Un legame sottile

Quello con l’acqua, che ora sta per rompersi.

di Marrano per Outdoor Magazine

Se n’è parlato molto, nella lunga e calda estate del 2026. Anche a sproposito, come spesso avviene per gli argomenti che eccitano i mezzi di informazione. Se ne sono patite le conseguenze comprendendo, forse, che l’H2O è effettivamente il bene primario e, al tempo stesso, una risorsa non scontata. Forse ce n’eravamo dimenticati tra un bombardamento e l’altro, reale o digitale, intervallato dalle ultime notizie sulle attività da diporto nei laghetti delle Dolomiti e sulle code per l’acquisto di un imperdibile krapfen di malga. Ma la penuria di acqua, tanto nei rifugi alpini quanto nelle colture agricole intensive di pianura, ha inve-stito le cronache agostane ribadendo un dato ovvio e inequivocabile: siamo dentro un’emergenza.

L’ennesima se volete, ma di certo una delle più gravi. Possiamo fare a meno di molte cose: delle scalate su pareti sempre più fragili e delle gradevoli passeggiate nella natura, specie se con la natura abbiamo poca confidenza, ma di certo non possiamo fare a meno dell’acqua. Eppure, è quello che sta silenziosamente accadendo. Dico silenziosamente perché quello che viene riportato dai mezzi di informazione è solo l’aspetto più superficiale del problema. Si parla del disagio per i rifugisti e dei danni all’agri-coltura dovuti alla siccità, ma si parla troppo poco dei motivi per i quali ci troviamo sempre più frequentemente in questa situazione.

Chi vive in montagna sa bene che il problema non è iniziato oggi. In certe zone delle Alpi, non solo in Italia, e anche degli Appennini, ormai da diverso tempo è nota l’alternanza tra carenza ed eccesso d’acqua. Che, tradotto in altri termini, significa frane e alluvioni catastrofiche. Dipende in primo luogo dalla progressiva diminuzione delle precipitazioni nevose, una tendenza che si è ormai consolidata nell’arco degli ultimi 20 anni, e dall’aumento costante del consumo di acqua per scopi diversi: su tutti, insieme all’agricoltura industriale, la produzione di energia idroelettrica a scopi di raffreddamento, umano e digitale (leggi: data center, le mostruose macchine sede della tecnocrazia che governa il pianeta Terra). Acqua di montagna intrappolata in bacini artificiali, fiumi che un tempo sono stati spumeggianti vie di comunicazione e fonti di vita oggi ridotti a rigagnoli ghiaiosi per effetto delle innumerevoli captazioni, dalla sorgente fin quasi alla foce: un approfondimento sul tema, scevro dai pesanti fattori ideologici che purtroppo caratterizzano il dibattito sul clima e sulle energie rinnovabili, sarebbe davvero opportuno per favorire una seria presa di coscienza su un problema che, nei prossimi decenni, rappresenterà di certo una priorità assoluta per la stabilità dell’intero ecosistema europeo, che dipende in gran parte dall’acqua proveniente proprio dalle Alpi.

Viene spontaneo chiedersi perché il mondo dell’outdoor non se ne occupi più concretamente, a partire dalle aziende così sensibili all’ambiente nelle loro campagne di comunicazione. Sarebbe un bel segnale, per andare al di là delle vuote frasi di circostanza e di una certa cautela nelle dichiarazioni che si registra anche da parte dei più diretti interessati, come i rifugisti, le guide alpine e più in generale gli operatori turistici della montagna. Per non parlare dei rappresentanti politici locali, del tutto impreparati ad affrontare il problema nella sua complessità e oltremodo timorosi nel prendere iniziative che possano risultare anche solo minimamente sgradite alle lobby del nuovo modello di business della montagna, ovvero il turismo massivo e cafone. Ho letto recentemente sulle pagine di Outdoor Magazine che qualcuno si sta muovendo in questa direzione, con una campagna di sensibilizzazione che ha lo scopo di informare i nuovi frequentatori della montagna sul fatto che il rubinetto delle alte quote si sta chiudendo: qualcosa in più di quattro belle figurine e due timide testimonianze di rifugisti stufi di chiamare l’elicottero per fare il pieno di acqua già da metà luglio.

Bene, quindi? Sì, ma non basta. Bene le campagne di informazione, ma a questo punto ser-vono prese di posizione forti che producano risultati concreti, necessariamente in sinergia con la comunità scientifica e con chi lavora sulle tecnologie che ci dovranno consentire di rispondere a questa emergenza. Perché acqua significa vita, benessere e alimento per l’economia di montagna. Mettiamola così, se preferite, operatori dell’outdoor contemporaneo: poca acqua significa meno neve artificiale per lo sci alpino su oltre il 50% delle stazioni sciisti-che, meno bagni nelle piscine a sfioro dei resort a cinque stelle sulle Alpi, e fine dei rifugi con cucina gourmet, che tanto piacciono alle aziende di promozione turistica e ai relativi influencer per portare sempre più gente in divisa da escursionismo sui sentieri di montagna – quando va bene accompagnata da qualche guida alpina, ma il più delle volte confusa e dispersa, in attesa del 118. Servono dunque maggiore consapevolezza e impegno da parte di tutti, in particolare dell’industria e degli stakeholder della montagna, riguardo al vero valore e l’importanza del bene primario per eccellenza, il cui fragile legame, da cui dipende la nostra stessa vita, sta oggi per rompersi.

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