Il commercio oscuro

Dal Laos alla Thailandia, il traffico di specie protette alimenta un mercato miliardario e moltiplica il rischio di spillover, epidemie e nuove pandemie.

Il commercio oscuro
(avorio, bile d’orso e scaglie di pangolino)
di Federico Giuliani
(pubblicato su ilgiornale.it il 25 luglio 2026)

Avorio di elefante, ossa di tigre, corna di cervo, pelle di serpente, pinne di squalo.

E ancora: cistifellea e bile d’orso, teste di bucero, cuccioli di tigre, lucertole, tartarughe e le pregiatissime (e richiestissime) scaglie di pangolino. Questa è solo una piccola parte della lunga lista degli orrori che alimenta il traffico illegale di fauna selvatica nel Sud Est Asiatico, un mercato nero che vale tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari all’anno e che continua a crescere nell’ombra, spinto da una domanda sempre più elevata di animali vivi e dei loro derivati.

Pangolino

Gli ultimi sequestri effettuati dalle autorità lungo i confini di Laos e Thailandia hanno portato alla luce un fiorente commercio regionale che, oltre a compromettere l’esistenza di bestiole a rischio estinzione, rischia di scatenare crisi sanitarie su larga scala.

I pangolini, per esempio, sono portatori naturali di alcuni tipi di coronavirus simili a quelli che infettano l’essere umano. Il contatto stretto e innaturale tra specie diverse nei mercati facilita le mutazioni virali che permettono ai patogeni di passare dagli animali all’uomo, mentre il loro spostamento su scala internazionale aggrava l’eventuale diffusione incontrollata di potenziali agenti infettivi.

Il mercato nero degli animali in via di estinzione
Nelle province di Luang Prabang e Champasak, in Laos, la Rete laotiana per il contrasto alla fauna selvatica ha scoperto 60 chilogrammi di prodotti illegali derivati da animali in via di estinzione.

I media locali hanno parlato di oggetti simili all’avorio, vesciche biliari, scaglie di pangolino (ancora loro) e corni di rinoceronte, oltre a scatole contenenti polvere di pelle di elefante e tubetti di medicinali a base di erbe. Pochi giorni c’è stata un’altra sorpresa.

Già, perché le stesse autorità hanno intercettato carichi di animali selvatici vivi al checkpoint di Vang Tao che collega Ubon Ratchathani con la Thailandia.

L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC), nel suo ultimo Rapporto mondiale sui crimini contro la fauna selvatica, ha scritto che il “nonostante due decenni di azioni concertate a livello internazionale e nazionale il traffico di specie selvatiche persiste in tutto il mondo”.

Il fattore chiave che facilità simili attività? La corruzione. Alla base del fenomeno c’è però anche una domanda ampia, generata da motivazioni molto diverse.

Se in alcune comunità rurali la carne di animali selvatici rappresenta ancora un’importante fonte di proteine, all’estremo opposto troviamo una fascia di consumatori benestanti che la considera una prelibatezza esclusiva e uno status symbol.

Bisogna poi aggiungere altri due fattori: il mercato di trofei, oggetti da collezione, accessori in pelle, pellicce, nonché degli animali esotici contrabbandati come animali da compagnia, e la Medicina Tradizionale Cinese, che impiega ingredienti di origine vegetale, animale e minerale per trattare diverse patologie.

Laos: l’epicentro del Black Market
Il Laos si trova in una posizione geograficamente strategica per le reti di trafficanti dedite al commercio illecito di animali selvatici e derivati.

Parliamo infatti di un Paese incastonato nel Sud Est Asiatico, confinante con Cambogia, Cina, Myanmar, Thailandia e Vietnam, e per questo in grado sia di intercettare la domanda di normalissimi turisti e viaggiatori, sia di favorire l’operato oscuro di bande senza scrupoli.

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