La fiamma olimpica – 1
(dalla Grecia antica a Milano-Cortina 2026)
a cura della Redazione di Uomini e Sport
(pubblicato su Uomini e Sport n. 41, aprile 2026)
Una fiamma che attraversa i secoli, più antica dei Giochi moderni e più duratura di ogni record. Il suo significato affonda le radici nell’antica Olimpia, dove il fuoco sacro ardeva come simbolo di purezza, conoscenza e legame tra uomini e divinità.
La storia della fiamma olimpica affonda le sue radici in un tempo lontanissimo, quando nell’antica Olimpia, cuore spirituale dei giochi panellenici, ardeva un fuoco sacro all’interno del santuario di Era. Quel fuoco non era soltanto un elemento rituale, ma rappresentava un ponte simbolico tra il mondo umano e quello divino, incarnando purezza, continuità e presenza degli dèi. Era un segno tangibile di un ordine cosmico che si rinnovava attraverso il rito e la competizione atletica.
Eppure, ciò che oggi consideriamo una tradizione “antica” dei Giochi olimpici è, in realtà, una costruzione relativamente recente. La presenza della fiamma nei Giochi moderni fu introdotta solo nel corso del XX secolo, in un momento in cui si sentiva l’esigenza di rinsaldare il legame con l’eredità classica. Il primo passo avvenne con le Olimpiadi di Amsterdam 1928, quando per la prima volta un braciere venne acceso all’interno dello stadio. Si trattava di un gesto simbolico, ancora privo della complessità cerimoniale odierna, ma già carico di significato: un richiamo visivo e culturale all’antichità.
La vera svolta arrivò pochi anni dopo, con le Olimpiadi di Berlino 1936. Fu in quell’occasione che nacque uno degli elementi più iconici dei Giochi moderni: la staffetta della torcia. Per la prima volta, la fiamma venne accesa a Olimpia e trasportata fino alla città ospitante attraverso una lunga catena di tedofori. Oltre tremila persone si alternarono lungo un percorso di circa 3.000 chilometri, completato in dodici giorni. Questo rito, fortemente scenografico e carico di valenze simboliche, trasformò la fiamma in un elemento dinamico, capace di attraversare territori, culture e confini politici, diventando un messaggio universale di unità.
Da allora, ogni edizione dei Giochi si apre con una cerimonia che riprende e codifica quel momento originario. A Olimpia, attrici vestite da sacerdotesse accendono la fiamma utilizzando uno specchio parabolico che concentra i raggi del sole, ribadendo l’idea di una “purezza” originaria, non contaminata da tecnologie artificiali. Questo gesto, apparentemente semplice, è in realtà il cuore simbolico dell’intero evento: la nascita di un fuoco che non è solo fisico, ma profondamente culturale.
La staffetta che segue è un racconto in movimento. Migliaia di persone, atleti, ma anche cittadini comuni, si alternano nel trasporto della torcia, attraversando paesaggi naturali e urbani, portando con sé un messaggio di continuità tra generazioni e popoli. Ogni passaggio di mano diventa un atto simbolico di trasmissione dei valori olimpici: rispetto, pace, inclusione.
In Italia, questa tradizione ha assunto una particolare rilevanza in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino 2006, quando la torcia disegnata da Pininfarina rappresentò un momento significativo nell’evoluzione del design olimpico. Alta 77 centimetri, realizzata in alluminio e acciaio, si distingueva per una caratteristica innovativa: la fiamma non emergeva semplicemente dalla sommità, ma sembrava avvolgere il corpo stesso della torcia, creando un effetto dinamico e scultoreo. Era un oggetto che reinterpretava un simbolo millenario attraverso il linguaggio contemporaneo del design industriale italiano.
Vent’anni dopo, con le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, l’Italia ha proposto una nuova evoluzione di questo oggetto iconico. La torcia “Essential”, progettata dallo studio Carlo Ratti Associati e sviluppata dal Cavagna Group, segna un cambio di paradigma che riflette le sensibilità contemporanee. Più leggera – circa 1,06 kg – e realizzata con materiali riciclati, introduce un elemento fondamentale: la riutilizzabilità. Grazie a un sistema di alimentazione a bio-GPL, ogni torcia può essere utilizzata fino a dieci volte, riducendo significativamente l’impatto ambientale.
Ma al di là degli aspetti tecnici, è la filosofia progettuale a rappresentare il vero elemento di rottura. La forma essenziale, ridotta al minimo, lascia visibile il punto di nascita della fiamma, quasi a voler spostare l’attenzione dall’oggetto al fenomeno. Non è più la torcia a essere protagonista, ma il fuoco stesso. In questo senso, il design compie un gesto quasi “archeologico”, riportando al centro il significato originario del rito olimpico.
Il percorso verso Milano Cortina 2026, quindi, non rappresenta soltanto una continuità cerimoniale, ma una vera e propria evoluzione storica. Dalla monumentalità celebrativa del Novecento, spesso legata a esigenze di rappresentazione politica e spettacolare, si passa a una nuova sintesi tra simbolo, tecnologia e sostenibilità. La fiamma olimpica, pur trasformandosi nei suoi supporti e nei suoi rituali, rimane il cuore immutabile dei Giochi: un segno semplice e potente, capace di attraversare il tempo e di rinnovare, a ogni edizione, il suo messaggio universale.
Le medaglie dell’Italia
(record a Milano-Cortina 2026)
a cura della Redazione di Uomini e Sport
(pubblicato su Uomini e Sport n. 41, aprile 2026)
La delegazione italiana ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 ha chiuso la sua avventura con record storici, 46 medaglie complessive e imprese individuali leggendarie, scrivendo una pagina memorabile dello sport azzurro.
OLIMPIADI
ORO
• short track staffetta mista
CONFORTOLA Elisa, FONTANA Arianna, NADALINI Thomas, SIGHEL Pietro con BETTI Chiara, SPECHENHAUSER Luca
• pattinaggio di velocità 5000 m
LOLLOBRIGIDA Francesca
• pattinaggio di velocità 3000 m
LOLLOBRIGIDA Francesca
• slittino doppio
RIEDER Emanuel, KAINZWALDNER Simon
• slittino doppio
• VOETTER Andrea, OBERHOFER Marion
• super gigante
BRIGNONE Federica
• slalom gigante
BRIGNONE Federica
• inseguimento 10 km
VITTOZZI Lisa
• pattinaggio di velocità inseguimento a squadre
GHIOTTO Davide, GIOVANNINI Andrea, MALFATTI Michele
• ski cross
DEROMEDIS Simone
ARGENTO
• discesa libera
FRANZONI Giovanni
• biathlon staffetta mista 4×6 km
HOFER Lukas, GIACOMEL Tommaso, VITTOZZI Lisa, WlERER Dorothea
• short track 500 m
FONTANA Arianna
• short track staffetta 3000 m
FONTANA Arianna, BETTI Chiara, CONFORTOLA Elisa, SIGHEL Arianna
• snowboard cross a squadre
MOIOLI Michela, SOMMARIVA Lorenzo
• ski cross
TOMASONI Federico
BRONZO
• pattinaggio di figura gara a squadre
CONTI Sara, CUIGNARD Charlene, FABBRI Marco, MACH Niccolò, CRASSL Daniel, RIZZO Matteo, CUTMANN Lara Naki
• snowboard gigante parallelo
DALMASSO Lucia
• slittino singolo
FISCHNALLER Dominik
• discesa libera
GOGGIA Sofia
• pattinaggio di velocita 5000 m
LORELLO Riccardo
• discesa libera
PARIS Dominik
• snowboard cross
MOIOLI Michela
• curling doppio misto
CONSTANTINI Stefania, MOSANER Amos
• slittino staffetta a squadre
KAINZWALDNER Simon, FISCHNALLER Dominik, HOFER Verena, RIEDER Emanuel, VOETTER Andrea, OBERHOFER Marion
• sci di fondo staffetta 4×7,5 km
BARP Elia, CAROLLO Martino, GRAZ Davide, PELLEGRINO Federico
• sci di fondo sprint tecnica libera a squadre
PELLEGRINO Federico, BARP Elia
• sci acrobatico freeski big air
TABANELLI Flora
• short track staffetta 5000 m
SIGHEL Pietro, NADALINI Thomas, SPECHENHAUSER Luca, CASSINELLI Andrea
• mass start
GIOVANNINI Andrea
PARALIMPIADI
ORO
• super G donne VI
MAZZEL Chiara guida COTTI COTTINI Nicola
• banked slalom uomini SB-LL2
PERATHONER Emanuel
• snowboard cross uomini SB-LL2
PERATHONER Emanuel
• combinata alpina uomini VI
BERTAGNOLLI Giacomo guida RAVELLI Andrea
• slalom uomini VI
BERTAGNOLLI Giacomo guida RAVELLI Andrea
• slalom gigante uomini sitting
DE SILVESTRO René
• banked slalom uomini SB-UL
LUCHINI Jacopo
ARGENTO
• discesa donne VI
MAZZEL Chiara guida COTTI COTTINI Nicola
• super G uomini VI
BERTAGNOLLI Giacomo guida RAVELLI Andrea
• combinata alpina donne VI
MAZZEL Chiara guida COTTI COTTINI Nicola
• combinata alpina uomini standing
PELIZZARI Federico
• combinata alpina uomini sitting
De SILVESTRO René
• slalom gigante donne VI
MAZZEL Chiara guida CASAL Fabrizio
• slalom gigante uomini VI
BERTAGNOLLI Giacomo guida RAVELLI Andrea
BRONZO
• discesa uomini VI
BERTAGNOLLI Giacomo guida RAVELLI Andrea
• individuale 20 km uomini sitting
ROMELE Giuseppe
A Milano-Cortina 2026, Federica Brignone ha scritto uno dei capitoli più intensi e memorabili nella storia dello sci italiano: due medaglie d’oro, nel Super-G e nello slalom gigante, regalando all’Italia due trionfi desti nati a restare nella memoria dello sport azzurro. Un risultato straordinario non solo per il valore delle vittorie, ma per il percorso che le ha rese possibili.
Federica Brignone
(due ori olimpici e una certezza, lo sport insegna a vivere)
a cura di Sara Sottocornola
(pubblicato su Uomini e Sport n. 41, aprile 2026)
Solo un anno fa Brignone era alle prese con un infortunio gravissimo che sembrava poter mettere in dubbio il suo futuro agonistico. Il ritorno sulle piste e la doppia consacrazione olimpica hanno trasformato questa Olimpiade in una storia di resilienza, determinazione e passione, forse incredibile perfino per lei stessa, come ha raccontato a caldo subito dopo le gare.
A Cortina, davanti a un pubblico quasi interamente italiano, Brignone non ha soltanto vinto: ha emozionato un Paese intero. Dalla cerimonia d’apertura, in cui ha portato la bandiera azzurra, fino al momento in cui l’inno di Mameli ha risuonato sulle Dolomiti, ogni istante è diventato parte di un racconto sportivo che va oltre il risultato.
In questa intervista Federica Brignone ripercorre le emozioni dei suoi due ori olimpici, parla della paura dopo gli incidenti, della forza mentale necessaria per affrontare una gara decisiva e del significato di rappresentare l’Italia. Ma racconta anche cosa significa essere un punto di riferimento per le nuove generazioni e quali sogni immagina per il futuro, dentro e fuori dallo sport.
Due ori Olimpici a Milano-Cortina 2026: qual è l’emozione che ti porterai dentro più a lungo?
Un’emozione che porterò sempre con me è l’incredulità provata nel portare la bandiera durante la Cerimonia d’Apertura. È qualcosa che ricorderò per tutta la vita, perché rappresentava il mio sogno più grande.
Ma ci sono stati anche altri momenti indelebili: quando ho tagliato il traguardo nella seconda manche di Gigante, oppure quando nel Super G vedevo tutte le avversarie scendere senza riuscire a superarmi. In quei momenti pensavo: “Cosa sta succedendo?”, “Ce l’ho fatta”, “Sono davvero qui per vincere una medaglia”.
E poi l’inno cantato insieme a tutta la tribuna, le Frecce Tricolori, la bandiera immensa che sventolava sugli spalti, e quel “Olympic Champion” pronunciato davanti al traguardo di Cortina, con un pubblico quasi interamente italiano. Sono emozioni che non dimenticherò mai.
Con i tuoi trionfi hai emozionato non solo gli appassionati di sci, ma tutto il pubblico italiano. Ti aspettavi un affetto così grande, anche da parte delle avversarie?
Se mi aspettavo un affetto così grande, anche da parte delle avversarie? Sinceramente no, perché è qualcosa che non ci si può aspettare.
Sapevo che esisteva una stima reciproca, costruita e guadagnata nel corso degli anni anche grazie al modo in cui mi sono sempre comportata con le mie avversarie e amiche, ma viverla in modo così concreto è stato speciale.
Che cosa pensi durante la discesa? Non hai mai avuto un briciolo di paura, dopo gli incidenti subiti?
Durante la discesa penso al da farsi, ma cerco di lasciare spazio all’inconscio. In realtà ho già visualizzato tutto prima: se riesco a non pensare troppo e a lasciarmi andare, di solito viene fuori una bella manche.
Dopo gli incidenti la paura c’è stata, ed è sicuramente un sentimento normale nello sci, ma imparare a gestirla è ciò che conta. La paura non sparisce, però si può controllare e domare. Avere il coraggio di affrontarla significa avere il controllo della propria mente, ed è uno dei traguardi che mi rendono più orgogliosa del mio percorso.
Quanto pesa la tensione o viceversa la positività durante una gara così importante?
La tensione pesa tantissimo normalmente: mette il corpo in uno stato di allerta continua. La chiave è trasformarla in adrenalina e positività, in energia utile a creare una concentrazione totale. Non sempre ci si riesce: a volte si è sopraffatti, altre volte non ci si attiva abbastanza. Gestire queste pressioni è un lavoro lungo anni, così come imparare a incanalarle nel modo più produttivo possibile. Essere pienamente nel “qui ed ora” è fondamentale in un evento sportivo importante, ma lo è anche nella vita di tutti i giorni.
Cosa significa per te rappresentare l’Italia con lo sport e cosa può fare lo sport per una nazione?
Rappresentare il mio Paese è qualcosa di profondamente significativo. Essere portabandiera alla cerimonia d’apertura è stata un’emozione indescrivibile. Significa rappresentare un movimento, dei valori, un modo di vivere: umiltà, determinazione, la capacità di credere in sogni che sembrano impossibili.
Realizzare qualcosa che sembrava irraggiungibile grazie all’impegno e alla perseveranza è, per me, l’essenza dello sport. Ed è questo che lo sport può trasmettere a una nazione.
Spero di aver ispirato tante persone, ragazzi e ragazze, sportivi e non, ad avvicinarsi allo sport, perché lo sport insegna a vivere.
Il tuo percorso è stato un esempio straordinario per le giovani atlete italiane: quale messaggio speri di lasciare loro?
Vorrei lasciare un messaggio di speranza, determinazione e valori sani, utili non solo nello sport ma nella vita quotidiana.
Spesso si pensa che per diventare campioni sia necessario passare sopra a tutto e a tutti, lo credo invece che si possa essere determinati, ambiziosi e competitivi, mantenendo umiltà e rispetto per gli altri.
Si può vivere di grandi emozioni e allo stesso tempo avere una vita semplice e normale. È un messaggio a cui tengo molto: per me è fondamentale rimanere una persona equilibrata, al di là dei risultati.
Hai parlato di valutare “giorno per giorno” il tuo futuro agonistico: cosa peserà di più nella tua decisione su una possibile continuazione della carriera?
Nella decisione di continuare la mia carriera, la salute sarà determinante. Ho ottenuto molto più di quanto avessi mai immaginato, quindi a livello di risultati mi sento pienamente soddisfatta. La voglia di vincere, quando so di potercela fare, c’è ancora.
Ma tutto dipende da come starò fisicamente. Se per continuare dovrò combattere ogni giorno con dolori insopportabili o mancare di rispetto al mio corpo, allora questo peserà enormemente sulla mia scelta. Se invece starò bene, l’idea di andare avanti rimane concreta e forte.
Se guardi oltre la carriera agonistica, quali progetti o passioni ti piacerebbe esplorare nei prossimi anni?
Nei prossimi anni mi piacerebbe restare nel mondo dello sport e creare qualcosa per i ragazzi. Vorrei viaggiare di più, coltivare le mie passioni per gli sport acquatici, come il surf, impararne di nuovi e conoscere ancora meglio il mondo.
Ho viaggiato molto, ma sempre con il pensiero di tornare ad allenarmi. Mi piacerebbe vivere queste esperienze con più libertà. Ho anche progetti per avvicinare i giovani allo sport e, dal punto di vista lavorativo, mi piacerebbe continuare a collaborare con le aziende che mi hanno accompagnata fin qui, magari esplorando anche altri ambiti sportivi. Seguire lo sport, sotto diverse forme, sarà sicuramente il filo conduttore. E un giorno mi piacerebbe costruire una famiglia, ma prima voglio fermarmi come atleta e capire quale sarà il prossimo passo della mia vita.

Federico Pellegrino
(due medaglie che accendono la nuova generazione del fondo)
a cura di Sara Sottocornola
(pubblicato su Uomini e Sport n. 41, aprile 2026)
Federico Pellegrino non è stato soltanto uno sprinter di vertice: è l’atleta fenomenale che ha cambiato la percezione dello sci di fondo in Italia, portandolo stabilmente sotto i riflettori internazionali. Ha concluso la sua ultima Olimpiade a Milano-Cortina con due bronzi che resteranno nella storia dello sci di fondo italiano ma soprattutto nel cuore dei giovani fondisti azzurri a cui Pellegrino aveva promesso di portare il podio già prima dei Giochi. Non solo un traguardo personale, ma un segnale concreto dell’eredità che lascia al futuro di questo sport.
La carriera di Federico Pellegrino è costellata di successi: oltre ai due argenti olimpici conquistati nella sprint a PyeongChang 2018 e Pechino 2022, a Milano-Cortina 2026 ha aggiunto due bronzi olimpici, uno nella team sprint con Elia Barp e uno nella staffetta 4×7,5 km con Elia Barp, Davide Graz e Martino Carollo, confermando la sua capacità di portare lo sci di fondo italiano a competere stabilmente con le grandi scuole nordiche. A questi si aggiungono il titolo mondiale nella sprint a Lahti 2017, numerose vittorie e podi in Coppa del Mondo. Tutto questo, oltre al merito storico di aver portato lo sci di fondo italiano a competere stabilmente con le scuole nordiche.
A Milano-Cortina 2026, Pellegrino chiude un ciclo da protagonista, lasciando ai giovani non solo il sapore del podio, ma un esempio concreto di determinazione, leadership e passione per lo sci di fondo. Resta l’eredità di un atleta che ha elevato standard e ambizioni del movimento, contribuendo a rendere lo sci di fondo uno degli sport invernali più seguiti in Italia.
Federico, hai gareggiato per l’ultima volta davanti al pubblico di casa: qual è l’immagine che ti resterà più impressa di Milano-Cortina 2026?
Il momento più potente è stato sicuramente la gara di domenica 15 febbraio, la staffetta a squadre sulla pista di Tesero, in Val di Fiemme, dove con Davide Graz, Elia Barp e Martino Carollo abbiamo vinto il bronzo. Il momento in cui ho staccato l’avversario e mi sono avvicinato alla linea del traguardo è stato un’emozione forte: ci avevamo investito tanto, volevamo arrivarci e ci siamo riusciti. È stato bellissimo, insieme al conseguente abbraccio e all’entusiasmo della folla
Hai detto che il tuo obiettivo era portare i tuoi compagni alla medaglia.
Sì, il mio obiettivo era riuscire a lasciare lo sci di fondo sapendo che il movimento non sarebbe finito con il mio addio alle gare, ma che ci sarebbe stato qualcuno pronto a continuare. Atleti consapevoli dei propri mezzi, capaci di raggiungere traguardi importanti come una medaglia olimpica.
Abbiamo lavorato tanto in questi anni, davvero tanto. Siamo riusciti a migliorare il livello medio di tutta la squadra e poi anche a fare una cosa non scontata: cogliere l’opportunità quando si è creata, nel giorno in cui doveva succedere.
Come hai vissuto e festeggiato quel momento con i ragazzi?
È stato bellissimo vederli così felici. Felici anche grazie a me, ma soprattutto consapevoli del percorso che abbiamo fatto insieme. L’ultimo ad aggiungersi è stato Martino Carollo nella scorsa primavera, mentre con Graz e Barp lavoriamo insieme da quattro anni. Gli abbracci all’arrivo, le lacrime… è stato un senso enorme di realizzazione. Sono ricordi che porterò con me per sempre.
Tra tutte le tue medaglie Olimpiche, qual è stata la più importante?
Sono tutte importanti. La prima è stata speciale perché in quella ci credevo quasi solo io. La seconda perché ci ho lavorato per otto anni e sono riuscito a raggiungerla nonostante tante difficoltà. Quella in staffetta è stata qualcosa di magico, perché l’ho cercata per tutta la carriera e soprattutto negli ultimi quattro anni ci abbiamo messo un impegno enorme.
E poi c’è la team sprint: sulla carta era il “piano A’’, la gara in cui avevamo più probabilità, anche perché quest’anno in Coppa del Mondo io ed Elia Barp eravamo arrivati due volte nelle stesse condizioni di gara e sapevamo di poterci giocare il podio. Anche quella ha dato una grandissima soddisfazione.
Hai riportato lo sci di fondo azzurro a competere con le grandi scuole nordiche. Qual è stata la chiave di questo innalzamento di livello?
La fiducia, in noi stessi e nel metodo che abbiamo seguito in questi anni. Questo nonostante le critiche dall’esterno, le difficoltà e i momenti di sconforto che inevitabilmente ci sono stati.
Alla fine siamo persone, con vite, famiglie e sentimenti. Abbiamo passato tantissimo tempo insieme e questo ci ha fatto costruire rapporti personali molto forti che poi, anche a livello professionale, hanno dato i loro frutti. La base di tutto è stata la fiducia nel metodo proposto dall’allenatore, con la convinzione che i conti si fanno sempre alla fine. E oggi possiamo dire che i conti sono positivi.
Lo sci di fondo sembra aver conquistato il grande pubblico e contare sempre più appassionati.
Sì, le Olimpiadi sono un grande boost dal punto di vista della divulgazione delle nostre discipline. Negli anni ’90 e nei primi anni 2000 lo sci di fondo aveva già avuto una grande audience grazie ai risultati. Oggi lo sport è cambiato, soprattutto quello di endurance. Però lo sci di fondo resta uno sport in cui, senza motore, con un paio di sci e con il dislivello, si cerca di andare più veloci possibile sulla neve. Ed è ancora in grado di emozionare.
È importante far capire che oltre alla prestazione atletica e ai risultati c’è anche un ambiente di persone che lavora con grande impegno. Quando si lavora bene, convinti del proprio valore, i risultati arrivano. C’è sicuramente tanto sacrificio. Per me, soprattutto negli ultimi anni, con una famiglia e dei figli, il tempo lontano da casa non può essere colmato da nessuna medaglia. Però è stata una scelta che abbiamo fatto e che ha dato grandi soddisfazioni, a me e a tanti tifosi che si sono riavvicinati o si sono appassionati al nostro sport.
Quanto conta il team tecnico in uno sport che sembra individuale?
Conta tantissimo. L’atleta oggi non potrebbe mai prendersi la responsabilità di tutti gli aspetti della prestazione. Nello sci di fondo non conta solo la preparazione fisica, ma anche la preparazione degli sci, la scelta dei materiali e la gestione della neve.
La neve è una componente “plastica”, cambia continuamente e non abbiamo mai valori oggettivi con cui misurarla. C’è anche un po’ di mistero, una sorta di spazio mistico nel nostro lavoro. Solo grazie a tecnici super preparati, con grande esperienza e una forza di volontà enorme – perché lavorano spesso in condizioni difficili – si possono ottenere grandi risultati.
Che eredità ti piacerebbe lasciare alla squadra?
Credo di averla già lasciata: la medaglia, ma soprattutto la consapevolezza che ci sono atleti forti e sanno di poterci arrivare. Non sono extraterrestri: sono atleti che hanno lavorato tanto e nel modo giusto.
Con me in squadra e in allenamento forse per i ragazzi è stato più facile crescere. Anche nel settore femminile comunque si è visto un miglioramento rispetto agli ultimi quindici anni. La “legacy” di Pellegrino c’è già. E io sono soddisfatto così.
Cosa farai adesso? Come ti immagini tra dieci anni?
Adesso l’obiettivo è stare tanto a casa con la mia famiglia, con mia moglie e i miei figli. Allo stesso tempo voglio portare avanti gli studi di economia e management che ho iniziato un paio d’anni fa, nel programma di dual career della Luiss. Essere atleta e allo stesso tempo genitore, in uno sport che ti porta spesso lontano da casa, è molto impegnativo. Però voglio continuare a studiare per costruire un futuro solido. Nel frattempo porto avanti anche un’attività ricettiva con mia moglie e nei prossimi anni sicuramente continuerò a girare e a rimanere nel mondo dello sport, anche per contribuire alla rappresentanza degli atleti.
E l’addio definitivo alle gare?
Ho voluto concludere la carriera con una grande festa chiamata proprio “Gran Finale” a Saint Barthelemy, l’ultimo weekend di marzo, sulla neve dove ho mosso i miei primi passi con gli sci ai piedi e dove ho fatto le ultime gare da professionista. Mi piacerebbe invitare tutti a venire a St. Barthelemy: è un posto della Valle d’Aosta poco conosciuto, ma molto suggestivo quando è coperto di neve.
Un pensiero per Sergio Longoni, patron di DF Sport Specialist?
Posso dire poche parole ma molto chiare. L’impressione che mi ha sempre dato è quella di un uomo con una passione infinita per lo sport. Un uomo che conosce molto bene i valori che lo sport può trasmettere alla società. Vive il suo lavoro un po’ come un atleta vive la preparazione per i grandi appuntamenti: con dedizione totale.

(continua)





