Michel Parmentier

Michel Parmentier
(lo sciatore errante)
di Giorgio Daidola
(pubblicato in Sciatori di montagna, di Giorgio Daidola, Mulatero editore, 2017)

Lo sci non si limita allo sport. Esso permette anche il viaggio. Per vedere il mondo. Un mondo sconosciuto (Sylvain Jouty, prefazione a Les grands raids a ski. Montagnes de la Mediterranée)”.

Michel Parmentier è il simbolo di una vita scandita da tanti viaggi con gli sci. I suoi due libri Les Grands Raids a ski, il primo del 1983 firmato insieme all’amico Michel Berruex, possono essere considerati il testo sacro dello sciatore errante. Si tratta di cinquanta idee di sci-viaggio travolgenti, scritte mescolando il vissuto, la storia e la cultura dei luoghi, gli aspetti tecnici e quelli logistici. Solo una parte dei capitoli sono firmati da Parmentier ma questo non lo si nota affatto: l’impostazione dei diversi sci-viaggi è la stessa e Parmentier ha fatto certamente da supervisore. Il risultato sono due libri accattivanti scritti nello stile del diario di viaggio, tipico di un giornalista-reporter quale Michel Parmentier era nella vita. Senza mai indulgere troppo al personale, al compiacimento, al retorico, all’esagerazione. Introvabili, attualissimi e insuperati, questi due volumi sono il più autorevole punto di riferimento per chi ama viaggiare con gli sci, al di là dei tempi e delle mode. Sulla scia del successo dei due volumi, pubblicati nel 1983 e nel 1984, l’editore Acla ne ha pubblicato un terzo nel 1991 che rappresenta una selezione opinabile dei capitoli dei primi due. Sono infatti stati privilegiati i raid in territorio francese (10 itinerari su 31) e in zone limitrofe.

A prescindere dai suoi libri, Michel Parmentier riassume tutte le caratteristiche dell’eroe moderno: appassionato e irrequieto, trasgressivo e anticonformista, vulnerabile ma sprezzante del pericolo. Proviamo a entrare nel suo mondo.

Gennargentu (Sardegna)

Settembre 1988
In un ristorante di Kathmandu, Patrick Berhault, Veronica Perillat, Bruno Gouvy ed io stiamo festeggiando le nostre salite e discese (in sci da telemark, in monosci e in snowboard) dallo Shisha Pangma e dal Cho Oyu. Pascal Tournaire, di ritorno dall’Everest, ci porta la terribile notizia: Michel Parmentier è rimasto lassù, con il suo grande sogno. Erano in quattro a dormire nella tendina a 8000 m, dopo un tentativo che li aveva portati a 8600: Benoît Chamoux, Josef Joska Rakoncaj, Pascal Tournaire e Michel Parmentier. Anche Mauro Rossi era arrivato a quota 8.600 ma era riuscito a scendere al campo più in basso. Il tempo si stava guastando, nessuno se la sentiva di fare un altro tentativo nei giorni successivi. Salvo Michel. La sua stella, abitualmente favorevole, gli dava un eccesso di fiducia. Tutti scesero, tranne lui. Due giorni dopo, con il teleobiettivo Pascal riesce a vedere Michel partire verso la cima. Lo segue fino a 8300 m, lo vede sparire fra le nubi, poi più nulla. Come Mallory, di cui stava rileggendo la vita al campo base, anche lui è entrato a far parte della Dea Madre della Terra: il Chomolungma.

Michel aveva voluto sfidare il suo destino. Dopo aver salito il Kangchenjunga e il K2, diceva che la sua strada doveva passare per l’Everest. Così sarebbe stato sulla cima delle tre montagne più alte del mondo. Poi basta con gli Ottomila. Sarebbe certamente ritornato, me lo aveva detto poco prima di partire per questo ultimo viaggio verso l’alto, alla sua vita perdutamente vissuta di viaggiatore libero e vagabondo con gli sci. Forse un giorno saremmo partiti insieme, non importa per dove, ne parlavamo spesso quando ci sentivamo. Ci saremmo trovati in qualche aeroporto con le nostre lunghe sacche, per un’ennesima partenza.

In bivacco in vetta a Stromboli

Gli sci per Michel erano uno strumento indispensabile per conoscere, per vivere le emozioni di un certo modo di viaggiare. In questo egli si riallacciava, forse senza rendersene conto, alla grande storia dello sci di montagna. Una storia oggi troppo dimenticata, spesso ridotta a folklore o a spazi museali. Le belle discese e la bella neve per Michel erano un di più molto gradito ma non erano mai l’obiettivo principale del suo viaggiare con gli sci. La cosa più importante era vivere i luoghi e le loro genti nelle stagioni della neve.

Michel ci riporta alla esasperata ricerca del limite di Paul Preuss ed Ettore Castiglioni, alla purezza delle traversate di Léon Zwingelstein, all’irrequietezza di Piero Ghiglione. Il tutto in chiave moderna, con una filosofia trasgressiva tipica della Chamonix degli anni Ottanta.

Michel Parmentier nei Pirenei

Il mito dello sciatore errante
Michel è nato a Parigi nel 1950. Oggi avrebbe sessantasette anni (nel 2017, NdR). È scomparso a trentotto, in quel momento magico della vita in cui si può dare il massimo in tutto. Pensare a lui adesso, in una stagione della mia vita in cui è troppo facile dimenticare i momenti di allora per accettare un modo di vivere e sciare appiattito dalle troppe regole e dall’invadenza subdola della tecnologia, è come riscoprire me stesso e sentire una gran voglia di riprendere a viaggiare con gli sci come faceva lui, seguendone come un tempo lo spirito e le tracce.

Michel amava raggiungere con gli sci luoghi insoliti, partire solo con un’idea approssimativa del percorso. Un vero viaggio doveva infatti contemplare l’imprevisto, non doveva essere impoverito da una programmazione minuziosa e noiosa.

In traversata con gli sci da Qarsita a Bqarsouna (Libano). Lo sguardo si perde verso il golfo di Alessandretta.

Come al grande Eric Shipton, a Michel Parmentier per partire bastavano poche note scritte frettolosamente su di un foglio di carta e un biglietto aereo. Era particolarmente attirato dalle situazioni complicate, all’apparenza irrisolvibili. Gli piaceva risolvere i problemi cammin facendo. Programmare un viaggio nei minimi particolari, prenotare alberghi e servizi vari come si usa fare oggi, erano azioni per lui inconcepibili.

“Il gioco consisteva nel collegare punti di una carta stradale, tentando di seguire una rotta”, ricorda la guida alpina Michel Pelle, uno dei suoi migliori amici e compagni di avventura. È lui uno dei pochi grandi amici di Michel ancora in vita. Gli altri sono quasi tutti morti. Tutti pazzi come Michel, è lecito pensare. Ma non è così. Era gente che sentiva il bisogno di sfiorare la morte proprio perché amava troppo la vita. Jean-Jacques Ricouard, guida alpina, estroso fondatore della rivista Alpinisme et Randonnée, intellettuale di grido e gran seduttore, sparì fra i crepacci mentre con Michel ritornava dalla cima del Kangchenjunga. I coniugi Liliane e Maurice Barrard, con i quali Michel arrivò in cima al K2, morirono nella discesa, a causa della tempesta senza precedenti del luglio 1986. Michel Berruex, guida alpina savoiarda, autore con Michel Parmentier del primo volume di Les grands raids a ski morì nell’estate del 1983 in uno scontro di deltaplani nel cielo di Chamonix.

Michel Parmentier e il mare

Il gusto del rischio e i reportage di guerra
“Michel non amava il rischio ma pensava che esso fosse inevitabile, se si ha una vocazione, se si crede in qualche cosa. Nel suo lavoro di giornalista reporter si comportava nello stesso modo.” Chi parla è Maurice Parmentier, padre di Michel, da me intervistato poco dopo la scomparsa del figlio, nel dicembre 1988.

Michel Parmentier lavorava per il grande gruppo televisivo Rtl. Era specializzato in reportage di guerra. Nei suoi servizi traspariva sempre il senso della missione da compiere, inevitabile, a qualsiasi prezzo. Con la sua videocamera Michel fu in prima linea in Libano, in Nuova Caledonia e in Afghanistan. Qui ci andò come freelance, durante l’occupazione russa, perché Rtl giudicava la trasferta troppo pericolosa. Ne risultò un documentario mozzafiato. Nel 1984, durante la guerra del Libano, approfittò della sua presenza in quel paese come reporter per fare un meraviglioso raid in sci sulle montagne che si affacciano sul mare, sfidando mine, trincee e azioni di guerriglia. Quel raid, descritto nel secondo volume di Les grands raids a ski dedicato alle montagne che si affacciano sul Mediteranneo, diventò un classico e ispirò “No Man’s Land” di Enrico Verrà, che rimane per me il più bel film sullo scialpinismo di avventura.

In quegli anni sentivo spesso Michel in quanto prezioso collaboratore dell’annuario Dimensione Sci. Se non era a Parigi, sua città natale, era in viaggio oppure a Chamonix, dove aveva un piccolo chalet. Mi colpiva la sua voce tranquilla, la sua apparente calma. In realtà era un terremoto, viveva in uno stato d’animo in cui i progetti si accavallavano in modo tumultuoso. Divorava la vita a ritmi fuori dall’ordinario: reportage di guerra, montagne fantastiche, donne bellissime, una vita parigina molto intensa.

Michel Parmentier

Mio figlio Michel
Non è facile per un padre parlare di un figlio rimasto lassù, sull’Everest, semplicemente perché, come è registrato su una cassetta preparata al campo base: “Il mio cammino passa per l’Everest”. Maurice Parmentier lo fece con grande dignità, tracciando le principali tappe che portarono Michel alla grande montagna. Sintetizziamo qui di seguito l’articolo intervista a Maurice Parmentier che pubblicammo su Dimensione Sci, dicembre 1988.

Mia moglie era di Vienna, amava molto la montagna e quando era bambino Michel trascorse con noi le vacanze nelle Alpi austriache, dove facevamo molte escursioni. Praticavamo anche l’alpinismo, spesso accompagnati da una guida, soprattutto salite su ghiaccio.

Capii che Michel era particolarmente attirato dai ghiacciai durante una vacanza in Delfinato, a La Grave. Michel aveva sette o otto anni. Rimase come folgorato dai ghiacciai della Meije che incombono davanti al paese. Non si rendeva conto della distanza e voleva a tutti i costi raggiungere il ghiacciaio, mi prendeva per mano cercando di convincermi a salire lassù…

Aveva dodici o tredici anni quando con una guida salimmo il Mönch. È stato il suo primo 4000. Ricordo che sulla cresta affilata non si sentiva a suo agio. È strano, se penso a quello che ha fatto dopo.

Nei pressi di Timimoun (Algeria). Quando non c’è neve… va bene anche la sabbia.

Nel 1967 acquistammo uno chalet a Puy-Saint-Vincent in Vallouise. Michel aveva diciassette anni e iniziò a fare seriamente dell’alpinismo con altri ragazzi. Divenne anche amico di Guide locali che spesso lo portavano in gita con i loro clienti. Le gite diventarono sempre più difficili, Michel era particolarmente attirato dai canalini di ghiaccio.

Nel periodo del servizio militare presso l’École militaire de haute montagne di Chamonix Michel sviluppò le sue capacità sia di alpinista che di sciatore. Superò anche gli esami di maestro di sci. A Chamonix conobbe le persone che diventarono i suoi grandi amici e sviluppò con loro il suo modo particolare di vivere l’avventura in montagna. Ho detto particolare perché Michel era molto critico con quelli che considerano gli alpinisti di punta dei superuomini, che amano le classifiche e riducono tutto al concetto di sport. Per Michel la montagna era uno stato d’animo, era qualcosa di profondo, di infinito. Per questo sentiva il bisogno di differenziarsi, anche nell’abbigliamento, dagli altri sportivi. Rifuggiva dall’abbigliamento troppo tecnico, vestiva casual, amava i grandi foulard, i berretti alla Sherlock Holmes, le sahariane, i jeans.

Lo spirito con cui Michel viveva la montagna era insomma quello che si ritrova nelle opere dei grandi alpinisti ed esploratori del passato. Non si allenava, non ne aveva bisogno.

Michel era forte e pensava sempre di farcela. Il dolore della sua scomparsa per un padre è immenso ma io lo perdono. Ha seguito fino in fondo la sua passione, la sua vocazione“.

Michel Parmentier in Sierra Nevada (Spagna)

Le sue donne
Alcuni dei suoi più raid più belli, in territori difficili, Michel li effettuò con la compagna del momento. Chi si aspetta però che dai racconti di Michel traspaia autogratificazione per questo aspetto del viaggio si sbaglia. Le bellissime (e fortissime) donne di Michel appaiono nelle foto dei suoi libri, impreziosiscono ambienti selvaggi e grandiosi, capanne poverissime e rifugi. Ma ne parla raramente nei testi, così come raramente parla di se stesso. E quando lo fa, i toni sono assolutamente discreti, pur lasciando trasparire la magia dei momenti.

Con Helga Björnson effettua la stupenda traversata dei Lefka Ori a Creta, dal Mar Egeo al Mar Libico. Bloccati dal mal tempo per più giorni in un rifugio incustodito, Michel scrive: “L’ora della partenza sembra sempre più lontana a causa del vento. A causa di qualcosa d’altro. Forse non abbiamo più voglia di ripartire“.

Sempre con Helga, alla fine della traversata, affamati, trovano finalmente una locanda frequentata da soli uomini: “Quando la porta si apre, facendo apparire prima di tutto Helga con i suoi lunghi capelli biondi, bella, fradicia, un po’ segnata da una buona quindicina di ore di tempesta, gli sguardi si girano. Si tratta di un semplice movimento informativo“.

Pernilla Sandström in Yugoslavia

Con Pernilla Sandström, anche lei bellissima e grande sciatrice, Michel effettua un raid facile ma demenziale, fra le montagne di un Kosovo già ribelle e un’Albania ancora chiusa in una folle dittatura. La sicurezza del raid si basa sul principio tutto da dimostrare in base al quale “dove c’è neve non ci possono essere controlli da parte delle pattuglie”. Anche gli incontri nei villaggi del Montenegro, a sud del passo del Cakor, non sono sempre facili. Racconta Michel a proposito di un certo Mahmud: “Questo tipo ha un modo di fissare Pernilla che comincia a farmi saltare i nervi. Ma un dettaglio della sua anatomia (cm. 190) mi impedisce ragionevolmente di farglielo capire. A furia di spogliarla con lo sguardo, con i suoi grossi occhi da vitello, ho paura che Pernilla prenda freddo“.

Anche trovare ospitalità in coppia in un paese musulmano pone qualche problema:
“È tuo marito?”, chiede Tsitsa.
“Sì”, risponde Pernilla.
“Da quanto tempo sei sposata?”.
Pernilla mi guarda e mi traduce discretamente la domanda. Io rispondo a caso: “Due anni”.
“Quanti bambini hai?”.
“Nessuno”.
Dallo sguardo di Tsitsa capisco che c’è qualcosa che non va… Tsitsa si gira verso di me e mi esamina dalla testa ai piedi. Poi, rivolgendosi a Pernilla, le dice: “Perché non lo porti dal dottore?”

Pernilla è anche una grande sciatrice, vederla sciare è un momento di apprezzamento estetico importante. Del raid sloveno Michel scrive: “Mi godo lo spettacolo di Pernilla che con i suoi sci lascia una bella traccia nei canalini, saltando barre rocciose. Neve fino al ventre. Poi si lascia scivolare controllata sui tratti ghiacciati. Lo stile è dato dalle sue cosce, dai suoi capelli, dal rosso della tuta. Scende come una modella verso le praterie della Sava, verso gli alpeggi di Mojstrava e di Krenica, dove quaranta anni prima i partigiani di Tito avevano una loro base“.

Michel Parmentier in Islanda. Foto: Jean-Jacques Ricouard.

I suoi raid
Lo scialpinismo di Michel Parmentier non era quello mordi e fuggì che va per la maggiore oggi ma quello delle lunghe traversate di più giorni, in totale autonomia o appoggiandosi, quando possibile, a rifugi o bivacchi non custoditi, a locande, a baite o a case private negli sperduti villaggi toccati. Spesso erano anche raid fuori legge, trasgressivi, quindi assolutamente impossibili da programmare. Da essi risulta spesso come l’ospitalità semplice dei montanari rappresenti una delle esperienze più profonde dello sci di raid. Michel si sofferma spesso, e con rara sensibilità, a parlare di incontri inaspettati in luoghi remoti immersi nella neve, incontri che impreziosiscono il viaggio con gli sci. Un esempio fra i tanti, tratto dalla traversata dei monti del Taigeto, nel sud del Peloponneso, in sei tappe. Una traversata difficile, in una regione dove, soprattutto in inverno, non ci va nessuno. Montagne selvagge, disabitate, pendii ripidi, neve instabile, dove lo sci è del tutto sconosciuto: “A parte la bellezza del luogo, un motivo in più per andarci” commenta Michel.

Con l’amico Nicolas, dopo sei giorni di duri bivacchi, ormai senza cibo, scorge finalmente una malga che sembra abitata. Il pastore Leonidas arriva di corsa verso di loro, sorridente e pieno di entusiasmo dà loro il benvenuto e li invita a entrare: “Affamati come eravamo, la prima cosa che notammo fu un immenso prosciutto che pendeva sotto una tettoia… Leonidas e suo fratello Teodoro, stesso viso, stessi atteggiamenti, preparano la cena. Quattro fette di maiale spesse e larghe come tre piatti uno sopra l’altro. Una sarebbe bastata per tutti e quattro. Prima le fanno bollire nel vino, poi le mettono in una padella e le friggono con del grasso… Una delizia, anche se decisamente pesanti per i nostri stomachi troppo vuoti. Noi non parliamo il greco e loro non sanno una parola della nostra lingua. Ciononostante discutiamo dalle sette di sera alle due del mattino… Kalo, kalo, ossia bene, bene, continuano a ripetere i due fratelli, felici di far festa con noi”.

Michel Parmentier, il primo “sci-viaggiatore”

Molti raid, per i quali si dispone solo di carte approssimative, fanno spesso vivere il brivido e le sensazioni forti dei primi esploratori. Siamo nei Tauri, nel sud est della Turchia. Scrive Michel: “Parte terminale di una gola con un colle in fondo… Nell’oscurità, sotto le stelle, una direzione non vuole dire molto. Soprattutto quando questa gola dalla quale non è più possibile uscire, ci fa andare prima a destra e poi a sinistra. La neve si è indurita, gli sci scivolano bene, aumentiamo l’andatura perché vogliamo uscire da questo buco ma la velocità in questi casi conta poco… E i colli non tengono sempre le loro promesse. Finisce la salita ma al di là nulla. La speranza di vedere il mare o una valle davanti a noi non si avvera. Nessuna discesa, nessun dirupo. Solamente un altopiano a perdita d’occhio, a 3000 m. Inatteso, indecifrabile sulla nostra carta 1/100.000”.

Impareggiabile è poi la sensibilità di Michel alla storia e alla cultura dei luoghi visitati: “Cipro e il rimpianto. Di non vedere l’isola come nell’antichità, interamente coperta dalle foreste. Una volta gli ulivi, i cedri e i pini di Aleppo si disputavano una terra ricca. Sono stati i Fenici ad abbattere i primi alberi… poi le capre hanno dato il loro contributo ai boscaioli dell’epoca“.

È importante notare che queste sensazioni forti non vengono vissute in luoghi lontani e costosi da raggiungere. I 50 raid proposti da Michel, venticinque per ogni volume, sono tutti in Europa (la meta più distante è l’Islanda) e nei paesi del sud del Mediterraneo. Ma, come dice Sylvain Jouty nella magistrale prefazione al secondo volume, “è più facile trovare informazioni su una cima tibetana che su di un raid in Anatolia“.

Michel Parmentier verso Cipro

Mare e montagna
Soprattutto nel secondo volume dedicato ai grandi raid intorno al Mediterraneo, il mare diventa, assieme alla montagna, una presenza fondamentale del viaggio. Nelle foto, Michel appare spesso con sci e zaino sul ponte delle navi, sullo sfondo le montagne bianche della prossima isola. Le locande e i caffè lungo le banchine dei porti, illuminati dal sole radente e immersi nella calma invernale, sono i campi base da cui si parte verso montagne sconosciute. Dice Michel, nell’introduzione al raid dei Troodos, nell’isola di Cipro: “Per niente al mondo bisogna perdersi queste notti insonni e questi odori pesanti, le banchine umide dei porti in inverno e i rumori delle catene. La barca ci serve l’isola su di un piatto d’argento. La barca ci fa pensare che la montagna è in mezzo al mare e che essa è indispensabile per attraversarlo. La neve e lo sci diventano pretesti. L’essenziale rimane il viaggio. Il viaggio in Mediterraneo, con i porti e le traversate, le barche malandate di altri tempi”.

Nel Peloponneso, la fine del duro raid nei Monti Taigeti, viene suggellata con la frase: “Sedersi su di un caicco, le reti da pesca tutte attorno nella sabbia, respirare l’odore delle alghe. Un pesce alla griglia per colazione. È la fine del raid, siamo nel porto di Kitriae“.

Il mare insomma, con le sue calme piatte e le burrasche, l’immensità vista dall’alto delle cime, i porti, gli odori e la sua gente, è davvero importante per Michel. Non a caso il libro finisce con una foto emblematica, quasi a voler esprimere l’essenza dello sci-viaggio: una barca a vela al tramonto, mare calmo e rosso come il cielo. Sullo sfondo nere coste misteriose.

Come il suo grande amico Jean-Jacques Ricouard, genio e sregolatezza come lui, organizzatore degli annuali incontri Mer et montagne fra velisti e alpinisti a Avoriaz, Michel aveva capito che non c’è nulla di più esaltante di raggiungere le montagne dal mare.

Tra inviato di guerra e sciatore di montagna, Michel Parmentier a Beirut in una pausa del tour sulle montagne dell’Antilibano, a colloquio con i para francesi della Forza multinazionale di pace (da Michel Parmentier, Les Grands Raids a Ski. Montagnes de la Mediterranée).

Traversata dei Tauri. Nessuno può darci informazioni, la biblioteca del Club Alpino non possiede che alcuni documenti smilzi e mal redatti, frutto di qualche spedizione dinosauro degli anni ’50 (Michel Parmentier, Les grands raids a ski, Montagnes de la Mediterranee)”.

Libano. Inutile scendere di giorno a Bcharré. Qualche volta le sentinelle striane hanno gli occhi aperti e l’accoglienza rischia di essere delicata… Meglio attendere la notte in cima al Mnaitra. Per lo sciatore ecco  l’emozione che precede la discesa. Le spatole sorpassano il vuoto. Lo sguardo spazia sul versante striano. Fa freddo ma ondate di aria calda della valle raggiungono il viso. Uno sguardo al mare e la prima curva porta tre metri più in basso. Neve dura, qualche salto di roccia, non si deve cadere. Uno sci di qualità. Questa notte arriveremo a Bcharré (da Michel Parmentier, Les Grands Raids a Ski. Montagnes de la Mediterranée)”.

Libano. Qualche colpo di pala nella neve che ingombra il nostro riparo ed il posto, una specie di rifugio mezzo demolito, diventa abitabile. Non ci sono né porte né finestre ma i muri proteggono dal vento. Ed è l’essenziale. Abbiamo atteso le nubi per non essere visti dai siriani. La notte arriva in fretta e Gaby accende una candela. Far fondere la neve, preparare il pasto, avvolgere una sigaretta, ecco i gesti che accompagnano il riposo. L’unico libro, La guerra dei mille anni, è diviso in due per poterne leggere ognuno un pezzo (da Michel Parmentier, Les Grands Raids a Ski. Montagnes de la Mediterranée)”.

Campo base del K2, 1986. Da sinistra, Wanda Rutkiewicz, Jerzy Kukuczka, Liliane e Maurice Barrard, Michel Parmentier.
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