di Sara Canali
Nel 2026 c’era bisogno di un documentario che raccontasse la spedizione chiusa ormai cinque anni fa alla riscoperta del Sentiero Italia da parte dei ragazzi di Va’ Sentiero? Assolutamente sì. E ora vi spieghiamo perché.
Abbiamo partecipato alla première del documentario che porta sul grande schermo l’incredibile viaggio di 7.887 chilometri attraverso le montagne italiane, dalle Alpi agli Appennini, fino alle Isole. E, nonostante avessimo scritto più volte dell’impresa sulle pagine di Outdoor Magazine, questo lungometraggio di circa 90 minuti è riuscito ancora una volta a farci emozionare.
Forse perché, per la prima volta, al centro del racconto non ci sono solo itinerari, montagne o gli abitanti delle terre alte, ma proprio loro, i ragazzi di Va’ Sentiero. E questo ci ha permesso di mettere un “volto” alle gambe che hanno percorso i sentieri dal confine con la Slovenia allo Stretto di Messina, agli occhi che hanno fotografato lo stato di salute delle montagne, alle voci che hanno narrato le storie degli altri.
Questo film chiude a suo modo un cerchio dove i protagonisti tornano a loro stessi, più grandi e consapevoli, capaci però di guardare con tenerezza i sogni di loro stessi ragazzi. E questo è vero per tutta la durata della proiezione, dove non viene nascosto nulla, ma si vivono, insieme ai protagonisti, le gioie e le difficoltà di un’Odissea durata tre anni e che ha attraversato imprevisti, cambi di programma e la sospensione imposta dalla pandemia.
Bello poi, per tutti noi appassionati di montagna, riconoscere nel documentario alcuni dei sentieri che anche noi abbiamo percorso e le vette che abbiamo raggiunto. Un susseguirsi di emozioni guidate da una voce narrante che, da buon Virgilio, ci ha accompagnati lungo tutto il tragitto.

Di cosa parla quindi il documentario?
Va’ Sentiero è un’associazione nata nel 2017 per riscoprire il Sentiero Italia e valorizzare le Terre Alte italiane in una traversata a piedi lungo l’itinerario a piedi più lungo del mondo. Al centro del film, sette giovani e un pensionato alla ricerca di una nuova strada e una spedizione che, fin dal principio, si è rivelata un progetto sociale, culturale e corale.
Possiamo quindi definire questo documentario come un road-movie a piedi che attraversa paesaggi, storie e identità diverse, restituendo un ritratto potente di un’Italia fragile e meravigliosa dove si ha a che fare con le conseguenze dello spopolamento e dell’isolamento, con gli effetti della crisi climatica, ma anche nuove forme di socialità, esperienze di rigenerazione territoriale e una biodiversità tanto straordinaria quanto esposta agli effetti della crisi climatica.
Durante la spedizione, poi, oltre 3.000 persone provenienti da 16 nazioni, soprattutto giovani, hanno camminato insieme al gruppo Va’ Sentiero, unendosi alla carovana per un giorno, una settimana o anche per mesi. E, una volta conclusa, è stata forte l’azione di restituzione da parte dei ragazzi del progetto, con una straordinaria serie di iniziative incentrate sul turismo lento e sulla valorizzazione delle terre alte, come una mostra fotografica, un libro, diversi gruppi di cammino fino al Va’ Sentiero Fest.
Diretto da Andrea Buonopane, con la co-regia di Emanuele Mercurio, scritto insieme ai co-fondatori Sara Furlanetto e Yuri Basilicò, questo film è il risultato di un’opera di selezione di immagini dall’archivio della spedizione, che contava qualcosa come 150 ore di girato.
La première del documentario, che si appresta a fare il suo tour in diversi cinema italiani, è avvenuta presso la Fondazione Italia Patria della Bellezza a Milano. Ed è lì che abbiamo incontrato i co-fondatori di Va’ Sentiero, Sara Furlanetto e Yuri Basilicò, a cui abbiamo posto alcune domande.
Il documentario arriva a distanza di anni dalla spedizione. Perché avete deciso di raccontare questa storia proprio adesso?
Sara: «È stata un’impresa nell’impresa, è stato un grande viaggio anche questo. Ogni cosa ha il suo tempo: c’è stato il tempo per far fiorire la mostra fotografica, per dare forma al libro e adesso è arrivato il tempo anche di far sbocciare questo film. Mettere mano a un archivio video è molto complesso. Andrea Buonopane, che è stato videomaker della spedizione e regista del film, si è trovato a gestire una mole immensa di file. Anche soltanto scavare nell’archivio e capire che cosa si ha a disposizione prende tanto tempo».
Quando avete girato le immagini, avevate già in mente l’idea di realizzare un documentario?
Yuri: «Sì, l’idea del documentario c’era un po’ fin dall’inizio, come c’erano tante altre idee. Andrea, il videomaker, si è unito a noi inizialmente con l’obiettivo di documentare il viaggio anche per i social e per tutta una serie di contenuti estemporanei destinati ai media partner. Però il grosso era: ok, un giorno faremo un documentario».
Com’è stato ritrovare quei ragazzi partiti quasi verso l’ignoto? Che cosa vi è rimasto di loro e che cosa direste oggi a quei ragazzi di otto anni fa?
Sara: «Mi rivedo con tenerezza e penso a quanto sono cresciuta, a quanto sono diventata anche donna, mi sento proprio un’altra persona. Ho perso magari tutta una buona dose di ingenuità, però è rimasto l’entusiasmo di essere in montagna, di fare progetti di trekking con le persone e con il team. Quella scintilla che è nata facendo la spedizione è rimasta ed è ancora bella viva».
Yuri, invece, che cosa diresti a quel ragazzo che eri e che ha scoperto che esisteva il Sentiero Italia?
Yuri: «Lo incoraggerei a mantenere viva la passione, che è stata un po’ per me, ma per tutti noi, il motore, la forza motrice. È stato un viaggio per l’Italia, ma anche un viaggio dentro di noi e dentro il Paese Italia. Adesso sappiamo di aver fatto un sacco di errori, commesso un sacco di ingenuità. Per alcune cose, a ripensarci, provo quasi pudore. Però è anche vero che quando non si sbaglia, difficilmente si apprendono certe lezioni».
Oggi Va’ Sentiero è diventato, in un certo senso, un brand riconosciuto. Ma dietro al progetto ci sono persone che hanno fatto fatica, preso pioggia e neve, vissuto un’esperienza reale. Il documentario restituisce centralità anche a chi ha fatto il viaggio, dopo che la mostra fotografica e il libro avevano messo soprattutto al centro il territorio. È anche una forma di restituzione personale?
Sara: «Sicuramente è un film che vuole anche il viaggio e chi, come noi, lo ha fatto. Da questo punto di vista, per noi il film è stato anche una piccola catarsi rispetto a quello che il viaggio è stato. Forse per tanto tempo abbiamo avuto paura di mostrarci troppo, perché non ci interessava che fossero le persone, il team, il centro dell’attenzione. Però è bello avere una restituzione e dire che, al di là di un brand, ci sono delle persone che quel viaggio l’hanno fatto davvero».
All’inizio del trailer dite che eravate persi. La montagna, il percorso, il viaggio e il cammino vi hanno dato una direzione? Può essere un suggerimento anche per quei ragazzi che oggi non sanno bene quale sarà il loro futuro?
Yuri: «È una risposta estremamente personale, però per me direi assolutamente sì. Avevo trent’anni e in quel momento ero perso, non avevo una direzione chiara. A livello esistenziale, Va’ Sentiero è stato una direzione senza una rotta precisa o uno scopo finale chiaro. Però, intanto, è come dire: ok, per di qua si può andare. E poi si va a esplorare».
La montagna può essere anche uno strumento per ritrovare se stessi?
Sara: «Assolutamente. Andare in montagna, camminare, penso che, se lo vivi riflettendo sul significato dei tuoi passi, su come stai vivendo l’esperienza e su come la stai approcciando, possa darti tanti insegnamenti, anche più ampi sulla tua vita».
Quando avete finito la spedizione, avevate già un’idea di quello che sarebbe venuto dopo?
Yuri: «Noi non avevamo un business plan, avevamo delle idee, ma non avevamo neanche il tempo di pensare a un business plan. Partire per la spedizione ci sembrava un miraggio. Nel film questo emerge un po’. Quando abbiamo finito la spedizione, c’era contentezza, però c’erano anche tante domande. Ma anche questa è vita. Bisogna per forza avere l’assillo di sapere dove condurrà una strada? È importante sapere dove non si vuole andare, in primis. Bisogna avere, da una parte, un po’ di coraggio e, dall’altra, accettare che le strade sono posti in cui si scoprono le cose percorrendole».
Nel tempo avete creato una comunità attraverso eventi, percorsi e, quest’anno, il festival. Come sono cambiate le persone che vi seguono? E com’è cambiato il mondo dei cammini rispetto al vostro approccio iniziale?
Sara: «La partecipazione c’è sempre stata, è abbastanza costante, e l’entusiasmo è in crescita continua. Una conferma che riceviamo continuamente è che è bello essere online, ma bisogna trovarsi fuori. La gente ha voglia di incontrarsi sul sentiero. La community forse sta abbassando un po’ la media dell’età, però la voglia è sempre la stessa, così come le motivazioni che spingono le persone a unirsi».
Quali sono queste motivazioni?
Yuri: «In primis, una buona dose di disagio interiore. Che cosa ti serve dalla montagna? Capirti, relazionarti con gli altri e con la natura, stare meglio. E poi c’è la ricerca di relazione, con l’altro».

