Ultra trail, uno sport per uomini?

Un articolo del Fatto Quotidiano stimola la discussione.

a cura della redazione di Outdoor Magazine

Quale atleta è riuscito a vincere cinque UTMB Mont-Blanc? Non Kilian Jornet, neppure François D’Haene, ma una donna, l’inglese Lizzy Hawker. Quanti atleti hanno vinto nello stesso anno la Western States e l’UTMB, le due cento miglia più prestigiose? Un uomo (Kilian Jornet) e tre donne, Nikki Kimball, Courtney Dauwalter e Katie Schide. Basterebbero questi due fatti per confutare un’affermazione: “L’ultratrail esaspera la dominazione maschile e valori come lo sforzo e il coraggio. Le donne sono sul percorso per incoraggiarli e rinfrescarli ai punti di ristoro”. La citazione non è tratta da un manifesto femminista degli anni sessanta, ma dall’articolo a firma di Héléne Constanty pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 31 agosto. A pronunciare queste parole Clément Delbes, dottorando in Sociologia dello Sport all’Università Savoie Mont Blanc. Un articolo, quello della Constanty, che ha suscitato scalpore nell’ambiente proprio per questo virgolettato. “Come si fa a virgolettare una cosa di questo tipo, è Medioevo” ha commentato Paolo Comparin dell’account Instagram Sterrato. Affermazioni davvero bizzarre, a voler essere gentili.

Cosa dovrebbe dire Martina Valmassoi, che nel film Crewing, oltre ad assistere Dakota Jones, viene a sua volta assistita e rincuorata da Dakota quando è lei a correre? Il problema esiste, come in altri sport, ma non è con affermazioni di questo tipo (peraltro estemporanee all’interno di un articolo che analizza dettagliatamente le diverse problematiche di un evento enorme come UTMB Mont-Blanc per la comunità locale) che lo si affronta.

L’esempio viene da altri giornalisti francesi, quelli della rivista Grand Trail, che hanno dedicato il numero in distribuzione all’UTMB alla parità di genere nel trail e soprattutto nell’ultra trail. Perché le quote femminili diminuiscono drasticamente all’aumentare dei chilometri. Secondo la ricerca Trailgender, considerando 95 Paesi, su una distanza trail di 10 km il 40% degli iscritti sono donne (43% in Francia); su una maratona si scende già al 22% (17% in Francia); su una 100 miglia siamo al 17% (9% in Francia). La stessa ricerca ha anche analizzato i dati dei finisher nelle gare di trail di più distanze. La media di donne all’arrivo in Europa è del 18,2%, in Nord America del 33,1%. A dominare la classifica il Canada, con il 36,4%. In Italia siamo al 16,8%. In media alla cento miglia dell’UTMB si scrivono il 18% di donne, mentre sulla più corta CCC la percentuale arriva al 26%. I motivi? Quelli che minano la parità di genere nella vita quotidiana, secondo i tanti atleti ed esperti intervistati dal magazine: minore tempo (perché la donna è ancora la persona dedicata alla cura dei figli e della famiglia in molte società) e minori risorse (perché la parità salariale è una chimera). Questo con buona pace delle prestazioni, che tendono a essere meno distanti tra uomini e donne nelle lunghe distanze. E delle affermazioni sensazionalistiche.

Va inoltre segnalato che UTMB ha organizzato un convengo sulla salute delle donne negli sport di ultra endurance, dedica il 50% del tempo dei live alle atlete e che da quest’anno sono state create delle postazioni presso le aid station per permettere l’accesso ai compagni e favorire l’allattamento. Un’opportunità sfruttata da sole due atlete, sinonimo delle quote ancora basse, ma, forse, non di un atteggiamento machista.

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2 Comments

  1. says: bruno telleschi

    Uomini o donne che siano, si tratta comunque di marziani che offrono un cattivo esempio sull’uso della montagna!

  2. says: Enrico Villa

    Non la metto sulla questione della parità di genere. In ogni sport la rappresentanza femminile compete e ottiene prestazioni conseguenti alle condivise metodiche di allenamento, alimentazione, assistenza fisiatrica medica, attrezzature, ecc. L’articolo evidenzia che la componente femminile diminuisce con la crescita dell’impegni fisico richiesto. In sostanza: trail si, ultra trail no, o quasi. Dimostrazione, questa, di una maggior consapevole intelligenza prestazionale connaturata all’impegno richiesto. Le due-tre-cinque ore di impegno sono ritenute normali per persone allenate, donne o uomini appassionati di questa disciplina. Quando il livello sale, ed esistono molte gare ultra trail che richiedono prestazioni di durata plurigiornaliera (!!!) non solo la componente maschile, ovviamente, non è più molto numerosa e – parimenti – quella femminile è pochissima o nulla. Per quanto evidente, ma non lo è per i cultori e gli organizzatori di ultra trail o maratone nelle quali il tempo del primo classificato si misura in giorni, non in ore, il concetto di gara sportiva, intesa quale reale competizione preparabile ed allenabile, non esiste più. Vince chi resiste di più e non molla fino alla fine ed è esente da infortuni vari. L’allenamento alle competizioni è ben altra cosa. Le atlete lo capiscono e si astengono.

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