Soccorso Alpino, il volontario Enzo De Menech è entrato in servizio a Feltre nel 1971 e lascia dopo ben oltre 50 anni: «Elicottero e cellulari hanno cambiato tutto ma c’è chi chiama senza bisogno. Che rabbia i morti per imprudenza».
Enzo De Menech
di Dimitri Canello
(pubblicato su corrieredelveneto.corriere.it il 4 agosto 2026)
A 75 anni Enzo De Menech, per tutti Bubu, saluta l’attività operativa nel Soccorso alpino dopo ben oltre mezzo secolo di volontariato. Una carriera iniziata nel 1971, costellata da migliaia di ore dedicate agli altri, interventi spesso decisivi, spedizioni in tutto il mondo e un ruolo fondamentale nella formazione di intere generazioni di soccorritori. La Stazione di Feltre (Belluno) gli ha riservato sabato 25 luglio 2026 una grande festa a sorpresa, circondato dall’affetto di oltre cento persone. Emozionato, De Menech ripercorre il suo lungo cammino tra montagne, amicizie e soccorsi che gli hanno cambiato la vita.
Si aspettava una festa di questo tipo per il suo addio all’attività operativa?
«Qualcosa avevo intuito, ma non immaginavo una cosa così grande. Vedere tutta quella gente è stata un’emozione enorme. Sono volontario del Soccorso alpino dal 1971, sono 55 anni di servizio e in questo tempo ho visto passare tantissime persone. Evidentemente ho seminato bene, sia nella nostra provincia che in tutta la regione, e alla fine ho raccolto un affetto che mi riempie il cuore».
Più di mezzo secolo nel Soccorso alpino. Che cosa le lascia questa esperienza?
«Per me il servizio è sempre stato un gesto continuo di aiuto verso gli altri. La cosa più preziosa che mi porto dentro è la grande amicizia che ho ricevuto dal gruppo. Da solo non avrei potuto fare nulla. Se sono riuscito a fare tutto quello che ho fatto è grazie agli amici e a tutte le persone che mi hanno accompagnato in questi anni».
Lei è stato anche un grande alpinista e ha partecipato a spedizioni importanti.
«È vero, ho viaggiato tantissimo, anche se non mi è mai piaciuto pubblicizzare queste cose. Siamo stati tra i primi a esplorare il versante nord del K2 e sono arrivato a quote importanti. Però non ho mai dato troppo peso ai record o alle imprese personali. Preferisco che siano le persone a ricordare quello che hai fatto, senza bisogno di metterlo continuamente in mostra».
Quali sono i ricordi più forti dei tanti interventi effettuati?
«Ce ne sono alcuni davvero unici e particolari. Una volta il soccorso era completamente diverso rispetto a oggi. Gli interventi erano molto più complessi e impegnativi perché non avevamo gli strumenti attuali. L’elicottero ha cambiato profondamente il nostro modo di operare e ha semplificato tantissimo il lavoro».
Oggi però l’elicottero viene utilizzato anche per situazioni meno gravi.
«Purtroppo sì. A volte viene chiamato per persone che stanno bene ma che si spaventano e questo significa sprecare tempo e denaro. Ritengo giusto che in certi casi venga chiesta una tariffa per interventi che si sarebbero potuti evitare. Le risorse devono essere utilizzate con responsabilità».
Anche il cellulare ha rivoluzionato il soccorso in montagna?
«Assolutamente. È stata la prima grande rivoluzione e ci ha semplificato enormemente la vita, perché permette di localizzare le persone e di intervenire molto più rapidamente. Però ha anche un rovescio della medaglia: qualcuno chiama per qualsiasi cosa, anche quando non ce n’è bisogno. In certi casi questo uso sbagliato delle risorse ha fatto perdere tempo prezioso e, purtroppo, altre persone ci hanno rimesso la vita. In quei momenti ho provato una grande rabbia e un forte senso di impotenza».
Qual è il lato più duro del suo lavoro?
«Maledettamente quello che ho visto tante volte. Ho raccolto tanti morti e alcuni mi hanno lasciato una rabbia immensa perché, con un po’ più di prudenza e di attenzione, si sarebbero potuti salvare. La montagna è meravigliosa, ma è anche molto severa e va sempre rispettata».
Quali sono gli errori che si ripetono più spesso?
«Soprattutto calzature e abbigliamento inadeguati. C’è ancora troppa gente che affronta sentieri e montagne senza essere preparata. Anche una passeggiata che sembra semplice può diventare pericolosa se viene affrontata con superficialità».
C’è una ricompensa che le è rimasta più nel cuore?
«Le persone che abbiamo soccorso. Mi dispiace quando qualcuno si dimentica perfino di dire grazie, anche se per fortuna tanti lo fanno. Quel semplice “grazie” è sempre stata la ricompensa più grande per tutto quello che ho fatto in questi cinquantacinque anni».

