Montagna sacra o montagna simbolo della sacralità di tutte le montagne?

Montagna sacra o montagna simbolo della sacralità di tutte le montagne?
di Carlo Alberto Graziani
(scritto il 28 agosto 2021)

Inizialmente pensavo di non voler intervenire sulla proposta di eleggere una “montagna sacra” in occasione del centenario del Parco nazionale del Gran Paradiso, ma l’ampio e interessante dibattitto che ne è scaturito e in particolare la posizione critica assunta da MW mi spingono a dare un contributo alla riflessione comune.

Vorrei innanzi tutto sottolineare un dato che ritengo fondamentale, ma che non mi sembra sia emerso finora. E’ un dato logico molto semplice: se soltanto una montagna è sacra, tutte le altre non lo sono; assegnare tale qualifica a una sola montagna significa negare sacralità alle altre montagne; se una sola montagna sarà “consacrata alla natura da cui escludere ogni presenza umana”, come sottolinea il documento progettuale, conseguentemente le altre montagne non saranno consacrate alla natura e in esse la presenza umana sarà libera.

E’ singolare che questa impostazione venga confermata in tale documento nel quale il concetto di sacralità – una sacralità non collegata ad alcuna religione, quindi laica – assume un livello molto alto che non può non essere riferito alla montagna intera, a tutte le vette: “sacro come simbolo di tutta la Natura; sacro come dono, come luoghi da lasciare ‘agli altri’, soprattutto alle future generazioni; da lasciare ‘inviolati’ (di fronte) alle aspirazioni di ‘possesso’ fisico, fonti di ispirazione, contemplazione e riflessioni interiori”. Per questo al sacro viene collegata l’idea dell’astensione come scelta: “astenersi non significa necessariamente privarsi (…), l’astensione, più che togliere, regala qualcosa. Si tratta di un simbolismo profondo, un simbolismo di dialogo con gli elementi naturali senza sopraffazione, che stimoli sentimenti di fascinazione e affiliazione”. E’ dunque giunto il “tempo di cambiare”, di guardare alle “conquiste non più fisiche, ma spirituali”: è questo l’invito che non può lasciare indifferente chi ama le montagne.

Il Balzo della Chiesa 2073 m (Appennino Centrale, Monti Marsicani, Sottogruppo della Camosciara)

Ma se solo una montagna viene eletta come sacra la conseguenza logica è che tutte le altre montagne, tutte le altre vette possono essere considerate oggetto di possesso fisico e perciò violate da chi per qualsiasi finalità – sincera passione o avida speculazione – intende affrontarle e conquistarle in piena libertà, senza limiti, se non quelli fissati dalla legge. Se solo una montagna viene “consacrata alla natura da cui escludere ogni presenza umana” – un’esclusione non imposta, ma scelta volontariamente, appunto come dono – vuol dire che tutte le altre montagne non sono consacrate alla natura e per esse quel dono non ha valore.

Questa impostazione riflette, a ben vedere, quella distorsione concettuale propria del sintagma area naturale protetta che, anch’esso, crea duplicità: da un lato la natura protetta, specifica dei parchi e delle altre aree protette, dall’altro la restante natura non protetta che pertanto potrebbe essere liberamente violata. Sul piano logico, dunque, il significato è lo stesso: tutte le montagne possono essere violate tranne quella sacra; tutta la natura può essere violata tranne quella dei parchi e delle altre aree protette. Che non si tratti, come potrebbe apparire, di un’argomentazione improntata a mero sofisma lo dimostra il consumo di natura che si verifica all’esterno delle aree protette e che si manifesta in forme particolarmente aggressive nei territori di confine: strutture turistiche, seconde case, impianti di ogni tipo, pressione venatoria. Appare pertanto fondato il rischio di aggressioni crescenti nei confronti delle montagne libere dal condizionamento della sacralità.

Vi è poi un secondo aspetto che occorre considerare. Il Monveso di Forzo, proposto come montagna sacra nel Parco nazionale del Gran Paradiso, è un monte situato all’interno di un’area assai poco frequentata che il piano del Parco inserisce nelle zone di riserva integrale e nella quale già di per sé dovrebbe valere il divieto di accesso. In tutto il mondo, infatti, nelle riserve integrali l’ecosistema viene lasciato all’evoluzione naturale e la presenza umana è limitata a scopi strettamente scientifici e di sorveglianza. E’ vero che in Italia la legge quadro sulle aree protette si limita a stabilire che nelle riserve integrali “l’ambiente naturale è conservato nella sua integrità” (art. 12), formula equivoca che ha portato alcuni parchi nazionali, come il Gran Paradiso, ad aprirle ai visitatori e altri parchi, come il Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, ad applicare la regola generale della rigida chiusura; ma è pur vero che se l’aggettivo integrale ha un senso non può non contenere la portata del limite; ed è vero altresì che nelle riserve integrali il limite è imposto perché finalizzato alla conservazione mentre nella montagna sacra il limite è frutto di una generosa scelta personale. Non si può però tacere sul fatto che l’attribuzione della qualifica di montagna sacra al Monveso, escludendo la sacralità delle altre montagne e perciò anche di quelle situate nelle riserve integrali, rafforza un’interpretazione che finisce per indebolire, se non annullare, il limite insito nel concetto di integralità.

Questa impostazione puntiforme contrasta con la visione olistica che emerge nella riflessione più approfondita intorno alla grande questione della conservazione, che è recepita dalla Carta di Fontecchio approvata nel 2016 da otto tra le più importanti associazioni di protezione ambientale del nostro paese e che può sintetizzarsi in questi termini: quando, come oggi sta avvenendo, il problema cruciale è la salvezza del pianeta “l’imperativo categorico diventa quello di tutelare la natura nella sua totalità”.

A mio avviso proprio sulla base del documento progettuale è possibile valutare una proposta, alternativa a quella ivi contenuta, che non presenta i limiti che qui ho cercato di indicare: scegliere una montagna non per attribuire a essa, e solo a essa, la qualifica di montagna sacra, ma per farne il simbolo della sacralità di tutte le montagne. L’obiettivo sarebbe più complesso e ambizioso, ma certamente conforme a quella visione olistica perché non si limiterebbe a incidere sui sentimenti di chi guarda al singolo monte, ma inciderebbe sulla cultura di chi si avvicina alla montagna nella sua complessità indicandogli la via non più del possesso fisico, non più del consumo, ma del godimento pieno dei suoi valori più profondi. E poiché il centenario riguarda l’istituzione dei due parchi nazionali – Gran Paradiso e Abruzzo – sarebbe molto importante che anche il Parco che oggi si chiama d’Abruzzo Lazio e Molise scegliesse la sua montagna simbolo. In tal caso mi permetto di suggerire quella che mi sembra particolarmente significativa: il Balzo della Chiesa 2073 m che si erge, bello e imponente, al centro della catena della Camosciara (Monti Marsicani).

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