Zeno Colò

Il mito del primo oro Olimpico italiano alle Olimpiadi della neve.

Zeno Colò
(un nome da non dimenticare)
di Renato Frigerio

Nel panorama dello sport italiano del Novecento, alcune figure hanno lasciato un segno così profondo da andare oltre i risultati agonistici. Zeno Colò è una di queste. A distanza di molti anni dalla sua scomparsa, ricordarne la storia significa restituire memoria a un campione autentico, capace di dominare la scena mondiale dello sci alpino, in un’epoca in cui talento, coraggio e sacrificio contavano più di ogni altra cosa, e di farlo conoscere anche alle generazioni più giovani.

Zeno Colò nacque in provincia di Pistoia il 20 giugno 1920 e già all’età di quattro anni suo padre gli mise gli sci ai piedi sulle nevi di Cutigliano, un piccolo paese dell’Appennino pistoiese. Trasferitasi poi la famiglia all’Abetone, Zeno ebbe la possibilità di inserirsi definitivamente nel mondo dello sci, tanto da diventare uno dei più forti discesisti del mondo. Aveva uno stile personalissimo, possedeva talento e, quanto a grinta, non era secondo a nessuno.

A sedici anni fu chiamato a far parte della nazionale giovanile e nel 1940 vinse la sua prima gara importante, aggiudicandosi la discesa libera della Paganella. Poi gli anni della Seconda guerra mondiale fermarono ogni attività sportiva: un vero peccato, poiché Zeno, nel pieno della vigoria giovanile, si sarebbe sicuramente affermato con qualche anno di anticipo.

Venne arruolato nel corpo degli Alpini e, dopo l’8 settembre 1943, riparò in Svizzera, a Mürren, dove poté esercitarsi sulle montagne di Interlaken. Proprio in quel periodo gli venne affibbiato il nomignolo di Blitz, per la velocità con cui affrontava le discese.

A guerra ultimata partecipò a gare nazionali e internazionali. Nel 1947 vinse la discesa del Kandahar e, successivamente, nella prova del chilometro lanciato, stabilì il record mondiale di velocità toccando i 159,292 km/h, con sci di legno, senza casco e con un semplice maglione di lana. Il primato precedente apparteneva a Leo Gasperl, che nel 1932, sulle nevi di Saint-Moritz, aveva fatto segnare 135,690 km/h. Ci fu anche chi definì quell’impresa inutile e pazzesca, ma tant’è.

Ormai Zeno si avviava verso la trentina quando prese l’aereo per gli Stati Uniti con destinazione Aspen, in Colorado, dove nel 1950 si disputarono i Campionati del mondo. Fu un trionfo: conquistò la medaglia d’oro nel gigante e quella d’argento nello slalom speciale, cedendo il titolo iridato all’austriaco Othmar Schneider per soli tre decimi di secondo. In quel periodo Colò era unanimemente considerato lo sciatore più completo e forte del mondo.

Tornato in Italia si ritrovò tra le mani una fiammante “500”, omaggio della FIAT, e una miriade di festeggiamenti che gli sportivi tosco-emiliani avevano predisposto nella sua Abetone. Negli Stati Uniti gli proposero contratti estremamente vantaggiosi perché restasse a insegnare sci, ma lui ringraziò e tornò sulle piste dell’Abetone per prepararsi all’appuntamento Olimpico di Oslo del 1952.

Nel corso di quelle Olimpiadi si classificò al quarto posto sia nel gigante sia nello slalom speciale, ma nella discesa libera, la gara che prediligeva, riuscì ancora una volta a sbaragliare tutti. Era il 16 febbraio 1952 vinse in 2’30″8. Tagliato il traguardo della pista di Norefjell, dura, ghiacciata e selettiva, allargò le braccia e disse: «Non si poteva andare più forte».

Al secondo posto si classificò l’austriaco Othmar Schneider, mentre il terzo gradino del podio fu occupato dall’austriaco Christian Pravda. Gli altri italiani giunsero nell’ordine: Carlo Gartner ottavo, Ilio Colli diciassettesimo e Silvio Alverà diciannovesimo. Quando apparve in vista del traguardo l’idolo di casa, il norvegese Stein Eriksen, già vincitore dello slalom gigante, a metà gara era già in ritardo e il cronometro decretò la vittoria di Colò, capace di infliggergli un distacco di ben tre secondi. Nella stessa Olimpiade, sempre nella discesa libera, la vicentina Giuliana Minuzzo conquistò una storica medaglia di bronzo.

Nonostante l’età, Zeno era ancora competitivo e avrebbe potuto collezionare altri titoli se non fosse ingenuamente incorso nella squalifica inflittagli dalla Federazione Internazionale per aver dato il proprio nome a una marca di scarponi della Nordica e a una tuta tecnica della Colmar. All’epoca vigevano regolamenti che impedivano agli atleti di ricevere compensi o premi in denaro e in sostanza, vietavano lo sport professionistico.

Accusato di “professionismo” in un’epoca in cui il dilettantismo era considerato sacro, pagò un prezzo altissimo: non poté partecipare ai Campionati del mondo di Are, in Svezia, nel 1954. Gli fu tuttavia concesso di fare da apripista nella discesa libera e, ancora una volta, mostrò tutto il suo valore: gli venne attribuito il secondo tempo assoluto della rassegna, anche se in molti giurarono che fosse stato il più veloce. Soprattutto, non prese parte alle Olimpiadi di Cortina del 1956, che avrebbero rappresentato il coronamento simbolico di una carriera leggendaria.

Alla fine del 1989 il C.I.O., la F.I.S. e gli organi competenti italiani annullarono quella squalifica che, forse, gli impedì di raggiungere ulteriori traguardi, nonostante i 20 titoli italiani conquistati: 5 in discesa libera, 8 in slalom speciale, 2 in slalom gigante e 5 in combinata. I primi li vinse a ventun anni, nel 1941, gli ultimi a trentacinque anni, nel 1955.

Zeno Colò può essere considerato l’antesignano dei grandi campioni italiani che sarebbero venuti dopo di lui: Gustav Thöni, Piero Gros, Alberto Tomba. Non a caso il suo nome figura anche nell’Enciclopedia Treccani, dove vengono elencati i suoi successi più importanti e viene data questa definizione: «Ha dominato sulle piste di tutto il mondo ed è stato detentore del primato mondiale assoluto di velocità».

Il 12 maggio 1993 Zeno Colò morì. A trentatré anni dalla sua scomparsa, anche in concomitanza con i Giochi Olimpici invernali, appare doveroso tracciarne il profilo, se non altro per ricordarlo ai giovani che, forse, non ne hanno nemmeno sentito parlare.

Numeri, imprese e riconoscimenti che spiegano da soli perché, per un’intera generazione, Zeno Colò sia stato semplicemente “il più forte” e perché l’eredità che ha lasciato vada ben oltre le medaglie.

La sua passione e il suo talento posero le basi per lo sci alpino italiano moderno che, diventato fenomeno di massa, affonda le proprie radici proprio negli anni pionieristici di Colò, e per un modello di eccellenza che ha poi ispirato generazioni di atleti, fino ad arrivare a campioni Olimpici come l’altoatesino Gustav Thöni, il bolognese Alberto Tomba a la valtellinese Deborah Compagnoni. La sua eredità resta viva, non solo nei trofei, ma nella cultura e nello spirito dello sci italiano.

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