Il consumo di suolo agricolo per il fotovoltaico

Nel Veneto cementificato il fotovoltaico non deve consumare suolo agricolo
di Dante Schiavon

In Italia, a proposito di “energie rinnovabili”, la speculazione energetica sta “rinnovando” il consumo di suolo. Dopo la “speculazione immobiliare”, che per mezzo secolo ha cementificato il Bel Paese, ora il suolo naturale e agricolo è preso di mira da una nuova e vergognosa speculazione: quella energetica.

Alla moda dell’elettrico delle auto, spacciate per ecologiche (ma che non lo saranno mai finché non ci affranchiamo del tutto dal gas e dal petrolio), si aggiunge ora la moda della speculazione sulle rinnovabili.

Parafrasando il titolo del film Mani sulla città di Francesco Rosi sulla “italica speculazione immobiliare”, possiamo battezzare il titolo di quello che sta accadendo sui nostri campi e sui crinali appenninici “Mani sulla natura, sulla biodiversità, sulla terra fertile, sulla sovranità alimentare”.

Infatti, le istanze di connessione di nuovi impianti da fonte rinnovabile, presentate al gestore della rete elettrica nazionale al 31 luglio 2025, avevano raggiunto il valore complessivo di 336 GW rispetto all’obiettivo al 2030 di 70 GW. I miliardi di aiuti di Stato per lo sviluppo delle energie rinnovabili e gli incentivi derivanti dal prelievo dalle bollette dei consumatori finali fanno convergere sul settore e sulla prospettiva di facili profitti l’interesse delle multinazionali e delle grandi aziende del settore.

E tutto si realizza a spese della natura, del suolo, della stessa transizione ecologica che non può essere solo una transizione energetica.

Il suolo agricolo per il fotovoltaico e i crinali appenninici per l’eolico sono le vittime sacrificali di questa corsa all’oro energetico. Partendo dal presupposto scientifico che “nei primi 30 centimetri di un suolo agricolo si accumulano 60 tonnellate di carbonio per ettaro” (Paolo Pileri, Che cosa c’è sotto, Altreconomia), è inspiegabile come ancora non venga presa in considerazione la realizzazione di pannelli fotovoltaici lungo le principali arterie stradali (autostrade e superstrade) e ferroviarie, in aree dismesse e in altre aree impermeabilizzate.

Lo stesso D.M. Ambiente del 21 giugno 2024 ribadisce l’esigenza di “privilegiare l’utilizzo di strutture edificate, quali capannoni industriali e parcheggi, nonché di aree a destinazione industriale, artigianale, per servizi e logistica”. Mi chiedo: ha un senso ecologico e un senso morale privarci dei servizi ecosistemici del suolo agricolo? Le alternative ci sono.

Sfruttando i tetti degli edifici, l’Ispra stima che è possibile installare una potenza fotovoltaica compresa tra 79 e 104 GW: un quantitativo sufficiente a coprire l’aumento di energia rinnovabile complessiva previsto dal PNIEC al 2030. La stima, necessariamente prudenziale, ha escluso i centri storici dei principali comuni in cui l’installazione dei pannelli può essere difficoltosa, inopportuna o soggetta a vincoli di natura storico-paesaggistica.

Secondo l’Ispra, la superficie netta disponibile dei tetti in grado di ospitare pannelli fotovoltaici varia da 870 a 1.137 kmq. A questi due dati si giunge dopo una serie di correttivi che tengono conto della possibilità di utilizzare solo il 49% o il 64% della superficie disponibile dei tetti. Viene poi applicata una ulteriore riduzione di superficie da non considerare pari al 60% per la distanza necessaria tra i pannelli per permetterne la manutenzione e per l’eventuale presenza di comignoli e fenomeni di ombreggiamento da elementi costruttivi o edifici vicini e tenendo conto della necessità di disporre di 10,3 mq per ogni kW installato. 

Utilizzando una stima dell’Ispra, comune per comune, sulle superfici in ettari dei tetti disponibili e sulla energia producibile secondo un coefficiente medio ricavato dal GSE, ho cercato di calcolare la potenza installabile sui tetti di 23 comuni su 94 della Provincia di Treviso (quelli con una superficie in ettari dei tetti disponibili superiore ai 200 ettari).

Da questa stima, pur con tutti i correttivi precedentemente descritti, risulterebbe una potenza installabile minima di 936,3 MW e massima di 1.222,3 MW: stiamo parlando di una parte dei comuni di una sola provincia delle sei che compongono il Veneto.

In una regione, il Veneto, con l’11,86% di suolo consumato è necessario e doveroso utilizzare i tetti delle tantissime abitazioni, degli innumerevoli capannoni, le zone adiacenti le molte infrastrutture stradali, le vastissime superfici cementificate che hanno già perso le loro funzioni ecosistemiche.

Tale scelta avrebbe un ulteriore risvolto: si sposerebbe con una gestione democratica dell’energia grazie alla diffusione delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) costituite da gruppi di cittadini, imprese ed enti locali che si uniscono per produrre, condividere e consumare energia da fonti rinnovabili a livello locale.

Ci sarebbe una produzione decentrata e non al soldo dei grandi gruppi che vogliono occupare il suolo naturale per costruire impianti di taglia industriale.

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3 Comments

  1. says: Grazia Pitruzzella

    Parlare del solo Veneto, mi fa venire in mente Antonio Montani che chiede una deroga per i soci CAI per l’illecito possesso di un coltello.

    Non facciamo che separare.

  2. says: Matteo

    Non sono d’accordo con te Grazia, non mi pare il Veneto sia usato per dividere alcunché.
    Si prende il Veneto (una piccola parte del Veneto, in realtà) come case study per sottolineare quanto sia da idioti (e criminale, in fondo) pensare di sviluppare parchi fotovoltaici che “rubano” terreno quando esiste un’alternativa praticabile ed efficace: usare i tetti delle case.
    Sottolineando anche che essendo una soluzione contraria all’approccio Grandi Opere non viene presa o viene presa poco in considerazione.
    Ma è un discorso che riguarda tutta Italia.

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