Franco Piana

Nel giorno del 41° anniversario della scomparsa

Franco Piana 40
di Salvatore Gabbe Gargioni
(pubblicato su Pietragrande n. 13, 2020, riprende alcuni contenuti dell’articolo, più sotto riportato, scritto dallo stesso Gargioni in occasione del XXV della morte di Piana)

Facendo il verso al titolo della rivista del CAI (Montagne360, NdR), con i modi e le parole più leggere possibili, con un mosaico di immagini e ricordi a più voci, proviamo a ricordare il nostro Franco Piana, scomparso il 22 settembre 1980 a 7300 m, presso le “famose Fasce Gialle”, mentre con l’amico Piero Radin e due sherpa stavano attrezzando il 4° Campo verso il Colle Sud dell’Everest nel corso della spedizione Everest ‘80, di cui era Vice Capo.

Franco, che chiamavamo Françin e che Vittorio Pescia vedeva e disegnava come “un françéize antîgo (un francese antico)”, era già un alpinista famoso. Eravamo al Vazzoler con altri istruttori della Scuola, mogli e cani vari – che il Custode aveva teutonicamente minacciato di eliminare se li avesse trovati “strillæn free!”, e non ultimo il suo più accreditato compagno di cordata Lorenzo Pomodoro, che il solito Vittorio aveva cominciato a chiamare Tomâta (parola genovese per “pomodoro”).

Franco Piana (a sinistra) e Lorenzo Pomodoro

E quando lui è costretto a scendere a valle per risuolare le scarpe, io e Franco partiamo per la Torre Trieste e per ben due volte torniamo al rifugio sotto un diluvio. È meno che un ricordo, ma è un’introduzione.

Qualche anno dopo, partiamo io e Franco per la Grande Rousse alla testata della “Valgrisa” – Valgrisenche – scialpinistica di tutto rispetto ma soprattutto bellissima. Non so dove Franco avesse scovato questa meta anche perché nessuno dei due era un… “gran” sciatore. Dormiamo in una locanda a Bonne presso la diga… quasi vuota perché poggia su rocce insicure!

Franco ritratto da Vittorio Pescia – Rivista della Sezione Ligure

Franco porta sempre con sé i frutti dell’orto che coltiva assieme al suo adorato padre, e per la prima volta mi invita ad assaggiare i “chighéumai”, alias i cetrioli, che non ho mai sopportato ma la freschezza e il trattamento mi permettono di gustarli. La discesa è bella con neve che verso il basso comincia ad appesantirsi e dalla quale emergono le punte dei rododendri. Ad un certo punto uno sci di Franco si infila spedito sotto uno di quei cespugli per niente docili e lui cade con lo zaino che lo supera… e comprime la sua testa sotto la neve, pesante.

La velocità era proporzionale alle nostre capacità sciistiche, quindi nulla di tragico, ma rimessosi in piedi pronuncia una frase, forse un anatema, che un comune amico (Penna/Timossi) mi aveva riferito per un’occasione simile: “… i mazochìsti me fâ rïe u belin (i masochisti mi fanno ridere il belino)”. C’è tutto Franco e il suo rifiuto della normalità, e della società in cui vive.

La “cena dei Nostri”: Eugenio, Gabbe, Franco, Nicco, Maria e Bruna

Due modesti incidenti lo vedono protagonista in Apuane: Scivola, affacciandosi da un ripiano… (non stava arrampicando!) sentendo voci concitate.

Lo arresta un alberello… che provoca qualche “danno”. All’ospedale mi confessa una paura che si era affacciata immediatamente: “non scopo più”. In genovese era ancor più evocativa.

Durante un corso scivola e un sasso sporgente danneggia una vertebra. Il problema è la prospettiva della rinuncia alla spedizione imminente all’Everest. Si costruirà attrezzature di tutti i tipi da usare nel suo orto sotto gli occhi del padre. Ed una specie di basto che gli sgravava le vertebre compromesse.

Ma dopo cure e ginnastiche arrampicherà per tutto il tempo possibile prima della partenza.

Franco Piana sulla Piccola di Lavaredo

Così bardato sembrava una tartaruga con il carapace. Ma si concede una visita da uno specialista che alla fine gli presenta un conto esagerato: in dialetto lo accusa, da buon uomo di sinistra e sindacalista, di essere un ladro, un “barone”, che non deve trattare così un operaio. Se ne andrà lasciando… una mancia! Un giorno, al rifugio Bozano, Franco mi invita “a fâ o spîgo èrto (a fare lo Spigolo Alto)”. Cammino scalzo, quando sento una spina in un piede: «Bàttitene o belìn, ranpegando te pàssa tùtto! (Battitene il belino, arrampicando passa tutto)». Saliamo sull’elegante spigolo, che il simpatico Gian Carlo Bussetti aveva riaperto dopo una frana, scendiamo dalle mitiche “doppie” dello Spigolo Basso, che conoscevo da quasi vent’anni, e… dimentico la spina nel piede.

Una notte parte dal rifugio Genova, dove tra lavori e allenamenti attende la partenza per la spedizione, sale al Colle del Chiapous, scende al Lagarot, sale il Canalone di Lourousa, scende sull’altipiano del Baus e per l’omonimo passaggio ritorna al Genova. Ma è anche la replica di una salita di qualche tempo prima fatta sul Bianco: notte, Rifugio Torino, Ghiacciaio del Gigante, Canalone Gervasutti al Tacul, ritorno al Torino all’alba.

A 25 anni dalla scomparsa lo abbiamo ricordato con una serata e una mostra: avevamo invitato il suo “ultimo” compagno di cordata Radin, che Franco aveva con manovre ingegneristico/alpinistiche riportato a valle nella spedizione all’Annapurna, e che non ha potuto restituirgli il favore!

Da sinistra, Françin (Franco Piana), Lucci (Vittorio Pescia) e Tomâta (Lorenzo Pomodoro)

Quella sera era inserito nella mostra il curriculum di Franco: Radin rimase esterrefatto per il numero impressionante di salite. Ma non ha mai voluto proporsi per l’Accademico! Era “o fræ de laete do Rossa (il fratello di latte di Guido Rossa)” per atteggiamento.

Anni prima, partecipando alla spedizione all’Annapurna, Franco conosce “una sherpana” che ricerca e ritrova tornando in zona per l’Everest. Ma questa volta è sposata, come ci riferisce in una lettera agli amici dal Campo Base. Scriviamo a Franco e certo qualcosa arriva, e qualcosa parte.

Vedi lettere a Franco (dal Rifugio) e di Franco (al Rifugio).

Franco Piana e Penna (Aldo Timossi)

Al Rifugio trovo, dopo il tempo necessario per… entrare nella sua stanza, un paio di scarponi: nuovi.

Che userò e che ora sono al Museo. Parlando con il proprietario di un famoso negozio di articoli sportivi, mi racconta la storia degli scarponi: erano offerti da una ditta che aveva proposto a Franco la sponsorizzazione, rifiutata. E mai usati.

I funghi e il rapporto con il papà Bacci: Françin e Tomâta passano da Valdieri, ci salutiamo e partono per la Nord del Corno, via Ughetto/Ruggeri ai Diedri Rossi. Poco prima del Lagarot trova “in pròu de funzi néigri (un prato di funghi porcini)”. Vuole tornare a Genova e portare suo padre lassù! Tomâta non cede. Faranno la salita.

Un giorno a Cravasco, in un improbabile ritaglio di bosco presso il torrente, trova circa 3 kg di funghi, arriva alla Casa Cortin per mostrarli ed io ingenuamente ne chiedo uno: «no, dêvu portâli a mae poæ! (no, devo portarli a mio padre)».

La cima dell’Everest e le Fasce Gialle. Foto: Franco Piana.

I pomodori “peruviani”: quando ritorna dalla spedizione sulle Ande Peruviane porta a casa dei semi di pomodoro ad alberello, tondi e a grappolo per il papà Bacci. Oggi si trovano da tutti i “bezagnìn tunixìnni (verdurieri tunisini)”. Immancabilmente a tempo opportuno cresce la prima pianta di pomodorini peruviani.

Gli “avardi” per il lavoro al Rifugio, la pulizia ed il cibo, l’ospitalità, ma rustica… di montagna! Ma nel grande bloc-notes anche i progetti di miglioramento e un canovaccio per la prossima… serata di diapositive, completo dei brani musicali scelti – vedi serata Franco. Infine sistema tutti i conti in sospeso: «Se duvesse moî int’en crepacciu, mi restiô de lóngo pægio e viâtri vegnî vêgi e decrépiti! (Dovessi morire in un crepaccio, io resterei sempre uguale e voi invece diventerete vecchi e decrepiti)».

Lettera di Franco scritta il 6 settembre 1980

Copia lettera spedita da Entracque il 7/8 settembre 1980
(pubblicata su Pietragrande n. 13, 2020)
Non sappiamo se sia mai stata letta. Le sue lettere sono datate circa 9 settembre. Tutte queste testimonianze sono stata lette al Rifugio in occasione del Memorial Franco Piana 1985.

Caro Custode, spero che questa nostra ti trovi impegnato ai Campi Alti, segno inconfondibile di buona salute, Tua e di tutta la Spedizione.
Le ultima notizie vi danno a quota Seimila proprio mentre abbiamo appreso della salita di Messner.
Finalmente dopo tanti indugi ci siamo decisi tutti assieme a scriverti per darti notizie nostre e del Rifugio. Il lavoro grosso è praticamente finito con la settimana di Ferragosto; ora si alternano solo comitive, di passaggio dai vari colli, francesi in gran parte.

Françin e Bruna, i gestori scrutano il loro territorio!

[…] Abbiamo lavorato abbastanza ma certo meno di quanto si sperava. Pescia ha confermato la data del 28 settembre per l’inaugurazione, lamentandosi che sarà una cosa misera e squallida perché il CAI è “miscio (senza soldi)”. Stiamo pregando perché la tua schiena tenga duro come tutto il resto. A questo proposito le donne del Rifugio ti aspettano sperando che Tu non ti sia stancato troppo (con le “Sherpane”). Il lavoro ci è pesato poco soprattutto per l’aiuto degli amici che non sono mai mancati.

Il vitto è sempre accurato ed apprezzato e i cessi puliti.

[…] Scusa la ripetizione: e la tua schiena come va? La nostra è a pezzi per i carichi e … Apprendendo che Messner è arrivato su da solo, qualcuno malignamente si chiede: ce la farà Franco con solo 1200 portatori? Se dovessi fallire, non ti devi preoccupare, fermati ed attendi la prossima spedizione organizzata dai Martinitt, noi abbiamo imparato a cavarcela da soli! […] Abbiamo avuto notizie tue dalla Silvia e dalla Radio che praticamente sono la stessa cosa. Abbiamo cominciato a comperare le provviste per l’anno venturo, rifornendoci sempre al solito Dis Gross dove la bionda si è tagliata la treccia per il dolore della tua lontananza. Le porzioni sono sempre abbondanti e supercondite “come volevi tu”, polenta e coniglio rimangono il piatto forte del Rifugio, minestra e crostini come se piovesse, il vino del Custode è richiestissimo e sta scemando, abbiamo cominciato con lo Champagne d’annata.

[…] Ti lasciamo dopo questa chiacchierata scherzosa che speriamo ti abbia fatto sorridere se eri triste e ti immalinconisca di nostalgia se eri allegro. Attendiamo il tuo ritorno, vincitore, perché, anche se non servi come custode, stiamo costruendo una bacheca di cristallo per te, da dove con un gettone i visitatori potranno ascoltare dalla viva voce dello scalatore le avventura della Spedizione. Salutaci tutti i tuoi amici che aspettiamo al Rifugio e torna presto.
Bruna, Luca, Silvia, Maria, Gabbe, Nicco, ecc.

Françin, mi ritorna in mente…
di Eugenio Vaccari
(pubblicato su Pietragrande n. 13, 2020)

Con Franco credo di essermi legato una volta sola, a Finale alla Rocca di Corno: eravamo una bella truppa, divisi in gruppi; io con Franco, Mario (Piotti, NdR) con Pomodoro (Lorenzo, NdR), ed eravamo alla ricerca di novità saltellando da una via all’altra. Di quella giornata, più che di passaggi estremi, mi è rimasta in mente una serie di battute che potevano uscire solo da una compagnia del genere.

Nel corso degli anni, durante i corsi di alpinismo, non ci siamo mai trovati nello stesso gruppo, perciò non ho ricordi particolari a parte un rientro dalla Pania d’inverno: faceva un freddo cane e qui Franco aveva dato il meglio di sé. Arrivati al rifugio Rossi (alla Pania, NdR), che era chiuso, qualcuno aveva proposto di fare un fuoco per scaldarci e Franco, davanti ad una platea stupefatta, aveva acceso un bel falò nella neve con legna bagnata trascinando tutti in un coro entusiasta. La sua allegria era contagiosa ed era determinante per innescare dei teatrini formidabili con Pescia, Montagna ed altri, durante le cene di rientro.

Ricordo al Vazzoler quando, carico come un mulo, mentre salivo al rifugio con Franca, la piccola Dada di un anno sulla schiena e Pipino (il cane), lo vidi scendere incontro a noi di corsa cantando, con Piotti e Pomodoro, per aiutarci a trasportare tutti quei pesi; quando Armando Da Roit, il custode, ci vide arrivare sembrò nauseato da un tal sacrilegio del regno del sesto grado.

Un’estate, quando eravamo nella baita di Freboudze, era passato a salutarci prima di salire al Gervasutti per fare la Est delle Grandes Jorasses con Lorenzo, così il giorno dopo siamo corsi verso Lavachey a “sbinocolare” senza riuscire a vederli. Dopo pranzo siamo tornati e, non vedendo nessuno in parete, guardando in basso sui ghiaioni, abbiamo visto un essere saltellante, ma solo, e quindi preoccupati gli siamo corsi incontro: è Franco, che ci dice «Tranquilli, Lorenzo è dietro che fa il pediluvio». Poi ci racconta che avevano dovuto rinunciare per le pessime condizioni del canale e le continue scariche.

In seguito, ci siamo persi di vista, lui diretto verso imprese sempre più impegnative, fino al giorno della telefonata di Pescia che mi comunicava la disgrazia sull’Everest, una delle tante tragiche telefonate che si sono susseguite negli anni e che non riuscirò mai a dimenticare.

Grandes Jorasses, parete est. Foto: Yannick Ardouin www.pierramentafactory.com

Il rimpianto per un amico latente
di Alessandro Gogna
(pubblicato su Pietragrande n. 13, 2020)

Franco è stato uno di quegli individui speciali che non senti mai, che vedi ancor meno, anche perché non li cerchi mai, come loro non cercano te.
Quindi non era un amico, direte.
In effetti, no. Non eravamo amici. Però avremmo potuto, se solo avessimo abitato più vicini, con più possibilità di incontrarci. Se solo avessimo avuto più occasioni.

Franco era il perfetto esempio del genovese, avevamo le stesse radici: forse io ero solo nato un po’ più in alto di lui (Albaro)… Ma lui le radici le aveva conservate ben salde in loco, io avevo voluto sradicarmi per seguire la mia strada che di certo era ben diversa dalla sua.

Eppure se penso alla sua figura mi invade una sensazione di grande rispetto, perché la dignità di quel quasi amico mi s’imponeva. La sua statura era tanto più rilevante quanto lui cercava di nasconderla. La sua presenza era sempre discreta, sia quando gli si chiedeva un parere sia quando sparava battute tipicamente genovesi, quindi quasi sempre sarcastiche, prendendo di mira (senza mai sbagliare) gli altri ma anche se stesso.

E’ obbligatorio almeno citare le sue grandi capacità alpinistiche, che però non costituiscono la struttura portante dei miei ricordi di lui. Se lo penso, penso ad altro. E mi sembra così strano, quasi incredibile, che abbia potuto morire all’Everest in un crepaccio.

Il mio ricordo più bello di lui è certamente la prima invernale che facemmo assieme sul Pilastro Montagna della Pania Secca, nelle Alpi Apuane.

Franco Piana sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

Personalmente ero già stato lì quattro volte ma tutti i tentativi erano falliti o per troppa neve o per brutto tempo. Al terzo, con i due fratelli Gianni e Lino Calcagno e con Nello Tasso, eravamo almeno riusciti a partire, ed era più o meno ai primi di febbraio del 1968. L’alba ci vide impegnati in quel budello sinistro del Canalone di Trimpello che ci richiese tre ore per farci arrivare alla base del pilastro partendo dallo sperduto paesino di Fornovolasco. Il pilastro era ricoperto di neve, o meglio i suoi appigli lo erano. Ci ritirammo al secondo tiro di corda, anche se il tempo era bellissimo.

Dopo il quarto tentativo abortito, a fine gennaio 1969 ci tornai, ma cambiando compagni (perché quelli vecchi avevano deciso che il Canalone di Trimpello e il Pilastro della Pania Secca portavano sfiga).

Con l’automobile di Giorgio avevamo raggiunto il paese per la solita scomoda, tortuosa e pericolosa strada da Gallicano di Garfagnana. Nella ruvida ed essenziale locanda alcuni paesani, dietro a gotti di vino, discutevano animatamente di politica ed era un fiorire di esilaranti bestemmie. La Locanda La Buca era l’unica di Fornovolasco. Non lo sapevo: ma lì, complice la figlioletta dell’oste, avrei preso il morbillo. La cosa invece mi apparve ben chiara qualche settimana dopo…

I nuovi compagni erano il gaudente e ottimista Giorgio Noli, l’atletico Gianluigi Vaccari, detto il “professore” e infine una nuova conoscenza, quel Franco Piana la cui attività cominciava a far parlare di sé nel giro degli alpinisti genovesi. E genovese lui lo era davvero, tanto è vero che il suo eloquio escludeva per principio qualunque espressione in italiano. La lingua nazionale la conosceva benissimo, credo però che all’inizio considerasse Gianluigi e me un po’ come fighetti borghesi, quindi quello era il suo modo d’imporre la sua natura “radical pop”.

Gruppo del Monte Bianco, Franco Piana e Lorenzo Pomodoro verso il bivacco Ghiglione, 10 marzo 1973 [tentativo al Pilone di destra (Gervasutti) del Frêney]

Alle quattro del mattino del 26 gennaio 1969 ci addentrammo nel Canalone di Trimpello, aiutandoci con le pile frontali. Il percorso lo ricordavo bene, ma questa volta era asciutto, sarebbe stata una bellissima giornata.

La prima lunghezza dura, vista la mia esperienza precedente, era affare mio, ma non c’era confronto con l’altra volta. Ricordo però che notai l’inaffidabilità di una lastra rocciosa, davvero temibile. L’anno scorso con tutta la neve e il ghiaccio la bastarda si era camuffata…

Gianluigi giunse dunque alla fine della seconda lunghezza: tre chiodi lucenti e un cordino segnavano il limite massimo raggiunto nel tentativo.

Sotto alla Sud dell’Huascaran

Si era instaurata una bella collaborazione. Gianluigi ed io davanti, Franco e Giorgio dietro a schiodare (ma anche eventualmente pronti a darci il cambio). Soprattutto Giorgio era scatenato: sollazzava il secondo di turno della prima cordata con il racconto di esperienze amorose (non capivo bene se reali o fantastiche) cui lui si sottoponeva con entusiasmo e ripetutamente. Era così tranquillo mentre declamava che riusciva a fare del pornoalpinismo anche nelle posizioni più assurde. Franco commentava a modo suo e stimolava con battute graffianti e molto “genovesi” la creatività del meno giovane Giorgio, una vita, sembrava, spesa negli accoppiamenti improbabili.

Nelle Ande

In cima arrivammo alle sedici, in piena luce calante. Non ci fermammo che qualche minuto, poi ci buttammo giù verso il rifugio Pania (oggi Rossi) in quell’atmosfera da crepuscolo che ti rimane stampata nella mente. I pendii erano innevati, ma si scendeva bene. Il problema era che, dal rifugio, avremmo dovuto risalire, altro che scendere!

A passo di carica e abbastanza assetati raggiungemmo la costruzione del rifugio. Desolante! Il serbatoio di raccolta dell’acqua piovana era pieno di neve e ghiaccio. E quella domenica ci doveva essere stata molta gente a scalpicciare intorno: qualcuno aveva defecato lì accanto.

Bisognava far presto. Era assolutamente necessario raggiungere con la luce almeno il Passo degli Uomini della Neve, quasi a 1700 m, una specie di spalla della Pania della Croce, punto obbligato di passaggio per raggiungere la Foce di Valli e da lì poter scendere a Fornovolasco.

Il sole sparì all’orizzonte della ben visibile Corsica proprio quando raggiungemmo il passo. Riaccendemmo le frontali molto al di sopra della Foce di Valli, poi ci fu una navigazione buia, tra civette e gufi esagerati, fino alle 19.30, ora in cui vedemmo la tenue illuminazione del nostro paesino di partenza.
– È andata bene la passeggiata? – ci accolse lieta la padrona della locanda.
– Certo che è andata bene… belin, e come doveva andare? – le rispose in italiano Franco.

Inverni come una volta la mamma non ne fa più… ma anche Franco non c’è più, e di gente come lui ce n’è sempre di meno.

Qualche anno dopo, venerdì 9 marzo 1973, accolsi nella mia casa di Milano una delegazione di ben tre alpinisti genovesi, con i quali avevamo in programma niente meno che la prima invernale al Pilone Gervasutti del Frêney. Andai a riceverli poco prima dell’ora di cena in piazzale Belfanti e li scortai guidandoli fino a casa mia in via Volta, altrimenti sarebbero ancora là adesso… Si trattava di Lorenzo Pomodoro, futuro mio compagno all’Annapurna, Franco Piana e Ubaldo Lemucchi. Tra parentesi non ho mai capito perché Franco non sia stato scelto come membro della spedizione: d’accordo che i posti erano limitati, ma lui lo meritava veramente.

Il mattino dopo partimmo speranzosi per Courmayeur, salimmo al rifugio Torino in funivia e ci avviammo subito sul ghiacciaio, in tempo per essere sorpresi da una vigorosa bufera mentre salivamo al rifugio Ghiglione. Con le previsioni meteo di oggi questi tentativi sarebbero stati evitati, ma allora era così. Si partiva e si sperava nello stellone della fortuna.

Uno dei cani di Gogna nell’orto a casa di Franco

Anche in quell’occasione il binomio Lemucchi-Piana rivestì di sano umorismo genovese la severa e anche potenzialmente triste atmosfera del bivacco. Già alla sera sapevamo che il mattino dopo saremmo riscesi, dunque c’era davvero bisogno di un po’ di allegria.

Nella notte, se possibile, la caduta di neve fresca superò quella del giorno prima: non ci rimase che scendere con la coda tra le gambe, affrontare la solita faticaccia del Col des Flambeaux e riguadagnare Courmayeur.

Ricordo che durante il ritorno a Milano, mentre guidavo, non sembrava neppure che stessimo tornando scornati e mazziati: si parlava ovviamente di alpinismo, di progetti, avevamo ancora tutta la vita davanti.

Quella sera, a casa mia, stabilii un bel legame con Franco. La mia Skippy aveva partorito quattro cagnolini (uno però era nato morto): era tempo di destinarli a qualche famiglia e Franco se ne prese due. Sapevamo che erano in buone mani. Lui li mostrava orgoglioso agli amici dicendo: “Sti chîesun i chén du Sandru Gogna (Questi sono i cani di Sandro Gogna)”.

I ricordi di Ferux
di Ferruccio Joechler
(pubblicato su Pietragrande n. 13, 2020)

Il soprannome Ferux me lo aveva affibbiato Euro Montagna e non me lo ha tolto più nessuno. Mi conoscono così gli amici in generale, caro Gabbe.

I ricordi – Le prime esperienze di Franco nel massiccio del Monte Bianco
14 agosto 1967, Dente del Gigante: il biglietto da visita per chi per la prima volta intende avvicinarsi al massiccio del Monte Bianco – soprattutto per la sua notorietà anche per chi alpinista non è – e per chi invece lo è, per non rischiare di deludere i bambini se gli dici che non ci sei stato. Pertanto Franco aveva condiviso l’idea di salirlo per la “normale” dove sei aiutato da una grossa gomena di canapa messa in loco dalle guide alpine locali.

Farne a meno non avrebbe avuto senso, dal momento che l’avresti avuta sempre sottomano.

E così, a cuor sereno, velocemente in vetta con la tradizionale sosta alla Madonnina. Paghi del panorama che si osserva da lassù, con soste ideali sulle varie cime della catena alpina occidentale, nuovamente alla base nel primo pomeriggio con qualche incrocio di cordate ancora in salita.

Nelle Ande

25 agosto 1967, parete nord della Tour Ronde: salita piuttosto impegnativa per le condizioni del suo ripido pendio, ci si alternava senza avere il tempo di scambiarsi una parola. Piuttosto tesi, nelle brevi soste notavamo in silenzio, con una certa ammirazione, l’avanzare di una cordata parallela alla nostra su una via più impegnativa.

Nelle Ande

In alto, pressoché al margine di una consistente lingua di rocce, i nostri ultimi tiri di corda. Grande soddisfazione in vetta per la salita effettuata e per la vista di ampio respiro dell’himalayano versante della Brenva del Monte Bianco. Un boccone, un sorso di tè e poi giù per il pendio nevoso della normale con l’inevitabile incrocio di chi ancora saliva.

Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Alcune ci portano avanti, e si chiamano sogni (Jeremy Irons)”.

I figli di Ferruccio Joechler, il padre, un’amica e Franco

Torre Gialla, un’idea di Franco
di Alessandro Nebiolo
(pubblicato su Appennino, Anno XXIII – n. 1 – gennaio 2012)

In questo scritto, spostandomi avanti e indietro nel tempo di quegli anni, racconto dei significativi momenti pertinenti sia a Franco Piana, amico e alpinista, che agli amici con cui, sulla Torre della parete est della Testa del Claus, abbiamo diviso passione ed emozioni.

Nasce così la storia della Torre Gialla, da un’idea: in essa Franco intravide la possibilità di aprire due vie sulla parete, le studiò e valutò la convenienza, ma in un primo momento tenne la “cosa” per sé. A consolidata amicizia mi comunicò il progetto e combinammo, se non che quel giorno l’inclemenza del tempo ci obbligò al ripiego e, ambedue, dimenticammo la Torre…

All’Everest

L’UOMO. Franco Piana è di Genova, appartiene al gruppo élitario dell’alpinismo ligure di punta. A metà degli anni Settanta con Lorenzo Pomodoro forma la cordata più preparata nell’ambiente alpinistico occidentale; al loro attivo due ascensioni a pochi riservate: il Pilone Centrale del Frêney e la Ovest delle Petites Jorasses per la via Contamine (1a italiana).

Da Genova, l’immediata vicinanza delle Alpi Marittime consente a Franco notevoli possibilità di focalizzare spazi liberi di pareti o spigoli ove visualizzare e tracciare nuove vie, ma, altresì, valutare attentamente il problema alpinistico su cui cimentarsi, infatti così è stato per la Nord del Corno Stella lungo la via dei francesi Ughetto e Ruggeri; qui la maestria di Franco si è profusa non solo nella tecnica e nello stile personale, ma nell’ingegno nel costruirsi i cunei regolabili fino a 26 cm di larghezza per superare il tratto chiave della salita. Si trattava allora, se non mi sbaglio, della terza ripetizione e, ad oggi, l’alone reverenziale che la circonda, non vede candidati in lizza alla prova.

L’INCONTRO. Provenendo da siti diversi per un sopralluogo ambientale, ci incrociammo a metà mattino dell’8 dicembre 1975 sul ghiacciaio del Gigante; Franco e Lorenzo provenivano dal Mont Maudit, io e Gianni Comino dal Mont Blanc du Tacul; intenzioni comuni di obiettivi diversi all’imminente inverno.

Brevi presentazioni, il resto al comodo e caldo rifugio Torino e, come si conviene per l’occasione, reciproco scambio dei numeri telefonici e un «… Ci sentiamo per combinare, ciao…».

Poi la tragedia che scosse l’ambiente alpinistico occidentale: Lorenzo Pomodoro, amico e compagno di Franco con cui divideva le sorti in parete, morì assieme ad altri in un incidente d’inverno sul Monte Pisanino nelle Alpi Apuane.

La casualità della vita, di per sé imprevedibile, il suo desiderio di continuare, permise un rapporto di amicizia che nel prosieguo delle stagioni armonizzò i caratteri nella comune passione.

Testa del Claus, parete est all’Anticima Sud –Via diretta per lo spigolo della Torre Gialla, sviluppo 360 m, ED-/D-. Foto: Thibaut Tournier.

In ferie, passammo alcune estati in Val Ferret dedicandoci al versante sud delle Jorasses, ripetendo vie (es. Bonatti/Peyronell alla Punta Young) e aprendone nuove (es. Tour des Jorasses, integrale allo sperone sud), e in autunno, nel magico ambiente delle Marittime a noi caro. La sincera confidenza tra noi, mi permise – apparentemente – un recupero psicologico dall’incidente sulla Nord del Cervino nel 1975: non mi pareva vero…

DESTINO. Settembre 1980, sera: le poche parole che al telefono udii mi comunicavano che la vita di Franco era terminata, il desiderio che lo aveva portato all’Everest, l’energia e l’impegno profusi in esso segnarono, poco prima del Colle Sud, il destino… per sempre.

Nelle Ande

DISCORRENDO. Della Torre Gialla me ne accennò Franco chiacchierando di vie nuove da aprire. «Vedi – mi disse – anche gli alpinisti sovente si condizionano al luogo e altro non vedono; al rifugio Questa, ad esempio, mirano tutti alla zona del Prefouns o alle Creste Savoia; è anche vero che chi dal rifugio sale al Passo delle Portette, sono escursionisti o alpinisti cui l’interesse di ricerca non coinvolge… Per effetto di prospettiva – continuò – si coglie l’essenza della Torre all’inizio dei tornanti verso il passo: anzi, più che una Torre pare la prua di una nave che si impone dalla Testa del Claus».

INSIEME. 1976, primavera avanzata: nel tardo pomeriggio di un sabato deponiamo gli zaini innanzi la porta del rifugio, di neve ne abbiamo pestata a sufficienza, guardando a valle la pista sembra uno sghiribizzo di un quadro d’autore.

Mattino: alla base della Torre la mia sensibilità è scossa; nella geometrica struttura è riposta la fantasia poetica di ogni alpinista: un muro giallo/rosso, liscio, si innalza verticale fino a due sbarramenti di tetti posti asimmetrici in obliquo da destra a sinistra di pronunciati diedri; oltre, ancora diedri; la logicità di due vie passanti ai lati dei tetti è palese all’evidenza. Il tempo imbronciato di primo mattino è, di per sé, un avvertimento, un valore cui prestare attenzione nel prosieguo del giorno, ma qui non siamo in quota bensì in un posto tranquillo. Ci innalziamo nel diedro di destra per due lunghezze di corda tra fessure e diedri giocando d’equilibrio sul verticale della parete… Comodi al terrazzino del secondo tiro ci domandiamo che fare, i fiocchi di neve, che in prima battuta figuravano scomposte lettere di un annunciato messaggio, ora, grevi e silenziosi, danzano al vento: veloce calata con buoni propositi… disattesi.

CONFIDENZE. Nel periodo in cui Franco gestiva il rifugio Genova combinammo alcune salite sul versante est dell’Argentera. Una di queste, la sera antecedente la salita, seduti fuori dal rifugio avvolti nell’atmosfera mutante della luce, ci confidammo come adolescenti sul perché della vita e della passione per l’alpinismo che, per noi, era il gioco con l’io, consapevoli del limite alla libertà di agire.

Le parole, scevre dall’abituale inibizione, si dissolvevano alla sinfonia naturale del luogo. A un certo punto della conversazione, prevedendo la casualità o fatalità della vita, Franco mi disse che, in caso di mortale incidente all’Everest, desiderava che la spoglia rimanesse in luogo; accusai uno scossone ma non dissi nulla, poco dopo rientrammo in rifugio, domani ci aspettava una via classica, al caldo sole e l’azzurro cielo… Fu l’ultima volta, l’imminente partenza, gli ultimi preparativi non permisero altro incontro. Ci sentimmo alcuni giorni prima del viaggio, una telefonata breve, senza giri di parole, perché l’esperienza maturata nelle Alpi non abbisognava di ragguagli, e poi non era la prima spedizione questa che Franco affrontava, semmai, aggiungeva un di più che egli agognava. Al termine mi disse: “Tienti in forma, un mese passa in fretta…”.
“Certo – dissi – non mancherò…”.

Ciao, Franco.

Sulla via dedicata a Franco Piana, 15 agosto 1988. Foto: Fulvio Scotto.

Pensieri in libertà su Franco Piana
di Nico Campora
(pubblicato su Pietragrande n. 13, 2020)

Parlare di Franco, a quaranta anni dalla sua morte, non mi riesce difficile. Ho chiaramente presente nella memoria ogni momento passato con lui e con i suoi familiari anche dopo così tanti anni.

Inizierò da distante. Suo padre, Bacci, originario di e vissuto a Campo Ligure, prima di spostarsi nelle vicinanze di Manesseno, a Pratoquartino, conosce e sposa Antonietta (Tugni), una donna di forte carattere, risoluta e volitiva, che abitava a Cremeno.

Era contadino e in gioventù aveva fatto anche il pastore. Mi raccontò che, mentre pascolava delle pecore sulle alture del suo paese, fu avvicinato da un uomo che gli chiese se conosceva una certa famiglia del paese che si trovava in miseria. A una risposta affermativa, lo sconosciuto gli disse (in dialetto): «Ragazzo quando scendi in paese vai al mulino e dì al padrone di portare un sacco grande di farina a quella famiglia, te lo ha ordinato il Gallina» (per chi non lo sapesse questo era un famoso bandito che infestava allora il novese; fu ricordato nello sceneggiato Coppi e il bandito di alcuni anni fa: un Robin Hood locale.) Dal matrimonio nacquero prima Franco e poi Rina.

Conobbi Franco nei primi anni Sessanta. Si presentò alla nostra sede del CAI, dopo aver frequentato per qualche tempo il gruppo escursionistico “Scarponi” di Pontedecimo, ma lui voleva andare in alta montagna e arrampicare.

Mi raccontò, poi, che entrando vide un tizio dietro una scrivania ricevere le iscrizioni, al che pensò: «Quello non è altro che uno scribacchino, è meglio che mi rivolga ad altri». Quel tizio ero io… Iniziò a frequentare la sede e la montagna, con Euro, Giorgio e con me. Poi prese il volo e, con altri, ma soprattutto con il suo nuovo compagno di cordata – Lorenzo Pomodoro – fece salite grandiose, anche se poi abbiamo arrampicato ancora molto insieme. Ricordo benissimo: la Torre Venezia, il Campanile di Brabante, lo Spigolo del Velo e una fortunata “campagna dolomitica”, sia per il tempo mantenutosi sereno per quindici giorni che per le numerose e bellissime scalate.

Andavo volentieri dalla famiglia e, quando c’era della frutta matura sui loro alberi, mi invitavano a raccoglierne per me, parenti e amici. Una sera, accompagnando Franco a casa dopo una faticosa e impegnativa salita in montagna, insistettero affinché mi fermassi a cena da loro. Dopo oltre cinquant’anni ricordo ancora i bocconcini di gallo in salsa di pomodoro (tutto allevato e coltivato da Bacci). Non ho mai assaggiato un piatto di simile bontà! Credo fosse il 1974, in Dolomiti: allenatissimi dopo una serie di impegnative scalate, andammo all’attacco della via Fedele al Sass Pordoi, salita non eccessivamente difficile ma di lungo sviluppo (740 metri) e costantemente sul quarto grado, con qualche passaggio di difficoltà leggermente superiore. Vediamo piuttosto in alto due arrampicatori impegnati sulla nostra via che gridano, per le manovre di corda, in lingua tedesca. Attacchiamo anche noi e, procedendo a tiri alternati, io raggiungo su un comodo terrazzino il secondo dei due. Mi si rivolge in italiano, per cui deduco siano altoatesini, parliamo del tempo, poi mi chiede cosa abbiamo fatto nei giorni precedenti.

Nelle Ande

Sentendo le nostre salite – nel frattempo mi aveva raggiunto Franco – mentre il compagno gli urlava, sempre in tedesco, di ripartire, rivolto a quest’ultimo, in italiano, gridò: «Lasciali passare».

E Franco senza sostare continuò.

Un anno con Franco e l’amico Lorenzo ci incamminiamo da San Lorenzo in Banale, piccolo paese in bassa valle nelle Dolomiti di Brenta, per salire, in giornata, la Cima d’Ambiez per la famosa via Fox-Stenico. Il monotono percorso che porta, dapprima al rifugio Agostini, e poi all’attacco della via, è molto lungo e ripido. Io arranco con zaino pesante e grande fatica, gli altri due salgono carichi anche loro come se stessero passeggiando in una via dello shopping, chiacchierando: erano tornati da pochi giorni da una spedizione alpinistica nelle Ande e salito alcuni Seimila! Con mia grande fatica e spossatezza arriviamo in vista di questa bellissima parete; il tempo, che già non prometteva niente di buono, peggiora e minaccia pioggia, e ci costringe a scendere al rifugio dove pernottiamo. Poche volte, come quel giorno, ho apprezzato il brutto tempo in montagna.

Un Alpinista “fuori serie”
Ricordo di Franco Piana
(a 25 anni di distanza dalla sua scomparsa sull’Everest)
di Salvatore Gargioni

La copertina de La Pietra Grande, rivista del CAI Bolzaneto, 2020. Nella foto sopra, Euro Montagna. Sotto, Franco Piana in artificiale durante la 1a ascensione della via Silvia al pilastro sud-est del Baus 3067 m (Alpi Marittime), 1 settembre 1979. Foto: Giorgio Noli.
Anni Sessanta: Franco Piana ventenne in una delle sue prime escursioni sulle Alpi. Foto: Archivio Famiglia Piana.

Qualche tempo addietro un amico mi segnala una trasmissione televisiva dove si racconta di una spedizione all’Everest che si propone esperimenti di fisiologia in alta quota. Mi raccomanda un’attenta osservazione. Cerco da altri amici una registrazione. Vi si illustrano tutte le difficoltà, i pericoli legati all’altezza e alla fatica nonché l’alta mortalità di chi tenta questa montagna dimostrando l’asserto con la visione abbastanza insistita e particolareggiata di cadaveri e resti umani. Siamo a 7000 m circa, alcune centinaia di metri sotto le famigerate “Fasce Gialle”. Il commentatore si sofferma su un’immagine, agghiacciante per chi come noi cerca inconsciamente qualcosa, e nota che l’abbigliamento è caratteristico degli anni ‘80. Facciamo un po’ di conti. In quel periodo a 7300 m di quota è morto solo Franco. Il ghiacciaio potrebbe essersi incaricato del tragitto. La scarpetta di cuoio in primo piano è uguale a quelle della spedizione che si possono ben veder sul libro (A due passi dalla cima, libro ufficiale della spedizione italo-nepalese “Everest ‘80” – Mestre (VE), 1980, NdR) e anche la camicia a quadri è dell’epoca e assomiglia a quella delle ultime diapositive. La battagliera madre di Franco è già scomparsa altrimenti il rancore per la montagna, per l’alpinismo e per molti alpinisti che nella sua ingenuità considerava i colpevoli istigatori, avrebbe scatenato, a quella vista, una guerra. Io non ho più riavvolto il “nastro” di quella trasmissione! Franco è probabilmente l’unico italiano scomparso su questa montagna. Potrà sembrare un’esagerazione ma a distanza di 25 anni non riesco a parlare di Franco senza una profonda emozione, senza un acuirsi del senso di vuoto che ha lasciato nel ristretto gruppo di persone – l’amicizia aveva superato i rapporti che nascono in montagna in cui si era inserito divenendone un riferimento. La mia incostante e diluita frequentazione dell’alpinismo mi ha forse “statisticamente” allontanato dal novero di tragedie vissute da altri, più assidui.

Grandi pulizie al rifugio Genova
In giro per Genova

Franco è stato per me l’unico amico e alpinista veramente vicino, scomparso in montagna (anche se non posso dimenticare Gianni Calcagno, Lorenzo Pomodoro e altri): la moltiplicazione di tragedie anestetizza o io esagero? Un giorno scrissi per un’altra occasione.
La memoria, ricordi in potenza. I ricordi, memoria in atto.
La morte, diaclasi che la memoria non riesce a colmare.
I ricordi, vividi, improvvisi, che ti assalgono, e per un attimo, sembrano superare la morte.

È questa sensazione che mi perseguita perché il ricordo è l’acuirsi della mancanza e a un tempo rivitalizzazione. Lo scriverne comunque asseconda. Scriverò ancora una volta di Franco, non tentando una biografia ma solo evocando una serie di immagini tratte dal libro dei ricordi, così vivi che spero illuminino la personalità senza pensare di esaurirla.

Genova, manifestazione operaia
All’Everest

Inevitabilmente parlando di quelle persone con le quali ha percorso una parte importante della vita, così ben suddivisa peraltro in comparti non del tutto comunicanti: la famiglia e il mondo contadino dal quale proveniva e che “coltivava” con particolare riguardo come l’angolo dell’orto dedicato ai suoi fiori; il lavoro e l’ambiente della fabbrica con le problematiche sociopolitiche che lo tormentavano e dove trovò in Guido Rossa una formidabile spalla; la montagna con gli amici di Bolzaneto e quella delle spedizioni con il CAI di Dolo e quindi con altri legami, il Nuovo Rifugio Genova che lo coinvolge negli ultimi anni; e per finire il fascino, ricambiato, della presenza femminile. Franco nasce nel 1943 a Genova S. Olcese paese d’origine della madre, mentre i Piana provengono da Campo Ligure (GE). Si avvicina alla montagna, partendo da una famigliarità con i boschi, la natura, l’ambiente appenninico, propria di chi è stato vicino al mondo contadino. Poi le gite ed escursioni con il Circolo Parrocchiale, infine con il Gruppo Escursionistico “Scarponi” di Ge-Pontedecimo dove ne è ancora vivo il ricordo. Nel 1966 si iscrive al CAI per frequentare il II° Corso d’Alpinismo organizzato dalla Sottosezione di Bolzaneto, contemporaneamente alla comune amica Maria Dellepiane cui dedicai il pensiero sopra citato per la sua immatura scomparsa.

Nelle Ande
Salvatore Gabbe Gargioni e Franco Piana (a destra)

Andiamo a ritroso: 1978. Non è questo l’inizio della storia di Franco ma è una data importante anche se si colloca alla fine della storia. La Sezione Ligure acquisisce il Nuovo “Genova” costruito dall’ENEL a riparazione della scomparsa nell’invaso della Diga del Chiotas del vecchio Rifugio, primo assoluto delle Alpi Marittime (1898). La delega della Sezione per l’atto d’acquisto, la conoscenza alpinistica e professionale della zona mi avvicinano al rifugio di cui parlo con Franco che già da qualche tempo vive dubbi per il suo lavoro all’Italsider di Genova. E mille dubbi nutre anche per la montagna che lo stimola e lo frena ad un tempo. È scomparso da non molto il suo più affiatato e scatenato compagno di salite Lorenzo Pomodoro su una banale cresta “invernale” delle Alpi Apuane. Guido Rossa cadrà poco dopo, per il “cedimento di un appiglio” che non aveva valutato come il suo stile d’arrampicata sembrava dovergli suggerire…. La Sezione gli offre la gestione del rifugio che accetta con la complicità degli amici di Bolzaneto. Inizia una stagione indimenticabile per tutti. L’estate del 1978 è già trascorsa, spesa per l’arredo con mobili e attrezzature in arrivo da Genova. L’anno successivo lavoriamo un mese circa con l’aiuto di mia moglie Bruna contitolare della gestione, promossa cuoca sul campo e di tutti gli amici molto “onorati” di partecipare. Il fine stagione è riservato ai lavori più gravosi con l’aiuto di alcuni compagni di fabbrica anche per il rinforzo di porte e finestre già “violate dai soliti ignoti”. Franco vorrebbe passare l’inverno, chiuso nel rifugio, con una mazza da baseball nelle mani pronto ad accogliere “i prossimi visitatori per stampar loro il sorriso sulle labbra”.

2 agosto 1970: sulla via Klucker-Neruda, parete nord-est del Lyskamm Orientale 4527 m (Monte Rosa). Foto: Giorgio Noli.

Non se ne fa niente! Progetta invece di ospitare al “Genova” i colleghi più in difficoltà: “pe na settemann-a de montagna!” Quando si avvicina l’apertura estiva 1980 si concretizza contemporaneamente l’adesione alla spedizione “Everest ‘80”. Franco risente ancora le conseguenze di un incidente sufficiente a metterne in dubbio la partecipazione, per la quale sono d’ostacolo il rifugio stesso e problemi famigliari, più soggettivi che reali. Contemporaneamente dedica, da mesi, moltissimo tempo a ginnastiche riabilitanti con attrezzature “autarchiche” montate nel capanno degli attrezzi dell’orto. Per arrampicare o portar carichi appoggia il peso dello zaino sul bacino con una cintura strettissima sgravando le lombari traumatizzate. Non so se un ortopedico avrebbe approvato! E si allena, pur tra mille dubbi. Arrampica, arrampichiamo con gli altri, prevalentemente in Marittime per essere più vicino al “Genova”, a casa e pronto per ogni eventualità che l’organizzazione della spedizione comporta anche se il quartier generale è Dolo, patria di Francesco Santon, con il quale è già stato nelle Ande Peruviane e in Himalaya all’Annapurna III.

Da sinistra, Franco Piana, Ubaldo Lemucchi e Lorenzo Pomodoro

I rituali dell’allenamento con gli amici sono ora più radi ma per la prima spedizione alle Ande si camminava e si arrampicava con Franco gravandolo, spesso a sua insaputa, di pesi aggiuntivi. Tutto finiva in una risata e con il classico intercalare genovese “oh belin!“ ma si continuava a camminare. Ora il suo livello alpinistico è ben più alto e svolge gran parte della preparazione altrove o da solo. Una sera parte dal rifugio alle 21, la luna sta per sorgere luminosa e tonda, sale al Chiapous, scende al Lagarot, sale il Canalone di Lourousa e dal Baus riscende al rifugio per le 3 del mattino. È la replica in Marittime di quanto fatto sul Bianco: sera – Rifugio Torino, Ghiacciaio del Gigante, Canalone Gervasutti al Tacul sotto la luna. Ritorno al Torino all’alba. La stagione è cominciata, Franco fa la spola tra il “Genova” e Genova. Una sera Giorgio inventa una cerimonia piazzando una gran foto di Franco ritratto sul pilastro sud-est del Baus. Mentre gesticola con le sue grandi mani Franco annuncia divertito che se rimarrà sotto il ghiaccio della Ice Fall: “tra venti o più anni, sarò ancora tale e quale e voi vecchi, o scomparsi”. Alla fine di luglio ci salutiamo sulla strada del rifugio vicino alla piccola diga di Colle Laura: non avevo mai guardato Franco negli occhi – preferivo quelli delle sue ragazze – mi parvero chiari, trasparenti come si potesse vedere oltre. Fu certo una suggestione d’origine letteraria (Giovannino Guerreschi, La scoperta di Milano) ma non ho mai dimenticato quell’istantanea impressione.

22 ottobre 1972: in vetta al Monte Roccandagia 1700 m dopo aver salito la cresta est-sud-est (Alpi Apuane). Foto: Archivio Famiglia Piana.

Una stretta di mano e una vicendevole esortazione: “me raccomando!!” Dal campo base arrivano alcune lettere piene di dubbi e rimorsi repressi: la morte di uno sherpa all’inizio della Ice Fall, i fatti della stazione di Bologna che gli arrivano per telex, forse qualche difficoltà nei rapporti con il capo-spedizione Santon che come confesserà nel libro A due passi dalla cima non sono mai “acritici”, ma in compenso la forma che lo assale sempre oltre una certa quota, forma che si “vede” ritratta nelle ultime foto e, non ultima, la determinazione a rispettare un impegno: era vice capo-spedizione! Il 22 settembre 1980, è una domenica e noi al rifugio Genova stiamo lavorando all’acquedotto. All’Everest, quota 7300 circa, verso il campo IV all’altezza delle famigerate “Fasce Gialle”, Franco viene travolto da una modesta quantità di neve. Il compagno Radin non è neppure preoccupato pensando di estrarlo semplicemente tirando la corda che li lega, ma quella poca neve è già impenetrabile, il lavoro suo e di uno sherpa dopo due ore, con le piccozze, non porta ad alcun risultato. Un telex da Katmandu arriverà in Italia e poi a Genova tre giorni dopo. Piero Radin non lo salva e si dannerà l’anima per non aver ricambiato quanto Franco mise in atto con una forza, una dedizione e un’opera di “ingegneria alpina” all’Annapurna III nel 1977. Piero era caduto assieme a Luigino Henry, cui Franco non può far altro che dare “sepoltura” in un crepaccio. Da solo cala Piero fino ad una posizione sicura lavorando non so quanto poi scende ai campi inferiori e immediatamente risale con gli altri per dirigere il trasporto del ferito verso il campo base impiegando diversi giorni. Solo le immagini fissate in una serie di diapositive “realizzano” le impressioni suscitate dal racconto di Franco come al solito scarno e privo di enfasi. Non accetterà mai di essere proposto per l’Accademico così come rifiuterà di sponsorizzare un calzaturificio: “scarpe che no me piàxian”. Le userà una volta e poi le nasconderà al rifugio. Con un giudizio tecnico rimuoverà un fastidio di natura morale. Avrebbe dovuto solo mettere una firma! Lo sponsor genovese che lo aveva presentato ancora oggi non capisce.

Flashback. Ho avuto la fortuna di averlo, come allievo, al Corso d’Alpinismo alla prima uscita in palestra. Ricordo solo una certa sicurezza ma nessuna spavalderia. Era già un escursionista e l’iscrizione al Corso, l’alpinismo non rappresentavano il sogno di una vita. Osservai negli anni seguenti che arrampicava con uno stile sobrio, continuo, le sue caratteristiche fisiche non lo facevano assomigliare ai dinoccolati Gianni Calcagno o all’amico Giorgio Noli, forse più a Guido Rossa. Chissà se il lavoro di “aggiûstêur” (antica definizione genovese di meccanico) che condividevano non nascondesse altre affinità psicofisiche? Era certo un’alpinista fuori dagli schemi: se lo immaginassimo inserito in un’altra epoca avrebbe rifiutato sia il così detto “eroismo” degli anni Trenta sia il narcisismo dei free climber di oggi o le esasperazioni allucinate dei californiani. A margine dell’articolo un brevissimo estratto delle sue principali salite è sufficiente per capire cosa avrebbe rappresentato per il mondo alpinistico se avesse voluto mostrarsi. Era inutile chiedere a Franco notizie sulle difficoltà del Pilone Centrale del Bianco o della Ratti-Vitali all’Aiguille Noire: ci descriveva la bellezza o lo scarso interesse suscitato. Esaminando l’elenco si consideri anche l’epoca, la varietà, la relativa brevità temporale nonché la provenienza dall’entroterra genovese. Non di Cortina o Courmayeur. Ora alcuni ricordi “minimi” personali degli amici del gruppo che, se non altro, vogliono essere un omaggio, un contributo alla memoria collettiva, forse l’assolvimento di un ultimo impegno. Come del resto questo stesso articolo che mentalmente riscrivo da secoli, forse solo per me.

Al cospetto del Grand Capucin

Settembre 1975. Arriva con Lorenzo Pomodoro a casa mia a Valdieri, rifugio di fondo valle per molti amici. Partono per la Ughetto-Ruggeri alla Nord del Corno ma sotto il Lagarot Franco trova un “quintale” di porcini. È disposto a tornare a Genova, prendere suo padre e portarlo lassù ma il compagno non sente ragione. Effettuano la seconda ripetizione della via. Quel suo desiderio di rimanere agganciato continuamente alla famiglia, alle abitudini contadine, era uno degli aspetti di quel “provincialismo” di cui andava fiero e che lo rendeva diverso da molti altri, più disponibile e contemporaneamente più reattivo, insofferente delle formalità, delle esteriorità. L’abbigliamento quasi sempre casuale, non “casual”, testimoniato dalle foto, conferma queste impressioni. Giorgio Noli, diversi anni prima, sale all’Asta Sottana per la complicata via Campia con l’inseparabile Lucci; scendendo dalla zona del futuro bivacco Costi vede una splendida torre avamposto della Cima. Nel 1973 parte con Franco e assieme tracceranno una delle più belle “classiche“ delle Marittime: «Saliamo senza rispettare priorità. Su uno dei passaggi in libera più difficili Franco vola e non vuole ripartire da primo. Così lo sprono – memore di antiche letture – perché non rimanga in lui sorta di paure inconsce. Ma anche perché – assicurazione a spalla! – ho le mani spellate». Psicologia o convenienza?! Alle Marittime ritorna sempre dopo spedizioni o salite importanti quasi come per un ritorno in famiglia ed in ogni caso per una “rimpatriata “ con gli amici di sempre con i quali compie anche innumerevoli scialpinistiche pur non avendo alcuna predilezione sciistica. E soprattutto senza far distinzioni di sorta tra gli amici più o meno bravi.

Aldo Timossi: «In una di quelle scialpinistiche “tragicomiche” effettuate con Franco spaesato sugli sci quasi quanto me, verso la fine della tribolata discesa la salita non poneva certo problemi a nessuno dei due – Franco cade nella neve marcia del fondovalle e si ritrova in un groviglio inestricabile di sci, pelli, bastoncini, zaino e qualche arbusto dal quale emerge ridendo e con una battuta fotografa la situazione: “I mazochisti me fan rïe o belin».

Nicolò Campora: «Arrampichiamo in un lungo solare settembre dolomitico, giovani e squattrinati. Quindici giorni in montagna, molte salite alle spalle, saliamo velocissimamente la via Fedele al Sass Pordoi nel Gruppo di Sella. Dall’ampia vetta, piena di turisti, saliti fin lassù in funivia, scendiamo sino alla grande cengia della parete nord-ovest che attraversiamo per risalire arrampicando la cresta sud-ovest parallela alla funivia. Questa seconda salita alla vetta lungo l’aerea cresta ben visibile ai turisti, avrebbe potuto, a detta dell’incaricato della biglietteria, “dare spettacolo” e garantirci la discesa gratuita. Dopo tanti giorni di montagna, eravamo a corto di “palanche”».

Euro Montagna (trascinatore di talenti veri e di illustri sconosciuti) apre con Franco una via sull’infida e anomala puddinga del Castello della Pietra. Verso la cima piazzano un classicissimo palo per risalire la fessura terminale: «Sentivo in lui una latente energia ora che dopo tanto lavoro eravamo vicini alla conclusione, lo mandai avanti. Ridiscese non fidandosi di un arbusto, incerto, unico “appiglio naturale” disponibile. Superai l’infido passo ma quando mi raggiunse in vetta notai una luce di vera gioia sul suo volto come non ebbi più a scorgere nelle altre occasioni. Era stata per Franco una lezione ed un’iniziazione». In qualche angolo della sua vecchia casa di campagna, avrebbe dovuto trovarsi una lettera o la traccia di un appuntamento con Messner per il Lhotse. La schiena, il rifugio, la famiglia e la politica probabilmente non lo avrebbero trattenuto. Nemmeno la tanto ricercata presenza femminile! Dopo sarebbe come sempre ritornato alle Marittime, con noi, al suo “Rifugio”, a quelle montagne più umili, domestiche, forse solo famigliari a fronte di quelle immense, declamate, ma ormai più lontane nel suo cuore.

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1 Comment

  1. says: Max

    Articolo veramente meraviglioso. Ho appreso dell’esistenza di Franco Piana leggendo l’elenco dei deceduti sull’Everest sul Wikipedia inglese.

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