Dalla Figera ai Cesaletti
(storie di masche, devozione e vita alpina)
(diari di Nonna Lucina, terza puntata)
di Carla Tabone
(pubblicato su camoscibianchi.wordpress.com il 18 luglio 2026)
Introduzione
Il viaggio a ritroso nel tempo insieme a Nonna Lucina continua. Dopo aver attraversato i ricordi della sua infanzia e i primi passi in un mondo rurale ormai lontano, la terza puntata del progetto “Prima del caos” ci conduce nel cuore pulsante della vita alpina: quella dimensione sospesa dove la fatica quotidiana si intreccia inevitabilmente con il mistero, la suggestione e la tradizione.
In questo nuovo capitolo, la voce della nonna ci guida tra i pascoli alti della Figera e i boschi fitti dei Cesaletti. Rivivremo l’atmosfera intima dei momenti trascorsi al riparo del pòrti, la stalla d’alpeggio, ascolteremo i racconti sui carbonai di Pianfè e scopriremo quella sottile linea che separava la fede profonda dalle leggende delle masche. Dalla magia sospesa di una notte di Carnevale a Mondrone fino all’irresistibile avventura di Couloumba – la fedele e candida mucca protagonista di un singolare stratagemma – le sue parole ci restituiscono il ritratto di una montagna viva, dura ma profondamente spirituale.
A fare da corredo alle memorie, un attento approfondimento etnografico e toponomastico nelle pagine dell’appendice ci aiuterà a decifrare i segni materiali e la ricchezza linguistica di questa civiltà d’alta quota, salvando dall’oblio i luoghi e le storie che l’hanno resa unica.
Mettetevi comodi e lasciatevi trasportare dal mondo e dal dialetto di Nonna Lucina. Buona lettura (Carla Tabone).

Quando ero giovinetta mi piaceva tanto ballare, ma mia mamma non era contenta, mi diceva: “Sei ancora troppo giovane, vi andrai fra qualche anno”. Ma la giovinezza non si ferma, finché, col tempo, mi sono innamorata ed allora la mamma, con il fidanzato, non mi impediva di uscire una volta tanto. Fatto sta che un inverno a Carnevale si ballava a Mondrone al suono di una fisarmonica. Abitavano vicino a noi, ai Cesaletti, una zia detta da noi tutti Màgna1 Spoùsa (zia sposa). Aveva avuto sette figli, una parte erano già sposati e gli ultimi tre ancora da sposare abitavano tutti con la loro mamma. Quando mi assentavo io, era logico che anche i tre cugini andavano in festa, così la loro mamma (Màgna Spoùsa) veniva nella stalla con la mia e recitavano il Rosario. Parlavano a vicenda come fanno tutte le mamme, non con i telefonini che grazie a Dio non esistevano… Così fu che, quella sera di Carnevale, io con il mio fidanzato ed i tre cugini andammo a ballare. Vi era molta neve e il freddo era così gelido che la neve talmente indurita passandoci sopra non si vedevano le orme e non si affondava.

Di ritorno a casa quindi si poteva prendere qualsiasi scorciatoia. Per un lungo tratto sono stata in compagnia del mio fidanzato, poi non ho più voluto salisse fino a casa mia. Lui abitava più in basso così ho deciso di salire da sola. Non ho mai avuto paura, ma giunta sotto le case dei Cesaletti, sentii un vociare di persone anzi, mi pareva di vederle, la luna dava un chiarore come il sole e tra il candore della neve e lo splendore lunare era una notte incantevole.
Mi avviai verso il chiacchierio che sentivo, ma quando fui quasi arrivata tutto era silenzio. Non ho più visto tutte quelle persone che, a mio avviso, immaginavo essere i tre cugini con la loro mamma che ritornava dalla serata trascorsa con la mia. Ma giunta sul luogo, mi sono trovata davanti la figura di una donna. Benché la vedessi di statura più piccola ho pensato che fosse Màgna Spoùsa. Subito ho tentato di salutarla e dirle “Oh Màgna…!” ma fu come se mi avessero chiuso la bocca, non ho potuto continuare con la parola che la figura sparì. Sparita davanti ai miei occhi e non ho visto in che modo. Scomparsa misteriosamente! Quando, dopo pochi passi, raggiunsi la mia stalla e vi entrai, mia mamma era sola e non so come mi abbia vista. Si allarmò, chiedendomi: “Cosa c’è, ma cosa c’è???”. Dopo un lungo sospiro, ancora tremante, dissi: ”Ho visto una donna credevo fosse Màgna Spoùsa”. Spiegai bene come fosse vestita, poiché con il chiarore lunare e il biancore della neve era impossibile sbagliare. L’unica cosa che non ho potuto vedere fu il viso perché lo aveva abbassato sul mento. La mamma disse subito: “Nessun altro che Màgna Deina” (zia Maddalena), una sorella di suo papà, cioè mio nonno. Il mattino seguente trovai Màgna Spoùsa, alla quale raccontai cosa mi era capitato. Essa, senza aver parlato in precedenza con mia mamma mi disse: “Oh! Nessun altro che mia cognata Deina”. Questa zia era morta qualche anno prima che io nascessi. Da allora io, mia mamma e Màgna Spoùsa abbiamo intensificato i Rosari, pure quello dei Cento Requiem in suffragio di quell’anima che certamente aveva bisogno.
Di un altro fatto non sono stata testimone oculare: mio zio mi raccontava di quei tempi che, anche lui non ricordando, si faceva il carbone per mandarlo a Torino. Si tagliavano faggi e altre piante, che su a Pianfè sono ancora tutt’ora copiose. Avendo trascorso quasi cinquant’anni lassù, sono pratica del luogo: si possono notare, sparsi qua e là, dei pianori di alcuni metri. Togliendo una zolla da quei piccoli pianori, si scopre una terra nera; qui si dice, nel nostro patois [il francoprovenzale – NdR] che una volta facevano le tcharbounéri2.

Comunque sia, questi uomini addetti a questo lavoro si davano il cambio, soprattutto nella notte. In una notte in cui era destinato ad andare a dare il cambio di lavoro, un uomo passava su per la vi bioùnda (la via o strada bionda) proprio dalla parte verso il “Couloump”, dove sale la mulattiera. Quest’uomo incontrò una donna e, senz’altro, la riconobbe: era una “masca” (v. appendice – NdR). Teneva il grembiale rimboccato e si vedeva che aveva qualcosa in grembo. Non so quali parole siano state di saluto, comunque lui le disse: “Fammi un po’ vedere cosa hai lì in fàouda3!” (grembo). Ed essa s’imputò dicendo un risoluto: “No”. Ma l’uomo insistette e poiché non c’era modo di convincerla, tirò fuori, dal portafalcetto fisso sulla schiena, il falcetto. Brandendoglielo davanti agli occhi disse ancora: “Se non mi fai vedere cosa tieni in fàouda ricordati che la tua fine è fatta”.

Un po’ spaventata la masca lentamente sciolse le nocche del grembiale e agli occhi di quell’uomo apparve un bimbo in fasce. L’uomo adirato le disse: “Vergognati! Adesso fila e riporta il bimbo dove l’hai preso!”. La masca ubbidì, intimorita dalle parole sentite. Ritornò sui passi che aveva percorso e riportò il bimbo alle Corgniele [alpe Corniele sulle carte escursionistiche – NdR], piccolo alpeggio sopra Pianfè.
“Poi vi sono i nidi d’aquila, i reietti, lontani dai sentieri ancora percorsi, lontani dalla montagna dei rocciatori e dei free climbers, lontani nel tempo anche dagli uomini e dalle donne che li hanno vissuti e li hanno lasciati, eredità sconosciuta o indesiderata a discendenti che non ne vogliono più sapere (Ariela Robetto sull’alpe Corniele, post del 2022)”.
Pose il piccolo nella culla, mentre papà e mamma non si accorsero di ciò che era successo. Certo, una volta le masche esistevano, come esistono purtroppo ai giorni nostri, ma con altre malizie ed altre astuzie.

Quest’aneddoto non tratta di masche, ma di un fatto un po’ ridicolo ed un po’ commovente. Essendo io di quei luoghi, so bene dove è la baita detta “Figera”. Ebbene, vi racconto di una donna già un po’ anziana. Trascorreva l’estate lassù, con una mucca tutta bianca chiamata Couloumba (Colomba). La pascolava, le parlava come fosse una persona. L’animale però a volte approfittava, quando la padrona era indaffarata con altri lavori, per andare su altre proprietà erbose. Una domenica come tutte le altre, diede di buon’ora da mangiare a Couloumba che era nella stalla, nel pòrti4 come si dice da noi. Poi tutta indaffarata si preparò per andare alla Messa ad Ala di Stura. La strada è assai lunga dalla Figera [v. appendice – NdR] al Prusel [Prussello; v. appendice – NdR], così viene chiamato in patois il paese.

Inizialmente un bel pezzo di strada è su mulattiera, poi giù sulla carrozzabile (questo conta poco più di un secolo fa, comunque forse non circolavano tante macchine). La poveretta, sudata e stanca, pregò e ascoltò l’omelia, ma poi si addormentò, dormì fin quando squillò il campanello al tempo della Consacrazione. Sognava anche di essere al pascolo e, siccome la sua Couloumba portava un campanaccio al collo, la donna, a quel tintinnio, gridò forte: “Couloumba vinän isì!” (Colomba vieni qui!). Figuriamoci, tutti i fedeli strabiliarono, essa si fece il Segno della Croce e tutta mortificata se ne ritornò alla Figera. In conclusione, non so dirvi se la seguente domenica e in seguito sia ancora andata a Messa ad Ala di Stura, io penso di no, ma con tutto questo mal capitato, la brava vecchina non avrà certo marinato la Messa. Scommetto che sarà andata a Mondrone! Questo racconto è terminato ma un altro segue. Mi dovete credere poiché è successo ai Cesaletti (tutt’ora abbandonata, solo nell’estate il movimento si riprende con il ritorno dei villeggianti). La chiesetta sotto la protezione della Madonna degli Angeli è la testimonianza di tanti episodi, quante novene in quella cappella, per chiedere grazie e per sciogliere voti. Ma taglio corto e vi racconto questa vera storia.
Nella casa che nel periodo estivo, durante i giorni di ferie, è abitata da mia figlia, da suo marito e dalle loro due figlie, ebbene quella casetta è chiamata la cä dou prévi (la casa del prete). Non so dirvi quanti anni fa, ma anche la chiesetta della Madonna degli Angeli (Cesaletti) era dotata di un Cappellano, il quale, per avere compagnia, ospitava un nipote ancora ragazzino, ed abitavano in quella casa. Questi serviva la Santa Messa, ed era ubbidiente su tutto quanto lo zio gli ordinava. Una tarda sera, dopo aver pregato insieme, il Prete temeva che la lampada nella Cappella fosse spenta e disse al nipote: “Te que t’es bràou (tu che sei bravo) vai un po’ a vedere nella Cappella se la lampada è accesa!”. Il ragazzino non se lo fece ripetere, ma quale fu il suo stupore quando aprì la porta! Vide i banchi tutti occupati e un Sacerdote immobile, intento all’altare, ma senza poter celebrare la Messa. Il ragazzino ritornò a casa per palesare allo zio quanto aveva visto, ed esso buon uomo di Dio, intuì cosa stava per accadere. Disse al nipote: “Povero prete, non c’è nessuno che serve la Santa Messa! Forse vengono tutti da lontano, magari da Balme, si saranno confusi sull’orario. Vai tu che sei bravo a servire la Messa, io verrò dopo a parlare con il mio confratello.” Come sempre, il ragazzino prontamente ubbidì, servì in modo lodevole tutta la Messa, ma quando il Sacerdote si voltò verso i fedeli, dicendo “Ite, missa est”5, tutto diventò buio. Il ragazzino stava quasi per svenire, quando arrivò lo zio, che lo abbracciò dicendogli: “Sei stato bravo, vieni con me, ora possiamo dormire tranquilli!”.
Mi è caro ricordare questi avvenimenti per cui vorrei continuare. Quando si è vecchi come me, e posso fare più poco, allora si affollano nella memoria pensieri di cose vissute, di cose realmente accadute e ci lasciamo cullare. Pensando in questo modo ci dimentichiamo di essere vecchi, anche se più volte le lacrime rigano le gote e non ci par vero che tante care persone non ci siano più.
A proposito di questo, voglio descrivere un fatto che mi raccontava la mia cara mamma. Sebbene essa non abbia conosciuto le protagoniste, sapeva ancora della vecchia parentela a cui appartenevano. Due amiche che si volevano molto bene, di tanto in tanto una diceva all’altra: “La prima che morirà di noi due, verrà a dire all’altra come è nell’altro mondo”. Però non mettevano mai di mezzo la volontà di Dio. Con l’andar del tempo una venne a morire e siccome a quei tempi non avevano orologi precisi, la gente di allora si orientava molto a casaccio. Per esempio, quando c’era la luna ed era una notte nuvolosa, non capivano se l’alba fosse già avanzata o no, e più volte venivano colti di sorpresa in piena notte. In quei tempi si andava a Lanzo a fare la spesa e per portare quel po’ di latticini lavorati in baita, ci si serviva del cosiddetto garbìn6 (un cesto cubico, ormai in disuso, che si posizionava sulle spalle e sulla testa).

Ebbene, un mattino non so dire quanto la luna risplendesse e tanto meno che ora fosse, la donna amica di quella che era morta si avviò per andare a Lanzo con il garbìn. Strada facendo il giorno non appariva mai. Sola, un po’ turbata, con il pensiero all’amica che non c’era più, e rievocando quanto si erano dette, le apparve proprio l’amica. Questa vivente non osò dir parola, mentre l’altra la salutò dicendole: “Ciao, avevamo sempre detto, quando ero in vita, che la prima che fosse venuta a morire sarebbe in qualche modo tornata per dire come ci si trova nell’aldilà. Ebbene, ora sono qui, però, se tu sapessi qual vita grama ho fatto per poter venire da te. Vedi siamo state incoscienti, o meglio troppo egoiste, sempre senza dire ‘Se Dio ce lo permette’. Dopo una lunga penitenza la Misericordia di Dio me lo ha permesso, ed ora ti posso dire che la Sua Giustizia è veramente giusta”. Si congedò; e l’altra, rimasta con il suo garbìn, girandosi per guardarla allontanarsi, vide la forma di uno scheletro. Questo vuole anche sollecitarci che Dio deve sempre essere al primo posto, al centro della nostra vita, in ogni nostro respiro dobbiamo credere che Dio è il Padrone di ogni cosa.
Appendice: note etnografiche, toponomastiche e storiche
A cura di Beppe Leyduan
Note etnografiche e tradizione orale
L’ombra della Masca: tra fobie contadine e sguardi nella notte
Nelle sere d’inverno, quando il vento fischiava tra le fessure delle baite, le storie di paura non erano un semplice passatempo: erano un modo per perimetrare il confine tra il noto e l’ignoto. Il racconto di Lucina custodisce un frammento prezioso e raro dell’immaginario alpino: l’incontro ravvicinato, quasi fisico, con la masca sorpresa lungo la vi bioùnda mentre tenta di fuggire con un neonato nascosto nel grembiule (fàouda).
Questo timore del “rapimento” risuona profondamente nelle leggende che da secoli popolano i sentieri d’alta quota:
«…dicono che qui a l’ënvers, all’inverso, viveva una masca che rubava bambini piccoli e poi li ammazzava per usare il sangue a chiamare il diavolo e gli spiriti.
Dopo la morte non è stata sepolta nel nostro camposanto e Dio la condannò a girare di notte come fosse una palla di fuoco, con qualsiasi tempo. Anche con la neve e con la tormenta.
Il lume si accendeva di sera verso le nove e risaliva la valle. Nessuno lo poteva fissare perché dallo sbërlum (bagliore accecante – NdR) usciva un vocione minaccioso «va per la tua strada e non guardarmi». Così diceva. Guai se qualcuno lo sbefiava (disprezzava – NdR). Lo aspettavano maledizioni, malattie e morte.
Chi era curioso e cercava di avvicinarsi, vedeva venirgli incontro un cagnass (cagnaccio – NdR) spaventoso. Il lume maledetto ritornava alle cinque del mattino assumendo la figura di un bambino in fasce. Questo lo raccontavano i miei vecchi ma io non ci ho mai creduto troppo… (Piercarlo Jorio, “L’immaginario popolare nelle leggende alpine“)».

Nella vita quotidiana, tuttavia, il “furto” perpetrato dalle masche assumeva contorni più sottili e, se possibile, ancora più angoscianti. Era il furto della salute e della vita. Di fronte a una mortalità infantile spietata, quando un neonato deperiva senza un motivo apparente sotto gli occhi impotenti dei genitori, la colpa veniva proiettata all’esterno. La masca diventava così il capro espiatorio biologico: era lei a “succhiare la vita” del piccolo o a rubare il latte dal seno della madre e dalle mammelle delle mucche nella stalla, lasciando la famiglia nella disperazione della fame.
«…Ma non si limitava solo a quello, andava anche a succhiare il latte alle mucche. Capitava quasi sempre in piena notte e quando le si sentiva muggire, la gente correva nella stalla e, porca miseria, lei era lì attaccata che succhiava, ma non facevi in tempo a vederla bene che era già scappata via come il lampo. Il suo rifugio era il Limbo…(“Storie di Masche di Roaschia” in “La masca Drola”, Chambra d’Òc)».
Un’eco plastica di questa stessa angoscia si ritrova a migliaia di chilometri di distanza, nell’affresco svedese di Albertus Pictor (ca. 1465) nella chiesa di Ösmo, che raffigura magistralmente il dramma del Furto del latte. Questa universalità del mito — dalle nostre vallate alpine fino alle distese boschive svedesi — ci ricorda che l’essere umano ha sempre cercato di dare un nome e un volto (quello ancestrale della “strega”) a ciò che sfuggiva alla spiegazione razionale. Non si tratta di una credenza isolata, limitata a nuclei di montanari considerati rozzi, bensì di un’espressione paneuropea, profonda e complessa, con cui l’uomo ha tentato di addomesticare l’ignoto e la sofferenza. Un mito che parla, in fondo, di noi tutti.

È affascinante notare come la Chiesa usasse questo mito, rappresentandolo accanto al Giudizio Universale, per controllare la superstizione dei fedeli. Era un modo per dire: “La tua mucca non produce latte? Non incolpare la strega vicina, affidati alla Provvidenza Divina”. Si trattava di un’ansia pastorale condivisa a ogni latitudine d’Europa, dalle pianure scandinave alle valli alpine.
Per difendersi da un’insicurezza così pervasiva, le genti di montagna non si affidavano solo alle preghiere, ma alla materia stessa che governava la sopravvivenza quotidiana: il ferro. Nel racconto, il protagonista neutralizza la masca estraendo un falcetto dal portafalcetto legato alla schiena. Ma era proprio il ferro degli attrezzi di lavoro e della vita domestica — che fossero i falcetti per tagliare l’erba, i coltelli per il formaggio o le forbici custodite in casa — a essere lo scudo apotropaico per eccellenza nelle Alpi. «Tagliare l’aria» con una lama o esibire un oggetto forgiato significava contrapporre la forza della presenza umana, del lavoro comune e della realtà concreta alle ombre selvatiche e ingannatrici della notte.
Questa necessità di protezione materiale e di confine simbolico trova una perfetta corrispondenza nelle memorie storiche dei nostri monti:
«Il vallone d’Arnas (Valle di Viù – n.d.r.) era percorso in lungo e in largo, in salita e in discesa, dalle masche seminatrici di trucchi malefici e responsabili di «botte» quale correlato fisico: pochi cacciatori di camosci lo frequentavano, ma soltanto dopo essersi premuniti di amuleti di ferro».
(Piercarlo Jorio, “L’immaginario popolare nelle leggende alpine“).
Nel calore del pòrti: dove la vita si faceva comunità
«…quella “civiltà d’altitudine” soggetta a progressivo declino, o addirittura alla scomparsa, di interi insediamenti, rappresentativi di un modo di costruire essenziale e autentico…»
(Laura Solero, Beni architettonici e ambientali in Val di Lanzo: Ala di Stura. L’architettura rurale montana delle borgate a mezzacosta).
Se proviamo ad accostarci alle vecchie borgate a mezzacosta di Ala di Stura con il passo lento di chi vuole comprendere prima ancora di guardare, ci accorgiamo che ogni singola pietra racconta una storia di fatiche e di silenzioso ingegno. Qui l’architettura tradizionale non rispondeva a un disegno accademico, ma alla necessità quotidiana e ancestrale di difendere la vita nei mesi in cui il gelo si faceva padrone, modellata interamente da un’economia agro-pastorale di sussistenza.
In questo microcosmo rurale, la tipica dimora permanente (la cä) — quella occupata tutto l’anno per “svernare” nei paesi di fondovalle o nelle grange a media quota — rivela una straordinaria intelligenza nella distribuzione degli spazi. Al piano terreno, l’edificio integrava la stalla, che in queste abitazioni stabili prende il nome di lo tet (mentre il termine porti definisce specificamente la stalla degli alpeggi estivi). Lo tet non era affatto un annesso secondario: ospitava i capi di bestiame (principalmente bovini, con ovini e caprini ricoverati insieme in zone appena distinte) ed era posizionato sempre al piano più basso e semi-interrato per facilitare l’accesso degli animali sul terreno scosceso.
Le spesse murature portanti in pietra rispondevano alla sola necessità di reggere il carico della neve e delle coperture, offrendo una prima barriera contro il gelo esterno. Le aperture erano ridotte a fessure minime per evitare ogni dispersione termica, costringendo chi vi lavorava a muoversi in una costante semioscurità. All’interno di lo tet, la pavimentazione poteva essere in terra battuta (frequente a quote più basse, dove si usavano lettiere di foglie e fieno) oppure in lastroni di pietra sagomati e inclinati per convogliare i liquami in un canale centrale; questo veniva lavato due volte al giorno per raccogliere il letame nel ciutè (la vasca di raccolta esterna) per la concimazione dei prati sottostanti. Nelle case più ricercate e di maggiori dimensioni, un piccolo locale di accesso detto anti-stalla, separato da un tavolato di legno, fungeva da vero e proprio filtro termico isolante.
L’intera struttura de la cä sfruttava una rigorosa distribuzione bioclimatica, studiata per ottimizzare il calore e isolare gli ambienti dal freddo e dall’umidità del versante montano:
· al piano terreno, sul fronte esposto, si trovava la cucina (la cà da feu), il vero cuore civile della casa dove si preparavano i cibi, si lavorava il latte e soggiornava la famiglia attorno al focolare rialzato in pietra (poi sostituito dal potagé in ghisa). Contro la roccia, sul retro, si ricavava la cantina (crota) per i formaggi, isolata dal terreno umido a monte tramite un’intercapedine fredda;

· al piano superiore, la camera da letto (lo jot) era collocata sul davanti, sopra la cucina, per beneficiare del calore che saliva dal focolare. Sul retro, verso il lato scosceso della montagna e sopra la crota, si sviluppava il fienile, che agiva come un formidabile isolante naturale contro la roccia fredda;
· a coronare il tutto, sotto la grande copertura in lose di pietra, si trovava il sottotetto (solé mort).
Questa sapiente disposizione confuta l’idea di una stalla-fienile verticale sovrapposta (dove il fienile sta direttamente sopra la stalla), una tipologia che Laura Solero documenta come decisamente non ricorrente in Val d’Ala. La casa tradizionale era invece un organismo integrato in cui gli spazi freddi e di servizio (la crota e il fienile posti sul retro contro la montagna) facevano da scudo termico ai locali vissuti (cà da feu e lo jot posti sul fronte soleggiato).
È in questa cornice che il calore umano e animale si fondevano. Durante i lunghi e severi mesi invernali, quando la legna da ardere per la cucina era una risorsa preziosa da centellinare con cura monastica, la stalla (lo tet) si trasformava nel baricentro della vita sociale della borgata. La vijà (la veglia) riuniva l’intera comunità al tepore dei corpi degli animali. Sotto la luce fioca delle lanterne, mentre gli uomini riparavano gli attrezzi e le donne filavano la lana, i gesti quotidiani si univano al racconto orale. Nel silenzio della notte alpina, le storie di masche, i segreti dei valichi e le memorie dei vecchi venivano tramandati ai più giovani, trasformando lo tet nel custode invisibile della memoria collettiva della Val d’Ala.
Tracce nella memoria: note di toponomastica locale
Il racconto ci porta alla scoperta di una toponomastica minuta e identitaria che sta progressivamente scomparendo dalle mappe moderne. Nei dintorni dei Cesaletti, luoghi come il Couloump o l’antico insediamento della Figera testimoniano come la memoria orale sia l’ultimo baluardo contro l’oblio cartografico.
Il Couloump e la toponomastica locale nei ricordi di nonna Lucina

Se la notte del carbonaio si tinge dei colori del mistero, il Couloump 1450 m si presenta oggi come uno splendido e pacifico scorcio boschivo, tinto dalle foglie autunnali. Si trova a pochi minuti di marcia prima dall’alpeggio di Pian Fè. Inserire questa foto non significa solo dare una coordinata geografica ravvisabile lungo il sentiero, ma testimoniare come la memoria orale di inizio secolo sia rimasta impressa nei micro-toponimi che ancora oggi calpestiamo durante le nostre escursioni.
Toponomastica catastale contro l’oblio: il caso della “Figera”
Se oggi si sfogliano le moderne mappe escursionistiche della Val d’Ala, questo nome non si trova più: è un perfetto esempio di come l’abbandono della montagna porti all’oblio cartografico. Tuttavia, la memoria storica di Nonna Lucina trova una straordinaria conferma scientifica nei documenti d’archivio: la località è chiaramente riportata come “Le Fugiere” nella mappa catastale storica della Regione Piemonte.

La mappa individua questo antico insediamento rurale posizionato a monte della frazione de I Ciasaletti (Cesaletti), separato da essa dal vallone del rio Malatrait. Riscoprire questi micro-toponimi attraverso i diari significa ridare dignità storica ed escursionistica a pascoli e ruderi che altrimenti rischierebbero di ridursi ad anonimi grumi di pietra tra i larici.
Prussello: il cuore antico di Ala di Stura
Nel racconto si cita il viaggio faticoso della brava vecchina che dalla Figera scende a piedi fino al Prusel, termine in patois locale per indicare il paese di Ala di Stura.
Come ricordano le ricerche storiche sul territorio, la frazione Prussello è a tutti gli effetti il nucleo originario e il “capoluogo” storico del paese. Anticamente denominata “Piano di Ala” fino alla fine del Cinquecento, la frazione assunse il nome di Perusèl o Prussello a partire dal XVII secolo. I documenti storici attestano la presenza di questa comunità stabile già nel 1310.

Camminare oggi tra le case di Prussello, dove hanno sede il Municipio e la Chiesa Parrocchiale, significa attraversare il baricentro storico della civiltà alpina della valle, che conobbe un grande sviluppo edilizio nella seconda metà dell’Ottocento con l’arrivo dei pionieri del turismo estivo montano.
Note
1 Màgna: termine piemontese e francoprovenzale per indicare la zia. Nelle comunità montane era un titolo d’affetto e rispetto esteso anche a figure autorevoli del villaggio (come Magna Spoùsa o Magna Deina).
2 Tcharbounéri: le piazzole dei carbonai. Piccoli terrazzamenti spianati nei boschi di faggio e larice dove si allestivano le cataste di legna da trasformare in carbone mediante combustione lenta. La terra scura ne conserva la traccia a distanza di secoli.
3 Fàouda: il grembo o la conca del grembiule rimboccato, usata tradizionalmente dalle donne di montagna per trasportare legna, erbe, piccoli frutti o per nascondere qualcosa alla vista.
4 Pòrti: stalla nell’alpeggio.
5 Ite, missa est: formula latina che compare a partire dal VII secolo come congedo rituale della messa romana. Sebbene nel suo significato originario sia stata variamente interpretata (come «l’adunanza è sciolta», «la preghiera è stata inviata a Dio» o «l’Eucaristia è stata inviata» agli assenti o ai malati, ecc.), è comunemente intesa come «la messa è finita». Nel racconto di Nonna Lucina segna la fine del tempo sospeso: pronunciata la formula, la visione notturna scompare perché l’anima del prete defunto ha completato il suo debito.
6 Garbìn: cesto cubico che si porta appoggiato sulle spalle, con un incavo per la testa; serve per trasportare erba, foglie, latticini, patate, letame, ecc.


Bello il contrasto fra quanto scritto da Carla Tabone, e il caos descritto in “ La carica dei 10.001” pubblicato il 2 febbraio 2025.
Mondi, tempi e civiltà distanti anni luce, gli uni dagli altri.