La civiltà della fatica e l’alfabetizzazione del limite
(Diari di Nonna Lucina, quarta puntata)
di Carla Tabone
(pubblicato su camoscibianchi.wordpress.com l’11 agosto 2026)
Introduzione
di Beppe Leyduan
Il diario di Lucina ci pone di fronte a un confronto radicale: quello con una generazione che, senza titoli accademici, possedeva un’alfabetizzazione ecologica profonda e innata, dettata dalla necessità. I vecchi montanari avevano la cultura del limite scritta nel sangue e impressa nella memoria dei muscoli. Sapevano dialogare con la terra e rispettarne i cicli, riconoscendo che ogni risorsa era un dono fragile e non un possesso infinito.
Dopo anni di escursioni dentro il paesaggio modellato dalle loro mani, si sperimenta un paradosso sensoriale: la loro pietra posata a mano è infinitamente più rassicurante della nostra modernità cementificata. La loro opera non ha lasciato effetti collaterali distruttivi. Al contrario, i canoni iper-tecnologici dell’ingegneria contemporanea, per dispiegarsi, attingono a risorse fossili letali, alimentando un sistema economico globale dominato dai colossi dell’energia che sta facendo ribaltare l’equilibrio della biosfera.

Oggi la fatica vive una profonda schizofrenia culturale. Nella nostra quotidianità urbanocentrica è un disvalore assoluto da evitare attraverso la comodità tecnologica, salvo poi essere ricomprata artificialmente come bene di consumo nelle palestre, ridotta a mero calcolo di calorie o dislivello performante. Per i vecchi montanari lo sforzo non era un gioco estetico né un abuso meccanico: era una fatica generativa e manutentiva. Spostare le pietre delle arpòze — i muretti lungo le mulattiere per appoggiare i carichi — o posare a mano un sentiero richiedeva sudore, ma quel sudore garantiva la stabilità del versante e la sicurezza della comunità, assicurando un “sentiero” per il domani. Era un’energia spesa per realizzare opere secolari, nate per sfidare il tempo chiedendo il minimo indispensabile di manutenzione, in aperta contrapposizione con l’orizzonte a breve termine della nostra epoca. Una fatica concepita come ponte tra le generazioni e dono per chi sarebbe venuto dopo, mossa dall’attitudine di quei padri che — come ricorda Maddalena Vottero-Prina nel testo sulla raccolta delle castagne a Pugnetto — lavoravano pensando solo ai posteri, capaci di piantare alberi sapendo «di seminare ma di non raccogliere». Creavano civiltà riducendo il caos.
Rintracciare questa memoria non significa coltivare il passatismo. È il tentativo di contrastare la dittatura della quantità e l’ossessione contemporanea per il gigantismo. Oggi celebriamo il “fuori scala” e l’espansione ipertrofica in ogni settore. Al contrario, la civiltà alpina fondava tutto sulla proporzione, sul limite e sulla misura accorta. Vorremmo ripopolare le vallate ricalcando i medesimi modelli urbani smisurati, invadendole con frenesie e ingombri meccanici che non hanno lo spazio fisico per innestarsi. La civiltà dei nostri avi aveva modellato il paesaggio a misura d’uomo e di silenzio, non di motore.

I vecchi facevano una fatica immane, carnale, che a volte faceva piangere lungo i sentieri impervi. Ma non erano schiavi della fretta: c’era un tempo per il canto all’alba, uno per la solidarietà, e uno spazio sacro per la sosta. Uno per la festa. Questa quarta puntata delle memorie di Nonna Lucina ci restituisce tutto ciò che stiamo piallando sotto l’anonimato urbano, offrendoci una lezione di dignità materiale che ci costringe a guardarci allo specchio.
Memorie di Nonna Lucina (Puntata 4)
Ritornando a me, quando ero giovinetta, si faticava molto in campagna con lavori talvolta pesanti e gravosi. Sempre con carichi pesanti, come il fieno che veniva trasportato con la cosiddetta frasquèri (1) (una corda unita a due assicelle lise) che legava una grossa quantità di fieno e si formava la courdà (2).

Inchinandosi con la testa spinta tra le due assicelle nel profondo della courdà ci si rialzava con una spinta, e con tutto il carico sulle spalle ci si dirigeva verso il solaio.
Il garbìn (3) veniva usato specialmente per il trasporto del letame nei prati.

Vi dirò pure che io l’ho usato tanto quando si traslocava da un alpeggio all’altro: tutti gli anni avevo un bimbo nella culla. Nel trasloco riempivo il garbìn di poveri stracci, legavo la culla al garbìn con il bimbo dentro e poi, con un segno di Croce, infilavo la mulattiera e così via, per tutta l’estate.

In agosto s’incominciava ad andare su per la montagna, a tagliare il fieno con la mousouìri (4) (piccola falce) e portarlo verso casa a disseccare. Sempre scalza, con tanto male ai piedi. Fra tutte queste cose ricordo un episodio che non ho mai dimenticato: avevo un pessimo raffreddore e anche mal di denti, eppure non bisognava dar retta e tirare avanti. Fatto il carico, la courdà, incominciammo a scendere giù per un sentiero sassoso, impervio: la vi dla Cialanci (5). Non capivo più nulla tanto stavo male, finché per giunta sbattei le dita di un piede contro una pietra. L’unghia del piede si ruppe, sanguinai e piansi. Mia mamma mi disse: “Fa’ coraggio, pensa alle Anime del Purgatorio…” Io ero talmente afflitta e le risposi: “Le Anime sentono il loro male, io sento il mio”.

Si partiva alle quattro del mattino e su sempre su, con un sonno da non dire, eppure quando si arrivava alla “Reis” ci fermavamo sopra un mucchio di zolle per cantare una canzone. Alla mia mamma piaceva tanto cantare, pure a me piaceva, ma avevo tanto sonno, l’alba incominciava a spuntare e mamma mi diceva: “Su cantiamo!” Allora intonavo la canzone: Leva su bela che l’è dì, l’è dì che spunta l’alba e poi trullalirulala… (Alzati bella che è giorno, è giorno che spunta l’alba e poi trullalirulala…).

Ricordo sempre un giorno si scendeva dalla montagna per la vi dle lòse (6) cariche di fieno, avevo una sete da non poter dire. Incontrammo Lina di Preda, veniva dal sentiero che porta all’Alpe Pianè, con una balànsi (7) (bilancia) sulla spalla e reggeva due secchi d’acqua.

La tentazione fu grande, chiesi se per piacere potevo bere un po’ d’acqua e gentilmente mi disse: “I secchi sono puliti, l’acqua è per le mucche, bevi pure lì al secchio finché vuoi”. Posai il carico sopra il muro e bevvi a sazietà: è stata veramente anche questa una provvidenza!
Per il sentiero dai Sarpeis in giù vi erano parecchie arpòze8, fatte apposta dai nostri antenati per posare i carichi. Quando le pietre di queste arpòze si spostavano o crollavano, subito venivano risistemate, mentre ora crollano a più non posso. Quando ancora pochi anni fa salivo per quelle mulattiere mi si stringeva il cuore e non potevo fare altro che pregare con il Requiem per chi aveva sudato nel posare le pietre. Erano un dolce riposino per chi passava carico… Ora più nessuno si degna di rimettere una pietra al suo posto.

Eppure la gente è più stufa di allora, non si canta più, tutti sono presi da premura, non trovano più il tempo per una modesta sosta, per riprendere forza e gioia nel ritorno a casa.
La voce dei vecchi
di Roberto Grappolo
Guardo i vicoli vuoti / le luci spente delle stalle,
guardo le ortiche che crescono / tra le pietre e l’abbandono.
Eppure in queste viuzze / in mezzo a questi angoli,
voci e canti si rincorrevano / quando ero un ragazzotto.
Dai cortili e dai campi / dei villaggi e dei Forneri
rotolava nell’aria / l’eco di mille mestieri.
Sulle pietre della fontana / – lo ricordo ancora bene –
sbatteva a tutte le ore / il rame dei secchielli.
Intorno i gruppi di bambini / vestiti di pezze e rattoppi
giocavano ai “palët” / alle biglie… o ai quattro cantoni.
Più in là vicino alla forra, / dentro alla piccola fucina,
la squadra dei chiodaioli / ritmava la sua musica allegra.
Là, sulla pietra lunga, / con gli zoccoli ai piedi,
venivano i vecchietti / per godersi l’ultimo raggio di sole.
Passavano le portatrici / col carico sul saccone,
passavano i segantini / passavano i ragazzotti.
“Allegri!” li salutavano / “vi godete il calar del sole?”
I vecchi gli rispondevano: / “Noi ci siamo già stancati!”
Là, seduti all’ultimo sole, / scaldando anche i ricordi,
si raccontavano della gioventù, / ricordavano quelli che erano morti.
All’ora del tramonto / quando tutto si chetava.
Si alzava il canto più dolce / di una madre che cullava.
Il tempo ha sprangato gli usci, / ha soffocato i fuochi nei camini,
ha spento le lucerne, / ha stregato i luoghi.
Questo mondo è tutto là / con l’erba tra i solchi,
questo mondo si è perduto / in una boscaglia di croci.
Sento il vento che raspa, / che gira nei solai,
che fischia tra le lose, / che si getta nei fumaioli.
Nell’aria che turbina / nelle ombre che si allungano
mi arrivano ancora le voci dei vecchi / che ridono… e che se la raccontano.
Poesia di Roberto Grappolo inserita in: Ezio Sesia, Una volta lassù… ën vi léàout… Vicende del popolamento in una comunità delle Alpi Occidentali: Mezzenile, Società Storica delle Valli di Lanzo, vol. CLVII, Ceres, 2026.
Appendice etnografica: il glossario dell’anima contro l’anonimato urbano
a cura di Beppe Leyduan
La memoria materiale e l’ecologia profonda di Nonna Lucina sono custodite nei termini precisi che descrivono quel mondo. Parole nate dal dialogo simbiotico con la quota, oggi piallate dall’anonimato burocratico delle piste agro-silvo-pastorali.
1. Frasquèri (e 2. Courdà): molto più che semplici strumenti da fieno. La frasquèri (termine del patois di Balme; chiamata frassiéri a Ceres) è un telaio rettangolare per il trasporto del foraggio, costituito da una robusta corda di canapa unita a due assicelle di legno. Veniva caricato a spalla poggiando la testa tra le assi per bilanciare il peso. La courdà è il nome che assume il carico una volta legato: una geometria della fatica calcolata sul corpo umano e sulle pendenze del versante. Il limite fisico del muscolo dettava la misura, la forma e l’architettura stessa del carico, ripartendo il peso sulle spalle per una distribuzione equilibrata sulle lunghe distanze.
Come racconta Giorgio Inaudi nel post La convivenza con il bestiame, per mantenere una vacca tutto l’inverno (l’anvernà d’una vàtchi) occorreva una quantità di fieno impressionante, ben tre tonnellate, pari a quaranta o sessanta carichi d’uomo (courdàiess). Pochi proprietari (particoulà) erano autosufficienti; il fieno acquistato, non potendo essere trasportato sul posto per mancanza di strade e veicoli, spingeva le bestie a spostarsi a domicilio del venditore, dove in cambio lasciavano il prezioso letame (lassìa lou dru) come concime.

3. Garbìn: cesto cubico che si porta appoggiato sulle spalle, dotato di un incavo per la testa; storicamente impiegato per trasportare erba, foglie, latticini, patate o letame. Nei traslochi stagionali estivi verso gli alpeggi alti, il garbìn si trasforma persino nel veicolo per la culla del neonato. Questo dettaglio rivela una fiducia sacrale nella stabilità strutturale della mulattiera storica di pietra, che i nostri vecchi potevano percorrere persino a piedi scalzi. Sulla pianta del piede si concentra una densità altissima di meccanocettori: veri e propri “occhi” che offrivano una conoscenza ecosistemica profonda. Il contatto diretto con la roccia imponeva una negoziazione continua con la materia, un’alfabetizzazione ecologica che educava al rispetto del limite. Oggi abbiamo barattato questo canale millenario con i filtri asettici delle calzature e dei mezzi a motore, scivolando in una forma di alienazione che ci fa percepire la montagna come una superficie bidimensionale (ovvero priva di quella profondità sensoriale, termica e tattile che solo il contatto fisico rivela) da dominare. Di fronte a questo baratto tra il passato e il presente, la vita nascente veniva affidata al sentiero, un’arteria considerata sicura. Una certezza millenaria che oggi si scontra con la fragilità dei versanti, talvolta compromessi da tracciati sterrati che ignorano la delicata idraulica della montagna.

4. Mousouìri: piccola falce a mano con lama corta e ricurva. Veniva utilizzata per il taglio preciso del fieno d’alta quota nei pendii più ripidi, rocciosi e impervi, dove le grandi falci da fieno tradizionali risultavano inutilizzabili per l’eccessiva acclività o per la presenza di asperità. Strumento minimo e chirurgico, rappresenta plasticamente l’attitudine della civiltà alpina a non sprecare nemmeno un filo d’erba, adattando la tecnologia al vincolo insormontabile della roccia anziché violentare il versante.


I toponimi costituivano un fitto dizionario di alfabetizzazione ambientale: rivelavano una mappa mentale tridimensionale (dove la terza dimensiona non era l’altitudine geometrica, ma lo spessore delle relazioni, dei pericoli e della memoria fisica vissuta passo dopo passo). Nominare lo spazio significava abitarlo, mapparne i pericoli e rispettarne i limiti biologici.
Oggi abbiamo in gran parte smarrito questa sensibilità, sostituendola con mappe bidimensionali e utilitaristiche. Sulle carte escursionistiche contemporanee, la toponomastica storica cede spesso il passo a una numerazione fredda, che riduce il cammino al mero consumo ricreativo di un dislivello tra un punto A e un punto B. A una sapienza millenaria contrapponiamo le sigle asettiche dei faldoni comunali, come “Pista forestale Lotto B”. I nuovi tracciati diventano così dei “nonluoghi” anonimi, privi di memoria culturale, dove la linea retta della tecnica cancella la storia rurale e frammenta la nostra stessa capacità di abitare consapevolmente la montagna.
7. Balànsi: bilancia o bilanciere in legno sagomato che si poggiava simmetricamente sul collo e sulle spalle. Serviva a facilitare il trasporto a piedi di due secchi d’acqua o di latte, distribuendone uniformemente il carico sul baricentro del corpo per alleggerire lo sforzo del portatore durante le pendenze. Era l’applicazione della fisica spicciola al servizio della sussistenza, un’estensione corporea per dialogare con la gravità senza spezzare la schiena.
8. Arpòze: caratteristici muretti o ripiani in pietra a secco edificati lungo i punti critici delle mulattiere. Erano calcolati millimetricamente ad altezza d’uomo per consentire ai portatori di appoggiare i pesanti carichi e riprendere fiato senza doversi inchinare fino a terra (operazione che avrebbe richiesto uno sforzo immane per rialzarsi). Sono veri e propri monumenti alpini all’architettura della sosta e al mutuo soccorso tra generazioni. Il fatto che oggi molte di queste pietre crollino nell’indifferenza rispecchia la perdita di una cultura della pausa e del canto, sostituita da un transito rapido e individualista che non sa più abitare il tempo e lo spazio della montagna.

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