dove è concentrata la maggior parte della popolazione europea. Tutto questo sta accadendo nell’indifferenza generale perché nel racconto mediatico la voce narrante del “potere economico e politico” (che è anche mediatico) distrae dalla gravità del “dramma climatico epocale”.

Il propositivo e documentato patrimonio di dati e informazioni sulla realtà geomorfologica degli ecosistemi urbani (suolo, spazi verdi e copertura arborea) prodotto da cittadini e comitati spontanei non si sta traducendo in una normativa legislativa di tutela vincolante e in una “pianificazione urbanistica multidisciplinare” con la presenza fondamentale di agronomi, botanici, geologi, cittadini e non solo di archistar e dei portatori di interessi privati. 

Sul ruolo ecosistemico degli alberi e del suolo naturale i verdi, i movimenti o partiti che si dichiarano ambientalisti devono far proprio il patrimonio partecipativo ed elaborativo dei comitati, farlo diventare un punto centrale delle loro campagne elettorali e subordinare la loro partecipazione a coalizioni politiche elettorali locali o nazionali alla condivisione di un programma serio, vincolante, articolato e verificabile di rinaturalizzazione degli ecosistemi urbani. Ribadisco ancora una volta come per una efficace lotta ecologista che persegua una “rivoluzionaria forestazione urbana” bisogna agire con urgenza su tre fronti: battersi per uno stop immediato di nuovo consumo di suolo, capovolgere la narrazione sui rischi e i costi di una infrastruttura verde, cambiare radicalmente la tutela legislativa degli alberi e del verde urbano. 

Quinta parte
Il “suolo” che ospita un quarto della biodiversità terrestre e le “piante” che crescono su di esso costituiscono l’archetipo dell’ecologia. Per la contrazione della sua superficie o per l’alterazione delle funzioni ecosistemiche dovuta al suo consumo e impermeabilizzazione il suolo può perdere la capacità di essere il principale motore dei “cicli biogeochimici” del pianeta. Le piante, invece, sono “esseri viventi” che creano il nutrimento e l’ossigeno indispensabili per la sopravvivenza di quasi tutte le altre forme di vita.

È da questa premessa ontologica ed ecologica che nasce il Regolamento del Parlamento Europeo sul “Ripristino della Natura”. A seguito del peggioramento della vivibilità nei nostri centri urbani e dell’incombenza degli effetti dei cambiamenti climatici il “ripristino della natura” nelle nostre città è ancor più necessario. Per questa ragione il Piano Nazionale di Ripristino della Natura che il governo deve presentare entro il 1° settembre 2026 alla Commissione Europea, dopo aver coinvolto i comuni, le regioni e le comunità che quei territori li abitano, può diventare un “Piano Nazionale per la Resilienza” degli “ecosistemi urbani”. Qualsiasi forma di “risanamento ecologico” dei centri urbani non può prescindere dalla natura, dalla terra, dalle chiome degli alberi.

Per il destino futuro dei centri urbani la legge sul Ripristino della Natura si fa “premessa metodologica” che deve ispirare i movimenti ambientalisti, le amministrazioni locali, il parlamento, il governo.

Tale premessa metodologica sul valore risanatore della natura deve essere la bussola politica soprattutto del pensiero ambientalista in tutti i contesti urbani ed extraurbani. Tale premessa metodologica deve caratterizzare il pensiero ambientalista che non può ridurre l’urgenza e la necessità di un processo virtuoso come la “transizione ecologica” ad una semplificazione produttivistica e consumistica, confondendola e riducendola ad una semplicistica “transizione energetica”. 

Purtroppo nella società manca una reale consapevolezza sul valore del suolo e della vegetazione quali patrimonio da difendere e su cui costruire attività economiche compatibili. Tale mancanza di consapevolezza sul valore del suolo e della vegetazione si è manifestata nel disimpegno pluridecennale di tutta la politica, di destra e di sinistra, per una legge che arresti e non semplicemente contenga il “consumo di suolo” e per leggi più stringenti e vincolanti sulla “tutela degli alberi” e delle loro funzioni ecosistemiche. Il disimpegno pluridecennale di tutta la politica per una legge che arresti il consumo di suolo ha toccato l’apice nel 1962 quando i tentativi dell’Onorevole Fiorentino Sullo per contrastare la speculazione sui terreni edificabili furono sconfessati dal suo stesso partito (la Democrazia Cristiana). Fiorentino Sullo proponeva la separazione, mutuata dal mondo anglosassone, tra la proprietà dei dei suoli che rimaneva in mano pubblica e il diritto ad edificare. L’indifferenza della politica, di destra e di sinistra, ha fatto fallire nel 2008 anche il tentativo dell’Onorevole Mario Catania di dotare il nostro paese di una legge che preservasse dalla sparizione una risorsa non rinnovabile come il suolo agricolo. Ora, sulla colpevole apatia politica nostrana soffia una ventata politica positiva, per certi versi rivoluzionaria, grazie alla Legge Europea sul Ripristino della Natura. Tale ventata politica si inserisce perfettamente, fin dalla prima parte del mio racconto, sui tre filoni (stop consumo di suolo, tutela legislativa degli alberi, contro-narrazione) che sto proponendo per una “rivoluzionaria forestazione urbana”. Sulla necessità e urgenza di fermare il consumo di suolo e sulla necessità e urgenza di cambiare radicalmente l’attuale struttura legislativa di tutela degli alberi aleggia, da agosto 2024, l’articolo 8 della Legge sul Ripristino della Natura che recita: ”Entro il 31 dicembre 2030 gli Stati membri provvedono affinché non si registri, rispetto al 2024, alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani, né di copertura della volta arborea urbana nelle zone di ecosistemi urbani”. 

Sulla necessità e urgenza di una “contro-narrazione” rispetto alla “deformata percezione dell’opinione pubblica” sul valore degli alberi fatti passare come un rischio per la sicurezza e non come “esseri viventi salva” vita aleggia ora il punto 47 della premessa alla Legge Europea sul Ripristino della Natura: ”gli ecosistemi urbani rappresentano circa il 22% dell’Unione ed è qui che vive la maggioranza dei cittadini dell’Unione e gli spazi verdi urbani comprendono parchi e giardini urbani, strade alberate, prati e siepi urbane”. E’ da questa sottolineatura che nasce la necessità e l’urgenza di una contro-narrazione, basata sull’oggettività dei cambiamenti climatici, accompagnata da un linguaggio divulgativo, scientifico, naturalistico, che favorisca la corretta percezione popolare sul rischio opposto della deforestazione urbana.

Ai verdi può non bastare più solidarizzare sui social con i comitati e i cittadini preoccupati per quello che sta accadendo nei loro quartieri e gestire un’agenda politica che parla di tutt’altro, spesso infarcita di elementi ideologici e priva di quei contenuti che richiamano una visione olistica, solidale, sociale e realmente sostenibile dell’ambiente urbano del futuro. Non ci si può più accontentare dei piccoli aggiustamenti proposti dalla partitocrazia, senza mettere in discussione il modello economico consumistico di risorse naturali quali sono gli alberi e il suolo naturale su cui farli crescere.

Non ci sono più margini per interpretazioni accomodanti e scorciatoie greenwashing.

Sesta parte
Siamo in piena estate e il sole, con il suo calore, arriva con violenza sulle nostre vite, sui nostri corpi, sulla nostra salute, sulle nostre abitudini, sulle nostre città. Le “ondate di calore” possono provocare disidratazione e malori gravi di natura respiratoria e cardiovascolare (calo della pressione, aumento del rischio di infarti, ecc.). Se vogliamo uscire all’aria aperta, senza rinchiuderci in casa o nei centri commerciali alla ricerca di un refrigerio artificiale la cui produzione aumenta i consumi energetici e crea “l’isola di calore all’esterno”, come possiamo difenderci? Nei nostri centri urbani, grandi e piccoli, è necessario abbassare la temperatura dell’aria. Un aiuto lo possiamo ricevere dal suolo naturale e dalle chiome degli alberi che devono essere presenti nei luoghi dove viviamo quotidianamente. Per cercare di realizzare questo obiettivo è necessaria una “rivoluzionaria forestazione urbana” e per attuarla sto proponendo di agire su più fronti: fermare senza se e senza ma il consumo di suolo naturale, contro-narrare ai cittadini l’utilità controllata e gestita degli alberi, realizzabile, se vengono fatti crescere senza traumi meccanici e uno spazio superficiale e del sottosuolo adeguati ed infine cambiare radicalmente l’attuale struttura legislativa di tutela degli alberi. Mi soffermo su quest’ultimo fronte, politico ed ecologico, determinante per l’efficacia della lotta ecologista. 

Oggi, dal punto di vista normativo la tutela del verde urbano ed extraurbano è frammentata, inefficace, contraddittoria. Faccio alcuni esempi. 

Il Decreto del 10 marzo 2020 del Ministero dell’Ambiente, recante i Criteri Ambientali Minimi (CAM) per il servizio di gestione del verde pubblico è più una derivazione del Codice degli Appalti, nato più per velocizzare e semplificare le procedure di affidamento dei lavori della pubblica amministrazione che per normare in modo strutturale, organico e cogente la tutela di tutto il verde, pubblico e privato. È un decreto che regola i criteri formali degli affidamenti dei lavori pubblici, ma restano fuori gli affidamenti fino a 150.000 euro e la procedura negoziata (senza bando) per lavori tra 150.000 euro e 1 milione di euro. In secondo luogo i CAM, a mio modo di vedere, sono una declaratoria di raccomandazioni condivisibili (vedi quelle sulla capitozzatura, sul censimento del verde e sul catasto urbano), ma non stabiliscono obblighi sanzionabili (in particolare sulla verifica della sussistenza dei requisiti di competenza e professionalità delle aziende appaltatrici).

Per non parlare della norma che regola le alberature lungo le strade extraurbane. La si trova all’articolo 26 del DPR 495-1992 (Codice della strada) che stabilisce una fascia di rispetto di sei metri per impiantare alberi lateralmente alla carreggiata. Come se tutti gli alberi, a prescindere dalla loro funzione ecosistemica, dalla loro stabilità e dalla loro bellezza naturalistica e paesaggistica, fossero un pericolo a prescindere. Come se l’abbattimento o la capitozzatura degli alberi fosse una liberazione e soddisfacesse il nostro avariato bisogno di sicurezza, dimenticando che la loro crescita nei decenni ha permesso il dispiegarsi delle loro funzioni ecosistemiche e alimentato la bellezza paesaggistiche durante i viaggi in macchina di intere generazioni. C’è poi la legge Nr. 10 del 14 gennaio 2013 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani” dove, se si eccettua la sanzione amministrativa (non penale) per l’abbattimento o il danneggiamento degli alberi monumentali, il resto è una somma di propositi sfumati e generici che lasciano il tempo che trovano. Fa sorridere il comma dell’articolo 3 che afferma, a proposito dell’attuazione delle attività in capo al Comitato per lo sviluppo del verde urbano, come si debba “provvedere nell’ambito delle risorse umane e strumentali vigenti e senza nuovi maggiori oneri per la finanza pubblica”.

Sono degli esempi che mostrano come siamo in presenza di una normativa spizzichi e bocconi, paradossale e anacronistica rispetto all’articolo 8 della Legge sul Ripristino della Natura che stabilisce obblighi e scadenze: “Entro il 31 dicembre 2030 gli Stati membri provvedono affinché non si registri, rispetto al 2024, alcuna perdita netta degli spazi verdi urbani e della volta arborea”.

Gli obiettivi della Legge sul Ripristino della Natura mostrano come sia necessaria nel nostro paese la redazione di un “Testo Unico per il Verde negli Ecosistemi Urbani” con un cronoprogramma che accorpi e riveda radicalmente tutte le norme in essere. Gli alberi hanno bisogno di noi e noi abbiamo bisogno degli alberi.

More from Alessandro Gogna
Governance di cammini e ciclovie
Costruire un cammino o una ciclovia significa molto più che tracciare un...
Read More
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *