“Meglio qui che davanti alla PlayStation”
(l’inganno della montagna-parco giochi e il saccheggio dell’Afframont)
di Beppe Leyduan
(pubblicato su camoscibianchi.wordpress.com il 18 settembre 2026)
Pochi giorni fa abbiamo condiviso una riflessione su cosa significhi davvero “amare la montagna”, analizzando quel confine sottile che separa l’amore dal possesso e dal consumo edonistico. Un nostro lettore ci ha inviato una testimonianza fotografica e un aneddoto vissuto a fine agosto che fotografa questo cortocircuito culturale meglio di mille parole.
Siamo nelle Valli di Lanzo, sulle sponde del Lago d’Afframont. Una famiglia — madre e due bambine — trascorre la giornata a riva. Armate di retino e secchiello, catturano i piccoli pesciolini che popolano il bagnasciuga. Non è un campionamento scientifico, è un gioco. Un gioco idiota che si conclude portandosi via alcuni esemplari vivi, dentro un contenitore di plastica, per trasferirli a fondovalle.
Quando l’escursionista fa notare che gli animali non sono giocattoli, la risposta della madre è disarmante: «Meglio che giochino qui che davanti alla PlayStation».
In questa singola frase si nasconde uno dei falsi miti più tossici del turismo contemporaneo. L’idea che l’ambiente naturale sia un mero “servizio sostitutivo” o un anestetico contro i mali della città. Siccome lo schermo fa male, allora in quota tutto diventa lecito, anche depredare un ecosistema fragile.

«Mentre assistevo alla scena — ci racconta il lettore — mi è salita dentro una profonda amarezza. Ma com’è possibile che non ci sia la minima empatia verso gli altri esseri viventi? Avrei voluto guardare quelle bambine e dire loro: “Ma se un essere enorme venisse a prendervi a casa vostra, vi buttasse fuori, vi ributtasse dentro e infine vi chiudesse in un barattolo per trasferirvi a forza su un pianeta alieno e ostile, voi come vi sentireste?”. Ho evitato di farlo solo per non innescare una discussione infinita con la madre. Ero salito fin lassù per riposarmi e godermi la pace della natura, non per fare il guardaparco».
Una pace, tra l’altro, del tutto disintegrata. Al saccheggio biologico si è unito il totale disprezzo per la dimensione acustica del luogo. Tra schiamazzi e pianti, a dominare la scena c’era la madre, impegnata in una lunga videochiamata ad alta voce a bordo lago. Poco più in là, un gruppo di ragazzi adulti parlava a volume altissimo. E il silenzio rigenerante della montagna? Cancellato, come se ci si trovasse in un bar del centro o in un’affollata spiaggia della riviera. Capiamo che i bambini facciano i bambini, ma qui è la logica urbana ad essere stata trasferita di peso a quota duemila metri.

Ed è qui il punto centrale. Quelle che si vedono nelle foto del lettore, tra i sassi del fondale, sono con ogni probabilità sanguinerole (Phoxinus phoxinus) o minuscoli avannotti. Per quelle fragili vite, il secchiello di plastica è il viaggio forzato su un pianeta ostile. Lo sbalzo termico della discesa, la carenza di ossigeno e il cambio di pressione significano una condanna a morte quasi matematica nel giro di poche ore. Senza contare che il prelievo, lo spostamento e l’immissione di fauna ittica viva senza specifica autorizzazione sono tassativamente vietati in Piemonte dagli articoli 13 e 17 della Legge Regionale n. 37/2006, una norma nata proprio per tutelare la biodiversità e gli ecosistemi acquatici dall’antropizzazione forzata.

La transizione ecologica di cui tanto parliamo non si fa solo con le grandi moratorie d’alta quota. Si fa, prima di tutto, eradicando l’approccio antropocentrico dall’educazione dei più piccoli. Portare i bambini in montagna per insegnare loro a saccheggiarla e a urlarci contro non è “un’alternativa sana ai videogiochi”: è solo un modo diverso di consumare l’esistente senza ascoltarlo.
Connettersi con la natura significa imparare a fare un passo indietro. Osservare, meravigliarsi, provare a imparare qualcosa sulla complessità di queste vite e lasciare ogni pesciolino, e il silenzio che lo circonda, esattamente dove si trova.

