Per Symon Welfringer, che ha appena aperto una nuova via su un Seimila del Karakorum, scalare una montagna remota è anche un modo per ricordare chi è venuto prima di noi.
Tahu Rutum. Alpinismo significa raccontare
di Benedetta Bruni

Le montagne, in particolare quando si alza di molto l’altitudine, così come quelle remote e ostili alla presenza umana, sono fatte di tutti coloro che hanno avuto abbastanza coraggio – ma anche rispetto – da tentare di scoprire il segreto dietro al loro carattere inespugnabile. Perché ogni vetta, da sola, certamente esisterebbe lo stesso, ma sarebbe spoglia di un folklore tramandato di bocca in bocca, in un intreccio di storie che riportano alla memoria chi non c’è più e intanto creano nuovi pretesti per uomini e donne che decidono di misurarsi al cospetto di giganti di roccia inflessibili e spietati.
L’alpinismo eroico vive ancora, dunque, quando viene ripercorsa una vicenda come quella di Kyle Dempster, alpinista americano scomparso nel 2016, che nel 2008, a 25 anni, tentò per primo di scalare in solitaria la parete ovest del Tahu Rutum (o Taa Hurutum in lingua locale), nel Karakorum pakistano, senza mai arrivare in vetta; un’ascesa che è stata d’ispirazione per Sean Villanueva O’Driscoll, Siebe Vanhee e il francese Symon Welfringer, del team Millet, appena tornati dalla cima dello stesso versante dopo aver aperto una via che sale per 1.500 metri fino a raggiungere i 6.651: probabilmente è la prima arrampicata in libera a questa quota. “The Leopard of Higher Ground” è stata chiamata così in onore di Kyle. Perché per Symon, che abbiamo intervistato di ritorno dal Pakistan, alpinismo significa proprio esplorare, scovare l’ignoto, ma anche studiare, educare al rispetto, avere cura della montagna, raccontare la storia di chi è passato prima, che sia ripetendo vie note o aprendone di nuove. Ricordandosi che alpinismo non significa turismo, come spesso succede in Himalaya.
L’intervista a Symon Welfringer, alpinista del team Millet
Sei appena tornato dal Karakorum, in Pakistan, dove hai aperto una nuova via: ci puoi raccontare com’è andata?
Il nostro obiettivo era trovare una parete adatta a scalare in libera in altitudine: fino alla nostra partenza, nessuna via era arrivata più in alto di Eternal Flame (6.251 m), sempre in Pakistan. Nel valutare il progetto, ci siamo imbattuti nella storia di Kyle Dempster, un alpinista americano che i miei soci hanno conosciuto e che aveva provato l’ascesa nel 2008, da solo. La sua è una vicenda folle: aveva appena 25 anni e ha passato 23 giorni in parete in completa solitudine; quando è stato costretto a scendere, è stato portato in ospedale con un dito congelato, e a quanto pare avrebbe chiesto ai dottori se poteva restare sveglio mentre glielo amputavano. Kyle è morto nel 2016, sempre in Pakistan, ma è stato lui a darci l’ispirazione per ritentare l’impresa.
Abbiamo dunque composto un team di climber eterogeneo: io, con esperienza alpinistica in alta quota, Sean Villanueva O’Driscoll e Siebe Vanhee, esperti in big wall, e originariamente anche Pete Whittaker, che purtroppo si è sentito male durante l’avvicinamento ed è dovuto rientrare. La spedizione è durata circa due mesi di cui 15 giorni passati in parete, un tempo piuttosto lungo quando si fa big wall, in cui di solito non si superano i cinque giorni. Credo che la nostra sia la prima scalata in libera di gradi fino al 7b fatta a questa altitudine. Non è sicuramente il limite di quanto può fare l’essere umano, c’è ancora molto potenziale inespresso nella nostra impresa, ma era la via dei sogni e, se considero la componente esplorativa, sono molto soddisfatto.

Quali sono le difficoltà dello scalare così in alto?
Non c’è stata nessuna problematica specifica: avevamo già previsto 15 giorni di cibo, dunque eravamo coperti anche quando siamo stati costretti a restare nel portaledge per tre giorni a causa di una tempesta di neve. D’altra parte, due settimane in parete a scalare sono una prova fisica e mentale notevole. Stai testando la tua tenuta, non sai quando e se riuscirai ad arrivare in cima e c’è sempre un certo grado di scomodità da sopportare. Forse la difficoltà principale è dover fare i conti con la propria stanchezza man mano che si fa sforzo fisico e non si riesce a recuperare bene le energie. Riposare spesso è impossibile e al tempo stesso bisogna combattere la fatica e mantenere alta la motivazione per arrivare in vetta. Con il meteo ci è andata meglio, abbiamo avuto una finestra di bel tempo per 10 giorni di fila.

Nel corto prodotto da Millet Le Cavalier Sans Tête, del 2024, tu e Charles Dubouloz parlavate di overtourism e di come vi sentiste “come in un Walmart nel weekend” anche su un Settemila. A cosa pensi che sia dovuta questa “caccia alla vetta” e perché c’è questa resistenza a esplorare luoghi meno noti?
Per me l’alpinismo oggi è diviso in due correnti diverse: può essere. Per me l’alpinismo oggi è diviso in due correnti diverse: può essere considerato sia uno sport, sia un’attività turistica. E il ramo che sta prendendo sempre più piede è quello del turismo montano. È facile, quindi, dimenticarsi che richiede una preparazione fisica e culturale, o che è necessario informarsi e studiare prima di pensare di iniziare la salita. Oggi, soprattutto su catene montuose come l’Himalaya, ci sono agenzie che offrono ai turisti l’opportunità di scalare montagne senza alcun tipo di allenamento professionistico, utilizzando ossigeno supplementare, solo per provare l’emozione di raggiungere una vetta e non per il suo carattere esplorativo e introspettivo.
Per fare un paragone con un altro sport: arrivare sull’Everest è ormai come correre il Tour de France con una bici elettrica e dire di aver fatto prestazioni simili a Pogačar. Non c’è nulla di male a scegliere una bicicletta non muscolare, a patto però che la si usi per il proprio comfort e non con pretese di performance. Eppure dall’esterno viene percepito esattamente come lo stesso traguardo. Ai turisti sembra quindi di fare sport proprio come se fossero alpinisti. Ma il loro obiettivo non è aprire una via o raggiungere una vetta inviolata: conta essere arrivati in cima. E i social, che fanno da cassa di risonanza, danno loro ragione. Seguendo questa logica, la nostra spedizione in Pakistan non ha assolutamente la stessa rilevanza di arrivare sull’Everest con ossigeno e sherpa al seguito. Così passa anche il messaggio che tutti possono fare alpinismo con determinate premesse. Noi, e intendo i professionisti, dovremmo spiegare che non funziona così, che la componente sportiva esiste ancora, quella fatta di preparazione, studio e obiettivi. Ma le agenzie se ne approfittano e vendono un’esperienza che rende la montagna un parco giochi per turisti. Affinché tutti possano accedere alle terre alte, è necessario che ci siano prima consapevolezza, rispetto ed educazione.

Alla luce di quanto detto, credi che esista ancora l’ignoto oggi nell’alpinismo?
Sì, ci sono ancora molti luoghi inesplorati. Il Tahu Rutum è uno di quelli: non ci sono agenzie che aiutano con la logistica o l’arrivo al campo base. Diventa una spedizione a tutti gli effetti, dove servono uno studio e una programmazione preliminari. Oggi come un tempo c’è ancora tanto da scoprire e da cui farsi ispirare, e non credo che sarei più contento di così se fossi nato 40 anni fa. Molto dipende dagli obiettivi di ognuno: le difficoltà crescono insieme all’altitudine e diminuiscono allo stesso tempo le possibilità di scelta. D’altro canto, trovare l’ignoto non è necessariamente connesso a un’altitudine specifica. Mi piace l’idea di arrivare quanto più in alto possibile, ma non mi interessa se sono arrivato a 8000 metri o se sono appena più in basso ma su una montagna meno conosciuta. Se arrampico su una vetta fatta da centinaia di persone prima di me, anche se con corde fisse e senza ossigeno supplementare, perdo qualsiasi interesse nonché i valori che difendo e il perché faccio alpinismo. Se il mio obiettivo è cercare l’ignoto, al posto seguire passi e tracce molto note preferisco andare in un posto dove non mi metto in pericolo. Con questo non mi riferisco però al valore storico della ripetizione di una via: riprovare la Bonatti sul Cervino, ad esempio, rappresenta tutt’oggi una delle imprese più grandi che un alpinista o climber possa provare.

Quali sono questi valori di cui parli?
Il primo è la sostenibilità. Il problema del turismo di altitudine è che ci sono tante persone, portatori, infrastrutture e logistica che lasciano tracce e di conseguenza deteriorano l’esperienza di chi passa dopo. Sostenibilità per me significa avere cura della montagna, non lasciare tracce del proprio passaggio, lasciare meno equipaggiamento possibile e non rovinare l’esperienza ad altri. Se qualcuno volesse ripetere una nostra via, vorrei che potesse vivere esattamente quello che abbiamo provato noi. Un altro valore è poi quello dell’esplorazione: è vero che tanti posti sono già ormai noti, ma ci si può informare chiedendo ad altre persone e studiando la storia dell’alpinismo. È così che abbiamo scoperto di Kyle ed è anche il motivo per cui abbiamo scelto di chiamare la via con un nome che potesse ridare un po’ di luce a un ragazzo che è stato un pioniere di questa parete. È il bello dell’alpinismo, poter raccontare storie nuove ma anche riportarne in vita altre per ricordare le persone incredibili che sono vissute prima di noi. Lo stesso fatto di ripetere le vie è un ottimo modo di parlare del passato e di dare un’interpretazione alla montagna diversa dalla sola performance.

Come non condividere quanto espresso da Symon!!!