Cento anni di natura protetta

Nel 2022 il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise festeggia un secolo di storia, insieme al Parco Nazionale Gran Paradiso. Il suo direttore Luciano Sammarone ci ha raccontato molte cose, tra cui come è nato il concetto moderno di tutela ambientale e di conservazione della natura proprio in quest’area protetta.

Cento anni di natura protetta
di Claudia Reali
(pubblicato su piemonteparchi.it l’11 aprile 2022

All’inizio dell’Alta Valle del Sangro, a 1167 metri di altitudine, sorge il borgo di Pescasseroli (AQ), cinto da monti e faggete che vantano oltre cinquecento anni di età. È conosciuto soprattutto per due motivi: l’aver dato i natali al famoso filosofo Benedetto Croce e perché, al suo ingresso, troneggia la cosiddetta “Fontana San Rocco” o “Fontana degli Orsi”, che conserva un’iscrizione storica: “Il Parco nazionale d’Abruzzo sorto per la protezione delle silvane bellezze e dei tesori della natura qui inaugurato il IX Sett. MCMXXIIIl”. È la testimonianza che il 9 settembre del 1922, per iniziativa di un Direttorio Provvisorio presieduto dall’onorevole Erminio Sipari, parlamentare locale e uomo progressista dalle larghe vedute, un’area di 12mila ettari ricadente nei comuni di Opi, Bisegna, Civitella Alfedena, Gioia de’ Marsi, Lecce dei Marsi, Pescasseroli e Villavallelonga, insieme a una zona marginale di 40mila ettari, divennero il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Foto: Angelina Iannarelli – Archivio PNALM

Cento anni di storia dunque, o quasi. Perché la data ufficiale dell’istituzione dell’area protetta, per regio decreto, è l’11 gennaio 1923. Formalmente il primo Parco Nazionale italiano a nascere sarebbe invece quello del Gran Paradiso, risalente al 3 dicembre 1922.

L’anno del giubileo dei Parchi
«La diatriba è sulla carta. In realtà quest’anno i due parchi celebreranno insieme il centenario», racconta Luciano Sammarone, direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, colonnello (in aspettativa) dei Carabinieri Forestali. «Abbiamo una visione comune di come si debba vivere questo anniversario, cioè come un’occasione per rilanciare il sistema delle aree protette in Italia, partendo proprio dalla storia e dalle conquiste dei due parchi storici. Il ricco calendario celebrativo verrà inaugurato da un evento a Roma il 22, 23 e 24 aprile e da un convegno dal titolo Cento anni di conservazione della natura. Buone pratiche e criticità. Si parlerà di tutte le aree protette, anche dei parchi regionali, delle riserve naturali statali e delle aree marine protette. Del loro presente e soprattutto del loro futuro. L’idea è quella di vivere una sorta di “anno del giubileo”, in cui aprire le “porte” dei parchi per condividere analisi, progetti, manifestazioni, esperienze. Poi il tutto si chiuderà nel 2023 con un altro convegno, dove verrà sottoscritta dai soggetti coinvolti un’agenda con gli obiettivi per il prossimo decennio».

Una strategia lungimirante
Oggi i Parchi nazionali italiani sono ventiquattro e coprono una superficie pari al 5% di quella complessiva, ossia circa un milione e mezzo di ettari tra terra e mari. «Nei primi anni del Novecento», continua Sammarone, «l’idea di istituire un’area protetta era assolutamente pionieristica. Erminio Sipari, che divenne primo Presidente del Parco, improntò il suo modello organizzativo sull’intreccio tra tutela dell’ambiente e sviluppo dell’economia locale, partendo da una cosa apparentemente semplice come costruire un forno per la panificazione comune. Abbiamo trovato traccia di questo episodio e di moltissimi altri lavorando sull’archivio dell’area protetta, da cui è nato il Museo Storico del Parco, inaugurato a febbraio di quest’anno presso le ex scuderie Sipari di Pescasseroli».

La nascita dell’ambientalismo
Nel Parco d’Abruzzo è nata la cultura della tutela e della conservazione della natura in Italia. Qui si sono fatte tante lotte che hanno segnato la storia dell’ambientalismo. Negli anni Settanta, per esempio, il lupo, che in quei tempi era considerato animale nocivo e quindi perseguitato, braccato e ucciso, è stato salvato dall’estinzione dall’Operazione San Francesco, da cui derivò la legge di salvaguardia verso la specie. Qualche anno più tardi l’Operazione 2000x2000x2000, anch’essa ideata e realizzata dal Parco, si concentrò sulla reintroduzione del camoscio d’Abruzzo sulle principali cime dell’Appennino centrale: oggi questo splendido ungulato ha praticamente riconquistato i territori da cui era scomparso. «Resta ancora critica invece la situazione dell’orso marsicano, ma per le caratteristiche insite alla specie stessa. Rispetto al lupo e agli ungulati, non fa grandi numeri a livello riproduttivo e soprattutto ha bisogno di enormi spazi, che l’uomo gli ha progressivamente sottratto», sottolinea Sammarone.

L’orso marsicano è l’animale simbolo del Parco d’Abruzzo. Si tratta di una sottospecie differenziata geneticamente dagli orsi delle Alpi e dunque rappresenta un endemismo esclusivo dell’Italia centrale. Rientra nella lista delle specie cosiddette “ombrello”, la cui tutela può assicurare di riflesso la sopravvivenza di molte altre specie. «In questo periodo stiamo vivendo la vicenda di Juan Carrito, un orso molto, troppo, confidente e condizionato che ha iniziato a frequentare Roccaraso, cibandosi dei rifiuti abbandonati nei cassonetti. È arrivato anche a sfondare una finestra di una pasticceria del paese per cibarsi dei biscotti! È stato quindi confinato nell’area faunistica di Palena e poi liberato nel Parco della Majella, ma dopo 17 giorni è tornato a farsi vedere a Roccaraso. Come Parco ci siamo prodigati a sollecitare i soggetti territoriali coinvolti, in gran parte esterni all’area protetta, per far diventare il contesto ambientale più a misura di orso, senza fonti di cibo di facile accesso. La salvezza dell’orso bruno marsicano sta nel senso di responsabilità e di condivisione dell’operato del Sistema, cioè di tutti gli enti coinvolti, nella valutazione e nell’analisi delle situazioni e delle criticità incontrate, e ovviamente nei comportamenti responsabili dei singoli cittadini», racconta Sammarone.

Cento di questi anni
D’altra parte la relazione con la comunità è sempre stata importante nell’evoluzione del Parco, che ha contribuito fortemente allo sviluppo dei borghi che si trovano nel suo territorio e ha coinvolto la popolazione in progetti ambientali e turistici. «La conservazione premia. I turisti vengono qui ammaliati dalla bellezza, dalla natura, dalla possibilità di scoprire la sua fauna ricchissima. Ma non sempre le cose sono semplici. I moderni fruitori del Parco fanno fatica a rispettare le regole. Vogliono andare ovunque, toccare gli animali, fare foto, ecc. Ma è bene ricordare che lo sviluppo è sostenibile se ci sono dei limiti. Il principio guida deve essere quello della precauzione». E se oggi è possibile festeggiare un secolo di storia del Parco (e della conservazione della Natura in Italia in generale) è proprio per il rispetto assoluto verso l’ambiente che qui viene divulgato e messo in pratica, giorno per giorno. Tanti auguri e… altri cento di questi anni!

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