I centoquattordicenni del futuro. Una riflessione semiseria tra compilation, blefaro e Fantaghirò.
Perché vogliamo sembrare sempre più giovani
(e sempre più a lungo)
di Chiara Galeazzi
(pubblicato su d.repubblica.it il 5 settembre 2026)
Niente ti fa sentire più vecchio dell’industria musicale. Nel 2006, l’etichetta indipendente italiana Riotmaker pubblica la compilation A Medium Party, una traduzione letterale dall’italiano “festa delle medie”, con tanto di bicchieri di plastica con i nomi delle band scritti a pennarello in copertina. Il dato che fa meno impressione è 2006, perché alla fine i numeri, se non ci si concentra molto, si possono trattare come grafemi di un alfabeto sconosciuto e ignorarli (qualcuno direbbe “discalculia”, io dico “intolleranza alle cifre”). Invece dalle parole non si scappa, ad esempio: compilation. Avete sentito usare la parola compilation intesa come “raccolta di brani” per parlare di qualcosa successo dopo il 2010, senza nessun intento ironico o retro-nostalgico? Io no, se sento il termine compilation è quasi sempre accompagnato dall’espressione “del Festivalbar”, e sapete quando è stata l’ultima edizione del Festivalbar? Nel 2007, o come lo leggo io: buḍhī mahilā (“donna anziana” in nepalese, NdR).
Quella compilation conteneva Giorni vacanzieri degli Ex-Otago, una band genovese ancora in attività con un po’ di cambi di formazione. Non ha la struttura della classica canzone pop, ha un ritornello ripetuto più volte sull’andare in vacanza senza la fidanzata (“libertà a manetta / ma tu non sei qui”) in mezzo a due strofe: un rap sullo stesso tema e l’audio di una telefonata di cui sentiamo solo la voce di un lui (caricatura del milanese alla Dogui, ora diremmo “imbruttito”) che sta litigando con una fidanzata che gli dice di non andare in discoteca. La telefonata si chiude con lui inviperito: “Ho 35 anni, uè, son mica vecchio eh”. Ascoltavo quella canzone a 20 anni e ridacchiavo, “Che stupido! Ma certo che a 35 anni sei vecchio!”.

Invece, quando un mese fa questa canzone ha risuonato dal computer di uno dei responsabili della programmazione musicale della radio in cui lavoro, mi è venuto un colpo. Avevo già i miei problemi: mi trovavo a guardare turbata i colleghi ventenni, gente la cui giovinezza è equiparata a una competenza solo perché conoscono un qualche trend social (roba che sul mercato del lavoro odierno è equiparata a conoscere come accendere il fuoco nel pleistocene) quindi possono serenamente crogiolarsi del non avere idea di chi sia Prince o Romano Prodi, mentre io alla loro età mi sarei fatta uccidere pur di non ammettere che non conoscevo roba ben più oscura che appassionava “i grandi”. La frase in quella canzone era la botta finale: se il tizio della canzone a 35 anni era un vecchio, io a 39 cosa sono?
La prima cosa che mi verrebbe da dire è che sono ridicola, visto che sto scrivendo “39” anche se tra qualche mese compio 40 anni e sto qui attaccata ai decimali come alle corde di un ponte mobile sopra l’abisso. Abisso che ovviamente non esiste, semmai è un piano inclinato si spera il più lungo possibile verso l’inevitabile fine, a cui però mi sembra vogliamo tutti arrivare con un aspetto pazzesco, sembra che vogliamo farci dire dal Tristo Mietitore: “Scusa ci deve essere un errore, tu sei troppo giovane per seguirmi!” e noi entusiasti, “Ma no, ti giuro che ho 97 anni, ho solo fatto la biorivitalizzazione ogni tanto!”. Sarebbe troppo facile lagnarsi di filler e botox, quella ormai è roba da regalo della cresima. Il mio vero stupore è arrivato quando all’aumentare del numero delle mie conoscenze over 50, è aumentato vertiginosamente il numero di volte in cui sento nominare il termine “blefaroplastica”, che sono certa venga usata per motivi estetici visto che non è aumentato affatto il numero di volte in cui sento l’espressione “ptosi palpebrale”.
Guardo con una certa apprensione soprattutto agli uomini, di cui avevo sempre invidiato la serenità e la rilassatezza con cui potevano occuparsi del loro aspetto estetico e di conseguenza non curarsi del loro invecchiamento esteriore, che invece oggi nascondono gli anni dietro a muscoli messi su con pratiche sportive che sembrano provenire dai manuali di tortura degli inquisitori, barbe curate con goniometri, enormi anelli e braccialetti sotto i quali si formano chissà quante colonie batteriche. A quel punto l’unico modo per smascherarli è mettere una canzone uscita dopo il 2010 e aspettare che se ne lamentino furiosamente, con un po’ di fortuna li sentirete dire “Ai miei tempi” a ritmo con l’involontario scricchiolio di una spalla. Questa è l’industria musicale: il carbonio 14 dell’umanità.
Forse tra qualche decennio arriveremo a guardare con nostalgia i tradizionali servizi sulla persona più vecchia del mondo, in cui il giornalista si intrufola alla festa del centoquattordicesimo compleanno e chiede “Come si fa ad arrivare così alla sua età?”, e di solito “così” vuol dire come la pietra parlante di Fantaghirò. Il festeggiato risponde qualcosa del tipo “Io bevo vino a ogni pasto, colazione compresa, e da quando sono bambino uso solo lo strutto, anche per lavarmi”. I centoquattordicenni del futuro forse saranno così impegnati a nascondere la loro età da farsi diagnosticare demenze senili inesistenti (i geriatri costernati con i parenti del paziente, “I test vanno tutti bene, però continua a dire di avere 87 anni, è chiaramente fuori di testa”). Oppure i servizi si svolgeranno al traguardo finale di qualche IronMan che il festeggiato completerà in 37 ore, ovvero il tempo che ci hanno messo i volontari a ritrovarlo dopo essersi perso al primo chilometro della maratona, dicendo che è grazie alle proteine in polvere e agli elettroliti se è arrivato “così alla sua età” – “così” è sempre come la pietra di Fantaghirò, ma con le palpebre apertissime.

