La spedizione G. M. ’59 al Kanjut Sar

Sessantuno anni fa un lontano e dimenticato colosso del Karakorum, il Kanjut Sar, veniva conquistato da una spedizione italiana. L’eroe di quest’impresa fu Camillo Camillotto Pellissier, un uomo che raggiunse la cima da solo, per certi versi assimilandosi a quei rari e quasi irripetibili gesti che solo un Hermann Buhl sul Nanga Parbat ci aveva costretti a considerare. Il contrasto tra la fortissima équipe che Guido Monzino aveva metodicamente messo in piedi e l’exploit risolutorio finale, cioè il gesto artistico, come pure la mancanza di premeditazione di Pellissier, che comunque era partito con Jean Bich per l’assalto decisivo, sono le caratteristiche da leggenda di questa vicenda. Tanto per sottolineare quanto primaria è stata questa impresa immeritatamente trascurata nei decenni seguenti, basta riportare che dal 1959 il Kanjut Sar è stato salito solo un’altra volta, dai giapponesi per la parete ovest nel 1981. E che sulla parete sud, tentata dalla spedizione in stile alpino di Toni Spirig nel 1985, per poco non si sfiorò la tragedia (la Redazione).

La spedizione G. M. ’59 al Kanjut Sar
(articolo pubblicato su Rivista Mensile del CAI, marzo-aprile 1960)

Introduzione
di Guido Monzino

Poche parole, perché i fatti sono stati così intensi da poter essere – io dico -commentati brevemente. E per il timore della retorica e perché le parole, forse meno dei suoni, possono in chi ascolti riprodurre il senso delle cose immaginate, sofferte, procreate. L’impostazione di una spedizione pesante himalayana pretende, come qualsiasi lavoro, una fase organizzativa e una fase esecutiva.

Desidero quindi ringraziare, attraverso queste pagine, la Presidenza Generale del Club Alpino Italiano e la Sezione di Milano del Club Alpino Italiano.

Questo Ente mi fu amichevolmente vicino, adoperandosi con efficacia per lo snellimento della fase burocratica iniziale, agevolandomi nei rapporti diplomatici con le nostre autorità in Italia e nel Pakistan e con le autorità pakistane in Pakistan e in Italia.

Mi è caro ricordare l’opera determinante dell’avv. Adrio Casati, del cav. uff. Elvezio Bozzoli-Parasacchi, del dott. Aldo Quaranta, del signor Pompeo Marimonti. E in particolar modo rivolgo il grazie più sincero a Pietro Meciani, che diede alla spedizione l’apporto validissimo della sua conoscenza storica, geografica, cartografica.

Mi si permetta di rivolgere un pensiero riconoscente a tutti i miei compagni: a Lorenzo Marimonti, vice-capo spedizione, al dott. Paolo Cerretelli, fisiologo e medico del gruppo, al dott. Piero Nava, operatore cinematografico.

Che cosa dire dei miei uomini, molti dei quali mi avevano accompagnato anche nella Spedizione Alpina Grandes Murailles 1956 e nella Spedizione Italiana alle Ande Patagoniche 1957-58 (per la conquista del Paine Principale e della Torre Nord del Paine)?

Tutti, tutti nessuno escluso, hanno dato all’impresa ogni personale risorsa, oltre al limite della resistenza fisica e psichica.

E soprattutto ciascuno di essi ha restituito a me quel pezzetto di cuore ch’io ho potuto consegnare a ciascuno nella posizione di capo-spedizione in una impresa nella quale doveva valere la spiritualità più della tecnica.

La bellezza e talvolta l’eroismo del loro comportamento, il vero spirito di sacrificio, appunto la reale sublimazione della loro opera hanno dato a me la gioia incommensurabile d’averli seguiti, nonostante le amarezze e la gravosità che una spedizione di questo genere comporta.

E quindi possa giungere a Camillo Pellissier, conquistatore solitario della vetta del Kanjut Sar, a Jean Bich, a Marcello Carrel, a Pierino Pession, a Leonardo Carrel, a Pacifico Pession, a Lino Tamone, a Marcello Lombard il mio grazie più accorato e commosso.

Io vorrei indicare a tutti gli italiani queste guide valorose della Valtournenche, con le quali l’Italia ha vissuto certamente una delle pagine più pure dell’alpinismo extraeuropeo.

Ma non potrei terminare dimenticando la figura eccezionale del capitano Seyd Khalid, nostro ufficiale di collegamento.

Quest’uomo, coraggioso e capace, fu per noi di sommo ausilio. E soprattutto la sua calda amicizia e la sua dedizione appassionata e costruttiva furono gli elementi sui quali si basarono, spesso, i presupposti e le fortune per la riuscita dell’impresa.

Se una punta di amarezza rimane tra noi, raggiunto il culmine della «montagna che ha in vetta un lago», ciò è provocato dal fatto che egli non abbia potuto restare «a vita» nella nostra compagine, per la quale nutriva sentimenti d’affetto fraterno; rimane custode, a Rawalpindi, dove presta la sua attività militare, della nostra impresa, che volle apparentare i colori della bandiera italiana e quella valdostana a quelli della bandiera pakistana.

Bibliografia
a cura di Pietro Meciani

Calciati, Cesare, Al Caracorùm. Diario di due esplorazioni, Bemporad, Firenze, 1930.
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Dainelli, Giotto e Marinelli, Olinto, Le condizioni fisiche attuali. Resultati geologici e geografici. Spedizione Italiana De Filippi, Nicola Zanichelli, Bologna, 1928.
Ghiglione, Piero, Al Disteghil Sar, in Le Vie del Mondo, anno 21, n. 2, febbraio 1959.
Mott, Peter, 1939 Karakoram Expedition, in The Himalayan Journal, vol. 13, 1946.
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Scott Russel, Robert, The Karakoram Expedition, 1939, in The Alpine Journal, vol. 52, n. 261, novembre 1940.
Shipton, Eric, Karakorum 1939, in The Geographical Journal, vol. 95, n. 6, june 1940.
Shipton, Eric, Sur cette montagne, Arthaud, Grenoble et Paris, 1950 (capitolo 14).
Visser-Hooft, Jenny, Among the Karakoram Glaciers in 1925, Edw. Arnold, London, 1925.
Visser, Philips Christiaan, Explorations in the Karakoram, in The Geographical Journal, vol. 68, n. 6, dicembre 1926.
Workman, William Hunter e Workman, Fanny Bullock, The call of the snowy Hispar. A narrative of exploration and mountaineering on the Northern Frontier of India. Constable, London, 1910.

La regione dell’Hispar e il Kanjut Sar, note storico-geografiche
di Pietro Meciani

Il Karakorum, meta preferita dalle spedizioni alpinistiche italiane, è in certi settori come quello del Baltoro, ormai ben conosciuto. Meno note e in parte inesplorate, almeno dal punto di vista alpinistico, sono altre zone di questa vasta catena montuosa.

Nel settore nord-occidentale del Karakorum un gigantesco ghiacciaio, l’Hispar, rivaleggia col Baltoro. La regione dell’Hispar è abbastanza conosciuta a seguito di esplorazioni recenti ed è di questi ultimi anni l’accentuarsi dell’interesse degli alpinisti per le montagne che ivi sorgono.

Praticamente il bacino del Baltoro ha già dato quasi tutto quanto poteva agli alpinisti in cerca di prime ascensioni di rilievo: ecco perciò spostarsi il campo d’azione verso zone vergini, come quelle di Batura e di Hispar.

A nord del ghiacciaio Hispar, che si sviluppa per circa 45 km dall’omonimo villaggio sino ad una larga insellatura glaciale che lo mette in comunicazione con il bacino del Biafo, sorge una lunga catena di montagne che scendono, sul loro versante nord, verso la valle Shimshal. Numerosi ghiacciai secondari si inoltrano verso le cime di questa complessa catena, tanto dal versante dell’Hispar che da quello della valle Shimshal. Quest’ultima zona deve ancora essere esplorata a fondo, mentre la conoscenza dei tributari dell’Hispar, se pur lungi dall’essere completa, è però sufficiente.

Lunga alcune decine di chilometri, la catena di montagne a nord del ghiacciaio Hispar presenta un’ininterrotta serie di picchi di ghiaccio e di roccia, e costituisce il baluardo settentrionale del bacino dell’Hispar. La prima cima tentata in questa catena, che presenta otto Settemila, è stata quella del Disteghil Sar 7885 m meta di una spedizione anglo-italiana nel 1957 e di una spedizione svizzera nel 1959. Se il Disteghil Sar può ritenersi il pilastro angolare occidentale della catena, ad oriente l’ultimo imponente rilievo che si presenta, prima che la cresta spartiacque scenda verso il Snow Lake, è costituito dal Kanjut Sar 7760 m unica cima del settore sinora scalata.

Le prime sommarie rilevazioni topografiche della zona dell’Hispar risalgono agli inizi del secolo e furono eseguite dal Survey of India che inviò sul posto dei topografi indigeni. Essi attribuirono alle più alte montagne dei diversi toponimi, senza però porre molta cura nella ricerca dei nomi attribuiti dagli indigeni alle diverse cime. Così il Kanjut Sar venne classificato come Kunjut N. 1 o Peak 12. Successive indagini permisero al Survey of India di attribuire alla montagna un toponimo più preciso, quello di Kanjut Sar. Kanjut pare che altro non sia che una diversa interpretazione del toponimo Hunza, mentre Sar significa montagna (1).

Le misurazioni fatte sin da alcuni decenni diedero l’altitudine di 25460 piedi, pari a 7760 metri. E le più recenti misurazioni, che risalgono al 1939, hanno confermato questa quota.

Il Kanjut Sar è una montagna prevalentemente glaciale, che però a tratti mostra sotto la crosta di ghiaccio che lo ricopre una poderosa ossatura rocciosa. Sorge come s’è visto alla estremità della catena che corre a nord del ghiacciaio Hispar e il suo versante nord scende sul ghiacciaio Yukshingardan, mentre il versante nord-orientale proietta alcuni costoloni verso il basso ghiacciaio Khurdopin. Questo ghiacciaio gira attorno alla montagna e superato un lungo sperone che forma la cresta est-sud-est torna con un’ampia curva a lambire la cresta sud ed il versante sud-est del Kanjut Sar. A sud la montagna presenta una impervia parete, alta oltre 2500 metri, che scende alla testata del ghiacciaio Khani Basa, mentre a sud-ovest il ghiacciaio Jutmaru, alla sua testata, si spinge sino ai piedi della cresta ovest del Kanjut Sar.

Il primo europeo a vedere il Kanjut Sar fu probabimente sir Martin Conway nel corso della traversata dell’Hispar avvenuta nel 1892. Senza dubbio fu poi veduto dai Bullock-Workman, da un alto colle raggiunto nel corso della spedizione svoltasi nel 1902 nel bacino del ghiacciaio Kero Lungma. Bisognava però attendere sino al 1908 prima di ritrovare degli europei che si avvicinassero alla montagna. La spedizione era organizzata dai coniugi americani Bullock-Workman i quali erano accompagnati dalle guide Ciprien Savoye e Adolfo Rey, dai portatori Cesare Chenoz e Ferdinando Melica, tutti di Courmayeur, oltre al conte Cesare Calciati in qualità di topografo. A lui si deve la prima precisa rilevazione topografica del bacino dell’Hispar, che per molti anni poté essere considerata l’unico documento cartografico utile di questa zona.

I Bullock-Workman miravano all’attraversamento della catena a nord dell’Hispar, onde portarsi per quella via in valle Shimshal, cosa che sinora non è ancora riuscita ad alcuna spedizione. Essi decisero di tentare la traversata percorrendo il ghiacciaio Khani Basa che risalirono per un buon tratto sino alle pendici del Kanjut Sar, che però non presentava per loro alcun interesse. Maltempo, defezioni dei portatori e le evidenti difficoltà di una traversata, forse impossibile, convinsero i Bullock-Workman ad uscire rapidamente dal Khani Basa.

Dopo il 1908 il Kanjut Sar ritornò nel suo isolamento e soltanto nel 1925 la spedizione Visser poté ammirare il suo fianco settentrionale dal ghiacciaio Yukshin, sull’opposto versante della catena.

Nel 1939 Eric Shipton condusse nella zona dell’Hispar una intensa campagna, avente finalità prevalentemente topografiche e scientifiche. Il lavoro di rilevazione di alcuni settori fu affidato a giovani topografi indigeni del Survey of India i quali eseguirono un ottimo lavoro e si spinsero nel corso della loro attività lungo un buon tratto del ghiacciaio Khani Basa. La spedizione Shipton poté pertanto raccogliere numeroso materiale topografico che elaborato fornì una carta sufficientemente dettagliata dell’intera regione.

Da quanto precede si osserva che del Kanjut Sar non si sapeva molto, e nulla di utile dal punto di vista alpinistico. Comunque Monzino e i suoi compagni si sono incaricati di far luce su questo aspetto e, oltre ad avere esplorato il bacino del ghiacciaio Khani Basa, hanno conquistato la più alta e bella cima del settore: il Kanjut Sar.

Durante la preparazione della spedizione l’autore di queste note ha prestato la sua collaborazione ricercando notizie e riferimenti bibliografici riguardanti la regione che la spedizione avrebbe visitato e in special modo il Kanjut Sar. Questo lavoro fu grandemente facilitato dalla collaborazione di Marcel Kurz, il più profondo conoscitore di problemi himalayani, e da Peter Mott, che in qualità di topografo prese parte alla spedizione Shipton del 1939. Inoltre il prof. Ardito Desio, che aveva ammirato il Kanjut Sar nel corso della traversata dell’Hispar compiuta nel 1954 di ritorno dal K2, fornì alla spedizione del materiale fotografico di grande interesse.

(1) Nel corso della spedizione venne chiesto ai portatori indigeni cosa significava Kanjut Sar. Dalle loro risposte risultò che Kanjut Sar significava «montagna con un lago in cima»! Versione evidentemente fantasiosa, che non trova alcun possibile riscontro col toponimo indigeno.

Da Milano a Rawalpindi
di Lorenzo Marimonti

La nostra spedizione, denominata Spedizione G. M. ’59 al Kanjut Sar, era organizzata e diretta da Guido Monzino, che negli anni scorsi guidò la traversata alpina Grandes Murailles dal Cervino al Monte Rosa e la spedizione al Cerro Paine in Patagonia, nel corso della quale venne conquistata la cima principale del massiccio e la Torre Nord.

Facevano parte della nostra spedizione un gruppo di guide della Valtournenche che avevano già accompagnato Monzino nelle spedizioni cui s’è fatto cenno. Erano Jean Bich, direttore tecnico, Marcello Carrel, Pierino Pession, Marcello Lombard, Lino Tamone, Camillo Pellissier, Leonardo Carrel e Pacifico Pession. Inoltre Piero Nava, in qualità di operatore cinematografico, che già aveva partecipato alla spedizione al Paine, il dottor Paolo Cerretelli, medico e specialista in fisiologia, il quale aveva anche l’incarico di eseguire studi ed esperimenti in questo campo, ed infine io, addetto principalmente ai trasporti, ma con l’incarico di fungere anche da interprete e di mantenere i contatti con le autorità locali. Questa non era per me la prima esperienza extra-europea, avendo preso parte nel 1956-57 ad una spedizione nell’Hoggar e l’anno successivo alla spedizione di Giorgio Gualco tra i monti del centro Africa. Comunque nessuno di noi aveva esperienza himalayana: da un certo punto di vista questo avrebbe potuto essere considerato un vantaggio, poiché non avremmo avuto pregiudizi sull’ambiente himalayano. In ogni caso avremmo tutti vissuto una affascinante avventura della quale potevamo prevedere solo in parte le difficoltà…

La nostra spedizione era di tipo pesante, e su questo non vi sono dubbi. Dodici tonnellate di materiale partite dall’Italia, alle quali si aggiunsero i viveri per i portatori per un peso complessivo di quasi 25 tonnellate alla nostra partenza da Nagar con oltre 500 portatori indigeni.

Il capo della spedizione Guido Monzino aveva notato sulla base delle esperienze delle altre spedizioni italiane al Karakorum, nonché di quelle himalayane in genere, che l’accuratezza della parte organizzativa è di basilare importanza. Se un margine di probabilità di insuccesso può essere attribuita alle condizioni meteorologiche avverse, alle reali difficoltà alpinistiche, a quel «quid» di sfortuna contro la quale ogni sforzo è impotente, il rimanente può essere solo addebitato ad una insufficiente preparazione e a difetti di organizzazione.

Perciò una cura speciale fu dedicata al materiale e all’equipaggiamento, scegliendo quanto di meglio offriva al momento il mercato specializzato mondiale. Toni Gobbi di Courmayeur, con la sua grande esperienza, si occupò di questa importante fase della spedizione e si può con certezza affermare che non si sarebbe potuto fare di meglio. I portatori d’alta quota, per esempio, erano

equipaggiati esattamente come noi e questo contribuì a spingerli a lavorare seriamente, senza tema di soffrire freddo e congelamenti.

La nostra meta era il Kanjut Sar, la 35a montagna dell’Himalaya in ordine di altezza, secondo le tabelle del Servizio Topografico Indiano, alta 7760 metri. Montagna lontana, posta alla estremità di un ghiacciaio tributario dell’Hispar, che con i suoi 45 km di lunghezza costituisce una delle più estese manifestazioni glaciali del Karakorum. Si trattava per noi di raggiungere una regione impervia, per risalire poi verso contrade inospitali, raramente visitate, e ancor poco conosciute. È assai recente l’interesse degli alpinisti per questa contrada del Karakorum dove sorgono alcune cime di notevole altezza e di grande bellezza, degne in ogni caso di competere con le più note montagne dell’Himalaya.

L’ormai consueta prassi quando si voglia organizzare una spedizione himalayana, prevede la richiesta di un permesso alle autorità locali. Nel nostro caso arbitro della situazione era il Governo Pakistano, al quale venne inoltrata regolare domanda con una terna di nomi di montagne, affinché fosse possibile permettere una certa scelta ai funzionari preposti alla concessione dei permessi. Il permesso non ci venne concesso rapidamente, e anche questa ormai è un consuetudine, spiacevole per la verità per le spedizioni che dovrebbero avere un ragionevole lasso di tempo per potersi organizzare. Comunque, visto che da Karachi non giungevano notizie precise, Monzino decise di recarsi nella capitale pakistana per sollecitare il rilascio di questo famoso permesso. Con un viaggio lampo giunse a Karachi dove con la valida collaborazione dei funzionari dell’Ambasciata d’Italia poté avere colloqui con le autorità preposte alla concessione dei permessi. Monzino tornò a Milano verso la metà di febbraio con la formale assicurazione che il permesso per il Kanjut Sar sarebbe stato concesso alla spedizione: pochi giorni dopo infatti giungeva la conferma ufficiale.

A questo punto si mise in moto la complessa macchina organizzativa per predisporre tutto il materiale occorrente. In questa fase ebbe inizio il mio lavoro, che diveniva ogni giorno più intenso e febbrile. In breve dirò che tutto venne preparato a tempo di primato. Il materiale ordinato giungeva in continuazione al magazzino di raccolta, dove con l’aiuto di amici e collaboratori, tutti galvanizzati dall’idea di questa grande spedizione italiana che si apprestava a partire per il Karakorum, Toni Gobbi ed io provvedevamo allo smistamento e all’inventario. Tutto il materiale, viveri, indumenti, tende, chiodi, corde, ecc. venne sistemato in 300 cassette di legno numerate per consentirne la identificazione, nonché in 30 sacchi di tela. Mentre stavo curando la chiusura di una prima partita di cassette giungeva al magazzino un autocarro dell’Alitalia, che doveva caricare il materiale per portarlo all’aeroporto. Rapida chiusura delle casse, un ultimo esame al materiale preparato e veniva fatto rapidamente il carico. Questo per tre giorni consecutivi, sempre giungendo alla chiusura dei colli quando l’autocarro aspettava all’ingresso del magazzino.

Tutto il materiale avrebbe viaggiato per via aerea da Milano a Karachi. Era la prima volta che tutta l’intera attrezzatura di una spedizione alpinistica di tipo pesante veniva trasportata verso l’Himalaya in aereo, senza ricorrere a parziali trasporti via mare. Questo primo «record» della spedizione non era dovuto a una eccentricità, ma ad una necessità poiché via mare il nostro materiale sarebbe giunto a Karachi troppo tardi per il nostro programma di viaggio e inoltre i viveri sarebbero stati soggetti a troppi mutamenti di temperatura con il pericolo di avariarsi.

Onde predisporre il sollecito disbrigo delle diverse formalità da svolgere nel Pakistan, Monzino aveva deciso che un gruppo sarebbe partito dall’Italia in anticipo, precedendo il grosso della spedizione. Questa avanguardia sarebbe stata formata da Marcello Carrel, Pacifico Pession e da me. Ultimate in gran fretta tutte le visite mediche e le prove fisiologiche svoltesi all’Istituto di Fisiologia dell’Università di Milano grazie alla collaborazione prestataci con tanto entusiasmo del suo direttore prof. Rodolfo Margaria e dai suoi collaboratori, 1’8 aprile potevamo partire. Accompagnati da amici e conoscenti ci ritrovammo all’aeroporto della Malpensa: dopo una quantità di strette di mano e di abbracci, presi gli ultimi accordi con Monzino, salimmo sull’aereo che doveva portarci a Roma, donde con il servizio diretto dell’Alitalia saremmo giunti a Karachi in un tempo incredibilmente breve. Lasciata Milano alle 17.30 dell’8 aprile, il mezzodì seguente sbarcavamo a Karachi.

Qui iniziai subito il disbrigo delle pratiche doganali e finalmente dopo aver superato difficoltà notevoli potei far partire, una settimana dopo il mio arrivo, un primo vagone di materiale della spedizione per Rawalpindi, seconda tappa del nostro viaggio. Durante i dieci giorni che trascorremmo a Karachi fummo oggetto di grandi attenzioni e aiuti da parte del signor Silvio Fisher, rappresentante in loco dell’Alitalia e del Sig. Piero Travan, rappresentante del Lloyd Triestino; senza la loro valida collaborazione probabilmente sarei ancora a Karachi con le mie dodici tonnellate di materiale, ancora intento a discutere con i funzionari della dogana…

Nilt: la jeep precipitata nel burrone. Nell’incidente ha perso la vita il guidatore.

Anche l’Ambasciata italiana ci appoggiò molto, ed il signor Khalil, funzionario del Ministero degli Affari Esteri del Pakistan, ci diede sempre il suo autorevole appoggio.

Il 18 aprile un secondo vagone lasciava Karachi per Rawalpindi. Le mie fatiche a Karachi erano quasi terminate e così il 19 aprile con i miei due compagni partivo in aereo per Rawalpindi. Qui si ripeterono in parte le avventure di Karachi nei vari uffici statali mentre si profilava all’orizzonte una nuova imprevista difficoltà. Come noto ogni spedizione alpinistica deve essere accompagnata da un ufficiale di collegamento che deve esercitare un controllo sui movimenti della spedizione e mantenere i contatti con gli indigeni. Nonostante le mie pressioni l’ufficiale di collegamento non giungeva a Rawalpindi e neppure ero riuscito a sapere chi fosse il designato. Dopo una decina di giorni di insistenze mi venne assicurato che l’ufficiale sarebbe giunto il 1° maggio.

Rawalpindi si trova ai confini del Kashmir, il territorio conteso tra India e Pakistan. Attualmente, dopo un paio di anni di ostilità, i contendenti si sono attestati lungo una linea di armistizio. A seguito di ciò le carovaniere per il Karakorum sono rimaste per buona parte in mano alle truppe indiane; cosicché per giungere nelle zone del Kashmir controllate dal Pakistan bisogna ricorrere per forza all’aereo, oppure compiere un viaggio lunghissimo che comunque non era nei nostri programmi. Quindi da Rawalpindi noi avremmo proseguito in aereo per Gilgit, una cittadina posta ai piedi del settore occidentale della catena del Karakorum, all’imbocco della valle di Hunza, che noi avremmo risalito per giungere a Nagar.

Gli aerei che compiono il tragitto Rawalpindi-Gilgit devono sorvolare la catena dell’Himalaya, che qui si trova piuttosto a sud della catena del Karakorum, giungendo a quote varianti tra i 5000-5500 metri d’altezza culminante con il Nanga Parbat (8125 m).

Gli aerei volano sempre a quote inferiori a quelle delle vette delle montagne e pertanto il volo è possibile soltanto quando le condizioni meteorologiche sono perfette. Sempre in attesa dell’Ufficiale di collegamento vedevo trascorrere con comprensibile ansia una serie di magnifiche giornate. Finalmente l’ufficiale giunse: era il capitano Seyd Qurban Hussain Khalid, del 6° Rgt. Punjab, provvisoriamente in forza alla Polizia Militare, persona simpaticissima che divenne in breve tempo un amico per tutti noi. Frattanto il tempo era cambiato, pioveva e tutti i voli erano sospesi. Il 3 maggio mi giunse una prima comunicazione telefonica di Monzino, il quale era partito il giorno precedente da Milano con tutti gli altri compagni. Pochi giorni dopo sbarcavano all’aeroporto Jean Bich, Leonardo Carrel, Lino Tamone, Pierino Pession e Marcello Lombard. L’indomani avevo la gioia di rivedere Monzino, giunto con Nava e Cerretelli. Dovevano trascorrere alcuni giorni prima che il tempo migliorasse e gli aerei riprendessero il servizio. A Rawalpindi erano frattanto giunti i componenti della spedizione svizzera al Disteghil Sar, quelli della spedizione tedesca al Batura e della spedizione inglese al Batura Kangri, che avrebbe avuto una così tragica conclusione.

Finalmente il giorno 12 maggio ci fu confermato che l’indomani due aerei avrebbero tentato di portarsi a Gilgit. Con ansia ci preparammo a compiere quest’altra tappa del nostro viaggio, che ci avrebbe avvicinato alla nostra meta.

Da Gilgit a Nagar per la Valle degli Hunza
di Lorenzo Marimonti

La mattina del 13 maggio giunsi all’aeroporto con Bich, Nava, Camillo e Pacifico. Salimmo a bordo dell’aereo dopo aver caricato diverso materiale della spedizione e il velivolo prese il volo abbastanza facilmente, cominciando a descrivere una serie di giri che gli avrebbero consentito di prendere quota e iniziare poi la traversata della catena montuosa. Sotto di noi apparvero ben presto le prime propaggini della catena himalayana, ancora piuttosto innevate. Man mano che si procedeva verso nord l’innevamento aumentava. Il volo proseguiva senza particolari difficoltà, dato che il cielo si manteneva sereno e senza troppo vento. Ammirammo con grande emozione il fantastico complesso montuoso del Nanga Parbat con í suoi fianchi glaciali coperti da moltissima neve. Passammo proprio al di sopra della località che era servita per piantare il campo base alle diverse spedizioni tedesche che avevano affrontato questa montagna, il famoso «prato delle fate», da cui tanti alpinisti e sherpa partirono per non fare più ritorno. Il terribile versante di Diamir, dove scomparve Mummery, fu la prima grandiosa parete himalayana che ammirammo, con un senso di vago sgomento nel cuore. In alto, sopra di noi, nel sole, splendevano la «Sella d’Argento» e la «Testa del Monaco» presso la quale irrigidito dal gelo riposa Willy Merkl con accanto il suo fedele sherpa Gay Lay.

Approssimandoci a Gilgit cominciarono ad apparire delle nuvole ma il nostro pilota riuscì ugualmente a mantenere la rotta e dopo un’ora e venti dalla partenza da Rawalpindi atterravamo regolarmente a Gilgit dove eravamo attesi da funzionari pakistani.

Gilgit è una graziosa cittadina, che ha presentato e presenta tuttora una grande importanza strategica, poiché costituisce il punto nevralgico di una vasta zona di frontiera. Qui sbocca la valle di Hunza, che noi avremmo salito e lungo la quale si inoltra una carovaniera che conduce al Pamir e nel Turkestan cinese. Vie di comunicazione che un tempo, prima della pacificazione delle tribù di Hunza e Nagar, erano una specie di forche caudine per le carovane costrette a transitarvi.

Attualmente da Gilgit una rudimentale strada, aperta condizioni permettendo alle jeep, sale lungo la valle, con un percorso assai ardito e in molti tratti pericoloso. Soltanto le potenti jeep possono risalire questa strada, che in teoria dovrebbe raggiungere Nagar ma in realtà è transitabile talvolta sino al villaggio di Minapin e più di frequente sino a Chalt, quando non è del tutto aperta. In complesso avremmo potuto utilizzare le jeep per circa 80 km, strada permettendo.

Nell’alta valle di Hunza, profondamente incisa dal corso del fiume, sorgono sugli opposti versanti della valle le capitali di due piccoli stati, quello di Hunza al nord e quello di Nagar al sud. La nostra meta era Nagar, dove ci attendeva il Mir, che è il sovrano di questo staterello, e che si sarebbe incaricato del reclutamento dei portatori della spedizione. Trascorremmo un paio di giorni a Gilgit per definire alcune questioni con il Political Agent, massima autorità politica della regione, e i suoi collaboratori. Anche qui le cose non furono molto semplici, ma alla fine potei stabilire che la mattina del 15 maggio una prima colonna composta da 12 jeep avrebbe preso la via di Minapin con materiale della spedizione. Lo stesso giorno un gruppo di compagni, rimasti a Rawalpindi, tentò la traversata aerea a Gilgit, ma la presenza di nuvole consigliò il pilota dell’areo di invertire la rotta dopo un volo, raccontano, assai avventuroso.

Frattanto con la colonna di jeep noi avanzavamo lungo la valle. Nuvole basse, pioggia a tratti. Il paesaggio non era dei più allegri, la strada impervia, superabile solo con questi mezzi adatti per percorrere qualsiasi terreno. Dopo l’abitato di Chalt incontrammo sulla strada il Mir di Nagar, che scendeva a cavallo. Ebbi con lui un primo colloquio e poi proseguii verso Minapin dove stabilimmo un primo deposito, che Jean e Pacifico rimasero a sorvegliare. Discesi la sera stessa a Gilgit per organizzare l’indomani un nuovo trasporto. La mattina del 17 appresi che una enorme valanga era caduta nella valle, interrompendo la strada; nella notte però gli uomini del Mir avevano aperto una via provvisoria e così un secondo convoglio di jeep poté avviarsi nella valle. Frattanto tutti i compagni erano giunti a Gilgit e il 19 la retroguardia prese la via di Minapin.

I capi carovana si consultano circa l’assunzione di alcuni uomini di Hispar.

A Gilgit era rimasto soltanto Marcello Lombard che, accusando dei disturbi e delle complicazioni polmonari, era stato ricoverato all’ospedale. Nonostante le cure prestategli da Cerrretelli, Lombard non si era rimesso rapidamente, per cui fu deciso di fare un consulto con due medici dell’ospedale militare locale e alla fine venne presa a malincuore la decisione che Lombard sarebbe rientrato in Italia. Il suo proseguimento non sarebbe stato prudente. Il povero Lombard, con una grande tristezza, ci vide partire verso le montagne, mentre lui tra qualche giorno sarebbe stato di nuovo a Milano.

Il progressivo avanzare del materiale della spedizione continuava fra difficoltà di ogni genere. Jeep guaste, mancanza di benzina, paura degli autisti: ogni genere di difficoltà che noi però riuscimmo a superare con molta buona volontà e con un po’ di fortuna. Purtroppo un incidente funestò questa parte del viaggio: una jeep con il guidatore pakistano precipitò in un burrone, sfasciandosi. Nel tremendo volo l’autista si uccise. Era il primo duro contatto con i pericoli e con la morte.

Nei giorni seguenti tutto il materiale venne portato a Minapin dove frattanto era sorto un grande deposito. Da questo villaggio venne rapidamente iniziato un servizio di portatori per il trasporto dei carichi sino a Nagar, dove la carovana dei portatori si sarebbe mossa al completo verso il villaggio di Hispar.

Il giorno 27 maggio finalmente l’ultima carovana prese la via di Nagar dove ci attendevano oltre 500 portatori reclutati dal Mir nei villaggi vicini. La sera giungemmo alla capitale dello staterello di Nagar, dopo una lunga marcia a cavallo lungo la valle di Hunza. Marcia non facile e spesso pericolosa, poiché il sentiero scavato su erte pareti di terra erosa dall’azione delle acque del fiume non è sempre stabile. Inoltre i cavalli che avevamo noleggiato erano bizzosi e scorbutici. Se si aggiunge che nessuno di noi aveva mai cavalcato, se si eccettuano Monzino e il capitano, si capirà il nostro entusiasmo a percorrere lunghi tratti di strada fiancheggiata da rispettabili precipizi su cavalli lanciati al galoppo. Al ritorno poi la strada era in condizioni pietose: scendemmo da Nagar a Gilgit sempre a cavallo e prima della fine del viaggio ci sentivamo qualcosa di mezzo tra Tom Mix e i cowboy dei rodeo.

A Nagar l’accoglienza dei numerosi portatori presenti fu tumultuosa e, rumorosa, accoglienza naturalmente organizzata dal Mir, con contorno di donne e musiche per bene impressionarci.

Nei giorni seguenti continuarono le discussioni per l’organizzazione della carovana, la suddivisione dei carichi, il pagamento dei portatori. Frattanto tutto il materiale era stato suddiviso in oltre 450 carichi. Vennero distribuite tre giornate di viveri ai portatori il che diede origine a innumerevoli litigi tra di loro. Finalmente il 30 maggio la carovana era pronta per la partenza. Al mattino vennero distribuiti i carichi in uno scenario di indescrivibile confusione, in mezzo ad un accecante polverone. Fra urla, grida, litigi, i portatori verso le 13 si misero in marcia verso la località di Huru, prima lunga tappa della marcia verso Hispar. La sera non tutti i portatori erano giunti ad Huru, cosicché fu necessario andare a cercare alcuni di essi che erano stati sorpresi dal buio lungo il sentiero. Altri invece passarono la notte all’aperto, dato che il percorso, pericoloso di giorno, poteva essere loro fatale di notte.

Da Nagar all’Hispar
di Lorenzo Marimonti

Da Nagar la valle che scende dal ghiacciaio Hispar è molto stretta e tortuosa. Erte pareti di roccia franosa, alte centinaia di metri, scendono verso il fiume che scavandosi la via attraverso le rocce, corre sul fondo della valle, erosa in profonde forre. Sul fianco di queste pareti il sentiero, stretto e malagevole, ora sale, ora scende, ora corre in piano. Ma occorre in ogni momento attenzione, poiché un passo falso significherebbe un volo di qualche centinaio di metri, l’inizio di un viaggio senza ritorno…

I portatori con i carichi sulle spalle avanzavano piano, con circospezione. E la lunghissima teoria degli uomini si snodava lungo il sentiero. Ad Huru, poche casupole su un ripiano della valle, si doveva attraversare il fiume su un ponte di fortuna. Le piene delle settimane precedenti avevano travolto questo ponticello e al sopraggiungere della nostra carovana risultò necessario costruire un nuovo ponte per consentire il passaggio dei nostri cinquecento e più portatori. Il loro capo, Saparo, scese con diversi uomini al fiume la mattina del 31 maggio. Essi si sarebbero occupati della costruzione del ponte. I portatori ritardatari grazie a questa giornata di sosta ebbero tutto il tempo di rientrare nei ranghi e di riposarsi. Nella tarda mattinata scesi col capitano Khalid al fiume, per rendermi conto dello stato dei lavori, e Saparo mi confermò che presto il ponte sarebbe stato pronto. Infatti la sera gli uomini avevano ultimato il lavoro abbastanza bene.

La mattina del 1° giugno, alle 5 e mezzo, la carovana si mise in marcia. Si arrivò ad Hispar in giornata, dopo aver superato un altro ponte che permise di tornare sulla riva sinistra del fiume.

Il villaggio di Hispar è posto su un vasto ripiano di detriti morenici, in posizione molto suggestiva. Sul piano poche coltivazioni e verso l’alta valle la fronte enorme del ghiacciaio Hispar, coperta di detriti. Ai lati valli scoscese, piccoli ghiacciai, profonde spaccature prodotte dalle erosioni delle acque. Il grosso della carovana giunse al villaggio verso le 16. Noi installammo nei pressi del villaggio, costituito da rudimentali e primitive costruzioni, il nostro campo.

L’indomani ci attendeva la prima tappa sul ghiacciaio, una nuova fase del nostro viaggio verso la montagna.

La mattina del 2 giugno le cose non si misero bene. Avevamo distribuito ai portatori i viveri per diversi giorni ed essi chiedevano l’intera giornata per cucinare i ciapati, focacce di farina che costituiscono il loro principale alimento. Dopo estenuanti discussioni con Saparo decidemmo di attendere tutta la giornata per consentire ai portatori di cuocere il cibo. Sia Saparo che gli altri capi dei portatori si erano impegnati a raggiungere la località del campo base in otto giorni. La sera Nava e Cerretelli, trasformatisi in cuochi, cucinarono una capra, acquistata dai valligiani per solennizzare l’onomastico di Monzino e il compleanno di Pierino Pession. Trascorremmo la serata lietamente, augurandoci l’indomani di poter finalmente partire.

Il giorno dopo ci si presentò un abitante di Hispar, un simpatico giovanotto con una barbaccia nera e un aspetto deciso che ci ricordava certi cacciatori di camosci dell’alta bergamasca, tipi in gamba non sempre a posto con le leggi e i regolamenti sulla caccia in alta montagna. Dato che si offriva come portatore d’alta quota, decidemmo di ingaggiarlo. Ma avevamo fatto i conti senza sentire l’opinione dei portatori i quali, originari in prevalenza di Nagar, non volevano saperne di avere con loro un abitante di Hispar. Le discussioni si fecero in breve violente: i portatori della nostra carovana decisero seduta stante di inscenare uno sciopero e taluni finsero addirittura di voler tornare a valle. Per evitare che la questione potesse eccitare ulteriormente gli uomini, rinunciammo a Raza Ali, il pastore di Hispar, e finalmente nella tarda mattinata con 390 uomini (gli altri erano stati rimandati a Nagar non avendo più carico dopo la distribuzione dei viveri) prendemmo la via dell’Hispar.

Dapprima risalimmo le morene e i pendii di detriti della fronte del ghiacciaio, qui ancora coperto da una spessa coltre di detriti. Dopo circa un’ora di marcia ci trovammo sul ghiacciaio, coperto da una enorme morena galleggiante, e traversammo con fatica verso la riva destra orografica. Risalita una morena laterale piantammo il campo nella località detta Ghurumbum, circa 150 metri al di sopra del piano del ghiacciaio. La località è un pascolo, dove sorgono alcune costruzioni che ospitano dei pastori che salgono durante l’estate.

Alle ore 9 del mattino del 4 giugno partimmo in avanscoperta Jean Bich, Pacifico Pession, il capitano Khalid ed io. Questa tappa prevedeva l’attraversamento del ghiacciaio Kunyang, che discende dalle pendici del Disteghil Sar. L’attraversamento del ghiacciaio parve piuttosto difficoltoso e i portatori frattanto sopraggiunti insistettero per sostare alla confluenza del ghiacciaio Kunyang con l’Hispar. Una rapida ricognizione ci permise di constatare che nelle vicinanze non v’era una goccia d’acqua. Era quindi impossibile stabilire un campo in quella posizione e il capitano dopo una rapida conversazione con i capi dei portatori li convinse della necessità di proseguire. Essi allora cominciarono a incitare i loro uomini perché traversassero il ghiacciaio rapidamente. Al centro di questo ghiacciaio v’era un torrente, che aveva scavato il suo letto nel ghiaccio, piuttosto largo e vorticoso, e gli uomini con i loro carichi dovettero fare delle acrobazie per traversarlo. Finalmente il ghiacciaio fu alle spalle della carovana e si giunse a un grande ed esteso prato: era la località di Bitamtal, dove trovammo un paio di ruscelli ed alcune costruzioni di pastori. Nella magnifica prateria pascolava un branco di yak, i grandi e pelosi bufali himalayani. Sull’altro lato del ghiacciaio Hispar troneggiava la mole stupenda dei Gandar Chhish, con le sue creste ardite, interrotte di tanto in tanto da paurosi salti di seracchi. Era un ambiente stupendo e la sera i canti dei portatori, il fumo dei loro fuochi, la tranquillità dell’ambiente ci fecero provare sentimenti strani e confusi. Ricordavo altri campi, altri bivacchi attorno ai fuochi; ma questa volta la nostra meta era un «Settemila» del Karakorum. Pian piano ci rendevamo conto che stavamo vivendo un grande momento della nostra vita.

La mattina seguente la carovana si mise in marcia abbastanza presto e in breve venne raggiunta la confluenza del ghiacciaio Pumari Chhish con l’Hispar. Qui i portatori, che dicevano di essere molto stanchi poiché la tappa precedente era stata più lunga del previsto, depositarono i carichi e non vollero più muoversi. Lunga conferenza tra noi, il capitano e i vari capi portatori. Si parlava in una quantità di lingue, in un vociare confuso. Le nostre guide discutevano tra loro nel «patois» valdostano, poi si consultavano con Monzino che mi riferiva le decisioni e le proposte (o le proteste!). Io traducevo subito in inglese al capitano, il quale ripeteva il discorso in urdu a Saparo, che a sua volta riferiva ai capi dei portatori nella lingua locale. Ogni capo gruppo riferiva poi agli uomini del suo gruppo nel loro dialetto. Poi pervenivano le risposte, sempre per questa via. È evidente che a ogni fermata veniva indetta una conferenza internazionale, a tutto danno della rapidità delle decisioni da prendere. Alla fine di questa discussione i portatori insistettero per restare dove erano giunti e non proseguire oltre. Ormai s’era fatto tardi e non c’era più nulla da fare. La sera il cielo, coperto da una spessa coltre di nuvole, si aprì e all’orizzonte apparve una bella cima, il Kunyang Chhish 7852 m che pare sia una delle più alte vette della regione.

Il giorno successivo partenza abbastanza sollecita, nonostante le inevitabili e ormai consuete discussioni dei portatori per la suddivisione dei carichi. Traversato facilmente il ghiacciaio Pumari Chhish ci avviammo verso il ghiacciaio Jutmaru. I portatori però si comportarono come il giorno precedente e così fummo costretti ad accamparci a tre chilometri a valle del ghiacciaio Jutmaru. La sera lunga discussione con Saparo: alla fine si concluse di distribuire sei giorni di viveri ai portatori e noi decidemmo di far macellare uno yak per farne loro dono, onde renderli contenti e sperare bene per il futuro. Illusioni…!

Dal nostro campo vedevamo molto bene il Nushik La, un colle alto 4990 metri che conduce ad Arandu sull’opposto versante della catena. Le montagne che sorgono ai lati del ghiacciaio erano ancora bianche di neve e conferivano al paesaggio un aspetto molto suggestivo, ben diverso da quello che ci sarebbe apparso al ritorno, quando tutte queste cime che apparivano ora imponenti causa la coltre nevosa, ci sarebbero sembrate, spoglie, dei modesti cimotti.

Il 7 giugno vide la carovana ferma al campo, mentre i portatori trascorrevano la giornata a cuocere i ciapati. Jean Bich e Camillo Pellissier andarono a esplorare il ghiacciaio Jutmaru e raggiunsero la sua testata. La visibilità era molto limitata e comunque da una fuggevole visione del Kanjut Sar dal versante del ghiacciaio Jutmaru trassero la conclusione che vi fossero ben poche speranze da quella parte.

Così venne deciso che l’indomani avremmo proseguito verso il ghiacciaio Khani Basa. Dopo una lunga conferenza con Saparo e il Munshi, altro capo dei portatori, avemmo l’assicurazione che gli uomini avrebbero marciato bene, traversando senza fare storie il ghiacciaio Jutmaru. In serata però il capitano ebbe la sensazione che le cose non andassero bene e che non tutti gli uomini avessero cotto il ciapati. Ma i capi diedero di nuovo formali assicurazioni.

La traversata del ghiacciaio Jutmaru, intrapresa la mattina dell’8 giugno, si presentò ben presto difficile, almeno per i portatori. La seconda metà del ghiacciaio era coperta di neve fresca che spaventava i portatori, molti dei quali scivolavano. Così la sera ci accorgemmo che solamente una decina di uomini ci avevano seguito, mentre gli altri erano rimasti sull’altra sponda del ghiacciaio. Ci sistemammo alla meglio perché non tutto il materiale del campo era giunto. La mattina seguente alle prime luci cominciarono a giungere i ritardatari. Per nostra fortuna alle 10 tutta la carovana era riunita mentre le condizioni del tempo peggioravano sempre più. Molti portatori dicevano di non avere avuto il tempo di cuocere il giorno prima tutto il cibo e chiesero alcune ore di sosta. Si convenne di ripartire alle 15, ma alle 16 nessuno era pronto. Ormai nevicava fitto, tirava un vento gelido e noi decidemmo di distribuire agli uomini dei teloni impermeabili sotto i quali si ricoverarono. I vari capi vennero da noi e ci assicurarono che l’indomani tutti i portatori sarebbero giunti sino al ghiacciaio Khani Basa e forse oltre. Erano le promesse della sera…

Alle prime ore del mattino del 10 giugno partimmo verso il Khani Basa. Il percorso era ormai difficile, dato che la neve ricopriva tutto. Sulla morena non si vedevano ormai più tracce di sentiero, sovente bisognava traversare larghe chiazze di neve, aggirate dei laghetti di acqua gelata. Nel pomeriggio con Jean Bich e Lino Tamone andai in ricognizione: trovammo una località, presso la confluenza del ghiacciaio Khani Basa con l’Hispar, abbastanza sgombra di neve. Avremmo sistemato qui il nostro campo e io presi la via del ritorno per avvertire gli altri compagni. Quando giunsi presso il nostro gruppo vidi giungere un portatore che urlando ci informò che tre suoi compagni erano scivolati. Tutta la colonna era ferma. Scendemmo subito col dottore, incrociando qualche gruppetto di portatori che innalzavano fiere proteste per le condizioni del tempo, impauriti della neve e dal freddo. Curammo gli infortunati, che per fortuna non erano feriti, e a furia di incitamenti riuscimmo a far giungere tutta la carovana alla località prescelta per passare la notte.

Non appena le tende furono rizzate i portatori cominciarono a fuggire verso valle. Non valsero le promesse, le minacce. Fuggivano spaventati dalla neve e per chissà quali paure. Saparo, il Mushi e qualche altro capo dei portatori, che volevano arrestare la fuga dei portatori, furono selvaggiamente percossi. Era un fuggi fuggi generale, cui assistevamo impotenti. Saparo promise che l’indomani avrebbe mandato un uomo fidato a Hispar per reclutare altri portatori, ma noi eravamo demoralizzati. Con noi erano rimasti soltanto 23 uomini, ma una decina sarebbero fuggiti nella notte. Eravamo ormai giunti a poca distanza dalla nostra meta, il viaggio prolungatosi oltre il previsto aveva ritardato sensibilmente la nostra tabella di marcia.

Trascorremmo una serata triste al campo, mentre il tempo continuava a essere minaccioso. Non ci facevamo molte illusioni per l’avvenire e la nostra unica speranza era rappresentata dai portatori di Hispar. Ma avrebbero avuto il coraggio di salire sin quassù e di seguirci fino al campo base? I prossimi giorni sarebbero stati decisivi per le sorti della spedizione.

Sul Ghiacciaio Khani Basa verso il Kanjut Sar
di Jean Bich

La sera del 10 giugno eravamo giunti in località Khani Basa, allo sbocco di un ghiacciaio secondario che conduceva ai piedi della nostra montagna. Quella sera, spaventati dalla neve e chissà per quali altri motivi misteriosi, tutti i portatori erano fuggiti verso valle, lasciandoci soli con i nostri carichi.

Soltanto una ventina di uomini, i più coraggiosi, erano rimasti al campo ma una metà di questi il giorno dopo sarebbe fuggita.

La mattina seguente, assieme a Pierino Pession ed a Lino Tamone, mi inoltrai sul ghiacciaio Khani Basa. Il nostro scopo era quello di individuare la località dove avremmo sistemato il campo base della spedizione.

Il ghiacciaio Khani Basa si presentò all’inizio molto crepacciato, ma quasi pianeggiante, con qualche tratto in leggera salita. Fummo costretti ad aggirare diversi crepacci, faticando molto a causa della neve fresca caduta i giorni precedenti. Non potevamo ancora vedere tutta la nostra imponente montagna, poiché era sempre incappucciata di nuvole, che scendevano fin verso i 6500 metri.

Ci inoltrammo sul ghiacciaio per diverse ore, ma non riuscivamo a scorgere una possibile via di salita sulla montagna. Finalmente, dopo aver percorso una quindicina di chilometri ed aver superato uno spallone che ci copriva la visuale, cominciammo ad intravvedere due possibili vie di salita al Kanjut Sar. Una assai ripida e molto pericolosa a causa delle valanghe ed un’altra più lunga ma in apparenza meno pericolosa, se fosse stato possibile seguire una cresta. Intanto avevamo individuato il posto migliore dove piantare il campo base, un punto molto avanzato da dove sarebbe stato possibile seguire quasi tutto l’itinerario di salita.

Soltanto qualche giorno dopo avremmo potuto ammirare in tutta la sua imponenza la nostra tanto sospirata montagna e fu con un senso di venerazione e di gioia che tutti ci fermammo estatici a guardarla.

La sera rientrammo al campo Khani Basa e dopo aver discusso con Monzino ed i compagni decidemmo di sistemare un deposito intermedio, a circa metà del ghiacciaio, a quasi 4900 metri di altezza. In questo deposito avremmo cominciato a portare un po’ di carichi in attesa che giungessero gli altri portatori che dovevano salire dal villaggio di Hispar.

Il campo Khani Basa si trovava in una posizione incantevole e selvaggia; pochi metri quadrati di terra sulla cresta di una morena, con il grande ghiacciaio Hispar che si stendeva davanti a noi sino al passo Hispar. Tutto attorno montagne splendide quasi completamente coperte di ghiaccio, boati continui di immense valanghe che precipitavano dai fianchi di queste montagne.

Il 12 giugno iniziammo un trasporto di carichi al deposito. Avevamo distribuito gli scarponi a tutti i portatori che sarebbero venuti con noi. I nostri undici che erano rimasti si comportarono bene, ma al minimo cambiamento del tempo nei loro occhi si leggeva la paura e subito ci facevano capire che volevano tornare indietro. Oltre ai portatori tutti avevamo un pesante carico.

Soltanto Marimonti e il capitano Khalid erano rimasti al campo per riordinarlo ed aspettare i portatori che speravamo sarebbero giunti presto.

Al deposito lasciammo tutti i carichi, che vennero coperti con un tendone: il tempo era abbastanza buono. Nei giorni successivi continuammo a fare la spola tra il campo Khani Basa ed il deposito, ma adesso il tempo era diventato instabile e spesso nevicava, mentre la notte faceva sempre molto freddo.

Il 17 giugno provvedemmo ad un altro trasporto al deposito e nel pomeriggio di ritorno al campo avemmo la sorpresa di trovare finalmente quaranta uomini di Hispar, che erano saliti portando molta legna. Il tempo, durante tutta la giornata, si era mantenuto coperto, ma la sera assistemmo ad uno splendido tramonto.

Il giorno dopo la colonna dei portatori prese la via del deposito rientrando in serata, mentre l’indomani lasciammo definitivamente il campo Khani Basa diretti al nostro campo base.

Campo 1

Montammo diverse tende al deposito, mentre Camillotto con altri compagni ed alcuni portatori saliva verso la località del campo base. Essi ebbero non poche difficoltà con i portatori i quali volevano fermarsi a tutti i costi assai prima di essere giunti dove noi volevamo installare il campo.

Nei giorni successivi ebbero luogo diversi trasporti al campo base; pian piano la nostra base stava sorgendo, le cassette si ammucchiavano, le tende venivano piantate.

Il Kanjut Sar si presentava con una spaventosa parete sud, coperta di ghiaccio, dove in certi tratti però affioravano delle rocce stratificate. Una lunga cresta scende in direzione sud, e si abbassa a formare una specie di insellatura, per risalire poi ancora a formare un’altra cima, senza nome, alta 6831 metri. Noi volevamo raggiungere questa insellatura e di qui seguire la cresta sud sino alla vetta.

Il 22 giugno, l’indomani del nostro arrivo al campo base, Marcello ed io partimmo per una perlustrazione lungo la via che intendevamo seguire, uno sperone di rocce e neve con difficoltà variabili. Dal campo base – circa 5000 metri – raggiungemmo una punta anonima a quota 6000 circa, di dove potemmo constatare che questa era la via più sicura da seguire, ma anche la più lunga. Il nostro fisico funzionava bene, non avevamo faticato troppo, ma certo l’altezza si faceva sentire. Noi eravamo veramente soddisfatti della nostra ricognizione e felici scendemmo verso il campo base a portare la buona notizia.

I sette portatori di alta quota che erano stati scelti per seguirci sulla montagna erano bravi, ma non si rendevano conto del pericolo, se lasciati andare da soli. Un giorno dal campo I vollero prendere una strada diversa da quella da noi tracciata. Disgraziatamente la cordata precipitò ed uno dei portatori morì qualche giorno dopo. Ma però sono convinto che con un po’ di scuola potrebbero diventare dei buoni portatori.

Frattanto tutti gli altri portatori erano discesi al loro villaggio, dopo essere stati regolarmente pagati.

Il 24 giugno assieme a Leonardo, Camillo e Pierino esplorammo una cresta più a nord, ma come era previsto questa via era totalmente esposta alla caduta di valanghe: inoltre sarebbe stato necessario attrezzarla con corde fisse. Noi comunque proseguimmo fino ad una quota di 5600 metri circa, con neve alta settanta centimetri. La pendenza aumentava sempre e noi rischiavamo di farci investire da una slavina. Perciò decidemmo di tornare al campo; così stabilimmo di seguire la via già esplorata.

Il giorno dopo un gruppo partì per sistemare il campo I. Marcello, Pacifico, Lino e cinque portatori di alta quota percorsero un ghiacciaio in leggera salita e poco crepacciato. Prima di raggiungere la cresta la pendenza aumentò. Questa cresta venne aggirata per un tratto: fu poi seguito une sperone di roccia che nella parte alta era molto ripido e coperto di neve e ghiaccio. Sulla cresta sistemarono il campo, vicino ad un grande gendarme: due tende vennero montate il primo giorno, in seguito se ne aggiunsero altre. Fu poi sistemata una corda fissa di 120 metri.

Il 27 giugno partimmo dal campo I Marcello, Camillo, Leonardo ed io con corde, tende e materiale vario, per raggiungere la zona del campo II, seguendo una cresta di neve e roccia che presentava notevoli difficoltà. Per non salire sulla cima raggiunta da Marcello e da me durante la prima esplorazione traversammo la ripida parete fino a raggiungere la cresta, che percorremmo ancora per qualche centinaio di metri. Sistemammo infine il campo II, allora soltanto con due tende. Salendo avevamo fissato 300 metri di corde fisse.

Da questa posizione il nostro sguardo spaziava sul versante opposto, dove ghiacciai enormi con inclinazione moderata salivano sin quasi alla cresta. E poi cime, cime a non finire in uno spettacolo impressionante. Il Kanjut Sar da questo versante aveva una forma molto più slanciata ed a dire il vero ci piaceva ancor di più. Guardammo attentamente la nostra montagna e sempre più ci convincemmo che la via migliore di salita era quella che in un primo tempo avevamo scelto. In serata scendemmo al campo I.

Il 30 giugno Monzino, Pierino ed io riuscimmo a piantare il campo III, dopo aver aggirato la cresta su un pendio abbastanza facile, ma pericoloso per la minaccia di cadute di cornici e di seracchi. Raggiungemmo di nuovo la cresta ad un colletto ai piedi della vera cresta che ci avrebbe portato sino al Campo V. Salimmo ancora per un centinaio di metri di dislivello e poi piantammo il campo, lasciandovi una tenda ed altro materiale. Questo percorso era relativamente facile, ma faticoso, dato che sprofondavamo molto nella neve, mentre l’altezza cominciava a farsi sentire. La sera rientrammo al campo II.

Il 2 luglio con Monzino, Camillotto e Naido salimmo al campo III. Monzino, che già durante i trasporti tra il campo Khani Basa ed il deposito non si era concesso un giorno di riposo portando carichi di 25 e più chili sulle spalle, volle caricarsi di una tenda. Egli volle sempre essere tra i primi, fino a quando sfortunatamente fu colpito da un congelamento a un piede, ed è sempre stato di esempio per tutti. La sera eravamo in cinque al campo III. Dal campo base ricevemmo la notizia che la radio pakistana aveva annunziato prossime nevicate. Il tempo però sembrava mantenersi buono e la sera il cielo era sereno. La mattina del 3 però le condizioni erano peggiorate. Nevicava molto e noi decidemmo di non muoverci dal campo. La sera tirava un forte vento da sud e la neve cadeva copiosa: eravamo bloccati al campo. Avevamo pochi viveri ed eravamo senza combustibile. Il maltempo era sopraggiunto con estrema rapidità e ci aveva sorpresi lassù. Il 4 il maltempo continuò: era già caduto oltre 1 metro e mezzo di neve. Fino a quel giorno le tende avevano resistito bene, ma poi le cordicelle di nylon cominciarono a rompersi una dopo l’altra. Poi anche i picchetti di sostegno di alluminio cominciarono a spezzarsi. La nostra posizione era abbastanza delicata, il vento aumentava di potenza, sulla cresta non si stava in piedi e si correva continuamente il rischio di essere spazzati via. Ogni tanto dovevo uscire all’aperto dato che la mia tenda era schiacciata dalla neve ed io rischiavo di rimanere soffocato. Eravamo in contatto radio con il campo base, ma anche laggiù era caduta moltissima neve.

Il 5 mattina uscii dalla tenda, ma la nebbia era sempre bassissima, non ci si vedeva a dieci metri di distanza. Vidi la tenda del signor Guido che era quasi tutta sfasciata: bisognava prendere una decisione. L’orientamento era difficile, il pericolo di valanghe continuo. Ci consultammo e decidemmo di partire. Verso le dodici smontammo una tenda e la portammo con noi, nel caso fosse stato necessario piantarla per ripararci qualora non fossimo riusciti a raggiungere il campo II. Impossibile seguire la cresta, il vento era impetuoso, ci mozzava il respiro, non riuscivamo a distinguere nulla, sembrava che tanti aghi ci pungessero la faccia. Così fummo costretti ad aggirare la cresta, dove per fortuna il vento aveva una minor violenza essendo la zona riparata. Però sprofondavamo moltissimo nella neve fresca, la fatica era enorme. Soltanto verso le 18 riuscimmo a raggiungere il campo II. Il signor Guido e Naido avevano un principio di congelamento ai piedi. Nava, Marcello, Tamone e Pacifico si davano il cambio a frizionare i nostri amici.

Finalmente il giorno 6 luglio riuscimmo a scendere, sempre con fatica, alla base, dove giungemmo spossati. Eravamo tutti fortemente provati da questa lunga ed estenuante discesa. Fortunatamente eravamo riusciti ad uscire salvi da questa drammatica avventura. Ma il Kanjut Sar ci aveva giocato un brutto tiro!

Al campo base durante la bufera
di Lorenzo Marimonti

La sera del 3 luglio le condizioni del tempo erano improvvisamente peggiorate. La neve aveva cominciato a cadere copiosa ed il dottor Cerretelli ed io non ci nascondevamo qualche preoccupazione per i compagni ormai tutti sulla montagna, dislocati nei vari campi.

La mattina del 4 luglio ci attendeva una amara sorpresa: la tenda era semisommersa dalla neve caduta ininterrottamente durante la nottata. Il dottore, il capitano ed io, aiutati dai portatori che erano al campo base, liberammo le tende dalla neve e ci mettemmo poi in contatto radio con i campi alti, dove i nostri compagni erano ormai bloccati.

Gli occupanti del campo II avrebbero voluto tentare la discesa, ma visto che dal campo III giungevano notizie non troppo rassicuranti decisero di restare. Monzino, Jean Bich, Camillo Pellissier, Leonardo Carrel e Pierino Pession erano bloccati al campo III, a 6100 metri, con pochissimi viveri e senza combustibile. La loro situazione si faceva d’ora in ora più precaria. Nel tardo pomeriggio giunsero alla base due portatori d’alta quota, che erano al campo I. La loro tenda, sepolta dalla neve, era crollata ed essi avevano preferito scendere verso il campo base, affondando nella neve sino alla cintola. Giunsero in condizioni pietose, dato che avevano marciato sempre, incuranti del pericolo di valanghe, nella neve profonda e sotto una fittissima nevicata.

La sera nevicava ancora con violenza, c’era tormenta e vento: la mattina seguente misurammo un metro e mezzo di neve caduta dall’inizio del maltempo. Via radio ci tenevamo in contatto con i campi: al III i nostri compagni bloccati erano senza viveri e senza combustibile e non potevano muoversi a causa del vento violentissimo. Dal campo II partirono verso mezzogiorno due portatori d’alta quota che giunsero la sera alla base, spossati. Nel pomeriggio apprendemmo da Nava che gli occupanti del campo III erano riusciti a muoversi e stavano scendendo faticosamente verso il campo II. Ogni 15 minuti ci mettevamo in contatto radio e finalmente Nava poté confermarci che tutti gli occupanti del campo III erano giunti estenuati, ma salvi.

Il tempo appariva lievemente migliorato la mattina del 6 luglio. Non nevicava più e le nuvole talvolta si aprivano mostrando qualche squarcio di azzurro. Il gruppo che aveva passato la notte al campo II avrebbe voluto rientrare alla base, ma i nostri compagni non erano ancora sicuri di essere in grado di muoversi. Comunque io avrei lasciato la base per preparare una pista nella neve altissima e facilitare il rientro dei compagni. Alle nove Nava ci informò che tutto il gruppo stava partendo e così io mi misi in marcia, assieme al capitano e a due portatori d’alta quota, per aprire la pista. Soltanto verso le 15 giungemmo al plateau sottostante il campo I dove, aprendo la radio, udimmo Nava che chiamava il campo base: Monzino manifestava sintomi di congelamento ad un piede ed era molto provato. Immediatamente decisi che il capitano ed un portatore avrebbero proseguito aprendo la pista, mentre io con l’altro portatore sarei disceso a tutta velocità verso il campo base. Raggiunsi le tende molto rapidamente e ne ripartii col dottore ed altri due portatori d’alta quota. Raggiungemmo così il capitano che frattanto si era unito al gruppo che scendeva. Vennero praticate delle iniezioni a Monzino e molto lentamente il gruppo riprese la via del campo base.

Questa violentissima bufera aveva duramente provato gli uomini dei campi alti. Al campo III era praticamente impossibile uscire dalle tende squassate dal vento violentissimo.

È difficile poter descrivere la forza selvaggia del maltempo himalayano. Vorrei poter narrare le ore drammatiche vissute in queste giornate quando con enorme fatica riuscivamo a captare via radio le flebili voci degli uomini del campo III, che dicevano di non avere più viveri, che non potevano muoversi, nonostante due tende avessero ormai ceduto sotto la violenza del vento…

Ed ancora vorrei poter descrivere il nostro campo base, quasi completamente sepolto dalla neve, dove sotto la tenda udivamo la voce dell’annunciatore di radio Rawalpindi che si rivolgeva a noi: «Messaggio speciale per la spedizione italiana al Kanjut Sar… oltre i 16000 piedi di quota probabili nevicate e peggioramento del tempo…».

Trascorrevamo ore veramente drammatiche, col pensiero fisso ai compagni sulla montagna, mentre la neve continuava a cadere senza posa e sembrava volesse coprire ogni cosa.

L’attacco al Kanjut Sar
di Marcello Carrel

Il giorno seguente il nostro ritorno al campo base, dopo essere rimasti per alcuni giorni bloccati ai campi alti a causa della tormenta, il tempo migliorò sensibilmente. Dopo vari giorni di tempo brutto il sole risplendeva in un cielo azzurro.

Alle prime luci i portatori vennero ad avvertirci che il loro compagno Sultano, che il medico aveva in cura dopo la brutta caduta fatta scendendo dal campo I, stava malissimo. Il dottor Cerretelli fece tutti i possibili tentativi, ma il poveretto morì. I suoi compagni chiesero di poterlo trasportare verso lo sbocco del ghiacciaio Khani Basa, dove lo avrebbero sepolto.

Dopo aver vegliato tutta la notte il loro compagno, i portatori d’alta quota la mattina dell’8 luglio sistemarono la salma su una slitta formata con degli sci. Partirono con la promessa di tornare molto presto e poiché affondavano molto nello spesso strato di neve fresca noi demmo loro tutte le racchette da neve che avevamo.

Approfittammo della giornata magnifica per riposarci dalle fatiche dei giorni precedenti e nel pomeriggio studiammo il programma per i giorni successivi. Dato che i portatori d’alta quota sarebbero rimasti assenti per alcuni giorni venne deciso che anche Marimonti ed il capitano Khalid avrebbero aiutato nel trasporto dei carichi.

La mattina del 9 luglio il tempo era bello ma freddo. Seguito da Camillotto, Lino, Pacifico, Pierino, Marimonti e dal Capitano ripresi la via del campo I. Si procedeva bene sulla neve liscia, senza affondare. La molta neve che era caduta era dapprima diventata fradicia a causa del sole del giorno precedente, ma la rigida temperatura della notte l’aveva indurita. Le tracce del nostro passaggio durante la discesa erano ancora profondamente segnate: la nostra pista somigliava al letto di un ruscello! Durante quella faticosa discesa avevamo dovuto seguire una vecchia traccia, poiché vi si affondava meno, ma il camminare in quella specie di stretto vicolo obbligato era stato faticosissimo.

Al campo I trovammo la tenda dei portatori semi sommersa dalla neve e piuttosto danneggiata. Ci affrettammo a svuotarla dalla neve ed a rimetterla in sesto. Al campo I non vennero piantate altre tende. In discesa decisi di sistemare una corda fissa di 120 metri nel punto più ripido, subito sotto il campo.

Il 10 luglio, con tempo sempre bello, guidai un nuovo gruppo al campo I dove l’indomani alcuni di noi sarebbero saliti per passarvi la notte. Il tempo si mantenne bello anche il giorno successivo, ma nel tardo pomeriggio osservammo delle nuvole, mentre cominciava a soffiare un po’ di vento. Un gruppo guidato da Camillotto salì verso il campo II. Le corde fisse sistemate sul percorso erano sepolte dalla neve e Camillotto incontrò un po’ di difficoltà. Alla fine però tutti giunsero al campo dove lasciarono numerosi carichi.

Il 13 luglio rientrarono al campo base alcuni portatori d’alta quota. Il tempo si manteneva bellissimo e così io decisi di partire con Jean verso il campo I. Mentre noi ci spostavamo al campo II dalla base partivano Leonardo e Nava con i portatori di Nagar.

Il 15 luglio facemmo un primo trasporto al campo III. La vista delle tende sfasciate e semi-sepolte dalla neve fu veramente impressionate: uno squallore! Fui preso come da un brivido: mi era sembrato di trovarmi improvvisamente dinanzi a due tombe (fortunatamente vuote) e mi parve che i miei compagni avessero avuto anche loro una impressione simile. Il mio pensiero andò agli occupanti del campo, che fortunatamente, pur con grandi fatiche e pericoli, riuscirono a mettersi in salvo in tempo raggiungendo il campo II.

Quel giorno facemmo due viaggi dal campo II al III. Di ritorno dal primo viaggio incontrammo Nava e Naido con tre portatori di alta quota, i quali si dimostrarono entusiasti del lavoro già compiuto e promisero di fare due viaggi il giorno seguente, dal campo II al III. Ma poi, troppo affaticati, non riuscirono a farne che uno.

Fidando su questa promessa la mattina del giorno 16 Jean, Camillotto, Pierino, Pacifico e Lino andarono a terminare di attrezzare la via, impiantando circa 400 metri di corde fisse sulla cresta rocciosa che sovrasta il campo III e facilitare così il trasporto del materiale per i campi V e VI. C’era molta neve e le corde precedentemente fissate erano semi sepolte dalla neve, mentre i banchi nevosi formati dalla tormenta costituivano un continuo pericolo.

La sera ci trovammo tutti riuniti al campo III. Eravamo stanchi per le fatiche compiute nei giorni precedenti mentre il pensiero di un possibile ritorno del brutto tempo ci sgomentava. La solidarietà che ci legava l’uno all’altro faceva sì che il morale fosse buono ed ancora c’era la speranza di riuscire a conquistare la vetta. Però il materiale necessario alla installazione degli altri campi era il minimo indispensabile, dopo il mancato viaggio dei portatori di alta quota. Ci sarebbe stata la possibilità di sistemare un altro campo intermedio, il IV – il posto era un po’ esposto a possibili cadute di slavine e seracchi – ma in pratica questo campo esistette soltanto di nome, soprattutto per mancanza di tempo e di conseguenza per mancanza di materiale. Infatti la sera, quando ci mettemmo in contatto radio con il campo base, apprendemmo che la radio pakistana annunziava il monsone tra pochi giorni.

La mattina del 17 luglio tutto il gruppo formato da Jean, Camillotto, Pierino, Leonardo, Pacifico, Lino, Nava ed io, in cordate di due e di tre, prese la via dei campi alti seguito da tre portatori indigeni, uno dei quali dopo appena cento metri, colto da malessere, dovette tornare alla tenda. Noi dovemmo dividerci il suo carico. Trovammo le corde fisse e continuammo la salita procedendo pian piano, poiché l’altezza ci faceva ansimare ed i sacchi sembravano di piombo. Spesso ci si doveva fermare per riprendere fiato. Le corde fisse ci erano di grande aiuto in questa salita lungo la cresta che saliva ripida. Bisognava fare però grande attenzione alle pietre smosse: non v’era molta neve sulla cresta spazzata dal vento. In alcuni punti il crestone era interrotto da lingue di ghiaccio e di neve molto ripide. A circa metà di questa cresta, su una specie di spalla nevosa, avevamo pensato di sistemare il campo IV.

Terminata la roccia bisognava superare un ripido pendio di neve e ghiaccio per giungere ad una enorme spallone di ghiaccio, dove venne piantato il campo V, in luogo sicuro. Alzammo due tende ed abbandonammo il materiale. Eravamo tutti molto affaticati dopo la salita, il tempo si manteneva bello, ma la temperatura era rigida. A perdita d’occhio apparivano cime altissime, immensi ghiacciai.

La sistemazione del campo avvenne abbastanza rapidamente, poiché il terreno era pianeggiante e le tende furono rizzate senza difficoltà.

Al campo restarono Jean, Camillotto, Leonardo, Pierino, Pacifico e Tamone. Io ridiscesi con Nava e con due portatori. Al campo III trovammo il portatore che si era aggravato e per radio Nava chiese istruzioni al dottore, che fornì tutti i consigli del caso. Durante la notte somministrammo l’ossigeno al malato.

Il 18 luglio Jean, Camillotto, Leonardo, Pierino e Lino salirono ancora più in alto, oltre il campo V, per piantare il VI ed ultimo campo, ad oltre 7000 metri di altezza. Il campo VI venne sistemato su un pendio di neve. La fatica fu enorme, perché dovettero spianare il terreno dove alzare la tenda che avrebbe accolto Jean e Camillotto. A causa dell’altezza questo lavoro costò a tutti una grande fatica, poiché la rarefazione dell’aria si faceva sentire notevolmente.

Pierino, che doveva fare parte della cordata di assalto, non stava molto bene e così era stato ben presto costretto a tornare al campo V, dove era rimasto Pacifico, anche lui sofferente. Noi al campo III apprendemmo queste notizie per radio dal campo base, ed eravamo piuttosto preoccupati. Nel pomeriggio i due partirono diretti al nostro campo. Li vedemmo nell’ultimo tratto della discesa, mentre percorrevano gli ultimi metri di corda fissa. Procedevano molto adagio e quando giunsero al campo si ritirarono subito sotto le tende. Subito demmo loro delle bevande calde, mentre via radio il dottor Cerretelli ci dava istruzioni circa le cure da prestare ai due compagni. Sempre per radio la sera apprendemmo che al campo V Lino e Leonardo non stavano troppo bene: avevano forti dolori di testa ed erano molto provati. Jean Bich e Camillo invece stavano discretamente bene, lassù al campo VI. Ma come si sarebbero sentiti il giorno dopo? Il tempo continuava ad essere bello, ma la temperatura era rigida.

La sera del 18 luglio la situazione generale era la seguente: al campo VI Jean e Camillo; al campo V Lino e Leonardo; al campo III Nava, Pacifico, Pierino ed io, con tre portatori di Hispar ed il malato, sempre grave. Gli altri erano tutti al campo base. L’indomani Marimonti ed il capitano Khalid sarebbero saliti verso di noi, poiché i portatori d’alta quota che erano al campo base erano stanchissimi e non potevano muoversi.

La mattina del 19, assai presto, eravamo in ascolto alla radio. Così apprendemmo la notizia che Camillotto proseguiva da solo verso la vetta, dopo il rientro alla tenda di Jean che aveva un principio di congelamento alle mani. Io stavo bene e chiesi per radio a Monzino se potevo fare qualcosa. Anche Nava ed i portatori d’alta quota stavano bene. Dopo essersi consultato con Bich Monzino ci disse che per il momento non occorreva nulla e che era meglio che noi restassimo pronti per ogni evenienza al campo III. Grazie alla radio potevamo seguire la salita di Camillotto, perché dal nostro campo non potevamo vedere la montagna. Eravamo tutti in ansia per lui. Conoscevamo Camillotto e non dubitavamo del suo coraggio e del suo valore (nel settembre del 1947, a 22 anni, quando era ancora portatore, era salito al Cervino per la cresta di Furggen, superando lo strapiombo, in cordata con sua sorella e suo cugino Arturo Pellissier!). Ma su questa montagna c’era la grande altezza, doveva salire gradinando sempre. E poi v’era la fatica dei giorni precedenti, la solitudine. Se fosse accaduto qualcosa chi avrebbe potuto portargli aiuto? Ammettevo che qualcuno avrebbe potuto raggiungerlo, ma dopo quanto tempo? Per radio sapevamo che Camillotto saliva lentamente, scalinando il canalone che porta alla vetta. Poi era sparito dietro una cresta nevosa. Sarebbe arrivato in cima?

Quando dal campo base sentimmo sparare tre colpi di fucile e per radio apprendemmo dalla voce di Monzino che la bandiera italiana sventolava sulla vetta restammo senza fiato: eravamo commossi sino alle lacrime, con una grande gioia nel cuore. L’incertezza per l’esito della scalata era finita. Ma ora pensavamo alla discesa di Camillotto, da solo. Saremmo stati pienamente felici solo quando Jean e Camillotto ci avessero raggiunto. I portatori indigeni avevano gli occhi luccicanti dalla gioia, anche il malato sembrava stesse meglio.

La sera arrivarono al campo III Marimonti ed il capitano, che avevano percorso in una giornata il tratto dal campo base sino a noi.

La mattina seguente tutti erano di ritorno al campo III, Camillo in cordata con Lino, Jean con Leonardo. Ci abbracciammo commossi, i nostri compagni erano stanchissimi, sfiniti. Camillo, Jean, Leonardo e Lino erano finalmente con noi, sorridevano contenti. Facemmo festa a Camillo, lo ringraziammo per la sua coraggiosa decisione, per la sua abnegazione. Le fatiche di tutti non erano state vane, grazie a lui. Pensavamo alla gioia di Monzino, il nostro capo spedizione, che tanto aveva faticato e sofferto insieme a noi. La sera prendemmo gli ultimi accordi per evacuare i campi. Ormai la spedizione poteva considerarsi finita. L’indomani avremmo cominciato il ripiegamento verso il campo base, dove avremmo festeggiato degnamente la vittoria.

La scalata della vetta
di Camillo Pellissier

Il 18 luglio avevamo lasciato il campo V divisi in due cordate per salire ad installare il campo VI: Jean Bich, Leonardo Carrel e Lino Tamone in una cordata, Pierino Pession ed io in un’altra. Ci alternammo al comando data la grande quantità di neve fresca, finché Pierino non dovette desistere e rientrare, risentendo delle grandi fatiche sopportate nei giorni precedenti. Il campo VI venne piantato su un pendio di neve, dove dovemmo aiutarci con le piccozze per creare una piattaforma nella neve. Nel tardo pomeriggio Naido e Lino ci avevano lasciato, per ridiscendere, dopo averci augurato buona fortuna per la nostra salita.

A quella altezza ogni movimento ci costava non poca fatica. Decidemmo di stenderci nella tenda e di cercare un poco di sollievo restando immobili, mentre all’esterno il vento soffiava rabbioso e la temperatura, col sopraggiungere della oscurità, scendeva a molti gradi sotto zero.

La sera ci mettemmo in comunicazione con Monzino al Campo Base, per sentire quali erano state le notizie trasmesse dalla radio pakistana riguardanti le condizioni meteorologiche: un peggioramento del tempo era previsto fra due giorni, come noi temevamo. Il tentativo che ci apprestavamo a compiere sarebbe stato l’ultimo possibile. Dovevamo perciò tentare a tutti i costi di conquistare la cima del Kanjut Sar per concludere vittoriosamente questa spedizione.

Fumai qualche sigaretta, mentre il mio pensiero andava ai miei cari, a Valtournenche, che immaginavo in ansia per me. Cercai di assopirmi e di ricuperare un po’ di forze, e ben presto mi assalì una pesante sonnolenza. Quando mi svegliai mi accorsi che erano trascorse diverse ore. Jean era seduto in fondo alla tenda, col viso tirato e gli occhi cerchiati. Non stava bene ed accusava violenti dolori allo stomaco. Alle tre cominciammo a preparare qualcosa di caldo, ma a quella altezza anche le operazioni più semplici diventavano faticosissime. Poi controllai l’equipaggiamento: la sera non mi ero neppure tolto le scarpe ed i gambali di pelle di renna, che ci difendevano le estremità dal freddo delle alte quote. Alle quattro del mattino eravamo già in contatto radio con il campo base: il dottor Cerretelli prescrisse a Jean alcune pillole per lenirgli i dolori allo stomaco e noi poi annunciammo la nostra decisione di partire. Uscimmo dalla tenda, ma la temperatura ancora rigidissima ci convinse ad attendere ancora. Tornammo così sotto la tenda dove restammo circa un’ora, osservando ogni tanto la montagna che col giungere dell’alba si rischiarava sempre più e ci appariva in tutta la sua imponenza.

La via che avevamo studiato prevedeva dapprima una traversata ascendente verso sinistra, che ci avrebbe consentito di guadagnare circa 150 metri di altezza sul campo VI e di giungere ai piedi di un salto di roccia. Quando, verso le cinque, lasciammo la tenda, sapevamo che l’esito della spedizione era ormai nelle nostre mani. Dopo una mezz’ora di salita mi resi conto che Jean era in difficoltà. Aveva una mano intirizzita dal freddo ed i dolori allo stomaco non gli davano tregua, ma spinto da una accanita volontà continuava a salire. Dopo un’ora circa che avevamo lasciato il campo VI, Jean si fermò e mi disse che non poteva più proseguire. Gli chiesi se dovevo accompagnarlo, ma mi rispose che sarebbe ridisceso solo, lentamente. Io gli dissi che avrei proseguito da solo, fin dove fossi riuscito e poi sarei ridisceso anch’io. Vidi Jean cominciare la penosa discesa ed immaginai cosa doveva provare dentro di sé il mio amico. Questo mi spronò a continuare la salita, per raggiungere la vetta. Volevo arrivare lassù anche per Jean, che un destino avverso aveva privato di una grande soddisfazione. Superai un salto di rocce e un ripido pendio nevoso per portarmi all’imbocco di un canalone nevoso che secondo i nostri calcoli avrebbe dovuto sboccare sulla cresta sommitale del Kanjut Sar. Il freddo alle mani e ai piedi mi spronava a proseguire senza esitazioni.

Il canalone era stretto e molto in pendenza, completamente innevato, quindi senza rocce affioranti, con marcata somiglianza con tanti altri canaloni che si trovano sulle Alpi Occidentali. Più precisamente rassomigliava al canalone che accede al Colle del Leone sul versante italiano del Cervino oppure al canalone Penhall sul versante di Zmutt del Cervino. Anzi per quel che riguarda la forma, la pendenza e le dimensioni sembrava proprio il canalone Penhall.

Cominciai a scalinare, preoccupandomi della discesa, che avrei dovuto compiere da solo senza sicurezza. Questo mi induceva a scavare dei larghi gradini che mi sarebbero stati utili al ritorno.

Il vento era abbastanza forte e spesso mi lanciava in viso il ghiaccio sollevato dalla piccozza. Continuavo la salita con accanimento, un passo dopo l’altro, un gradino dopo l’altro. Le orecchie mi ronzavano, avevo perso la nozione del tempo. Pensavo che a quell’ora Jean doveva essere già rientrato al campo, dove avrebbe dato la notizia della mia salita solitaria al campo base. Certo Monzino a quell’ora sarebbe stato con l’occhio incollato al cannocchiale a seguire ogni mio movimento. Questo pensiero mi diede un senso di fiducia, mi sembrava di essere meno solo. Mentre continuavo la salita pensavo a tutto questo, immaginavo l’ansia dei miei compagni che nei diversi campi erano in ansia per me. Anche per loro avrei conquistato la vetta del Kanjut Sar. Il canale era sempre ripido, ma non in modo da rendere assolutamente necessaria la scalinatura. Ma la mia costante preoccupazione era la discesa, quando, stanco, avrei dovuto ripercorrere la stessa via. Man mano che salivo l’altitudine si faceva sentire, ogni gradino mi costava uno sforzo enorme. Dentro di me mi dicevo che avrei tagliato ancora una decina di gradini, poi avrei continuato ad avanzare coi soli ramponi. Ma alla fine il buonsenso aveva il sopravvento ed io continuavo la mia fatica.

Il campo base era sempre in vista, ma ben poche volte mi voltai a guardarlo per cercare le piccole tende, simili a granelli di sabbia: il mio sguardo era sempre teso verso l’alto, verso la vetta.

Lo sbocco del canale sembrava ormai vicino, la cresta sembrava a portata di mano: ma chi ha percorso dei ripidi canaloni in montagna sa come questa sensazione di vicinanza sia ingannevole. La cresta in realtà era ancora lontana, io lo sapevo, ma in qualche momento volevo illudermi che non fosse così. E così continuavo con lena ad avanzare: presto o tardi sarebbe finito anche questo canale!

Sull’altro versante della montagna era comparso il sole e lo spettacolo era affascinante. Avrei voluto fermarmi un momento solo, ma il pensiero che dopo una sosta i miei piedi si fossero congelati, mi convinse a proseguire. Le mani, molto fredde, avrebbero potuto per un attimo lasciare la presa, la piccozza sfuggirmi di mano. Volevo proseguire ad ogni costo, senza fermarmi un attimo. Lo zaino che portavo sulle spalle mi pesava terribilmente: avevo con me la macchina fotografica, una cinepresa, una corda da quaranta metri, chiodi e moschettoni. Saranno stati all’incirca una decina di chili, un peso trascurabile sulle Alpi, ma che lassù, a 7500 metri di altezza, mi sembrava insopportabile.

Lo sbocco del canale era ormai prossimo: speravo, una volta giunto lassù, di trovare un posto al riparo dal vento dove potermi riposare un attimo, ma mi attendeva una grossa delusione. Quando ansimante ed intirizzito dal freddo giunsi sulla cresta, mi accorsi che questa continuava con un pendio insidioso. Sul versante opposto c’era evidentemente una cornice: tastai un poco con la piccozza, ma non mi arrischiai ad avanzare da quella parte, poiché sarebbe stata una gravissima imprudenza.

Nonostante la delusione, ero felice di essere lassù. Tutte le grandi difficoltà erano oramai superate e la vetta non poteva più mancare. Tutto intorno, fino all’infinito, un mare di montagne, un numero indefinito di valli ghiacciate; soltanto una, che correva verso nord-ovest, era morenica. A est si distingueva benissimo il K2 ed il mio pensiero corse al povero Puchoz e mi pareva di vedere in quella montagna non una bella cima, ma un ineguagliabile monumento sepolcrale al carissimo amico. Ad ovest si vedeva il Disteghil Sar, dove si trovava la spedizione svizzera capeggiata da Lambert ed il Batura dove v’era una spedizione anglo-tedesca, della quale un solo alpinista avrebbe fatto ritorno.

Davanti a me, sulla cresta, sorgeva un cocuzzolo roccioso: la vetta. Mi sembrò di essere più leggero, di avanzare più rapidamente, ma una delusione mi attendeva. La cima raggiunta non era la vetta della montagna, ma una elevazione della cresta. La cima era più lontana. Non volevo darmi per vinto quando ormai la cima era tanto vicina e con un nuovo disperato sforzo riuscii a raggiungere la punta. Ma anche qui una delusione mi attendeva: la vetta del Kanjut Sar si profilava sulla cresta, molto più alta e lontana. Scoramento e dispetto si agitavano dentro di me, la cima mi sembrava lontanissima, irraggiungibile, dubitavo di avere ancora sufficienti energie per l’ultimo sforzo. Con un forte mal di testa, le gambe indolenzite, le mani gelate, ripresi lentamente la salita, dovevo riuscire a raggiungere quella vetta. Ma alla fine il Kanjut Sar volle concedermi una lieta sorpresa: quando non me l’aspettavo mi trovai sulla vetta: non credevo ai miei occhi, guardandomi attorno non vedevo più alcun ostacolo. Ero sulla cima della montagna, il Kanjut Sar era conquistato. Sotto di me si stendevano a perdita d’occhio immensi ghiacciai, tutto attorno sorgevano montagne, un mare infinito di vette. Sulla stretta e lunga cresta mi si piegarono le ginocchia e mi trovai a terra, commosso sino alle lacrime.

Sapevo che i miei compagni, al campo base, mi stavano osservando col cannocchiale e fui felice per loro, immaginai la loro emozione. Rivolsi un pensiero affettuoso a Jean, che avrebbe dovuto essere con me lassù, a godere anche lui quegli attimi di intensa gioia. Poi presi dal sacco le bandiere italiana, della valle d’Aosta e del Pakistan e, dopo averle legate alla piccozza, le agitai lungamente.

Cercai di fare qualche fotografia, ma il freddo intenso aveva bloccato la macchina fotografica. Pensai allora di usare la macchina da presa, ma anche questa, dopo aver girato qualche metro di pellicola, si inceppò. Mi ero tolto un guanto e la mano era diventata insensibile. Cominciai subito a massaggiarla per far riprendere la circolazione e poi decisi di muovermi. Ormai erano passati 45 minuti dal mio arrivo sulla vetta e bisognava che mi affrettassi al ritorno. Diedi un ultimo sguardo attorno: all’orizzonte si stagliava la mole inconfondibile del K2.

Cominciai a scendere, spinto ormai dalla paura, dal timore di non riuscire a raggiungere il campo. Non ricordo molto di questa discesa, i ricordi sono annebbiati: so soltanto che spesso sostavo appoggiato alla piccozza, per riprendere fiato. Non so come riuscii a ripercorrere tutto il canalone, sino in fondo. Finalmente vidi la tenda del campo VI, dalla quale uscì Jean per venirmi incontro. Ero ormai allo stremo delle forze, non riuscivo più ad avanzare, barcollavo. Jean mi abbracciò commosso e poi mi prese sottobraccio, mi sorresse negli ultimi metri sino alla tenda. Qui mi aiutò in ogni modo, poiché io non ero più in grado di fare alcun movimento. Mi tolse gli scarponi, massaggiandomi i piedi. Continuò a massaggiarmi, perché il sangue riprendesse a circolare. Poi mi preparò una tazza di tè bollente e finalmente cominciai a sentirmi meglio. Jean era commosso, mi guardava come se fossi un redivivo. Cercò invano di mettersi in contatto radio col campo base, dove ormai la mia scalata era nota. Non appena mi sentii in grado di camminare lasciammo il campo e prendemmo la via del campo V, dove Lino e Naido ci attendevano. Qui finalmente riuscii a parlare per radio con Monzino: eravamo ambedue commossi fino alle lacrime. Monzino aveva seguito con ansia tutta la mia salita e poi l’intera discesa ed anche se materialmente lontano, mi era stato vicino col cuore in questa dura giornata.

Ormai, dopo le intense emozioni vissute in quelle ore, un senso di stanchezza sembrava vincere ogni mia resistenza. Negli occhi mi era rimasta la visione della vetta che io avevo conquistato da solo, ma anche per conto di tutti i miei compagni.

Guido Monzino
di Claudio Smiraglia e Guglielmina Diolaiuti
(da Treccani.it)

Guido Monzino nacque a Milano il 2 marzo 1928, da Franco, fondatore della Società anonima magazzini Standard, poi Standa, e da Matilde Alì d’Andrea-Peirce, di nobile famiglia siciliana.

Trascorse l’infanzia nella villa di famiglia a Moltrasio, sul lago di Como, le cui atmosfere al tempo stesso luminose e austere influenzarono vita e carattere di un personaggio che potrebbe definirsi uno degli ultimi mecenati-esploratori italiani. Conclusi gli studi classici, iniziò il suo lavoro alla Standa, di cui divenne direttore generale, rimanendolo fino al 1966, quando il gruppo passò alla gestione della Montedison. Nel frattempo, quasi per caso, fece l’incontro che avrebbe segnato profondamente la sua esistenza: la montagna. Verso la metà degli anni cinquanta, totalmente digiuno di alpinismo, salì infatti il Cervino con la guida di Achille Compagnoni, protagonista con Lino Lacedelli della prima scalata del K2.

Il contatto con il fascino grandioso e severo delle montagne rappresentò per Monzino quasi una rivelazione che lo spinse a rincorrere mete sempre più lontane, animato non solo da uno spirito romantico di avventura e di conoscenza, ma anche dal desiderio di riportare l’Italia ai vertici dell’esplorazione. Il suo principale scopo di vita divenne inserirsi nel filone delle grandi spedizioni esplorative che a cavallo fra il XIX e il XX secolo erano state organizzate da colui che fu sempre il suo modello ideale, il duca degli Abruzzi. Accanto alle montagne, anche gli spazi sterminati dei deserti, delle foreste, delle regioni polari divennero mete da perseguire e da raggiungere.

La prima spedizione organizzata da Monzino, la traversata da Dakar, in Senegal, ad Abidjan in Costa d’Avorio, nel 1955, fu il prodromo delle altre 20 missioni che diresse nei due decenni successivi. L’estate seguente iniziò la collaborazione con le guide di Valtournenche che lo seguirono poi in tutte le altre imprese, così come il Duca degli Abruzzi si era giovato quasi esclusivamente delle guide di Courmayeur. L’obiettivo era percorrere integralmente la lunga e complessa cresta che dalle Grandes Murailles, incombenti sulla conca del Breuil, unisce il Cervino al Monte Rosa.

Come Monzino scrisse in Grandes Murailles (Milano 1957), il primo dei volumi che dedicò a ognuna delle sue imprese, lo scopo era «percorrere cresta per cresta, nel ricordo degli esploratori di ogni paese questa lunga catena dello nostre magnifiche Alpi, dove condizioni avverse possono determinare impegni e difficoltà che eguagliano quelle di lontane spedizioni (p. 6)». Le condizioni meteorologiche furono inclementi e fu necessario compiere l’itinerario in due momenti diversi, ma la perfetta organizzazione permise la permanenza di 12 persone oltre i 3500 m per una ventina di giorni, superando tutti i problemi logistici e ambientali che via via si manifestavano. Fu l’unica grande impresa compiuta da Monzino sulle Alpi.

L’anno seguente iniziò la sequenza di attività extraeuropee, dapprima con la spedizione del 1957-1958 sulle Ande cilene (Cerro Paine e Torri del Paine), per la quale Monzino inaugurò quel coinvolgimento di collaboratori locali affiancati alle guide di Valtournenche che divenne un tratto caratteristico delle sue imprese. Tormente di neve e venti gelidi con punte di 200 km all’ora rallentarono l’ascensione alla cima principale del gruppo, che venne raggiunta dopo 30 giorni di fatiche e tre tentativi.

Monzino nel volume Italia in Patagonia (Milano, 1958), a proposito del vento che addirittura sollevava gli alpinisti, scrive: «è sempre imprevedibile la potenza di questo elemento; per oltre cinquanta giorni abbiamo odiato il vento e amato il Paine (p. 11)». Vinta la cima principale, la spedizione si diresse verso le Torri del Paine, le tre eleganti cime di granito che si ergono ripidissime per centinaia di metri. Nonostante la neve, il vento e il freddo intenso venne scalata la vergine Torre Sud (con diversi tratti di sesto grado, valutato in quel periodo la massima difficoltà di arrampicata su roccia), che dalle guide venne denominata Torre Guido Monzino.

Fu poi la volta del Karakorum, sulle orme dell’amato duca degli Abruzzi, «alla ricerca di una meta che rappresenti un degno programma per le guide del Cervino e per l’alpinismo italiano nel mondo (Kanjut Sar, Milano 1961, p. 7)».

L’inviolata cima scelta come meta, il Kanjut Sar, si alza fino a 7760 m. La scarsa documentazione esistente, innumerevoli problemi di carattere logistico, burocratico, economico e diplomatico, e le cattive condizioni atmosferiche segnarono la fase organizzativa e la marcia dei 12 alpinisti e di oltre 500 portatori. Il carico complessivo era particolarmente pesante (22 t), ma come in ogni spedizione, Monzino volle tenere conto di ogni eventualità, anche per quanto riguardava i problemi dell’alimentazione e dell’organizzazione sanitaria. Alla fine la vetta venne toccata con un’ardita ascensione solitaria dal campo 6 (6670 m) da Camillo Pellissier, una delle guide che con la collaborazione di tutti, come scrive Monzino nel volume sopra citato, «dette all’Italia una pagina certamente pura d’ideale alpinistico in terra straniera (p. 9)».

Dal 1959, oltre un decennio di spedizioni vide Monzino e i suoi uomini calcare le cime più alte dell’Africa (Kilimanjaro, Kenya, Ruwenzori), i massicci montuosi del Sahara (dal Tibesti all’Hoggar) e, in un susseguirsi continuo di contrasti ambientali, le cime e i ghiacciai della Groenlandia, terra che, come scrisse in Spedizioni d’alpinismo in Groenlandia (Milano, 1966), «lascia davvero un male o una malia forse ancora più penetrante dell’Africa stessa, certamente duratura, forse leggermente angosciosa (p. 7)». La decina di imprese compiute in questa regione portò alla scoperta di zone sconosciute, alla salita di cime vergini, a lunghi percorsi sulla banchisa artica. Nel 1962, con due distinte spedizioni, Monzino toccò il 72° e successivamente il 77° parallelo, compiendo fra l’altro la prima ascensione della parete sud del Pollice del Diavolo. Nel 1963 e nel 1964 si dedicò alla scalata delle Alpi Stauning nella Groenlandia Orientale, preludio al lungo capitolo dell’esplorazione polare che lo coinvolse in un programma articolato in cinque spedizioni dal 1968 al 1971: dalle crociere nautiche ai viaggi di allenamento con slitte e cani sulla banchisa e infine al balzo verso il Polo Nord nel 1971, quando concluse la sua impresa probabilmente più significativa dal punto di vista della storia dell’esplorazione, raggiungendo i 90° di latitudine nord con i mezzi tradizionali delle slitte e dei cani. Fu la prima volta che la bandiera italiana venne issata al Polo Nord, dopo che il duca degli Abruzzi il 25 aprile 1900 aveva raggiunto gli 86° 43’ nord.

In realtà il Polo Nord era stato già raggiunto in svariate occasioni con aerei, dirigibili, fra cui lo sfortunato Italia di Nobile nel 1926, sottomarini nucleari, slitte a motore. Tuttavia, se si considerano solo le spedizioni con slitte trainate da cani, Monzino fu preceduto unicamente dal gruppo guidato dall’inglese Wally Herbert, che nel 1969 aveva attraversato la banchisa polare dall’Alaska alle Spitsbergen. La spedizione, che partì da Cape Columbia sull’isola canadese di Ellesmere il 2 aprile 1971, era composta, oltre che da Monzino, da Mirko Minuzzo e Rinaldo Carrel della Valtournenche, dal cileno Arturo Aranda come vicecapospedizione, da due tecnici di radiotrasmissione danesi e da 22 guide eschimesi. Le slitte erano 23, trainate da 330 cani, per i quali erano state approvvigionate 25 tonnellate di pemmican, impasto di carne e pesce in polvere. L’equipaggiamento univa le tradizioni esquimesi (come i giacconi di pelliccia di caribù o gli stivali di pelle di foca) ad attrezzature e mezzi moderni (come il bimotore Twin Otter utilizzato per il controllo dall’alto della posizione e per lanci di scorte integrative). La marcia si rivelò lunga e difficile a causa della banchisa molto irregolare e in continua trasformazione, a tratti ricoperta di neve soffice, a tratti interrotta da canali o da dighe di pressione, con temperature anche inferiori a -45°. Il 19 maggio venne raggiunto il Polo Nord, ma il ritorno si presentò ancora più difficile per il progressivo aumento della temperatura che rendeva sempre meno compatta la banchisa sul Mar Glaciale Artico e costringeva a superare canali che si aprivano da ogni parte. Dopo 71 giorni e dopo avere percorso con le slitte poco meno di 5000 km di banchisa, la spedizione si concluse il 20 giugno 1971.

Nei progetti di Monzino restava un’altra meta non ancora toccata dagli italiani, il tetto del mondo non nel senso della latitudine ma nel senso dell’altitudine, l’Everest, la montagna più alta della terra. Anche in questo caso l’organizzazione della spedizione, quasi in concomitanza con l’impresa polare, fu gravosissima. Monzino progettò il coinvolgimento di tutte le forze armate italiane con i loro vari corpi. Come scrisse nel volume La spedizione italiana all’Everest 1973 (Verona, 1976), «l’intento è quello di portare il tricolore sulla più alta montagna del mondo, per concorrere sul piano internazionale ad un’affermazione di prestigio per la patria (p. 32)».

Alla fine la spedizione vide la partecipazione di 54 militari e 11 civili. Nove C-130 della 46a Aerobrigata trasferirono a Kathmandu in Nepal oltre 100 tonnellate di materiale, inclusi due elicotteri. La carovana che percorse la valle del Khumbu verso l’Everest comprendeva 150 persone tra italiani e sherpa, 2000 portatori e centinaia di yak. Il 20 marzo 1973 fu allestito il campo base a 5360 m ai piedi dell’Everest; fu un vero piccolo villaggio con una sessantina di tende, mensa, bar, alloggi riscaldati, ufficio postale e piccolo ospedale. Vennero poi attrezzati i vari campi in quota. Nonostante il pessimo tempo e le intense nevicate, furono collocate due piccole tende al campo 6 a 8513 m, dal quale tra il 5 e il 7 maggio, accompagnati da tre sherpa, toccarono la vetta gli alpini Rinaldo Carrel, Mirko Minuzzo, Virginio Epis, Claudio Benedetti e il carabiniere Fabrizio Innamorati.

Quella di Monzino all’Everest fu l’ultima grande spedizione himalayana di tipo tradizionale e, come in generale tutte le sue imprese, non incontrò mai totali consensi presso il mondo alpinistico d’élite, soprattutto per la larghezza e il dispendio dei mezzi impiegati. Fu anche l’ultima impresa esplorativa di Monzino, che si dedicò poi ad attività in campo agricolo e industriale in Italia e all’estero e a opere di sostegno per le popolazioni del terzo mondo. Nel 1974, sempre affascinato dal paesaggio del Lago di Como, acquistò e restaurò la settecentesca villa del Balbianello a Lenno, fra Menaggio e Argegno, per farne un grande centro geografico ed esplorativo. Quando morì, sessantenne come il duca degli Abruzzi, volle che la villa e il parco annesso fossero donati al Fondo italiano per l’ambiente (FAI). (Di lui si ricordano, oltre a questo straordinario lascito, la donazione di una tenuta al governo cileno per l’ampliamento del Parco del Cerro Paine e la realizzazione del rifugio Monzino nel gruppo del Monte Bianco, NdR).

Morì l’11 ottobre 1988 a Milano. Volle essere sepolto, con la testa rivolta a nord, nell’antica ghiacciaia della villa del Balbianello, ora divenuta un museo che raccoglie i cimeli delle sue spedizioni.

Fonti e Bibliografia
Mario Fantin, Alpinismo italiano nel mondo, Bologna 1972, pp. 198, 497, 499, 502, 831, 1006, 1040;
Walt Unsworth, Everest, London 1989, pp. 436, 461;
Rita Ajmone Cat, G. M., l’ultimo signore di Balbianello e le sue ventuno spedizioni, Verbania 1997;
Lorenzo Revojera, Quando l’alpinista era anche mecenate, in Lo Scarpone, 2009, n. 1, p. 2;
Aleardo Ceol, G. M., 20 anni dopo, in Montagnes Valdôtaines, 2009, n. 1, p. 6.

Villa Balbianello sul Lago di Como

Elenco delle 21 spedizioni di Guido Monzino
(a cura della Redazione)
– Spedizione TAGG (in Senegal, Guinea e Costa d’Avorio, 1955);
– Spedizione Alpina Grandes Murailles (Gruppo del Cervino e del Rosa, 1956);
– Spedizione italiana alle Ande Patagoniche (Cerro Paine e Torri del Paine, 1957-1958);
– Spedizione G.M. ‘59 al Kanjut Sar (Karakorum Occidentale);
– Spedizione G. M. ’59 al Kilimanjaro (1959-1960) (Tanzania);
– Spedizione G. M. ’60 al 66° parallelo, Punta Matilde, Punta Franz, Punta Valtournenche, Groenlandia Occidentale);
– Spedizione G. M. ‘6o al Mount Kenya (1960-1961) (Kenya);
– Spedizione G. M. ’61 al 74° parallelo (Snepyramiden, Groenlandia Occidentale);
– Spedizione G. M. ’61 al Ruwenzori (1961-1962), Africa Centrale;
– Ricognizione artica invernale al 72° parallelo, Distretto di Umanak, 1962 (Groenlandia Occidentale);
– Spedizione G. M. ’62 al 77° parallelo, 1a alle Alpi di Stauning (Pollice del Diavolo, Groenlandia Occidentale);
– Spedizione G. M. ’63 al 72° parallelo (Cima di Granito-Italian Peak, Groenlandia Orientale);
– Spedizione al massiccio del Tibesti, 1963-1964, Africa sahariana;
– Spedizione G. M. ’64, 2a alle Alpi di Stauning (Cima Est, Cima Ovest, Dasketinde in Groenlandia Orientale);
– Spedizione al massiccio dell’Hoggar, 1964-1965, Africa sahariana;
– Spedizione nautica, 1968, Groenlandia Orientale;
– Spedizione Jacobshavn-Qânâq con slitte, 1969, Groenlandia Occidentale;
– Spedizione Qânâq-Cape Columbia, 1970, Groenlandia;
– Spedizione nautica, 1970, Groenlandia Occidentale;
– Spedizione italiana al Polo Nord, con slitte e cani, 1971;
– Spedizione all’Everest (prima ascensione italiana), 1973.
Di tutte queste ha prodotto numerosi documentari cinematografici e film.

Riconoscimenti a Guido Monzino
Medaglia d’oro dei cittadini benemeriti della Provincia di Milano;
Socio vitalizio del CAI;
Presidente della commissione per lo studio delle spedizioni extra-europee del CAI- Sezione di Milano;
Presidente Onorario della Società Guide del Cervino (Redazione).

I libri di Guido Monzino
È autore di Grandes Murailles (Martello, 1957), Italia in Patagonia (Martello, 1958), Kanjut Sar (Martello, 1961), Spedizioni d’alpinismo in Groenlandia (Mondadori, 1966), Spedizioni d’alpinismo in Africa (Mondadori, 1966), La spedizione italiana all’Everest 1973 (1976) (Redazione).

Recensione a Guido Monzino-l’ultimo signore di Balbianello e le sue ventuno spedizioni di Rita Aymone Cat
di Filippo Zolezzi
“Nella nostra vita si possono raggiungere le vette più alte, sempre che ciascuno intenda dare, veramente, il meglio di se stesso” sono le parole di Guido Monzino stesso, un personaggio straordinario che ha fatto della sua vita una sfida costante alla mediocrità e al conformismo della consuetudine…
Con quest’opera l’autrice Rita Aymone Cat rifugge dal cercare di fare un’opera enciclopedica e ponderosa sulle avventure delle 21 spedizioni di Guido Monzino, ma con onesta modestia si limita a tracciarne appena le linee, riuscendo però a mostrarne tutte le caratteristiche essenziali.
Guido Monzino incarna lo spirito dei personaggi a cavallo tra il XIX e il XX secolo che, animati dallo spirito di avventura, hanno percorso ogni angolo della terra per portarne la conoscenza a tutta l’umanità. In lui sono lo spirito della conquista alpina di Whymper e quella dei grandi esploratori polari come Scott e Amundsen, peró alcuni decenni dopo e senza più tante luci della ribalta.
“Gradatim conscenditur ad alta…” “poco a poco si conquistano le altezze” questo era il motto di Guido Monzino, la cui vita è stata una continua ascesa verso i supremi valori dell’esistenza umana.
Monzino iniziò a ventisette anni la sua prima impresa, nel 1955 in Africa Occidentale l’attraversamento Senegal-Guinea-Costa D’Avorio, per circa quindici anni ha portato a sventolare il tricolore italiano in ogni luogo più sperduto e famoso della terra, conquiste ardue, in terre affascinanti, dalla natura spesso assai forte e ostile.
Molti si sono domandati il perché di tali imprese, quale molla scattasse al suo interno, ma lui rispondeva così a chi lo intervistava: “Ho ricercato una spiegazione obiettiva per questa misteriosa posizione d’incanto, senza mai approdare a nulla, soffrendone il fascino”, “L’ideatore, l’organizzatore, il capo della spedizione… identificarvisi è tanto, tanto pesante”, “Forse pochi sanno qual è l’angoscia dell’inventore”.
Legato da un amore profondo per la Valle d’Aosta, ha percorso le Grandes Murailles, la sua prima grande impresa alpinistica, poi le Ande Patagoniche, col Cerro Paine, il Kanjut Sar nel Karakorum, l’Africa centrale col Kilimanjaro, il Mount Kenya, il Ruwenzori, quella Sahariana con l’Hoggar e il Tibesti, poi le lunghe spedizioni in Groenlandia, la spedizione triennale italiana al Polo Nord e infine, 5 maggio 1973, la prima conquista italiana del tetto del mondo, l’Everest.
Il libro presenta in modo sintetico tutte e 21 le spedizioni, riportandone in modo completo i partecipanti e le carte con i tracciati seguiti; in appendice vi sono le riproduzioni di molti documenti autografi e il diario di posizione della spedizione al Polo Nord.
A Villa del Balbianello, sul Lago di Como, si possono visitare i cimeli di queste straordinarie imprese e sentirsi avvolgere dallo spirito di avventura di questo straordinario personaggio che di sicuro è stato protagonista della propria vita e che ha scritto pagine gloriose per se stesso, la sua famiglia e la nostra Patria.
Un plauso infine a Carlo Alberti, il titolare della Alberti Libraio Editore (già è bella e affascinante la sua definizione libraio, che indica qualcosa di più che un semplice editore, ma un ricercatore, un appassionato…), che ci ha regalato la possibilità di conoscere questo straordinario uomo che fu Guido Monzino.

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