Kairos – 2

Kairos – 2
di Giorgio Mallucci

(continua da https://tinyurl.com/48kewhh6)

9 – Di una sera di novembre (a casa, al caldo, rimuginando)
Vivere vite dissociate: come passare da un mare blu cobalto contornato da rocce rosse e grigie o da vette scintillanti a una strada quasi anonima, anche se in una delle più belle città del mondo. Questa è la nostra storia di questi anni.

Oggi piove sempre, novembre mi/ci è stato ostico, triste, umido, precursore di inverno. L’inverno è meglio, precorre la primavera e con quella noi ri­fioriamo.

Metafora della vita, la sera si avvicina e mentre sei al computer in una bella casa riscaldata, ti sovvengono le sere in tenda nel bozzolo del sacco a pelo mentre fuori il vento d’alta quota urla feroce. Tornano in mente il lento e doloroso alzarsi e le ritualità della mattina a oltre 7000 metri, lo scafo esterno degli scarponi doppi, la difficile ricerca dei ramponi e la bocca secca con la gola che raschia per l’aria rarefatta e fredda. Dalla borraccia che ha diviso con te il sacco a pelo versi l’acqua per un misero tè, lo bevi con de­siderio e inghiotti a forza qualcosa di solido, solo per dovere.

Sempre mi sono chiesto: “perché la scelta di tutta questa sofferenza?”; non sono mai riuscito a darmi una risposta pienamente soddisfacente; forse… l’avventura, l’esplorazione e il desiderio di un altro mondo…

Poi, scrivendo, Kalymnos riappare all’orizzonte: un posto senza eroismi, dove vivere sereni con il mare prepotente che ti entra dentro l’anima dalla terrazza di Panormitis, mentre la “Grande Grotta” sfavilla di rossi e gialli nel tramonto del sole, dietro Telendos. Il blu e celeste delle persiane fanno pendant con il paesaggio e piano si accendono le stelle contornate dal ron­zio delle zanzare e il frinire delle cicale.

Domani ancora ad arrampicare, ci aspettano piccoli grandi desideri di rea­lizzazioni. E ricordo altri momenti, l’onomastico di Sofia. Siamo allora di nuovo a Kalymnos a festeggiare chi ci ha voluto con sé, accomunati dal desiderio di comprendersi pure con diverse lingue, contenti di essere in­sieme. Delle bambine accompagnano il chiacchiericcio, mentre si rincor­rono allegre intorno al tavolo, discorrendo sull’arrampicata e sulla vita quotidiana.

L’onda del vicino mare accompagna in sottofondo il parlato, ci sommerge il ritmo delle portate e, mentre scrivo, una formica si aggira ondivaga tra tasto e tasto del computer.

Sono in camera di mio figlio, sul soffitto ha attaccato una carta del mondo. Con felice scelta l’ha sistemata sopra al suo letto. Mi sdraio e comincio a viaggiare, occhi e mente fissi sulla carta, percorro i luoghi dove sono andato a cercare avventura e forse un motivo di esistenza. Viaggio con la mente e le pareti intorno a me si fanno vaghe, scompaiono. Non mi fermo in un continente o in un posto, veloce volo ovunque. Il subcontinente indiano contornato dalle montagne percorse in tanti anni trattiene con sempre mag­giore frequenza lo sguardo e il ricordo comincia a viaggiare. Come in un film compare Venezia e con lei il mio modo di scoprire una città.

Mi piace perdermi per le città sconosciute, vagare tra i vicoli e le calli, sco­prire cosa c’è dietro un angolo nell’attesa di una piazza o una visione me­dievale.

Ci vogliono però le città vecchie, quelle fatte per l’uomo a piedi, con le strade orientate a tagliare il vento, con l’attesa dello slargo che apre il respiro agli occhi. Alle città nuove, anche se ben progettate con begli edifici, tutto questo manca, sono progettate per le macchine. La città antica ha dei punti focali che ti chiamano a sé. Vagando senza meta per Venezia, sorpassando ponti e calli senza alcun criterio, fatalmente mi sono trovato in San Marco. Poi lasciata la piazza con i caffè e le miriadi di turisti ho costretto i miei passi a vagare di nuovo alla ricerca di non so cosa ma sicuramente bello e misterioso. Qualche passo e finiscono i turisti, come su un set cinemato­grafico improvvisamente gente che fa la spesa che compra il giornale e vec­chie macellerie e barche che vendono frutta e finalmente una città vera. Sparisce la luce del giorno e la mappa si fa indistinta, sparisce anche Venezia insieme al mondo ma rimango io sdraiato su un letto pronto a ripartire per ricercarmi altrove.

Ma Roma si difende dal caldo con la vita notturna, con pellegrinaggi da un pub ad un altro. Lungo alcune strade del centro, là dove ancora vive la gente, si vedono le scene antiche.
Anziani, donne e uomini, con le sedie che si sono portati da casa sfuggono le mura infuocate guardando il passeggio, senza risparmiare commenti sulla gente che passa.
Commenti sempre caustici, perché senza pietà sono i romani adusi da sem­pre al dileggio, in particolare dei potenti.
Ne hanno antica consuetudine e non li scalfisce vedere passare una cele­brità, ché la contiguità con papi, nobiltà e curia li ha resi edotti dell’umanità misera di tutti.

E’ sempre stato bello vagare per la notte nelle strade di Roma che infuocate dal calore del giorno man mano sdilinquiscono la vampa. Un sentore di alba fresca si fa strada nella notte mentre le sedie sugli usci si ritirano piano piano e le donne smettono di farsi vento con le gonne chiamando figli e mariti al riposo.
Poi Roma resta tua, silenziosa e gioiosa, ti avvolge complice mentre anche le ultime puttane l’abbandonano.

Un lieve chiarore precede l’alba e mentre passeggi, compaiono alla mente altre albe passate su un misero terrazzino di una parete himalayana al freddo glaciale. E mentre il Colosseo nasconde ancora il primo bar aperto con il primo caffè dopo una notte insonne, dolce è il ricordo.

Noi, se soli, in un tempo lento,
noi, se insieme, in un tempo veloce
Intorno vita a diverse velocità.
Amore non di un giorno, amore cercato,
amore trovato, amore dell’esistenza.
Amore che il tempo sublima gioia profonda
Amore che trasporti in corsa il nostro tempo.

Giorgio ed Elisabetta Galli al Monte Bianco

11 – Di una sera in montagna (visioni ma mica tanto)
Prendevano forma nel buio le ombre dei massi ma erano ombre indi­stinte. Sembrava che fossero la rappresentazione di quei sogni che va­gano la notte nella mente, lasciando al mattino solo un fastidioso sentimento di cose perse, vissute ma non ricordate.

Trovare la strada diventava difficile e si faceva sempre più forte il desiderio di bivacco. Il rifiuto di cedere al disagio costringeva a proseguire mentre tutto, intorno, si faceva sempre più grande e pauroso. Un compromesso interno otteneva una sosta che, anche se prolungata di ore, sempre sosta rimaneva e non bivacco.

Finalmente, con il freddo delle prime luci, le ombre si spegnevano, le paure di fanciullo sparivano e il cammino riprendeva lento verso chissà quale meta. L’alba riportava con sé i desideri sopiti nella sera, quella voglia di scoperta che si esaltava, riflettendosi nella rugiada scintillante del primo sole. Doleva il cuore nel calpestare i fiori appena svegli sul prato.

Lentamente la parete si stava avvicinando e con lei la paura, nascosta e de­siderata contemporaneamente, quella paura che sempre ti aveva fatto sen­tire vivo e forte quando la superavi ma che, ora dopo tanti anni, solo paura rimaneva.

Lo sapevi ormai di non essere immortale, fatto di carne e sangue come tutti, né più bravo né più intelligente, solo più fortunato perché per un poco avevi posseduto delle illusioni.

La marcia ti aveva portato sotto la via, lo sguardo intanto si perdeva verso l’alto ad esplorare, a scoprire la debolezza della roccia per approfittarne, per rubarne con egoismo l’essenza che fino ad allora era rimasta nascosta. Poi i gesti di sempre, quelle tranquillizzanti metodiche abitudini, il nodo, la conta dei chiodi, i nuts ricontrollati per l’ennesima volta. Senza parlare, si dà uno sguardo al compagno in muta condivisione di paura e decisione.

La vetta allora si avvolgeva nella mente, circondata di nebbie, a volte lontana e a volte vicina.

Quando poi sopra di te più niente, restava la discesa con l’attenzione a non farsi male, perché lo sapevi che con la stanchezza si rischia e, anche se eri stanco di vita, ancora non volevi lasciarla, attaccato a lei unghie e denti.

Tornavi quindi a valle, nel grigiore dei giorni passati in attesa di altri sprazzi di sereno, alla ricerca di motivi e conferme, immerso in monotonie gior­naliere e in acute tristezze.

Quando un’altra sera cedette alla luce di un amore diverso. E tutto all’im­provviso riprese vita e colore.

Mentre la mente prega
che non finisca il tempo
– Gracco nero –

Ho visto volare lento
veleggiare piano
sfruttare il vento.

Ho arrampicato lento
accarezzando la roccia
godendo il vento
consumando piano il mio momento

12 – Enrico De Luca (oltre il perché, un’amicizia forte nata in montagna, una scomparsa dolorosa)
Andare in montagna, ogni tanto qualcuno, anzi molti me lo chiedono: “perché lo fai?”
Lo faccio perché mi fa stare bene, ebbene sì! In primis lo faccio per me.

Comunque la domanda è strana, nessuno chiede a un pittore perché dipinge o a un poeta perché scrive poesie o a uno scrittore perché scrive libri. L’inu­tile, specie se pericoloso, ha sempre destato perplessità e ripulsa. In tempi più lontani molte forme di arte, oggi universalmente accettate e glorificate, sono state invise sia al potere che al popolo e di fatto estremamente peri­colose per chi le praticava. Galera, roghi, impiccagioni, lapidazioni hanno reso precario nei secoli l’essere dedito a qualcosa di “diverso”. Alcune arti poi non sono state riconosciute tali ed è il caso di tutte le arti che richiedono l’uso del corpo come strumento essenziale e fanno conto in toto della ge­stione dello stesso. C’è stata solo un’eccezione ed è la danza.

Di questo, a mio parere, è stato responsabile quello che io chiamo “il secolo bigotto”, l’Ottocento.

Il secolo della borghesia e del perbenismo che ha codificato quello che era buono e quello che invece andava rigettato. Naturalmente andava respinto tutto quello che, a parte il lavoro, prevedeva un impegno fisico ma “inu­tile”, a meno che non fosse funzionale alla guerra o proprio di un ceto sociale nobile, vedi ad esempio l’equitazione.

Mentre sono a Kalymnos e mi dedico a scrivere queste elucubrazioni mi arriva un messaggio da Eugenio Di Marzio, mi scrive dal Perù per avver­tirmi della scomparsa di Enrico De Luca. Enrico è stato nostro compagno in tante spedizioni, insieme abbiamo rischiato, gioito, lavorato.

La prima volta che l’ho conosciuto risale al 1969, stavo aprendo il tiro finale della Mallucci-Geri-Lagomarsino quando, dalla fine della Seconda Spalla, si affaccia curioso, attirato dal rumore del martello, Lino D’Angelo. La grande guida del Gran Sasso sta portando un giovane promettente di Pietracamela a fare qualche via.

Lino, al contrario di molti che si circondano di mediocri per continuare ad emergere, ha sempre spinto e curato i nuovi talenti. Così, quel giorno, fa affacciare Enrico e ci presenta, io sulle staffe e lui affacciato nel vuoto. En­rico, intelligente e generoso, stava stretto a Pietracamela pur amando il suo paese; quante volte ho dormito nella sua casetta, quante volte abbiamo ce­nato insieme e scalato il giorno dopo. Ricordo una volta con lui, Giampiero e Leonardo; cresta Nord dell’anticima all’Orientale, dalla Madonnina alla Madonnina cinque ore e trenta. Fu una cavalcata furibonda quasi sempre senza legarci. Tanti altri i ricordi ma fanno male.

Enrico non c’è più, di lui parlo in tante altre parti di questo libro; la sua perdita mi lascia più solo.

Enrico De Luca

13 – Il Sessantotto (un’insolita traversata)
Ventun anni, da un anno, arrampico a tempo pieno con i miei nuovi amici, tutti nella SUCAI di Roma. Nel 1967 avevo partecipato come allievo al corso annuale della Scuola di Roccia della Sezione Universi­taria e vi avevo stretto amicizie che durano ancora oggi a distanza di cin­quanta anni.

Allora ci univano la passione per la montagna e la scalata, un comune sen­tire politico di sinistra e l’inserimento recente nel mondo universitario, in quel momento in pieno fermento.

Cominciavano le grandi manifestazioni alle quali partecipavamo con casco da roccia e scarpe da ginnastica per correre meglio. Si andava insieme a di­mostrare e un giorno uno di noi, figlio di alto magistrato, ebbe la buona idea di chiedere a un celerino perché ci stessero impedendo il passaggio. Manganellato e arrestato, fu alla fine costretto ad accettare l’amnistia. Certo è che per anni rimase famosa la richiesta: “scusi, signora guardia, ma perché ci impedite di passare?” (da notare che lui era sincero, educato nel rispetto della legge).

Studiavo poco, ero allora iscritto a Economia e Commercio, in compenso frequentavo con assiduità le lezioni di Dado (Bruno Morandi) sui “Grundnisse”, con successive lunghe discussioni, tirando tardi la notte. Poi si oc­cupava! Tutti i miei amici orbitavano intorno alla facoltà di Fisica, da lì veniva chi scendendo in corda doppia aveva scritto con vernice rossa e a lettere cubitali: “via Papi”, l’allora rettore, da non confondere con il Papi odierno, imputato e protagonista di numerosi processi (qui l’autore si riferisce a Silvio Berlusconi, NdR).

Una sera di occupazione mentre si aspettava la mezzanotte, quando sarebbe scaduto l’ultimatum della polizia schierata in forze davanti all’ateneo, ave­vamo barricato gli ingressi per resistere a oltranza ma, una volta predisposte le difese, ci stavamo annoiando. Noi arrampicatori inventammo un gioco consono alla nostra passione: la traversata delle lettere che compongono la parola FISICA. Va detto che queste lettere, alte circa 2 metri, sono in marmo e attaccate al muro della vecchia facoltà a una altezza di 2 metri da terra.

Traversata niente affatto facile, e faticosa dalla A alla F andata e ritorno. Per strafare, una volta tornato, riparto senza sosta e arrivato stanchissimo alla F decido di saltare giù. Salto, piegamento, distensione, piegamento e nuova distensione arrivando a terra rigido come un pezzo di ferro, frattura del tallone e va anche bene.

La scena seguente mi vede portato fuori sul piazzale seduto su una sedia, i celerini schierati in attesa dell’ordine di carica, io trasferito su una macchina e di corsa al vicino Policlinico mentre i giornalisti si informavano se “erano stati i fascisti”. Ancora oggi questa storia con le naturali modifiche del mito circola in alcuni ambienti della facoltà.

Ma la domenica! La domenica si andava ad arrampicate, non c’era impegno politico che contasse e a volte eravamo costretti ad inventare sordide scuse per liberarci della disapprovazione dei rivoluzionari cattocomunisti che non concepivano altro che l’impegno politico nella vita; figuriamoci se potevano accettare un’attività così borghese come la montagna!

Seguiranno anni duri a barcamenarci tra i compagni che sbagliano e “né con le BR né con lo Stato”.
Poi il fallimento di quasi tutto quello in cui avevamo creduto, il potere più forte e virulento di prima, le uccisioni alle manifestazioni. Fuggimmo, fuggii allora nella mia passione alpinistica e nel personale. Anni confusi di rapporti in crisi, di sfaldamento di coppie e per alcuni di droga o suicidi.

Eppure, eppure eravamo giovani, camminavamo con fatica alla conquista della nostra vita, senza perdere nel fondo dell’anima gli ideali di uguaglianza e di umanità.

Oggi realizzo con amarezza cha fare i rivoluzionari quando si ha tutto e si appartiene a una casta privilegiata è facile.

Adesso poi un degrado politico allucinante, faccendieri e tangenti; senso dello stato sparito nel nulla, mantenuto vivo con disperazione da vecchi leoni come Napolitano, mentre vecchi e nuovi comici qualunquisti, appro­fittano di un paese che ancora pensa: “o con Francia o con Spagna purché se magna”.

Nonostante ciò, romanticamente nella mia anima alberga la certezza che prima o poi “ha da venì Baffone!”

14 – Incidenti
Nella mia esistenza mi sono state regalate diverse opportunità di sopravvivenza e altre le ho guadagnate da solo, con delle scelte appropriate.

Quelle dovute al caso le ho ben presenti nella memoria, anche se risalgono a molti anni fa. Nonna era austriaca e per tanti anni ci portava tutte le estati ad Innsbruck dove abitava sua sorella, che per me e mio fratello era “Tante Herma”. La casa piccola, il bagno in comune con le altre famiglie del piano. Il piano però era miracolosamente il piano terra che, con una scala di solo tre gradini, dava su un cortile con staccionata in legno e un grande albero di faggio. Noi bambini avevamo costruito sulla prima chiostra di rami una piattaforma di legno su cui giocavamo per ore. Un giorno dalla piattaforma partii verso l’alto con giovanile ardore, per riprecipitare rapidamente verso il basso con in mano il ramo marcio e traditore; in rapida successione ho sfondato la piattaforma, mancato la puntuta staccionata e anche un grande sasso che era a terra, per poi essere portato in ospedale a conclusione della giornata.

A quei tempi ero già grande, avevo 7 anni. Il primo guaio l’avevo combinato due anni prima: Tante Herma mi aveva mandato a comprare il latte. Allora Innsbruck era una città senza auto e un bambino di 5 anni poteva girare da solo per strada. Ciò nonostante zia mi riempì di raccomandazioni sul guar­dare con attenzione da una parte e dall’altra della strada per attraversare Maria Theresien Strasse. Diligentemente guardai prima a sinistra a lungo, non veniva nessuno, poi a lungo a destra e di nuovo la strada vuota; rassi­curato, traversai mentre il tram m’investiva. Un tram di oggi mi avrebbe si­curamente ucciso ma poiché anche i tram erano allora più a misura d’uomo, ragazzini e animali, sopravvissi. Fui salvato dal respingente anti animali e neve, tipo quello che nei film western si vede sempre sull’anteriore dei treni. Nessuna ferita, ma un gran colpo e tre giorni di ospedale; poiché era­vamo nella civilissima Austria, ci fu anche una salatissima multa a mia zia, per avermi mandato da solo a prendere il latte.

I ripetuti attentati in Alto Adige e il montare di un sentimento anti-italiano nel Tirolo sconsigliarono i miei genitori dal mandarci ancora a Innsbruck.

In effetti, i miei ricordi dell’ultimo anno sono di un’infinita serie di zuffe con i miei coetanei, dovute anche al mio carattere che non lasciava passare impunita alcuna provocazione.

L’Austria fu sostituita nei mesi delle vacanze estive dal soggiorno a Sperlonga. Poiché mio padre era un ottimo pescatore subacqueo, tutte le volte che veniva a trovarci andava a pescare di notte con la lampada, poiché allora era legale. Una di quelle notti l’ho seguito da sopra il molo di recente co­struzione, portando con me una bella candela per giocare e farmi luce. Da quella volta imparai che una fonte di luce va schermata in modo tale che non ti accechi: l’ho imparato in maniera indelebile dopo essermi ritrovato sdraiato sulla massicciata tre metri più in basso, svenuto.

Per alcuni anni, molti, in effetti, non sfidai più la sorte o forse è più esatto dire che mi lasciò stare lei, ma…

E’ il 4 maggio del 1996, una magnifica giornata di primavera, con mio figlio Livio, Gabriella e un gruppone di amici siamo ad arrampicate a Rocca Morice su alcune vie difficili e poi per rilassarci un 6a che mi è stato decantato come bellissimo. In effetti, il secondo tiro è particolarmente bello. Poi scendo al terrazzino in moulinette e sale Gabriella. Quando, dopo aver fatto il secondo tiro, mi arriva a fianco le dico: “ti faccio scendere fino a terra”. Gabriella chiede: “ma la corda basta?” “Certamente!” le rispondo. Infatti, basta e arriva a terra. Le urlo adesso calami! Non rifletto che la corda è bastata perché io ero sul terrazzino intermedio. Nel frattempo sotto arrivano degli amici e Gabriella passa la corda a mio figlio Livio; nes­suno verifica che al capo della corda ci sia il nodo e nessuno avverte Livio che la situazione potrebbe essere critica.

Così per il concatenarsi di una serie di errori banali, mi ritrovo in volo per 10 metri nel vuoto, atterrando poi violentemente sul terreno. Arrivano i soccorsi; le fratture multiple in tutto il corpo, il viso sfigurato, i giorni in rianimazione e le operazioni. Seguirà la lunga convalescenza e la dolorosa riabilitazione, gli infiniti discorsi con Livio che, non avendo colpa, non vo­levo subisse le conseguenze dell’accaduto. Poi si ricomincia ad arrampicate, a sciare. Ricordo la prima volta che, rimessi gli sci, sciavo e piangevo, pian­gevo e sciavo, pieno di emozione e felicità, con il vento in faccia che mi ri­portava la vita.

15 – Ripensandoci poco tempo dopo: probabilità?
Morto, sono morto, il corpo posato sulla roccia, il collo torto in po­sizione strana, un rivolo di sangue esce da sotto il casco.

Alla fine è arrivata la caduta, quella vera, quella sempre immaginata, morto, sono morto.

Indifferente, distaccato; senza provare niente. Senza dolore, libero di partire.

Fili di realtà alternative rompono uno a uno, intessono quelli di un’altra re­altà possibile.

Nella mano dura, una presenza, l’avambraccio si contrae, il bicipite si gon­fia, il piede si aggancia; al di là del vischioso strapiombo una possibilità di protezione allontana definitivamente la figura contorta in basso sui massi. Fili di realtà alternative rompono uno ad uno, intessono quelli di un’altra realtà possibile.

Sto calando a moulinette, sono troppo veloce, lo strapiombo corre rapido al mio fianco. Guardo in basso. Livio sorridente ricambia lo sguardo; cazzo calami piano! Mi blocca e riprende una lenta calata.

Mi fermo all’improvviso: guarda papà stava per finire la corda! fortuna che calavo piano. Non dico niente.

Fili di realtà alternative rompono uno a uno, intessono quelli di un’altra re­altà possibile.

Guardo in basso, Livio sorridente ricambia lo sguardo, penso che tanto tra un poco mi farà rallentare. Improvviso sparisce l’appoggio della corda, guardo in alto e la vedo frustare l’aria. Un colpo, intorno è tutto nero, mi giro sul fianco opposto, rivedo luce. Gabriella mi tiene la testa sollevata e mi dice “urla Giorgio urla” ma io non riesco, sto morendo, lo so. Improv­viso dallo stomaco mi arriva l’urlo, fa uscire il sangue dalla bocca e dal naso, dà lo spazio al dolore, alla vita.

Fili di realtà alternative rompono uno a uno, intessono quelli di un’altra re­altà possibile.

16 – Spedizioni in Karakorum (Sia Shish 1 & 2)
“Mi scusi, scende alla prossima?” Mentre l’autobus porta verso casa, vivo con indifferenza la città che mi circonda. Oggi, dopo tanti anni, ho rivisto Alec Zaremba con il quale ho condiviso una parte della spe­dizione Karakorum ’75 SUCAI Roma. Da quando l’ho lasciato sto vivendo una realtà separata, in automatico sto tornando a casa ma la mente e il cuore sono immersi in quell’esperienza della mia gioventù.

Raccontare una spedizione lunga tre mesi potrebbe volere dire percorrere momento per momento le tappe dell’avventura ma… Ma in realtà in una spedizione himalayana ci sono cose ed esperienze che puntualmente si ri­petono. Non ce la faccio a ripercorrere per l’ennesima volta la preparazione, la ricerca dei finanziamenti, la scelta dei compagni, le partenze, gli arrivi e i portatori con le lunghe marce di avvicinamento e poi tutto il resto…

Proverò allora a raccontare episodi sparsi di questa esperienza così come si rincorrono nella mia memoria. Faccio ripartire la memoria e piano piano il foglio si riempie dei ricordi che si succedono nella mente e mi vedo 38 anni fa a camminare per le strette stradine di Rawalpindi con lo zaino sulle spalle. Per l’epoca non vi sarebbe stato nulla di strano; l’integralismo era al di là da venire e miriadi di occidentali giravano tranquillamente per India, Pakistan e Afghanistan. In verità non ero così tranquillo, il mio zaino era pieno di rupie! La circostanza era dovuta alla necessità di avere soldi di pic­colo taglio per pagare i portatori e le banche avevano solo tagli grandi. Per risolvere il problema mi ero recato nel mercato della città vecchia, preso contatto con un cambiavalute, avevo fatto il cambio dei soldi e lo zaino da 35 litri era appena sufficiente a contenerli. Mentre i vicoli di Pindi pieni di folla mi avvolgevano nel loro abbraccio la preoccupazione che il cambia­valute avesse mandato qualcuno a seguirmi aumentava, avevo un bel dirmi che il paese era tranquillo e che nessuno era fisso dietro di me!

Le larghe strade della parte ex coloniale diradano la gente e mi tranquillizzo. Arrivo al Mrs. Davies Hotel, magnifico albergo risalente al periodo inglese e ora scomparso, entro in stanza e davanti a Gianni esterrefatto vuoto lo zaino sul pavimento creando un impressionante cumulo di denaro.

Siamo ancora in attesa degli ultimi permessi e, per risparmiare e sfuggire il caldo soffocante di Rawalpindi a giugno, Betto trova ospitalità a costi con­tenuti a Tarbela presso il villaggio dei lavoratori dell’Impregilo. La ditta sta costruendo alcune parti della più grande diga in terra del mondo, sbarrano il fiume Indo! L’odierna Tarbela in realtà si trova sul sito dell’antica Taxila. A Taxila Alessandro Magno dopo averne sconfitto il Re fermò la sua avan­zata verso oriente iniziando così il suo ritorno. Gli scavi e i lavori scoprono nuovi siti archeologici, entro in contatto con l’arte Gandhara, eccezionale incontro tra l’oriente buddhista e l’occidente greco.

Il caldo è terribile anche qui ma ci sono ben due piscine e noi ci viviamo dentro, la sera poi l’aria condizionata ci fa dormire sonni tranquilli. Una sera senza energia elettrica non funziona niente, non si dorme e non si legge. Gianni ed io siamo in stanza insieme poiché russiamo entrambi e passiamo la notte a chiacchierare, nell’altra stanza sono Franco Bellotti e Lucio Cereatti; Franco disperato ha messo il materasso sotto la doccia, ci si è sdraiato sopra aprendo l’acqua che però dal cassone scende tiepida. Arriva anche Franco Gravino, il gruppo è così completo e possiamo partire, bagagli, viaggio, finalmente Gilgit. Da Gilgit inizia la vecchia pista verso Hunza. Strada terrorizzante sospesa su baratri, sostenuta da sassi a precario sostegno, i ponti sospesi in un vuoto abissale flettono sotto il peso delle jeep mentre noi traversiamo a piedi. All’altezza del Rakaposhi pren­diamo la valle laterale di Nagar. La pista carrozzabile è in pessime condi­zioni; siamo costretti a lavorare duramente per ricostruire delle parti di massicciata portate via dal monsone, ma finalmente la strada della Nagar Valley termina.

Troviamo un bel sito e scarichiamo i bagagli. Da qui, divisi in gruppi, par­tiremo per esplorare valli e montagne diverse. La zona è sconosciuta, la carta esistente è piena di errori e noi dobbiamo ancora scegliere la monta­gna e il versante. Ogni gruppo munito di Polaroid riporterà le foto e le im­pressioni della sua esplorazione. Parto con alcuni portatori e Marcello Marini; nell’ultimo villaggio della valle veniamo bloccati e accerchiati da tutto il villaggio con fare minaccioso, ci impediscono di proseguire non vo­gliono che portatori di altri villaggi guadagnino su terre che considerano loro. La discussione si fa accesa e non ci resta che tornare un poco indietro arroccandoci su una collinetta per bivaccare.

La mattina successiva Marcello ha la febbre altissima da fulminante infe­zione intestinale, non ci resta altro che tornare indietro. Due giorni dopo, presi accordi con gli abitanti del villaggio riparto insieme ad Amir Azam, il nostro ufficiale di collegamento. Nell’esplorazione ho scoperto che la valle, nelle carte disegnata come percorribile fino a raggiungere il Sia Shish, in realtà era chiusa da una montagna fino ad allora sconosciuta di circa 6200 m, modifico le carte e soprattutto ho la soddisfazione enorme di essere un vero esploratore, ho trovato una terra incognita.

Oggi tutto questo è quasi impossibile: i satelliti e le relative rilevazioni hanno ucciso l’avventura dell’esplorazione. Per fortuna nel 1975 tutto que­sto era ancora a divenire dandomi così questa gioia… forse però un poco retro.

Abbiamo scelto, ma in realtà siamo fuggiti dai continui scioperi dei porta­tori. Abbiamo scelto di tentare la salita di una bella montagna, sembrerebbe alta sui 7100 metri. Una lunga e complessa marcia di avvicinamento per l’aspra valle di Shittimbar e alla fine davanti a noi imponente si staglia il Sia Shish.Visto dal campo base è un enorme Cervino difeso da due immense seraccate intervallate da ghiacciai, difficile e lontano.

I partecipanti alla spedizione del 1975, da sinistra in alto: Giorgio Mallucci, Marcello Marini, Marco Geri, Carlo Alberto Pinelli. Sotto: Gianni Battimelli, Franco Bellotti, Lucio Cereatti, Guido Cosulich, Franco Gravino.

Riusciamo a passare la prima seraccata attrezzando una fascia rocciosa di un centinaio di metri; percorrendo poi il plateau superiore raggiungiamo la seconda orribile seraccata e, con giorni di lavoro, la attrezziamo con corde fisse.

E poi: le corde fisse sulla seconda seraccata non ci sono più, questo ghiac­ciaio è uno dei più veloci al mondo ed è così che dei miseri spezzoni di corda vagano su seracchi variamente sparsi. Resta solo la possibilità di per­correre giornalmente un ripido canale che scarica almeno una valanga al giorno e a volte anche di più. Prima del canale una lunga sosta e poi con il fiato in gola e la paura dentro affrontiamo mezz’ora di terrore alla massima velocita che i nostri 28 anni ci consentono. Raggiungiamo finalmente la sella a 5500 metri alla base della parete vera e propria, in un giorno di tor­menta, cerchiamo e troviamo la via per proseguire. Quindi si scende tutti giù al campo base per riposare e stabilire le cordate per l’assalto finale. Le cordate scelte ripartono verso l’alto, fra loro ci sono anche io.

Sto scendendo con dolore e fatica; stanotte sono stato malissimo, le feci contenevano sangue, l’inguine dolorante e grande fatica nel respiro.

Marcello, il nostro medico, decide che la mia situazione è pericolosa, devo scendere. Devo raggiungere il campo base accompagnato giù da Franco Gravino, Marcello Marini e Gianni Battimelli. Siamo in cordata e scendiamo piano verso il basso, mi accascio spesso sulla neve, dubito ogni volta di riu­scire a rialzarmi. Man mano che la quota diminuisce la situazione migliora, mi sento leggermente meglio. Alle scalette di corda riesco a scendere da solo. Notte al campo base con l’ossigeno, la fase acuta sembra risolta, per questa volta è la fine della mia parte di montagna.

In realtà dopo l’ultimo tentativo di Betto, Franco e Marco, purtroppo an­dato male, è anche la fine della spedizione. Si smontano i campi e si ritorna a Gilgit. Sorpresa! Si può partire solo in aereo. Sembrerebbe una cosa bella ma in realtà è una grossissima fregatura! Il volo viene fatto con un aereo Fokker a turbo elica che vola solo ad una altezza massima di 5500 metri, per arrivare a Rawalpindi deve passare su un passo di 4800 m circondato da un lato dal Nanga Parbat e dall’altro da una montagna di 6000 m di quota. Ma se il tempo non è più che limpido l’aereo non parte proprio da Rawalpindi. Siamo in pieno monsone e così il tempo non è mai bello e il volo non parte mai.

Dopo una settimana di attesa siamo stufi e non ne possiamo più di partite a ping pong. Resterebbe il percorso via terra ma… Siamo nell’anno del signore 1975 e proprio in quell’anno i cinesi stavano costruendo la Karakorum High Way: assolutamente vietata la percorrenza a qualunque occidentale!

Betto ha una caratteristica, di fronte alle difficoltà non si arrende mai, e anche questa volta trova una soluzione. Qualche anno prima aveva fatto una intervista a Zulfikar Alì Bhutto, l’allora Primo Ministro del Pakistan; grazie a questi contatti Betto riuscì eccezionalmente ad avere il permesso, di percorrere la Karakorum High Way ma chiusi, sigillati con le tendine dentro le jeep.

Quindi, nel ‘75 noi riuscimmo a partire grazie a lui anche se interdetti a qualsiasi vista, divieto assoluto di guardare fuori dal finestrino oscurato. Ah l’Oriente! Tutto è possibile in Oriente, basta saperlo fare, sembra quasi l’Italia. Cinquanta chilometri dopo cominciamo ad aprire piano piano le tendine, a settanta le apriamo completamente e a cento stiamo scattando foto ai lavoratori cinesi.

Ormai è notte, gli autisti trovano uno spiazzo e noi stendiamo le stuoie con i sacchi a pelo vicino alle jeep. Sono le 5 del mattino e mi alzo per an­dare a fare i miei bisogni, due passi e gli occhi insonnoliti si spalancano, sono in mezzo ad una marea di cinesi. Guardo in giro e vedo la tenda mensa, i servizi, il campo di pallavolo; abbiamo dormito buttati per terra nel campo degli operai cinesi, alla faccia della segretezza! Gli operai sono meravigliati quanto noi, forse molto di più, ma sono gentilissimi, ci offrono anche da mangiare. Rifiutiamo e andiamo via velocemente prima che l’uf­ficiale di collegamento, peraltro preoccupato quanto noi, si facesse venire strane idee di farci tornare indietro.

Ancora viaggio e pioggia, lasciamo la Karakorum High Way e saliamo al Babusar Pass fra piste franate e fango.

Finalmente Rawalpindi, al Davies Hotel, dentro una stanza piena di fumo, con il narghilè eruttante vapore come una locomotiva, troviamo gli amici che avevano guidato i pulmini dall’Italia. Qualche giorno di riposo e con tutti i bagagli partiamo per l’Afghanistan. Da Kabul ci aspetta l’aereo per l’Italia.

Evito di entrare nei complicati bizantinismi messi in atto per risparmiare soldi ma comunque qualcuno di noi sarebbe tornato in aereo da Kabul fruendo di biglietti con vari cognomi mentre altri con i pulmini sarebbero tornati attraverso la Turchia. Noi intanto dormiamo a Peshawar poi il Khyber Pass, in carovana e rigorosamente di giorno per evitare assalti di ban­diti.

Kabul nel 1975 è una bella città con gente cordiale, donne a viso scoperto, tranquilla e cosmopolita. La rivedrò nel 2003 distrutta e sofferente con mu­tilati, profughi e truppe straniere.

Incontro Alessandro Gogna con Ornella che era venuta a prenderlo, lui di ri­torno da una spedizione, lei da Milano con il loro pulmino Volkswagen (in realtà il pulmino era rimasto a Kathmandu e Ornella è ritornata con l’Hercules militare partito dall’Italia per recuperare i membri della spedizione nazionale al Lhotse, NdR). Abbiamo seri problemi a ripartire, il giochino dei cognomi plurimi non convince gli impiegati della compagnia aerea Pan Am. Dopo vari giorni fi­nalmente troviamo un impiegato che aveva lavorato a Roma e conosceva chi ci aveva emesso i biglietti; ricordo che con una gran risata ci diede il via libera! Mentre noi partiamo in aereo il ritorno di tutta la spedizione non termina. Una moderna Anabasi attendeva i passeggeri dei due pulmini. Tabriz: lì fonde il motore del Volkswagen, il Transit rimane di supporto e i passeggeri del pulmino incidentato lasciano la maggior parte del loro de­naro – poco – per la riparazione e partono alla ventura. Passaggio su un pul­lman India – Londra, rottura dello stesso, passaggio su camion con pecore, autostop e finalmente un autobus di linea che dopo giorni li porta a Istan­bul. Arrivano senza soldi e Sandra Rambaldi (mia amica da 50 anni a cui devo il racconto dell’Anabasi che ho sintetizzato) vende il suo orologio per acquistare il biglietto del treno fino a Trieste. Da Trieste a Roma natural­mente autostop; veramente altri tempi e un altro mondo.

Otto anni dopo
Che cavolo ci faccio ancora una volta slegato su un ripidissimo e insidioso pendio a 6500 metri di quota; mentre me lo chiedo l’attenzione resta mas­sima, mille metri più in basso vedo le due tendine del nostro campo sulla sella e voglio arrivarci.

Lo so io che ci faccio li! Il fatto è che la cocciutaggine dei miei antenati teutonici fa parte del mio DNA. Quando con Eugenio Di Marzio, amico e compagno di tante avventure, parlammo di fare un’altra spedizione in­sieme, il Sia Shish si presentò subito prepotente alla ribalta.

Qualche riunione e con l’aiuto di alcune foto tutti si convinsero. Con me nella spedizione: Eugenio Di Marzio, Enrico De Luca, Giampiero Di Fe­derico, Sandro Pucci e Peppino Ricciuti.

L’esperienza del ‘75 mi è servita, oltre a conoscere una rilevante parte del percorso, ad avere ben chiari i motivi della precedente mancata riuscita. La parte rocciosa aveva impedito il corretto afflusso dei carichi e così la se­conda seraccata. Su in alto secondo me bisognava continuare a traversare bassi per prendere il secondo canale e non il primo come avevano fatto Betto, Franco e Marco, ma si sa che del senno di poi…

La soluzione per i materiali era semplice, l’uovo di Colombo; non avremmo avuto altri materiali al di fuori di quelli di cordata, per il cibo tutto liofiliz­zato e ogni due persone una tenda. Tutto con noi e sulle nostre spalle fino alla sella a 5500 metri. La raggiungiamo dopo una settimana di fatiche e cattivo tempo, montiamo le nostre tre tendine in Gore-tex e dopo un giorno di riposo decidiamo il da farsi. Domani all’alba Enrico, Giampiero ed io partiremo per tentare la vetta del Sia Shish; Eugenio, Peppino e San­dro sull’alto versante della sella per scalare un’altra vetta, che chiameranno vetta CAI Chieti. Un abbraccio e partiamo, saliamo veloci; per ora siamo riparati dai seracchi ma a lato precipitano le valanghe e siamo costretti ad attendere la notte. Il freddo ha fermato le scariche, lasciamo i karrimat (2) e partiamo con le frontali. Intuiamo dove dobbiamo smettere di traversare e scaliamo il ripido pendio, superiamo l’enorme crepaccia terminale e con­tinuiamo su un terreno difficile e infido. Sono le tre di notte e il canalino si biforca, non riusciamo a capire dove andare, le frontali non rompono il muro di oscurità. Le ricordo come se fossero oggi quelle quattro ore sul misero terrazzino a 7000 metri: neve inconsistente che avevamo pressato e che piano piano sfaldava.

Con Enrico siamo in piedi abbracciati, Giampiero è riuscito a sedersi su un minuscolo spuntone un poco più in alto, un freddo mai sentito prima ci uccide la volontà.
Finalmente la luce ci mostra la via e parte Giampiero; è sul verticale e la neve è inconsistente, deve comprimerla ad ogni movimento e potrebbe precipitare ogni volta, noi lo assicuriamo con un misero cordino su uno spuntone. Finalmente con un altro tiro di corda raggiunge una selletta, ci fa sicura e ci riuniamo. Sono sorpreso, l’ultimo è stato un tiro durissimo e pericoloso, un bel lavoro.

Ora tocca a me, la cresta presenta salti di roccia coperti da almeno un metro di neve inconsistente, per raggiungere le prese ghiacciate sono costretto a scavare una trincea verticale. Nell’ultimo tratto passa avanti Enrico, ancora un poco e finalmente la vetta. In realtà la vera vetta è una cuspide rocciosa di 20 metri inscalabile e sormontata di una meringa di ghiaccio. Per quanto ci riguarda siamo in vetta ma ora dobbiamo scendere. Il couloir di salita è im­proponibile, decidiamo di scendere in doppia sulla parete di destra. Sono stanchissimo, stremato dal lavoro in cresta ma ci pensano Enrico e Giam­piero ad attrezzare le doppie. Raggiungiamo il pendio nevoso, dovremmo aspettare la notte per traversarlo ma non sopravvivremmo ad un’altra not­tata in parete, decidiamo di andare ugualmente contando sulla crepaccia terminale per fermare le valanghe. Enrico ed io passiamo la crepaccia e quando tocca a Giampiero lo vediamo scomparire nell’interno mentre la corda sfila rapidamente.

Salendo verso il riparo dei seracchi

Giampiero si arresta su un provvidenziale ballatoio di neve nel crepaccio, assicurato da noi risale, ci è andata bene.
Per non rischiare di essere trascinati via insieme dalle valanghe, ci scio­gliamo e distanziati andiamo il più velocemente possibile. Mentre la traver­sata alle nostre spalle diventa sempre di più una trappola mortale, noi, arrivati al riparo dei seracchi scendiamo con cautela gli ultimi 500 metri che ci portano alla sella e alle tende. Troviamo gli amici in ansia per noi, loro ieri hanno scalato una bella e difficile vetta ostacolati da enormi cornici. Oggi si riposavano e con il binocolo hanno seguito la nostra discesa.

Un giorno di riposo anche per noi e poi giù. Raggiungiamo Gilgit, la sera troviamo un ristorante ma quello che ci portano non basta minimamente a soddisfare la nostra fame. Uscendo dal ristorante chiediamo al padrone di preparare per il giorno dopo per dodici persone, gli si illuminano gli occhi. La sera seguente ci presentiamo e sediamo al tavolo, non ci portano da mangiare, chiediamo perché e ci viene risposto che aspettano l’arrivo degli altri sei. Scoppiamo a ridere e li convinciamo a portare tutte le portate. Mangiamo tutto sotto gli occhi stupefatti del padrone.

Tre giorni dopo siamo a Rawalpindi dove, grazie all’ambasciata olandese, riusciamo ad acquistare una notevole quantità di birra dando così il via ai festeggiamenti.

I partecipanti alla spedizione del 1983, da sinistra: Eugenio Di Marzio, Giampiero Di Federico, Enrico De Luca, Giorgio Mallucci, Sandro Pucci, Giuseppe Peppino Ricciuti.

17 – 27 aprile 2007 (un primo addio)
Madre che andando hai pianto sulla mia spalla
“Chissà se tornerò qui”
E io credendo ti consolavo
“Tornerai stai tranquilla tornerai”
invece non tornerai più.
Qui abissi di terrore e egoismoE io piccolo che trattengo le lacrime perché solo e spaurito
Che la fine ti sia lieve con noi intorno a darti amore che ti accompagni
Piango madre che mi hai generato cresciuto e amato
Piango me e la mia solitudine, piango la mia vita che a pezzi se ne va
Ciao mia genitrice

Ho passato la tua ultima notte di vita con te, vicino al tuo letto; mentre ti lamentavi sopita dai medicinali, avrei voluto essere sempre qui, ma non ho potuto perché dovevo badare a papà che non è autosufficiente.

Ora, vicino a te, ti parlo e le parole dolci di consolazione sembrano darti tregua dal dolore: Mamma come sei stata dignitosa nella tua fine, hai sempre capito tutto ma non hai fatto una recriminazione. L’altro giorno quando ti ho portato papà mi hai detto: “non me lo portare più, non voglio vedere come è diventato l’uomo che è stato”. Solo ora, che devo accudirlo, capisco quello che hai passato in questi ultimi anni con il tuo corpo magro animato da una volontà che ti dava un’energia ferrea e mi dispiace di non esserti stato più vicino.

E’ il mattino di una lunga notte di dolore e mi sembra che tu stia un poco meglio, un bacio e corro all’università, dove sono in commissione di esami, fra poco arriverà Gabriella. Non sapevo, non volevo saperlo che quello sa­rebbe stato il mio ultimo bacio a te da viva, chiuderai gli occhi a mezzo­giorno, l’ora della mia nascita.

Dopo un anno ti ho sognato; volavi felice insieme con altre entità, e ti ho sentita parlarmi, e con voce giovane e argentina: “sto bene, sono felice, stai tranquillo”. Mi sono svegliato in pace; grazie.

Ogni tanto leggo le tue poesie, il tuo colloquio con te stessa, la tua tristezza e i tuoi momenti felici.

Non le leggo spesso perché a volte mi sembra di entrare nella tua sfera se­greta, quella che un figlio forse non dovrebbe conoscere. Poi penso che, il tuo manoscritto, lo hai donato a me, chiedendomi di custodirlo per l’affinità che ci univa e allora ti rileggo con emozione.

Ci sono dei giorni in cui la vita è dura, si ha un bel pensare che si è fortunati, che si ha tutto ma poi ci si sente soli sotto il peso della vita. L’unica solu­zione è fare come in spedizione quando, sotto il carico che spezza la schiena e tronca il fiato, socchiusi gli occhi, stretti i denti, china la testa e con il collo buttato in avanti, contando il respiro si va avanti.

18 – La mia Africa (non particolarmente amata, Sudan, il Mar Rosso, la Tanzania, l’Uganda)
Non mi piace l’Africa, mi mette ansia. Non parlo del Nord Africa, Tunisia, Marocco, Egitto, in realtà ci sono simili, la loro storia si è in­trecciata da sempre con la nostra. Io questi paesi li capisco, dividiamo visioni della vita simili. Quelli che non capisco e mi spaventano sono i paesi della zona equatoriale. Laggiù la vita ha un altro valore, scarso. In genere, se possibile li evito. Nonostante tutto ho percorso il Sudan, il Kenya, la Tanzania e l’Uganda confermandomi spesso nelle mie opinioni.

Non ricordo quando fu, in quali anni decidemmo di andare in Sudan, ri­cordo però bene quello che volevamo fare. Irretiti da alcune frasi lette su un giornale di una notissima compagnia di viaggi avventurosi preparammo tenda, ami, maschere e costumi da bagno. Volevamo accamparci su un atollo e vivere di pesca. Insomma, la realtà fu molto diversa, andò così. Ar­riviamo a Khartoum e dopo un giro a piedi traversiamo il ponte sul Nilo per andare a Omdurman, l’antica capitale del Sudan. Camminiamo a lungo e la sera ci presentiamo all’aeroporto per prendere il volo diretto a Porto Sudan. L’ufficio di polizia che dovrebbe darci il permesso per prendere il volo, essendo domenica, è chiuso e così, facendo finta di nulla, ci presen­tiamo ugualmente all’imbarco riuscendo a partire.

L’aeroporto di Porto Sudan sembra una stazione balneare di fine ottocento, casotti celesti nella sabbia tutti in fila. Troviamo un albergo e finalmente ci buttiamo a dormire.

Una splendente mattina di sole ci vede avviati al porto alla ricerca delle mi­riadi di imbarcazioni che a detta della rivista erano in attesa di turisti. Al porto di tutto questo neanche l’ombra, solo una bella imbarcazione da cro­ciera per ricchi turisti e, più in là, una bellissima barca da 18 metri di una famiglia italiana. Li contattiamo, contrattiamo il prezzo per una settimana andando poi a pagare in una agenzia locale che faceva loro da tramite. Sco­priamo li che da alcuni giorni avremmo già dovuto fare la registrazione di polizia e ottenere il relativo permesso. Paris ed io diamo così inizio ad una due giorni di vagabondaggio tra la burocrazia sudanese.

Il primo giorno alle 10.30 del mattino dall’ufficio ci mandano via perché l’orario di ricevimento è appena terminato. Chiediamo quando riaprono e ci dicono di tornare il giorno dopo alle 8.30, puntuali ci presentiamo e ci viene detto che sono in pausa colazione fino alle 9.30. Ormai ci siamo in­carogniti e fermi aspettiamo finché, cogliendo l’attimo, strappiamo l’ago­gnato permesso che però deve essere vistato da un altro ufficio dall’altra parte della città. Una fila mostruosa davanti allo sportello e noi ne abbiamo abbastanza, con una faccia tosta incredibile entriamo nell’ufficio dal retro mettendo davanti all’impiegato il nostro foglio. Lo timbra e finalmente siamo regolari. Insieme al permesso ce ne hanno dato anche uno per le foto. Sono rigidamente vietate quelle ai ponti, alle installazioni militari, ai porti. Forti del permesso scattiamo foto in un mercato quando ci si avvicina un poliziotto che ci vieta di fare foto. Mostriamo il permesso, lo guarda e sapendo leggere poco, tutto orgoglioso ci dice che il permesso è valido solo per fotografare ponti, installazioni militari e porti; evitiamo discussioni e ci allontaniamo. Decidiamo, nell’attesa di imbarcarci, di visitare Suakin, l’an­tico porto di raccolta degli schiavi, abbandonato a causa della barriera co­rallina che aveva chiuso il passaggio verso il mare. Vicino a Suakin c’è il più grosso campo di rifugiati del Sudan e anche la polizia se vi deve entrare ci va in forze. Il posto non ispira molta sicurezza e visitate alcune abitazioni del villaggio costruite con coralli, conclude il tutto una rapida visita in po­lizia per i documenti.

Finalmente ci imbarchiamo e salpiamo. Ancora oggi ricordo quella setti­mana in barca come un sogno, nuotare fra mille pesci, giocare in acqua con una coppia di grandi mante, pescare aragoste e nuotare vicino a squali inof­fensivi perché pieni di cibo e inoltre, come diceva Tony proprietario e pro­gettista della splendida imbarcazione da 18 metri, un uomo con le pinne per un pesce anche se squalo è grande almeno quanto lui e quindi essendo potenzialmente pericoloso, a meno di una gran fame, non viene attaccato. Continuiamo a girare per barriere coralline, Tony ci porta a fare un’immer­sione sull’Umbria.

Questa nave, di cui escono solo i fumaioli dall’acqua ha una storia partico­lare; la nave stava percorrendo il canale di Suez carica di materiale per l’eser­cito Italiano in Somalia quando, via radio, viene avvertita che il giorno successivo sarebbe stata dichiarata l’entrata in guerra.

Da giorni l’Umbria veniva seguita da una nave da guerra inglese, il capitano per non farla catturare ideò uno stratagemma. Ormeggiò all’interno della barriera e avvertì la nave inglese che a sera avrebbero fatto una esercitazione di abbandono nave; con tutti gli uomini sulle scialuppe di salvataggio poi affondò la nave, impedendone così la cattura. L’immersione in apnea sul relitto non è descrivibile, la vita subacquea ha ripreso il dominio sul manu­fatto umano, non è più una nave, è una roccia, un castello incantato dai mille colori.
In altri anni sono stato in altre isole, in altre barriere coralline, mai ho ri­trovato la bellezza e le sensazioni di questa prima volta.

Primi anni ‘90, con Corrado, Sandra, Gabriella e Cristina decidiamo di fare un giro in Africa e di terminare il viaggio con la salita del Ruwenzori par­tendo dall’Uganda.

Biglietto Roma – Nairobi con l’Ethyopian Airlines. Fiumicino luogo dalle mille sorprese, scopriamo che in qualche modo abbiamo posto solo fino a Addis Abeba. Le infinite discussioni portano solo alla decisione di partire comunque e poi in Etiopia si sarebbe visto. Addis Abeba, ci presentiamo all’imbarco per Nairobi come se nulla fosse e alla notizia che sul volo non risultavamo tra i passeggeri con le facce sorprese, irritate presentiamo i bi­glietti rilasciati a Roma riuscendo a partire con il volo successivo.

Nairobi ci accoglie con la sua notevole confusione e con qualche pericolo. Sventato un tentativo di furto da parte di un gruppo di ladri affittiamo una macchina e in cinque partiamo per un giro per i parchi. Giraffe, elefanti, rinoceronti e iene, che orribili animali le iene! Giriamo e a volte pecchiamo di una notevole imprudenza.

Un giorno Corrado ed io scesi dalla macchina scaliamo una collina di ciot­toli neri alla ricerca di animali da fotografare. Un altro giorno Corrado preso dall’entusiasmo per la vicinanza di due elefanti si avvia nella savana per avvicinarli. Al suo ritorno in macchina arriva un ranger del parco che si avvicina e gli dice: “I have seen you, you walk in the savana but if a lion is sleeping there it will eat you”. Non una parola di biasimo o minaccia di multa ma solo un freddo avvertimento in english african style.

La sera torniamo nel lodge dove accompagno uno stupendo tramonto afri­cano con un sigaro appoggiato ad un palo della veranda mentre gli elefanti barriscono vicino al fiume, e la sera mi abbandono ad una feroce diarrea durata due giorni.

Durante il ritorno di notte, fuori dal parco, ci traversano la strada prima un leopardo e poi una bruttissima iena, ci rendiamo conto che qui dopo il tra­monto non conviene girare a piedi. Sono guarito ma ho perso la visita al secondo parco per l’esigenza della vicinanza del gabinetto. Decidiamo di trasferirci in Tanzania e con un autobus di linea arriviamo a Tanga, paesetto di stile coloniale sul mare.

Troviamo alloggio in una vecchia villetta inglese tutta in legno con una ve­randa che la circonda al primo piano. Passiamo due giorni nella pace ari­stocratica e ristoratrice dei sigari fumati sulla veranda della villetta inglese dove alloggiamo mentre sotto, il villaggio vive colorato.

Decidiamo di andare all’isola di Pemba, le imbarcazioni che ci vanno sono dei dhow, le stesse che venivano usate per il trasporto degli schiavi. Sono ancora quelle. La vela è aiutata da un asfittico motore ausiliario e la velocità è di conseguenza. Diciotto ore per quaranta miglia marine senza servizi igienici e nessuna protezione sul ponte, per noi maschi nessun problema ci si sporge fuoribordo e il problema è risolto, per le donne, invece una latta tagliata retta da un marinaio in sentina.

E’ magico l’arrivo a Pemba. L’odore inebriante dei chiodi di garofano è ovunque nell’alba.

Scopriamo con meraviglia che i chiodi di garofano provengono dagli alberi e che sono in realtà l’unica vera ricchezza dell’isola. Trovato da dormire, con un vecchio autobus percorriamo questa isola sospesa in un tempo an­tico fatto di mangrovie e granchi danzatori, di tartarughe marine pescate e vendute a tranci sulla spiaggia, del pesce comprato al mercato e della fatica improba per convincere il ristoratore stradale a cuocerlo sulla brace. L’isola non è una meta turistica siamo in pratica gli unici stranieri. Qualche giorno e decidiamo di partire per Zanzibar. La nave è un cargo che sta caricando tonnellate di chiodi di garofano, sul ponte oltre a noi famiglie con le galline, neonati mischiati con le pecore, un’arca di Noè.

Arriviamo in vista del porto di Zanzibar e la nave fa una stretta virata per entrarvi. La virata fa spostare il carico sulla stiva e la nave si inclina in ma­niera impressionante ma riesce ad arrivare alla banchina. Sembra di essere in un film: tutti saltiamo dai boccaporti che per l’inclinazione sono all’al­tezza delle banchine e siamo salvi. Zanzibar è tutta un’altra storia da Pemba, piena di turisti e bancarelle ci fa rimpiangere l’isola precedente.

Troviamo a malapena una stanza senza letti dove ci sistemiamo in cinque sul pavimento, resistendo eroicamente ad un assalto di grosse formiche nere. Abbiamo deciso, un giorno è stato più che sufficiente; con l’aliscafo di linea raggiungiamo Dar es Salaam. Qualche giorno dopo ci imbarchiamo sull’aereo per Kampala. Si entra in Uganda con la mancia di dieci dollari richiesta direttamente dal doganiere che, ricevutala, sveltisce al massimo tutte le pratiche. Il taxi ci porta a un alberghetto abbastanza decente ma è sera e non hanno niente da mangiare. Arrivando abbiamo visto alcune ban­carelle per cui usciamo per comprare qualcosa. Non ci sono luci e non si vede molta gente in giro, all’improvviso però vedo uno che corre, ha un mitra sotto braccio ci fermiamo stupefatti, ci sorpassa di corsa. Conti­nuiamo a camminare, arrivano altri due di corsa ma questa volta il mitra questi l’hanno in mano. Ci puntano una torcia in faccia e ci chiedono se abbiamo visto qualcuno con il mitra; noi, a scanso di problemi, neghiamo. Su una bancarella troviamo una scatola di formaggini, la compriamo e pen­siamo bene di tornare velocemente in albergo. L’Uganda è un paese che ha sopportato una lunga guerra civile con una guerriglia lunghissima prima contro il dittatore Idi Amin e successivamente contro Obote fino a che nel 1985 quest’ultimo fu definitivamente sconfitto.

Per l’Uganda tuttavia la relativa pace deve attendere il 1988 con l’accordo firmato tra le due fazioni dell’RNA e dell’UPDA. Noi siamo lì ed è 1992, stiamo cominciando a chiederci il perché.

E’ tutta colpa del Ruwenzori… ci è venuta la malsana idea di scalarlo!

Per salirlo bisogna prima andare a Kasese e andarci non è facile. Il primo mezzo è un autobus di linea che dopo un poco viene fermato da due mini guerriglieri, non avranno più di quindici anni ma qui si cresce in fretta e i loro kalashnikov raccontano la storia di armi vissute. Ci fanno scendere tutti separando le persone, noi ed altri potremo ripartire, qualcun altro ri­marrà a terra con loro e le braccia dietro la nuca. Finalmente la stazione del treno per Kasese appare come un miraggio e altrettanto è il treno. Enormi caschi di banane sono legati sul respingente della locomotiva a car­bone, grappoli di persone sui lati e ovunque gente. Noi abbiamo preso le cuccette che in realtà sono dei tavolacci mal assicurati, provo quella supe­riore e mi ritrovo con uno schianto sdraiato su quella inferiore insieme alla pseudo cuccetta. Ci sediamo tutti su quelle al piano terra, questo a scanso di ulteriori disastri. Un giorno di lento viaggio e finalmente arriviamo, fac­ciamo provviste compriamo gli stivali di gomma e, il mattino successivo, partiamo per Kilembe dove prenderemo i portatori, divideremo i carichi e finalmente partiremo a piedi.

Marciamo da tre giorni dentro una jungla tropicale completamente fradici, quando non piove ci pensa la vegetazione a riempirci di acqua. Ho perso il conto di quanti torrenti in piena ho superato passando su tronchi buttati a traverso e intorno sempre il rumore ossessivo del grande fiume in piena. Ormai più niente è asciutto, si dorme nel sacco a pelo bagnato con le san­guisughe che ogni tanto vanno staccate.

La sera del terzo giorno ci guardiamo in faccia e mentre svuotiamo gli stivali dall’acqua e dal fango decidiamo di farla finita, si torna indietro.

Così con un inglorioso ritorno a Kasese si conclude il nostro Ruwenzori. Per non sprecare tutto questo viaggio andiamo al parco nazionale Queen Elisabeth con relativa abbuffata di coccodrilli, ippopotami, elefanti e leoni, il tutto osservato da una imbarcazione a ruota di non certa età e sicurezza. Il lungo ritorno a Kampala, la cena allo Sheraton sembra ripagarci del viag­gio ma il giorno dopo saremo tutti con la diarrea, mai fidarsi dei grandi alberghi!

Passiamo qualche notte a Kampala in un albergo al centro, siamo al quinto piano naturalmente a piedi e sempre a piedi, sulle spalle di poveri inservienti arriva l’acqua per lavarsi e per i servizi igienici.

Tre giorni e finalmente rimediamo i posti sull’aereo per Dar es Salaam, la nostra Africa è terminata. Non tornerò più nell’Africa equatoriale, senza non molti rimpianti.

In realtà non è propriamente vero che l’Africa l’abbia abbandonata. In que­sti anni abbiamo arrampicato in Marocco aprendo vie nuove e condotto un corso per la formazione di guide di trekking in Etiopia. Ho rivisto una buona parte dei miei preconcetti!

Elisabetta con Tewelde in cima al Tahatai.

Note
(2) Karrimat: stuoia a cellule chiuse studiata dalla ditta inglese Karrimor per le spedizioni.

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