Il “cercare l’anima della foresta” in Dino Buzzati

Il “cercare l’anima della foresta” in Dino Buzzati
di Patrizia Dalla Rosa
(pubblicato in Parcopan, n. 4-2026)

Anche negli scritti giornalistici l’attenzione al pa­esaggio è fondamentale (e tale dovrebbe essere quella del suo lettore), poiché non entra mai con funzione meramente descrittiva (Buzzati detestava le descrizioni), bensì è là a rinviare ad altro, come vedremo. Questo scrittore ci ha abituati a una let­tura mai univoca delle sue parole, in apparenza così semplici, ogni elemento paesistico ha infatti valenza di metafora: ma metafora non scoperta, e invece enigmatica, complessa, e credo nemmeno impiegata intenzionalmente, ma piuttosto affiorante da una memoria dello scrittore, questa sì pulita e nitidissi­ma, di paesaggi-sentimento. Riconducente quindi a un sapere profondo.

Intanto è utile ricordare che immaginazione e de­notazione realistica degli elementi paesistici coesi­stono e ciò è peculiarità di Buzzati, poiché tratti del suo fantastico visionario derivano da conoscenza diretta e naturale. Dal paesaggio dei suoi luoghi na­tali e quello dolomitico in generale, ha tratto un’im­mensa capacità simbolica, quasi sottraendosi lo ha lasciato ‘parlare’ al lettore universale con eloquenza magnifica e potente: acque che scorrono inesorabili, quinte di montagne, lande che non hanno confi­ni, immense foreste, lassù lontanissimi. Luoghi che vanno visti, in sostanza, quali l’abc della sua opera. Poiché in questa sede il tema è la foresta, trovo ne­cessario eccettuare in partenza due approcci critici a mio parere fuorvianti: per Buzzati si è par­lato di francescanesi­mo, ma l’unico aspetto che li accomuna è l’amore per tutte le cre­ature. Si è anche visto, in lui, un ambientali­smo ante litteram. No, in realtà quello che Buzzati vorrebbe salvaguardare, prima che un ambiente naturale, è uno spazio mitico, poetico. Corretto, piuttosto, a mio parere, è affermare che Dino Buzzati si colloca agli antipodi dell’antropocentrismo.

Riserva di Somadida, Cadore

Fra­ternità di tutti gli elementi è intuizione che nasce nei suoi luoghi d’infanzia: fin da bambino sul greto del Piave dove accanto alla ‘solida’ roccia (i ciottoli bianchi e riarsi) l’acqua di un fiume scorre come lo fa il tempo. In un racconto si legge: «un piccolo ramo secondario del fiume correva tra i sassi gorgogliando; e nel grande silenzio della terra la sua voce aveva curiosi mutamenti […] era un lunghissi­mo racconto, una storia sonnolenta che veniva da lontananze immense». Lo immagino allora anelare, come un riparo, a qualcosa di permanente, a un pre-esistente eterno di cui sentiva nostalgia e che lui intuisce forse nella percezione di un’apparte­nenza a uno stesso mondo minerale: l’attinenza del corpo con l’acqua, ma perfino con le stesse montagne, anch’esse, in fondo, generate da misteriose energie, spinte alla superficie del mon­do a nascere con fatica, piegate in corrugamenti che parlano di sforzo di consolidamento e tentativo di permane­re. Quanto agli animali sono quasi onnipresen­ti nella pagina di Buz­zati. Nel Segreto del Bosco Vecchio entrano in dialogo col bambi­no, mediano tra lui e gli elementi della natu­ra. Lo scrittore, è stato notato, mette in dubbio tutta la tradizione occidentale relativa al gerarchico sfruttamento delle altre creature in rapporto alla su­periorità degli uomini. Per Buzzati animali e pian­te non sono esseri inferiori. Alla domanda «Cos’è per te un albero?», Buzzati risponde: «li vedo come delle creature, a loro modo… Sì: l’albero è come una persona».

Torno al tema della foresta. Della quale il nostro autore cerca l’anima, sente l’anima. I boschi, in Buz­zati, hanno infatti valenza di mito: non sono da intendersi quali territori liminari, bensì indicatori di un mondo a sé, ‘altro’, come l’alta montagna. Certamente il suo immaginario ha attinto anche a suggestioni da letture e/o raffigurazioni. Da giovanissimo, in Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare legge una tra­gedia in un bosco, una sel­va con rari alberi mostruosi. Forte, in particolare, è l’in­fluenza di Arthur Rackham, John Ruskin e Caspar David Friedrich. Tutto ciò sfo­cia nei primi componimenti inviati all’amico Artu­ro Brambilla, ad esempio Sararu infelice, La quer­cia nera in cui le strofe paiono perfette descrizioni dell’uragano Vaia.

Ma al di là di suggestioni let­terarie, come dicevo, foreste e boschi Buzzati li ha conosciuti e vissuti. Amati, soprattutto quando caratterizzati da selvatichezza. Descrivendo i bo­schi che dalla sua villa declinano verso il greto del Piave, confessa l’attrazione per il senso di mistero che gli incuteva quel luogo incolto, descritto come «mondo selvaggio», che ai suoi occhi diventa, pa­role sue, «la foresta vergine della mia infanzia». Nel suo frequentissimo peregrinare in valli dolomitiche per praticare l’alpinismo, Buzzati ha vissuto l’incanto di percorrere «interminabili e immensi boschi neri d’abete». Si cominci a notare l’uso dell’iperbole: tut­to, per condurlo al mistero, deve essere allontanato, reso illimitato. «Anche il Zoldo è bellissimo e nella parte inferiore solitarissimo con boschi cupi e colla valle strettissima…», e all’amico Brambilla nel 1931, mentre sta scrivendo Bàrnabo scrive in una lettera: «Nei boschi immensi di Misurina ho girato per in­teri quattro giorni, completamente solo…».

La Val Canali è da lui definita «piena di abeti e di crode selvagge, uno dei posti più romantici e solitari che abbia mai visto». Buzzati, che le montagne sognava, letteralmente, tutte le notti, durante la guerra dalla nave Trieste scrive all’amico: «Alle volte mi viene in mente un valloncello deserto sotto le pareti, e la neve che cade tra gli abeti e non c’è assolutamen­te nessuno». Tutti i corsivi fin qui da me adottati servono a sottolineare ciò che attrae Buzzati del­la foresta e ciò che mi conduce al fulcro del mio argomentare. I luoghi riconoscibili come dolomitici sulla sua pagina non sono luoghi di villeggiatura, di vuoti-vacanza, sono semmai vuoti di assordanti richiami al vero. Luoghi che risvegliano timore, ri­spetto, paura, devozione, contatto con l’autentico di noi. Illuminante, in proposito, quanto ha osservato lo zoologo Franco Perco: «il mistero è rischio, fa pau­ra». Non a caso, infatti, egli titola il suo saggio Fo­reste «disumane» per cervidi e provocatoriamente indica precise modalità attraverso le quali il bosco o foresta tornino ad essere luoghi di formazione, di rimessa in gioco di sé nel confronto con la Natu­ra. In Buzzati, infatti, l’entrata in relazione fisica sia con l’alta montagna che con la foresta ha il pote­re di trasportare fuori dal consorzio umano, fuori dai luoghi del vivere sociale, privi del riparo di sfere domestiche, dove la solitudine può mettere in contatto con parti buie ma anche divinamente ancestrali di noi.

Pineta in Val Cordevole. Foto: Gabriele Poloniato.

Il bosco, nella mitologia, è infatti luogo di iniziazio­ne, tradizionalmente riservato a celebrazioni e riti financo del sacro. Nella favola così è narrato: «La foresta più bella […], il cosiddetto (sic!) Bosco Vecchio, era stata completamente rispettata. Là c’erano gli alberi più antichi della zona, e forse del mondo. Da centinaia e centinaia d’anni non era stata tagliata neppure una pianta». Numerosi studi sono stati de­dicati a quest’opera, nella quale, è ben noto, centrale è la perdita della comprensione del linguaggio della natura man mano che ci si allontana dall’istintuale dell’infanzia. Non ne tratterò qui dal punto di vista critico, invito piuttosto a leggerla. Ma subito allerto: non si confonda mai l’immaginare di Buzzati con il banale concetto di “fuga nella fantasia”. Scriveva Claudio Toscani che per Buzzati il fantastico è in primo luogo «un inno all’infanzia; è uno spazio di libertà per il desiderio di capire mondi sconosciu­ti; è l’insistenza oltre il plausibile, oltre la realtà, la materia, la misura, verso scoperte che non sono della vista ma della visione, non del tatto ma della sensibilità».

Nel leggere Il segreto del Bosco Vecchio si può in ogni caso andare oltre la favola per bambini, e in­tenderla quale potente messa in guardia contro la smania di profitto, lo sfruttamento della foresta per denaro. La furia del vento Matteo non è stata forse liberata e messa al soldo del colonnello Procolo allo scopo di sfruttare la foresta per fini economi­ci? (tra i primi titoli scelti dall’autore c’erano stati II padrone del vento, e anche II patto con la fore­sta). E allora, dopo la sconvolgente distruzione delle foreste alpine dell’uragano Vaia, com’è ammissibile leggervi un monito! E l’invasione dei bruchi colo­nizzati dalle uova degli icneumoni creando crudele sofferenza al bosco non ricordano forse il bostrico? E ancora l’invenzione buzzatiana dei geni, numi tu­telari di ogni singolo albero non anticipa la scoperta dell’intelligenza delle piante? Suggestivi parallelismi, se si considera che la storia risale a quasi un secolo fa (il libro è del 1935).

Entriamo allora nello spazio protagonista del Segre­to del Bosco Vecchio: quello descritto in quest’opera offre immagini molto realistiche. Intanto sappiamo che è un bosco di conifere, il quale, nella realtà (lo sa chiunque lo abbia sperimentato), può assumere in particolari condizioni di luce «un colore nero». Come non ricordare, d’altronde, «le nere selve» del Carducci nell’ode Cadore.

Riserva di Somadida, Cadore

Nella fiaba buzzatiana troviamo descrizioni perfette della foresta dolomitica:
“Gli immensi abeti, piante imperiali cementate dai secoli, esilissimi fusti che non si capiva come po­tessero stare in piedi, le ombre, il rumore dei rami, i sentieri appena tracciati, le voci degli uccelli, l’odor di resina e di terra buona, le lontane inesplicabili grida che vagavano durante il giorno per i luoghi deserti, persino il maestoso silenzio…
Quell’odore intenso di abete, quei vapori pesanti di decomposizione vegetale…
Nelle selve veniva fuori un armonioso imposto di suoni…
la frattura di un ramo d’abete, le incursioni delle volpi nelle fattorie del fondovalle, la morte d’una lepre sepolta da una slavina, la comparsa di una nuova eco in un angolo di montagna”.

Ma, in questo ascolto «ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non compa­rabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito». Questa inaudita “cosa” esiste nella realtà, e pochissimi vorrebbero udire questo silenzio, perché l’inquietudine che ne deriverebbe è antica come il bosco stesso e ci riporterebbe a paure ancora più antiche. Tra «gli altissimi alberi [che] toglievano ogni visuale», «abeti […] impassibili come colonne di granito [con] poca luce che scen­deva dall’alto» io non solamente leggo la fiaba, ma, mentre avvallo l’esistenza di un paesaggio concreto ed esistente (le fitte foreste hanno realmente tetti che precludono la vista del cielo, o la permettono a sprazzi, tra fasce di luce che spiovono stupefacenti), nondimeno entro in un luogo-tempo disponibile a rivelarsi: l’«eterna voce della foresta nel suo potente respiro».

L’attuale tendenza a mappare i luoghi e apporre segnaletiche, l’ausilio di strumentazioni che non la­scino isolati fanno dell’attuale frequentatore di bo­schi un turista, magari un fungaiolo, o solamente un camminatore che li attraversi in quanto territori per cui accedere a rifugi o pareti da arrampicare. Interessante è allora il constatare affermazioni che trovano accoglienza nel saggio di uno zoologo, «ab­biamo tolto alla foresta il suo essere vero, la sua possibilità iniziatica». E ancora: l’«Animale Umano penetra nel bosco e cerca di modificarlo per le sue necessità. Rifiuta l’insicurezza e la complessità della foresta. Vuole ordine, sentieri puliti, cartelli, indica­zioni. Nulla lasciato al caso, tutti i misteri svelati. Specialmente se di grande vastità, il bosco-selva è infatti di per sé inquietante, per il suo risvegliare un ancestrale timore animale di cui conserviamo trac­cia». Si sperimenti il camminare in luoghi simili, di grandi spazi, solitudine, assenza di traccia umana, e si provi ad ascoltare, ad ascoltarsi.

Riserva di Somadida, Cadore

Ecco un punto fondamentale dell’atteggiamento buzzatiano: vi sono paesaggi che lo attirano perché riconducono indietro nel tempo: angoli misteriosi di campagna, con antiche dimore, capitelli, luoghi ‘romantici ‘dove si legge presenza umana nostal­gicamente ‘buona’; valloni grondanti mistero, cime frequentate solamente da cacciatori, luoghi persino ‘orridi’, dove si avverte traccia di remota presenza antropica, raccontano tutti di un passato umano. Af­fascinano Buzzati perché il ritorno all’indietro dilata il tempo e lo rende illimi­tato! Non è, la sua, mera nostalgia dell’infanzia! Ma corrisponde al bisogno di essere riportato al quel ‘sentire’ di allora, spalancato e intatto, di totale illimitatezza contro ogni limitatezza.

Il deserto immoto dell’alta montagna o i recessi più profondi della foresta creano nell’immaginario buzzatiano l’uscita dall’ordine temporale. Solamen­te così, in un vuoto di traccia umana sulla superficie del paesaggio, è possibile l’astrazione che trasporta nel senza tempo. È paesaggio che massimamente attrae, in quanto, anche se al contempo inquieta, ha in sé il vero ignoto e il totalmente autentico. In questo scrittore, che negli anni ha lasciato svanire il sogno di vivere in montagna, la contrapposizione tra un mondo borghese e uno selvatico-arcaico è for­tissima. In molti racconti egli si chiede chi è rima­sto a capire il linguaggio della natura e la risposta è che solo gli animali sanno, sanno prima. Buzzati sa anche che dove c’è silenzio, così come nei luoghi di montagna dove il vivere è duro, non è pos­sibile alcun infingimento, nemmeno con se stessi. È un silenzio che muove, se lo si vuole davvero, senza riparo e devotamente ad aprire la porta del mistero, a guardarci dentro, senza temere uno spazio-anima.

Perché, infine, in Buzzati questa ricerca dell’anima della foresta? Per poter ritrovare che cosa? Forse un pezzo di sé stesso, qualcosa di risvegliante insospettate nostalgie di uomo moderno; di alberi ‘altissimi’, sulla cui cima è possibile oltrepassare i cieli, di animali selvatici riconducenti all’anima primitiva; di calma e lentezza dimenticate; di mistero cui attingere, per fame di mistero… O forse chissà, in certi luoghi come la foresta torna a riaffiorare il tutto dimenticato e saputo come vero esistente.

More from Alessandro Gogna
Montagnini alle Eolie
Montagnini alle Eoliedi Giuliano Bosco Erano anni che volevo andare alle Eolie,...
Read More
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *