Come un soffio nell’aria

La storia di Mario Fantin, il cineoperatore che in puro stile documentaristico ha ripreso la spedizione sul K2 del 1954.

Come un soffio nell’aria
di Marrano

Mario Fantin. A dispetto del cognome, di inequivocabili origini venete, nasce nel 1921 e vive l’intera vita a Bologna, pur essendo nato da genitori friulani. Questo dettaglio spiega la radice onomastica, ma dice poco o niente sull’anonimo bolognese che vi propongo a gamba tesa, senza alcun utile preambolo. Con vero piacere vi comunico quindi che il ragionier Mario Fantin è stato il primo vero, autentico e inimitabile storyteller della montagna. Il suo nome, a molti di certo sconosciuto, è scritto in modo indelebile sulle pagine più importanti della storia alpinistica e si lega indissolubilmente, in particolare, alla spedizione italiana sul K2 nel 1954: sì, proprio quella della vicenda mai del tutto chiarita Lacedelli vs Bonatti. Mario, nonostante la sua origine cittadina e contabile, è stato infatti, per una di quelle inspiegabili bizzarrie che a volte capitano nella vita, il cineoperatore che in puro stile documentaristico ha saputo rendere ogni momento di quella grandiosa avventura. Ma Mario Fantin non è stato solo il documentarista della spedizione sul K2. Nella sua lunga carriera Fantin ha salito 50 Quattromila sulle Alpi, 20 Cinquemila in varie parti del pianeta, accumulato 100mila fotografie di montagna, scritto 20 libri e girato complessivamente 40 documentari, religiosamente conservati in massima parte nell’archivio storico del Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” di Torino. Dobbiamo quindi a lui una gran parte della miglior cinematografia e della documentazione alpinistica del secondo dopoguerra e con essa la conoscenza, in particolare, dello scenario himalayano nel quale, il nostro, ha vissuto oltre 30 spedizioni restituendo un patrimonio di conoscenza grazie al quale è stato possibile, per generazioni di alpinisti, alimentare il proprio spirito di avventura sulle più alte montagne del mondo.

Ossessionato dal perdere anche un solo dettaglio e con esso l’emozione del racconto per immagini, Fantin ha saputo, con le proprie opere, tradurre il vissuto in una vera storia. I documentari di Fantin e di altri che come lui hanno potuto e saputo vivere nel profondo il senso del racconto avventuroso, sono opere indelebili, per il modo in cui furono costruite. Sì, costruite mi sembra proprio il termine adatto per indicare queste vere e proprie opere artigianali, realizzate con lenta cura manifatturiera in ogni minimo dettaglio narrativo, tali da assorbire lo spettatore, fino al punto di farlo sentire parte del racconto. Si deve ad autori come Fantin o ad altri mostri sacri dell’alpinismo esplorativo come l’austriaco Kurt Diemberger, tanto per fare un nome, la conoscenza profonda della montagna e della vera esperienza di contatto con essa. Qualcosa che il tempo non può cancellare.

Viene quindi da riflettere, facendo quattro click su YouTube, riguardo alla discutibile qualità dello story telling contemporaneo che affligge il mondo della montagna, quello vomitato a ripetizione dai tanti, troppi, content creator, arrivati con l’alta marea della tecnologia digitale a buon mercato. Strumenti sempre più sofisticati, ma al tempo stesso user friendly direbbe un addetto ai lavori, consentono infatti un po’ a tutti di operare con straordinaria immediatezza, improvvisandosi sceneggiatore, regista e al tempo stesso attore delle più insignificanti vicende montanare. Ma al di là della qualità narrativa, oggettivamente spesso povera, ciò che più fa pensare è l’evidente inutilità di tutto questo furore narrativo, figlio di un sistema in cui tutto si crea e si consuma in un attimo, insieme al ricordo di ciò che è stato.

Le opere di Fantin e Diemberger nascevano con lo scopo di rappresentare elementi di conoscenza, prima ancora che di ispirazione e di autocelebrazione, concepite per entrare nella memoria collettiva e, in quanto tali, per diventare storia. Oggi questo senso di impegno, proprio così, di impegno, sembra essersi dissolto; si filma e si racconta tanto guardando verso la montagna (le aziende dell’outdoor in primis), ma mossi da un disperato bisogno di condividere alla svelta, per sentirsi forse meno soli, nell’ansia di ricevere un altrettanto immediato apprezzamento, che ci doni conforto e ci faccia sentire protagonisti. Nella fretta di farlo però si raccoglie e si racconta poco o quasi niente. E certo, quel poco che resta è destinato a disperdersi, come un soffio nell’aria. Tutto il contrario di Mario Fantin!

Per approfondire la storia di Mario Fantin

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