La Fondazione Giovanni Angelini è più un partner scientifico e culturale che semplice ente finanziatore. Il suo Statuto la configura infatti come centro di ricerca e formazione sulla montagna e prevede esplicitamente collaborazioni, convegni, pubblicazioni e borse di studio.
L’eredità di Giovanni Angelini
di Ester Cason Angelini *
(pubblicato su In Alto, n. 105)
Quando Alessandra Beltrame, che ringrazio, mi ha chiesto di scrivere due righe sulla Fondazione Giovanni Angelini per In Alto, la storica rivista della SAF, mi sono rallegrata perché ciò mi ha permesso di risalire alle origini della Fondazione e al rapporto stretto tra il fondatore, Giovanni Angelini (nato e vissuto a Udine nella giovinezza) e la Società Alpina Friulana. Riporto per intero, con qualche commozione, quanto il compianto presidente Enrico Brisighelli scriveva nell’introduzione agli Atti del convegno di Rete Montagna “Next generation Mountains. Le nuove generazioni nelle montagne del futuro prossimo”, presentati a Udine dall’amico Umberto Sello il 2 aprile 2026:
“Alla Società Alpina Friulana con affetto”. Cosi Giovanni Angelini dedica il monumentale volume Civetta per le vie del passato nell’autunno 1976 [uscito nel 1977, riedito nel 2009]. Siamo all’indomani dello spaventoso terremoto del Friuli, che fece mille morti. Una dedica “che è scaturita istintiva” – scrive – e che “chi avrà voglia di leggere troverà giustificata da fatti e personaggi molteplici di prim’ordine”. Il libro, spiega, “è stato messo insieme in un tempo desolato per il Friuli, ed inoltre dopo un lutto fraterno”. Ci aggiunge un preciso ricordo d’infanzia. “Noi siamo nati e cresciuti a Udine” esordisce. “In città, sulla strada della piazza, nostra madre aveva spesso di che fermarsi sul limitare di un negozio, dove stava uno smilzo distinto signore che a noi pareva vecchierello: intervenivano convenevoli e lunghi discorsi sui monti, a nulla serviva tirare la lunga gonna, eppure nostra madre non aveva niente da comprare in quel negozio, che era di oreficeria. Quel distinto signore col pizzetto, che poi invece non invecchiava mai, si chiamava Arturo Ferrucci: era una persona importante e la sua famiglia si chiamava la Società Alpina Friulana. Molti anni dopo egli era ancora un grande sostegno della biblioteca e gli tremava la voce quando un libro non si trovava al suo posto…“.
Brisighelli così concludeva:
“Giovanni Angelini, ispiratore e mentore della prestigiosa, omonima Fondazione, dice di aver ricevuto esempio da uno dei nostri più illuminati e devoti soci che tanto ha fatto e lasciato per il bene della SAF“.
Scopriamo dunque che la madre di Giovanni, Caterina Panciera Besarel, bellunese della Val di Zoldo (1867-1946), frequentava la biblioteca della SAF, essendo anch’ella alpinista ai primordi e appassionata di montagna; di lavoro Caterina faceva la scultrice su legno nell’atelier del padre Valentino, a Venezia, e nel 1901, dopo il matrimonio con Corradino Angelini, si era trasferita ad Udine.
Le belle parole di Brisighelli mi permettono di spiegare come la Fondazione nasca da una biblioteca: si tratta di una biblioteca privata di montagna, una raccolta di libri antichi e moderni, carte geografiche, acquerelli e stampe che Giovanni Angelini, medico illustre, alpinista, accademico del CAI e scrittore, ha donato alla Città di Belluno perché fosse il nucleo base di un Istituto di studi alpini e sostegno di coloro che vivono in montagna. Su questo fondamento la famiglia Angelini, il Comune di Belluno e l’Università di Padova hanno costituito nel 1991 la Fondazione, con sede nel palazzo storico del Monte di Pietà, dato in uso dalla stessa Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno, ora Fondazione Cariverona. Oltre alla collezione personale di Giovanni Angelini (circa 3800 pezzi tra volumi, estratti in lingue diverse e prime edizioni, mappe e carte geografiche antiche, stampe, incisioni e acquerelli del XIX secolo e fotografie), la biblioteca si è arricchita nel tempo di un archivio e di una “sezione moderna” che comprende ad oggi circa 30.000 libri suddivisi in sezioni tematiche, oltre a una “sezione donazioni”, costituita di fondi librari, cartografici e fotografici di alpinisti e studiosi che spaziano dall’ambiente alla geografia, geologia e geomorfologia del territorio, dall’idraulica montana all’archeologia e all’etnografia, dalla linguistica alla storia dei boschi, dei mestieri e dell’alpinismo (vedi https://www.angelini-fondazione.it/).
Tra le varie donazioni, mi piace ricordare quella di Severino Casata pervenuta in faldoni di manoscritti dalla sorella Leila, tramite l’amico Italo Zandonella, e la donazione della coppia Gino Buscaini e Silvia Metzeltin, ben nota alla Società Alpina Friulana, con una sezione preziosa di Alpinismo femminile, che riflette anche lo spirito di Giovanni Angelini, di cui vorrei sottolineare l’attenzione alle donne di montagna in generale e al ruolo delle prime alpiniste, raffigurate nei vari scritti, ad iniziare dalle prime salite al Pelmo (tra le quali annoverava la madre) o alla Civetta, anche solo nella funzione di semplici portatrici.
La madre proveniva dalla stirpe degli scultori Panciera Besarel di Zoldo e, attraverso i materiali da lei conservati, Giovanni Angelini ha potuto radunare carteggi e documenti vari relativi allo scultore Valentino Panciera Besarel di Zoldo (suo nonno), che operò a Venezia nella seconda metà dell’Ottocento aprendo uno stabilimento con molti allievi sul Canal Grande e facendosi conoscere in tutto il mondo; il “fondo Besarel” con manoscritti, disegni e schizzi di opere d’arte e di arredi è stato oggetto di catalogazione, di mostre e pubblicazioni che hanno consentito di aprire lo sguardo su altri artisti o artigiani lignei del passato o contemporanei delle vallate di montagna, molto presenti nella tradizione friulana: un filone di ricerca e attività nel campo dei beni artistici e architettonici che la Fondazione Angelini porta avanti tuttora con attenzione all’arco alpino.
La Fondazione è anche Centro Studi sulla Montagna, dato che, come recita l’articolo 2 dello Statuto, ha per scopi la promozione e lo sviluppo della ricerca scientifica e della formazione culturale sulla montagna, intesa come ambiente geografico, geologico, naturalistico, alpinistico, antropologico, archeologico, linguistico, artistico, economico; la valorizzazione e la salvaguardia dell’ambiente montano. E per le attività scientifiche si avvale del rapporto stretto con l’Università di Padova, il cui rettore pro-tempore è presidente del Consiglio Scientifico della Fondazione; dello stesso Consiglio fanno parte alcuni docenti nelle diverse discipline citate nello Statuto e docenti di università straniere dell’arco alpino; proprio per aprirsi all’intero arco alpino secondo i criteri della Convenzione delle Alpi, la Fondazione ha creato nel 2000, per impulso di Andrea Angelini e Paul Guichonnet, l’associazione internazionale Rete Montagna (https://alpinenetwork.org/), di cui funge da segreteria, che ha visto in prima linea come soci la stessa Società Alpina Friulana e l’Università di Udine, tramite alcuni autorevoli esponenti di entrambe le istituzioni. La Fondazione è anche casa editrice e i numerosi volumi prodotti possono essere consultati e ordinati on line.

Quali attività svolge la Fondazione?
Le attività sono molteplici e in settori diversissimi dell’universo montagna, alcune in collaborazione con la stessa Società Alpina e con l’Università di Udine per convegni e mostre, come il convegno sopra citato “Next generation Mountains”, co-organizzato con cura da Sebastiano Parmegiani a nome della SAF, a Malborghetto nel giugno 2023 (Atti a cura di Mauro Pascolini), ma anche il bel volume coordinato da Andrea Angelini nel 1996 e ora esaurito sul paesaggio e l’architettura di montagna Insediamenti alpini nelle Dolomiti, in Carnia e nei territori Walser, con contributi di Francesco Micelli e Sergio Zilli, insieme a Luigi Zanzi e Lidia Rui.
Nel campo della formazione, un’attività che contraddistingue la Fondazione da trent’anni è il Corso itinerante di Geografia di tre giorni per insegnanti, guide, formatori CAI e tecnici degli Enti locali, che permette di esplorare e conoscere il territorio montano dal vivo con la compresenza di docenti di diverse discipline, sotto la guida di Giovanni Battista Pellegrini, geomorfologo dell’Università di Padova, e dal 2021 di Benedetta Castiglioni, geografa del paesaggio alla stessa università; da alcuni anni il Corso si svolge in accordo con la Fondazione Dolomiti UNESCO sui nove sistemi o parte di essi riconosciuti come patrimonio mondiale, a cominciare dal n. 1, “Pelmo e Croda da Lago”, indagato nel 2011. Ciascun Corso viene accompagnato da una dispensa per gli iscritti, un volume in realtà, piuttosto consistente con illustrazioni e i contenuti principali del corso. Magistrale è a tale proposito la sintesi operata sul Vallone Bellunese, che ha visto il succedersi di numerosi corsi di formazione, dal titolo “Geomorfologia del territorio bellunese negli scritti di Giovanni Battista Pellegrini” pubblicata dalla Fondazione nel 2018. La formazione entra anche direttamente nelle scuole, rivolgendosi non solo agli insegnanti ma anche alle classi, in particolare della Primaria e Secondaria di 1° grado della Provincia di Belluno, attraverso il progetto “Io vivo qui”, con la stessa Fondazione Dolomiti Unesco, un progetto che intende accompagnare gli studenti a conoscere a fondo l’ambiente in cui vivono e la comunità di appartenenza, misurandosi anche come cittadini attivi delle piccole comunità di montagna.
Un’altra attività che caratterizza la Fondazione dalle origini, in tal caso nel settore linguistico, è la ricerca e raccolta degli “Oronimi Bellunesi”, ossia dei nomi di montagna a partire dalle vallate e dalle pendici delle montagne bellunesi (anche oltre i confini provinciali), al di sopra degli abitati, che vengono “salvati” tramite le testimonianze orali degli anziani conoscitori dei luoghi, con la corretta denominazione dialettale e collocazione su carta topografica, e consegnati alle giovani generazioni; sono per lo più micro-toponimi, nomi di singoli prati, pascoli, pianori, torrenti, scoscendimenti che vengono percorsi dai rilevatori, per lo più soci CAI in grado di risalire i fianchi dei monti o percorrere i valloni a strapiombo, nomi di luoghi che erano oggetto di sfalcio o pascolo nel tempo passato. La ricerca prevede la descrizione delle caratteristiche di questi oggetti geografici e le loro eventuali attestazioni in documenti d’archivio e/o in mappe e carte topografiche così da permettere al linguista di spiegarne l’etimologia. Dell’ampia ricerca degli Oronimi Bellunesi sono usciti finora 12 Quaderni scientifici, sotto la guida del glottologo Giovanni Battista Pellegrini (1921-2007) e, dopo la morte del professore, degli allievi/e della “scuola padovana”, in particolare Maria Teresa Vigolo e Paola Barbierato, l’ultimo dei quali dedicato al gruppo dell’Antelao, mentre il n.13 in corso di preparazione riguarda i gruppi Molazza e San Sebastiano-Tàmer (ma rammento in questa sede anche il volume n. 11 dedicato alle confinanti Prealpi Carniche, “Dolada, Col Mat e Col Nudo”, e il n. 5 dedicato a “Sappada: la Monte e la Valle di Sesis”).
Molti corsi di formazione sono di carattere professionale: cito per esempio il Corso su “I fenomeni dell’idraulica impulsiva in montagna” di 16 ore coordinato a Longarone da Luigi D’Alpaos in collaborazione col Dipartimento IGEA dell’Università di Padova e l’Ordine degli Ingegneri di Belluno o il Corso di formazione dedicato ai geologi e dottori forestali al Centro per l’Ambiente alpino di San Vito di Cadore, senza dimenticare le giornate di ricerca e formazione coordinate da Davide Pettenella, subito all’indomani della tempesta Vaia nel 2019. Ai fenomeni della tempesta Vaia ma anche alle “Ferite del paesaggio dalla Grande Guerra a Vaia: promuovere resilienza e sviluppo sostenibile” sono state dedicate mostre e giornate di riflessione interdisciplinare, con i conseguenti progetti dedicati alla formazione dei giovani alla ricerca di un equilibrio tra tutela ambientale e sviluppo economico. Cito a tale proposito, per la metodologia che lo contraddistingue, il progetto sostenuto da Fondazione Cariverona che si protrae ancora oggi, con l’esperienza recente della scoperta dei boschi di larice di Zoldo e dell’unica segheria locale che ne valorizza il legno a scopi sia costruttivi che artistici da parte di classi dell’Istituto Agrario e Forestale di Feltre. Il titolo è “Rigenera Montagna. L’uso delle risorse e il significato dei luoghi attraverso lo sguardo delle nuove generazioni”; imperniato sulla scoperta e valorizzazione della biodiversità in vallate marginali e sul controllo e uso delle risorse idriche specie nelle situazioni pericolose di confluenza dei torrenti, vede protagonisti adolescenti di alcune scuole superiori aiutati da formatori (universitari e non, anch’essi giovani) in un percorso di conoscenza e di responsabilità intesa come risposta attiva (responseable) nei confronti dell’ambiente e con rielaborazioni creative da parte dei ragazzi molto interessanti (per dettagli: le pagine dedicate nel sito); gli studenti sono stati chiamati ad acquisire e rielaborare dati specialistici basati sui saperi esperti (dei formatori), immergendosi in natura o partecipando a laboratori aziendali di trasformazione delle erbe medicinali, e contribuendo a creare nuove visioni del territorio in veste di agenti del cambiamento; hanno sperimentato nei prati di Seren del Grappa il taglio con la falce fienaia, raffilatura e la battitura della lama, comprendendo come la biodiversità vegetale e animale siano in forte interrelazione con salute e qualità della vita degli abitanti, in uno stesso ecosistema; hanno imparato dunque a falciare i prati secondo i metodi tradizionali, supportati dagli anziani del luogo, in qualità di maestri, o ad estirpare il veratro per permettere la crescita dei narcisi sui prati di media montagna. E sono rimasti entusiasti dell’esperienza vissuta.
Altri corsi di formazione per professionisti organizzati con l’Università di Padova, in tal caso il Dipartimento di Medicina, sono rivolti a medici e operatori sanitari; il primo svoltosi all’ULSS1 Dolomiti nel giugno di quest’anno era intitolato MOVE-H: Montagna, prevenzione, esercizio fisico e salute, col patrocinio della Società Italiana di Medicina di Montagna, avendo come coordinatore Andrea Ermolao (Medicina dello sport e dell’Esercizio-Consiglio Scientifico Fondazione Angelini). Il corso era focalizzato sul ruolo dell’esercizio fisico in ambiente montano e più in generale in ambiente naturale, analizzandone i benefici per il benessere generale e i potenziali rischi (Ermolao), ma anche sull’importanza della preparazione fisica per le attività di montagna (Durigon), mentre altri prestavano attenzione al medico di medicina generale che opera in montagna, ad esempio in una provincia dispersiva come quella di Belluno (Strapazzon). Sono state poi fornite conoscenze di base sugli adattamenti dell’organismo all’ipossia e all’altitudine, tenendo conto delle diverse fasce d’età e della presenza di eventuali patologie croniche (cardiopatie, patologie polmonari, metaboliche, etc.) e illustrate quali precauzioni adottare per prevenire infortuni o eventi avversi in montagna, mentre il responsabile della Prevenzione dell’ULSS1 ha offerto un quadro dettagliato dei punti di forza – insieme alle criticità – del vivere in montagna riferito alla popolazione bellunese, su base scientifica, così da incoraggiare la prospettiva di giovani medici e specializzandi a immergersi nella natura e tra le montagne stupende della provincia di Belluno. Questo tipo di corsi di formazione, che si inseriscono nel programma “Orizzonte Montagna” dell’Università di Padova e della Fondazione, con rilascio di microcredenziali, sono una novità per la Fondazione e ci si augura che possano avere continuazione nel futuro, magari in collaborazione con la Società Alpina Friulana!
Ester Cason Angelini * è stata insegnante di Lettere, con predilezione per l’educazione linguistica e la geografia, ha pubblicato ricerche di storia locale con il Centro di documentazione per la Cultura Popolare di Feltre e con Giovanni Angelini studi su Valentino Panciera Besarel; è iscritta al CAI Val di Zoldo e al CAI di Fiume; dal 1991 si è dedicata col marito Andrea Angelini alla conduzione della Fondazione Angelini, di cui dal 2004 è consigliere delegato.
La Fondazione Giovanni Angelini
a cura della Redazione
La Fondazione Giovanni Angelini – Centro Studi sulla Montagna, con sede a Belluno, è un ente senza scopo di lucro nato nel 1991 dall’incontro tra la volontà di Giovanni Angelini, il Comune di Belluno, l’Università degli Studi di Padova e la famiglia Angelini. Alla sua origine c’è la raccolta personale di libri antichi, carte geografiche, immagini, documenti e materiali sulla montagna che Giovanni Angelini, medico, alpinista, scrittore e accademico del Club Alpino Italiano, aveva costituito nel corso della sua vita. L’obiettivo era creare un centro di studi capace non soltanto di approfondire scientificamente la montagna, ma anche di contribuire alla vita e al futuro delle popolazioni che la abitano.
Negli intenti la Fondazione interpreta la montagna come un sistema complesso, che non può essere studiato attraverso una sola disciplina. Il suo statuto indica infatti come ambiti di interesse la geografia, la geologia, le scienze naturali, l’alpinismo, l’antropologia, la linguistica, l’arte e l’economia. A questa attività di ricerca si affianca l’obiettivo della valorizzazione e della salvaguardia dell’ambiente montano. Dunque, conoscere la montagna per poterla rispettare, tutelare e vivere in modo consapevole: la cultura e la ricerca sono quindi considerate strumenti concreti per affrontare i problemi delle aree alpine.
La Fondazione opera soprattutto attraverso progetti, elaborati dal Consiglio Scientifico e sostenuti e amministrati dal Consiglio di Amministrazione. I progetti possono riguardare la ricerca, la formazione, la divulgazione culturale e il sostegno alla cultura delle comunità montane; in alcuni casi nascono anche da esigenze specifiche espresse da enti che operano sul territorio. Il Consiglio Scientifico, che è composto da docenti universitari italiani e stranieri, individua e supervisiona le attività scientifiche, mentre il Consiglio di Amministrazione si occupa della gestione dell’ente e delle risorse necessarie alla realizzazione delle iniziative.
Un settore fondamentale è quello della formazione. Nel corso della sua storia la Fondazione ha organizzato corsi rivolti a insegnanti, studenti, professionisti e tecnici. Particolarmente significativo è il lavoro di aggiornamento geografico rivolto agli insegnanti e ai formatori, realizzato anche attraverso itinerari sul territorio in collaborazione con il CAI. In questi corsi, la geografia viene intesa in senso ampio, come disciplina capace di mettere in relazione le scienze fisiche e quelle umane e di leggere il paesaggio nella sua evoluzione e nelle sue criticità. La Fondazione ha inoltre collaborato con l’Università di Padova per attività didattiche e corsi di specializzazione.
Un altro filone storico della Fondazione è la toponomastica montana. Dall’inizio viene portato avanti un programma di ricerca sui nomi delle montagne e dei luoghi del territorio bellunese e delle aree confinanti. I risultati sono confluiti nella serie di pubblicazioni Oronimi Bellunesi, che documenta un patrimonio linguistico e geografico particolarmente importante per comprendere il rapporto tra comunità e territorio. La ricerca sulla toponomastica è significativa perché conserva tracce della storia, delle attività economiche, delle caratteristiche fisiche dei luoghi e delle culture locali contenute nei nomi tradizionali della montagna.
La biblioteca rappresenta il nucleo principale della Fondazione. Oltre alla raccolta originaria di Giovanni Angelini vi è conservata una sezione più recente, sviluppatasi nel corso dell’attività dell’istituzione. Il patrimonio comprende libri, monografie, riviste, giornali, studi e manoscritti, ma anche carte geografiche e geologiche, fotografie, filmati, quadri, disegni, incisioni, registrazioni audio e video e oggetti legati all’alpinismo e alla geografia. Una parte della collezione comprende materiali antichi e di pregio, anche anteriori al 1830. La sezione recente è invece consultabile e, secondo il regolamento, consente anche il prestito. Il patrimonio è inserito nel sistema bibliotecario provinciale e catalogato, o in corso di catalogazione, secondo il Servizio Bibliotecario Nazionale.
Ben lungi dall’essere soltanto un luogo di conservazione, la biblioteca costituisce una vera infrastruttura di ricerca sulla montagna. Attraverso di essa la Fondazione mette a disposizione di studiosi, studenti e cittadini una documentazione difficile da reperire altrove. Il sito offre anche strumenti per approfondire temi specifici: un esempio è la raccolta dedicata alla tempesta Vaia, che riunisce articoli divulgativi e scientifici, video, rapporti istituzionali e documentazione tecnica. Il materiale è organizzato per facilitare la ricerca e, quando le risorse non sono liberamente accessibili, la biblioteca può aiutare gli utenti a reperirle attraverso il prestito interbibliotecario.
La produzione editoriale è un’altra componente essenziale. La Fondazione pubblica libri, quaderni, studi e periodici dedicati alla montagna e al territorio bellunese e propone parte di queste pubblicazioni anche attraverso una propria libreria online. Tra i contenuti presenti nel sito figurano ricerche sulla storia e sul paesaggio, studi geografici e ambientali, lavori sulla cultura locale e documentazioni relative a specifici territori dolomitici. Non basta cioè produrre conoscenza, occorre renderla disponibile alla comunità.
Il sito presenta inoltre numerosi progetti di ricerca e divulgazione. Particolare attenzione è dedicata al paesaggio bellunese e alle trasformazioni provocate dall’azione dell’uomo e dagli eventi naturali. Il progetto Ferite, per esempio, utilizza la lettura storica del territorio per analizzare le trasformazioni e le “ferite” inflitte al paesaggio del Bellunese nel corso dell’ultimo secolo, con l’intento di ricavare indicazioni utili per trovare un equilibrio tra tutela ambientale e sviluppo economico. La Fondazione propone inoltre iniziative legate alla conoscenza del patrimonio culturale e artistico, alla memoria dei luoghi e alla valorizzazione degli archivi.
Tra questi ultimi rientra il progetto dedicato all’archivio dello scultore Valentino Panciera Besarel, realizzato con il sostegno della Fondazione Cariverona e della Regione del Veneto. Il progetto ha portato all’inventariazione e alla digitalizzazione del materiale documentario del fondo, rendendolo maggiormente accessibile attraverso una webapp. L’archivio è conservato presso la Fondazione perché rientra nel patrimonio raccolto da Giovanni Angelini nel corso della sua vita. Si tratta di un esempio significativo del modo in cui la Fondazione collega montagna, memoria, arte, storia locale e innovazione digitale.
La Fondazione promuove anche iniziative legate alla storia dell’alpinismo e alla conoscenza diretta del territorio, recuperando documenti e testimonianze e mettendoli in relazione con le trasformazioni contemporanee. Il sito dedica infatti ampio spazio alla figura di Giovanni Angelini, la cui attività alpinistica fu particolarmente legata alla Val di Zoldo e alle Dolomiti. La sua esperienza di esploratore, studioso e raccoglitore di documentazione costituisce il filo conduttore ideale dell’intera istituzione: conoscere un territorio significa anche conservarne la memoria e comprenderne l’evoluzione.
La dimensione scientifica è accompagnata da una forte vocazione alla collaborazione. La Fondazione lavora con università, enti pubblici, associazioni, istituzioni culturali e altri centri di ricerca italiani e stranieri. Nel 2000, per iniziativa di Andrea Angelini, ha inoltre promosso la nascita della Rete Montagna, associazione internazionale che mette in relazione soggetti impegnati nello studio delle diverse problematiche delle aree montane e di cui la Fondazione svolge la funzione di segreteria. Questa rete amplia la prospettiva dell’istituzione: pur avendo nel Bellunese il proprio principale territorio di riferimento, la Fondazione inserisce le questioni locali nel più ampio contesto delle Alpi e delle montagne europee.
La sede stessa della Fondazione, il Palazzo del Monte di Pietà in Piazza del Mercato a Belluno, è parte integrante di questa storia. Si tratta di un edificio storico documentato almeno dal Cinquecento, con elementi architettonici e decorativi che potrebbero essere ancora più antichi. La sede ospita la biblioteca e le attività della Fondazione e costituisce uno dei luoghi della vita culturale della città.
Tra le attività del 2026, anche se lo Statuto prevede espressamente la possibilità di istituire borse di studio per laureandi che svolgano tesi sui diversi aspetti della montagna, al momento non risulta pubblicato sul sito della Fondazione un bando 2026 aperto per borse di studio o finanziamenti a progetti presentati da soggetti esterni. Questo conferma un modello in cui la Fondazione presenta e realizza progetti insieme a istituzioni, più che distribuire microfinanziamenti a una platea di richiedenti.
E’ del 2026 l’iniziativa “La Cultura a servizio della Montagna: strumento di lettura del territorio e di adattamento ai cambiamenti climatici nelle Dolomiti bellunesi (Alpi di Nord-est)”. È stata oggetto di un accordo tra la Fondazione e la Camera di Commercio di Treviso-Belluno, nell’ambito del Bando iniziative e progetti intersettoriali 2026. La proposta della Fondazione è stata formalmente approvata dalla Giunta camerale il 20 febbraio 2026.
Nel piano di ripartizione del Bando Convegni 2025, la Fondazione Giovanni Angelini risulta beneficiaria di 1.682,80 euro per il convegno “Il patrimonio di Giuseppe Šebesta, tra cinema ed etnografia”. Nel Bando Pubblicazioni 2025, invece, risulta assegnato alla Fondazione un contributo di 3.011,29 euro per la pubblicazione Oronimi Bellunesi. Ricerca in itinere sotto la guida del prof. G.B. Pellegrini. Dal Sass del Duràn (gruppo Moiazza) al San Sebastiano – Tàmer.
Tra le iniziative pubblicizzate nel 2026 figura la quarta edizione di Cansiglio InVita – Festival della Salute Planetaria, svoltasi dal 26 al 28 giugno 2026. Il sito presenta inoltre iniziative editoriali, incontri e attività legate alla cultura e alla conoscenza della montagna.
La Fondazione sta vivendo una situazione istituzionale particolare: il sito segnala una forte preoccupazione per il futuro della propria sede storica nel Palazzo del Monte di Pietà, e ha lanciato l’appello “La Cultura può salvare la montagna”.






La Fondazione Angelini è una bellissima realtà ed i suoi corsi estivi interessantissimi e formativi.
Realtà cui il Club Alpino dovrebbe ispirarsi per tener fede all’ articolo 1 del suo statuto. Anziché formare “alpinisti” e accumulatori seriali di cime di cui manco conoscono le ragioni del loro nome o di che materiale siano fatte.
Grazie, Gogna, per essertene occupato