Una rivoluzionaria forestazione urbana (prima parte)
di Dante Schiavon
Prima parte
E’ triste constatare la “mattanza di alberi maturi” che sta avvenendo in tutti i nostri centri urbani. Un “albericidio” senza freni la cui dimensione, in numero di piante abbattute e di servizi ecosistemici perduti, sta assumendo proporzioni fuori controllo: una follia ecologica, figlia di un antropocentrismo ignorante. Si assiste impotenti ad una sorta di accanimento terapeutico sui vecchi alberi, diventati parte della comunità urbanizzata e della sua storia. Lo scempio che si sta compiendo avviene mentre sono mutate in peggio le condizioni della vivibilità nelle nostre città e avremmo maggior bisogno dell’aiuto degli alberi e del suolo naturale. Alberi e suolo naturale, un binomio inscindibile, sia per il nostro benessere fisico e spirituale, sia per il bisogno di paesaggio, sia per la necessità di declinare scientificamente ed in modo ecologicamente integrato e non schizofrenico, il bisogno di sicurezza per il rischio di alluvioni e allagamenti e di salute per la qualità dell’aria e per la protezione dalle ondate di calore.
Per salvare dalla capitolazione il patrimonio arboreo maturo, che nei nostri centri urbani si sta velocemente riducendo, è necessario adottare una “strategia di “lotta ambientalista” organizzata politicamente sugli obiettivi comuni presenti nelle singole e frammentate battaglie a difesa degli alberi e del suolo naturale. È necessario dare voce politica e visibilità mediatica agli obiettivi comuni dando forma alla rappresentatività politica della rete ecologista che si sta formando in tutto il paese a difesa degli alberi e dello spazio necessario per una “rivoluzionaria forestazione urbana”. Sono tre i filoni che possono saldare l’associazionismo ecologista di base ad un auspicabile livello di rappresentanza e di sintesi politica degli obiettivi comuni e validi in ogni angolo del bel paese.
Il primo filone: battersi per uno “stop immediato di nuovo consumo di suolo naturale”. Da un lato, proponendo e facendo approvare urgentemente una “legge nazionale che vieta nuovo consumo di suolo naturale” e che obblighi la politica e l’economia ad utilizzare e razionalizzare infrastrutture di asfalto esistenti e i manufatti civili e industriali che insistono sulle superfici già cementificate. Dall’altro, promuovendo una raccolta di firme per abrogare leggi regionali ossimoro sul contenimento del consumo di suolo, come quella, ad esempio, della regione Veneto che dal 2017 sta facendo consumare più suolo del periodo precedente alla sua entrata in vigore.
Il secondo filone: capovolgere la narrazione sui rischi della caduta degli alberi lungo le strade, nelle piazze, lungo i marciapiedi dei nostri centri urbani.
Bisogna investire nella divulgazione scientifica e naturalistica per aumentare il livello di consenso popolare sulla necessità di una tutela integrale degli alberi nell’arco della loro intera vita vegetativa. C’è bisogno di una potente “contro-narrazione comunicativa”, accompagnata da un linguaggio che favorisca la corretta percezione del rischio di una loro caduta e basata sull’oggettività dei cambiamenti climatici e dei “necessari servizi ecosistemici” del “suolo naturale” e degli “alberi”.
Il terrorismo psicologico che accompagna la narrazione ufficiale sulla necessità del loro abbattimento va contrastato con un lavoro politico e culturale fondato sulle conoscenze più recenti (agronomiche, botaniche, geologiche, urbanistiche, della climatologia e dell’arboricoltura), documentando scientificamente le condizioni meccaniche e antropiche che possono provocare patologie e indebolimento delle piante. Ed infine, il terzo filone: cambiare radicalmente l’attuale struttura legislativa di tutela degli alberi. La normativa in vigore è inefficace su più fronti: sulla cogenza delle norme, sulle responsabilità civili e penali di chi danneggia, fa ammalare, abbatte e fa abbattere gli alberi, sulla trasparenza delle operazioni di taglio (mettendo online gli atti che sentenziano l’ineluttabilità dell’intervento delle motoseghe e accogliendo perizie indipendenti dal comune committente), sulle tecniche di accertamento della loro salute (affiancando la tomografia tri-dimensionale alla Visual Tree Assessment) e, soprattutto, sui controlli del Corpo Forestale (da ripristinare al più presto) durante l’intera vita degli alberi.
Il mondo ecologista dovrebbe assumere una “strategia di “lotta ambientalista” secondo una visione olistica imperniata sui tre filoni proposti. I tre filoni proposti meritano di essere sviluppati, integrati e approfonditi con valutazioni scientifiche e politiche dettate dal precipitare delle condizioni climatiche e meteorologiche. Il rapporto positivo costi/benefici dell’arresto immediato del consumo di suolo e della conseguente rivoluzionaria forestazione urbana deve essere fatto proprio dai movimenti politici che si richiamano all’ambiente, dagli amministratori, dal mondo dell’economia e dai cittadini stessi, spesso vittime di una narrazione criminalizzante sulla presenza degli alberi vicino ai luoghi dove vivono le persone.
Abbiamo bisogno di posare uno “sguardo sovversivo” sul “tran tran amministrativo” che ignora i costi ambientali, sociali, identitari, economici e paesaggistici determinati della diminuzione del patrimonio arboreo. L’attuale normativa a protezione degli alberi e il livello di consapevolezza di tanta parte dell’opinione pubblica non stanno impedendo la continua mattanza degli alberi maturi che sta avvenendo sotto i nostri occhi.
Seconda parte
Nella prima parte del presente lavoro di approfondimento sulle diverse azioni da intraprendere per attuare una “rivoluzionaria forestazione urbana” proponevo tre filoni di studio, di ricerca, di lavoro. Il primo filone: fermare con urgenza il consumo di suolo naturale. Il secondo filone: dare vita ad una efficace “contro-narrazione comunicativa” rispetto ad una narrazione ufficiale dove gli alberi vengono percepiti solo come un rischio per la sicurezza e non come preziosi esseri viventi “salva-vita”, necessari come l’aria che respiriamo. E il terzo filone: cambiare radicalmente l’attuale struttura legislativa di tutela degli alberi. Tre campi di intervento politico ed ecologista da portare avanti “congiuntamente fra loro” per realizzare efficacemente una “rivoluzionaria forestazione urbana”. In questa seconda parte del mio racconto mi soffermo sul terzo filone, ossia sulla necessità di agire sul fronte della tutela legislativa degli alberi maturi che sono le maggiori vittime delle mattanze in corso in tutti i centri urbani.
Evidenziando le “affinità” e la “complementarietà di funzioni ecosistemiche” tra la “tutela della biodiversità” da un lato e la “tutela del suolo e degli alberi” dall’altro propongo un’auspicabile “analogia normativa”. L’obbligo di ripristinare la natura anche nei contesti urbani, previsto dalla Legge sul Ripristino della Natura NRL (Natural Restoration Law), si può realizzare attraverso lo stop al consumo di suolo naturale e lo stop alla compulsiva deforestazione urbana in atto. Il punto 19 della premessa alla Legge sul Ripristino della Natura (NRL) pone l’accento sulla necessità di “proteggere e potenziare gli assorbimenti di carbonio basati sulla natura, di migliorare la resilienza anche degli ecosistemi urbani ai cambiamenti climatici (allagamenti, alluvioni, innalzamento della temperatura e peggioramento della qualità dell’aria, ecc.) e di ripristinare i terreni degradati”. E cosa c’è di più degradato della massiccia cementificazione dei nostri centri abitati?
Il punto 47 della premessa alla Legge sul Ripristino della Natura (NRL) compie un ulteriore importante passaggio: “gli ecosistemi urbani come gli altri ecosistemi oggetto del presente regolamento possono fornire servizi ecosistemici essenziali visto che gli ecosistemi urbani rappresentano circa il 22% della superficie terrestre dell’Unione ed è qui che vive la maggioranza dei cittadini europei”. Poi fa un’ulteriore e netta precisazione: “gli spazi verdi urbani comprendono strade alberate, prati e siepi urbane”. È a questo punto del ragionamento che pongo la questione della “auspicabile analogia normativa” tra la tutela della biodiversità da un lato e la tutela del suolo e degli alberi dall’altro. Infatti, se l’articolo 1 della legge n.157/1992 di recepimento della Direttiva 2009/147/CE stabilisce che la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata (giustamente) nell’interesse della collettività nazionale e internazionale e il disturbo/danneggiamento/uccisione delle specie avifaunistiche in periodo di nidificazione può integrare eventuali estremi di reato, in particolare, ai sensi degli articoli 635 e 544 ter del codice penale, perché la mattanza degli alberi maturi che sta avvenendo nei centri urbani, spesso immotivata, senza trasparenza e senza la partecipazione delle comunità, non si configura come un danneggiamento (articolo 635 del Codice Penale) del patrimonio indisponibile dello Stato e non viene tutelata nell’interesse della collettività nazionale?
Questa “visione” per una più severa tutela legislativa del suolo naturale e degli alberi deve far parte in modo organico e statutario dei programmi politici ed elettorali dei partiti o movimenti politici che si richiamano all’ambiente. Questa visione è corroborata dall’articolo 8 della NRL che anticipa al 31 dicembre 2030 (e non il 2050) il termine entro cui si deve fermare, rispetto al 2024, la contrazione della naturalità nei nostri centri urbani e prescrive in modo chiaro l’impegno degli Stati membri affinché “non si registri alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani, né di copertura della volta arborea” (le chiome degli alberi). A cui fa seguito l’impegno degli Stati membri contenuto nell’articolo 13 della NRL a “piantare almeno 3 miliardi di nuovi alberi entro il 2030 a livello dell’Unione”. Inutile ribadire che i nuovi alberi non sono da intendersi in sostituzione degli alberi maturi sani esistenti. I Piani Nazionali di Ripristino della Natura che di conseguenza ogni nazione deve presentare alla Commissione Europea entro il 1 settembre 2026 (articolo 16) devono prevedere il ripristino della naturalità negli ecosistemi urbani: più natura, più suolo naturale, più alberi. Non si può ridurre la transizione ecologica alla sola transizione energetica, come sostengono inopinatamente i vertici di certe associazioni ambientaliste, perché così facendo si elude la necessità di fare i conti con i 9 limiti biofisici del pianeta che stiamo già superando.
Abbiamo necessità di posare uno “sguardo sovversivo” sulle carenze e i limiti della tutela legislativa del suolo e degli alberi. Dobbiamo “sostanziare politicamente” la lotta ecologista a difesa degli alberi e del suolo naturale rimasto, unitamente alla necessità dello stop al consumo di suolo e di una efficace contronarrazione sulla presunta e criminalizzante pericolosità degli alberi.
Dobbiamo far diventare le rivendicazioni delle singole battaglie locali a difesa del suolo e degli alberi parte essenziale di un unificante programma politico nazionale in senso ecologista.
Terza parte
In questa terza parte della mia ricerca di quali siano le condizioni per poter realizzare una rivoluzionaria forestazione urbana mi soffermo sulla necessità di una “efficace contro-narrazione” rispetto a spregiudicate operazioni mediatiche in modalità greenwashing. Mi riferisco a una vicenda urbanistica che mostra ancora una volta come siano necessari tre campi di intervento politico ed ecologista da portare avanti “congiuntamente fra loro” per realizzare efficacemente una “rivoluzionaria forestazione urbana”: lo stop a nuovo consumo di suolo, la ricerca di una efficace contro-narrazione sul ruolo essenziale degli alberi e del suolo naturale, la tutela legislativa rigorosa nella gestione degli alberi. I due meccanismi del greenwashing sono la decontestualizzazione spazio-temporale e l’omissione di alcune fasi del processo che stanno dietro l’accattivante annuncio green a reti mediatiche locali unificate.
L’annuncio è del Comune di Treviso che comunica l’acquisizione da privati di un’area di 17000 mq (poco più di un ettaro e mezzo) per farne un Parco Urbano all’interno di una vasta area umida a nord del territorio comunale, un’area semi-urbanizzata ma che potrebbe diventare, se non ulteriormente frammentata, il Parco delle Risorgive del Botteniga. Nel caso in esame l’annuncio dell’acquisizione di quei 17000 mq non contiene gli estremi (dove e come) della “compensazione tramite crediti edilizi” che il privato può riscuotere (tradotto: da edificare) in altre aree del comune. Trascuratezza che lascia spazio a dubbi e perplessità sulla bontà dell’operazione, tanto che la lista “Coalizione civica per Treviso” fa giustamente osservare come incombano tre piani di lottizzazione nell’area a nord di Treviso, la stessa, per intenderci, del Bacino del Botteniga e la possibile “perdita di naturalità” di un tratto delle rive del Botteniga per la creazione di un parcheggio a seguito dell’apertura dell’ennesimo supermercato.
A ciò si aggiunge la favola mediatica del “parco urbano”. Ma cosa cavolo significa “parco urbano”? Quell’area verde è già un’area naturale: che bisogno c’è di nominarla “parco urbano” antropizzando anche la semantica? Si scopre poi che l’area di quei 17000 mq. servirà anche per la realizzazione di nuovi collegamenti di mobilità dolce che finiranno per ridurre ulteriormente lo spazio per il suolo naturale e per gli alberi. Tempo sprecato parlare di “area pre-parco”, nel caso si pensasse ad un possibile Parco delle Risorgive, o della necessità di una (VAS) Valutazione Ambientale Strategica della “vasta area umida” a nord di Treviso per tutelarne le funzioni ecosistemiche e gli elementi di biodiversità dell’habitat nel suo insieme. Da notare poi che se quelle aree da lottizzare o già lottizzate rientrassero all’interno degli “ambiti di urbanizzazione consolidata” (un artificio semantico-urbanistico per designare porzioni di territorio comunale già edificate) potrebbero essere considerate dalla legge ossimoro sul suolo della Regione Veneto “aree libere intercluse o di completamento destinate alla trasformazione insediativa” (cito testualmente la legge ossimoro ) e si materializzerebbe una delle sedici deroghe e la relativa cementificazione non verrebbe nemmeno considerata consumo di suolo. Quindi, sì, a Treviso si continuerebbe a cementificare nonostante il suo territorio sia già cementificato per il 39,52% e nonostante l’annuncio di quello scampolo di 17000 mq.
La vicenda urbanistica mostra diverse incongruenze. Mostra come attraverso un annuncio in modalità greenwashing sia facile ottenere consensi e alimentare l’indifferenza e l’inconsapevolezza verso la scomparsa di una risorsa non rinnovabile come il suolo. Mostra come ci sia bisogno di una efficace contro-narrazione rispetto alla presentazione ufficiale di progetti colorati da una sottile patina verde che mostreranno il loro grigiore olistico quando il meccanismo social e mediatico della decontestualizzazione evaporerà.
Mostra ancora una volta come siano necessari tre campi di intervento politico ed ecologista da portare avanti “congiuntamente fra loro” per realizzare efficacemente una “rivoluzionaria forestazione urbana”: lo stop a nuovo consumo di suolo, la ricerca di una efficace contro-narrazione sul ruolo essenziale degli alberi e del suolo naturale, la tutela legislativa rigorosa nella gestione degli alberi e nello stop al consumo di suolo.



Per evitare i rischi provocati dal crollo degli alberi in città c’è un solo modo: non piantarli dove possono provocare danni. Del resto la natura offre una vasta gamma di fiori ed arbusti innocui da utilizzare in alternativa.
Per evitare i rischi provocati dal crollo degli alberi in città c’è un solo modo: non piantarli dove possono provocare danni. Del resto la natura offre una vasta gamma di fiori ed arbusti innocui da utilizzare in alternativa.